S. Ignazio di Antiochia e le sette lettere

PREMESSA:

SCRITTI APOSTOLICI E POST-APOSTOLICI

C’è una copiosa letteratura cristiana antica, ai più poco nota, che rivela una produzione di notevole valore e meritevole di essere conosciuta anche oltre gli addetti ai lavori, anche oltre i credenti, che comunque ben raramente vi si accostano. La produzione scritta si sviluppa già ai primi tempi: si conoscono diverse lettere spedite dagli apostoli alle loro comunità, di cui si conservano quelle che oggi appartengono al “canone” e sono quindi ritenute “ispirate”. Nelle stesso periodo i detti di Gesù venivano diffusi per via orale, attraverso la predicazione dei discepoli, che raccontavano le proprie esperienze e mettevano in luce gli episodi necessari per illustrare meglio la dottrina, cioè gli elementi qualificanti del vivere e dell’operare di chi voleva essere cristiano e voleva testimoniare la propria fede. Poi, forse anche per la congerie di documenti e soprattutto di versioni che potevano anche allargarsi a comprendere pure ciò che non si poteva ritenere uscito dalla bocca del Maestro, si arrivò alla decisione di scrivere quei libri che sono noti come “Vangeli”, in quanto contengono la “bella notizia” che ha come protagonista Gesù di Nazareth. Tra questi libri, scritti probabilmente dopo la catastrofe di Gerusalemme distrutta dai Romani nel 70, e proprio perché di qui si ebbe il distacco dei cristiani dal mondo ebraico, così duramente provato con la rivolta finita male, emergono i quattro considerati “canonici”, perché tutte le Chiese li ritengono tali, mentre altri, poi definiti “apocrifi”, non sono ritenuti ispirati e quindi essenziali per la fede da parte di tutte le Chiese sparse nel mondo occidentale e orientale dell’Impero. La medesima considerazione accompagna i testi attributi a Paolo, e cioè le sue lettere scritte a diverse comunità, che sempre più, già in questo periodo si utilizzano negli incontri di preghiera. Questa fase di valorizzazione di testi scritti, accanto alle comuni-cazioni orali che continuano, non si esaurisce con l’età “apostolica”, cioè quando sono ancora vivi e operanti coloro che sono stati protagonisti con Gesù del vangelo, essendo stati designati da lui. Quando, verso la fine del secolo I, si esaurisce questa età, perché scompaiono gli apostoli e si passa all’età successiva, il posto di guida viene affidato ai collaboratori, che li hanno seguiti e sono diventati i loro successori, con la designazione di “ispettori” (in greco = episcopoi). Anche costoro ricorrono a lettere e ad altro genere di scritti per comunicare la fede e soprattutto dare istruzioni e incoraggiamenti alle comunità non facilmente raggiungibili.

Questa produzione presenta dei testi che, inizialmente, qualcuno considera addirittura ispirati, alla stregua dei testi apostolici, mentre in seguito essi diventeranno fonti di grande valore, ma non necessariamente dotati della medesima ispirazione dei libri divenuti ormai di dominio pubblico sempre più ampio. Soprattutto già alla fine del I secolo, ma più ancora nel II secolo, abbiamo testi definiti “dei Padri apostolici”, in quanto risultano appartenere a quanti hanno conosciuto gli apostoli e sono stati alla loro scuola, continuando la loro opera. Costoro costituiscono il gruppo iniziale della “Patristica”, che è la grande produzione letteraria cristiana, nella quale i grandi scrittori vengono considerati “i Padri della Chiesa”. La scienza che studia tutta questa produzione scritta viene poi definita “Patrologia”.

I PADRI APOSTOLICI

Le figure di alcuni vescovi, i loro scritti, soprattutto nella forma delle lettere e alcuni testi, giunti anonimi, costituiscono il complesso che noi oggi definiamo dei “Padri apostolici”, così segnalati perché vengono considerati strettamente connessi con gli Apostoli, da cui hanno ricavato, più che la dottrina, la testimonianza di fede in Gesù. Sono loro a rappresentare il passaggio ad una nuova epoca, e ad assicurare, in questo passaggio, la sicura continuità con ciò che predicavano gli Apostoli e i discepoli che potevano vantare di essere stati presenti al vivere e all’operare del Maestro, o erano vissuti a stretto contatto con coloro che lo avevano visto vivo e soprattutto risorto. Anche questi “padri” hanno conosciuto qualche apostolo o discepolo, ma di fatto devono essere considerati di una generazione successiva e comunque delegati dai loro maestri a dare continuità alla Chiesa già in pieno sviluppo.

Gli scritti dei Padri apostolici hanno un carattere pastorale. Il loro contenuto ed il loro stile è molto simile a quello degli autori del Nuovo Testamento. Lo stile narrativo prediletto infatti è la lettera, inviata da una comunità ad un’altra comunità. Essi costituiscono un ponte fra l’epoca della rivelazione e quella della tradizione e sono una testimonianza importantissima dei primi anni della fede cristiana. I Padri apostolici provengono da regioni diversissime dell’Impero romano:  Italia,  Asia Minore (attuale Turchia), Siria … Essi scrivono in relazione a circostanze particolari, presentando comunque un insieme di idee, da cui si può desumere quale fosse la dottrina cristiana professata nella loro epoca. I contenuti delle lettere dei Padri apostolici erano a grandi linee i seguenti: l’incoraggiamento all’unità all’interno delle comunità cristiane, alla fede, all’obbedienza al vescovo, l’invito a fuggire l’idolatria e le eresie e praticare la penitenza e l’ascetismo, l’invito alla generosità e alla carità vicendevole. Esse inoltre contenevano anche indicazioni di carattere liturgico. Gli scritti quindi contenevano più dichiarazioni di circostanza che definizioni dottrinali vere e proprie. Un altro carattere comune delle loro opere è quello escatologico: in esse si considera imminente la seconda venuta di Cristo. In generale comunque le opere dei Padri apostolici presentano una dottrina cristologica uniforme: Cristo è il Figlio di Dio preesistente che partecipò alla creazione del mondo. Non fanno parte del canone biblico, cioè non sono inseriti tra i libri della Bibbia. Tuttavia, a differenza dei testi apocrifi, nei primi secoli cristiani godettero di una notevole fortuna al punto che alcuni di essi sono contenuti anche in antichi manoscritti della Bibbia (per esempio nel Codex Sinaiticus e nel Codex Vaticanus). (Wikipedia)

S. IGNAZIO

Tra le figure più significative in questo passaggio d’epoca, che è pure passaggio di secolo, c’è colui che si segnala per le lettere che scrive e per il martirio a cui va incontro, ben consapevole di ciò che gli sta succedendo. Noi lo ricordiamo per questo. E tuttavia egli ricopre nella Chiesa un ruolo di notevole levatura, essendo a capo di una comunità che in quel periodo appariva la più grande e soprattutto la più vivace, la comunità nella quale per la prima volta gli aderenti alla fede in Gesù vengono chiamati cristiani, come troviamo scritto in Atti 11,26. Si tratta di Antiochia di Siria, che in quel periodo era la terza città dell’Impero romano, dopo Roma e dopo Alessandria d’Egitto. Qui, fuori della Palestina, si era formata una comunità con gente che non proveniva solo dall’ebraismo, e proprio per questo era sorto il problema di come avviare l’integrazione, lasciando le prescrizioni israelitiche per far emergere quanto era specifico del nuovo “credo”. La comunità era stata visitata da Barnaba, inviato dagli apostoli che erano a Gerusalemme (Atti 11,22), e poi aveva accolto Paolo, rintanato a Tarso, sua città d’origine, dopo il periodo successivo alla sua conversione sulla via di Damasco. Da questa città era partita la polemica sulla questione dei pagani nella Chiesa e quindi la necessità di discuterne nel Concilio di Gerusalemme (Atti 15). Secondo la tradizione, questa Chiesa diventa successivamente la prima sede episcopale di Pietro, prima che egli raggiunga Roma e la faccia così diventare la sede primaziale e soprattutto la cattedra di colui che poi sarà chiamato il Papa. 

A guidare la comunità di Antiochia, dopo Pietro, fu eletto, forse dall’assemblea degli “anziani”, Evodio, del quale abbiamo solo il nome. Probabilmente nel 69 gli succedette Ignazio, già presente nella città, il cui nome bastava a rendere illustre il suo vescovo. Non abbiamo di lui molte notizie, se non desumendole da quanto lui scrive nelle sue lettere. E quindi non si conoscono le circostanze circa la sua formazione, circa la sua conversione e più ancora circa il suo coinvolgimento nella vita della Chiesa, per assu-mere una responsabilità così importante come quella di essere a capo del-la comunità cristiana di Antiochia, così prestigiosa.

Crebbe in ambiente pagano; fu convertito in età adulta da S. Giovanni evangelista. Secondo la tradizione, nel 69 fu nominato secondo successore di S. Pietro, dopo S. Evodio, alla sede episcopale di Antiochia. (Wikipedia)

Sant’Ignazio fu il terzo vescovo di Antiochia, in Siria, cioè della terza metropoli del mondo antico dopo Roma e Alessandria d’Egitto. Lo stesso San Pietro era stato primo vescovo di Antiochia, e Ignazio fu suo degno successore: un pilastro della Chiesa primitiva così come Antiochia era uno dei pilastri del mondo antico. Non era cittadino romano, e pare che non fosse nato cristiano, e che anzi si convertisse assai tardi. Ciò non toglie che egli sia stato uomo d’ingegno acutissimo e pastore ardente di zelo. I suoi discepoli dicevano di lui che era ” di fuoco”, e non soltanto per il nome, dato che ignis in latino vuol dire fuoco. Mentre era vescovo ad Antiochia, l’Imperatore Traiano dette inizio alla sua persecuzione, che privò la Chiesa degli uomini più in alto nella scala gerarchica e più chiari nella fama e nella santità. (da “Santi e Beati”)

IL MARTIRIO

Ciò che si può raccontare di quest’uomo lo si ricava dalle sue lettere, che sono rimaste fino a noi, anche perché sono state conservate e lette fino ai nostri giorni, non solo dai cristiani della sua Chiesa e non solo nel periodo immediatamente successivo al suo martirio, che ha contribuito a renderlo glorioso e memorabile nella Chiesa universale. Non abbiamo i dettagli esatti di ciò che avvenne nella circostanza del martirio, come succede per altri martiri di cui si conservano o gli atti processuali o il resoconto da parte di cristiani che assistevano. Leggendo le sue lettere, sappiamo che fu arrestato e condotto in catene a Roma per essere sottoposto alla pena capitale, che si può supporre sia già stata decisa prima di partire.

Essa viene eseguita nell’anfiteatro, che si deve supporre sia quello “Flavio”, cioè il Colosseo. L’esecuzione doveva essere pubblica e avveniva nei confronti di chi non risultava cittadino romano: perciò lo spettacolo consisteva nell’essere esposto “ad bestias” e quindi nel finire “sotto i denti” di bestie feroci, in genere leoni o altri animali carnivori provenienti dall’Africa. Le rappresentazioni iconografiche che si conservano ancora oggi presentano Ignazio così.

ICONA CON IGNAZIO DIVORATO DAI LEONI

Il tragico spettacolo si pensa sia avvenuto a Roma nell’anno 107 e secondo la tradizione viene collocato il 17 ottobre, data in cui oggi viene celebrata la memoria liturgica.

LE LETTERE

Durante il percorso che lo porta da Antiochia a Roma, il vescovo, incatenato al suo picchetto di soldati che lo doveva sorvegliare, passa attraverso l’Asia Minore, e lì manda ai suoi confratelli vescovi e ai cristiani di alcune delle città i suoi saluti, nella forma epistolare. Queste lettere vengono conservate e per un certo periodo sono addirittura messe alla pari con quelle di Paolo e degli altri apostoli. Ignazio, evidentemente, conosceva questo metodo di raggiungere le comunità sparse sul territorio ed approfittava di una simile corrispondenza per lasciare una specie di suo testamento, con le tante raccomandazioni che metteva per iscritto ad incoraggiamento della comunità stessa. Abbiamo così anche uno spaccato della Chiesa di allora in quel territorio, con l’evidenza di alcuni dei pro-blemi emergenti; ma più ancora si percepisce in esse l’entusiasmo con cui chi scrive e chi legge vivono la propria fede anche in mezzo a situazioni non facili e addirittura a persecuzioni spesso ingiustificate.

Nel corso del viaggio da Antiochia a Roma scrisse sette lettere alle Chiese che incontrava sul suo cammino o vicino ad esso. Queste ci sono rimaste e sono una testimonianza unica della vita della Chiesa tra la fine del I secolo e l’inizio del II. Le prime quattro lettere furono scritte da Smirne a tre comunità dell’Asia Minore: Efeso, Magnesia e Tralli, ringraziandole per le numerose dimostrazioni d’affetto testimoniate nel suo viaggio travagliato. Con la quarta lettera, inviata a Roma, supplicava quei cristiani di non impedire il suo martirio, perché voleva ripercorrere la vita e la passione del Maestro divino. Partito da Smirne, Ignazio giunse nella Troade, dove scrisse altre lettere: alla Chiesa di Filadelfia e a quella di Smirne, chiedendo che i fedeli si congratulassero con la comunità di Antiochia, che aveva sopportato con coraggio le persecuzioni. Scrisse anche a Policarpo, vescovo di Smirne, aggiungendovi interessanti direttive per l’esercizio della missione episcopale. (da Wikipedia)

Queste lettere sono dominate da una forte passione, perché chi scrive ha davvero il fuoco dentro, ed ogni occasione per lui è propizia per offrire un’immagine di sé che lo renda fortemente credibile agli occhi di coloro che ricevono la lettera ed abbiano conforto e incoraggiamento a tener duro in mezzo a prove non indifferenti, soprattutto quando la tempesta vorrebbe scuotere ogni cosa e annientare tutti. Ma il tema sempre presente nei suoi messaggi incoraggianti è la fede viva in Gesù: pur in presenza di dottrine peregrine a proposito della figura di Cristo da riconoscere nella sua umanità come Dio e nella sua divinità come uomo vero, Ignazio vuol proclamare con estrema chiarezza che egli non è in presenza di un caso, di un problema, di una idea; egli piuttosto segue una persona, vive per u-na persona, è pronto a morire riconoscendo che la sua esistenza è impegnata con la persona di Gesù. Il suo viaggio verso Roma diventa così l’itinerario di una passione, la sua, vissuta in comunione con quella di Cristo, che passa nell’animo e nella vita del credente. Costui può definirsi cristiano nella misura in cui egli vive la vicenda di Gesù fino alla croce e passando dalla croce. Anche a trovarsi in un periodo drammatico, perché la persecuzione è in corso e non dà segnali di esaurirsi, chi scrive non è affatto angosciato ed è sempre dominato da una forte passione. Il quadro della Chiesa che si ha nelle sue lettere fa trasparire le grandi difficoltà causate dalla persecuzione, ma ancora di più dal pullulare delle eresie, e quindi da una certa regressione, causata in primis dalla riduzione della fede a un apparato di dottrine, più che non ad una esperienza di vita che fa sentire vivo, sempre vivo, colui che viene qui predicato e soprattutto testimoniato. Così i testi diventano dei documenti circa la vitalità della prima Chiesa a partire dalla fede che lì viene vissuta e testimoniata. Il suo compito predominante è di fatto quello di salvaguardare la vitalità della fede, che si rivela in comunità cristiane sempre più vivaci al loro interno e bisognose per questo di figure veramente forti e autorevoli nella guida e nella comunicazione della fede. Lo storico Eusebio di Cesarea (265-339) così sintetizza la vicenda del santo: “Dalla Siria Ignazio fu mandato a Roma per essere gettato in pasto alle belve, a causa della testimonianza da lui resa a Cristo. Compiendo il suo viaggio attraverso l’Asia, sotto la custodia severa delle guardie, nelle singole città dove sostava, con prediche e ammonizioni, andava rinsaldando le Chiese; soprattutto esortava, col calore più vivo, di guardarsi dalle eresie, che allora cominciavano a pullulare e raccomandava di non staccarsi dalla tradizione apostolica”. Si potrebbe seguire l’itinerario che lo conduce a Roma, partendo dalle sue lettere, per vedervi i problemi che gli stavano particolarmente a cuore e per capire anche la sua percezione della fede che lo fa essere, per il suo tempo e anche oltre, un personaggio significativo per la costruzione della Chiesa e della vita del cristiano.

Le lettere, oggi riconosciute a lui, sono sette e, nel numero, corrispondono a quelle che troviamo nel libro dell’Apocalisse, in cui l’autore, l’evangelista Giovanni, immagina di scrivere a sette Chiese d’Asia, che rappresentano simbolicamente nel numero tutte le Chiese raggiunte con lo scritto, per risvegliare la fede che qua e là appare assopita. Di fatto quelle lettere sono scritte “all’angelo”, cioè a colui che presiede la Chiesa, ed è quindi il vescovo locale. Altrettanto fa Ignazio, anche se una di queste lettere ha come destinatario l’amico Policarpo; e tuttavia anche qui il discorso si allarga a coinvolgere i cristiani del luogo, proprio perché nei tempi oscuri della persecuzione, analoghi a quelli che si riscontrano nell’Apocalisse, bisogna rispondere sempre con la passione, che è caratterizzata dal sacrificio, ma anche dalla gioia della testimonianza.

LETTERA AGLI EFESINI

La lettera di Paolo ai cristiani di Efeso pone al centro il “mistero” di Dio, rivelato in Gesù, cioè quella sua vicenda terrena che, vissuta da Lui unito a Dio, lo fa essere il punto di incontro dell’uomo con Dio. Il medesimo obiettivo dell’unità è il tema che domina nella lettera inviata da Ignazio alla stessa comunità. Le sue raccomandazioni sono dominate da un tono rasserenante che vuole incoraggiare …

Ho recepito nel Signore il vostro amatissimo nome che vi siete guadagnato con naturale giustizia nella fede e nella carità in Cristo Signore nostro Salvatore. Imitatori di Dio e rianimati nel suo sangue avete compiuto un’opera congeniale. Avendo inteso che io venivo dalla Siria incatenato per il nome comune e la speranza, fiducioso nella vostra preghiera di sostenere in Roma la lotta con le fiere e diventare discepolo, vi siete affrettati da me. In nome di Dio ho ricevuto la vostra comunità nella persona di Onesimo, di indicibile carità, vostro vescovo nella carne. Vi prego di amarlo in Gesù Cristo e di rassomigliargli tutti. Sia benedetto chi vi ha fatto la grazia, e ne siete degni, di meritare un tale vescovo. Per Burro, mio conservo e secondo Dio vostro diacono, benedetto in ogni cosa, prego che resti ad onore vostro e del vescovo. (…) Bisogna glorificare in ogni modo Gesù Cristo che ha glorificato voi, perché riuniti in una stessa obbedienza e sottomessi al vescovo e ai presbiteri siate santificati in ogni cosa. Non vi comanderò come se fossi qualcuno. Se pur sono incatenato nel suo nome, non ancora ho raggiunto la perfezione in Gesù Cristo. Solo ora incomincio a istruirmi e parlo a voi come miei condiscepoli. Bisogna che da voi sia unto di fede, di esortazione, di pazienza e di magnanimità.

Ma poiché la carità non mi lascia tacere con voi, voglio esortarvi a comunicare in armonia con la mente di Dio. E Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, è il pensiero del Padre, come anche i vescovi posti sino ai confini della terra sono nel pensiero di Gesù Cristo.

L’unità dei figli di Dio, bene incommensurabile, è da ricercarsi come il dono più grande, ricevuto da Dio e costruito nella Chiesa. Per vivere in questo dono occorre far capo al vescovo: qui si vede l’impostazione che deve essere costruita dalla Chiesa e per la Chiesa, perché essa sia segno e strumento di costruzione di un mondo futuro. Essa è di natura essenzialmente gerarchica, e quindi si costruisce attorno al vescovo. Ignazio insiste, qui come altrove, sulla stretta connessione che c’è fra il Padre e il Figlio e di conseguenza fra il vescovo e la Chiesa, intesa come corpo di Cristo. Trovandosi incatenato, non ha la pretesa di dover imporre qualcosa, ma è pur consapevole della sua responsabilità come vescovo di dover guidare la sua Chiesa e di responsabilizzare le diverse Chiese a cui si rivolge, indicando comunque le autorità locali come coloro a cui le Chiese devono far riferimento. Emerge così una visione di Chiesa che si vuole sempre più unita in colui che è considerato il capo, e come tale deve comportarsi. A lui Ignazio fa riferimento perché l’unità sia garantita.

Se in poco tempo ho avuto tanta familiarità con il vostro vescovo, che non è umana, ma spirituale, di più vi stimo beati essendo uniti a lui come la Chiesa lo è a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre perché tutte le cose siano concordi nell’unità. Nessuno s’inganni: chi non è presso l’altare, è privato del pane di Dio. Se la preghiera di uno o di due ha tanta forza, quanto più quella del vescovo e di tutta la Chiesa! Chi non partecipa alla riunione è un orgoglioso e si è giudicato. Sta scritto: «Dio resiste agli orgogliosi». Stiamo attenti a non opporci al vescovo per essere sottomessi a Dio. Quanto più uno vede che il vescovo tace, tanto più lo rispetta. Chiunque il padrone di casa abbia mandato per l’amministrazione della casa bisogna che lo riceviamo come colui che l’ha mandato. Occorre dunque onorare il vescovo come il Signore stesso. Proprio Onesimo loda il vostro ordine in Dio, perché tutti vivete secondo la verità e non si annida eresia alcuna in voi. Non ascoltate nessuno che non vi parli di Gesù Cristo nella verità.

Lo scrivente si appassiona sempre più in presenza di situazioni non facili, per il diffondersi di eresie, ma più ancora nell’indicare la fede viva come il cemento coesivo della Chiesa, che deve sempre crescere. E questa fede è vissuta quando, come indica il suo nome, si diventa portatori di Cristo.

Vi sono alcuni che portano il nome, ma compiono azioni indegne di Dio. Bisogna scansarli come bestie feroci. Sono cani idrofobi che mordono furtivamente. Occorre guardarsene perché sono incurabili. Non c’è che un solo medico, materiale e spirituale, generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile, Gesù Cristo nostro Signore. Nessuno, dunque, vi inganni, come d’altronde non vi fate ingannare, essendo tutti di Dio. Se non vi è nessuna discordia tra voi che vi possa tormentare, allora vivete secondo Dio. Sono la vostra vittima e mi offro in sacrificio per voi Efesini, Chiesa celebrata nei secoli. I carnali non possono fare cose spirituali, né gli spirituali cose carnali, come né la fede le cose dell’infedeltà, né l’infedeltà quelle della fede. Anche quello che fate nella carne è spirituale. Fate tutto in Gesù Cristo. Ho inteso che sono venuti alcuni portando una dottrina malvagia. Voi non li avete lasciati seminare in mezzo a voi, turandovi le orecchie per non ricevere ciò che speravano. Voi siete pietre del tempio del Padre preparate per la costruzione di Dio Padre, elevate con l’argano di Gesù Cristo che è la croce, usando come corda lo Spirito Santo. La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito Santo, in tutto ornati dei precetti di Gesù Cristo. Mi rallegro di essere stato stimato degno delle cose che vi scrivo, per trattenermi con voi e congratularmi perché per una vita diversa non amate che Dio solo.

Un po’ in tutte le lettere compare un linguaggio molto forte nei confronti degli eretici e delle eresie: è il segno che il male sta montando e che diventa preoccupante. Con le espressioni mordaci nei loro confronti egli intende mettere in guardia i cristiani che si lasciano abbindolare da quanti hanno buon gioco per seminare zizzania. Il fenomeno era già presente negli ultimi tempi della presenza degli apostoli, a cui ci si rivolgeva per avere una parola chiarificatrice. Ora, mancando quella generazione, si corre il rischio di non considerare i successori come qualificati a garantire l’unità. Ecco perché Ignazio insiste su questo tema: ed è interessante che alle dottrine inaffidabili egli contrapponga il richiamo allo Spirito. Va rilevato inoltre il fatto che l’autore di queste lettere ricorre spesso a belle immagini per spiegare in modo efficace che cosa voglia dire: è il segno di una grande maestria acquisita sul campo, riconoscendo che è necessario impiegare un linguaggio facile e nel contempo adeguato a chiarire concetti piuttosto impegnativi. 

                     LETTERA AI MAGNESIACI

La presenza a Smirne di Ignazio nel suo viaggio verso Roma spinge i vescovi delle città vicine ad Efeso, Magnesia sul Meandro e Tralli, a far visita al confratello; e costui scrive lettere per le comunità. In questa lettera va segnalato il richiamo che Ignazio fa circa il giorno del Signore. Bisogna ricordare che i primi cristiani continuavano a seguire il culto ebraico, almeno in parte, trovandosi nella sinagoga il sabato per la lettura dei testi; ma la convivenza non era sempre tranquilla, come viene documentato a proposito di Paolo, contestato nelle sue prese di posizione (Atti 13,44-51). Per questo i cristiani si trovavano nelle case per continuare la preghiera con la “memoria eucaristica”, la quale si prolungava dalla sera del sabato a tutta la notte, per consentire poi al mattino di cominciare la settimana con la ripresa del lavoro (Atti 20,7-12). Già nella fase successiva a quella apostolica, forse anche per la rottura con il mondo ebraico in seguito alla dispersione dopo il 70, i cristiani si riuniscono la domenica e non più il sabato. Come attesta qui Ignazio.

Non fatevi ingannare da dottrine eterodosse né da antiche favole che sono inutili; se viviamo ancora secondo la legge ammettiamo di non aver ricevuto la grazia. I santi profeti vissero secondo Gesù Cristo. Per questo furono perseguitati poiché erano ispirati dalla sua grazia a rendere convinti gli increduli che c’è un solo Dio che si è manifestato per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio, che è il suo verbo uscito dal silenzio e che in ogni cosa è stato di compiacimento a Lui che lo ha mandato. Dunque, quelli che erano per le antiche cose sono arrivati alla nuova speranza e non osservano più il sabato, ma vivono secondo la domenica, in cui è sorta la nostra vita per mezzo di Lui e della sua morte che alcuni negano. Mistero dal quale, invece, abbiamo avuto la fede e nel quale perseveriamo per essere discepoli di Gesù Cristo il solo nostro maestro. Come noi possiamo vivere senza di Lui se anche i profeti quali discepoli nello spirito lo aspettavano come maestro? Per questo, quello che attendevamo giustamente, venendo, li risuscitò dai morti.

LETTERA AI TRALLIANI

Si potrebbe dire che molti temi delle lettere si ripetono e anche in questa si insiste sull’unità e sulla lotta alle eresie. Qui Ignazio riconosce la bravura del vescovo locale nel sostenere la fede dei suoi cristiani. Ed ora egli la ribadisce, come fa altrove, mettendo al centro il Cristo …

Gli elementi fondamentali della fede che riguardano la persona di Gesù sono espressi nei modi che poi si ritrovano nelle formule pervenute fino ai nostri giorni.

So che avete un animo irreprensibile e imperturbabile nella pazienza non per abitudine ma per natura. Me lo ha detto il vostro vescovo Polibio, che per volontà di Dio e di Gesù Cristo è venuto a Smirne ed ha gioito tanto con me incatenato in Gesù Cristo, che io vedo in lui tutta la vostra comunità. Avendo dunque ricevuto per mezzo suo la benevolenza nel Signore, l’ho glorificato, avendo constatato, come sapevo, che siete imitatori di Dio. (…) Siate sordi se qualcuno vi parla senza Gesù Cristo, della stirpe di David, figlio di Maria, che realmente nacque, mangiò e bevve. Egli realmente fu perseguitato sotto Ponzio, realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi. Egli realmente risuscitò dai morti poiché lo risuscitò il Padre suo e similmente il Padre suo risusciterà in Gesù Cristo anche noi che crediamo in Lui, e senza di Lui non abbiamo la vera vita.

LETTERA AI ROMANI

Qui siamo in presenza di uno dei testi più importanti tra le lettere che ci sono conservate di Ignazio. Nella considerazione che il vescovo ha di Roma si legge l’ammirazione che egli coltiva per la Chiesa ritenuta madre. Qui più che altrove egli parla del suo martirio, dichiarandosi pronto ad affrontarlo: e addirittura avanza la richiesta che i cristiani locali non intervengano in suo favore per fargli evitare ciò che lui si appresta a vivere come un sacrificio, un’offerta a Dio: ne parla con accenti poetici, in alcuni tratti, avendo piena consapevolezza che egli sta vivendo la medesima passione di Cristo, quella che lui trova presente nell’Eucaristia: così egli vuole essere un pane come Gesù, e, per divenirlo, immagina di venire triturato dai denti dei leoni: è la più alta rappresentazione del valore che ha l’eucarestia nel vivere del cristiano con la sua assimilazione all’offerta che Cristo fa al Padre. Ignazio vive il suo martirio come un’eucaristia; e altrettanto vive l’eucaristia come una offerta di sé: la dottrina si fa vita vissuta! La lettera assume una notevole importanza perché già si fa strada la concezione della Chiesa di Roma con la presidenza da esercitare per dare unità al Corpo di Cristo che è la Chiesa universale. Non siamo ancora al primato petrino, anche perché non si cita il vescovo di Roma, ma si esalta la Chiesa romana nel suo insieme.

Ad essa Ignazio si rivolge, perché i fedeli esprimano un’autentica carità nei suoi confronti, permettendo che il suo martirio si realizzi e senza mai impedire quello che per lui è il suo sacrificio. Stupiscono le parole che egli usa perché rivela di possedere un animo coraggioso con gli accenti più belli nel pregustare un martirio che sa imminente e a cui non vuole affatto sottrarsi.

Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo comandamento piene della grazia di Dio in forma salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo, Dio nostro. Dopo aver pregato Dio ho potuto vedere i vostri santi volti ed ottenere più di quanto avevo chiesto. Incatenato in Gesù Cristo spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia degno sino alla fine. L’inizio è facile a compiersi, ma vorrei ottenere la mia eredità sen-za ostacoli. Temo però che il vostro amore mi sia nocivo. A voi è facile fare ciò che volete, a me è difficile raggiungere Dio se non mi risparmiate. Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio come siete accetti. Io non avrò più un’occasione come questa di raggiungere Dio, né voi, pur a tacere, avreste a sottoscrivere un’opera migliore. Se voi tacerete per me, io diventerò di Dio, se amate la mia carne di nuovo sarò a correre. Non procuratemi di più che essere immolato a Dio, sino a quando è pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo, poiché Iddio si è degnato che il vescovo di Siria, si sia trovato qui facendolo venire dall’oriente all’occidente. È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in lui. Non avete mai insediato nessuno, avete insegnato agli altri. Desidero che resti fermo ciò che avete insegnato. Per me chiedete solo la forza interiore ed esteriore, perché non solo parli, ma anche voglia, perché non solo mi dica cristiano, ma lo sia realmente. Se io lo sono potrei anche essere chiamato e allora essere fedele quando non apparirò al mondo. Niente di ciò che è visibile è buono. Dio nostro Signore Gesù Cristo essendo nel Padre si riconosce maggiormente. Non è opera di persuasione ma di grandezza il cristianesimo, quando è odiato dal mondo. Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna.

Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi, io, tuttora, uno schiavo. Ma se soffro sarò affrancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla. Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati. Beneficati diventano peggiori. Per le loro malvagità mi alleno di più «ma non per questo sono giustificato». Potessi gioire delle bestie per me preparate e m’auguro che mi si avventino subito. Le alletterò perché presto mi divorino e non succeda, come per alcuni, che intimorite non li toccarono. Se incerte non volessero, le costringerò. Perdonatemi, so quello che mi conviene. Ora incomincio ad essere un discepolo. Nulla di visibile e di invisibile abbia invidia perché io raggiungo Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo. Nulla mi gioverebbero le lusinghe del mondo e tutti i regni di questo secolo. È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra. Cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi. Il mio rinascere è vicino. Perdonatemi, fratelli. Non impedite che io viva, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo né seducete con la materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che riceva la luce pura; là giunto sarò uomo. Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio. Se qualcuno l’ha in sé, comprenda quanto desidero e mi compatisca conoscendo ciò che mi opprime. Il principe di questo mondo vuole rovinare e distruggere il mio proposito verso Dio. Nessuno di voi qui presenti lo assecondi. Siate piuttosto per me, cioè di Dio. Non parlate di Gesù Cristo, mentre desiderate il mondo. Non ci sia in voi gelosia. Anche se vicino a voi vi supplico non ubbiditemi. Obbedite a quanto vi scrivo. Vivendo vi scrivo che bramo di morire. La mia passione umana è stata crocifissa, e non è in me un fuoco materiale. Un’acqua viva mi parla dentro e mi dice: qui al Padre. Non mi attirano il nutrimento della corruzione e i piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David e come bevanda il suo sangue che è l’amore incorruttibile.

Non voglio più vivere secondo gli uomini. Questo sarà se voi lo volete. Vogliatelo perché anche voi potreste essere voluti da Lui. Ve lo chiedo con poche parole. Credetemi, Gesù Cristo vi farà vedere che io parlo sinceramente; egli è la bocca infallibile con la quale il Padre ha veramente parlato. Chiedete per me che lo raggiunga. Non ho scritto secondo la carne, ma secondo la mente di Dio. Se soffro mi avete amato, se sono ricusato, mi avete odiato. Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria che in mia vece ha Dio per pastore. Solo Gesù Cristo sorveglierà su di essa e la vostra carità. Io mi vergogno di essere annoverato tra i suoi, non ne sono degno perché sono l’ultimo di loro e un aborto. Ma ho avuto la misericordia di essere qualcuno, se raggiungo Dio. Il mio spirito vi saluta e la carità delle Chiese che mi hanno accolto nel nome di Gesù Cristo e non come un viandante. Infatti, pur non trovandosi sulla mia strada fisicamente mi hanno preceduto di città in città. Questo vi scrivo da Smirne per mezzo dei beatissimi efesini. Con me tra molti altri vi è Croco, nome a me caro. Credo che voi conoscerete coloro che mi hanno preceduto dalla Siria a Roma nella gloria di Dio. Avvertiteli che sono vicino. Tutti sono degni di Dio e di voi: è bene che li confortiate in ogni cosa. Vi scrivo nove giorni prima delle calende di settembre. Siate forti sino alla fine nell’attesa di Gesù Cristo.

È un testo di notevole bellezza, anche ad insistere sul tema del suo martirio, che si prospetta cruento e crudele: viene presentato con accenti che fanno diventare Ignazio un vero eroe, senza che egli voglia mettere in mostra la sua persona. C’è in lui la consapevolezza che proprio con un martirio simile egli diventa in tutto simile al Maestro che ha proposto la sua gloria nella morte di croce.

LETTERA A POLICARPO

Esce dal gruppo delle lettere indirizzate alle comunità locali, perché qui Ignazio si rivolge personalmente al vescovo di Smirne, Policarpo: è suo amico, come si ricava dalla lettera, e probabilmente viene dalla cerchia dei discepoli di Giovanni, l’evangelista. Diversamente da Ignazio, costui vive una lunga esistenza tutta spesa alla causa del vangelo; e però anche lui conclude all’età di 86 anni con il martirio sul rogo. Questa breve lettera serve a testimoniare come vi fosse fraternità tra i vescovi e quel genere di comunicazione che permette di custodire il bene prezioso dell’unità della Chiesa, pur con situazioni molto particolari, che rischiavano di veder trionfare la dispersione in un momento molto delicato di passaggio.

A leggere il poco che ci è pervenuto di questo periodo, si riscontra un grande fervore comunicativo fra i vari vescovi, e sempre la preoccupazione per la salvaguardia dell’unità non solo dottrinale.

Ignazio, Teoforo, a Policarpo vescovo della Chiesa di Smirne, o meglio, che ha per vescovo Dio Padre e il Signore nostro Gesù Cristo, molta gioia. Lodo la tua pietà in Dio, fondata su una roccia incrollabile, e rendo la massima gloria (al Signore), perché sono stato fatto degno del tuo volto irreprensibile. Potessi goderne in Dio. Ti esorto nella carità che hai a proseguire nel tuo cammino e ad incitare tutti a salvarsi. Dimostra la rettitudine del tuo posto con ogni cura nella carne e nello spirito. Preòccupati dell’unità di cui nulla è più bello. Sopporta tutti, come il Signore sopporta anche te; sostieni tutti nella carità, come già fai. Cura le preghiere che non si interrompano; chiedi una saggezza maggiore di quella che hai; veglia possedendo uno spirito insonne. Parla a ciascuno nel modo conforme a Dio. Sostieni come perfetto atleta le infermità di tutti. Dove maggiore è la fatica, più è il guadagno. Se ami i discepoli buoni, non hai merito; piuttosto devi vincere con la bontà i più riottosi. Non si cura ogni ferita con uno stesso impiastro. Calma le esacerbazioni (della malattia) con bevande infuse. In ogni cosa sii prudente come un serpente e semplice come la colomba. Per questo sei di carne e di spirito, perché tratti con amabilità quanto appare al tuo sguardo; per ciò che è invisibile prega che ti sia rivelato, perché non manchi di nulla e abbondi di ogni grazia. Il tempo presente esige che tu tenda a Dio, come i naviganti invocano i venti e coloro che sono sbattuti dalla tempesta il porto. Come atleta di Dio sii sobrio; il premio è l’immortalità, la vita eterna in cui tu credi. In tutto sono per te una ricompensa io e le mie catene che tu hai amate. Non ti abbattano coloro che sembrano degni di fede e insegna-no l’errore. Sta’ fermo come l’incudine sotto i colpi. E’ proprio del grande atleta incassare i colpi e vincere. Dobbiamo sopportare ogni cosa per amore di Dio, perché anche lui ci sopporti. Sii più zelante di quello che sei. Discerni i tempi. Aspetta chi è al di sopra del tempo, atemporale, invisibile, per noi (fattosi) visibile, impalpabile, impassibile, per noi (divenuto) passibile, e sopportò ogni cosa. Non siano trascurate le vedove; dopo il Signore sei tu la loro guida. Nulla avvenga senza il tuo parere e tu nulla fare senza Dio, come già fai. Sii forte. Le adunanze siano molto frequenti. Invita tutti per nome. Non disprezzare gli schiavi e le schiave; ma essi non si gonfino, e si sottomettano di più per la gloria di Dio, perché ottengano da lui una libertà migliore.

Non cerchino di farsi liberare dalla comunità per non essere schiavi del desiderio. Fuggi i mestieri vietati e di più predica contro di essi. Raccomanda alle mie sorelle di amare il Signore e di sostenere i mariti nella carne e nello spirito. Così esorta anche i miei fratelli, nel nome di Gesù Cristo, ad amare le spose come il Signore la Chiesa. Se qualcuno può rimanere nella castità a gloria della carne del Signore, vi rimanga con umiltà. Se se ne vanta è perduto, e se si ritiene più del vescovo si è distrutto. Conviene agli sposi e alle spose di stringere l’unione con il consenso del vescovo, perché le loro nozze avvengano secondo il Signore e non secondo la concupiscenza. Ogni cosa si faccia per l’onore di Dio.

I vari richiami che riscontriamo qui, si comprendono se pensiamo che Policarpo è relativamente ancora giovane rispetto a Ignazio, e perciò costui lo incoraggia a proseguire il lavoro, come se gli lasciasse l’eredità …

S. POLICARPO

ICONA DI S. POLICARPO

Anche Policarpo è una bella figura di questo periodo di passaggio: egli si presenta come discepolo ed erede dell’apostolo Giovanni. Per questa sua familiarità diventa una figura di riferimento nelle Chiese d’Asia ed è nominato vescovo di Smirne. Nel 107 accoglie qui Ignazio nel suo viaggio verso Roma e il martirio. In seguito curò la raccolta e la diffusione delle sue lettere nelle varie Chiese: e lui stesso si cimenta allo stesso modo con una lettera ai Filippesi che si è conservata fino a noi.

Policarpo scrisse una lettera ai Filippesi, esortandoli a servire Dio nel timore, a credere in lui, a sperare nella resurrezione, a camminare nella via della giustizia, avendo sempre innanzi agli occhi l’esempio dei gloriosi martiri e principalmente di Ignazio, di cui egli univa le lettere in suo possesso.

Sul finire della vita fu a Roma per trattare con Papa Aniceto (155-166) diverse questioni, in modo particolare la questione della data della Pasqua, senza riuscire a trovare un accordo: gli orientali la celebravano come gli Ebrei il 14 di Nisan (in aprile), non necessariamente di domenica, e gli occidentali la domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Non per questo ci fu disunione. Appena ritornato da Roma a Smirne, Policarpo subì il martirio, e precisamente il 23 febbraio dell’anno 155, verso le due del pomeriggio. I particolari della sua gloriosa fine ci sono dati dal Martyrium Polycarpi.

Dalla “Lettera della Chiesa di Smirne sul martirio di san Policarpo”.

Portato davanti al proconsole, questi gli chiese se fosse Policarpo. Egli annuì e il proconsole cercò di persuaderlo a rinnegare dicendo: “Pensa alla tua età” e le altre cose di conseguenza come si usa: “Giura per la fortuna di Cesare, cambia pensiero e di’: Abbasso gli atei!”. Policarpo, invece, con volto severo guardò per lo stadio tutta la folla dei pagani, tese verso di essa la mano, sospirò e guardando il cielo disse: “Abbasso gli atei!”. Il capo della polizia insistendo disse: “Giura e io ti libero. Maledici il Cristo”. Policarpo rispose: “Da ottantasei anni lo servo, e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio re che mi ha salvato?”(…) Quando il rogo fu pronto, Policarpo si spogliò di tutte le vesti e, sciolta la cintura, tentava di togliersi i calzari, cosa che prima non faceva, perché sempre tutti i fedeli andavano a gara a chi più celermente riuscisse a toccare il suo corpo. Anche prima del martirio era stato trattato con ogni rispetto, per i suoi santi costumi. Subito fu circondato di tutti gli strumenti che erano stati preparati per il suo rogo. Ma quando stavano per configgerlo con i chiodi, disse: “Lasciatemi così: perché colui che mi dà la grazia di sopportare il fuoco mi concederà anche di rimanere immobile sul rogo senza la vostra precauzione dei chiodi”. Quelli allora non lo confissero con i chiodi ma lo legarono. Egli dunque, con le mani dietro la schiena e legato, come un bell’ariete scelto da un gregge numeroso, quale vittima, accetta a Dio, preparata per il sacrificio, levando gli occhi al cielo disse: “Signore, Dio onnipotente, Padre del tuo diletto e benedetto Figlio Gesù Cristo, per mezzo del quale ti abbiamo conosciuto; Dio degli angeli e delle Virtù, di ogni creatura e di tutta la stirpe dei giusti che vivono al tuo cospetto: io ti benedico perché mi hai stimato degno in questo giorno e in quest’ora di partecipare, con tutti i martiri, al calice del tuo Cristo, per la risurrezione dell’anima e del corpo nella vita eterna, nell’incorruttibilità per mezzo dello Spirito Santo.

Possa io oggi essere accolto con essi al tuo cospetto quale sacrificio ricco e gradito, così come tu, Dio senza inganno e verace, lo hai preparato e me lo hai fatto vedere in anticipo e ora l’hai adempiuto. Per questo e per tutte le cose io ti lodo, ti benedico, ti glorifico insieme con l’eterno e celeste sacerdote Gesù Cristo, tuo diletto Figlio, per mezzo del quale a te e allo Spirito Santo sia gloria ora e nei secoli futuri. Amen”. Dopo che ebbe pronunciato l’Amen e finito di pregare, gli addetti al rogo accesero il fuoco. Levatasi una grande fiammata, noi, a cui fu dato di scorgerlo perfettamente, vedemmo allora un miracolo e siamo stati conservati in vita per annunciare agli altri le cose che accaddero. Il fuoco si dispose a forma di arco a volta, come la vela di una nave gonfiata dal vento, e avvolse il corpo del martire come una parete. Il corpo stava al centro di essa, ma non sembrava carne che bruciasse, bensì pane cotto oppure oro e argento reso incandescente. E noi sentimmo tanta soavità di profumo, come d’incenso o di qualche altro aroma prezioso.

CONCLUSIONE

Queste due figure, e soprattutto i loro scritti, rappresentano l’anello di congiunzione che garantisce la continuità della Chiesa con le sue radici apostoliche: si può dire che la Tradizione abbia inizio qui, e a questa fase si deve richiamare per essere riconosciuta, ancora oggi, come essenziale al percorso che la Chiesa continua a fare nella storia. L’entusiasmo che si riscontra e soprattutto il chiaro riferimento alla figura di Gesù, da scoprire anche nei capi della Chiesa, purché vivano essi pure in comunione con lo Spirito, sono i dati più significativi da far emergere nel richiamare la Tradizione: qui la fede è avvertita soprattutto come piena comunione con il Signore, che i due martiri sentono nelle loro stesse fibre, perché essi vivono nello Spirito la medesima passione, e sentono che essa trasmette lo spirito vitale a coloro che seguono. La fede deve conservarsi, non già solo come dottrina, ma soprattutto come esperienza di vita, nella misura in cui essa viene riconosciuta nella persona e in ciò che le persone stesse vivono. Il fatto, poi, che lo strumento individuato per la comunicazione è quello delle lettere indica modalità concrete per mezzo delle quali può passare, con la parola, lo spirito vivo e vero di persone effettivamente credibili, e come tali degne di considerazione e di una memoria che dura e che cresce nel tempo. E come loro, ben altro e ben altri si succedono nella storia della Chiesa come figure di riferimento da conoscere e da far conoscere.

Storia della Cina: Francesco Saverio e i primi gesuiti in Cina

INTRODUZIONE

L’opera storica che Matteo Ricci scrive ha come titolo: “Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina”. Per la lingua che usa e, più ancora, per il genere di contenuti che vi trovano ampio spazio, si deve pensare che essa non si preoccupi di dialogare con il mondo cinese, come avviene invece in altre opere da lui lasciate. Questo è evidentemente un lavoro che deve spiegare in Occidente e, in modo particolare, nel mondo cattolico, come sia stata condotta l’attività missionaria che il gesuita marchigiano si prefiggeva di compiere e che costituiva l’assillo fondamentale del nuovo Ordine religioso, da poco fondato e già schierato sui diversi fronti dei luoghi geografici che erano stati contattati nei viaggi avventurosi del secolo. Se in altri settori Ricci si rivela un uomo ben avviato negli studi scientifici e soprattutto preoccupato di comunicare in maniera rispettosa con il mondo cinese, qui, in un ambito più propriamente storico, tenuto conto che deve riferire alla Compagnia, secondo le richieste del fondatore, fatte ai suoi missionari in giro per il mondo, vediamo emergere una cura più attenta, da parte dello scrittore, per giustificarsi nel suo modo di operare. Egli si deve mettere sul solco dei suoi immediati predecessori, che hanno aperto la strada per la presenza, non solo degli occidentali, ma soprattutto dei missionari del vangelo in Cina. Se Ricci appare spesso dominato da un tipo di “curiosità” scientifica, che lo fa essere attento alla cultura cinese e dialogante con essa, qui si fa strada, più che lo storico, il cronista della missione, e quindi colui che deve spiegare ai superiori le linee guida della sua azione, in cui predomina l’obiettivo di proporre il vangelo e di farlo conoscere con lo spirito dei pionieri. Costoro, anni prima della sua venuta in Cina, hanno comunicato il vangelo secondo l’impostazione allora perseguita di ottenere conversioni e adesioni alla Chiesa, già squassata da scismi ed eresie, che in Europa avevano lacerato la sua unità e compattezza. Soprattutto a partire dalla intraprendenza dei Portoghesi, i Gesuiti cercavano di accompagnarsi a loro, anche perché i Lusitani avevano una buona flotta e notevoli interessi un po’ dovunque, nell’intento di creare punti di approdo, a partire dai quali potevano creare sbocchi di mercato per raccogliere materiale e smerciare. Da quando erano iniziati i viaggi sull’Atlantico con l’intenzione di raggiungere più facilmente quello che nella geografia di allora risultava l’Oriente, senza la cognizione che ci fosse un continente in mezzo, l’obiettivo rimaneva comunque Cipango (Giappone) e Catai (Cina), ma più ancora l’India sempre considerata “favolosa” per le ricchezze che si ipotizzava di trovarvi.

La via di terra risultava impedita a causa dell’Impero ottomano, sempre più decisamente spinto a dimostrare la sua superiorità militare e navale in Europa. Ed allora si cercava una via diversa, che però aveva rivelato l’esistenza di un altro continente. I Gesuiti, da poco creati per opera di Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Pietro Favre, si erano messi a servizio della Chiesa Cattolica nel suo programma di recupero di credibilità, dopo la lacerazione ad opera dei luterani e di quanti ne avevano seguito le orme: costoro non si prefiggevano solo di reagire alle nuove idee con quella che veniva chiamata la Controriforma, come se bastasse semplicemente essere contro la Riforma, poi definita “protestante”, per recuperare il terreno in Europa, ma accampavano un nuovo slancio missionario, fatto di azione culturale. Prima di loro, francescani e domenicani, gli ormai consolidati Ordini religiosi medievali, avevano seguito i “conquistadores”, soprattutto spagnoli, senza tuttavia crearsi modalità particolari per la propria azione religiosa con le nuove popolazioni incontrate e accostate. I Gesuiti si rendono conto che deve essere cercato un nuovo modo di trattare con le popolazioni locali, sia nelle colonie americane, sia nel lontano Oriente. Qui in presenza di sistemi politici e culturali consolidati, era doveroso accostarsi con un approccio dialogico, che, soprattutto in Cina con l’opera di Ricci, porterà i suoi frutti. Da Roma però venivano tutte le perplessità circa il suo metodo, perché la volontà di affermare con chiarezza la dottrina, in polemica con la frammentazione luterana, richiedeva che il vangelo venisse annunciato senza accomodamenti. Il metodo usato da Ricci, che godeva del sostegno da parte del superiore locale, in considerazione della particolare situazione della Cina, vista dalla colonia portoghese di Macao, quando viene conosciuto a Roma, creerà non pochi problemi e perplessità; ma il suo ideatore nel frattempo era scomparso dalla scena. Negli anni in cui Ricci è attivo e sta cercando di penetrare in Cina, risalendola da sud verso Pechino, costui scrive le sue relazioni e cerca, presso la Curia generalizia dei Gesuiti a Roma e soprattutto presso i nuovi uffici di Curia vaticani, di giustificare l’operato suo e dei Gesuiti che sono con lui. Per lui la giustificazione migliore è quella di mostrare che sta operando sulla scia di colui che risultava il pioniere in assoluto verso la Cina e cioè Francesco Saverio, morto mentre stava proponendosi di entrarvi, nello stesso anno in cui a Macerata nasceva Matteo Ricci.

IL CRISTIANESIMO IN CINA

A dire il vero, Francesco Saverio non è affatto il primo ad entrare in Cina, essendo ben noti altri missionari venuti per via di terra a portarvi il verbo cristiano. E tuttavia Matteo Ricci nel suo testo non fa alcuna menzione di ciò che noi sappiamo da altre fonti storiche. A sua giustificazione si può dire che egli non voleva fare la storia della missione in Cina, quanto piuttosto spiegare gli inizi dell’attività dei Gesuiti. Questo suo modo di impostare la questione rivela con chiarezza che quanto scrive è la sua relazione ai Superiori di Roma e nello stesso tempo è la volontà evidente di sostenere che il suo modo di operare è in continuità con colui che nell’Ordine, non è solo il fondatore, ma anche il primo missionario e quindi colui che ha aperto le nuove vie per questa azione, che si vorrebbe differisse da ciò che facevano altri Ordini nella Chiesa. Indubbiamente in Cina erano già stati degli Europei, provenienti per via di terra e in genere mossi da motivi di ordine economico. A costoro si accompagnano anche dei religiosi, i quali si presentano con lettere credenziali del Papa; ma il loro intervento non lascia segni duraturi e soprattutto un sistema istituzionale locale. Si possono riassumere gli sporadici interventi dei primi missionari riportando la nota della curatrice del testo di Matteo Ricci. All’apertura del Libro Secondo, laddove si parla delle prime mosse della Compagnia di Gesù, come se prima non ci fossero stati nulla e nessuno, risulta necessario nel rispetto della verità storica segnalare i tentativi precedenti.

Ricci qui, nel narrare le vicende della penetrazione cattolica in Cina, non tiene conto della missione dei francescani databile fra il XIII e il XIV secolo; l’evoluzione dell’impresa francescana si può ricostruire attraverso alcune tappe principali nel 1246, durante l’impero mongolo, il frate Giovanni da Pian del Carpine giunse a Qara-Qorum per consegnare una bolla del papa Innocenzo IV al Gran Qan Guyuk; nel 1253 fu la volta del frate fiammingo Guglielmo de Ruysbroeck, che giunse a Qara-Qorum in missione per conto del papa o forse del re di Francia Luigi IX, e rimase presso il Gran Qan Mongka per due anni. Molto più rilevante l’esperienza missionaria del francescano Giovanni da Montecorvino, nominato nel 1281 Legato Apostolico in Cina da Nicolò IV. Egli fu il primo sacerdote cattolico ad arrivare in Cina, dove giunse a Pechino nel 1292 ed edificò due chiese. Nel 1307 il papa Clemente V lo nominò arcivescovo di Qanbalic. La missione di Montecorvino prosperò ed egli edificò un monastero per ventidue monaci; rimase in Cina fino alla morte avvenuta nel 1328, dopo aver fronteggiato l’ostilità dei cristiani nestoriani.

Nello stesso periodo, dal 1324 al 1330, avvenne l’avventurosa esperienza di viaggio attraverso tutta la Cina del francescano Odorico da Pordenone. Infine, dal 1342 al 1346, ci fu il soggiorno cinese del francescano Giovanni da Marignolli, per una missione voluta da Benedetto XII, probabilmente in risposta ad una delegazione di 16 membri inviata nel 1338 dall’imperatore Toghan Temur, conosciuto dai cinesi come Shundi, ad Avignone per recare omaggio al papa. Dal 1368, dopo la conquista del potere da parte della dinastia Ming, la Cina rimase chiusa alle missioni cattoliche fino all’arrivo, nel 1582, dei Gesuiti Valignano e Ruggieri. (Ricci, p. 109)

In questa essenziale cronistoria dei primi approcci da parte di religiosi si vede il tentativo di costruire relazioni fra le parti, ma di fatto non si arriva mai a concludere con qualcosa di duraturo. Nello stesso tempo c’è da segnalare la presenza di “nestoriani”, cioè di cristiani che riconoscono la separazione della natura umana e divina in Gesù, per cui Maria sarebbe madre di Cristo, ma non di Dio. Costoro sono comunque spariti nello stesso momento in cui si perdono pure i segni della presenza dei cattolici in Cina. La ripresa dei rapporti si ha con i Gesuiti. E qui Matteo Ricci ha buon gioco per affermare che tutto dipende dai superiori che gli hanno aperta la strada per dare consistenza alla presenza di cristiani nel Paese.

L’ENTRATA DEI “NOSTRI”

Così si esprime Ricci nel primo capitolo del secondo libro della sua storia. Tenuto conto che al termine del primo libro egli parla diffusamente delle diverse sette religiose che prosperano nel Paese e che danno origine a forme di idolatria, il quadro che si ha della religione in Cina non è affatto lusinghiero e comporta per la Chiesa stessa non poche difficoltà nella sua predicazione e nella sua azione. Ricci insiste su un quadro molto negativo e lo si avverte nell’estrema durezza con cui giudica la situazione.

Contra questo Mostro dell’Idolatria sinica, di che parlassimo nel fine dell’altro libro, più fiero con i suoi tre capi che quello del Hidra Lirnea, che tanti migliaia de anni pacificamente tiranizzava e mandava sotterra nell’abisso dell’Inferno tanti milioni di anime, si mosse la nostra Compagnia di Giesù, conforme al suo instituto, a far guerra da parti sì lontane, passando tanti regni e tanti mari per liberare le misere anime della perdizione eterna. E fidati nella Divina misericordia e promessa non hebbero paura de’ pericoli né delle difficoltà che si opponevano alla entrata di un Regno cotanto serrato a’ forastieri, e pieno di tanta moltitudine di gente per difendere i loro errori, poiché al segno et alle armi della Santa Croce nessuna forza mondana né infernale può resistere. (Ricci, p. 109)

Il quadro è indubbiamente molto fosco e contrasta con l’atteggiamento che di solito si rileva in Ricci, portato a dialogare con i saggi della Cina. Ma qui dobbiamo tenere conto che il suo scritto deve raggiungere gli Europei e soprattutto deve far comprendere che da parte dei Gesuiti la missione è condotta, come anche in altre parti del mondo, per comunicare la vera religione e quindi con intenti che dovremmo definire da proselitismo. Va rilevato inoltre che Ricci è ben consapevole del pregiudizio da parte dei Cinesi nei confronti di tutto ciò che arriva dal mondo europeo e delle diffidenza verso ciò che è estraneo alla loro storia e alla loro cultura. Un simile atteggiamento sarà costante, qui come in altre parti dell’Asia e comporterà nei secoli successivi anche diverse persecuzioni con l’intento di estirpare, insieme con la presenza europea, ogni traccia di religioni estranee al mondo orientale. In Ricci aumenta la convinzione che proprio su questo terreno è necessario che la battaglia sia condotta per far trionfare la Croce di Cristo. Insomma, l’atteggiamento si fa battagliero, anche in conformità agli schemi indicati nella Controriforma cattolica. Ricci rivela che la sua formazione, soprattutto religiosa, è avvenuta in questo contesto e così si deve esprimere. Non può comunque esimersi dal dire che l’idea di entrare in contatto con la Cina apparteneva alla mente fer-vida di Francesco Saverio, il quale, però, non riuscì a realizzare il suo pro-getto, essendo morto su un’isola del territorio cinese, ma senza che abbia mai potuto mettere piede sulla parte continentale. E tuttavia deve ricono-scere a lui questo intento “battagliero”, anche perché costui è tra i fonda-tori dell’ordine gesuitico e insieme è pure il primo missionario in assoluto della Congregazione.

S. FRANCESCO SAVERIO

La figura di San Francesco Saverio è nota dentro e fuori la Chiesa come il pioniere della nuova evangelizzazione, messa in campo in occasione dei viaggi, di scoperta e di conquista insieme, nei nuovi territori raggiunti in America e in Oriente. Più che la ricerca di un metodo nuovo, che va invece riconosciuto a Ricci, per lui si deve parlare del fervore che appare nei suoi scritti inviati al confratello Ignazio.

Francisco de Jasso Azpilicueta Atondo y Aznares de Javier (questo è il suo nome spagnolo) era nato il 7 aprile 1506 in una famiglia nobile di Javier (in Navarra). I beni della famiglia erano stati confiscati dal re aragonese Ferdinando il Cattolico, dopo la vittoria sugli autonomisti navarrini, che erano filo-francesi. Per sfuggire alla sconfitta e alla miseria, si rifugiò in Francia e andò a studiare teologia alla Sorbona dove, dopo il primo triennio, divenne maestro. Nel suo stesso collegio di Santa Barbara arrivò il basco Ignazio di Loyola (1491-1556), il quale, oltre ad essere uno dei suoi più grandi amici (furono proclamati santi insieme), ne riconobbe immediatamente il temperamento combattivo ed ardente e decise di conquistarlo alla propria causa. Nello stesso collegio parigino studiava anche il savoiardo Pierre Favre (1506-1546).  Francesco, Pietro e Ignazio diedero origine ad una vita religiosa in comune, che sarebbe poi diventata la Compagnia di Gesù. Il 15 agosto 1534 nella chiesa di Saint Pierre de Montmartre emisero i voti di povertà, castità e obbedienza con l’aggiunta di muovere verso la Terra Santa per combattere l’Islam e portarvi la fede cristiana. Si ritrovarono a Venezia nell’intento di partire verso la Palestina, ma, non riuscendo a farlo, decisero di mettersi a disposizione del Papa, che allora era Paolo III. A Roma Francesco Saverio fu ordinato sacerdote nel 1537. I tre fondatori, poi, decisero di aggiungere ai tre voti tradizionali un quarto voto che diventa distintivo dei Gesuiti, e cioè l’obbedienza al papa. Nel 1540 il re del Portogallo, Giovanni III, chiese al Papa di poter avere a sua disposizione dei missionari da mandare nei luoghi occupati dai Portoghesi nelle Indie orientali. Francesco Saverio fu indicato da Ignazio e costui partì nel marzo 1541 da Lisbona con un viaggio che durò più di un anno. Arrivò a Goa, colonia portoghese in India, nel maggio dell’anno successivo. Nel 1545 partì per la penisola della Malacca, in Malaysia dove incontrò alcuni giapponesi che gli proposero di muoversi verso il Giappone. Vi arrivò nell’agosto del 1549, e qui si rese conto della necessità di provare anche un approccio con la Cina. Ma all’arrivo sull’isola di Sancian il 3 dicembre 1552 morì di febbri malariche. Il suo corpo fu portato a Goa, dove è ancora oggi sepolto nella chiesa del Bom Jesus. La sua opera missionaria soprattutto in Cina fu proseguita da Alessandro Valignano e Matteo Ricci. (Wikipedia)

Da lui comincia quella serie di relazioni che permettono ai missionari di essere sempre in comunicazione con la Casa Madre di Roma. Francesco Saverio scrive parecchie lettere all’amico Ignazio di Loyola allo scopo di fargli conoscere il lavoro che sta conducendo tra le popolazioni da lui accostate. Ne vien fuori un animo ardente che vive con fervore la sua missione, dovunque si trovi.

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Da una lettera ad Ignazio di Francesco Saverio

Abbiamo percorso i villaggi dei neofiti, che pochi anni fa avevano ricevuto i sacramenti cristiani. Questa zona non è abitata dai Portoghesi, perché estremamente sterile e povera, e i cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’altro se non che sono cristiani. Non c’è nessuno che celebri le sacre funzioni, nessuno che insegni loro il Credo, il Padre nostro, l’Ave e i Comandamenti della legge divina. Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali – come si dice – non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano dire né l’Ufficio divino, né prendere cibo, né riposare fino a che non ho loro insegnato qualche preghiera; allora ho cominciato a capire che a loro appartiene il Regno dei cieli. Perciò non potendo senza empietà respingere una domanda così giusta, a cominciare dalla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnavo loro il Simbolo apostolico, il Padre nostro e l’Ave Maria. Mi sono accorto che sono intelligenti e, se ci fosse qualcuno a istruirli nella legge cristiana, non dubito che diventerebbero ottimi cristiani. Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè! quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno! Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti! In verità moltissimi di costoro, turbati a questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbero ad ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore, e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione della volontà di Dio. Griderebbero certo dal profondo del loro cuore:“Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?”. Mandami dove vuoi, magari anche in India.

Da una relazione scritta ad Ignazio di Francesco Saverio

Del Giapan, o vero Giapon, scriverò quello che per l’esperienza insino adesso habbiamo conosciuto. Primieramente la gente che habbiamo con-versata, è la migliore che insin adesso si sia scoperta, et fra gli infedeli mi pare non si troveria altra migliore; generalmente sono di buona conversatione; è gente buona et non malitiosa; et stimano mirabilmente l’honore più che nissun’altra cosa; communemente sono poveri, et la povertà tanto fra li nobili, quanto fra gli altri non si reputa a vergogna.

È gente molto cortese fra loro et stimanosi, confidando molto nelle armi; portano sempre spade e pugnali, tanto li nobili quanto la gente bassa, cominciando dalli 14 anni; non patisce questa gente ingiuria alcuna, né parola di dispregio, come la gente ignobile: porta gran reverentia alli nobili. Così tutti li gentilhuomini reputano gran laude servire al signore della terra, et essergli molto soggetti. È gente temperata nel mangiare, benché nel bere alquanto larga: fanno il vino de riso, perché non ci è altro in quelle bande. Giurano poco; et il giuramento loro è per il sole: gran parte della gente sa leggere et scrivere, il che è gran mezzo per brevemente apparare le orationi et cose di Dio.

Matteo Ricci conosce il Saverio solo per ciò che si racconta di lui nella sua Congregazione. È probabile che lo spirito missionario si sia acceso in lui proprio dalla conoscenza delle relazioni appassionate scritte dall’uomo destinato poi a divenire santo e soprattutto patrono delle missioni. Ne dà una chiara immagine nel capitolo in cui deve parlare delle origini della presenza cristiana in Cina: essa corrisponde esattamente a ciò che veniva comunicato ai giovani aspiranti religiosi che vivevano a Roma.

Il Primo che diede principio a questa guerra e cominciò a battere il muro fu il nostro B. P. Francesco Xaver, il quale avendo fundate tutte le Christianità dell’India e di Malucco, fu ultimamente a fundare la (spagnolismo spesso ricorrente nell’opera di Ricci al posto di “quella”) del Giappone con la felicità che dallo suo spirito Apostolico si sperava; e mentre faceva questo offitio in quei regni gli fu mosso un dubio dai loro savij: se la santa fede che predicava era sì buona e conforme alla ragione, per qual causa il Regno della Cina, che è tenuto per il più savio de tutti i regni orientali, non l’aveva anco pigliata. E sapendo bene il B. Padre che tutte le leggi e riti dei Giapponi hebbero origine dalla Cina, venne in pensiero che, se potesse prima convertire la Cina, non solo si farebbe bene ad un regno sì grande e nobile, ma in un medesimo tratto facilmente anco restarebbe convertito il Giappone. Per questa causa, raccomandando le cose di là ad altri compagni che quivi aveva (nell’intraprendere l’impresa della Cina, Francesco Saverio lasciò in Giappone a continuare la sua missione padre Cosma de Torres e fratello Gio-vanni Fernandes), se ne ritornò all’India, dove con grande prestezza hebbe dal Viceré di essa una ambasciata che se mandasse al Re della Cina da parte del Re di Portogallo (nel 1552 Francesco Saverio ottenne di far parte di una delegazione portoghese, guidata dal mercante Diego Pereira, presso l’imperatore della Cina, con l’appoggio del viceré delle Indie Don Alfonso de Norona e del vescovo di Goa Dom Giovanni de Albuquerque), con la quale occasione egli potesse entrare dentro di questo regno e cominciare in esso la promulgazione del santo evangelio. (Ricci, p. 110)

Sulla base di ciò che qui troviamo scritto sembra che Ricci suggerisca la motivazione per la quale il Saverio si decide a tentare di entrare in Cina: l’avrebbero convinto i suoi collaboratori, facendo notare che presso i Cinesi c’è la sapienza essenziale come terreno ben preparato all’evangelizzazione. Viene da pensare che sulla base della personale esperienza lo stesso Ricci riconoscesse presente in Cina il terreno adatto per seminare la Parola. E proprio dalla filosofia di vita dominante in Cina bisognava pas-sare per facilitare l’ingresso della predicazione evangelica. Eppure in pre-cedenza Ricci aveva detto con estrema chiarezza che l’idolatria radicata in quel Paese avesse i medesimi connotati della mitica Idra di Lerna, il mostro dalle molteplici teste e dal veleno mortale diffuso un po’ ovunque. Vien da supporre che egli sostenga questo per giustificare una presenza qualificata di missionari, che trovano nel Saverio il loro iniziatore, ma anche colui che ha aperto la strada, sulla quale si doveva insistere per raccogliere i frutti sperati, anche se questi, al momento dell’ingresso di Ricci, sembravano tardare a crescere e a far sperare in un successo sicuro.

Se il Saverio aveva meditato su questo progetto e non era riuscito a perseguirlo, non si poteva disattendere all’opera solo abbozzata e bisognava raccogliere l’eredità. Ecco perché Ricci dà grande importanza a questo suo disegno e nello stesso tempo lascia intendere che quanto sta facendo non è altro che la prosecuzione di un progetto, a cui la Congregazione dei Gesuiti rimane sempre legata. Così insiste Ricci nel raccontare il particolare ardore missionario che spingeva il Saverio a predisporre azioni mirate per dare buon esito alla sua impresa.

E lasciando adesso i contrasti che il Demonio pose a questa opra in Malacca (Ricci accenna solo fugacemente agli avvenimenti che impedirono lo svolgimento dell’ambasciata portoghese presso l’imperatore a cui avrebbe dovuto partecipare Francesco Saverio. Trigault, nella sua versione latina dell’opera di Ricci, a questo punto della narrazione inserisce un racconto dettagliato dei fatti attribuendo la responsabilità del fallimento del progetto all’ostinata opposizione del Capitano di Malacca Don Alvaro de Ataide), al fine arrivò pure in compagnia de’ Portoghesi che venivano a mercanteggiare con i Mercanti della Cina, in un’Isola alla parte più australe di tutto il regno, che si chiama Sancioam, dove tentando per molte vie di entrare alla metropoli della Provincia di Quantone, che i Portoghesi chiamano Cantan, se bene non potesse ottenere altro che essere menato di notte nascostamente e lasciato solo nella riviera del fiume che passa al piè del muro della città, né anco questo osorno fare i Cinesi né per prieghi né per promesse di molta somma di danari, avendo paura di esser casticati atrocemente dagli magistrati di quella Città. Ma conciosia cosa che i peccati di questo regno non meritassero sì grande Apostolo per dar principio alla loro conversione, e fusse già arrivata l’hora del B. Padre irsene al Cielo e riceverne il merito de’ suoi travagli e sante opere, tutti i consegli della sua entrata gli riuscirno in vano; sebene crediamo pure che, se egli non poté ottenere da Iddio per sé questa entrata, la ottenne nel Cielo per i suoi Compagni che, contra ogni speranza humana, vi entrarno trenta anni doppo. In questo luogo dunche, e trattando questo negocio, moritte l’anno 1552, e da qui riportato il suo corpo incorrotto a Goa, facendo per suo mezzo Iddio tanti miracoli e nel viaggio et in Goa, come nella sua vita pienamente si narra. (Ricci, p. 110-111)

Non era ancora riconosciuto santo, ma da parte di un confratello, che in quel periodo dimostrava di esserne l’erede e di proseguirne il progetto con migliori risultati, usciva, a pochi anni di distanza, un elogio non indifferente e anche la segnalazione di miracoli attribuiti alla sua intercessione.

Ricci voleva in tal modo presentarsi come l’erede, e nello stesso tempo segnalare che il suo progetto, decisamente fra i migliori della sua notevole opera missionaria, trovava finalmente la sua piena realizzazione. Così la sua testimonianza cercava con questo encomio del futuro santo una sorta di canonizzazione dell’impresa che ora apparteneva totalmente alla strategia di Ricci. Costui si rendeva conto che anche ad aver raggiunto dei buoni risultati, certi metodi attuati potevano suscitare per-plessità e opposizione, come del resto avvenne.

I SUPERIORI DI RICCI IN CINA

Se vuole riuscire nell’impresa, che appare molti ardua, anche per i tentativi sempre naufragati, e soprattutto se vuole che il suo metodo possa essere attuato e riconosciuto come valido, ha bisogno dell’appoggio dei suoi superiori. In effetti tra lui e il Saverio ci sono figure che il gesuita di Macerata intende segnalare come coloro che lo hanno introdotto in questa sua azione missionaria e lo hanno sempre decisamente sostenuto. Ci sono stati in precedenza imprese isolate di Congregazioni antiche, ma queste, anche forse per una certa debolezza organizzativa e per mancanza di appoggi adeguati a Roma, non hanno sortito l’effetto sperato.

Doppo lui vennero altri valenti huomini e servi di Iddio a procurare questa entrata, specialmente della Religione di S. Francesco e S. Domenico (Ricci, probabilmente, si riferisce agli infruttuosi tentativi da parte dei francescani di entrare in Cina nel 1579, nel 1582 e nel 1583; per quanto riguarda gli agostiniani è attestato un tentativo fallito avvenuto nel 1575. Tutte queste missioni riuscirono appena a raggiungere Macao e poi Guangzhou, senza ottenere il permesso di soggiorno nel paese. Alcuni, in modo fortuito riuscirono a raggiungere alcune città dell’interno da cui vennero subito rispediti indietro), altri per via delle Indie orientali, altri per quella delle occidentali, di Nova Spagna (Messico) e delle Filippine. Ma quelli che pigliorno più a petto quest’opra, come ereditaria del B. Francesco, forno i Padri della Compagnia, che con molto zelo vennero con i mercanti portoghesi e con molta perseverantia stettero sempre alla porta della Cina in una Residenza che quivi fecero (la residenza della Compagnia di Gesù, cui Ricci si riferisce, veniva fondata a Macao nel 1565 dai padri Francisco Perez e Manuel Pereira).

(Ricci, p. 111)

Ben diversi sono invece gli sforzi messi in campo dai Gesuiti: essi da una parte stanno sicuri nella loro residenza portoghese di Macao e nello stesso tempo cercano contatti che permetteranno successivamente di avere accesso fino alla capitale. Ricci esalta la sagacia dei suoi superiori che hanno saputo mettere in campo una strategia vincente.

Quello che la ritornò ad avivar più e risuscitarla, essendo già mezza desperata per gli varij impedimenti che ritrovorno ogni giorno più porsi nel mezzo, fu il P. Alessandro Valignano (1539-1606), il quale era Visitatore, mandato dal Nostro P. Generale, di tutte queste parti orientali. Et avendo già visitata quella parte dell’India, che gli Europei chiamano di qua del Gange, et avendo da passare principalmente al Giappone, fu forzato aspettare la partita della nave che va al Giappone, più di dieci Mesi nella residenza di Macao. Onde pigliando varie informazioni delle Cose di dentro della Cina, venne a intendere bene la nobiltà e grandezza di questo Regno governato con tanta pace e prudentia, venne a persuadersi che una gente tanto accorta e data allo studio non lasciaria di dare entrata nel suo regno ad alcuni Padri di buona vita e che sapessero la loro lingua e lettera, et alfine riceverebbono la nostra santa legge che, non solo non è contraria, ma agiuta molto al buon governo della Repubblica, che loro pretendono, e fa tanto bene all’anime nell’altra vita aprindogli il camino e la porta al paradiso. Per questa causa diterminò di applicare alcuni padri che stessero in Maccao imparando le lettere e la lingua della Cina, accioché, avendo qualche porta per entrare, stessero ben apparecchiati a questo. E così, se bene contra il parere di alcuni Padri vecchi et isperimentati nella Cina, che avevano questa impresa per impossibile, non avendo il Padre Valignano seco persona atta permettere a questa opra, scrisse al P. Vincentio Rodrigo Provinciale dell’India, che almeno mandasse a quella Residentia un Padre di buone parti per questo effetto; et egli, perseguendo il suo viaggio verso Giappone, lasciò scritto quanto aveva da fare per conseguire il fine che si pretendeva. Il Provinciale elesse a questa impresa il P. Michel Ruggerio, che era venuto all’India di Roma l’anno 1578, e già stava travagliando nella Cristianità della Costa di Pescaria (Ricci si riferisce alla costa del Malabar dove Ruggieri risiedette per otto mesi, prima di essere destinato a Macao), nell’anno seguente di 1579, nel mese di Giuglio, arrivò il P. Ruggeri a Macao. (Ricci, p. 111-112)

Sono questi due personaggi, che incoraggiano Ricci ad assumere il compito di tentare il tutto per tutto nell’impresa di penetrare in Cina, volendo realizzare il sogno di Francesco Saverio, da tutti venerato, se non altro per essere stato uno dei fondatori dei Gesuiti. Costui rimarrà l’ideatore del progetto, anche senza aver mai fatto il passo decisivo in questa dire-zione, essendo morto con questo suo disegno nel cuore. Ricci si prefigge così di attuarlo con la netta convinzione che questo disegno dovesse essere perseguito, proprio perché veniva ritenuto come essenziale dal Saverio, il quale già veniva idealizzato. Occorreva però studiare bene l’impresa anche in presenza di tentativi precedenti andati a vuoto. Proprio per questo occorreva consolidare la base di Macao, che i Portoghesi avevano visto riconoscere dalle autorità cinesi locali. In quegli anni però, il Portogallo veniva di fatto unito alla Spagna nella persona di Filippo II, il quale già consolidava il suo dominio coloniale in quella vasta area geografica dell’Asia sud orientale. I Gesuiti, che nei loro viaggi dall’Europa si appoggiavano ai Portoghesi, avevano deciso di costituire la loro base di partenza per la “conquista” della Cina, proprio a Macao

ANTICA MAPPA DI MACAO

È Maccao una città de’ Portoghesi nella sponda del mare della Provincia di Quantone, in un braccio di terra che fa una penisola di due o tre miglia in circuito; percioché i Portoghesi, subito che scoprirono la grandezza e la ricchezza di questo regno, sempre procurorno con ogni diligentia aver comercio con esso. Ma i Cinesi sempre hanno paura de’ forastieri, specialmente quando veggono essere animosi e guerrieri, come facilmente vedevano essere i Portoghesi dalla gente armata e dalle navi, che erano le magiori che mai loro viddero. E quello che gli spaventò più furno le artigliarie grosse, mai viste né udite nella Cina; accendendo questo fuogo molti saraceni Macomettani che stanno nella città di Quanton, che subito dissero ai Cinesi esser questa gente de’ Franchi (“Franchi” è il termine con cui, a partire dall’epoca delle crociate, si definiscono in Medio Oriente gli europei.), come i Maccomettani chiamano i Christiani di Europa …

(Ricci, p. 112-113)

È interessante cercare di conoscere la strategia dei Gesuiti costruita a Macao per attuare la penetrazione della Cina, certamente nell’intento di portarvi la religione cattolica, ma nel contempo anche per studiare la modalità migliore nell’accostare questo Paese che appariva piuttosto refrattario alla penetrazione europea. Non va dimenticato che anche nella vicina area geografica non erano di poco conto le resistenze dei diversi potentati locali, che vedevano una minaccia della presenza degli Europei: lo stesso Ricci qui rivela che da parte dei Cinesi c’era la paura determinata dallo spirito guerriero e dall’apparato militare messo in campo dai Portoghesi stessi. Se i Gesuiti sentono il bisogno di appoggiarsi ai Lusitani, sia perché chiamati da essi ad accompagnarli nella penetrazione coloniale, sia perché erano favoriti nei viaggi; dall’altra però essi avvertono la necessità di tentate metodi diversi rispetto a quelli dei mercanti, soprattutto quando vedono che altri religiosi, già da tempo consolidati in questa missione, fallivano nel loro intento.

L’eterogena popolazione di Macao era lusofona e cristiana, a eccezione dei cinesi che provenivano dai vicini villaggi del Guandong e dal Fujian meridionale, facilmente raggiungibile via mare, anche se qualcuno aveva imparato la lingua e il culto portoghesi nel corso dei contatti avuti con i forestieri. Presenti fin dai primi anni, i gesuiti si imbarcavano come cappellani a bordo dei vascelli portoghesi, fornendo assistenza spirituale e imponendo regole di comportamento civile a rudi marinai e suscettibili fidalgos (aristocratici). La missione gesuitica era sponsorizzata da facoltosi mercanti come testimonia lo stretto rapporto tra Francesco Saverio e i fratelli Diogo e Guilherme Pereira, e più tardi quello fra Melchior Nunes Barreto e Fernao Mendes Pinto.

Mediando dispute, placando conflitti e in generale operando per la pace, i gesuiti si assicuravano la tolleranza degli avidi, beoni e violenti avventurieri portoghesi. Rappresentativo del loro ruolo, in questo piccolo insediamento con una sola via principale, è il fatto che i gesuiti avessero stabilito la loro residenza sulla collina centrale, vicino al sito dove sarebbe stata costruita la fortezza, nel punto più alto della città. Intorno al 1582, oltre ai gesuiti, molte altre istituzioni ecclesiastiche contribuirono a dare a questa frontiera commerciale selvaggia e fiorente una parvenza di civiltà. (…)  (Po-Chia, p. 72-73)

Macao appariva come un minuscolo fazzoletto di terra. Prima dell’arrivo di Ricci, la piccola comunità di gesuiti di Macao contava cinque componenti … Tutti, tranne Ruggieri, erano portoghesi. È facile immaginare la gioia di Ruggieri nell’incontrare i colleghi italiani, specialmente Ricci, che aveva espressamente richiesto come compagno per la missione in Cina in una lettera a Valignano, scritta alla fine del 1580. Dopo i tre difficili anni trascorsi a Macao, Ruggieri poté dare libero sfogo alle sue frustrazioni in italiano con i suoi compatrioti: passava ore ogni giorno a studiare il cinese, una lingua difficilissima, così diversa da qualsiasi grammatica europea, con un’infinità di caratteri, la confusione dovuta ai toni, e due sistemi diversi per scrivere e per parlare. Ciò nonostante, Ruggieri insisteva nel prepararsi a entrare in Cina, ma, per quanto difficile potesse essere, lo studio del cinese era in realtà la parte più facile.  (Po-Chia, p. 74)

Sembrava tutto tempo sprecato, perché nel passare del tempo, la missione appariva sempre sull’orizzonte senza che venisse mai avviata. Bisogna riconoscere però che il lavoro di Ruggieri per acquisire la lingua cinese e più ancora la cultura locale, sarà poi molto propizio per la futura penetrazione in Cina e nel contempo questo genere di lavoro, condiviso da Ricci, servirà a quest’ultimo per avviare al meglio la sua attività: se lo scopo rimaneva pur sempre la predicazione del vangelo e la “plantatio Ecclesiae”, questo non si poteva ottenere senza riuscire a dissipare la diffidenza del mondo cinese, soprattutto di quello dei mandarini locali. È il convincimento dello stesso Ruggieri e diventerà l’assoluta priorità dell’agire di Ricci per riuscire nell’impresa, che era fallita con le altre congregazioni religiose. Va segnalata comunque la perfetta intesa fra i due gesuiti, Ruggieri di origine napoletana e Ricci proveniente da Macerata. Il primo attendeva proprio la venuta dell’amico, convinto che il P. Valignano non avesse niente in contrario sulla questione. Lo segnala lo stesso Ricci che racconta di essere stato chiamato dal Superiore locale.

Cominciava già questo negotio a tenere qualche speranza, ma teneva doi grandi impedimenti: l’uno che i padri di Maccao erano puochi et i negocij de’ Portoghesi erano molti; e così era necessario che il P. Roggiero si mettesse in essi con grande danno del suo negocio proprio che era lo studio della Cina; l’altro l’esser solo applicato a questa impresa, e non potere continuare quello che lasciava fatto in Maccao nel tempo che stava in Quantone con i Portoghesi, che era alle volte mezzo anno, oltre questo negocio di lettere e lingue impararsi meglio da molti insieme che da uno solo. Del che avisato nel Giappone il P. Valignano, mandò a chiamare dall’India il P. Matteo Ricci (è questo il primo luogo del testo dove compare il nome di Matteo Ricci. Come si vede l’autore parla di sé in terza persona; questo probabilmente per conferire al testo il tono più elevato di una cronaca storica, anziché di un diario), che era venuto di Roma l’istesso tempo che il P. Ruggiero, e stava in Goa finendo i suoi studij, acciocché si desse anco a questo studio e stesse in Maccao (Ricci, convocato da Valignano su suggerimento di Ruggieri, arrivò a Macao il 7 agosto 1582) aspettando per qualche buona occasione di entrare dentro la Cina et aiudando alle opere che P. Rogerio aveva cominciate; e scrisse dando ordine che i Padri dedicati alla Cina non fossero occupati in altra cosa.

(Ricci, p. 116)

Naturalmente non appena Matteo Ricci scompare “dalla scena di questo mondo” e, sulla base di ciò che ha vissuto e prodotto egli diventa una specie di mito per coloro che sono chiamati a continuare l’opera seguendo le sue orme, questi primi contatti con il mondo cinese vengono particolarmente enfatizzati, come se si trattasse di una impresa davvero epica: nella biografia scritta da Giulio Aleni 20 anni dopo la morte del maceratese i primi anni di missione di quest’ultimo appaiono in una luce leggendaria e vengono presentati con un colorito epico …

Nell’anno 1577 dopo l’Incarnazione del Signore del Cielo, attraversati diversi paesi, Maestro Ricci raggiunse il famoso regno Marittimo del Portogallo e si presentò al re che lo ospitò generosamente

Quindi navigò venendo verso l’Oriente, sopportò onde infuriate e sabbie tempestose, nazioni di ladri e cannibali, senza danni e senza ferite.

L’anno seguente sbarcò in India (letteralmente Piccolo Occidente) per manifestare tutto ciò che aveva studiato (con questa espressione Aleni probabilmente intende l’inizio dell’opera di propagazione della fede da parte di Ricci).

Nell’anno successivo all’anno xinxi dell’imperatore Wanli (1582) arrivò nel Guangdong, nella contea do Xiangshan, a Macao.

Il governatore generale e vice-ministro della guerra, l’onorevole Chen Wenfeng, ri-chiese per iscritto al vescovo del Grande Occidente e al governatore (di Macao) di discutere gli affari di Macao. Il vescovo chiese al Maestro Michele Ruggieri … di andare in sua vece. Costui, adempiuto l’incarico, ritornò (l’episodio accadde nel maggio 1582, e fu il quarto viaggio nel continente di Michele Ruggieri. In realtà da tempo Ruggieri cercava in tutti modi di ottenere il permesso di risiedere in Cina, e nel dicembre dello stesso anno ritornò a Zhaoqing per la quinta volta insieme a Francesco Pasio. Aleni enfatizza il significato dell’iniziativa del viceré forse per mostrare che l’entrata e la permanenza dei Gesuiti in Cina sarebbe stata non solo avallata, ma persino richiesta dalle autorità cinesi).

Nell’anno seguente Maestro Ricci, per la prima volta, entrò assieme a Maestro Ruggieri, a Duanzhou (nella prefettura di Zhaoqing) dove il nuovo governatore generale, l’onorevole Guo e il prefetto onorevole Wang li accolsero con molta gioia. E lì costruirono una casa per abitarvi.  Aleni p. 28-29)

IL METODO MISSIONARIO

Fin qui non ci si poteva spingere fuori di Macao, ormai colonia riconosciuta del Portogallo, anche se in quegli anni la corona lusitana era in possesso del re di Spagna. Ma la venuta di Ricci consente di aprirsi al resto della Cina: la conoscenza della lingua da parte di P. Ruggieri, ma più ancora il metodo usato da Ricci permette non solo di avere qualche conversione e qualche battesimo – ben poca cosa se si pensa all’impegno profuso – ma di accostare anche il mondo dei mandarini e dei letterati, che poteva far sperare in un accesso più ampio e più sicuro. Ricci stesso scrive al Preposito Generale dei Gesuiti, P. Claudio Acquaviva, a Roma, informandolo dei primi risultati e mettendo in chiaro che il primo intento rimane il medesimo di Francesco Saverio scritto ad Ignazio di Loyola, e cioè quello di far conoscere con il Pater noster e l’Ave Maria i primi rudimenti del catechismo, senza però disdegnare altri generi di approcci con coloro che apparivano esperti di filosofia e di scienza. E lì potevano essere utili gli strumenti richiesti al padre, per segnalare in Cina le pari condizioni che gli Europei potevano vantare con la Cina, sempre sospettosa verso gli stranieri e sempre orgogliosa del proprio sapere. La lettera è del 20 ottobre 1585.

non habbiamo sin adesso più di dodici cristiani, li più di loro huomini di penitentia, che digiunano al modo della Cina, che è non mangiare né carne né pesce.

Uno tra gli altri, che sono alcuni anni che continua questo digiuno, venne il giorno dello Spirito Santo (Pentecoste, il 9 giugno 1585) con tutti i suoi libri e con il suo idolo a dar tutto in nostra mano per porli nel fuogo, confessando di andare errato, e continuò tanti giorni di imparare il Pater noster, Ave Maria, e altre cose necessarie, e venire a mezza Messa che il giorno della Commemorazione di s. Paolo lo battezzassimo, e per questo si chiama Paolo. L’altro battesimo si fece di alcuni il giorno della Assuntione di Nostra Signore. Il principale di loro era un vecchio di sessanta anni con uno figliuolo che tiene moglie e figliuoli. Il buon vecchio che si chiama Nicolao, perseverò ancora molti giorni, et il primo giorno che venne per discoprire il suo desiderio già sapeva il Pater noster e Ave Maria, et era mediocremente visto nel Catechismo, che gli avevano prestato. V.P. si rallegreria molto di vederlo lacrimare quando gli parliamo delle cose di Iddio, e tutti questi con alcuni catecumeni la domenica, al fare del giorno e prima, apparire alla nostra porta per la Messa, con stare alcuni un miglio e più lontani et anco dall’altra parte del fiume, che è tre o quattro volte più largo del Tevere. (…) Molte sono le persone che vengono a domandare questo Catechismo e vengono a sapere delle cose della nostra fede. Tra li altri venne un giorno un zumpino (comandante generale) novo, che è il capitano generale di tutti i soldati di questa provincia, e ci fece molta cortesia, ponendosi a sedere con nosco, il che non fa se non con persone molto eminenti … Un altro fu un pucensi (Commissario dell’amministrazione provinciale) di questa provincia, che non ha maggiore governatore che lui, che per una lettera ci mandò a domandare la dottrina di Ponente, che anticamente venne alla Cina, di poi adesso estava corrota, trattandoci molto cortesemente; al quale mandassimo un Catechismo, con scrivergli che la dottrina stessa del Salvatore del mondo non stava ancora voltata in lingua cinese; che tra tanto pigliasse il Catechismo, dove si dichiaravano molte cose et il Pater noster e Ave Maria, che poi voltaremmo il resto e mandariamo a Sua Signoria. (…) (Ricci – Lettere p. 98-100)

Io per la gratia del Signor stessi sano sempre e già parlo senza interprete con tutti e scrivo e leggo mediocremente i suoi libri. Accioché V.P. si consoli desideravo mandarli una descrizione di tutta la Cina, ma non ho anco potuto sapere di certo Pachino quanto sta alto verso il settentrione che è il luogo più principale dove sta il re; per questo ho molto buon apparecchio delle tavole loro nei suoi libri, scritte molto diligentemente, ma senza gradi. L’anno passatoi mandai un Mappamondo, che feci in lettera cina, che il governatore mi fece stampare benché tiene alcuni errori, ma per loro è la più vera cosa che tenghino, in questa materia.  (Ricci – Lettere p. 103)

CONCLUSIONE

Ancora oggi il mondo cinese appare al mondo occidentale un po’ misterioso e soprattutto diffidente verso chi lo accosta con intenti non sempre e non correttamente rispettosi della sua cultura millenaria. Se ciò vale in modo speciale per chi ha scopi di natura religiosa con una visione di vita che non viene affatto mutuata dalla antica sapienza locale o che non sia proposta in dialogo con la tradizione cinese, ancora di più si accentua la diffidenza quando il mondo occidentale si presenta con sistemi che la Cina fatica a condividere. Per queste particolari ragioni, tenuto conto che il solo occidentale riconosciuto e rispettato in Cina risulta essere proprio Matteo Ricci, dovremmo meglio conoscere il suo modo di accostarsi al popolo cinese, anche quando lui pure resta condizionato dagli obiettivi che mirava a raggiungere nel suo lasciare alle spalle il mondo occidentale, per farsi in tutto cinese: non perde mai di vista lo scopo missionario che lo muove secondo lo spirito della Incarnazione, come risulta nel Vangelo per Cristo che si fa uomo. Il medesimo spirito viene assunto dal gesuita: così lui ci insegna il modo più giusto per dialogare con la Cina.

BIBLIOGRAFIA

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4.

Matteo Ricci

LETTERE

Quodlibet (Macerata) 2001

20

LA CINA AL TEMPO DI MATTEO RICCI: Problemi di natura morale e religiosa.

INTRODUZIONE – Occorre ribadire che lo scopo fondamentale del viaggio di Matteo Ricci in Cina e più ancora della sua relazione scritta che ci fa conoscere la Cina con i suoi occhi, secondo il metodo dell’autopsia, è quello di seminare la parola evangelica, anche se nel modo stesso che Ricci ha di operare e poi di redigere la sua relazione, egli lascia questo obiettivo sullo sfondo. Preferisce cercare un approccio rispettoso con il mondo cinese, che egli deve riconosce costruito su una profonda e seria ricerca della saggezza, che fa ritenere i costumi cinesi degni di rispetto. Non si verifica uno scontro, ma si assiste ad un vero e serio confronto, che poi a Roma darà adito a qualche sospetto, come se Ricci volesse perseguire un certo sincretismo. La Controriforma, che si respirava in Europa, vedeva una rigida contrapposizione contro ogni altro credo religioso che non fosse il Cattolicesimo: esso si riteneva accerchiato, e reagiva in modo dogmatico e senza un vero spirito dialogico. Anzi, non lasciava molto campo di libertà per questo modo che aveva Ricci, e con lui, l’avanguardia missionaria gesuita, nel suo contatto con un mondo ritenuto lontano dal Cristianesimo e come tale considerato terra di “conquista”. Ricci, da missionario, non si poteva sottrarre al suo mandato; ma nel contempo non poteva neppure presentarsi con tutto il suo apparato dogmatico da imporre in un mondo già sospettoso e poco incline a “lasciarsi inglobare”, mentre era piuttosto teso ad “inglobare” il resto del mondo. Se in altre aree del mondo, dove sembrava fin troppo evidente la condizione di uno “status” ancora primitivo con usi e costumanze ritenute inadeguate, secondo una certa visione umanistica, acquisita e data per scontata in Europa, qui invece si respirava un mondo di natura filosofica e morale, con cui si poteva dialogare, come del resto era stato fatto già agli albori del Cristianesimo tra il vecchio mondo pagano e il nuovo mondo cristiano. Così la componente religiosa, che si sarebbe dovuta ritenere prioritaria, affiorava non soltanto perché Ricci era un prete con questo specifico incarico, ma perché la scoperta in Cina di una religiosità radicata doveva più che altrove richiedere particolare attenzione. Proprio questo spirito religioso va riconosciuto come essenziale nella storia cinese; si potrebbe dire che anche negli anni del furore persecutorio contro ogni forma religiosa e nel vano tentativo di mortificare ogni credo religioso, comunque questo spirito è radicato e come tale è da associare alla conoscenza storica della Cina.

LA RELIGIOSITA’ CINESE

E CONFUCIO Leggi tutto “LA CINA AL TEMPO DI MATTEO RICCI: Problemi di natura morale e religiosa.”

LA CINA AL TEMPO DI MATTEO RICCI: Il governo.

È interessante nella lettura dell’opera scritta da Matteo Ricci che, prima ancora degli aspetti religiosi, vengano segnalati quelli che riguardano la vita quotidiana, e soprattutto l’attività lavorativa con i prodotti principali, che risultano essere specifici della Cina e dei suoi abitanti. Sappiamo che l’autore, in quanto prete e gesuita missionario, ha come sua finalità la predicazione evangelica; ma, nel contempo, come già operavano anche altrove gli stessi gesuiti, formati a Roma, anche lui si dedica alla ricerca scientifica coltivata negli anni della formazione, riconoscendo che gli studi fatti sono importanti per avviare il dialogo con la popolazione locale. Si rendeva conto che, per far entrare la proposta evangelica, era necessario conoscere più attentamente il percorso operato dalla gente del luogo e mettersi al passo con essa, avendo cura di conoscere da vicino il vissuto quotidiano. Abbiamo visto che ha iniziato la sua opera monumentale con l’attenzione al territorio, da considerare alla stessa maniera con cui veniva visto dagli stessi Cinesi, e da presentare ai lettori europei con lo sguardo di chi vi abita, suggerendo in tal modo di nutrire verso i Cinesi un’attenzione rispettosa. Naturalmente, anche per la considerazione che Ricci ha nei confronti del mondo culturale cinese, non può mancare la stima verso i letterati, gli scrittori, i ricercatori in genere, Anzi, egli stesso fa notare che persino nel mondo militare cinese si ha cura di formare le persone tenendo conto della componente che possiamo definire umanistica.

Questo modo di far gradi di Licenziato e di Dottore si usa anco negli stessi anni ai soldati, con gli stessi nome di chiugin e di zinsu, e negli stessi luoghi; cioè il grado di Licenziato nelle metropoli, e quello di Dottore in Pacchino, in un altro mese diverso. Ma come in questo regno vagliono puoco le armi, e la arte militare è sì puoco stimata, si fa con tanto manco solennità, e si dà a sì puoca gente, che pare una Compassione. (Ricci, p. 38)

Dopo una rapida presentazione di ciò che si produce e di ciò che caratterizza la cultura cinese, Matteo Ricci nel capitolo VI del primo libro si dedica al governo della Cina, che gli permette di offrire una narrazione molto sintetica dei principali eventi storici, per spiegare come al suo tempo ci si trovi con un sistema politico, che egli cerca di far comprendere ai suoi lettori, usando anche i parametri del mondo europeo, pur segnalando che la storia e la politica cinese sono di gran lunga diverse e diversamente vanno comprese e analizzate. Di fatto, più che un susseguirsi di eventi storici, Ricci definisce nelle sue linee essenziali il governo, che, essendo monarchico, senza limitazioni di sorta, se non per il suo apparato burocratico, rende la Cina un impero. Lo è inoltre per il fatto che nell’estensione del suo territorio, la Cina comprende al suo interno varie popolazioni o gruppi etnici, dominati da un governo unico, la cui struttura viene proposta dall’autore per spiegare al lettore occidentale come deve essere intesa la Cina. Perciò a chi scrive, che pur dimostra di conoscere l’essenziale della storia cinese, la segnalazione che maggiormente conta è il fatto di essere in presenza di una struttura di governo, che è certamente il risultato di una lunga gestazione nella storia. Esso, inoltre, appare ben strutturato, e così si spiega come esso persista e come esso continui a rinnovarsi e a sussistere insieme, per tutti i sistemi di equilibrio che si sono creati nel corso dei secoli, per far giungere la Cina ad essere un grande Impero, come lo stesso Ricci deve constatare ed ammirare. Anche se nel capitolo si accenna a qualche personaggio ed evento storico – e non si potrebbe fare diversamente per un pubblico, come quello occidentale, che appariva sguarnito degli elementi essenziali della storia cinese –, poi però allo scrittore interessa maggiormente comunicare il sistema istituzionale cinese, che non ha corrispondenti nel nostro mondo, per quanto Ricci cerchi di spiegare i fenomeni, ricorrendo anche a qualche termine ed esempio appartenente al nostro occidente. Del resto è lui stesso a precisare quanto ha in mente di segnalare al lettore.

Non toccherò di questa materia se non quanto viene al proposito di questo sommario; percioché proseguirla come essa richiederebbe esattamente sarebbe cosa da farsi in molti Capitoli. In questo Regno non si usò mai altro che di Governo monarchico di un suolo Signore, senza aver notitia di altro. E nel principio, ancorché fusse un solo Re e signore, con tutto vi erano anco molti signori soggetti al signore Universale, sotto vari titoli, come tra noi, di Duchi, Marchesi e Conti. (Ricci, p.39) Leggi tutto “LA CINA AL TEMPO DI MATTEO RICCI: Il governo.”

La Cina al tempo di Matteo Ricci.

INTRODUZIONE.

Ci rendiamo conto che nei nuovi equilibri geopolitici la Cina vuol essere una presenza sempre più forte e sempre più riconosciuta, con un suo ruolo, che sta cercando di ritagliare. La sua immagine è quella che si è costruita nel corso dei secoli, anche sotto diverse forme istituzionali: è, e rimane sempre, un “impero”: questo termine non sta più a indicare una forma monarchica, come spesso la intendiamo, ma la rappresentazione di un mondo che ingloba al suo interno popoli diversi, culture e lingue differenti, magari anche con il disegno politico di poter allargare più che lo spazio geografico, lo spazio di potere che ogni impero vuole sentire riconosciuto. Noi oggi vediamo la Cina con un sistema politico che sembra sopravvissuto al crollo del comunismo in Russia, dove quel fenomeno si era per primo affermato. Essa è indubbiamente gestita da un apparato che si richiama a quel sistema di governo, anche se viene da osservare quanto sia sopravvissuto del marxismo nella sua ideologia e quanto rimanga del leninismo nella sua gestione di potere. Queste sovrastrutture persistono, soprattutto se si pensa che uno Stato siffatto richiede una struttura di potere da esercitare secondo le forme “autocratiche” del passato, secondo le rigidità di un sistema ideologico che il recente passato ha costruito e contribuito a rafforzare. Ma il sistema imperiale, che poi diventa “imperialistico” appartiene alla storia cinese, che noi conosciamo poco, non avendo costruito, nella scuola, una visione del mondo nella sua integralità, se non per gli addetti ai lavori; e soprattutto ci siamo costruiti una conoscenza indiretta, che spesso legge la storia di quel Paese, come di altri, secondo le categorie occidentali. La stessa Cina, anche nel recente passato, vuol essere considerata secondo le sue proprietà e non secondo uno schema di pensiero “occidentale”: l’incontro fra i due mondi (ma i mondi sono plurali e non semplicemente duali!) richiede una conoscenza e un rispetto reciproco, che deve valere da ambo le parti. Il recente tentativo di ripensare alla famosa “via della seta”, quella che ha consentito nel passato di avviare rapporti, anche di tipo commerciale, fra i due popoli, ci obbliga a considerare meglio la Cina dentro il corso della storia e nel suo rivelarsi a noi non solo in riferimento ai rapporti umani e commerciali che si sono sviluppati, ma anche per la funzione che la Cina si è ritagliata portandola fino ai nostri giorni.

Certe analisi storiche che leggono la Cina dentro una visione eurocentrica, portano inevitabilmente a considerarla sulla base di ciò che l’Europa (ed oggi l’Occidente) ha sviluppato nei suoi rapporti con essa. Noi abbiamo, in genere, una lettura storica che privilegia il nostro punto di vista, mentre la Cina andrebbe scoperta e riscoperta dentro la sua collocazione geografica e per quello che essa ha saputo creare e costruire. Le fonti, da cui trarre informazioni per conoscere la Cina a partire dalla Cina stessa, sono indubbiamente quelle degli storici cinesi o quelle che risultano scritte nel corso della millenaria storia di quell’Impero, che è stato denominato celeste. Se vogliamo qualcuno che, pur uscito da noi, si è talmente fatto cinese da penetrarne il pensiero e il mondo, allora dobbiamo rivolgerci a Matteo Ricci, il gesuita di Macerata, il quale, vissuto per circa un trentennio in Cina, ne ha davvero assimilato lo spirito, da sentirsi uno di loro e da essere nel contempo avvertito da quel mondo come il più attento conoscitore e il più rispettoso ed integra-to personaggio, da farsi cinese. Così è stato riconosciuto, e così ancora lo è in Cina, anche se oggi quel Paese vuole presentarsi come un mondo ateo e un mondo che, anche a sviluppare ampi rapporti con il mondo occidentale, non vuole sudditanza alcuna di tipo coloniale, e men che meno autorità, come quella religiosa nell’ambito cattolico, che sia avvertita esterna ed estranea al mondo cinese. Di qui la necessità di un incontro e di una conoscenza che siano rispettosi del ruolo storico che ha la Cina: essa è davvero un mondo che pretende di essere al centro del mondo stesso …

MATTEO RICCI (1552-1610)

Matteo Ricci è il miglior sinologo per il suo particolare approccio con il mondo cinese e può introdurre al meglio dentro quella realtà. Più che tracciarne una biografia, è il caso di capire la ragione e la modalità con cui il giovane gesuita, formatosi a Roma, sia stato destinato a penetrare in quel mondo, già accostato da S. Francesco Saverio, alla vigilia della sua morte avvenuta nel 1552, proprio nell’anno di nascita del maceratese. Il suo desiderio di farsi religioso, perseguito anche contro la volontà del padre, lo introdusse nel nuovo Ordine, messo in piedi da Ignazio di Loyola. Il cofondatore, Francesco Saverio, partito per le Indie, mandava relazioni dall’immenso territorio in cui sorgevano qua e là comunità cristiane. Forse queste relazioni, spesso connotate da spirito di avventura, hanno determinato la vocazione “missionaria” di Matteo Ricci.

Non esistono scritti di Ricci sui suoi anni romani e non sappiamo quindi cosa lo abbia spinto verso le missioni. Indirizzate al generale della Compagnia, le lettere, dette Indipetae, esprimevano con i toni dell’implorazione l’ardente desiderio dei candidati di partecipare alle missioni (…) Anche Ricci desiderava il martirio? A giudicare dalle sue missive e dalle attività sul campo degli anni a venire, non vi sono tracce della passione che portò altri alla ricerca di una morte violenta. Forse in lui il desiderio di avventure e di viaggi conviveva con l’aspirazione alla propria salvezza: il suo scopo poteva essere dunque “aiutare gli altri aiutando se stesso”, per citare un altro adagio gesuitico. La maggior parte dei compagni di studio di Ricci rimase in Italia … Altri invece condivisero il desiderio di Ricci. (Po-Chia, p. 32-33)

Matteo Ricci in abiti cinesi indica la Cina al centro della mappa del mondo

Di fatto Ricci si aggrega a coloro che puntando verso l’Oriente, devono prima passare da Lisbona, e poi, di qui, passare da Goa in India, e successivamente a Macao in Cina, dove i Gesuiti pongono la loro base di partenza per penetrare in Cina. Naturalmente in questi passaggi il giovane prete non sta inerte. Si dedica piuttosto a quelle conoscenze preliminari con le quali garantirsi un accesso più facilitato. Intanto egli ha modo di studiare il territorio e di capire, già da questo, quale sia il ruolo della Cina nel contesto geografico e più ancora quale possa essere il suo ruolo geopolitico. È molto interessante notare che nelle note storiche, da lui redatte, e che accompagnano il suo cammino in Cina, ha un rilievo non indifferente la descrizione della Cina, sotto il profilo geofisico con una notevole considerazione di carattere storico. È la dimostrazione che egli vuol conoscere bene questo Paese e che vi vuole entrare non solo per l’immagine che dà al suo presente, ma anche per quello che appariva agli occidentali, quando ne trattavano e per quello che esso comunicava quando si creavano contatti con l’esterno.

IL NOME DELLA CINA

Già nel capitolo II, dopo una introduzione di carattere metodologico nel suo modo di concepire e di scrivere di storia, Ricci ha cura di rappresentare quel gran mondo con l’essenziale della sua geografia.

Capitolo II

DEL NOME, GRANDEZZA E SITO DELLA CINA

Questo ultimo regno orientale venne a notitia de’ nostri europei sotto diversi nomi. Il più antico del tempo di Tolomeo fu di Sina, di poi, nel tempo di Tamorlano, come di poi chiaramente si vedrà, vi fu data notitia di essa da Marco Polo con nome di Cataio. (Ricci, p. 7)

Sono poche battute che riguardano tempi diversi, laddove qualche informazione riguardante la Cina arriva in Occidente, se non altro per il nome che viene dato a quel mondo, noto, ma di fatto non ancora contattato in maniera stabile. Qui si parla di Claudio Tolomeo (100-168 d.C.) che parla della “Sina” più volte nella sua opera conosciuta come “Almagesto”, come viene indicato nella versione araba. E’ qui che troviamo l’impostazione geocentrica del sistema solare, che poi viene definita “tolemaica”.

Viene pure ricordato un altro personaggio storico famoso, Tamerlano, (1336-1405) capo del Turkestan, che ha conquistato e creato un vasto impero fra l’Europa e la Cina, senza riuscire a conquistare quest’ultima, solo perché muore alla vigilia di questa impresa. In mezzo ci sta pure la figura, a noi ben nota, di Marco Polo (1254-1324), il quale nella sua famosissima opera ci parla del viaggio in quel paese, che chiama appunto con il nome registrato da Ricci. Il veneziano fece il suo viaggio dal 1271 al 1295 nel periodo in cui la Cina era dominata dai Mongoli e naturalmente ci ha fatto conoscere quel tipo di realtà, che i Cinesi considerano con diffidenza, essendoci stata l’invasione ed essendosi questa trasformata in una occupazione. Non per nulla la figura di Marco Polo non ha in Cina la fama che invece riveste da noi, diversamente da Matteo Ricci, considerato dai Cinesi come uno di loro, ma da noi ben poco conosciuto.

Ma il più celebre di questi tempi è questo di Cina, divulgato da’ Portoghesi, che per lunghi e pericolosi viaggi per mare arrivorno a essa e mercanteggiano nella sua parte più al mezzogiorno, nella provincia di Quantone (Guandong), se bene i nostri Italiani et altre nationi pensino chiamarsi China, ingannati dalla pronunciatione e scrittura spagnola, che non segue nel loro vulgare, in alcune lettere, la pronunciatione latina. Ed è cosa degna da notare che tutti questi nomi furono apportati ai nostri con aggiunzione di Grande, poscia che sogliono chiamarla magna sina, e Marco Polo la chiama il gran Cataio, e gli Spagnuoli la Gran Cina, di dove si vede l’essergli debita e connaturale la sua magnificentia e grandezza del suo nome. (Ricci p. 7)

L’autore vuole dunque soffermarsi sulla questione del nome in tutti i suoi aspetti, perché già da questo, che sembra un dettaglio, si può riconoscere che sia ad intra sia ad extra c’è consapevolezza di trovarsi davanti ad un mondo considerato grande e tutto da scoprire per la sua grandezza. Una simile visione (che è pure una sorta di autocoscienza dei Cinesi stessi) appartiene alla storia cinese e nel contempo passa da una generazione all’altra anche nei mutamenti inevitabili dei regimi politici. Questa visione di “Potenza” appare già presente a quanti vi giungono dall’Occidente, compresi i colonizzatori portoghesi, che si rendono conto di dover risalire nella Cina interna e di scoprire dunque un Paese molto vasto sotto il profilo geofisico e nel contempo un Paese che può avere in tal modo la coscienza di qualcosa che si estende e che, anche a partire dalle città, allora, e ancor di più oggi, densamente popolate, si dimostra di notevole grandezza e fatta per andare sempre oltre i propri confini.

Di qui l’imperialismo che domina la storia della Cina e che arriva come eredità anche alla Cina di oggi, per quanto essa non si presenti secondo le modalità imperiali che noi pensiamo di raffigurarci con personaggi di grande livello e soprattutto dotati di un potere veramente alto. Presentata così da Ricci, la Cina arriva in Occidente con la considerazione di qualcosa di veramente grande e che tale deve essere riconosciuta, rispetto ad un mondo come quello occidentale che dovrebbe puntare su un altro genere di grandezza.

LE PECULIARITA’ DELLA CINA

Poi Ricci entra in alcuni dettagli, che nella visione sua e dei suoi lettori devono essere considerati come peculiarità dei Cinesi. Queste particolarità diventano anche qualificanti circa il loro vivere e il loro operare: il fatto, ad esempio, che essi mangino la carne di cavallo è in sé una annotazione marginale; ed invece dovrebbe far pensare che proprio su questo animale punti in modo speciale la popolazione locale, non solo per avere nutrimento, ma per tante altre attività collaterali. Così, se nella nostra civiltà occidentale, a partire dall’Egitto, il bue “Api” costituiva il punto di partenza in diversi campi per coloro che in quel Paese e dal quel Paese volevano creare qualcosa di grande, nel Catai invece va dato rilievo al cavallo. Dal bue “Api” viene fatto iniziare il mondo religioso dell’Antico Egitto, così come di lì proviene la prima lettera del sistema geroglifico che poi diventa il nostro sistema alfabetico.

Né vi è anco dubio l’essere questa terra il regno degli Hyppofagi perché in tutta essa, sino ai nostri tempi, si mangia carne di Cavalli, come tra noi la vaccina. (Ricci p. 7)

Ovviamente non può mancare il riferimento a ciò che nell’immaginario collettivo di sempre caratterizza la Cina nella sua attività lavorativa specifica, cioè la produzione della seta. La via stessa, che viene formata e che viene frequentata nel corso dei secoli, è proprio quella che serve a trovare e ad acquistare qui per l’uso che se ne fa in Occidente, anche se poi, lo sappiamo bene, in modo particolare dalle nostre parti, troviamo un’attività analoga anche da noi. Come sempre, qui è una attività su larga scala.

E l’istessa anco è la Serica, poiché in nessuna di queste terre al ponente vi è seta se non in essa, e questa in grandissima abondanza, tanto che non solo la vestono grandi e piccoli, poveri e ricchi, ma anco ne mandano a tutte le genti circonvicine, et i Portoghesi la miglior mercanzia di che caricano le sue navi, o per il Giappone o per l’India, è di seta e di pezze di seta. L’istesso avviene agli Spagnuoli, che stanno nelle Filippine caricando le sue navi per la Nuova Spagna (il Messico). E ritruovo ne’ suoi libri l’arte della seta 2636 anni inanzi alla venuta di Christo benedetto al mondo, e pare che questa arte da questo regno si sparse al restante dell’Asia e a tutta l’europa et Africa. Là onde non è meraviglia esser detta e tenuta per grande, giaché vediamo quattro o cinque grandi regni al presente come uniti già in uno. (Ricci p. 7-8)

È evidente l’esaltazione di questa attività, che appare presente nella sola Cina e da qui raggiunge il resto del mondo con i suoi prodotti; l’autore li presenta non come riservati a persone di alto rango o comunque in grado di spendere tanti soldi. Questo genere di stoffa è usata ovunque e diventa un po’ la caratteristica del “vestire cinese”. Si dà poi informazione circa la commercializzazione di questo prodotto, rimarcando che sono i Portoghesi a farlo pervenire negli altri Paesi asiatici, mentre gli Spagnoli introducono il prodotto nel Nuovo Mondo. Con questa particolare segnalazione di fatto si dà ulteriore forza ad una visione del Paese che lo vede al centro, mentre gli altri attorno si avvantaggiano di un prodotto che noi dovremmo considerare “di nicchia” e che invece appare molto diffuso e ben noto e ricercato. Ricci, infine, segnala un testo da cui ricava la notizia che l’arte serica sarebbe entrata in Cina molti secoli prima di Cristo. Si tratta di una “notizia semileggendaria che colloca in questo anno (come lo vediamo segnalato nel testo di Ricci) l’invenzione dell’arte di lavorare la seta da parte di Lei Zu, moglie del leggendario imperatore Huangdi, passata alla storia come Xian Can, ovvero “Prima Sericultrice”.

LA SUDDIVISIONE DELLA CINA

Nella sua esaltazione della Cina come realtà grande, non solo per la vastità del suo territorio, Ricci vuole anche dire che questo Paese ha conosciuto la divisione e gli scossoni politici di diverse dinastie reali ed imperiali; e tuttavia questi fenomeni storici, pur sempre dannosi per ogni regno e soprattutto per ogni impero, non incrinano di fatto la grandezza della Cina, anche se, in certi periodi, essa viene a trovarsi in piena decadenza; nel contempo, superate le crisi, torna ad essere grande grazie alle sue ri-sorse umane, soprattutto legate alle attività economiche, che la fanno ricercata nel mondo per questo.

Quello che a me mi fece più meravigliare fu il sapere che tutti questi nomi sono alla stessa Cina incogniti et inauditi; e non sanno l’esser chiamati così, né la causa di tali nomi a loro imposti, avendone mutati molti e stando anco esposta ad altre mutanze. La causa è per il loro antichissimo custume che, quando il regno si muta di una famiglia in altra, si muta anco il nome del regno a voglia del primo Re di quella famiglia, il quale ordinariamente elegge qualche bello e grave nome. (Ricci p. 8)

Se esistono dunque diverse Cine, o meglio, diverse immagini della Cina, questo dipende dal fatto che si susseguono dinastie diverse, le quali contribuiscono a dare una particolare fisionomia per quel periodo, lungo o breve, che noi possiamo cogliere nel susseguirsi non solo dei secoli, ma persino dei millenni. E qui Ricci elenca una serie di dinastie a riprova che si è ben documentato circa la storia cinese. Queste diverse dinastie non sono tali comunque da indebolire la Cina nel suo insieme, perché se i passaggi sono, come un po’ ovunque, momenti di decadenza, poi si instaura un periodo di ripresa, nella quale la Cina ha sempre la possibilità di offrire una immagine di sé continuamente segnata dalla grandezza.

E così fu chiamata Than, che vuol dire largo senza termine; In che vuol dire riposo; Hia, che vuol dire grande; Sciam che vuol dire ornato; Ceu, che vuol dire Perfetto; Han, che vuol dire la via lactea nel Cielo con altri molti. Et dall’anno del Signore 1236, che regna la famiglia Ciù, si chiama Min che vuol dire chiarità; e, per durare anco adesso in questa famiglia, gli aggiungono una sillaba Ta, che vuol dire grande, e si chiama Ta min, cioè grande chiarezza. I popoli vicini puochi sono che sappino queste mutanze, e così le chiamano anco con varij nomi, e penso che ciascheduno con il primo di che hebbero notitia. I Cocincinesi, i Siami di dove imparorno i Portoghesi, la chiamano Cin, i Giapponi la chiamano Than; i Tartari la chiamano Han, et i Saraceni la chiamano Cathai. (Ricci p. 8-9)

LA CINA COME “TERRA DI MEZZO”

Dilungandosi sulla questione del nome, Ricci non vuole complicare le cose, ma far intendere la coscienza che i Cinesi hanno del loro mondo e della loro visione del mondo: essi evidentemente intendono la Cina al centro del mondo e tutto il resto va considerato periferia. Essendo al centro la Cina è il “paese di mezzo”, e nel contempo è la realtà più grande, appunto perché centrale.

Ma in questo modo anche tutto ciò che vi è all’esterno, va inglobato, se essa è davvero il cuore del mondo, del globo. E perciò è necessario che essa si qualifichi sempre al meglio per questa sua posizione e sia sempre più in grado di assimilare la realtà che la circonda. Lo specifica con chiarezza il missionario gesuita, quando arriva a sostenere che, nella coscienza del Paese e quindi nei suoi abitanti, c’è questa impostazione che la fa sentire davvero come il cuore del mondo creato, come colei che deve tenere l’universo aggregato a sé.

Ne’ libri della Cina, oltre il nome di quel secolo corrente, si chiama Ciumquo (letteralmente = il Paese del Centro), che vuol dire regno nel mezzo, e ciumhua, che vuol dire Giardini del mezzo, et il Re che ottiene tutta la Cina lo chiamano signore di tutto il Mondo, pensando che la Cina eminentemente tiene tutto l’universo; il che, se paresse strano a qualcuno de’ nostri, imagini che più strano parrebbe alla Cina il chiamarsi i nostri antiqui imperatori con questo titolo, senza essere signori della Cina. (Ricci p. 8)

E qui giunge a sostenere che, in presenza di altri imperatori, di altri sovrani che così si qualificano, c’è come una sorta di Paese alternativo e quindi anche antagonista e come tale da sentire ostile. Come è possibile allora che esistano imperatori, quelli romani e quelli successivi che pur derivano dall’antico impero il loro titolo, che possano essere tali senza essere pure signori della Cina? Sulla base di questa sua maniera di consi-derare la cosa si dovrebbe concludere che possano esistere imperatori che non siano cinesi di origine; ma essi, se sono tali, non possono non essere anche i signori della Cina e considerare comunque quel Paese come cen-trale al mondo, come punto costitutivo del mondo nel suo insieme. Evi-dentemente si riconoscono altri Paesi e altri popoli; e non potrebbe essere diversamente; ma va riconosciuta la centralità della Cina, per la quale dunque è importante e necessario che si entri effettivamente in dialogo riconoscendo questa sua posizione centrale. Dovremmo di qui capire come Matteo Ricci, nel suo accostamento alla Cina, abbia ben compreso una simile visione, e, rispettandola, abbia cercato ogni possibilità di dialogo aperto al fine di penetrare in essa per portarvi poi la luce del Vangelo: questo non può giungere ai Cinesi come qualcosa di estraneo ad essi, ma come un messaggio di vita intrinsecamente legato alla Cina per la modalità stessa con cui la religione cristiana si presenta, volendo essere davvero universale e non tanto il prodotto di una cultura locale in termini geografici e cronologici.

E va riconosciuto che il suo approccio con la Cina è stato quanto mai positivo, assolutamente non condotto secondo i criteri di stampo colonialista, come succedeva nel medesimo periodo altrove, e come, per tanti versi, è stata pure condotta l’azione missionaria, in molti momenti della storia e in molte parti del mondo. Questa stessa visione è quanto mai opportuna oggi nell’accostare, da parte cattolica e quindi da parte dei missionari, i Paesi extraeuropei, che non possono essere assimilati allo schema culturale europeo. Più che mai questo atteggiamento è da tener presente nell’accostamento della Cina: ciò che ha fatto Ricci, va riletto e considerato oggi nei confronti di un mondo cinese che appare guardingo ad aprirsi in modo particolare al mondo cattolico, che pur ha conosciuto, che pur si è già affermato nel Paese, visto che esiste una forte comunità, per quanto sia sempre minoritaria. Occorre evidentemente la saggezza che Ricci ha cercato di usare nel suo approccio alla Cina, perché non c’è solo la remora politica a costituire un ostacolo nei rapporti fra la Cina e la Chiesa cattolica rappresentata dal Vaticano. Quest’ultima non rinuncia affatto a dialogare con essa. È però necessario comprendere la visuale cinese che lo stesso Matteo Ricci, nel suo testo e soprattutto nella sua testimonianza di vita, cerca di illustrare e di far capire al mondo occidentale e soprattutto alla Chiesa Cattolica: questa deve ancora molto considerare nel rapportarsi con le nuove terre e le nuove popolazioni che accosta mediante i viaggi esplorativi del Cinquecento. Va riconosciuto che il sistema messo in campo dai Gesuiti, pur con tutte le debolezze di un accostamento iniziale e mai prima operato, è indubbiamente di gran lunga più rispettoso dei popoli rispetto a ciò che fanno altre congregazioni religiose nel medesimo periodo. Quanto si evince da ciò che si operava in Cina e da ciò che contemporaneamente si faceva nell’America meridionale, sempre da parte dei Gesuiti, è indicativo di un metodo missionario sempre da verificare e da revisionare. Le famose “reducciones paraguayane”, per quanto siano state fallimentari, potevano costituire un esem-pio di approccio alle popolazioni indigene, nel pieno rispetto delle loro peculiarità. Anche in Giappone l’accostamento sembra inizialmente giusto, e tuttavia non mancano le incomprensioni: qui i missionari gesuiti arrivano per la prima volta e, per quanto essi tentino un accostamento rispettoso, risultano travolti dalla bufera di una persecuzione sanguinosa. Perciò l’analisi e lo studio del metodo messo in campo da Matteo Ricci sono quanto mai importanti anche oggi per comprendere meglio la sua azione missionaria e per accostare meglio, soprattutto la Cina.

LA CARTOGRAFIA

Sappiamo che ogni missionario gesuita doveva inviare a Roma relazione delle proprie attività. Queste sono ancora oggi raccolte e schedate. Matteo Ricci non è da meno, e nelle sue relazioni appare anche minuzioso e soprattutto dotato di capacità specifiche che danno un notevole valore scientifico ai suoi scritti. In modo particolare emergeva la sua perizia di geografo e di cartografo, costruita negli anni della formazione a Roma. Lo si può vedere già dalle prime battute della sua monumentale opera circa l’entrata della Compagnia di Gesù in Cina, che non è solo opera sua. Lui qui si dimostra davvero abile nel proporre per iscritto una descrizione geofisica della Cina, secondo gli schemi di quel tempo.

CARTINA DELLA CINA CON LE SUDDIVISIONI PROVINCIALI

Quanto al sito e alla grandezza di essa, al mezzo giorno comenza in 19 gradi del equinoziale nel Insola di Hainan, e va a finire in 42 gradi fuora de’ muri settentrionali dove comenza la Tartaria. Dal levante comincia nella Provincia di Iunnan in 112 gradi dell’Insole fortunate, e finisce in 131 nel mare di levante, e quasi viene a fare un quadrato perfetto, un puocho magiore in larghezza di quello che è lungo (la posizione geografica della Cina, qui definita da Ricci, venne ritenuta esatta da D’Elia, che la vede come il punto di arrivo di numerosi calcoli, via via rettificati e attestati nell’epistolario ricciano. In realtà Ricci non poteva essere in grado di effettuare dei calcoli precisi, data l’impossibilità, ai suoi tempi, di ottenere un esatto calcolo longitudinale. Egli aveva a sua disposizione solamente metodi molto approssimativi, come il calcolo delle eclissi lunari o l’uso delle effemeridi. Il problema venne risolto solo nel 1761 con la messa a punto di un cronometro da installare sulle navi. In epoca Ming la Cina si estendeva dal 18° dell’estremità sud di Hainan al 42° nord, dal 70° al 125° a est di Greenwich). E la magior parte di essa sta nella zona temperata e comprende tutti gli Climi che stanno dal fine di Diameroe siano all’ultimo de’ Diaromi (Le espressioni “Diameroe” e “Diaromi” si riferiscono alla suddivisione della sfera terrestre, operata nel XIII secolo da Giovanni Hollywood, in sette zone dette climi astronomici; in particolare quella definita Diameroe prendeva il nome dall’antica città di Meroe in Nubia, mentre la fascia climatica Diaromi prende il nome dalla città di Roma): di dove si vede excedere in grandezza a tutti gli altri regni del mondo, se bene non è sì grande quanto alcuni scrittori moderni la facciano, estendendola al settentrione sino a 53 gradi, che vengono a farla un terzo magiore di quello che è; ma questi termini di essa habbiamo noi verificati con astrolabi jet altri strumenti in varij luoghi di essa dove passassimo e stessimo, con l’osservationi di varie eclissi, con i loro Calendarij, dove molto puntualmente sono calculati i novilunij e Plenilunij, e sopra tutto per molti e varij libri di Cosmografia stampati, ne’ quali esattamente si descrivono le provincie, regioni e confini del Regno. (Ricci, p. 9-10)

Questa particolare lettura della Cina sotto il profilo geografico, quello che inquadra il territorio secondo coordinate scientifiche, in uso allora, rivela che Ricci aveva acquisito una formazione egregia, frutto del suo ingegno e dei suoi studi, ma nel contempo anche di una educazione scolastica di pregio. È quella che lui ha ricevuto nel Collegio Romano, istituzione scolastica fondata e gestita dai Gesuiti.

Forte di alcune delle migliori menti della Compagnia il Collegio Romano godeva di un’impareggiabile reputazione. Montaigne stesso, colpito dalla stima di cui i gesuiti godevano, reputò che non fossero mai esistite fino a quel momento “altra confraternita o comunità del pari potenti o capaci di produrre effetti quali produrrà questa, potendo realizzare i propri intenti: in poco tempo avrà in suo potere tutta la cristianità, essendo un vivaio di grandi uomini d’ogni sorta e quella – fra le nostre istituzioni – che più minaccia gli eretici attorno a noi”.

(Po-Chia, p. 22-23)

Ricci in questo collegio e in questo momento si appassiona un po’ a tutto, dedicandosi in modo particolare alla retorica e alla filosofia. Ma poi finiscono per prevalere gli interessi scientifici, e in particolare egli si dedica alla geometria.

La geometria era alla base della matematica studiata dai gesuiti, ed Euclide ne rappresentava la massima autorità. In aggiunta alla spiegazione dei testi degli antichi, Clavio (Cristoforo Clavio (1538-1612) è un gesuita tedesco, matematico e astronomo, l’ideatore del calendario gregoriano), professore di Ricci, fu fonte di grande ispirazione per gli studenti, grazie al suo originale lavoro, specialmente nell’ambito delle osservazioni astronomiche e dei calcoli geografici. Oltre all’ap-prendimento dei testi e della teoria, gli studenti imparavano a utilizzare i quadranti, i globi, le sfere armillari, gli astrolabi e i sestanti, sapevano prevedere le eclissi e misurare la posizione del sole per determinare la latitudine e la longitudine. Nel 1572, quando Ricci era da poco novizio. Clavio riuscì ad osservare, insieme ai suoi studenti, una nova, una scoperta tal-mente emozionante da spingere l’astronomo tedesco a scrivere “Sono convinto che la nova sia stata creata da Dio nell’ottava sfera come presagio di qualche grande evento (sebbene la natura di questo evento potrebbe essere tuttora sconosciuta)”. Era forse un segno che annunciava la nascita di una nuova stel-la nel firmamento gesuita? Uno dei nuovi studenti di Clavio? La geometria non forniva solo gli strumenti per lo studio dello spazio celeste, ma facilitava anche i progressi della cartografia. (Po-Chia, p. 24)

Proprio sulla cartografia Ricci va a puntare i suoi interessi. E quanto lui apprende gli serve poi nel viaggio che progressivamente lo porta al cuore della Cina, non solo perché arriva alla capitale, ma perché ha modo di in-contrarsi col sapere cinese, proprio a partire da uno degli interessi più coltivati in Cina. Evidentemente a partire dai suoi stessi studi operati sui banchi di scuola, egli ha modo di dialogare con più fiducia su interessi comuni. E la fiducia è ricambiata. D’altra parte la scienza cartografica aveva pure un suo affascinante sviluppo in Occidente a partire dai viaggi di esplorazione che erano in corso in quel secolo e che richiedevano carte sempre più aggiornate: è del 1570 il primo mappamondo che risultava più preciso rispetto alle carte disegnate nel Medioevo e ancora utilizzate, anche se si rivelavano inadatte. Gli studi di questo genere appaiono dav-vero utili a Ricci, perché al momento della sua entrata in Cina si trova ammirato dai Cinesi e ben accolto proprio per questa sua abilità e per l’uso consolidato di rappresentare il mondo mettendo al centro la Cina, che diventa così la “Terra di mezzo”. La prima biografia, scritta dal gesuita bresciano Giulio Aleni (1582-1649), che arriva in Cina dopo la morte di Ricci e di cui fornisce una bella immagine di missionario nel grande paese asiatico, mette in risalto il contributo che Ricci dà in questo particolare campo:

35.

Durante la permanenza a Duanzhou, Maestro Ricci aveva già prodotto una mappa del mondo che in seguito finì in possesso dell’onorevole Zhao Xintang, al quale piacque tanto da trasporla su pietra con delle spiegazioni, nonostante che egli non avesse ancora conosciuto Maestro Ricci di persona. (Aleni p. 41)

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Quando l’onorevole Zhao fondò la prefettura di Gusu, il ministro Wang arrivò con Maestro Ricci a Nanchino. L’onorevole Zhao offrì al ministro Wang dei doni tra cui la mappa del mondo. Il ministro mosso da meraviglia la mostrò a Maestro Ricci. E mandò una risposta all’onorevole Zhao scrivendo: “Il disegnatore della mappa è ora qui da me”. L’onorevole Zhao fu oltremodo pieno di gioia per la sorpresa, e volendo invitare Maestro Ricci a casa sua, mandò una carrozza. E fu un incontro assai piacevole per entrambi. (Aleni p. 42)

L’interesse, che noi riconosciamo particolarmente spiccato per la materia da parte di Matteo Ricci, non gli deriva solo dai suoi studi in Italia, ma anche dal fatto che il dialogo con i sapienti della Cina gli abbiano mostrato un terreno comune su cui continuare gli studi e approfondirli anche. Addirittura egli mette in risalto di aver pure letto libri cinesi sull’argomento e di aver così accresciuto il suo sapere. Perciò se può parlare del territorio cinese e della sua suddivisione in “province”, egli lo deve alle letture fatte, dimostrando in tal modo che il sapere scientifico si deve sviluppare a partire dai testi, soprattutto locali, che possono essere di maggiore utilità per capire al meglio la Cina stessa. Proprio per la sua estensione non sarebbe più facilmente alla portata di chi vuole non solo penetrarvi, ma più ancora conoscerla non senza aver dialogato con chi può far meglio conoscere. E parlando del libro da lui consultato fa riferimento ad un atlante, che in Cina era particolarmente conosciuto e utilizzato.

Et acciocché non pensi alcuno che, per esser così ampio questo Regno habbi qualche gran parte di esso spopolato e deserto o manco pieno di gente e Città, porrò nel fine di questo capitolo, quello che ho trovato in un libro, per il quale si suon stampato nel anno 1579, della descrittione della Cina, voltato parola per parola nella nostra lingua, che è questo (Forse Ricci si riferisce all’edizione del 1579 del Guangyutu, un importante atlante cinese di derivazione mongola, risalente alla fine del XIII secolo, successivamente ampliato e dotato di nomi topografici Ming. Fu l’atlante cinese più diffuso fino alla meta del XVII secolo.): “Ha la Cina due Provincie curiali, Pacchino e Nanchino, et altre tredici Provincie di fuora. (Le due province chiamate “curiali”, Pechino capitale dell’Impero e Nanchino capitale secondaria, erano aree metropolitane: l’area metropolitana di Pechino (beizhili) comprendeva tutto l’attuale Hebei, riferendosi alla città di Pechino si diceva Shuntianfu. L’area metropolitana di Nanchino (Nanzhili) comprendeva l’attuale nord dell’Anhui e il Jiangsu, per riferirsi alla città si diceva Yinguanfu. Ambedue erano sedi di ministeri e uffici imperiali. Le altre province sono: Shandong, Shanxi, Shaanxi, Henan, Huguang, Jiangxi, Fujian, Zhejiang, Guizhou, Sichuan, Yunnan, Guangxi e Guangdong.) In queste quindici Provincie (che possono fare altrettanti regni ben grandi) vi sono 158 Regioni che loro chiamano fu (che sono come Provincie piccole, sebbene alcune di esse fra di noi farebbono grandi Provincie, per comprendere dodici e quindi Città, oltre altre terre e fortezze. (Ricci, p. 10)

Qui veniamo a conoscenza delle due capitali e della suddivisione in province, come sono definite dagli stessi Cinesi, anche se esse non corrispondono affatto a ciò che in Occidente noi consideriamo “province”; qui addirittura per alcune di esse si dovrebbe pensare a Regni, che da noi si configurerebbero come Stati. In effetti anche in Cina si deve parlare di entità che presentano una popolazione ben diversa da quella cinese, anche se qui non si gode dell’indipendenza, ma piuttosto si ha una totale sottomissione, che fa essere questi ampi territori assimilati di fatto alla Cina. In questo modo comunque prende piede la visione che la Cina vuol avere e vuol dare di sé, come di una entità vasta, che tende a inglobare il mondo a partire dalla sua posizione centrale. Se ancora non raggiunge questo risultato, essa comunque coltiva questa prospettiva e proprio questo genere di suddivisione tende a mostrare questo maniera di intendere il rapporto fra ciò che è veramente centrale e quanto si muove a livello periferico, per le popolazioni e i territori che sono in questo momento nella Cina stessa, ma in posizione periferica.

Ovviamente gli abitanti di questo immenso territorio non si possono considerare nel loro insieme tutti appartenenti all’etnia cinese, anche se tutti ruotano attorno alla “Terra di Mezzo” e come tali ne fanno parte, anche e non essere propriamente cinesi. Questa considerazione sulla popolazione locale, spinge Ricci ad una analisi non solo geofisica della Cina, ma anche alla sua componente antropica, che evidentemente è da considerarsi la più importante, anche in una lettura che si vorrebbe scientifica e coltivata con gli strumenti scientifici. Non può dunque mancare una annotazione di carattere demografico, che qui Ricci aggiunge per i suoi lettori occidentali. Essi devono conoscere e riconoscere la vastità della Cina e come questa aspiri sempre più ad inglobare ciò che le sta attorno. E tuttavia la sua potenza non è data dalla sola vastità dei territori, ma dal fatto che in essa vi sia una notevole quantità di persone e queste appartenenti a etnie diverse, che comunque si riconoscono inseriti nel grande mondo cinese. Il computo della popolazione viene fatto non sulla base della sola registrazione che le persone esistono, ma vengono enumerate a partire dal censo, quello che si rileva significativo perché lì si può esercitare una esazione fiscale. Le persone sono dunque contate sulla base del fatto che si possa esigere una imposta e che essi possano contribuire. Così la potenza dello Stato si riconosce sulla sua ricchezza di mezzi e di beni. Accanto sono pure conteggiati coloro che appartengono al mondo militare, perché evidentemente si riconosce pure in loro un contributo di cui lo Stato ha bisogno per mostrare la sua potenza.

Gli huomini adulti, che pagano tributo personale sono 58 milioni e 550801 capi; oltre le donne che sono altre tanti, i fanciulli e giovani e i soldati che sono più di un milione, perché vi sono alcune mezze provincie come di Leatun (Liaodong, considerata la prima area di frontiera a est, controllata da Comandanti Regionali e facente parte dello Shandong dal punto di vista amministrativo ) et altre, dove tutti sono soldati, et parenti del Re, eunuchi et altri molti esenti dal tributo (Risulta difficile stabilire quale fosse la popolazione cinese alla fine del XVI secolo … ). Regni che danno obedientia alla Cina per il levante sono tre; al Ponente cinquanta tre; al mezzogiorno cinquantacinque; al settentrione tre. È vero che questi né tutti vengono adesso, e, venendo, apportano più dallo alla Cina che guadagno, e così puoco si cura essa che vengano o lascino di venire. (Ricci accenna al rapporto con i paesi stranieri, regolati dal sistema dei tributi, che non era semplicemente l’espressione di un rapporto di vassallaggio, ma una istituzione complessa con cui gli imperatori cinesi inserivano i paesi stranieri in un sistema gerarchico, riflesso dell’ordine sociale confuciano presente all’interno della Cina.

Il tributo abbracciava le relazioni estere in ogni loro a-spetto, dalla protezione militare al privilegio di commercio con la Cina. Gli Stati tributari accettavano il rapporto di sottomissione: i monarchi per salire al trono, richiedevano l’investitura imperiale, e usavano nei propri documenti la datazione del calendario cinese.) (Ricci, p. 11)

Il capitolo che Ricci dedica alla geografia cinese si conclude con una annotazione che riguarda le fortificazioni, naturali e costruite, con cui la Cina cerca ai suoi confini la difesa e la definizione di sé per essere inquadrata come Terra di Mezzo. Ovviamente ciò che sta oltre sono i nemici, considerati come i possibili invasori. Esiste anche l’accenno alla grande costruzione della muraglia, concepita per tener testa ai Mongoli invasori

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UN’IMMAGINE DELLA MURAGLIA CINESE

Oltre l’esser sì grande e piena, la Cina è assai fortificata dalla natura e dal arte. Percioché dal mezzogiorno e dal Levante tutta è diffesa dal mare che la Cinge; dalla parte di tramontana, oltre i monti, vi fecero per molte centinaia di miglia muri fortissimi (la Grande Muraglia, lunga oltre 5000 km, risultante dall’unione di antichi tratti di mura difensive, unificati sotto l’imperatore Qin Shi Huangdi (221-206 a.C.)), che impedono gli insulti de’ tartari, e dal ponente nella parte più settentrionale viene difesa da’ persiani con un deserto di arena (il deserto del Gobi), dove né possono habitare né anco passare molti insieme; e più al mezzo giorno tutto è pieno di monti e confina con regni piccoli de’ quali puoco se può temere. (Ricci, p. 11)

CONCLUSIONE

La ricerca fatta sul testo di Matteo Ricci, che di per sé si propone di curare la parte storica e di raccontare come sia avvenuta la penetrazione dei Ge-suiti nel grande mondo cinese, può sembrare qualcosa di assolutamente marginale, come è spesso anche tutto ciò che riguarda il grande campo delle geografia. Fa specie rilevare che l’autore vi dedichi il capitolo introduttivo, non solo per raccontare ai suoi lettori occidentali di questa grande area del mondo, di fatto sconosciuta, in gran parte d’Europa, ma anche per introdurre una particolare attenzione che si deve avere quando si accosta la Cina: sembra quasi che la componente geografica sia quella più interessante e rilevante, quella più apprezzata e più ricercata dagli stessi Cinesi, anche perché qui si riscontra la ben precisa consapevolezza che la Cina, sia a partire dai singoli abitanti, sia e soprattutto a partire dalle autorità politiche e culturali, ha della propria grandezza in riferimento al mondo che la circonda. Se essa è in effetti la “Terra di Mezzo”, essa va ritenuta al centro; e più ancora è comprensibile che essa, da quella posizione intenda inglobare il resto. Matteo Ricci diventa sempre più consapevole di questa impostazione, e si premura di accostarsi con l’atteggiamento più rispettoso, perché poi l’approccio sia fruttuoso. Il suo fine, ovviamente, rimane quello “missionario”; e quindi egli ha presente come scopo del suo viaggio la predicazione del vangelo. Ma non vuol partire, si direbbe oggi, “lancia in resta”, come se si trattasse di una conquista, ma di avviare un incontro, che sia una effettiva “incarnazione” di Cristo e del suo vangelo dentro il mondo cinese. Da quanto si legge nel suo testo si deve riconoscere che l’approccio darà poi i frutti sperati, ma è importante fare i passi giusti, quelli che, in realtà, non saranno compresi in Occidente e neppure del tutto dentro la sua stessa Compagnia religiosa, che pur l’aveva formato e sostenuto in questo suo modo di operare.

Qui è già importante rilevare come la visione minimalista della geografia, quella che si dedica alla scoperta e alla presentazione del territorio, ha un grande rilievo nella strategia del missionario che si dedica con fervore alla sua opera. Ed anche le sue parole in questo ambito rivelano la modalità giusta nel suo entrare con rispetto e con attenzione nei confronti di un mondo quanto mai diffidente verso i tentativi con cui l’Occidente ha cercato l’accostamento e la penetrazione. Come altre popolazioni dell’Estremo Oriente, pur in presenza di forti pressioni colonizzatrici da parte delle potenze occidentali, la Cina ha sempre fatto quadrato per resistere a questa forma di penetrazione secondo gli stili e i metodi coloniali. Ha invece reagito in modo costruttivo all’azione messa in campo dal missionario gesuita, che ancora conserva nel Paese un bel ricordo, segno di un tentativo di dialogo apprezzato e ricambiato. Anche nel nostro modo di cercare di intendere questo Paese, sempre più potente e rilevante, dobbiamo costruire un approccio che permetta di capire meglio questa realtà, e soprattutto la popolazione cinese, che oggi si muove sempre di più e che sta penetrando in Europa, in numero crescente, senza che questa modalità sia guardata con quella preoccupazione e paura che invece si ha per altro genere di popolazione e di immigrazione. Già è sviluppato lo scambio soprattutto nell’ambito commerciale; non altrettanto lo è per altre forme di conoscenza e di collaborazione. Per questo diventa utile imparare da chi ha vissuto un accostamento e un rapporto significativo!

BIBLIOGRAFIA

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Matteo Ricci

DELLA ENTRATA DELLA COMPAGNIA DI GIESU’

E CHRISTIANITA’ NELLA CINA

Quodlibet (Macerata) 2000

2.

Gianni Criveller (a cura di)

LA VITA DI MATTEO RICCI Scritta da Giulio Aleni (1630)

Fondazione Internazionale P. Matteo Ricci – Macerfata

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3.

Ronnie Po-chia Hsia

UN GESUITA NELLA CITTA’ PROIBITA

Matteo Ricci, 1552-1610

Il Mulino – 2012

La marcia su Roma : Verso la dittatura

VERSO LA DITTATURA

Il fascismo è abbinato alla dittatura, perché di fatto essa si è realizzata in Italia con gli uomini che venivano da quel partito e da quella impostazione, come pure dall’uso della violenza fisica, che in realtà non era un fenomeno e un mezzo gestiti in maniera esclusiva da quel partito. Del resto anche la forma dittatoriale di potere e di occupazione del governo non può essere considerato un obiettivo da raggiungere perseguito solo da quel partito, anche se per l’Italia, gli anni della dittatura hanno visto il fascismo dominare la scena politica. Eppure, come stanno a testimoniare gli inizi del governo di Mussolini, anche se il ricorso alla violenza non è mancato, anche se i progetti e i metodi usati facevano presagire un esito che conduceva verso il totalitarismo, i primi passi non possono essere considerati già manifestazione di un esercizio del potere in forma dittatoriale. Del resto qualcuno ancora sperava che il fascismo potesse essere assorbito dal sistema parlamentare, una volta fatto entrare in esso: anche i partiti di sinistra, i più ferocemente avversi al fascismo e all’uomo che lo rappresentava, non immaginavano che esso potesse prosperare, in presenza di elezioni che vedevano le forze di sinistra aumentare il numero dei loro rappresentanti, per quanto ancora in maniera insufficiente. Mussolini stesso era consapevole, che a ricercare il consenso popolare mediante le elezioni, non poteva coltivare la prospettiva di venirne fuori vincente, se non cambiando e adeguando ai suoi obiettivi la legge elettorale. Per questo motivo elaborò la Legge Acerbo, e con essa poté vincere le elezioni, senza per questo avere di fatto una Camera, in cui ci fosse un unico partito: solo così la Camera poteva essere esautorata e resa perfettamente inutile. Proprio nell’immediato periodo successivo alle elezioni si consumò la trasformazione, da parte di Mussolini, dello Stato italiano da regno costituzionale a dittatura di fatto. Dobbiamo definirla così, perché in realtà, almeno formalmente venne mantenuto lo Statuto albertino e l’Italia rimaneva ancora una monarchia: il Capo dello Stato era il Re, non il Duce; ma il Capo del governo, pur nominato dal Re, gestiva il potere in modo assoluto e senza limiti particolari, se non quello di avere una figura superiore, il sovrano, che era a capo delle forze armate. Si potrebbe parlare di una sorta di diarchia, che comunque risultava vantaggiosa per il capo del governo. I partiti, minoritari inizialmente nel Parlamento, per essere poi del tutto aboliti, speravano di poter trovare nel sovrano un punto di appoggio, a garanzia, non solo formale, dello Statuto; ma dal Re non venne a loro alcun appoggio, se non nel momento più drammatico della storia italiana, quando con la guerra ormai persa, si doveva uscirne in maniera dignitosa.

Ma anche in quella circostanza si dovette registrare la “fuga” del Re, che avvenne, certo, in una località più garantita, ma si rivelò anche un venir meno alle proprie responsabilità. Il periodo, ancora tumultuoso, che va dalle elezioni del 6 aprile 1924 fino al discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, richiede una attenta analisi perché qui si consuma il passaggio, ormai chiaro ed evidente a tutti, verso una forma istituzionale che si può ben definire “dittatoriale”. È indiscutibilmente fuori dubbio che l’obiettivo di Mussolini fosse l’instaurazione di un governo forte e di fatto totalitario; e tuttavia potevano esserci ancora le condizioni per far prendere una piega diversa agli avvenimenti, che invece precipitavano verso questa soluzione. Ovviamente Mussolini segue dei passaggi che gli consentono di avere in mano “la macchina dello Stato” in tutti suoi meandri, compresi quelli locali. Anzi, proprio da lì deve partire per costruire il “suo” totalitarismo. E di questo si accorge Amendola e lo denuncia.

L’esercizio più frequente della violenza fascista, dopo l’ascesa al potere, fu praticato contro le amministrazioni locali rette dagli altri partiti, per costringerli a dimettersi, facendo poi eleggere amministratori esclusivamente fascisti. Così protestò Amendola il 12 maggio, mentre Mussolini ripeteva il proposito di “ricondurre il fascismo nei limiti della legalità e della disciplina”, nel paese si ripeteva invece con cadenza settimanale l’illegalismo fascista per imporre le dimissioni dei consigli comunali o provinciali, seguite dalle “elezioni amministrative con relativa conquista di maggioranza e di minoranza da parte di fascisti o sedicenti fascisti”, che spesso erano stati militanti di partiti antifascisti prima della “marcia su Roma”, e dopo si erano precipitati a iscriversi al PNF, e a occupare rapidamente i vertici locali dei fasci, attratti dalla “promessa del dominio assoluto e dallo spadroneggia mento completo ed incontrollato nel campo della vita politica e amministrativa”. (…) Riferendosi alla pratica elettorale imposta dai fascisti nelle frequenti elezioni amministrative che si svolgevano la domenica, Amendola commentò: “noi, che (…) incliniamo ad attribuire importanza anche maggiore alla realtà elettorale di tutte le domeniche, dubitiamo assai che non si debba finire per chiamarle con più verità “sistema totalitario”. Questa nuova espressione, appena coniata, appariva come titolo dell’editoriale pubblicato dal suo giornale il giorno dopo, dove erano citati altri esempi dell’applicazione del “sistema totalitario” nelle elezioni amministrative per assicurare la vittoria dei fascisti. (Gentile (II), p. 61-62)

Con l’accaparramento delle realtà locali sarebbe stato più facile controllare sul territorio tutto l’apparato dello Stato, e ci sarebbero state tutte le premesse per influire anche sulle elezioni generali. Già l’uso di quella espressione “totalitario”, fatto da Amendola, dice che l’apparato fascista ormai divenuto apparato statale, cerca non solo di conquistare la maggioranza, ma di fatto di raggiungere quel tipo di percentuale che consente di avere con sé tutti, o quasi. Insiste Amendola:

In che cosa consiste questo metodo è presto detto. Si costituisce, prima, grazie all’azione combinata del prefetto e del segretario politico fascista, la lista di maggioranza composta per tre quarti o quattro quinti o cinque sesti, o comunque si voglia, di lupi fascisti, e per la rimanente quarta parte di fiduciose pecore non rognose; quanto alla minoranza si provvede diffidando con mezzi che variano a seconda dei casi, tutti coloro che potrebbero farne parte, come candidati, dal commettere la grave imprudenza di lasciarvisi includere.

(Gentile (II), p. 62)

LE ELEZIONI DEL 6 APRILE 1924

Oltre alla Legge elettorale, che poteva favorire il partito di maggioranza, quando questo aveva raggiunto un quorum stabilito, al fine di evitare l’eccessiva frammentazione, dovuta al notevole numero di partiti in gara, Mussolini aveva bisogno di far colpo non solo sull’opinione pubblica, ma anche su quelle realtà, istituzionali e non, che avevano un certo peso. Il suo atteggiamento verso la Chiesa si rivelò molto diverso da quello fin qui tenuto, e il nuovo Papa guardava con benevolenza a un uomo con cui si poteva discutere e raggiungere l’obiettivo di risolvere l’ormai annosa questione romana. Anche sul versante dell’economia, occorreva assicurare il mondo dell’imprenditoria, dopo i mesi drammatici degli scioperi e della marea montante “rossa”. Anche sul fronte della carta stampata, in modo particolare quella estera, Mussolini giocava le sue carte per accreditarsi come l’uomo giusto da guardare in modo favorevole. Ed anche gli interventi in politica estera rivelarono un uomo che cercava il prestigio del Paese, che pur aveva vinto la guerra e che meritava di più e di meglio: pretendeva di affrontare la questione turca a Losanna alla pari con Francia ed Inghilterra, ma al di là di generiche affermazioni non ebbe; nella questione poi di Corfù con i Greci ci furono pretese che non otten-nero la debita considerazione; qualcosa in più si ebbe con la soluzione della questione di Fiume, riconosciuta italiana.

Con le elezioni si riteneva che i problemi aperti circa il nuovo assetto dell’Italia si potessero chiarire una volta per tutte: la “stanchezza” portava a cercare una decisione che di fatto poi si rivelò vincente per il fascismo, anche se le strade per altre soluzioni apparivano ancora aperte. Ognuno voleva giocare le sue carte e chi le ha giocate meglio di fatto risulta essere Mussolini, non senza attraversare momenti non facili. Le opposizioni, come sempre succede in questi casi, erano divise, non solo perché si presentavano in ordine sparso, ma perché anche al loro interno c’erano contrasti sia nel frangente elettorale, sia nella prospettiva di poter formare un governo; di contro si era creato invece il cosiddetto “listone” con altre liste di appoggio laddove si riteneva necessario. A sinistra il Partito comunista continuava a ipotizzare una vera e propria rivoluzione, e ad esso si accodavano i massimalisti dell’area socialista. Puntando poi sul fatto che comunque non sarebbe stato loro possibile vincere, si preoccupavano su come gestire la fase successiva.

Tipico sarebbe stato a quest’ultimo proposito l’atteggiamento di Matteotti. La sua massima preoccupazione era rappresentata dal disorientamento e dal disfacimento del suo partito, dal continuo riemergere nel suo seno di posizioni possibiliste e collaborazioniste. (…) In un primo tempo anche lui non fu contrario all’idea di un’astensione di massa. Poi però l’abbandonò … l’astensione avrebbe finito per essere solo “un mezzo per scappare, per sottrarsi alla realtà”. Meglio dunque la lotta, inacerbendola anche: per vincere occorreva infatti “gente di volontà e non degli scettici”.

(De Felice (I), p. 565-6)

Anche il partito popolare si trovava in alto mare: la sua partecipazione al governo, nella componente di destra, l’aveva visto diviso. Non erano mancate le espulsioni e nello stesso tempo si era pure incrinata la fiducia nei confronti del fondatore, che puntava alla contrapposizione netta con il fascismo. Mussolini, invece, da parte sua, cercava una sorta di plebiscito popolare nei suoi confronti e nei confronti del fascismo: ovviamente non doveva solo vincere e assicurarsi la maggioranza, ma per lui era necessario che questa maggioranza mettesse alle corde gli altri partiti: li voleva “svuotati”, in modo tale che fosse svuotato lo stesso Parlamento. Riuscì per questo a convincere molti della vecchia guardia liberale ad entrare a far parte del “listone”, per dare al suo apparato una impronta di carattere nazionale, come se essi divenissero una specie di fronte nazionale con cui difendere e rafforzare lo Stato unitario. La campagna elettorale si sarebbe dovuta svolgere nella calma e nell’ordine, come risultava dagli auspici del capo del governo.

Ma ovviamente così non fu, anche perché nel gruppo dei fascisti ci furono i soliti facinorosi che cercavano l’occasione propizia per contrastare fisicamente gli avversari e l’impulso veniva loro dai ras locali. Contro qualcuno di essi Mussolini si mostrò duro …

Ma le violenze, personali e collettive, non riguardarono solo i fascisti dissidenti. Un po’ tutti gli oppositori ne furono vittime, in particolare i popolari e i democratici dell’opposizione costituzionale. Quasi tutte le regioni ne furono teatro ed ebbero le loro vittime, centinaia di feriti e non pochi morti. Senza dire dei circoli, delle sezioni, delle sedi di organizzazioni di opposizione, invasi, devastati, distrutti, dei comizi disturbati e sciolti con la forza, degli oratori ai quali fu impedito di parlare. Particolare clamore suscitarono alcuni episodi. Come l’aggressione – nella fase ancora di pre-scioglimento della Camera –, ma chiaramente collegata alla preparazione del futuro schieramento elettorale – di Amendola a Roma, il 26 dicembre 1923. (De Felice (I), p. 583-584)

Il risultato che si ebbe in questo clima piuttosto acceso e turbolento, fu di una partecipazione del 63,8%; rispetto alla tornata elettorale precedente ci fu un aumento del 5,4%. Non un plebiscito, quindi, ma comunque, tenuto conto del clima di intimidazione, fu pur sempre un discreto risultato. Sulla base dei risultati il listone ebbe 374 deputati su 535 e le liste “parallele” ebbero 15 eletti. All’opposizione, frammentata, andò il resto.

Solo i repubblicani e i comunisti migliorarono, sia in assoluto sia in percentuale, le loro posizioni. Il dato è eloquente: repubblicani e comunisti erano stati, nell’ambito dei rispettivi settori politici, i partiti più coerenti nell’opposizione al fascismo e avevano dato l’impressione all’elettorato di non soffrire di divisioni interne … I repubblicani ebbero 7 deputati, i comunisti 19. In crisi, invece – pur affermandosi come il principale partito di opposizione – si dimostrarono irrimediabilmente i popolari, falcidiati dai clerico-moderati e dalla destra a favore del “listone” (dei 108 deputati del 1921 ne tornarono a Montecitorio solo 39), e i massimalisti, che ebbero 22 eletti, mentre il PSU ne ebbe 24, dimostrando ancora una notevole vitalità. (De Felice (I), p. 587)

Indubbiamente queste elezioni sono il “capolavoro” di Mussolini, non solo perché ora lo consacrano come il capo del governo più votato e, secondo questa logica, il più popolare, ma perché a partire da questo risultato si avvia a costruire il suo disegno che non può non essere totalitario: la Camera eletta, secondo lui, non poteva avere altra ragion d’essere se non quella di ratificare le decisioni del governo, e il numero dei deputati era tale che questo obiettivo poteva essere facilmente raggiunto. Di qui ha inizio una decisa, quanto inane, opposizione di coloro che non si adattavano ad un tale sistema. Tra questi spicca la figura di Giacomo Matteotti (1885-1924).

IL DELITTO MATTEOTTI

Evidentemente il clima intimidatorio, nel quale erano avvenute le elezioni, denunciato da Matteotti nel suo intervento alla Camera, aveva favorito il listone e aveva messo in piedi un sistema che lasciava ben poco spazio alla minoranza parlamentare, del resto divisa al suo interno. Matteotti nell’ottobre 1922 era diventato segretario del PSU, una frangia staccata dal Partito Socialista, mentre al suo interno prevaleva la parte massimalista, e riconoscendo che il socialismo era di fatto allo sbando. Tuttavia egli riteneva che si dovesse combattere, mai con la violenza, perché i tempi erano particolarmente duri. Già nel discorso alla Camera di Mussolini del novembre 1922 egli aveva riconosciuto la natura totalitaria del fascismo: lo era già nella piazza ed ora lo diventava anche nel cuore delle istituzioni. Di qui un’opposizione intransigente, che ha lasciato il segno in Mussolini stesso, preoccupato delle conseguenze che potevano derivare dai ragionamenti di Matteotti. Già prima delle elezioni il futuro deputato denunciava il male rappresentato dal fascismo e nel contempo la corresponsabilità del comunismo (per questa sua presa di posizione Matteotti sarà radiato dalla considerazione del partito comunista). Così egli si esprimeva 

Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all’Italia un regime di legalità e libertà; tutto ciò che esso ottiene lo spinge a nuovi arbitri, a nuovi soprusi. È la sua essenza, la sua origine, la sua unica forza; ed è il temperamento stesso che lo dirige. Perciò un partito di classe e di netta opposizione non può raccogliere che quelli i quali siano decisi a una resistenza senza limite, con disciplina ferma, tutta diretta a un fine, la libertà del popolo italiano. D’altro canto bisogna tornare a considerare la posizione del PSI. Purgato dai terzomondialisti (che dopo la scissione di Livorno erano passati con i comunisti) e nettamente discorde da Mosca, ormai non è diviso da noi che da minori divergenze teoriche. Ora per tali divergenze, tutte astratte e proiettate nel più lontano futuro, non è permesso tenere divisa la classe lavoratrice italiana. Il nemico attualmente è uno solo: il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro. I lavoratori italiani, ammaestrati dalle dure esperienze del dopoguerra, devono riunirsi concordi, contro il fascismo che opprime e contro l’insidiosa discordia comunista. Se non possono muoversi i Partiti ufficialmente, i socialisti dell’uno e dell’altro campo devono porre la questione e risolverla. Senza ritardo. Le cose non avvengono da sé, ma ad opera degli uomini. Il ritardo serve solo a diffondere un più largo scetticismo nelle masse, Le obiezioni sono facili, e le sento; ma bisogna superarle ad ogni costo, per agire rapidamente.

(e aggiunge Gianpaolo Romanato, l’autore della sua biografia)

Ma il rifiuto totale del comunismo da parte di questo riformista coerente e intransigente va valutato più a fondo, anche per capire le origini delle barriere invalicabili che hanno spaccato la sinistra italiana fino alla caduta del muro di Berlino e forse anche oltre quell’evento. (Romanato, p. 246-7)

Forse più ancora che non verso il fascismo Matteotti è stato molto chiaro nei confronti dei comunisti per la deriva totalitaria che era già in atto nel mondo sovietico e che l’avvento di Stalin aveva già fatto aprire gli occhi a qualcuno, come Silone. La tragica scomparsa che venne in seguito al discorso della Camera, dove segnalava i brogli e le violenze, lo ha fatto diventare un martire del fascismo, mentre era evidente in lui la lotta contro ogni forma di totalitarismo. Gramsci lo aveva definito “pellegrino del nulla”, perché voleva una riforma invece che la rivoluzione, e questa, secondo gli schemi della violenza.

In una ricerca sul fascismo, come questa, per scoprirne la sua natura totalitaria fin dalle origini, va segnalato ciò che Matteotti aveva colto del fenomeno, che non doveva registrare solo in Italia e solo sul versante della destra politica. Indubbiamente era neces-saria una riforma radicale dello Stato, se non altro perché la guerra stessa aveva cambiato molte cose nella società civile.

Era la via che aveva sempre cercato di seguire Matteotti, non senza contraddizioni e ambiguità prima del fascismo, in forma più chiara e definita dopo l’inizio del regime mussoliniano, quando aveva compreso l’importanza decisiva e pregiudiziale a tutto del rispetto della legalità, delle libertà costituzionali, delle garanzie politiche. La morte, che affrontò con piena consapevolezza, ne fece una figura diversa, unica, nel panorama del suo partito e del socialismo italiano.

(Romanato, p. 250)

Che cosa si successo nell’episodio storico del delitto Matteotti è ben noto e comunque può essere ricostruito, come un atto di sopraffazione da parte di individui appartenenti al fascismo, i quali, anche senza ordini diretti in tal senso da Mussolini, sono arrivati al rapimento; ad esso seguì, per il pestaggio, anche la morte e di conseguenza l’occultamento del cadavere. Se Mussolini non viene indicato come il mandante esplicito e diretto, comunque diventa, per sua stessa ammissione, il responsabile di azioni violente, come lui stesso afferma alla Camera, quando si sente sicuro di poter dire anche questo. Nelle ore che seguono il rapimento, e prima ancora che se ne scopra il cadavere, Mussolini appare frastornato dalla piega degli eventi e cerca di correre ai ripari …

Mussolini, ovviamente, ha sempre negato ogni responsabilità diretta ed indiretta. Per lui, come avrebbe detto il 13 giugno, solo un suo “nemico” avrebbe potuto pensare a un così diabolico piano per metterlo in difficoltà. (De Felice (I), p. 587)

Per quanto egli cerchi di estraniarsi dal delitto, che tale viene avvertito ancor prima che si trovi il cadavere, Mussolini appare sempre più invischiato, anche se non esistono prove, nelle indagini che vengono fatte. Tutta l’opposizione è compatta nel denunciare il sistema della illegalità, della violenza, delle uccisioni, anche perché ogni partito e molte delle personalità che vi militavano aveva sperimentato lo squadrismo più scatenato. Il coinvolgimento di Mussolini venne dichiarato in un memoriale da Cesare Rossi (1887-1967), che nei giorni successivi al sequestro di Matteotti si era tenuto nascosto e poi si costituì.

Egli scriveva accusando direttamente Mussolini come responsabile, per il fatto che gli avrebbe palesato il desiderio che quell’uomo non dovesse più circolare. Rossi fu prosciolto nella prima istruttoria, e, nella seconda, dopo la guerra, fu assolto per insufficienza di prove. Nel frattempo cadde in disgrazia del fascismo e fu addirittura rinchiuso in carcere. Proprio la rivelazione di quel memoriale (27 dicembre 1924) obbligò Mussolini a prendere posizione, perché si era trovato contro i fascisti oltranzisti e nel contempo l’opposizione aventiniana che insisteva a sostenere ormai morente il fascismo.

L’AVENTINO

All’indomani del sequestro di Matteotti (10 giugno 1924) e per tutto il resto dell’anno, l’opposizione parlamentare scelse di astenersi dal frequentare la Camera, sperando che una simile scelta favorisse la caduta del governo, travolto dallo scandalo. Evidentemente si sperava che il Re intervenisse, approfittando dello stallo dell’attività parlamentare; ma il Re non intervenne, così come il fascismo stesso non rinunciò affatto a lasciare gli spazi di potere acquisito. Gli oppositori, soprattutto sul versante di quelli più moderati, si proponevano di aspettare un collasso del regime, senza la necessità di dover intervenire con prove di forza.

Amendola non era il solo a prevedere una prossima fine del fascismo. Ne era convinto anche Gramsci, che il 15 novembre pubblicava un articolo intitolato La caduta del fascismo. Quello stesso giorno, alla Camera, Giolitti passò all’opposizione, con una breve dichiarazione in difesa della libertà, rivolgendo un appello al presidente del Consiglio: “On. Presidente, per carità di Patria, non tratti il popolo italiano come se fosse un popolo che non merita la libertà che ha sempre avuto nel passato”. Il 22 novembre anche Salandra svolse un ordine del giorno nel quale si chiedeva al governo di “assicurare la pace pubblica mediante la rigorosa osservazione della legge”, e nel suo discorso, pur continuando a manifestare fiducia nel presidente del Consiglio e nel fascismo stesso, deplorò la politica del partito fascista, citando fatti e portando argomenti che erano gli stessi che da quasi due anni esponevano coloro che avevano per primi denunciato il sistema totalitario dello Stato-partito … (Gentile (II), p. 159-160)

I deputati dell’opposizione, il 27 giugno 1924, avevano deciso di abbandonare l’aula per protesta e di trovarsi ad esprimere la propria opposizione, con l’auspicio di avere dalla propria parte il popolo italiano in un sussulto morale, che in realtà non ci fu. E neppure ci fu la reazione del Re a loro sostegno.

Era di fatto una sorta di secessione, che, si richiamava a quella “mitica” della plebe di Roma vissuta sul colle Aventino e che divenne famosa con l’apologo di Menenio Agrippa, intervenuto per convincere a rientrare. Per questo sarà definita “dell’Aventino”. Non ne sortì alcune effetto. Il governo, per quanto sembrasse travolto dallo scandalo derivato dal rapimento e dall’uccisione di Matteotti, si rafforzò, e, in seguito al memoriale di Cesare Rossi, Mussolini decise di intervenire con un discorso, prima che il Re manovrasse per far decadere il governo. L’opposizione aventiniana fu di fatto sterile, anche perché al suo interno era divisa: i deputati comunisti decisero ad un certo punto di rientrare alla Camera, così come nel gennaio 1926 molti erano tornati per la commemorazione della Regina Margherita, da poco defunta. Qualcuno poi manovrava perché si passasse all’azione, che avrebbe dovuto prevedere anche una insurrezio-ne armata. Ma non se ne fece nulla. Di fatto l’Aventino durò fino al no-vembre 1926, quando, dopo l’attentato a Mussolini, con l’introduzione di leggi speciali, i deputati aventiniani furono dichiarati decaduti.

IL DISCORSO DEL 3 GENNAIO 1925

Il clima piuttosto infuocato nell’autunno 1924 portava a credere che la situazione potesse precipitare: molti dell’Aventino si illudevano che il fascismo avesse i giorni contati e nell’ambito stesso dei fascisti c’era pure chi temeva il collasso. Chi stava attorno a Salandra e a Giolitti si preparava ad un ipotetico nuovo governo per uscire da una impasse foriera di scontri di piazza, piuttosto pericolosi. Mussolini dava l’impressione di non saper trovare una onorevole via d’uscita, anche a temere che potesse risultare incriminato, soprattutto dopo la denuncia del memoriale di Cesare Rossi.

Che Mussolini non volesse lasciare il potere è pacifico. Al punto in cui erano arrivate le cose, lasciarlo avrebbe voluto dire esporsi al rischio di un procedimento giudiziario: gli aventiniani non gli avrebbero certo dato tregua e un simile procedimento avrebbe sanzionato, certamente, la sua fine politica e, molto probabilmente, la sua condanna, troppi essendo gli addebiti che gli sarebbero stati mossi per sperare di poter uscire indenne dalla prova. Nulla però autorizza a credere che Mussolini il 30 dicembre pensasse ad un vero e proprio colpo di stato. Del resto, con lo stesso discorso del 3 gennaio egli non avrebbe fatto che un mezzo colpo di stato, incentrato molto più sul piano politico che non su quello giuridico. Se, fino alla mattina del 31 dicembre, Mussolini pensò ad un colpo di stato, pensò al colpo di stato del 20 dicembre; pensò cioè a una grande operazione trasformistica … che gli permettesse di rabberciare la situazione e salvare se stesso, buttandosi nella selva delle manovre e dei compromessi a lui tanto cari e sacrificando in pratica il fascismo intransigente. (De Felice (I), p. 704-705)

L’esplicito riferimento che lo storico fa ad un “colpo di Stato” in corso d’opera, lascia intendere che la situazione era davvero molto seria, per non dire drammatica. Il pericolo di un pronunciamento proveniva dalle file più esasperate del fascismo stesso che avvertiva il venir meno dello spirito rivoluzionario. Del resto esso non era mai esploso, perché nessuna azione era stata fatta per accaparrarsi dello Stato e per farlo divenire “fascista”, cioè uno Stato-Partito. Così Mussolini si vede costretto ad anticipare coloro che già si muovevano in maniera minacciosa e che potevano travolgere anche e soprattutto la sua persona.

Nella notte dal 30 al 31 anche nel capoluogo toscano come in altre località … si era sparsa la voce che nella riunione del Consiglio dei ministri fossero state decise le dimissioni del governo. Ciò aveva provocato la reazione degli intransigenti, che avevano stampato un manifesto in cui si affermava che il governo fascista era pronto ad applicare tutte le misure necessarie a tutelare gli interessi del paese e avevano mobilitato i fascisti del contado … “La adunata – avrebbe riferito in un suo rapporto l’ispettore generale di PS Valenti qualche giorno dopo – era impressionante, a tinta prettamente rivoluzionaria, ed i fascisti fiorentini, non dilaniati come in altre regioni, da lotte interne, mostravano di essere in piena efficienza, agguerriti, più forti di quanto non fossero alla vigilia della marcia su Roma e pronti a qualsiasi evento”.

(De Felice (I), p. 715)

In questo clima surriscaldato e con il timore che intervenisse pure il Re, Mussolini decide di fare il “suo colpo di Stato”, con il discorso alla Camera, mediante il quale egli chiarisce i suoi intendimenti, se ancora ci fosse stato bisogno di esplicitare la sua concezione di Stato. Si tenga conto che l’opposizione non è presente e tuttavia egli parla con forza contro di essa, ma nel contempo sta pure dicendo che non la farà mancare all’interno dello stesso partito, perché il governo è forte!

Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere a rigore di termini classificato come un discorso parlamentare. Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure traverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa aula il 16 novembre. Un discorso di siffatto genere può condurre e può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi. L’articolo 47 dello Statuto dice: «La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all’Alta corte di giustizia.» Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che si voglia valere dell’articolo 47. Il mio discorso sarà quindi chiarissimo, e tale da determinare una chiarificazione assoluta. Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell’avvenire. Sono io, o signori, che levo in quest’Aula l’accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo. Veramente c’è stata una Ceka in Russia, che ha giustiziato senza processo, dalle 150.000 alle 160.000 persone, se-condo attestano le statistiche quasi ufficiali. C’è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutte le classi borghesi e sui membri singoli della borghesia, una Ceka che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione. Ma la Ceka italiana non è mai esistita. Nessuno mi ha mai negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto corag-gio ed un sovrano disprezzo del vile denaro.

(Qui, per provare che non è affatto l’organizzatore di una struttura come quella in uso in Russia, dove si eliminano fisicamente gli avversari, ricorda i suoi interventi dopo il rapimento di Matteotti)

Ricordo e ho ancora ai miei occhî la visione di questa parte della Camera, ove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita ed avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta.

Come potevo, dopo un successo — lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie — dopo un successo così clamoroso che tutta la Camera ha ammesso, comprese le oppo-sizioni, per cui la Camera si riaperse il mercoledì successivo in un’atmosfera idilliaca, come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, di far commettere non dico un delitto ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell’avversario (Matteotti) che io stimavo perché aveva una certa «crânerie», un certo coraggio, che rassomigliavano al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi? Che cosa dovevo fare? Sono cervellini di grillo quelli che pretendevano da me in quell’occasione gesti di cinismo che io non sentivo di fare, perché ripugnano al più profondo della mia coscienza, oppure dei gesti di forza.

(Ricorda in effetti interventi di forza, come quello in occasione della crisi di Corfù, per dire che, certo, in alcune occasioni, la forza è necessaria, ma …)

Fu alla fine di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: Voglio che ci sia la pace per il popolo italiano, e volevo stabilire la normalità della vita politica. Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto con la secessione dell’Aventino, secessione anticostituzionale e nettamente rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali. C’era veramente un accesso di necrofilia. Si facevano inquisizioni anche su quello che succedeva sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva lo stesso! Io sono stato sempre tranquillo e calmo in mezzo a questa bufera che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna. C’è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno volle vendicare l’ucciso (Matteotti) e sparò su uno dei nostri migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca (fa riferimento al deputato Armando Casalini che fu ucciso in tram a Roma).Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione o di normalità. Reprimo gli illegalismi. Non è menzogna quando dico che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti.

(Qui Mussolini rivendica di avere sempre lasciato fare all’inchiesta, di volere leggi discusse in parlamento mentre dall’Aventino si inveisce con accuse infamanti e con il richiamo alla questione morale)

Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, io dichiaro qui al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano che assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa!

Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere, se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico, morale, a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento fino ad oggi. In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandano: c’è un Governo? Questi uomini hanno una dignità come uomini? Ne hanno una anche come Governo? Sono stato io che ho voluto che le cose giungessero a questo determinato punto estremo. È ricca la mia esperienza di vita di questi sei mesi. Io ho saggiato il Partito. Come per sentire la tempra di certi metalli bisogna batterli con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini. Ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento quando il vento è infido, scantonano per la tangente. Ho saggiato me stesso. E guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della Nazione. Un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere. Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, ed il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: basta! La misura è colma! Ed era colma perché? Perché la sedizione dell’Aventino ha sfondo repubblicano. Questa sedizione dell’Aventino ha avuto delle conseguenze perché in Italia oggi chi è fascista rischia ancora la vita! Nei soli mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, dei quali uno ha avuto la testa schiacciata fino ad essere ridotta un’ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio settantatreenne, è stato ucciso e gettato da un muraglione. Poi tre incendî si son avuti in un mese, tre incendî misteriosi nelle Ferrovie: uno a Roma, l’altro a Parma ed un terzo a Firenze. Quindi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento perché è necessario documentare attraverso i giornali di ieri e di oggi. (E qui Mussolini elenca una serie di episodi di violenza contro i fascisti) Voi vedete da questa situazione che la sedizione dell’Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese. Ed allora viene il momento in cui si dice: basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irreducibili, la soluzione è nella forza. Non c’è stata mai altra soluzione nella storia e non ci sarà mai. Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il Fascismo, Governo e Partito, è in piena efficienza. Signori, vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il Fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che il Partito fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Se io la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo la mettessi a scatenarlo, oh, vedreste allora … Ma non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno e definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa; gliela daremo con l’amore, se è possibile, o con la forza se sarà necessario.

Voi state certi che nelle 48 ore successive al mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area, come dicono. E tutti sappiamo che non è capriccio di persona, che non è libidine di governo, che non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la Patria.

Dopo una breve sospensione della seduta, la Camera approva la proposta di Mussolini di un rinvio e di una riconvocazione a domicilio. Era l’atto di nascita della dittatura, l’affossamento insieme delle velleità della “rivoluzione fascista” e delle forze politiche di opposizione. Suckert (Curzio Malaparte), dopo aver criticato le misure di polizia subito impartite da Federzoni , si chiese se il discorso del 3 gennaio fosse stato “un atto sincero di fede rivoluzionaria, o non piuttosto una mossa dell’abilissima tattica mussoliniana, una maschera rivoluzionaria gettata, per ingannare gli amici e gli avversari, sul viso della normalizzazione”. Sul fronte opposto toccò a “Rinascita liberale”, la rivista di Adolfo Tino e Armando Zanetti, cogliere in quella data la “Caporetto del vecchio liberalismo parlamentare e l’esplicito inizio di una fase di reazione”. La stessa facilità con cui Mussolini avrebbe provveduto alla sostituzione, subito dopo il 3 gennaio, dei dimissionari Oviglio con Rocco alla Giustizia, Casati con Fedele all’Istruzione e Serrocchi con Giuriati ai Lavori pubblici, avrebbe dimostrato come lo stesso ruolo della monarchia andasse illanguidendosi e come il 3 gennaio avesse segnato un momento di rottura, se non ancora sul piano costituzionale, certo per la gestione del governo del Paese da parte del fascismo. (De Felice (II), p. 38)

È IL POTERE DI UN UOMO SOLO

Ovviamente non basta una data e neppure un discorso, per quanto inequivocabile, a decidere che qui si sia passato il “famoso Rubicone”, per dare origine ad una dittatura, così come al tempo di Cesare quel gesto fu ritenuto un atto “sacrilego” e contro il fragile equilibrio “costituzionale” della Roma antica. Mussolini non diventa dittatore solo per le parole dette alla Camera in quella circostanza. Ma indubbiamente a partire da qui ogni forma di opposizione fu messa a tacere, sia nei parlamentari, sia nei giornali, sia in tutte quelle forme di aggregazione che solitamente si reggono sul libero dibattito. Si addivenne al silenzio con una serie di provvedimenti legislativi, che divennero particolarmente stringenti all’indomani del fallito attentato del 31 ottobre 1926. Va riconosciuto che comunque le basi di un simile sistema dittatoriale sono gettate con questo discorso che Mussolini tenne ad una Camera che era già sua, se sugli scranni mancavano gli oppositori. La durezza del suo linguaggio che certamente aveva come obiettivo i transfughi dell’Aventino, andava comunque a colpire anche il fascismo intransigente, che lui avvertiva come un pericolo e che sembrava propenso ad una specie di colpo di Stato nel quale travolgere il governo presieduto dallo stesso Mussolini.

Così colui che poi vorrà farsi chiamare “Duce” si impadronisce dello Stato, il suo obiettivo finale, essendosi impadronito del partito, il suo mezzo, necessario per raggiungere il fine prefissato. Nello stesso tempo va pure chiarito che in realtà lo Stato che Mussolini vuol occupare è il Governo del Paese, tenuto conto che in relazione a questa sua finalità politica, da una parte deve rispettare la monarchia, la quale viene comunque usata per ottenere quanto era nei piani di Mussolini. Una lettura più attenta di quel che è successo mostra all’evidenza che non ci fu un vero e proprio totalitarismo, se effettivamente c’è da spartire lo Stato con il Re; ma costui era comunque stato ridotto al grimaldello per raggiungere ciò che più conta. A questo punto nasce per Mussolini l’esigenza di costruire uno Stato che sia davve-ro secondo la sua impostazione e la sua visione e proprio per questo dovrà creare strutture adeguate perché lo Stato sia ridotto a divenire il suo partito, allo stesso modo con cui il partito era servito a dare la scalata allo Stato. Sulla base di una simile visione va ritenuto che il solo obiettivo di governare da solo, e di farlo con la forza bruta, dice chiaramente la pochezza del sistema, perché manca di una visione politica, di un’alta scuola di democrazia e più ancora di sistemi istituzionali adeguati a reggere …

nella scuola politica fascista, la sola idea fondamentale era l’antidemocrazia “in mezzo alla congerie di luoghi comuni e di filosofemi che forma il bagaglio dottrinario di essa”; ma neppure l’idea dell’antidemocrazia aveva un fondamento teorico, anche se era diffusa fra le giovani generazioni, e si sarebbe esaurita per propria inconsistenza, in quanto contraria al progresso della civiltà moderna che era democratica, se “non si fosse instaurata una dittatura, la cui origine di dominio è solo nella forza materiale”, anche se gli intellettuali della dittatura ora fornivano al partito che aveva conquistato il governo improvvisate dottrine per conservarlo”. “Il guaio è – soggiunge con evidente rammarico Ingrosso (Gustavo Ingrosso è un giurista napoletano, sindaco e presidente della Corte dei Conti e insegnante universitario, anti-fascista) – che queste dottrine politiche esso non afferma e proclama con gli scritti e con la parola solamente. Ahimè! Esso le attua, anzi le costruisce teo-ricamente, dopo averle attuate, o meglio, perché le ha attuate. Ed è qui il vero pericolo della nuova scuola politica”.

(Gentile (II), p. 179-180)

I rilievi che lo storico Gentile apporta a proposito della rivendicazione che Mussolini fa di voler creare uno Stato totalitario, inteso soprattutto come Stato forte vengono prodotti dalla contestazione che il giurista Gustavo Ingrosso (1877-1968) aveva già avanzato in quel medesimo periodo per segnalare quanto fosse inconsistente il quadro culturale di riferimento da cui si pensava di derivare la costruzione dello Stato fascista. È una contestazione di carattere culturale ed è tale da rendere evidente il particolare vuoto che stava dietro l’azione di Mussolini e la costruzione del suo appa-rato. Il giudizio appare netto e particolarmente impietoso.

Appena conquistato il governo, ben presto “lo Stato fascista si è rivelato essere non lo Stato forte che gli incauti fiancheggiatori del fascismo avevano sognato, ma niente altro che Stato-Partito”. Ingrosso attribuisce il cambiamento non ad accidenti casuali e improvvisate decisioni, ma alla “logica conseguenziale” che si poteva riscontrare nell’operato del partito fascista, nonostante “un groviglio di contraddizioni” nei discorsi di Mussolini e i continui “contrasti, ricorsi e mobilità di propositi e incostanza di decisioni” nella sua azione di governo, perché erano “contraddizioni esteriori e formali”, dipendenti da “esigenze di tattica”, mentre “la linea fondamentale della sua politica è ferma, costante, ed è sempre drizzata come una lama ad un fine: la conquista prima, la conservazione dopo del Governo, per sé e per il partito”.

(Gentile (II), p. 180-181)

Nella medesima direzione critica si muove anche De Felice, proprio a partire da questo momento nel quale noi dovremmo parlare di deriva autoritaria, di trasformazione dittatoriale del potere. E questo avveniva, ben diversamente da ciò che succede altrove negli stessi anni: se in URSS e nella Germania divenuta nazista è il partito a prevalere, qui da noi, invece, è un uomo solo ad occupare il Governo, mentre l’Italia continua, almeno formalmente, ad essere una monarchia, come se questo aspetto non avesse alcun peso per il dittatore, il quale si appoggiava lì per avere garantito il suo potere. Proprio quando viene gettata la maschera di questo “pasticcio”, si può dire che Mussolini può cercare di costruire il suo sistema di Stato; ma ormai, anche questo gli è impossibile, non solo perché c’è la guerra, già perduta, ma anche perché è più che mai prigioniero di colui che egli si illude sia il suo alleato. Insomma, qui nasce una dittatura anomala, che non ha solo prodotto i guai di un sistema violento, ma ha condotto alla guerra e più ancora a quel genere di vuoto e di inconsistenza, che non dà neppur la possibilità di riprodursi …

Nel suo cammino verso lì’instaurazione di un regime totalitario e autoritario di massa il fascismo avrebbe in effetti cercato di troncare tutti i ponti con il passato, si trattasse delle opposizioni “classiche”, degli stanchi residui dello Stato liberale o di quelle stesse forze politiche, economiche e sociali che ne avevano più o meno direttamente favorito il successo. In questa corsa all’affermazione del totalitarismo e al conseguimento di un monopolio del potere, il fascismo agì indubbiamente con mano pesante nei confronti di qualsiasi tipo di opposizione politica organizzata; ciò che comunque differenziò quel processo da quello già in atto in Unione Sovietica e da quello che si sarebbe verificato nella Germania nazionalsocialista fu il ruolo assegnato in esso al partito. Se infatti, sia in Unione Sovietica che nella Germania nazista, lo Stato sarebbe stato subordinato e quindi fagocitato dal partito, nell’Italia fascista si sviluppò un processo inverso: al centro del regime era lo Stato, con il partito confinato per certi versi in una posizione secondaria, pronto, se necessario, a essere del tutto sacrificato se le superiori esigenze della costruzione e della salvezza dello Stato lo avessero richiesto.

(De Felice (II), p. 39-40)

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La particolare lettura che già in quei frangenti, un secolo fa, si dava dell’esperienza dittatoriale mussoliniana – più che fascista – può servire a leggere meglio questa vicenda, uscendo anche dalle secche di contrapposizioni ideologiche che si trascinano. Il caso, tutto italiano, di Mussolini e della sua conquista e gestione del potere, anche a vedere attorno la struttura e la retorica di una organizzazione di partito, è in realtà una occupazione del governo, e una gestione di esso, da parte di Mussolini, e permessa del resto dal capo dello Stato, con cui il duce convive, fin quando la convivenza diventa possibile. Ciò che Mussolini costruisce poi nella Repubblica sociale dovrebbe essere la vera impostazione del fascismo, anche se la guerra in corso non consentiva l’elaborazione di uno Stato, come lui l’avrebbe desiderato. Così questa particolare dittatura è dovuta ad un uomo, che aveva questo obiettivo fisso da raggiungere nel suo avventuroso modo di concepire e di attuare i suoi progetti di vita. Evidentemente aveva bisogno di costruirsi un apparato, che però fu soltanto un mezzo di cui servirsi per raggiungere i suoi scopi. Nel concreto della situazione, tutta italiana, egli dovette tener conto della presenza del Re, che tuttavia fu relegato ad una figura di contorno rispetto alla centralità che, nella visione di Mussolini, doveva avere il governo, identificato con la sua persona, con il Duce. Colui che in quegli anni si considerava il suo discepolo, e cioè Hitler, ha seguito la medesima impostazione, senza avere comunque la necessità di condividere il governo con una personalità superiore.

Egli non istituì una “Republik”, alternativa a quella di Weimar, bensì un “Reich”, senza la necessità di costituirvi un “Kaiser”, visto che lui ne era divenuto il “Führer”. Anche ad avere subordinato un “Partei”, Hitler, come aveva fatto Mussolini, non riteneva che di lì venisse il suo potere (non per nulla scatenò la “notte dei lunghi coltelli”, per sbaragliare le SA, che avrebbe voluto alle sue dipendenze e che comunque potevano diventare imbarazzanti e antagoniste nel gestire il potere assoluto). Con questa impostazione dittatoriale questi due fenomeni non potevano avere eredità, se tutto era concentrato nella loro persona: caduti loro, tutto sarebbe crollato e quel che si pensa di voler costruire allo stesso modo, come se ne fosse la continuità, è di fatto ben altro. È diverso invece il caso della dittatura del proletariato, dove pure esistono personalità ingombranti, come quella di Stalin o di Mao: qui il partito continua con il suo apparato, anche quando vengono a mancare i capi, che pure si servono del partito per la gestione assoluta del potere. Si deve quindi arguire che il sistema dittatoriale di destra è costruito sulla personalità dominante del capo e che comunque costui ha come suo obiettivo il “governo”, esercitato e mantenuto con la violenza.

BIBLIOGRAFIA

1.Renzo De Felice (I)

MUSSOLINI IL FASCISTA

La conquista del potere (1921-1925)

Einaudi, (1966, 1995, 2019)

2.

Renzo De Felice (II)

BREVE STORIA DEL FASCISMO

Mondadori (2000, 2016, 2020)

3.

Emilio Gentile (II)

TOTALITARISMO 100

Ritorno alla storia

Salerno, 2023

4.

Gianpaolo Romanato

UN ITALIANO DIVERSO

Giacomo Matteotti

Longanesi, 2011

20

La marcia su Roma : 28 ottobre 1922

Mussolini riceve l’incarico dal re

IL FASCISMO AL GOVERNO:

FU VERA RIVOLUZIONE?

PRODROMI DI UNA DITTATURA

NEL DISCORSO ALLA CAMERA

NELLA LEGGE ELETTORALE

 

INTRODUZIONE:

MUSSOLINI, NON IL PNF, AL POTERE

La “marcia su Roma” si concluse con un compromesso fra Mussolini e le forze politiche dello Stato liberale. Episodio in sé modesto, anche come “colpo di stato”, essa non è considerata dagli storici una svolta di grande importanza nella storia dell’Italia contemporanea e dello stesso fascismo: il vecchio ordine non era stato distrutto e il nuovo governo presentato da Mussolini senza speciale ardore rivoluzionario, era simile al risultato di una tradizionale operazione trasformista di collaborazioni temporanee. (…) Piuttosto che una marcia su Roma i fascisti la consideravano simbolicamente una marcia contro Roma … (Gentile (I), p.323)

Fu un vero e proprio colpo di mano? quello che oggi si potrebbe definire un “golpe”? Il potere non venne raggiunto con una prova di forza, come poteva sembrare dalle parole roboanti, dette alla vigilia, e dall’ammassamento di uomini in armi, ma non inquadrati nell’esercito, e incitati a muoversi sulla capitale per una dimostrazione di piazza. Questa però non ci fu. E non ci fu da parte del futuro duce un atto “teatrale” per raggiungere l’obiettivo di assumere le responsabilità di governo. Gli venne, certo, affidato l’incarico di formarlo su esplicita richiesta da parte del Capo dello Stato, il quale non mancò di indicare alcune figure che dovevano entrare nella compagine governativa. Tutto ciò avveniva secondo le consuetudini costituzionali. Perciò non si può parlare di “nascita della dittatura”, in questa circostanza, anche se poi si fisserà questa data come l’inizio di un sistema che è certamente stato “dittatoriale”. Più che fermare l’attenzione sull’episodio in sé, che non ha nulla di clamoroso e neppure di drammatico, si potrebbe dire che ci fu l’avvicendamento da un governo all’altro, tenuto conto che il ministero Facta era già di fatto dimissionario e che la continua ricerca di uomini, disponibili ad assumere l’incarico, era rimasta infruttuosa, anche per i veti incrociati, e soprattutto perché si riteneva che si dovesse cercare un outsider, uno letteralmente fuori del sistema, in grado di evitare gli scontri e di impedirli, vista l’impasse pericolosa che aveva sullo sfondo pulsioni di natura rivoluzionaria. Ma qui la rivoluzione non si prospettava affatto da parte del fascismo, che veniva ritenuto certamente pericoloso e nel contempo si riteneva di poter assorbire, diversamente da quello che stava succedendo sul fronte della sinistra, dove i massimalismi potevano risultare debordanti e di fatto contenibili solo dai mezzi e dai metodi fascisti. 

Da parte del sistema istituzionale, monarchia e Parlamento, non ci si immaginava affatto che Mussolini fosse la soluzione inevitabile per impedire un paventato clima rivoluzionario, mediante il quale ci si figurava qualcosa di analogo a quanto era successo in Russia e a quanto continuava a succedere con quella forma di instabilità che era la guerra civile. Di fatto i fascisti erano avvertiti come mestatori e alla base dei disordini; ma essi potevano essere assorbiti al sistema nella misura in cui potevano essere responsabilizzati dentro il sistema parlamentare. Mussolini, presentandosi in Parlamento avrebbe dovuto smorzare i toni battaglieri e contenere quanti avevano adottato la violenza come sistematica forma di imposizione della propria visione della politica. Se il Re e le forze parlamentari, legati al sistema costituzionale, non temevano la deriva dittatoriale dei fascisti, non si rendevano conto di ciò che effettivamente era quel movimento, ben prima che si presentasse come un partito dentro il sistema dei partiti. Il fascismo, in realtà, si era presentato come altro rispetto ai partiti tradizionali, e perciò in contrapposizione, vanificando la speranza che, assunto il potere, esso potesse rimanere assorbito dal sistema. Questo, in realtà, era morente! Mancava una considerazione più attenta del fenomeno fascista, che alimentato con le violenze, non poteva così facilmente assorbirle o addirittura eliminarle. Nel quadro di quei giorni ciascuno rivelava di voler raggiungere il proprio obiettivo immaginando di riuscire ad assorbire chi si riteneva un ostacolo, senza che in realtà lo fosse veramente. Ciascuno, dunque, giocava le proprie carte, cercando di barare; ma chi risultava il baro “migliore” nel suo gioco era proprio Mussolini: egli metteva in campo quanto poteva servire per avere e per detenere, con il governo, il potere nel Paese. Alle debolezze dei vecchi apparati, incapaci di vedere le vere questioni sull’orizzonte, e più che mai convinti di poter assorbire una fenomeno, evidentemente non capito, si contrapponeva un movimento, che, pur con la convinzione di poter assumere le redini del governo, non era ancora in grado di esprimere lucidità nei suoi obiettivi e persino nei mezzi da usare per raggiungere questi risultati. In questo quadro, dove ciascuno dei protagonisti cerca di farsi avanti dicendo di operare in nome e in favore del popolo, quest’ultimo appariva più che mai stanco dei disordini, reso insicuro dalle violenze incontrollate, incapace di avvertire i reali pericoli che stava correndo una democrazia fragile, come si presentava allora l’Italia. Ovviamente non erano diffusi gli organi di stampa per condizionare o comunque guidare un’opinione pubblica frastornata e per nulla consapevole della posta in gioco. In effetti l’opinione pubblica non c’è ancora e non è debitamente formata per contenere i pericoli sull’orizzonte. Leggi tutto “La marcia su Roma : 28 ottobre 1922”

MARCIA SU ROMA

Benito Mussolini, durante la marcia su Roma, con i quadrumviri:

da sinistra Emilio De Bono, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi.

Il militante in primo piano a sinistra copre la figura di Michele Bianchi.

La foto fu scattata il 30 ottobre

quando Mussolini arrivò a Roma, convocato da Vittorio Emanuele III.

GLI EVENTI

E IL GIUDIZIO STORICO:

UN FATTO EVERSIVO

E COSTITUZIONALE

1

INTERPRETAZIONE DEL FATTO

Questo evento (la marcia su Roma) e questa data (il 28 ottobre 1922) sono ormai entrati nei libri di storia come l’avvio del regime fascista in Italia. Contribuì a questa lettura già lo stesso regime, che nella nuova datazione, obbligatoria sui documenti ufficiali, si faceva partire tutto da lì e naturalmente tendeva a presentare i fatti successi con un alone mitico e, per certi versi, addirittura epico, quasi fosse stato concepito e realizzato un evento grandioso e glorioso, come se fosse stata combattuta una battaglia degna di essere enfatizzata, e di lì derivasse qualcosa di decisivo che segnava una sorta di spartiacque. Il fascismo già esisteva e la sua nascita è da far risalire al 1919, quando a Milano vengono fondati i Fasci di combattimento. Invece il regime, inteso come sistema totalitario, non è propriamente realizzato qui, se il governo presieduto da Mussolini è ancora di coalizione e i partiti hanno pur sempre voce in Parlamento. L’azione, considerata di forza e messa in campo con manipoli di milizie non inquadrate nell’esercito, si rivela di fatto una manifestazione, che poteva diventare eversiva e che in realtà non ha prodotto alcunché. Piuttosto il fatto mediante il quale si può dire che prende avvio la dittatura fascista è il famoso discorso di Mussolini alla Camera del 3 gennaio 1925. Tuttavia già nell’insediamento del suo primo governo le parole usate da Mussolini non lasciano dubbi circa la maniera con cui egli vuole prendere e tenere il potere e di fatto dall’incarico ricevuto nell’ottobre 1922 egli diventa Capo del governo, che poi presiedette fino al Gran Consiglio del 25 luglio 1943. I giudizi storici, che furono – e sono ancora – emessi sugli inizi della dittatura, sono di fatto legati a questo episodio, che fu ingigantito dal regime stesso e che invece deve essere meglio riletto, anche per capire la natura di certi eventi. Il partito, che qui pretende di avere la gestione del governo, nonostante l’esigua rappresentanza in Parlamento, sulla base dei risultati elettorali, proprio per questa sua determinazione, e per i fatti che accompagnano la sua richiesta di avere e di esercitare direttamente il potere, con il ricorso alla violenza, esprime parole e azioni che devono essere considerate di natura eversiva. Lo dimostra mettendo in campo uomini armati che convergono su Roma; nello stesso tempo si deve riconoscere che sia i dirigenti di partito, sia gli affiliati che vengono messi in campo esprimono la volontà di andare contro la legalità. E tuttavia non viene prodotto nulla di anticostituzionale, se di fatto è il re a chiamare Mussolini al governo. Insomma, la lettura da fare circa quanto è successo in quei momenti, non può essere lasciata alla retorica usata dal regime, quando lo diventa; e neppure va considerata a partire dalla retorica opposta che maschera la reale incapacità dei partiti di opposizione di comprendere i fenomeni in corso e di porvi gli argini necessari. Una lettura più attenta di ciò che è successo in quel giorno deve servire a comprendere eventi analoghi, mai identici, che possono generarsi e dare origine a fenomeni sicuramente aberranti. Se davvero questa “marcia”, poi ostentata con la figura possente del capo del fascismo che sta avanti alle sue “truppe di occupazione” – ma questo non avvenne affatto – è da considerarsi l’episodio emblematico della nascita di una dittatura, come il regime voleva e come i partiti d’opposizione hanno pure pensato, allora noi dovremmo vedervi una occupazione di stampo militare che non ci fu.

FU UN COLPO DI STATO? Leggi tutto “MARCIA SU ROMA”

Fermo e Lucia: pagine a confronto.

LA REVISIONE DEL ROMANZO

La lettura che oggi si fa del “Fermo e Lucia” ha come scopo la verifica del profondo cambiamento che interviene nella stesura del romanzo, la quale risulta definitiva nell’edizione del 1840-42, quella poi divenuta ben nota al largo pubblico, che però non conosce e non legge la prima redazione. C’è indubbiamente un notevole cambiamento, anche se l’impianto della vicenda rimane immutato: gli stessi personaggi cambiano (alcuni persino nel nome, come lo stesso protagonista, Renzo); l’impostazione del percorso appare alla fine più organico, come se l’argomento stesso venisse maggiormente padroneggiato e meglio costruito; più ancora, il lessico e il linguaggio vengono talmente ripuliti da fluire con maggior scioltezza, e ne trae giovamento il racconto; anche il ridimensionamento di storie collaterali contribuisce a rendere più organico il racconto stesso. Il lavoro che ne deriva richiede parecchi anni, e soprattutto uno sforzo non indifferente in diverse direzioni, anche sotto la spinta di amici, che gli suggeriscono quel genere di limatura, che per lui diventerà revisione totale e, per certi versi, anche radicale.

Una volta finita la prima stesura del romanzo, o, come aveva scritto a Fauriel, il “noioso guazzabuglio”, il “grosso fascio di carte”, prima di mettersi a rielaborare il tutto aveva ascoltato e meditato i suggerimenti degli amici. Fauriel arrivò a Milano nel novembre del ’23, progettando un soggiorno fino all’aprile seguente. I suoi consigli furono preziosi, e la ripresa del lavoro ebbe luogo in gran parte dopo la sua partenza. Da allora in poi, tutto seguì con straordinaria sollecitudine. Il 30 giugno, infatti, lo stampatore, che anche questa volta era il Ferrario, inviava al R. I. Ufficio di Censura “il primo tomo del Romanzo storico del Signore Alessandro Manzoni intitolato Gli Sposi Promessi”. È chiaro, visto le date, che in tre o quattro mesi Manzoni aveva dovuto rifare i dieci capitoli di cui era composto il primo tomo. La tecnica era questa: sul margine di sinistra del foglio riscriveva quanto era stato scritto nella colonna di destra che recava la prima minuta (cioè il Fermo e Lucia). Come sempre succede, le correzioni meno importanti erano rimandate al lavoro sulle bozze. Prevedeva di avere pronto tutto il romanzo per la tipografia prima della fine d’ottobre del ’23; anche se, per esperienza, non si faceva troppe illusioni. Nel render conto nell’agosto a Fauriel, ancora a Parigi, di quanto era riuscito fino allora a fare, “in coscienza” Manzoni osservava: “I materiali sono ricchi: tutto ciò che può far fare agli uomini una triste figura c’è in abbondanza, la sicurezza nell’ignoranza, la presunzione nella stupidità, la sfrontatezza nella corruzione, sono ahimè i caratteri più salienti di quell’epoca, fra molti altri dello stesso genere. Leggi tutto “Fermo e Lucia: pagine a confronto.”

Pasqua 2023: Il Signore è risorto!

CRISTO SIGNORE E’ RISORTO!

Non sta rinchiuso nelle viscere della terra. Vuole raggiungere i suoi.

Si fa vedere ai suoi. Si fa incontrare. Entra nel cuore di ciascuno …

Io l’ho visto! Io l’ho incontrato! Io lo porto con me!

Non è cambiato il quadro del mondo, sempre segnato dal male …

Ma a chi si fa vedere e a chi arriva a vederlo, a incontrarlo, cambia il cuore.

E tu l’hai visto? Tu lo hai incontrato sui tuoi passi? E ti senti cambiato?

Non fa cose prodigiose per convincere. È lui già un prodigio!

La sua “passione” è affascinante, perché lui ci mette e ci rimette …

Qualcuno l’ha davvero visto in giro? E l’ha visto con la passione nel cuore?

Allora ce ne sono altri come lui a portare attorno la passione.

Allora questa sua passione sta diventando il nuovo vivere per tutti.

Veramente è stato visto! Veramente chi l’ha visto si sente più vivo che mai

CRISTO RISORTO E’ ANCORA TRA NOI!

Se ne accorge chi non si lascia sgomentare dal tanto male diffuso …

Lo fa vedere chi invece di lamentarsi si rimbocca le maniche per il bene …

Lo porta con sé chi, credendoci davvero, si fa credibile agli altri …

Lo vive chi non si lascia umiliare e risponde sempre con la passione …

Lo può dire chi ce l’ha dentro e lo sa comunicare come la vera gioia …

Lo testimonia chi, anche a passare dal dolore, ha la speranza di uscirne …

RISORGIAMO ANCHE NOI CON LUI!

HA VINTO E VINCE ANCORA LA MORTE

Questa icona bizantina è la celebrazione della risurrezione con la discesa di Gesù agli Inferi: lì, dopo aver scardinato le porte, che ha sotto i suoi piedi, e che nella voragine aperta rivelano il mondo sotterraneo nel buio più completo, dentro il quale tutti i suoi elementi (chiavi, chiodi, bulloni e cardini …) sono gettati via, il Risorto fa uscire dalle loro tombe i progenitori, Adamo ed Eva, afferrati per i polsi ed elevati a sé con la sua grande energia. Egli è il Risorto immerso nella mandorla divina, simbolo di fertilità e di rinascita, come è l’uovo di Pasqua, e rivestito di un abito luminoso e splendente. Attorno i santi patriarchi e profeti lo indicano come colui nel quale si compiono le promesse divine. Così il mondo può rinascere, come ben si vede nella montagna che sta dietro e che sembra spaccarsi per far uscire il nuovo seme di vita, colui che è davvero, come Vincitore della morte, il Dio della Vita.

IL RISORTO CI PRECEDE

(Omelia di Pasqua di don Primo Mazzolari)

Chi ci rimuoverà la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (Marco 16,3). Così di-cevano Maria Maddalena, la madre di Giacomo, e Salome, mentre la mattina del primo giorno della settimana, molto per tempo, andavano al sepolcro per imbalsamare Gesù. Quando si oscurano in noi le grandi certezze della fe-de e della speranza, i nostri problemi divengono meschini, e banali le nostre preoccupazioni. Guardiamoci intorno, o meglio consultiamo noi stessi. Il vecchio mondo s’inabissa, il nuovo faticosamente emerge da un mare di do-lori e di sangue: e noi quasi non ci facciamo caso … Nessuno e niente fer-merà il crollo: nessuno e niente arresterà la novità che cammina con passo sicuro. È come la Pasqua; è la Pasqua: poiché ogni cosa che muore, come o-gni cosa che incomincia a vivere nella morte, è un aspetto della Pasqua. Nes-suno e niente può fermare la Pasqua: non la paura coagulata dei piccoli uo-mini, non le coalizioni dei più divergenti interessi e dei più contrastanti sen-timenti, non le guardie più o meno prezzolate poste a custodia dei sepolcri della storia. Credo ai terremoti che scuotono le profondità della storia, e agli angeli, che li guidano e che siedono sereni sulle pietre rovesciate dei sepol-cri per gli annunci che fanno paura soltanto agli uomini senza fede. A nessu-na delle tre donne che camminano verso il sepolcro canta in cuore l’Alleluia della grande speranza. L’Alleluia è nato spontaneamente dall’infinita bontà del Signore, che, invece di guardare alla nostra mancata attesa, pone il suo sguardo pietoso sul nostro bisogno di vita. La Pasqua si ripete. Quanti cre-dono veramente al Risorto? Quanti, fra gli stessi che in questi giorni affol-lano le chiese, sentono negli attuali avvenimenti il ritorno del Cristo, come sentiamo nell’aria e nei campi il ritorno della primavera? Chi di noi vuole la Pasqua, come un impegno, preso nell’Eucaristia, per la giustizia, la pace e la carità di Cristo nel mondo? Come le donne ci mettiamo in cammino all’alba verso le chiese. Non sappiamo sottrarci a certi misteriosi richiami e abbiamo gli aromi per imbalsamare Gesù … Il nostro sacramento pasquale è ancora u-na volta un atto di pietà, come se il Signore avesse bisogno di piccole pietà: i morti vogliono la pietà, il vivente vuole l’audacia. “Non vi spaventate. Gesù è risorto, non è qui. questo è il luogo dove era stato deposto”. Le civiltà, le culture, la tradizione, le grandezze, perfino le nostre basiliche, possono essere divenute il luogo ove gli uomini di un’epoca l’avevano posto. Il comanda-mento è un altro: “Andate, dite ai discepoli e a Pietro che egli vi precede”. Do-ve? Dappertutto in Galilea e in Samaria, a Gerusalemme e a Roma, nel cena-colo e sulla strada di Emmaus … “Egli vi precede”. Questa è la conseguenza della Pasqua. Se, alzandoci dalla tavola eucaristica, avremo l’animo disposto a tenergli dietro ove egli ci precede, lo vedremo, come egli disse.

IL RISORTO CI ACCOMPAGNA

Signore Risorto, togli anche noi dalle catene della mortalità, che appesantiscono il nostro vivere imprigionato dal male, a tiraci a te, riconoscendo che la tua passione è vita vera.Signore Gesù, apri questo mondo ad accogliere il seme di vita, perché sia più accogliente con chi nasce e con chi si sta formando, più benevolo con chi soffre e vuol vivere meglio, più incoraggiante con chi è debole e sfiduciato.

Tu che trionfi sulle oscurità infernali che ci vogliono mortificare, dona la tua pace di Risorto, perché possiamo portare la vera pace, dona il tuo perdono, perché diventiamo più misericordiosi, dona il tuo amore, perché ora diventi il nostro, quello che dona sempre.

Tu che sei l’eterno Vivente, il comunicatore di Vita, quella vera, raggiungi ciascuno di noi con la viva passione del cuore, riaccendi la speranza, anche a trovarci dentro tanti segni di morte, risveglia quella fede che ci fa sentire la tua persona accanto a noi: con te, solo con te, possiamo rinnovarci e rinnovare questo mondo!