AL SEPOLCRO DI GESÙ.

E FU SEPOLTO

Ancora oggi nella formula di fede, con cui pubblicamente i cristiani esprimono la loro adesione al Signore Gesù, essi dicono di credere a tutto ciò che Gesù ha vissuto nel suo percorso terreno, compresa la conclusione della sua sepoltura, mediante la quale “si mette una pietra sopra”, per dire così che tutto è finito. Ma quel fatto, pur così importante, se ancora viene segnalato nella professione di fede, non è affatto l’ultima parola con cui viene chiusa l’esistenza terrena di Gesù. La sepoltura risulta sola-mente un passaggio che introduce ad un mondo diverso: se Gesù è vis-suto dentro uno spazio preciso, come quello della Palestina, e dentro un periodo storico, come quello dell’Impero di Augusto e di Tiberio, con la morte noi dovremmo considerare chiusa definitivamente la sua esistenza, e così lo spazio è solo quello di una tomba che lo racchiude e il tempo, che continua a procedere, per lui si è fermato. Eppure questa sepoltura non è affatto la parola definitiva per Gesù: la nostra fede ci dice che lui ha superato le barriere della morte, per entrare in un’altra condizione di vita. Fa in modo di essere visto, e alcuni possono raccontare di averlo incontrato, perché lui si è mosso a cercarli. Ma egli vive in una dimensione nuova, se non altro perché lo vedono contemporaneamente in luoghi diversi, perché la sua presenza fisica non risulta spiegabile secondo criteri scientifici, anche se c’è gente che dice di averlo visto vivo, quando in precedenza avevano dovuto costatare che era morto e che era stato sepolto, per quanto la sua tumulazione risulterà essere stata provvisoria. Non lo è stata, perché chi ha fatto questa operazione aveva già in mente l’ipotesi della risurrezione, come un dato sicuro ed incontestabile sulla base di ciò che Gesù aveva anticipato. La ragione della fretta di depositarlo nella tomba derivava dal fatto che non avevano lassi di tempo per una operazione del genere, essendo imminente la festa di Pasqua e il comando rituale del riposo più rigoroso. Comunque nella tomba viene collocato ed era destinato a rimanere, così come erano assolutamente certe le donne di ritrovarlo disteso e pronto per le azioni necessarie a ripulirlo e a comporlo secondo le usanze, ma più ancora secondo le esigenze dell’affetto che le legava a quell’uomo. E se esse conservavano il desiderio di intervenire per lui, questa loro attesa spingeva ad affrettarsi, perché di buon mattino fossero sul posto a continuare la loro opera di devozione.

Non ci andavano in fretta, come se si aspettassero qualcosa di inedito e di assolutamente improbabile; non c’era in loro convincimento alcuno nella direzione di un evento tanto inaspettato, quanto impossibile. Non sembravano credere a quello che poi nei vangeli scritti risultava una ben definita conclusione di quegli eventi, visto che il Maestro ne aveva parlato con estrema chiarezza. Ma per i discepoli e, con loro, per le donne, i discorsi che volevano anticipare la passione e presentarla non come fatale eventualità, ma come un disegno ben noto ed accettato, non venivano affatto creduti e non ci aspettava che andasse a finire così e che in maniera inattesa ci si doveva adattare all’idea che il Maestro dovesse finire male e soprattutto dovesse lui pure subire la sorte di tutti. Grande era stata la fede in lui, ma ora, in presenza di una morte certa, bisognava accettare l’irreparabile: se lui aveva riportato in vita altri, lui, ormai morto, non avrebbe potuto risvegliare se stesso. Accettando, seppure con tanta amarezza e forse anche disillusione, la realtà della morte, era poi inevitabile che ne seguisse la sepoltura. Anche a rimandare la parola definitiva su tali incombenze, non si poteva evitare che l’atto del depositare il corpo in una caverna chiusa, dovesse costituire l’ultima parola con cui avere riguardi per un uomo davvero finito. L’evento successivo, che indubbiamente fatica ad essere creduto, poi sbalordisce, risultando affatto inatteso. E quando l’evento appare nei suoi contorni più chiari e inequivocabili, perché sempre più gente ne viene coinvolta, la scena della sepoltura viene dimenticata e il sepolcro non è più luogo per contenere un cadavere, ma sito per rivelare un risorto: come la croce, da sempre patibolo di una morte atroce, è oggi richiamo di gloria, la tomba, ricetto di un corpo destinato ad andare in fumo, è destinata a diventare segno di una vita nuova e diversa, tutta da capire, da scoprire, da credere. Ma qui non si crede solo all’evento che in effetti si fatica a spiegare nella logica umana, costruita su coordinate ben definite; qui si è chiamati a credere anche tutto quello che ha una sua naturale spiegazione nei canoni della storia elaborata nel pensiero umano. Per quest’uomo ogni momento della sua esistenza terrena è un “mistero”, cioè un evento di cui è possibile dire molto, ma non se ne può dare una lettura piena, perché c’è sempre da cercare e da scoprire. Proprio per questo ogni mistero va sottoposto ad una visione di fede. E in questa medesima visione deve essere inquadrato l’evento della sepoltura, passato e ancora inteso come qualcosa di così provvisorio, che è naturale trascurarlo, quasi evitarlo.

Che cosa significa credere che Gesù sia stato sepolto? È così necessario fare una simile affermazione? Da una parte dobbiamo rilevare che ogni evento della vicenda terrena di Gesù è da considerarsi un mistero, e cioè una vicenda da inquadrare nel grande disegno di Dio e come tale da non lasciare al caso, ad una piega degli avvenimenti, che a noi può sembrare fortuita. Inoltre a valutare bene ciò che viene scritto nel vangeli e la modalità con cui viene descritto il fatto, si deve riconoscere che siamo in presenza di un episodio sempre significativo e quindi carico di senso e di valore, da scoprire a da chiarire. Qualcuno può pensare che la segnalazione della sepoltura di Gesù è finalizzata a dare valore al racconto della sua risurrezione: Gesù è indubbiamente uscito dalla tomba, perché lì vi era stato depositato; ed essendo stato calato in quel luogo, la sua morte doveva essere considerata certa; soprattutto doveva essere confermata dal colpo di lancia inferto al cuore, per quanto l’uomo fosse già morto. Ma la fede nella sepoltura di Gesù non viene richiesta, e nel contempo data, per far capire che certamente lì Gesù è stato messo e che, se, ora e in seguito, non c’è più stato, ciò significa che è certamente risorto. Il fatto che la sepoltura sia definita un mistero, come lo sono anche altri eventi della vicenda terrena di Gesù, ci deve rendere edotti che non può bastare una simile affermazione per avere la conferma di un fatto che ha coinvolto più persone: quell’episodio va letto anche in una prospettiva che non lo riduca ad un semplice evento di cronaca. Esso va letto in una maniera più profonda, come si dovrebbe cogliere nei testi che lo raccontano e nelle descrizioni iconografiche che sono state elaborate, non solo per completare una narrazione, ma soprattutto per offrirne un senso che dobbiamo pensare sia più grande, più alto, più forte … Il racconto della sepoltura è dunque non solo una cronaca del fatto, ma diventa un evento in cui credere, perché anche lì si rivela il mistero di Dio e il mistero dell’uomo. In che senso noi dovremmo pensare che questo episodio va riconosciuto come mistero rivelatore di Dio? Noi dovremmo sostenere piuttosto che qui si riconosce l’estrema fragilità umana, per il solo fatto che un corpo rac-chiuso e sigillato è destinato a consumarsi e a decomporsi e che invece la risurrezione sia un evento da lasciare alla sola fede senza riscontri nella realtà. Tuttavia la conservazione del cadavere dentro una caverna e con una pietra pesante sull’imboccatura, per rendere impossibile la sua rimo-zione, lascia supporre che ci si aspetti altro, che si coltivi una speranza, una visione che vada oltre, sempre oltre.

In effetti questa sepoltura potrebbe sembrare secondo gli schemi previsti, ma in realtà essa appariva come un caso inedito. La stessa relazione che abbiamo dai vangeli presenta indizi di anomalie che fanno diventare l’evento come qualcosa di speciale, di diverso rispetto a ciò che ci si poteva aspettare in simili circostanze. Gesù era stato condannato a morte secondo un rituale che lo assimilava al peggior furfante o comunque uno da segnalare per aver ingannato sia il potere religioso, da cui era partita l’iniziativa di perseguirlo, sia il potere civile, che aveva l’obbligo di intervenire in presenza di un reato quanto mai pericoloso. Finendo sulla croce, sarebbe dovuto rimanere esposto fino alla consumazione del suo cadavere anche mediante l’intervento di animali e di agenti atmosferici. Quindi, non c’era posto per la sepoltura! Per essa si fa avanti un personaggio finora sconosciuto, ma destinato a divenir famoso per questa incombenza a cui si sottopone come per una precisa assunzione di responsabilità. Nel riferire la cosa gli evangelisti, d’accordo sull’essenziale, ma discordanti sui dettagli, descrivono la scena, come se essa fosse destinata a divenire, come altri episodi, un “vangelo”, e cioè una notizia particolare, che avrebbe dovuto dare risalto a quell’uomo morto, e rivelare in esso l’agire di Dio. In effetti se si dà una particolare attenzione a questo cadavere, bisogna supporre che qui ci sia in gioco qualcosa di diverso dal solito e naturalmente un evento che dobbiamo qualificare fra le buone notizie: è vangelo il fatto che Gesù vive la nostra morte fino a essere deposto nella sepoltura e che Dio, considerato “abitatore del cielo”, entri e si “sprofondi” nella nostra terra …

GIUSEPPE D’ARIMATEA

Il protagonista della scena della sepoltura non è affatto Gesù, anche se si tratta di trovare un posto per il suo cadavere: non era possibile per i condannati a morte avere una sepoltura privata, come succede a Gesù: per lui si fa un’eccezione, perché Pilato concede la rimozione del cadavere e perfino la sua sepoltura. Lo fa perché la richiesta è avanzata da colui che qui si rivela come il vero protagonista dell’episodio: se ne parla qui e solo qui. Esce ora allo scoperto; ma già prima appariva interessato a Gesù. Torna poi nell’anonimato, visto che scompare totalmente dalla scena. Ma il nome viene ricordato, e per chiunque abbia un minimo di familiarità con i vangeli, questo nome è ben noto ed associato, sempre e solo, a questa scena. Così il suo gesto è famoso; e per quel gesto si fa il suo nome, divenuto testimone della sepoltura, ma non della risurrezione.

Sappiamo ben poco di lui, se non quello che dicono i quattro vangeli canonici; abbiamo pure l’aggiunta di altri dettagli nei vangeli apocrifi. Ogni vangelo dà comunque importanza a qualche aspetto di quest’uomo, che in tal modo assume una sua precisa personalità.

NEL VANGELO DI MATTEO

Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. (Matteo 27, 57-61)

Matteo segnala che si tratta di un uomo ricco, dove la ricchezza non è solo data dal possesso di tanto denaro o di proprietà, fra cui il terreno in cui si trova un sepolcro, il suo, completamente nuovo, e non ancora occupato. La segnalazione della ricchezza serve soprattutto a definirlo un uomo influente, uno a cui non si può negare nulla: e in effetti Pilato interviene mediante un ordine perentorio, con il quale il cadavere di Gesù viene passato senza alcun ostacolo nelle mani di quest’uomo. Non si precisa quale sia il suo ruolo nella società e quali possono essere i meriti acquisiti per poter contare nel giro dei potenti. All’evangelista interessa rilevare che era pure discepolo di Gesù; e questo potrebbe spiegare il suo intervento in una simile circostanza. Così l’iniziativa di avanzare la richiesta del cadavere di Gesù, quando tutti gli altri sono scomparsi dalla scena, dimostra quanto sia profondo il suo attaccamento al Maestro: in un mo-mento critico, in un contesto per nulla favorevole alla sua professione di fede, non ha esitazione a presentarsi. E riempie lui la scena perché di fatto le azioni, mediante le quali dà sepoltura a Gesù, sono svolte da lui, senza che vi sia la segnalazione di aiutanti o di collaboratori: lui, dunque, prende il corpo, lo mette dentro un lenzuolo, che ha la premura di portare pulito, e lo deposita nel sepolcro che, se viene definito suo, si deve ritenere che fosse stato scavato e costruito per la sua persona e proprio per questo appariva non ancora usato. Una pietra rotonda viene messa sull’imboccatura, come se si trattasse di un’azione con la quale tutto viene concluso. Non per nulla Giuseppe poi se ne va, e di fatto scompare per sempre, visto che neppure in occasione della notizia della risurrezione, egli si fa avanti per rientrare in possesso di ciò che è suo e che tale non sarà più.

NEL VANGELO DI MARCO

Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto. (Marco 15,42-47)

Nella versione di Marco la notizia sembra identica, ma ci sono dettagli aggiuntivi. Non è definito ricco, ma è considerato un autorevole personaggio del sinedrio, e dunque una figura di prestigio nel mondo ebraico. Non per questo è vicino al governatore romano, se l’evangelista deve dire che si è preso coraggio, che ha avuto l’ardire di farsi avanti con la richiesta del cadavere. Pilato non lo concede, se non dopo gli opportuni accertamenti espletati dal centurione, tenuto conto che non si aspettava affatto la morte in così poche ore. Le operazioni di staccare il corpo morto dalla croce, di avvolgerlo in un lenzuolo che sembra comprato nella medesima circostanza della sua comparsa davanti a Pilato, di portarlo ad un sepolcro, che non si dice affatto fosse suo e fosse nuovo, e l’azione di depositarlo lì, risultano fatte dal solo Giuseppe, mentre la chiusura dell’imboccatura della tomba con il masso rotolato è fatta fare ad altri, come a dire che uno da solo non lo potrebbe fare. Va pure ricordato che il suo rapporto con Gesù derivava dal fatto che, senza necessariamente riconoscerlo come figlio di Dio, egli era rimasto colpito dall’annuncio del Regno fatto da Gesù. Qui si dice che lui pure aspettava la venuta di questo Regno, e, probabilmente, il suo intervento per seppellire Gesù, va inquadrato in questa sua attesa, che si doveva ancora coltivare, nonostante fosse morto colui che aveva messo al centro della sua predicazione un Regno ormai imminente. Così la sepoltura assume un rilievo non da poco e questo fatto richiedeva una figura di riferimento nella quale riconoscere presente questa aspettativa.

NEL VANGELO DI LUCA

Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto. (Luca 23,50-56)

Luca segnala lo stesso dettaglio di Marco; ma prima di questo aspetto, più che marcare la sua autorevolezza nel sinedrio ebraico, lo definisce “uomo buono e giusto”. Dovremmo ritenerle qualità di ordine morale, come si tende spesso a pensare; ed invece nel vocabolario evangelico, soprattutto in Luca (dove lo stesso Gesù, al momento della morte, dal centurione viene definito “uomo giusto”), questi aggettivi definiscono la sostanza e non solo le qualità; e dovremmo ritenere che quest’uomo ha ormai assunto la bontà e la giustizia di Dio, staccandosi, come qui si dice con chiarezza, dal resto del sinedrio che aveva voluto la morte di Gesù. Così egli non ha bisogno di avere coraggio per stare al cospetto di Pilato e per fare la sua richiesta. Le operazioni svolte da Giuseppe non devono ridursi alla sola pietà umana, perché fatte da un uomo “buono e giusto”; esse rappresentano, da parte sua, la concreta adesione al Regno che lui aspetta in questo modo.

NEL VANGELO DI GIOVANNI

Giovanni 19, 38-42

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato an-cora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Giovanni nella sostanza si adegua alla notizia data dai sinottici; e tuttavia qui Giuseppe non è più dalla parte del mondo ebraico in una posizione di prestigio, come non è l’uomo buono e giusto ormai da ritenersi con le medesime definizioni con cui è indicato Gesù. Egli è definito “discepolo di Gesù” seppur di nascosto, quasi a dire che tale diventerà con la fede dichiarata nella sua risurrezione. Anche per Giovanni è lui a chiedere il corpo a Pilato, ed è lui a prenderlo dalla croce. Ma nell’operazione di sep-pellirlo è affiancato da Nicodemo, già altre volte segnalato da Giovanni nel suo vangelo. La sua presenza è importante per il ricorso agli unguenti, usati dai due, anche se la sepoltura deve essere stata fatta di fretta, per le poche ore che rimanevano prima del riposo sabbatico.

FUORI DEI VANGELI

Nonostante la concordanza dei quattro evangelisti circa la figura di Giuseppe d’Arimatea, la cui città di origine è problematica, perché si fatica a individuarla nella geografia di allora, vengono avanzate delle riserve sulla sua autenticità storica, anche perché né prima né poi questa figura viene citata. Ed anche nei testi successivi non si ha la presenza di quest’uomo e del suo ruolo in un momento particolarmente delicato. Nella prima predica di Paolo, esposta negli Atti degli Apostoli, quando il neoconvertito parla della condanna a morte di Gesù, che secondo lui è da inquadrare nelle profezie e non è perciò una situazione capitata per una serie di accidenti perversi, segnalando la sua morte, adempiuta secondo “quanto era stato scritto di lui”, dice che i capi fecero deporre Gesù e lo misero nel sepolcro. La figura di Giuseppe non esiste affatto! Se davvero ha rivestito un ruolo così importante come pare dai vangeli, Paolo a-vrebbe dovuto parlarne.

Atti 13,26-31

Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza. Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato; pur non avendo trovato alcun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che egli fosse ucciso. Dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo.

Così la figura di Giuseppe, nonostante le qualifiche che troviamo nei Vangeli, appare in un alone che lo fa stare sospeso fra storia e leggenda. Da una parte egli serve nei vangeli per offrire al condannato Gesù un sepolcro tutto suo – e si sottolinea che è nuovo ed è proprietà dello stesso Giuseppe –, quando per quella situazione egli non poteva affatto trovare una tomba sua e sarebbe dovuto finire in una specie di fossa comune. Col senno di poi e quindi con la notizia della sua risurrezione, era necessario avere un luogo in cui verificare che quel cadavere non c’era più, e che in compenso era necessario conservare – come è fino ad oggi – un luogo da segnalare come il suo sepolcro. Per queste ragioni era necessario ricorrere ad una figura che avesse il compito di seguire l’operazione della sepoltura. In effetti costui appare qui, e di qui scompare, una volta compiuta la sua missione. Ma l’alone di leggenda prende il personaggio, soprattutto nel periodo medievale, quando ogni località europea cerca agganci con personaggi presenti nei vangeli. Nasce così nella terra europea più periferica, ma non per questo meno cristiana, come è l’Inghilterra, ormai normanna, la leggenda del Santo Graal, il calice di Cristo dell’Ultima Cena, portato qui proprio da Giuseppe d’Arimatea, divenuto il primo vescovo nell’isola.

Ecco perché le immagini costruite per lui lo rappresentano con il calice che sembra sepolto sotto un cumulo di pietre, sopra le quali spunta una pianta che diventa verdeggiante e che potrebbe rappresentare il Regno di Dio, che Giuseppe aspettava, secondo ciò che è scritto nei vangeli.

NICODEMO E LE DONNE

Nei racconti evangelici, soprattutto nei sinottici, accanto a Giuseppe d’Arimatea si fa riferimento anche alle donne: si mette in risalto che stavano davanti alla tomba, ormai chiusa, con l’intento di “osservare”: sembra quasi che vogliano capire il senso di ciò che era successo, soprattutto in questa particolare operazione che aveva avuto come protagonista Giuseppe. Il suo lavoro di sepoltura, andava portato a compimento con il gesto tipicamente femminile dell’unzione, che serve a conservare più a lungo il cadavere, ma vuole anche onorare quel corpo già sufficientemente martoriato. Non hanno a disposizione il materiale da usare, diversamente da Nicodemo che viene segnalato da Giovanni con il quantitativo di mistura che ha portato con sé. Le donne si ripromettono di tornare quando, superato il sabato, potranno finalmente prestare la loro opera pietosa. Matteo le descrive sedute di fronte alla tomba; Marco le segnala mentre osservano dove Gesù veniva messo; Luca pur dicendo le stesse cose, fa notare che osservavano “come” era stato posto Gesù. Marco usa il verbo “” (= Theoreo), con cui si dice che anche in quell’atto si deve riconoscere Dio, si deve vedere lo scorrere della vita di Dio, anche quando essa sembra fermata dalla morte. In realtà in quel sepolcro dove c’è in effetti un corpo morto, quel seme “germoglia” e, come dice il “Credo”, c’è la discesa agli inferi.

Così anche la sepoltura è un “mistero” di fede, in quanto è un fatto con il quale continua l’agire di Dio, che nulla può fermare, se davvero l’amore è più forte della morte. Luca usa il verbo “” (=Theaomai), con cui le donne appaiono come a bocca aperta davanti a questa scena: esse si rispecchiano e colgono che Gesù vive il nostro medesimo percorso di morte e di sepoltura. Ora va letto con gli occhi di Dio, il quale mettendo se stesso come la Vita ricarica la nostra e contribuisce a dare speranza. Non conta dove viene messo, ma, secondo il vangelo, “come” viene deposto: egli è il seme, che pur morto, dà vita nuova e piena. Volendo rispecchiarci anche noi, abbiamo bisogno di immagini.1.

LA DEPOSIZIONE (1602-1604) di CARAVAGGIO (1571-1610)

Pinacoteca Vaticana – Roma

Qui non compare Giuseppe di Arimatea, ma Nicodemo che si presenta curvato in perfetto parallelismo con il corpo orizzontale del Cristo. Costui, nonostante sia morto, è la vera fonte di luce di un quadro che è, secondo lo stile caravaggesco, avvolto nell’ombra. È una scena fortemente drammatica e nel contempo perfettamente “misurata”, con una disposizione in linee geometriche dei personaggi e dei loro gesti che vogliono offrire a chi guarda lo “spettacolo” della pietà, ciò che fa piegare sul corpo morto di Cristo.

Al centro di questa “pietà” sta colei che è per antonomasia la Pietà e cioè Maria, la madre, per quanto sia come sommersa dagli altri personaggi: i due uomini (Giovanni e Nicodemo) sono ulteriormente piegati, mentre accanto a lei, stanno due donne, la Maddalena, descritta con una mano che sembra sciogliere i capelli, e Maria di Cleofe con le braccia alzate in un gesto di disperazione. Il corpo di Cristo sta per essere depositato sulla pietra tombale, quella che viene mostrata anche oggi nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dove Gesù venne unto per essere poi messo nella tomba. Questa pietra sta proprio in primo piano, corrispondente allo sguardo del visitatore, che vede una lastra messa di sbieco per farla apparire come la “pietra angolare”, identificata con Cristo stesso. Al suo corpo morto corrisponde in parallelo il corpo di Nicodemo rivestito di marrone con il gomito nella stessa posizione che ha la pietra sottostante. Lo sguardo di quest’ultimo, posto al centro della scena sembra richiamare l’attenzione dello spettatore, perché rifletta su ciò che sta succedendo. La sepoltura di colui che è la fonte di luce, getta sul mondo un manto di oscurità, che tutto ricopre. Ma sotto la lastra fredda c’è una pianta a richiamare il seme di vita. Se ora tutti si piegano su di lui, poi tutti si rialzeranno con lui, proprio perché questa particolare deposizione è la collocazione sulla pietra angolare, destinata a diventare il nuovo edificio. È interessante che il vero protagonista qui non sia Giuseppe d’Arimatea, ma Nicodemo; il nome che costui porta dice che il popolo è destinato a divenire vittorioso, nella misura in cui, piegandosi su colui che è morto, potrà rialzarsi sempre con colui che è la Vita e che dà la Vita, perché la vita umana possa sempre risorgere. Così la sepoltura è un richiamo molto forte alla “vittoria” di colui che qui sembra sconfitto e che è invece la fonte della luce e quindi la speranza continua, continuando la sua passione in coloro che la condividono. Con Nicodemo al centro, il messaggio della sepoltura è carico di speranza, anche se qui la scena teatrale della donna che alza le braccia farebbe pensare ad altro: forse, più che disperazione, qui si vede l’implorazione a Dio che sa risollevare chi noi andiamo a depositare..

IL CRISTO MORTO (1475-1478) di ANDREA MANTEGNA (1431-1506)

Pinacoteca di Brera – Milano

E’ una scena impressionante per lo scorcio ardito con cui viene mostrato il corpo morto di Cristo e già depositato sulla lastra tombale, sulla quale, prima di essere collocato nel sepolcro viene unto. Accanto al cuscino su cui sta adagiata la testa reclinata c’è il vasetto del profumo. Il corpo nudo è velato sull’inguine e quindi messo nelle condizioni perché si possa fare l’operazione dell’unzione rimandata a dopo il sabato. Sul lato destro del Cristo si vedono due volti, quello di Maria, che si asciuga gli occhi per le molte lacrime versate, e quello di Giovanni che a mani giunte continua a piangere. Dietro il volto di Maria si intravede quello della Maddalena con la bocca aperta in un atto di disperazione.

Soprattutto nel cadavere irrigidito si ha l’impressione di essere in presenza di una scultura, per la quale il telo davanti ha tutto l’aspetto di un “panneggio bagnato”: così si rivela ancora di più il freddo della morte che ha preso questo corpo; impresse ci sono le ferite delle piaghe, che però non emettono sangue. Ciò che il quadro deve suggerire, anche per questo scorcio così impressionante, è un senso di desolazione che può solo suscitare pietà e pianto, sconforto e amarezza inconsolabile.

LE GUARDIE

NEL VANGELO DI MATTEO

Attorno al sepolcro vengono segnalate anche le guardie, quelle che il potere religioso, intervenendo con forza sul potere politico, mette per assicurarsi che non possa succedere quanto si ventilava con le parole messe in giro da Gesù stesso. L’unico evangelista a segnalare la presenza del picchetto di guardia è Matteo. Costui, poi, in occasione della notizia della risurrezione, è costretto a parlare ancora dei soldati, che non considera testimoni di quell’evento – che non sarebbe affatto possibile né vedere né raccontare e che, per la loro stessa ammissione di aver dormito, non avevano potuto osservare e poi descrivere -. Essi non hanno visto nulla, neppure i discepoli venuti a trafugare il cadavere: come presidio armato non sono stati affatto efficienti. Qui sono solo testimoni che in quella tomba c’è il cadavere di Gesù, che essi devono custodire.

Matteo 27,62-66

Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei,  dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: «Dopo tre giorni risorgerò». Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: «È risorto dai morti». Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Secondo ciò che scrive Matteo è la tomba che va vigilata, perché nessuno possa entrarvi, ben sapendo che di lì nessuno in realtà può uscire. La custodia, dunque, riguarda ciò che succede fuori e non ciò che potrebbe capitare dentro. Di per sé i capi hanno paura per le parole dette da Gesù circa la sua risurrezione, anche se essi ritengono che una simile notizia falsa dipenda solo da ciò che possono dire e fare i discepoli, trafugando il cadavere. Così sono essi stessi a certificare la chiusura della tomba mediante sigilli; le guardie invece diventano un ulteriore mezzo per garantirsi contro le imposture che – a dire dei capi – erano macchinate da Gesù e dai suoi. Ma queste guardie di fatto servono a ben poco: non tengono alla larga i discepoli, che pur non vengono al sepolcro, e non vedono nulla di quanto succede, neppure la risurrezione di Gesùe neanche lo potrebbero, dato che l’evento non è catalogabile come dato storico, se non perché Gesù si fa vedere ai suoi – e ciò che capita nelle ore successive con l’andirivieni delle donne e dei discepoli. Eppure Matteo, nella sua unica testimonianza circa queste guardie, scrive che esse riferiscono “tutto quanto era accaduto”. Ciò che possono raccontare è solo che la tomba è aperta e vuota e che alla tomba sono venute alcune donne e successivamente si erano presentati alcuni discepoli, ma quando già essa era aperta.

Matteo 28,11-15

Mentre le donne erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: «I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo». E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazio-ne». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino ad oggi.

Sulla base di ciò che scrive Matteo, queste guardie avrebbero dovuto impedire che i discepoli mandassero in giro notizie false, mentre in realtà sono poi loro a fare questa cosa, divulgando ciò che essi non avevano visto, se effettivamente stavano dormendo.

NELL’ICONOGRAFIA

Le immagini che ci vengono date delle guardie nelle rappresentazioni della risurrezione mostrano degli armati accovacciati a dormire e quindi con ben poca consapevolezza del ruolo che erano chiamati a rivestire. Operando così, essi non hanno custodito “un bel niente”. La liturgia ambrosiana ci offre nei giorni pasquali un’antifona, derivandola da testi della liturgia bizantina, in cui viene stigmatizzata la sprovvedutezza dei militari posti a custodia del sepolcro di Gesù.

O sprovveduti militi!

Custodivate un sepolcro e avete perso il Re;

vigilavate una lastra tombale

e vi è sfuggita la pietra di giustizia.

O ci ridate il corpo o celebrate il Risorto,

e uniti a noi cantate: Alleluia! Alleluia!

Con non minore ironia sono rappresentati dagli artisti …

GIOTTO (1267-1337)

Noli me tangere – Cappella degli Scrovegni – Padova

Sullo sfondo del marmo rosa della tomba aperta, su cui si è posato l’angelo (e qui si vede l’orlo della veste bianca) si stagliano le figure delle guardie, che dormono pesantemente, due addossati al sepolcro e due distesi sul terreno. Con gli occhi chiusi e con l’elmo calato sugli occhi, essi non vedono nulla, ma neppure sentono il dialogo che si sta svolgendo fra il Risorto e Maria di Magdala inginocchiata e tesa con le braccia avanzate ad abbracciare il Maestro. Sembra che il pittore si sia sbizzarrito con le decorazioni sugli abiti dei militari, decorazioni del tutto inutili a qualificare questi personaggi, che del resto non hanno neppure le armi in dotazione, come se fossero del resto fuori luogo in quel luogo e in quella circostanza..

PIERO DELLA FRANCESCA (1412-1492)

La Risurrezione di Borgo San Sepolcro

Anche in questa famosa raffigurazione della risurrezione di Cristo, celebrativa in realtà della rinascita di Borgo San Sepolcro (AR) liberatosi dal giogo fiorentino, le guardie accovacciate sotto la tomba indossano armature dell’epoca del capoluogo toscano per farle riconoscere in questo modo. Sulla loro posizione che le fa sembrare cadute o comunque appesantite dal sonno, si erge la figura imponente di Cristo, che ben rappresenta l’uomo emergente dal sepolcro e quindi rinato a vita nuova, come succede alla vegetazione circostante. Così la forza non è data dal possedere armi, dall’ostentare muscoli, dal mettere in evidenza una vigoria che non può esserci senza la padronanza di sé. La rinascita è da cercare nella direzione di uno Spirito che si rivela nel dominio di sé.

CONCLUSIONE

È piuttosto raro che ci si soffermi sul momento vissuto da Gesù nel sepolcro: si tratta di un periodo molto breve e del resto racchiuso fra due eventi che attirano maggiormente. Per il fatto che Gesù sia rimasto poco e ovviamente ci sia rimasto “morto”, e racchiuso in uno spazio molto ristretto, non si è ritenuto opportuno dire niente, o quasi. Eppure la fede, proclamata pubblicamente, esige che si faccia menzione anche di questo episodio, a cui si aggiunge che “ … discese agli inferi”. Di questo non possiamo dire nulla, se non immaginare quello che poi certa iconografia orientale ci svela con Gesù che abbatte le porte degli Inferi, per liberare le anime prigioniere dell’Ade, a partire da Adamo ed Eva. Sono pochi gli eventi e ben pochi i personaggi che si muovono attorno al sepolcro nel breve lasso di tempo che sta fra la morte e la sepoltura: continua l’affetto dei suoi, anche se molti rimangono rintanati, e continua la preoccupazione degli avversari che sembrano aver paura ancora, pur sapendo che è morto. Ma una volta calato il sole e iniziato il sabato, tutto tace: per quelle ore fino alla costatazione del sepolcro aperto, nessun si vede, nessun si muove, se non il picchetto di guardiani: e questo devono solo custodire un morto. Questi particolari ci vengono detti del fatto della sepoltura. Esso è da ricordare e celebrare come un “mistero”: si tratta, dunque, di un fatto storico, la cui narrazione in parole umane non riesce ad esaurire tutto il profondo significato che esso ha nell’ambito della Pasqua cristiana e nel vivere di coloro che dicono di credere e quindi di costruire il loro vivere sulla figura di Cristo. Anche in questo fatto sta il “vangelo” e quindi quella buona e bella notizia, che invece vorremmo pensare tremenda, drammatica e da dimenticare. La tomba, qualunque tomba, è di fatto il luogo su cui si concentrano le attenzioni nel momento in cui viene deposto il cadavere, se non altro per l’affetto che ci lega; ma ben presto esso rimane, se non dimenticato ed incustodito, come la memoria di chi non torna più e quindi un segno, freddo, spento, oscuro, ricercato per far pensare al passato, ma non certo per poter guardare con speranza al futuro. Al sepolcro di Cristo invece si è portati a pensare che, pur in presenza di una vita stroncata nel peggiore dei modi, c’è ancora da attendere, c’è ancora da coltivare la speranza che spinge sempre la visuale oltre i limiti dell’orizzonte terreno.

Ovviamente è l’annuncio di risurrezione che apre a questa prospettiva, anche se, a ben considerare ciò che è scritto nei vangeli, non sono i discepoli a vedere il Risorto, perché lo vanno a cercare; è piuttosto il Maestro che si fa vedere a loro perché è lui a cercarli. Essi continuano a cercare un sepolcro, che scoprono vuoto; essi cercano segnali che appartengono a questa nostra realtà umana, ma devono andare oltre per trovare uno che porta ancora i segni della passione, senza che però essi facciano soffrire; anzi, inducono a mettersi dentro un mondo ancora segnato dal male, ma toccato dallo Spirito di colui che non si è lasciato imbrigliare dal male e, per quanto sia morto, continua a riaccendere la vita, la sua e quella dei suoi, che hanno sempre bisogno di rimettersi in gioco.

PREGHIERA

Sei scomparso, Signore, ma non per sempre:

lo avevi detto che sarebbe stato per poco tempo, e così è avvenuto.

Ora sei ancora in giro, sempre vivo, sempre più appassionato,

e vuoi tu raggiungerci,

diversamente da noi che vorremmo star fuori dai tanti fastidi.

Chi ti ha cercato, ancora morto e messo da parte,

ha avuto la sorpresa di vederti vivo e ancora impegnato con noi;

chi ti ha desiderato per continuare negli affetti di un tempo,

ha scoperto che l’amore vero impegna di più;

chi ti ha accompagnato alla tomba, sconsolato,

si è ritrovato con la consolazione di sapere che tu ci sei ancora,

come hai promesso e come hai dimostrato di essere con noi.

A venire qui, ti scopriamo sempre appassionato,

e ci prende la tua passione,

a stare da te, la passione della vita continua, ed è un vero bene.

Nella tomba abbiamo messo un corpo morto,

ma ora da quella tomba esce uno spirito vivo,

e così ci insegni che anche alle tombe dei nostri cari,

noi attingiamo il loro spirito che vive nel tuo,

e così possiamo proseguire la loro passione,

possiamo sentire che in noi continua il loro vivere.

Coltivando la fede nel fatto che tu sei stato sepolto,

sentiamo, davanti alle tante tombe di persone, che ci sono care,

come pure loro, anche a consumarsi, non spariscono del tutto,

e continuano a lasciarci lo spirito che non muore mai.

MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI

A CENA: Prendete e mangiate,

questo è il mio corpo offerto Per voi1

INTRODUZIONE

La “Via Crucis” è una devozione molto popolare, che si è affermata da noi sull’esempio di quanti, andando in Terra Santa, camminano per le vie di Gerusalemme sulle quali sono segnate le tappe del percorso fatto da Gesù, una volta uscito dal palazzo del Pretorio, per salire la collinetta del Calvario. Quando questo cammino non è più possibile là, si diffonde da noi la stessa cosa, con la creazione, soprattutto in alcune zone montuose, dei percorsi che altri pellegrini possono fare, meditando sulla Passione di Gesù. E poiché l’itinerario è faticoso, si creano delle fermate, chiamate stazioni, durante le quali si eleva il pensiero ai dolori di Cristo. Le stazioni, poi, vengono segnalate da alcune immagini capaci di suscitare la compunzione e di favorire la meditazione e la preghiera. In genere queste fermate richiamano alcuni episodi evangelici, ma non vengono mai a mancare anche altri che il vangelo ignora e che la devozione popolare evoca, come possono essere le probabili cadute, come può essere l’incontro con la Madre, come è il particolare della Veronica, legata all’immagine sul panno, che si dice proveniente come reliquia dalla Palestina. Di fatto, trattandosi del cammino che conduce Gesù verso il Calvario, le stazioni mettono in risalto questi momenti. Oggi si tende ad ampliare la meditazione su altri momenti delle ore drammatiche della Passione di Gesù, facendo sempre affidamento alle immagini, che noi possiamo ricavare non solo dalla figure dei quadri appesi alle pareti della chiesa, ma anche alle opere d’arte, e, ultimamente, anche alle espressioni di altri generi, come sono le musiche, le immagini da film, le opere di letteratura e di poesia. Se tutto concorre al bene e alla edificazione spirituale, anche queste espressioni possono servire perché il nostro cammino, sempre più virtuale e non più esercizio fisico, sia un autentico accompagnamento ai dolori del Signore, ma soprattutto al suo messaggio di vita e d’amore che deve risultare più evidente. Il Signore non vuole che noi soffriamo, ma vuole che nelle nostre immancabili sofferenze, ci dimostriamo, come lui, capaci di continuare ad amare, a servire il disegno del Padre, a rivelare da noi lo Spirito, a manifestare un vivere all’insegna del bene, del dono, della generosità, della vera passione. Ciò che contempliamo, ciò che meditiamo, ciò che riviviamo deve aiutarci a concepire la sua e la nostra passione come il modo migliore di vivere. Tutte le volte che facciamo la Via Crucis entriamo in questa sua Passione, che dobbiamo fare anche nostra, sapendo che essa è il vivere di Dio e deve diventare il vivere dell’uomo..

Qui ci lasciamo condurre da “Una vita di Cristo”, scritta dal romanziere milanese, Luigi Santucci (1918-1999), con cui egli ci offre una rilettura dei vangeli, in chiave moderna. Lo scrittore ripercorre la vita di Gesù, come se si trovasse anche lui in quelle situazioni e ci fa sentire presenti in quei momenti, anche perché il Signore è sempre con noi e vive ogni giorno il suo vangelo che trova carne nella nostra carne e diventa spirito e vita nel nostro spirito e nella nostra vita. Dovendo fare il percorso della Passione, andiamo a cercare alcune pagine che riguardano quei momenti. Non sono state scritte per un esercizio come quello della Via Crucis, ma noi ce ne possiamo avvalere per trovare nelle sue parole qualche suggestione che ci faccia desiderare sempre più l’incontro umano con colui che è Dio, essendo uomo, e che fa diventare sempre più figli di Dio, coloro che da soli resterebbero sempre poveri uomini, gravati dal male. Queste parole, molto umane, possono elevare lo spirito a farci desiderare sempre più lo Spirito del Signore. Di fatto in questo primo momento ci fermiamo dentro il Cenacolo, dove si consuma il mistero eucaristico, che è già introduzione al grande evento pasquale: Gesù ci prepara al trauma della violenza successiva, insegnandoci a leggere in quei momenti drammatici più che il tradimento di Giuda, la consegna che Gesù fa di sé; più che l’abbandono e il rinnegamento dei suoi, il desiderio che lui ha di vivere per noi; più che la cattiveria degli uomini, la bontà di Dio che sacrifica suo Figlio..

1 – GESU’ DESIDERA STARE CON I SUOI AMICI

Lo scrittore insiste sul desiderio che ha Gesù di stare a tavola con i suoi, senza nulla nascondere della passione imminente. E su questo non vuole essere contraddetto. Noi lo dobbiamo seguire su questa strada. Ma ce la faremo? Almeno fino a quando è possibile resistere … Leggi tutto “MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI”

Riflessione sul Vangelo della V domenica di quaresima.

Due sorelle, seppur a distanza, dicono la stessa cosa, esprimono il medesimo lamento che suona come un rimprovero verso colui che avevano amico: “Signore, se tu fossi stato qui …”. Ma evidentemente lui non è arrivato per tempo, anche se per tempo era stato avvertito; gli era stato detto che la situazione era tragica. Ma lui ha continuato ad aspettare, con una scusa che noi oggi finiremmo per interpretare male. Convinto che la malattia non è mortale, che, anzi, “è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, Gesù non si muove, neppure in presenza dell’appello accorato delle due donne preoccupate per le condizioni del fratello. Poi, quando ormai la situazione ha preso una brutta piega, si decide, finalmente, a muoversi pur con tutti i rischi. Lo sa che è morto; e ora ci va. A che fare? Ormai! Sì, ormai anche le sorelle, sfiduciate, non si aspettano più nulla, anche se la loro fiducia nel Maestro è immutata. E tuttavia non rinunciano a dire il loro disappunto, per questa sua assenza, per questo suo ritardo, per questo suo modo di fare che sembrava poco interessato all’amicizia. Dov’è l’amico, quando uno ha veramente bisogno? Dove sta il taumaturgo, quando noi stiamo male? Perché tarda a dire la sua e a fare qualcosa prima che sia troppo tardi? Oggi, più che mai, le parole delle sorelle di Betania possono essere anche nostre, in presenza dei morti che abbiamo cari e più ancora dei morti di questi giorni che vediamo più che mai abbandonati, proprio quando avrebbero più bisogno di sentirsi sostenuti nell’estremo passaggio, in quel tipo di passamano che li fa sentire sorretti da noi e dalla mano di Dio che li riceve. Spesso, alle esequie, trovo questa pagina, e soprattutto questo sfogo, molto pertinenti alla situazione. Oggi, ancora di più. E come in altre occasioni mi permetto di aggiungere al Signore: “Non rispondermi … non tentare di giustificarti in presenza di questa mia lamentela. Mi basta solo di aver espresso il mio disappunto, aggiungendo poi di provvedere a loro, non a me; di provvedere non a quella risurrezione provvisoria, come è stato nel caso di Lazzaro, ma a quell’incontro beatificante, che mi piacerebbe fosse come quello del buon ladrone, ladro anche nell’estremo istante, ladro, finalmente dalla parte giusta, per avere subito l’accesso al Regno che noi immaginiamo debba passare, per certe categorie di persone, da un periodo di purificazione”. Neppure Marta aveva fatto la richiesta di una risurrezione ritenuta improbabile, e che invece avvenne davanti ai suoi occhi stupefatti. Marta si era limitata a dire a Gesù di intercedere presso il Padre. Anche noi ci aggrappiamo a questa sua mediazione, perché Gesù, uomo come noi, uomo del dolore come noi, può davvero capire il nostro dolore, che è pure il suo, come dimostra, piangendo per l’amico, come dimostra, dicendo al Padre tutta la sua angoscia nella notte più nera. E quando Marta si sente dire da Gesù una dichiarazione che ha come il sapore di un’affermazione dottrinale, non risponde affatto con l’assenso ad una definizione dal sapore filosofico. Lei crede in Lui! Crede nella sua persona. Crede che dentro quella persona c’è lo Spirito stesso di Dio, colui che anche in presenza del male più terribile e più temibile, fa emergere nell’uomo e nella donna tutta la forza e la verità che sono necessarie perché il vivere sia superiore al morire, anche a dover morire. Ecco, anch’io, pur con il grande rammarico di non poter vedere più tante persone care, perse nel passato e perse in questi pochi giorni, quando una specie di bollettino di guerra mi presenta nomi e volti di tanti che sono passati nel mio vivere o nel vivere di altri che hanno sfiorato la mia esistenza, e mi sento sempre più attanagliato da un dolore impotente, da uno sconvolgimento che vorrebbe farmi disperare, voglio qui dire quello che ha detto Marta. In questa occasione la sento davvero grande, Marta, colei che altrove è accusata di essere tutta affaccendata nelle cose e di aver poca profondità nel vivere. Lei, proprio lei dice con fierezza che Gesù è il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo! E anch’ io voglio dirgli non gli elaborati della dottrina, pur utile, ma voglio affermare che è il mio Signore e il mio Dio, più volte dichiarato in questo modo; è colui al quale mi aggrappo, come il ladro in croce, per avere, nel momento della sua morte, tutta la forza della sua vita, e quindi lo Spirito, con la speranza che nella mia morte possa avere la vita eterna, anche ad avere colpe da espiare. Eppure il Signore in croce, nel momento della morte che è il momento della verità, non promette al ladro di averlo con sé dopo che avrà espiato, così come non promette la salvezza a Zaccheo dopo che avrà restituito il maltolto.

“Oggi, oggi, Signore, io ti chiedo la salvezza, quella che tu prometti sempre, accompagnandola con l’“oggi”, non per svilire le nostre colpe, che sono sempre gravi, ma per dare più peso al tuo amore che è sempre più grande”. Semmai, l’espiazione la proviamo ora, nell’angoscioso tormento di sentire sopra il collo l’aria di morte e di non sentire a sufficienza l’aria nei polmoni. Sentiamo piuttosto la vicinanza del Signore, lui che non ha paura di toccare persino il lebbroso, perché guarisca. Eppure gli poteva bastare, anche da lontano, la parola. Sentiamo la sua vicinanza, la medesima del buon Samaritano che non ha paura di sollevare il disgraziato, dopo aver pulito le sue piaghe. Sentiamo la vicinanza anche quando osa entrare nella tomba, prima quella dell’amico e poi la sua, perché fino a quel punto vale la sua incarnazione! E allora può capire – sì, capire – che cosa significa non solo il nostro vivere, ma anche quel momento dell’esistenza umana che è la morte: essa oggi ci sfiora, in coloro che cadono attorno a noi; domani – il più lontano possibile! – ci prenderà, ma sapendo che lui è entrato nel nostro morire, si è rinchiuso nel nostro essere sepolti, noi abbiamo la speranza di essere con lui nel nostro risorgere. E come tende la mano a Lazzaro, dicendogli di venir fuori e di sciogliersi dalle bende, – Lazzaro (= Dio ti aiuta) è proprio colui che nel nome ricorda di avere una mano da Dio – così la tende anche a noi, la tende ora a quanti sono partiti senza che una mano li tenesse; la tende a noi, perché non abbiamo a cadere; la tende a tutti perché ci sentiamo più vicini e più solidali nel vivere e nel morire, superando gli egoismi, le asprezze, le forme di intolleranza che abbiamo lasciato tracimare nel recente passato. Dovremmo essere contenti che Lazzaro sia uscito da quella tomba, ma già si preparano i giorni della passione, con le trame perverse, che non mancano mai, e di cui sembriamo quanto mai esperti quando ci lasciamo dominare dallo spirito del male. Eppure quella passione che Gesù affronta, quella che anche noi stiamo affrontando con lui e come lui, anche ad essere amara ed angosciosa, pesante da sopportare, è passione d’amore. Se la viviamo così, possiamo ritrovarci davvero migliori, anche ad avere di meno, anche a fare di meno, anche a dire di meno. Siamo il meglio, perché ci ritroviamo con lo Spirito del Signore, quello che lui ci sta offrendo con tutto quell’eroismo di grande umanità che ritroviamo in quanti lottano per noi, con noi e – auguriamocelo – come noi!

LEGENDA .

Lo spunto dalla “Legenda” di S. Francesco (5 ottobre 2018)

La figura di S. Francesco, che si celebra come patrono d’Italia, ci viene offerta da una lunga serie di biografie, in ognuna delle quali la fisionomia del santo viene dispiegata sulla base della sensibilità e delle priorità di chi scrive. Le prime biografie hanno il pregio di essere le più vicine ai tempi del santo, perché all’indomani della sua scomparsa si avvertì la necessità di far conoscere i tratti umani e spirituali di colui che ormai tutti riconoscevano come santo, perché vedevano  in lui la fisionomia di Cristo stesso. Del resto si tendeva, anche forzando gli eventi, a dire che ogni episodio della sua vita si potesse ricollegare a ciò che si trova scritto nel vangelo; per questo si arriva a scrivere che lui pure era nato in una stalla e che lui pure porta impressi nella carne i segni della crocifissione.

Le prime biografie vengono definite “LEGENDA”, cioè “cose da leggersi” e quindi erano proposte perché se ne facesse lettura; ovviamente non tutti erano in grado di leggere, ma tutti erano in grado di ascoltare, e, proprio perché si imprimesse la fisionomia del santo, ecco l’utilizzo della grafica pittorica, che a partire da Giotto nella basilica superiore di Assisi ci offre in riquadri episodi della vita di Francesco desunti da quella biografia che allora era in auge e di fatto si era imposta.

Le prime tre biografie, tutte definite “LEGENDA”, compaiono con l’intento di far conoscere la figura del santo sulla base di coloro che sembrano essere i destinatari dell’opera. Leggi tutto “LEGENDA .”

I compagni del crocifisso: il centurione.

UOMO SOLO, SOLO UOMO

Solitamente nella crocifissione di Gesù balza all’occhi la totale solitudine di Cristo, che viene, sì, innalzato da terra ed elevato al cielo, ma di fatto, in quanto pontefice, appare come il naturale ponte fra Dio e gli uomini, in una posizione che sembra vederlo reietto dagli uomini e abbandonato da Dio. Eppure, proprio per questo, egli diventa il prediletto di Dio e diventa il Salvatore degli uomini. Questa sua posizione dobbiamo imparare a riconoscere, volendo esprimergli riconoscenza per quello che ha fatto e per quello che ha vissuto, lui solo. Per quella particolare collocazione in croce si potrebbe dire che egli ci rappresenta tutti davanti a Dio nell’offerta della nostra umanità salvata, e ci rappresenta Dio che per raggiungere noi assume questa stessa umanità segnata dal peccato, anche a non aver, lui, commesso nessun peccato. Nella sua solitaria posizione egli è il solo uomo che si eleva a Dio e che ci eleva tutti a Dio; egli è anche l’uomo solo in cui Dio, mettendo le sue compiacenze, investe il suo vivere e fa diventare divino il nostro vivere umano. Nel momento della morte, con le parole che gli evangelisti mettono in bocca al centurione, egli viene riconosciuto come l’uomo di Dio e come il solo giusto fra gli uomini, che sono, in realtà, tutti colpevoli. Questa sua fisionomia dobbiamo cercare di cogliere meditando su colui che, testimone del suo morire o del suo vivere la morte, ce lo rappresenta come il solo vero uomo, che proprio per questo è anche vero Dio!

UN VERO COMPAGNO DI DIO Leggi tutto “I compagni del crocifisso: il centurione.”

I compagni del crocifisso: il buon ladrone.

GESU’ SOLO CON UN LADRO

Secondo la testimonianza dell’evangelista Giovanni, l’apostolo Tommaso aveva detto con molta chiarezza che tutti sarebbe stati pronti ad andare a morire con lui, quando Gesù aveva preso la decisione di andare in Giudea per l’amico Lazzaro ormai morto, nonostante il clima poco favorevole nei suoi confronti. E altrettanto, se non con più forza, aveva sostenuto Pietro nelle ore immediatamente precedenti la tragedia che li avrebbe travolti. Era pronto a dare la vita per lui; eppure – ed è il Signore stesso ad avvisarlo – di lì a poco lo avrebbe rinnegato, proprio per salvare la pelle. Insomma, con il Maestro non c’è nessuno dei suoi, perché abbandonatolo, nel momento della cattura, se ne fuggirono e non si fecero più vedere, andando a rintanarsi nel cenacolo per paura dei Giudei. L’unico a trovarsi a morire davvero con lui è il buon ladrone. Era costretto, in realtà, dalla condanna a scontare quella pena; e tuttavia in quella posizione lo riconosce innocente, lo riconosce amico, lo riconosce Dio e Salvatore! Ancora una volta dobbiamo riconoscere che Gesù è veramente solo sulla croce, ad ha la sola compagnia di un … ladro assassino. Evidentemente egli ci vuole insegnare che la croce è tale se abbracciata e vissuta in solitudine, perché solo così apre alla vera solidarietà e alla eterna comunione.

IL BUON LADRONE:

VERO COMPAGNO NELLA CROCE E NELLA GLORIA Leggi tutto “I compagni del crocifisso: il buon ladrone.”

I compagni della passione: Il Cireneo.

GESU’ DA SOLO

E NOI SOLIDALI CON LUI

Nelle ore del dolore e delle brutalità, Gesù appare solo. Nessuno dei suoi è con lui, se non Maria, Giovanni e le donne sotto la croce. Il suo grido nello spasimo delle sofferenze fisiche si eleva al cielo, che sembra ancora più opaco, più cupo, più vuoto, e da cui non arriva nessun segnale, come invece era successo in altre circostanze: nessuna voce del Padre si fa sentire ad incoraggiamento e sostegno, nessun gesto dell’Onnipotente arriva a farlo uscire da tanto male. È talmente solo che deve gridare a Dio: “ … perché mi hai abbandonato?”. Sente già di essere lasciato solo in simili frangenti e proprio da Colui che egli continua ad invocare: “Dio mio, Dio mio …”. Lo considera ancora suo, mentre il Padre sembra non degnarlo più neppure di uno sguardo compassionevole. Sembra … e tut-tavia Gesù non è proprio solo totalmente, perché accanto a lui si vedono persone, che noi potremmo definire suoi compagni, coloro che assumono la sua stessa condizione, prendendo la croce come il cireneo, finendo in croce come il ladro pentito, stando sotto la croce a difenderlo come il centurione. Sono i suoi compagni, nel vero senso della parola, perché condividono quel pane amaro che è la sua sofferenza, perché gli stanno vicino, condividendo la medesima situazione, compreso il centurione con la sua dichiarazione che lo fa stare dalla parte del condannato. Questa compagnia vogliamo cercare di considerare, perché noi pure dobbiamo muoverci sulla medesima strada e portare la stessa croce.

IL CIRENEO:  SE QUALCUNO VUOL VENIRE DIETRO A ME … Leggi tutto “I compagni della passione: Il Cireneo.”

Il Libro di Ester.

MEGHILLOT

In questi anni nella giornata per la conoscenza, il rispetto e il dialogo con il mondo religioso ebraico siamo invitati ad entrare più da vicino nei libri definiti MEGHILLOT, cioè “rotoli”, che risultano 5, come lo sono i testi di fondamento posti all’inizio della Scrittura Sacra, e cioè il Pentateuco. Questi rotoli sono usati in occasione di feste considerate “sinagogali”, perché appartengono al periodo in cui le celebrazioni religiose vengono vissute nelle sinagoghe, essendo venuto meno il tempio di Gerusalemme. Leggi tutto “Il Libro di Ester.”