Boccaccio e la peste di Firenze

STORICI E NARRATORI DI PESTILENZE

Le diverse pestilenze che si sono succedute nella storia sono indubbiamente eventi drammatici, soprattutto per chi si trova coinvolto. Ma non necessariamente le informazioni su di esse ci arrivano da scrittori di storia con il loro intendimento cronachistico, più o meno dichiarato, e soprattutto con la finalità di ricercarne le cause e le conseguenze, come dovrebbe essere per chi si dichiara uno storico. Per certi versi i racconti più drammatici e più suggestionanti sono quelli di autori che non hanno nella loro finalità quella di raccontare vicende a cui hanno assistito. Anzi, spesso ci troviamo in presenza di scrittori che, mettendo sullo sfondo il quadro della pestilenza, propongono un racconto di pura invenzione allo scopo di voler uscire da un clima pesante di terrore per rifugiarsi in un contesto che vorrebbe essere purificatore, per far raggiungere una sorta di beatitudine paradisiaca.

È ciò che noi possiamo trovare nel racconto di Boccaccio circa la pestilenza del 1348. Non è per lui l’evento chiave del racconto, perché l’obiettivo della sua opera non è quello di trattare quanto è successo in quel periodo. Il resoconto della devastazione di quell’anno è solo lo scenario sul quale lo scrittore vuole impostare la sua opera, che ha tutto il sapore di una narrazione fantastica e fantasiosa per creare evasione e fuga. Se si vuole cercare una descrizione più accurata, dal chiaro intento storico, bisogna andare ad altri testi, come possono essere le croniche medievali del tempo o le “Istorie” successive. Nelle “Istorie fiorentine” di Machiavelli quel gravoso evento è liquidato con poche righe: “ … nel corso del qual tempo seguì quella memorabile pestilenza da messer Giovanni Boccaccio con tanta eloquenza celebrata, per la quale in Firenze più che novantaseimila anime mancarono” (II, 42).

Ma, come al solito, non basta raccontare che cosa è successo; qui vi è in gioco ben altro, perché l’evento narrato viene avvertito come un segno particolarmente forte che deve far riflettere e deve soprattutto far reagire: anche in una tragedia simile, è possibile costruire una storia positiva, che può diventare una “via salutis”, un vero e proprio cammino salvifico. Così il Decamerone non è solo una silloge di racconti da godere, espressione di un mondo gaudente che vuol mettere da parte gli affanni ed evadere nella fantasia. Esso è piuttosto il percorso umano di “salvezza”, analogo a quello dan-tesco, che concepisce la salvezza come grazia dal cielo e non come opera dell’uomo.

LA PESTE DI FIRENZE (1348)

in BOCCACCIO:

IL MALE DESCRITTO E VISSUTO

NELLA SOCIETA’ DEL TEMPO

Quando scoppia a Firenze la pestilenza, ed ha il suo apice nel 1348, la situazione della città presentava già alcuni aspetti di criticità. Il crollo del sistema bancario con l’insolvenza del re inglese diede origine ad una crisi economico-finanziaria drammatica. Ci furono anche tumulti popolari fomentati dal “duca Di Atene”, che era stato chiamato dai mercanti facoltosi per gestire il potere politico. Ma il vero tracollo si ebbe con il sopraggiungere della peste. Boccaccio, che aveva trascorso la sua adolescenza a Napoli, dove il padre curava gli interessi finanziari della banca dei Bardi, era già stato costretto in quegli anni tumultuosi a rientrare per il fallimento della banca, perdendo così l’ambiente, in cui aveva maturato la sua vocazione letteraria. Proprio in occasione della peste concepisce il suo capolavoro, che avrebbe dovuto costituire una fonte di guadagno in un momento “nero”, non solo per la peste. Non scrive per documentare l’evento: questo è sola cornice in cui inserire il quadro delle lieta brigata che racconta le sue storie. E neppure si prefigge intenti didascalici, come se volesse educare una società che è allo sbando completo. Egli ha il solo scopo di allietare, proprio nel momento in cui non c’è motivo alcuno per godere, nella speranza che egli ne possa trarre vantaggi di natura economica e così tornare alla bella vita d’un tempo. E sembra quasi fuori posto il brano in cui descrive il propagarsi del morbo con tutti i suoi effetti devastatori. In realtà il quadro fortemente drammatico è la cornice da cui parte il percorso salvifico che l’uomo deve fare, per superare non solo i mali del momento, ma anche quelli ricorrenti nella storia umana. C’è chi vi riconosce quasi una prosecuzione della “Comoedìa” dantesca, perché anche qui l’uomo è come smarrito in una “selva oscura”, rappresentata dalla peste nera. E perciò ha bisogno di uscire dall’Inferno per salire, purificandosi sulla montagna del Purgatorio, fino ad elevarsi nel Paradiso di un vivere più spensierato, come quello sperimentato dalla bella brigata di giovani che si ritrovano nel contado, per sfuggire ai miasmi di un’aria morta, come quella pestilenziale.

Boccaccio aveva definita “divina” la “Comoedìa” dantesca. Ora la sua opera si presenta come la “Comoedìa” umana, poema della nuova temperie culturale che si stava delineando in quel periodo, ormai decisamente oltre il Medioevo. Che il Decamerone sia questo genere di lavoro, decisamente nuovo, ma capace di competere con il poema dantesco, lo si può desumere anche dalla sua struttura. Se i canti del poema dantesco sono 100, altrettanto sono le novelle narrate, distribuite in 10 giornate, tante ne devono passare, perché si possa uscire dalla tragedia in corso per una salvezza tutta umana, costruita con la furbizia, con il dominio di sé, con il corredo delle virtù tutte umane, che costituiscono il patrimonio ideale del nuovo spirito umanistico. Qualcuno ha pure ipotizzato che questo evento costituisca la cesura fra il Medioevo e la nuova età umanistica con il successivo Rinascimento. Come sempre, non è un solo evento che fa cambiare il mondo e tuttavia noi abbiamo bisogno di alcuni episodi chiave per far comprendere quei passaggi epocali che la storia conosce. Era già in corso il cambiamento; ed è indubbio che alla visione medievale che pone Dio al centro o come obiettivo del vivere umano, ora si sostituisce l’uomo come centro del mondo e della visuale della storia. Ma qui abbiamo un momento di imbarbarimento, da cui tuttavia l’uomo rinasce trovando forze sue, come quelle che compaiono nelle novelle e nei suoi personaggi, appartenenti a diversi ceti e comunque tutti dominati da quella “virtus” che, anche quando sono dei ladri o dei disonesti, li fa essere fi-gure di tutto tondo con la propria carica umana.

Ciò che interessa di più allo scrittore è di fatto la lieta brigata dei giovani che escono da Firenze appestata, e che, trovandosi nel contado, in un ambiente sereno e arioso, incantevole e senza problemi, possono dedicarsi al racconto delle novelle, per trascorrere amabilmente le loro giornate di distanziamento dal quadro orribile, che lo scrittore premette a tutta la sua opera. Egli si prefigge così di portar fuori dalla situazione desolante della peste non solo questi dieci giovani che nei loro nomi appaiono come simboli, ma vuole altresì condurre in un posto ideale e salutare tutti coloro che non vogliono lasciarsi condizionare dal male presente nel mondo. Questa sua azione è … “di sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago e ‘l fuso e l’arcolaio”: così egli intende “di raccontare cento novelle, o favole, o parabole, o istorie che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni”. Perciò la descrizione della peste è solo la cornice entro la quale offrire … la via salutis!

IL RACCONTO DELLA PESTILENZA

Il racconto della pestilenza è fatto all’inizio della prima giornata. Più che il contesto, è il pretesto da cui partire per “ragionare” – così sostiene lo scrittore nello spiegare ciò che intendono fare quei giovani “fuoriusciti”. Per lui è solo un “grave e noioso principio … la dolorosa ricordazione della pestifera mortalità trapassata, universalmente a ciascuno che quella vide o altramenti conobbe dannosa e lagrimevole molto”. Evidentemente vuole anche lui iniziare il suo percorso analogamente allo smarrimento che ha Dante nella selva oscura quando inizia il suo itinerario … nell’al di là. Limitandoci al racconto della peste, consideriamo come lui legge l’evento.

Tempo e luogo della diffusione della peste (I,8-9)

Dico adunque che giá erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nell’egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra italica nobilissima, pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, inverso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata. Ed in quella non valendo alcun senno né umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazione della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte ed in processioni ordinate ed in altre guise a Dio fatte dalle divote persone; quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, ed in miracolosa maniera, a dimostrare.

Anche nel caso di Boccaccio, come già si era visto in Tucidide, il fenomeno viene circoscritto: si parla si Firenze, seppure si diffuse un po’ ovunque. Se ne dà l’origine a influenze di tipo astrologico, o viene imputato all’ira di Dio che si scatena per i peccati umani: naturalmente lo scrittore riferisce le dicerie di allora e cioè quelle che apparivano scientifiche secondo i criteri di allora, o risultavano di ordine morale e religioso. Ogni intervento di carattere governativo viene definito insufficiente, così come non facevano sortire alcun effetto neppure le devozioni e le processioni.

I fenomeni sul corpo umano (I,10-13)

E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva sangue del naso era manifesto segno d’inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi ed alle femine parimente o nell’anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela ed altre come uno uovo, ed alcuna più ed alcuna meno, le quali li volgari no-minavan gavoccioli. E dalle due parti predette del corpo infra brieve spazio di tempo cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere ed a venire: ed appresso questo, si cominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce ed in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade ed a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato ed ancora era certissimo indizio di futura morte, e così erano queste a ciascuno a cui venivano. A cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o che la natura del malore nol patisse o che l’ignoranza de’ medicanti, de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta mai, era il numero divenuto grandissimo, non conoscesse da che si movesse e per conseguente debito argomento non vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra il terzo giorno dall’apparizione de’ sopraddetti segni, chi più tosto e chi meno, ed i più senza alcuna febbre o al-tro accidente morivano.

Sulla base di ciò che viene descritto, si deve riconoscere che si tratta di una peste bubbonica, che dà origine alle gonfiature purulente sparse un po’ ovunque sul corpo. Si afferma con molta chiarezza che non esistono rimedi e che bastano questi pochi indizi per segnalare all’infermo il suo esito mortale..

Il contagio da uomo a bestia (I,14-20)

E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagl’infermi di quella per lo comunicare insieme s’avventava a’ sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare con gl’infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni e qualunque altra cosa da quegli infermi stata tócca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare. Maravigliosa cosa è ad udire quello che io debbo dire, il che se dagli occhi di molti e da’ miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fede degna persona udito l’avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza narrata nell’appiccarsi da uno ad altro, che non solamente l’uomo all’uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece, cioè che la cosa dell’uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tócca da uno altro animale fuori della spezie dell’uomo, non solamente della ’nfermitá il contaminasse, ma quello infra brevissimo spazio uccidesse. Di che gli occhi miei, sì come poco davanti è detto, presero tra l’altre volte, un dì, così fatta esperienza, che, essendo gli stracci d’un povero uomo da tale infermità morto gittati nella via publica ed avvenendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il lor costume, prima molto col grifo e poi co’ denti presigli e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, ammenduni sopra li mal tirati stracci morti caddero in terra. Dalle quali cose e da assai altre a queste simiglianti o maggiori nacquero diverse paure ed imaginazioni in quegli che rimanevano vivi: e tutti quasi ad un fine tiravano assai crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl’infermi e le lor cose; e così faccendo, si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare. Ed erano alcuni, li quali avvisavano che il viver moderatamente ed il guardarsi da ogni superfluitá avesse molto a così fatto accidente resistere: e fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano, ed in quelle case ricogliendosi e racchiudendosi dove niuno infermo fosse e da viver meglio, dilicatissimi cibi ed ottimi vini temperatissimamente usando ed ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno o volere di fuori, di morte o d’infermi alcuna novella sentire, con suoni e con quegli piaceri che aver poteano si dimoravano.

Poiché il male si contrae per contagio e quindi per il contatto tra appestati, ma anche tra le cose che appartenevano ai malati o ai morti, Boccaccio descrive tutto questo a partire da un esempio che dice di aver visto. Anche lui dunque fa ricorso al sistema autoptico, come già gli storici greci. Ma nel contempo per l’esempio che riferisce, si deve riconoscere che è anche molto efficace per mostrare come tale contagio sia espressione di bestialità.

Così dà un racconto come di cosa meravigliosa e straordinaria con due maiali. Inoltre il caso dei due porci che muoiono come avvelenati, rivela che la scelta di quel genere di animali sia proprio di natura simbolica: essi rappresentano l’impurità e nello stesso tempo una sorta di bestialità selvaggia e sporca …

Monta la bestialità e manca la legalità (I,21-25)

Altri, in contraria oppinion tratti, affermavano, il bere assai ed il godere e l’andar cantando attorno e sollazzando ed il sodisfare d’ogni cosa all’appetito, che si potesse, e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male: e così come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna ora a quella altra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto più ciò per l’altrui case faccendo, solamente che cose vi sentissero che lor venissero a grado o in piacere. E ciò potevan far di leggeri, per ciò che ciascun, quasi non più viver dovesse, aveva, sì come sé, le sue cose messe in abbandono, di che le più delle case erano divenute comuni, e così l’usava lo straniere, pure che ad esse s’avvenisse, come l’avrebbe il proprio signore usate; e con tutto questo proponimento bestiale sempre gl’infermi fuggivano a lor potere. Ed in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri ed esecutori di quelle, li quali, sí come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sí di famiglie rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era, d’adoperare. Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via: non istrignendosi nelle vivande quanto i primi né nel bere e nell’altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sufficienza secondo gli appetiti le cose usavano e senza rinchiudersi andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare, con ciò fosse cosa che l’aere tutto paresse dal puzzo de’ morti corpi e delle ’nfermità e delle medicine compreso e puzzolente. Alcuni erano di più crudel sentimento, come che per avventura più fosse sicuro, dicendo niuna altra medicina essere contro alle pestilenze migliore né così buona come il fuggir loro davanti: e da questo argomento mossi, non curando d’alcuna cosa se non di sé, assai ed uomini e donne abbandonarono la propria città, le proprie case, i lor luoghi ed i lor parenti e le lor cose, e cercarono l’altrui o almeno il lor contado, quasi l’ira di Dio, a punire l’iniquità degli uomini, con quella pestilenza non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro alle mura della lor città si trovassero, commossa intendesse, o quasi avvisando, niuna persona in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venuta.

Lo scrittore insegue tutte le diverse opinioni che circolavano nella città: ognuno dice la sua e fa la sua scelta, anche se queste diverse convinzioni cozzano fra loro e contribuiscono a dividere la città nel momento in cui ci sarebbe bisogno di maggior coesione. Non c’era più il rispetto delle leggi. Ma soprattutto la necessità di tenersi distanziati crea di fatto il distacco e la fuga dei più in luoghi che vengono ritenuti più salubri. Ci si tiene alla larga da Dio e dagli uomini!.

Ciascuno pensa a sé (I,26-31)

E come che questi così variamente oppinanti non morissero tutti, non per ciò tutti campavano: anzi, infermandone di ciascuna molti ed in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, esemplo dato a coloro che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languieno. E lasciamo stare che l’un cittadino l’altro schifasse e quasi niun vicino avesse dell’altro cura ed i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano, era con sí fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava ed il zio il nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito, e che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. Per la qual cosa a coloro, de’ quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e femine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase che o la carità degli amici, e di questi fûr pochi, o l’avarizia de’ serventi li quali da grossi salari e sconvenevoli tratti servieno, quantunque per tutto ciò molti non fossero divenuti: e quegli cotanti erano uomini o femine di grosso ingegno, ed i più, di tali servigi non usati, li quali quasi di niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose dagl’infermi addomandate o di riguardare quando morieno; e servendo in tal servigio, sé molte volte col guadagno perdeano. E da questo essere abbandonati gl’infermi da’ vicini, da’ parenti e dagli amici, ed avere scarsità di serventi, discorse uno uso quasi davanti mai non udito, che niuna quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse, infermando, non curava d’avere a’ suoi servigi uomo, servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane o altro, ed a lui senza alcuna vergogna ogni parte del corpo aprire non altramenti che ad una femina avrebbe fatto, solo che la necessità della sua infermità il richiedesse; il che in quelle che ne guerirono fu forse di minore onestà, nel tempo che succedette, cagione. Ed oltre a questo ne seguì la morte di molti che per avventura, se stati fossero aiutati, campati sarieno; di che, tra per lo difetto degli opportuni servigi, li quali gl’infermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella città la moltitudine di quegli che di dí e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessità, cose contrarie a’ primi costumi de’ cittadini nacquero tra coloro li quali rimanean vivi.

Ciò che vuole sottolineare Boccaccio in questa circostanza è che la necessità di evitare il contagio portava a tenere le distanze e che per questo motivo le relazioni umane ne ebbero discapito. Insomma, il vero male non è solo, o prima di tutto, il morbo che rovina i corpi e che conduce alla morte, quanto la rovina di quelle relazioni sociali che rendono il vivere davvero più umano. Questo aspetto viene marcato con una rappresentazione che non è propriamente documentata con particolari episodi, ma come se questa divenisse la regola a cui si abbandonavano tutti.

Le onoranze funebri sono particolarmente degradate,

segno di assenza di pietà cristiana e umana (I,32-42)

Era usanza, sì come ancora oggi veggiamo usare, che le donne parenti e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che più gli appartenevano piagnevano; e d’altra parte dinanzi alla casa del morto co’ suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri de’ suoi pari, con funeral pompa di cera e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n’era portato. Le quali cose, poi che a montar cominciò la ferocità della pestilenza, o in tutto o in maggior parte quasi cessarono ed altre nuove in lor luogo ne sopravvennero. Per ciò che, non solamente senza aver molte donne da torno morivan le genti, ma assai n’eran di quegli che di questa vita senza testimonio trapassavano: e pochissimi erano coloro a’ quali i pietosi pianti e l’amare lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute, anzi in luogo di quelle s’usavano per li più risa e motti e festeggiar compagnevole; la quale usanza le donne, in gran parte posposta la donnesca pietà per salute di loro, avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro i corpi de’ quali fosser più che da un diece o dodici de’ suoi vicini alla chiesa accompagnati; li quali non gli orrevoli e cari cittadini, ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan «becchini», la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravano alla bara, e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa che esso aveva anzi la morte disposto, ma alla più vicina le più volte il portavano, dietro a quattro o a sei cherici con poco lume, e tal fiata senza alcuno; li quali con l’aiuto de’ detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo uficio o solenne, in qualunque sepoltura disoccupata trovavano più tosto il mettevano. Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno: per ciò che essi, il più o da speranza o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano, e non essendo né serviti né aiutati d’alcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione tutti morivano. Ed assai n’erano che nella strada publica o di dì o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de’ lor corpi corrotti che altramenti facevano a’ vicini sentire sé esser morti: e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno. Era il più da’ vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de’ morti non gli offendesse, che da carità la quale avessero a’ trapassati. Essi, e per se medesimi e con l’aiuto d’alcuni portatori, quando averne potevano, traevano delle lor case li corpi de’ giá passati, e quegli davanti alli loro usci ponevano, dove, la mattina spezialmente, n’avrebbe potuti veder senza numero chi fosse attorno andato: e quindi fatte venir bare, e tali furono che per difetto di quelle sopra alcuna tavola ne ponieno. Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente; né avven-ne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute annoverare di quelle che la moglie ed il marito, li due o tre fratelli, o il padre ed il figliuolo, o così fattamente ne contenieno. Ed infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre o quattro bare, da’ portatori portate, di dietro a quella: e dove un morto credevano avere i preti a sepellire, n’avevano sei o otto, e tal fiata più. Né erano per ciò questi da alcuna lagrima o lume o compagnia onorati, anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre; per che assai manifestamente apparve che quello che il naturale corso delle cose non avea potuto con piccoli e radi danni a’ savi mostrare doversi con pazienza passare, la grandezza de’ mali eziandio i semplici far di ciò scorti e noncuranti. 

Alla gran moltitudine de’ corpi mostrata, che ad ogni chiesa ogni dí e quasi ogni ora concorreva portata, non bastando la terra sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun luogo proprio secondo l’antico costume, si facevano per li cimiteri delle chiese, poi che ogni parte era piena, fosse grandissime nelle quali a centinaia si mettevano i sopravvegnenti: ed in quelle stivati, come si met-tono le mercatantie nelle navi a suolo a suolo, con poca terra si ricoprieno infino a tanto che della fossa al sommo si pervenia.

Un segno del degrado è dato dalle stesse onoranze funebri, che non vedevano più la partecipazione. Anzi, la stessa frequenza delle esequie, laddove si potevano tenere, non vedeva un rito mesto, doloroso, ma addirittura o il vuoto o quei modi di fare che sembravano esprimere il godimento per un altro venuto meno e uno di meno ad occupare spazio. Ciò che maggiormente viene segnalato è che a questi riti sconcertanti erano le donne a fare la parte più negativa. Ed anche le onoranze funebri non erano tenute nei modi consueti: potevano mancare i chierici, non necessariamente andavano in chiesa e comunque i morti erano sepolti in fretta e in mucchi di cadaveri. Da notare come i corpi dei cadaveri non erano più segno di onore e di rispetto, ma erano diventati in quel frangente come una merce e come tale da usare: sottolineando questi dettagli l’autore vuole mettere in risalto che la pestilenza non ha solo consumato dei corpi, ma ha pure prosciugato con i sentimenti, quel minimo di umanità che si dovrebbe conservare in simili circostanze. Verrebbe così da chiedersi come sia possibile in una simile lettura, pensare che qui si sia all’inizio del periodo storico e letterario, poi definito dell’Umanesimo!

Città e contado presentano il medesimo quadro:

tutti muoiono come bestie!

(I,43-48)

E acciò che dietro ad ogni particularitá le nostre passate miserie per la città avvenute più ricercando non vada, dico che così inimico tempo correndo per quella, non per ciò meno d’alcuna cosa risparmiò il circostante contado; nel quale, lasciando star le castella, che simili erano nella loro piccolezza alla città, per le sparte ville e per li campi i lavoratori miseri e poveri e le loro famiglie, senza alcuna fatica di medico o aiuto di servidore, per le vie e per li loro cólti e per le case, di dì e di notte indifferentemente, non come uomini ma quasi come bestie morieno. Per la qual cosa essi così nelli loro costumi come i cittadini divenuti lascivi, di niuna lor cosa o faccenda curavano: anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si vedevano esser venuti la morte aspettassero, non d’aiutare i futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro passate fatiche, ma di consumare quegli che si trovavano presen-ti si sforzavano con ogni ingegno. Per che addivenne che i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli ed i cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per li campi, dove ancora le biade abban-donate erano, senza essere, non che raccolte, ma pur segate, come meglio piaceva loro se n’andavano: e molti, quasi come razionali, poi che pasciuti erano bene il giorno, la notte alle lor case senza alcun correggimento di pa-store si tornavano satolli. Che più si può dire, lasciando stare il contado ed alla città ritornando, se non che tanta e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra il marzo ed il prossimo luglio ve-gnente, tra per la forza della pestifera infermitá e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati ne’ lor bisogni per la paura che aveano i sani, oltre a centomilia creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti, che forse, anzi l’accidente mortife-ro, non si saria estimato, tanti avervene dentro avuti? O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri per addietro di famiglie pieni, di si-gnori e di donne, infino al menomo fante rimaser vòti! O quante memora-bili schiatte, quante ampissime ereditá, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ipocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co’ lor pa-renti, compagni ed amici, che poi la sera vegnente appresso nell’altro mon-do cenaron con li lor passati!

Si registra anche un certo tono ironico in questo quadro veramente desolante che vuol parlare della moria generale, ma soprattutto del fatto che tutti i beni accumulati rimanevano, mentre i loro proprietari sparivano, tutti quelli che se la spassavano poi – come si suol dire – passavano a miglior vita. Insiste inoltre nel far notare che se gli esseri umani, esseri razionali, perdono in tale circostanza la loro razionalità, gli animali invece, lasciati andare alle loro natura, riescono a vivere meglio e a sopravvivere, perché sono allontanati di giorno dai loro padroni e alla sera, tornando a casa, sono di fatto loro divenuti padroni delle case ormai vuote di chi prima le abitava. L’autore conclude questo quadro desolato per il sovvertimento della natura ricorrendo ad esclamazioni che rivelano il suo amaro giudizio nel vedere “valori uomini”, “belle donne” e “leggiadri giovani” finire in una giornata la loro esistenza terrena!

NEL CONTESTO DEL DECAMERONE

Nel modo con cui abbiamo sempre inteso il Decamerone, esso appare come una raccolta di novelle, in gran parte piacevoli e sollazzevoli, comunque denotate di una visione liberale e signorile della società, che appare gaudente e serena. Eppure questo quadro su cui si innesta l’attività dell’allegra brigata fa pensare ad una società che sembra in caduta libera, destinata allo sfacelo, dove la pestilenza è solo il colpo di grazia perché finisca un certo mondo e se ne apra un altro. Sembra quasi che la pestilenza di Firenze sia solo lo scenario, sia la causa contingente, sia l’occasione per creare un apparato di novelle, che vorrebbero essere come il materiale con il quale distogliere l’animo da cose gravose, dolorose, amare, per superare con il piacere ciò che fa solo dispiacere. Se così fosse, dovremmo pensare che l’autore abbia semplicemente giustapposto i due quadri, senza che vi possa essere alcuna connessione, se non temporale, fra la desolazione della peste e l’amenità di giovani che fuggono dalla realtà per chiudersi in un luogo magico, godibile, affascinante. In realtà ad una lettura più attenta, questa introduzione, che sembra poi sparire per lasciare spazio ad una condizione di vita davvero serena e oltremodo ras-serenante, è strettamente connessa con il resto dell’opera. Il mondo è in-dubbiamente ad una svolta e occorre ricostruirlo!

Il Boccaccio fa nascere l’“occasione” del Decameron proprio dal destrutturarsi drammatico di tutta una società e in modo particolare di tutto un ceto dirigente, con il suo ruolo storico rispetto al quale (si pensi al fallimento di Bardi e Peruzzi) esso sembra essere venuto meno e con le sue convenzioni ormai scosse dalla perentoria ferocia d’un contagio che, in una società pensata per gruppi consortili, falcia proprio le consorterie e rende caotico e ingestibile il meccanismo delle eredità, delle alleanze matrimoniali, dell’esercizio della vendetta. (Cardini, p. 69)

Proprio perché Boccaccio descrive della peste alcuni aspetti riguardanti la società del suo tempo, dobbiamo ritenere che essa non è solo la narrazione di un evento con la segnalazione di episodi da lui visti e proposti per un semplice susseguirsi di vicende. Qui c’è piuttosto l’insistenza per un notevole degrado del senso di umanità che fa prevalere la bestialità fra gli uomini, mentre gli animali appaiono addirittura come gli esseri che possono sopravvivere, anche se alcuni sono pure destinati a morire. E nel degrado della società ciò che maggiormente viene segnalato è lo sfacelo del sistema costruito fino a quel tempo: il senso della famiglia, l’appartenenza a gruppi familiari o a gruppi di interessi economici, che pur avevano favorito la crescita economica e finanziaria della città e con essa un benessere diffuso e condiviso, lo stesso apparato di governo, sia nell’ambito civile sia in quello religioso, che si vede completamente allo sbando. Se deve nascere un mondo nuovo – ed effettivamente sta nascendo – quello vecchio è destinato a morire. Questo succede non solo con la moria che si ebbe per l’epidemia diffusa, ma anche perché fu davvero necessario cambiare molto rispetto ai sistemi in vigore fino ad allora. In particolare, si tende a mostrare come la stessa figura femminile abbia notevolmente cambiato: non per nulla sono sette le ragazze della brigata e la donna stessa è al centro di tante novelle, costruite soprattutto sul protagonismo femminile.

Dall’infrangersi dei legami di lignaggio emerge un nuovo protagonismo fem-minile. Non è certo casuale che le sette giovani donne protagoniste del libro (e non torneremo qui sulle fin troppo vexatae quaestiones del maschile e del femminile, del tre e del sette, della Trinità e delle Virtù e via discorrendo) si ritrovino insieme proprio nella chiesa di Santa Maria Novella, tenuta da quell’Ordine domenicano che si distingue per la devozione alla Vergine Maria e per l’opera indefessa d’organizzazione di confraternite laicali, specie femminili. (Cardini p. 69-70)

Senza entrare nelle questioni che riguardano le motivazioni profonde del capolavoro boccaccesco e limitandoci alla pagina del racconto della peste, va rilevato che non abbiamo qui, di fatto, la descrizione del fenomeno con lo scrupolo di uno storico e neppure con l’intento di un cronista, come succede per i suoi contemporanei. Quel tanto (o quel poco, di fatto) che egli racconta deve riguardare proprio la crisi di un mondo che sta crollando e che sta nelle sue doglie partorendo un mondo nuovo.

E con la peste, difatti, sembrava ormai irrimediabilmente e irreversibilmente consumata anche la rovina della città che aveva assistito, pochi anni prima, al dramma politico della mancata signoria del Duca d’Atene e a quello economico-finanziario del crak dei Bardi, dei Peruzzi, degli Acciaioli e delle altre famiglie di banchieri, imprenditori e speculatori, che peraltro si erano più o meno tutte salvate e riciclate, lasciando però nella disperazione tanti piccoli e medi imprenditori e risparmiatori che avevano loro affidato averi e futuro. Non era solo la crisi d’un grande centro, con la sua potenza politica e i suoi traffici.

Quella era, soprattutto, la fine d’un way of life che si esprimeva attraverso il rilassamento dei freni morali, il disinteresse per lo stesso lavoro e le stesse ricchezze, infine la rottura dei legami di parentela, al punto che “l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano”. Da questa situazione, inaudita in una società fondata sui legami consortili, discendeva naturaliter anche tutto il resto: compreso il fatto che i funerali non si celebrassero più non dico con la pompa consueta, ma neppure con un residuo di pietas cristiana. (Cardini, p. 70-1)

Comunque il quadro descritto è certamente desolante, non solo perché sono registrati gli effetti del male sui corpi e, nella stagnazione economica, anche il degrado delle cose con il venir meno dei viveri e con l’abbandono delle case, ma per quel genere di imbarbarimento che rovina le relazioni personali e fa scoppiare i peggiori istinti.

L’autore (Boccaccio) lascia una descrizione della vita quotidiana in tempo di peste. Accenna alla impotenza delle autorità e dei medici e alla differenti forme della malattia … (Bergdolt, p. 85)

Anche a Firenze, dove la convivenza umana era regolamentata da norme esemplari, dove si era orgogliosi della propria tradizione culturale e a questo proposito ci si sentiva superiori alle altre città, si diffusero individualismo ed egoismo. Il Boccaccio provava vergogna di questo imbarbarimento che, come in molte città, fu accompagnata dall’affievolimento del cristiano senso di amore verso il prossimo … Il Boccaccio riconobbe che l’imbarbarimento e la mancanza di sensibilità erano da collegarsi strettamente con la paura della morte che paralizzava la società e riconobbe che con il pericolo aumentò anche la capacità di soffrire … Il lutto, fino ad allora obbligatorio, istituzionalizzato in molti rituali, portato dai familiari, amici e vicini in occasione della morte di parente o amico, diventò l’eccezione. L’indifferenza prevalse sulla compassione e sui lamenti. Ci si abituò alla morte … (Bergoldt, p. 87-88)

MUORE IL VECCHIO E NASCE IL NUOVO

Più che un documento di storia, questo è indubbiamente un testo lette-rario, dove non c’è solo l’indiscussa bravura del narratore in questa prosa particolarmente efficace nei modi espressivi, nella ricchezza del lessico e nella ideazione dei contenuti, ma soprattutto c’è la componente umanistica, con cui l’autore mette al centro l’individuo. 

Se dobbiamo stare a quanto egli dice per parlare di questo fenomeno, drammatico e sconvolgente, vien da rilevare che certamente l’uomo e il suo vivere sociale sono al centro della sua narrazione. E tuttavia egli insiste molto sul degrado umano, che non è solo nelle ulcerazioni del corpo e nello sfinimento fisico, ma è soprattutto in quelle forme di reazione che portano gli esseri umani a non avere più … umanità! Dovremmo allora concludere che qui l’Umanesimo, come fenomeno culturale, non decolla. In realtà proprio su questo scenario di morte e di degrado della morale, viene costruito tutto l’apparato del Decamerone, che, da una parte è, secondo lo spirito medievale, una sorta di “Summa antropologica”, ma, soprattutto secondo il nuovo spirito umanistico, è l’esaltazione di tanti soggetti sulla base di quelle virtù umane, che non necessariamente si deducono da una morale religiosa e neppure da un’etica naturale, ma dall’esperienza quotidiana di una classe sociale, la quale cerca di farsi strada, senza scrupoli, per imporsi sulla scena del mondo. La vicenda dei tre ragazzi e delle sette giovani che si trovano fuori di Firenze, per scampare al contagio, dovrebbe far da cornice; e quindi la descrizione della pestilenza non è affatto l’obiettivo dello scrittore, che invece organizza le novelle, perché siano l’impianto di una sorta di proposta di vita per far uscire la nuova umanità, dopo la desolazione della pestilenza. Non si dice nulla poi della fine di questo morbo diffuso, ma si accenna soltanto al rientro della brigata, che ha assolto al suo compito. Boccaccio conclude piuttosto con una sorta di excusatio non petita in riferimento alle sue novelle licenziose, che evidentemente non ritiene siano tali. La peste di cui aveva parlato all’inizio non compare più, neppure per dire che essa, nel frattempo, è svanita. Il rientro dei giovani lascia intendere che essi ormai possono tornare a casa, non solo perché il pericolo non c’è più, ma perché intanto essi sono cresciuti nel loro modo di intendere e di vivere la vita. Di fatto la realtà amara della peste, anche a non venire citata esplicitamente oltre le prime battute, aleggia in conti-nuazione e diviene la situazione nella quale maturare il nuovo che sta sorgendo, proprio a partire da ciò che sta morendo …

Quella perciò che di solito si chiama cornice è in realtà qualche cosa che non solo circonda e chiude il volume (introduzione, proemi, intermezzi e conclusione), ma che circola tra giornata e giornata e tra novella e novella, e di ogni novella spiega il posto e le relazioni col resto, e ne chiarisce il motivo ed il tono. La descrizione cupa, anche se lucidamente precisa, della peste; l’idillio raffinatamente campestre, in cui i giovani trovano scampo non contro il morbo soltanto, ma contro i suoi riflessi nell’animo umano; il carattere equilibrato ed onesto di essi, il tono di quella vita così libera da ogni preoccupazione angustiosa, e l’ordine ch’essi pongono nel dividere la loro giornata e nell’organizzare le loro riunioni, tutte queste cose non sono invenzioni estranee ai racconti che seguono, ma sono il riflesso di alcuni bisogni profondi del Boccaccio, sono anzi la prima piena realizzazione fantastica di un suo radicato ideale che vivrà poi in tante parti del libro. (…) E c’è in più, poi, il motivo della peste, quel cupo preludio che giova così bene a sottolineare il valore di quel riposo idilliaco: quando sono sparite all’orizzonte le “mura vote” di Firenze, e si è in mezzo ai campi, su una piccola montagnetta “da ogni parte lontano alquanto alle nostre strade”, il palagio che appare bello allo sguardo è come il segno di una nuova vita diversa, in cui il pensiero della moria imperversante sarà uno stimolo solo a un godimento più fresco della bellezza pura del mondo: “Essi eran tutti di fronde di quercia inghirlandati, con le mani piene o d’erbe odorifere o di fiori; e chi scontrati gli avesse, niuna altra cosa avrebbe potuto dire se non : – O costor non saranno dalla morte vinti, o ella gli ucciderà lieti”; mai, come in queste righe dell’Introduzione alla nona giornata, il Boccaccio ha espresso meglio quel bisogno di libertà dello spirito, di vittoria sulle forze nemiche della natura e della morte ch’era in fondo a tante pagine sue, e da cui tutta la cornice del libro, cioè l’ispirazione del libro, par germinare. (Petronio, p. 30-1)

Si vorrebbe leggere la pagina introduttiva del Decamerone come il resoconto di un evento storico, sul quale abbiamo molte altre cronache coeve, indubbiamente mirate a dare la descrizione di ciò che effettivamente avvenne. Non è la stessa cosa nell’opera boccaccesca, anche se di fatto essa risulta la più nota e la più seguita, per sapere qualcosa di quell’evento che fu indubbiamente già qualcosa di globale …

Ma la pandemia pestosa scoppiata a partire dal Trecento è si può dire il primo manifestarsi della globalizzazione, l’“unificazione microbica del mondo”. (Cardini, p. 24)

Sotto questo profilo Boccaccio non si pronuncia, e non avrebbe neppure avuto la percezione di una simile risonanza. La peste invece rappresentava simbolicamente lo spartiacque con cui solitamente si suddividono gli anni della storia. E lo scrittore se ne è servito per spiegare i suoi lettori e quelli a venire che qui si poteva vedere il mondo nuovo, emerso dalle ceneri del vecchio. Non interessa allora come evento storico e neppure come evento in cui privilegiare aspetti nuovi, come quello della salute pubblica. 

Viene piuttosto analizzato con quei dettagli che fanno pensare all’annientamento umano, per avvertire e far avvertire che stava evolvendo la storia umana e stava passando in una fase nuova, tutta da seguire e da capire. Evidentemente non sembra che sia stato compreso nel suo intento. Da sempre il testo analizzato viene considerato alla stregua di una cronaca che deve registrare che cosa è successo a Firenze nel periodo analizzato. Ma proprio perché sono messi in luce particolari che non vogliono dare risalto a nessuno fra gli esseri umani coinvolti in quella strage ed invece si affrontano i comportamenti di animali, e, se si fa accenno a qualche persona, sembra dominare una visione brutale e bestiale dell’es-sere e dell’agire umano, dobbiamo riconoscere che qui si sta andando ol-tre la lettura cronachistica o storica del grande evento.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Questa considerazione dovrebbe renderci più attenti ai fenomeni come quelli di cui siamo testimoni e protagonisti noi, oggi, perché al di là della preoccupazione di natura sanitaria o di natura psicologica, è opportuno che non si perda mai di vista la componente umanistica e antropologica. Qui risulta che si vada anche oltre ciò che sembrava essere la sensibilità di Tucidide, per il quale la peste doveva essere descritta come il momen-to nel quale occorreva puntare sul singolo cittadino da ritenersi capace di rispondere al fenomeno, perché nello sconcertante disastro non si perdesse la centralità dell’uomo su cui ricade la responsabilità di far fronte al male. E il miglior modo di fronteggiarlo è quello della solidarietà, della condivisione, di quel senso sociale che fa puntare sul bene comune. Boccaccio raccoglie il testimone dello storico greco, andando ben oltre. Far leva sull’essere umano, che in realtà ha perso la sua dignità e quindi anche la sua responsabilità, significa per lo scrittore toscano far trionfare nella persona umana tutto quel corredo di virtù che non si ricava da una morale o da una professione religiosa. Del resto le virtù esaltate nelle novelle, dove ogni personaggio ne dà testimonianza, non sono quelle dedotte dalla Scrittura, o quelle che si potrebbero raccogliere dalle forme sapienziali presenti in ogni cultura: la varia umanità che affiora dalle novelle insegna che al male dominante e devastante si risponde con la sapienza che arriva fino alla furberia, con la magnanimità che arriva fino alla spavalderia, con il coraggio che arriva fino ad imporsi sugli altri … Se l’uomo vuol vivere e sopravvivere non può evidentemente rinunciare a tutte quelle abilità che sanno prescindere anche dalla morale: nasce così una nuova visione che non corrisponde al percorso “salvifico” fatto da Dante, ma ad un nuovo itinerario dove trovano spazio anche il cinismo, la spregiudicatezza, la furbizia …

È il mondo cinico e malizioso della carne, rimasto nelle basse sfere della sensualità e della caricatura spesso buffonesca …; un mondo plebeo … entro del quale si move elegantemente il mondo borghese dello spirito e della coltura con reminiscenze cavalleresche” (De Sanctis in Petronio, p. 48)

La discussione accesa a cui stiamo assistendo oggi circa la pandemia mette in risalto i problemi di natura tecnica in riferimento alle questioni sanitarie, anche perché il male è studiato e affrontato secondo schemi legati ai problemi di natura sanitaria. Altri, volendo contrapporsi a questo modo di affrontare il male, propongono un approccio che faccia leva sulle questioni giuridiche perché non sia pregiudicata la libertà individuale e il rispetto delle norme costituzionali che riguardano i diritti e i doveri. Di fatto non si ha la giusta attenzione a quella formazione dell’individuo e insieme della società per imparare a guardare al male che accompagna il vivere umano e che chiede il ricorso a tutte le energie umane e non solo quelle che si richiedono da un problema pur sempre contingente.

BIBLIOGRAFIA

1. Giovanni Boccaccio, OPERE- Mursia, 1966

2. Franco Cardini, LE CENTO NOVELLE CONTRO LA MORTE: Leggendo Boccaccio: epidemia, catarsi, amore-Salerno, 2020

3. Klaus Bergdolt – LA PESTE NERA E LA FINE DEL MEDIOEVO –Piemme, 1997

4. Giuseppe Petronio – I MIEI DECAMERON –Editori Riuniti, 1989

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