AL SEPOLCRO DI GESÙ.

E FU SEPOLTO

Ancora oggi nella formula di fede, con cui pubblicamente i cristiani esprimono la loro adesione al Signore Gesù, essi dicono di credere a tutto ciò che Gesù ha vissuto nel suo percorso terreno, compresa la conclusione della sua sepoltura, mediante la quale “si mette una pietra sopra”, per dire così che tutto è finito. Ma quel fatto, pur così importante, se ancora viene segnalato nella professione di fede, non è affatto l’ultima parola con cui viene chiusa l’esistenza terrena di Gesù. La sepoltura risulta sola-mente un passaggio che introduce ad un mondo diverso: se Gesù è vis-suto dentro uno spazio preciso, come quello della Palestina, e dentro un periodo storico, come quello dell’Impero di Augusto e di Tiberio, con la morte noi dovremmo considerare chiusa definitivamente la sua esistenza, e così lo spazio è solo quello di una tomba che lo racchiude e il tempo, che continua a procedere, per lui si è fermato. Eppure questa sepoltura non è affatto la parola definitiva per Gesù: la nostra fede ci dice che lui ha superato le barriere della morte, per entrare in un’altra condizione di vita. Fa in modo di essere visto, e alcuni possono raccontare di averlo incontrato, perché lui si è mosso a cercarli. Ma egli vive in una dimensione nuova, se non altro perché lo vedono contemporaneamente in luoghi diversi, perché la sua presenza fisica non risulta spiegabile secondo criteri scientifici, anche se c’è gente che dice di averlo visto vivo, quando in precedenza avevano dovuto costatare che era morto e che era stato sepolto, per quanto la sua tumulazione risulterà essere stata provvisoria. Non lo è stata, perché chi ha fatto questa operazione aveva già in mente l’ipotesi della risurrezione, come un dato sicuro ed incontestabile sulla base di ciò che Gesù aveva anticipato. La ragione della fretta di depositarlo nella tomba derivava dal fatto che non avevano lassi di tempo per una operazione del genere, essendo imminente la festa di Pasqua e il comando rituale del riposo più rigoroso. Comunque nella tomba viene collocato ed era destinato a rimanere, così come erano assolutamente certe le donne di ritrovarlo disteso e pronto per le azioni necessarie a ripulirlo e a comporlo secondo le usanze, ma più ancora secondo le esigenze dell’affetto che le legava a quell’uomo. E se esse conservavano il desiderio di intervenire per lui, questa loro attesa spingeva ad affrettarsi, perché di buon mattino fossero sul posto a continuare la loro opera di devozione.

Non ci andavano in fretta, come se si aspettassero qualcosa di inedito e di assolutamente improbabile; non c’era in loro convincimento alcuno nella direzione di un evento tanto inaspettato, quanto impossibile. Non sembravano credere a quello che poi nei vangeli scritti risultava una ben definita conclusione di quegli eventi, visto che il Maestro ne aveva parlato con estrema chiarezza. Ma per i discepoli e, con loro, per le donne, i discorsi che volevano anticipare la passione e presentarla non come fatale eventualità, ma come un disegno ben noto ed accettato, non venivano affatto creduti e non ci aspettava che andasse a finire così e che in maniera inattesa ci si doveva adattare all’idea che il Maestro dovesse finire male e soprattutto dovesse lui pure subire la sorte di tutti. Grande era stata la fede in lui, ma ora, in presenza di una morte certa, bisognava accettare l’irreparabile: se lui aveva riportato in vita altri, lui, ormai morto, non avrebbe potuto risvegliare se stesso. Accettando, seppure con tanta amarezza e forse anche disillusione, la realtà della morte, era poi inevitabile che ne seguisse la sepoltura. Anche a rimandare la parola definitiva su tali incombenze, non si poteva evitare che l’atto del depositare il corpo in una caverna chiusa, dovesse costituire l’ultima parola con cui avere riguardi per un uomo davvero finito. L’evento successivo, che indubbiamente fatica ad essere creduto, poi sbalordisce, risultando affatto inatteso. E quando l’evento appare nei suoi contorni più chiari e inequivocabili, perché sempre più gente ne viene coinvolta, la scena della sepoltura viene dimenticata e il sepolcro non è più luogo per contenere un cadavere, ma sito per rivelare un risorto: come la croce, da sempre patibolo di una morte atroce, è oggi richiamo di gloria, la tomba, ricetto di un corpo destinato ad andare in fumo, è destinata a diventare segno di una vita nuova e diversa, tutta da capire, da scoprire, da credere. Ma qui non si crede solo all’evento che in effetti si fatica a spiegare nella logica umana, costruita su coordinate ben definite; qui si è chiamati a credere anche tutto quello che ha una sua naturale spiegazione nei canoni della storia elaborata nel pensiero umano. Per quest’uomo ogni momento della sua esistenza terrena è un “mistero”, cioè un evento di cui è possibile dire molto, ma non se ne può dare una lettura piena, perché c’è sempre da cercare e da scoprire. Proprio per questo ogni mistero va sottoposto ad una visione di fede. E in questa medesima visione deve essere inquadrato l’evento della sepoltura, passato e ancora inteso come qualcosa di così provvisorio, che è naturale trascurarlo, quasi evitarlo.

Che cosa significa credere che Gesù sia stato sepolto? È così necessario fare una simile affermazione? Da una parte dobbiamo rilevare che ogni evento della vicenda terrena di Gesù è da considerarsi un mistero, e cioè una vicenda da inquadrare nel grande disegno di Dio e come tale da non lasciare al caso, ad una piega degli avvenimenti, che a noi può sembrare fortuita. Inoltre a valutare bene ciò che viene scritto nel vangeli e la modalità con cui viene descritto il fatto, si deve riconoscere che siamo in presenza di un episodio sempre significativo e quindi carico di senso e di valore, da scoprire a da chiarire. Qualcuno può pensare che la segnalazione della sepoltura di Gesù è finalizzata a dare valore al racconto della sua risurrezione: Gesù è indubbiamente uscito dalla tomba, perché lì vi era stato depositato; ed essendo stato calato in quel luogo, la sua morte doveva essere considerata certa; soprattutto doveva essere confermata dal colpo di lancia inferto al cuore, per quanto l’uomo fosse già morto. Ma la fede nella sepoltura di Gesù non viene richiesta, e nel contempo data, per far capire che certamente lì Gesù è stato messo e che, se, ora e in seguito, non c’è più stato, ciò significa che è certamente risorto. Il fatto che la sepoltura sia definita un mistero, come lo sono anche altri eventi della vicenda terrena di Gesù, ci deve rendere edotti che non può bastare una simile affermazione per avere la conferma di un fatto che ha coinvolto più persone: quell’episodio va letto anche in una prospettiva che non lo riduca ad un semplice evento di cronaca. Esso va letto in una maniera più profonda, come si dovrebbe cogliere nei testi che lo raccontano e nelle descrizioni iconografiche che sono state elaborate, non solo per completare una narrazione, ma soprattutto per offrirne un senso che dobbiamo pensare sia più grande, più alto, più forte … Il racconto della sepoltura è dunque non solo una cronaca del fatto, ma diventa un evento in cui credere, perché anche lì si rivela il mistero di Dio e il mistero dell’uomo. In che senso noi dovremmo pensare che questo episodio va riconosciuto come mistero rivelatore di Dio? Noi dovremmo sostenere piuttosto che qui si riconosce l’estrema fragilità umana, per il solo fatto che un corpo rac-chiuso e sigillato è destinato a consumarsi e a decomporsi e che invece la risurrezione sia un evento da lasciare alla sola fede senza riscontri nella realtà. Tuttavia la conservazione del cadavere dentro una caverna e con una pietra pesante sull’imboccatura, per rendere impossibile la sua rimo-zione, lascia supporre che ci si aspetti altro, che si coltivi una speranza, una visione che vada oltre, sempre oltre.

In effetti questa sepoltura potrebbe sembrare secondo gli schemi previsti, ma in realtà essa appariva come un caso inedito. La stessa relazione che abbiamo dai vangeli presenta indizi di anomalie che fanno diventare l’evento come qualcosa di speciale, di diverso rispetto a ciò che ci si poteva aspettare in simili circostanze. Gesù era stato condannato a morte secondo un rituale che lo assimilava al peggior furfante o comunque uno da segnalare per aver ingannato sia il potere religioso, da cui era partita l’iniziativa di perseguirlo, sia il potere civile, che aveva l’obbligo di intervenire in presenza di un reato quanto mai pericoloso. Finendo sulla croce, sarebbe dovuto rimanere esposto fino alla consumazione del suo cadavere anche mediante l’intervento di animali e di agenti atmosferici. Quindi, non c’era posto per la sepoltura! Per essa si fa avanti un personaggio finora sconosciuto, ma destinato a divenir famoso per questa incombenza a cui si sottopone come per una precisa assunzione di responsabilità. Nel riferire la cosa gli evangelisti, d’accordo sull’essenziale, ma discordanti sui dettagli, descrivono la scena, come se essa fosse destinata a divenire, come altri episodi, un “vangelo”, e cioè una notizia particolare, che avrebbe dovuto dare risalto a quell’uomo morto, e rivelare in esso l’agire di Dio. In effetti se si dà una particolare attenzione a questo cadavere, bisogna supporre che qui ci sia in gioco qualcosa di diverso dal solito e naturalmente un evento che dobbiamo qualificare fra le buone notizie: è vangelo il fatto che Gesù vive la nostra morte fino a essere deposto nella sepoltura e che Dio, considerato “abitatore del cielo”, entri e si “sprofondi” nella nostra terra …

GIUSEPPE D’ARIMATEA

Il protagonista della scena della sepoltura non è affatto Gesù, anche se si tratta di trovare un posto per il suo cadavere: non era possibile per i condannati a morte avere una sepoltura privata, come succede a Gesù: per lui si fa un’eccezione, perché Pilato concede la rimozione del cadavere e perfino la sua sepoltura. Lo fa perché la richiesta è avanzata da colui che qui si rivela come il vero protagonista dell’episodio: se ne parla qui e solo qui. Esce ora allo scoperto; ma già prima appariva interessato a Gesù. Torna poi nell’anonimato, visto che scompare totalmente dalla scena. Ma il nome viene ricordato, e per chiunque abbia un minimo di familiarità con i vangeli, questo nome è ben noto ed associato, sempre e solo, a questa scena. Così il suo gesto è famoso; e per quel gesto si fa il suo nome, divenuto testimone della sepoltura, ma non della risurrezione.

Sappiamo ben poco di lui, se non quello che dicono i quattro vangeli canonici; abbiamo pure l’aggiunta di altri dettagli nei vangeli apocrifi. Ogni vangelo dà comunque importanza a qualche aspetto di quest’uomo, che in tal modo assume una sua precisa personalità.

NEL VANGELO DI MATTEO

Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. (Matteo 27, 57-61)

Matteo segnala che si tratta di un uomo ricco, dove la ricchezza non è solo data dal possesso di tanto denaro o di proprietà, fra cui il terreno in cui si trova un sepolcro, il suo, completamente nuovo, e non ancora occupato. La segnalazione della ricchezza serve soprattutto a definirlo un uomo influente, uno a cui non si può negare nulla: e in effetti Pilato interviene mediante un ordine perentorio, con il quale il cadavere di Gesù viene passato senza alcun ostacolo nelle mani di quest’uomo. Non si precisa quale sia il suo ruolo nella società e quali possono essere i meriti acquisiti per poter contare nel giro dei potenti. All’evangelista interessa rilevare che era pure discepolo di Gesù; e questo potrebbe spiegare il suo intervento in una simile circostanza. Così l’iniziativa di avanzare la richiesta del cadavere di Gesù, quando tutti gli altri sono scomparsi dalla scena, dimostra quanto sia profondo il suo attaccamento al Maestro: in un mo-mento critico, in un contesto per nulla favorevole alla sua professione di fede, non ha esitazione a presentarsi. E riempie lui la scena perché di fatto le azioni, mediante le quali dà sepoltura a Gesù, sono svolte da lui, senza che vi sia la segnalazione di aiutanti o di collaboratori: lui, dunque, prende il corpo, lo mette dentro un lenzuolo, che ha la premura di portare pulito, e lo deposita nel sepolcro che, se viene definito suo, si deve ritenere che fosse stato scavato e costruito per la sua persona e proprio per questo appariva non ancora usato. Una pietra rotonda viene messa sull’imboccatura, come se si trattasse di un’azione con la quale tutto viene concluso. Non per nulla Giuseppe poi se ne va, e di fatto scompare per sempre, visto che neppure in occasione della notizia della risurrezione, egli si fa avanti per rientrare in possesso di ciò che è suo e che tale non sarà più.

NEL VANGELO DI MARCO

Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto. (Marco 15,42-47)

Nella versione di Marco la notizia sembra identica, ma ci sono dettagli aggiuntivi. Non è definito ricco, ma è considerato un autorevole personaggio del sinedrio, e dunque una figura di prestigio nel mondo ebraico. Non per questo è vicino al governatore romano, se l’evangelista deve dire che si è preso coraggio, che ha avuto l’ardire di farsi avanti con la richiesta del cadavere. Pilato non lo concede, se non dopo gli opportuni accertamenti espletati dal centurione, tenuto conto che non si aspettava affatto la morte in così poche ore. Le operazioni di staccare il corpo morto dalla croce, di avvolgerlo in un lenzuolo che sembra comprato nella medesima circostanza della sua comparsa davanti a Pilato, di portarlo ad un sepolcro, che non si dice affatto fosse suo e fosse nuovo, e l’azione di depositarlo lì, risultano fatte dal solo Giuseppe, mentre la chiusura dell’imboccatura della tomba con il masso rotolato è fatta fare ad altri, come a dire che uno da solo non lo potrebbe fare. Va pure ricordato che il suo rapporto con Gesù derivava dal fatto che, senza necessariamente riconoscerlo come figlio di Dio, egli era rimasto colpito dall’annuncio del Regno fatto da Gesù. Qui si dice che lui pure aspettava la venuta di questo Regno, e, probabilmente, il suo intervento per seppellire Gesù, va inquadrato in questa sua attesa, che si doveva ancora coltivare, nonostante fosse morto colui che aveva messo al centro della sua predicazione un Regno ormai imminente. Così la sepoltura assume un rilievo non da poco e questo fatto richiedeva una figura di riferimento nella quale riconoscere presente questa aspettativa.

NEL VANGELO DI LUCA

Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto. (Luca 23,50-56)

Luca segnala lo stesso dettaglio di Marco; ma prima di questo aspetto, più che marcare la sua autorevolezza nel sinedrio ebraico, lo definisce “uomo buono e giusto”. Dovremmo ritenerle qualità di ordine morale, come si tende spesso a pensare; ed invece nel vocabolario evangelico, soprattutto in Luca (dove lo stesso Gesù, al momento della morte, dal centurione viene definito “uomo giusto”), questi aggettivi definiscono la sostanza e non solo le qualità; e dovremmo ritenere che quest’uomo ha ormai assunto la bontà e la giustizia di Dio, staccandosi, come qui si dice con chiarezza, dal resto del sinedrio che aveva voluto la morte di Gesù. Così egli non ha bisogno di avere coraggio per stare al cospetto di Pilato e per fare la sua richiesta. Le operazioni svolte da Giuseppe non devono ridursi alla sola pietà umana, perché fatte da un uomo “buono e giusto”; esse rappresentano, da parte sua, la concreta adesione al Regno che lui aspetta in questo modo.

NEL VANGELO DI GIOVANNI

Giovanni 19, 38-42

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato an-cora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Giovanni nella sostanza si adegua alla notizia data dai sinottici; e tuttavia qui Giuseppe non è più dalla parte del mondo ebraico in una posizione di prestigio, come non è l’uomo buono e giusto ormai da ritenersi con le medesime definizioni con cui è indicato Gesù. Egli è definito “discepolo di Gesù” seppur di nascosto, quasi a dire che tale diventerà con la fede dichiarata nella sua risurrezione. Anche per Giovanni è lui a chiedere il corpo a Pilato, ed è lui a prenderlo dalla croce. Ma nell’operazione di sep-pellirlo è affiancato da Nicodemo, già altre volte segnalato da Giovanni nel suo vangelo. La sua presenza è importante per il ricorso agli unguenti, usati dai due, anche se la sepoltura deve essere stata fatta di fretta, per le poche ore che rimanevano prima del riposo sabbatico.

FUORI DEI VANGELI

Nonostante la concordanza dei quattro evangelisti circa la figura di Giuseppe d’Arimatea, la cui città di origine è problematica, perché si fatica a individuarla nella geografia di allora, vengono avanzate delle riserve sulla sua autenticità storica, anche perché né prima né poi questa figura viene citata. Ed anche nei testi successivi non si ha la presenza di quest’uomo e del suo ruolo in un momento particolarmente delicato. Nella prima predica di Paolo, esposta negli Atti degli Apostoli, quando il neoconvertito parla della condanna a morte di Gesù, che secondo lui è da inquadrare nelle profezie e non è perciò una situazione capitata per una serie di accidenti perversi, segnalando la sua morte, adempiuta secondo “quanto era stato scritto di lui”, dice che i capi fecero deporre Gesù e lo misero nel sepolcro. La figura di Giuseppe non esiste affatto! Se davvero ha rivestito un ruolo così importante come pare dai vangeli, Paolo a-vrebbe dovuto parlarne.

Atti 13,26-31

Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza. Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato; pur non avendo trovato alcun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che egli fosse ucciso. Dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo.

Così la figura di Giuseppe, nonostante le qualifiche che troviamo nei Vangeli, appare in un alone che lo fa stare sospeso fra storia e leggenda. Da una parte egli serve nei vangeli per offrire al condannato Gesù un sepolcro tutto suo – e si sottolinea che è nuovo ed è proprietà dello stesso Giuseppe –, quando per quella situazione egli non poteva affatto trovare una tomba sua e sarebbe dovuto finire in una specie di fossa comune. Col senno di poi e quindi con la notizia della sua risurrezione, era necessario avere un luogo in cui verificare che quel cadavere non c’era più, e che in compenso era necessario conservare – come è fino ad oggi – un luogo da segnalare come il suo sepolcro. Per queste ragioni era necessario ricorrere ad una figura che avesse il compito di seguire l’operazione della sepoltura. In effetti costui appare qui, e di qui scompare, una volta compiuta la sua missione. Ma l’alone di leggenda prende il personaggio, soprattutto nel periodo medievale, quando ogni località europea cerca agganci con personaggi presenti nei vangeli. Nasce così nella terra europea più periferica, ma non per questo meno cristiana, come è l’Inghilterra, ormai normanna, la leggenda del Santo Graal, il calice di Cristo dell’Ultima Cena, portato qui proprio da Giuseppe d’Arimatea, divenuto il primo vescovo nell’isola.

Ecco perché le immagini costruite per lui lo rappresentano con il calice che sembra sepolto sotto un cumulo di pietre, sopra le quali spunta una pianta che diventa verdeggiante e che potrebbe rappresentare il Regno di Dio, che Giuseppe aspettava, secondo ciò che è scritto nei vangeli.

NICODEMO E LE DONNE

Nei racconti evangelici, soprattutto nei sinottici, accanto a Giuseppe d’Arimatea si fa riferimento anche alle donne: si mette in risalto che stavano davanti alla tomba, ormai chiusa, con l’intento di “osservare”: sembra quasi che vogliano capire il senso di ciò che era successo, soprattutto in questa particolare operazione che aveva avuto come protagonista Giuseppe. Il suo lavoro di sepoltura, andava portato a compimento con il gesto tipicamente femminile dell’unzione, che serve a conservare più a lungo il cadavere, ma vuole anche onorare quel corpo già sufficientemente martoriato. Non hanno a disposizione il materiale da usare, diversamente da Nicodemo che viene segnalato da Giovanni con il quantitativo di mistura che ha portato con sé. Le donne si ripromettono di tornare quando, superato il sabato, potranno finalmente prestare la loro opera pietosa. Matteo le descrive sedute di fronte alla tomba; Marco le segnala mentre osservano dove Gesù veniva messo; Luca pur dicendo le stesse cose, fa notare che osservavano “come” era stato posto Gesù. Marco usa il verbo “” (= Theoreo), con cui si dice che anche in quell’atto si deve riconoscere Dio, si deve vedere lo scorrere della vita di Dio, anche quando essa sembra fermata dalla morte. In realtà in quel sepolcro dove c’è in effetti un corpo morto, quel seme “germoglia” e, come dice il “Credo”, c’è la discesa agli inferi.

Così anche la sepoltura è un “mistero” di fede, in quanto è un fatto con il quale continua l’agire di Dio, che nulla può fermare, se davvero l’amore è più forte della morte. Luca usa il verbo “” (=Theaomai), con cui le donne appaiono come a bocca aperta davanti a questa scena: esse si rispecchiano e colgono che Gesù vive il nostro medesimo percorso di morte e di sepoltura. Ora va letto con gli occhi di Dio, il quale mettendo se stesso come la Vita ricarica la nostra e contribuisce a dare speranza. Non conta dove viene messo, ma, secondo il vangelo, “come” viene deposto: egli è il seme, che pur morto, dà vita nuova e piena. Volendo rispecchiarci anche noi, abbiamo bisogno di immagini.1.

LA DEPOSIZIONE (1602-1604) di CARAVAGGIO (1571-1610)

Pinacoteca Vaticana – Roma

Qui non compare Giuseppe di Arimatea, ma Nicodemo che si presenta curvato in perfetto parallelismo con il corpo orizzontale del Cristo. Costui, nonostante sia morto, è la vera fonte di luce di un quadro che è, secondo lo stile caravaggesco, avvolto nell’ombra. È una scena fortemente drammatica e nel contempo perfettamente “misurata”, con una disposizione in linee geometriche dei personaggi e dei loro gesti che vogliono offrire a chi guarda lo “spettacolo” della pietà, ciò che fa piegare sul corpo morto di Cristo.

Al centro di questa “pietà” sta colei che è per antonomasia la Pietà e cioè Maria, la madre, per quanto sia come sommersa dagli altri personaggi: i due uomini (Giovanni e Nicodemo) sono ulteriormente piegati, mentre accanto a lei, stanno due donne, la Maddalena, descritta con una mano che sembra sciogliere i capelli, e Maria di Cleofe con le braccia alzate in un gesto di disperazione. Il corpo di Cristo sta per essere depositato sulla pietra tombale, quella che viene mostrata anche oggi nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dove Gesù venne unto per essere poi messo nella tomba. Questa pietra sta proprio in primo piano, corrispondente allo sguardo del visitatore, che vede una lastra messa di sbieco per farla apparire come la “pietra angolare”, identificata con Cristo stesso. Al suo corpo morto corrisponde in parallelo il corpo di Nicodemo rivestito di marrone con il gomito nella stessa posizione che ha la pietra sottostante. Lo sguardo di quest’ultimo, posto al centro della scena sembra richiamare l’attenzione dello spettatore, perché rifletta su ciò che sta succedendo. La sepoltura di colui che è la fonte di luce, getta sul mondo un manto di oscurità, che tutto ricopre. Ma sotto la lastra fredda c’è una pianta a richiamare il seme di vita. Se ora tutti si piegano su di lui, poi tutti si rialzeranno con lui, proprio perché questa particolare deposizione è la collocazione sulla pietra angolare, destinata a diventare il nuovo edificio. È interessante che il vero protagonista qui non sia Giuseppe d’Arimatea, ma Nicodemo; il nome che costui porta dice che il popolo è destinato a divenire vittorioso, nella misura in cui, piegandosi su colui che è morto, potrà rialzarsi sempre con colui che è la Vita e che dà la Vita, perché la vita umana possa sempre risorgere. Così la sepoltura è un richiamo molto forte alla “vittoria” di colui che qui sembra sconfitto e che è invece la fonte della luce e quindi la speranza continua, continuando la sua passione in coloro che la condividono. Con Nicodemo al centro, il messaggio della sepoltura è carico di speranza, anche se qui la scena teatrale della donna che alza le braccia farebbe pensare ad altro: forse, più che disperazione, qui si vede l’implorazione a Dio che sa risollevare chi noi andiamo a depositare..

IL CRISTO MORTO (1475-1478) di ANDREA MANTEGNA (1431-1506)

Pinacoteca di Brera – Milano

E’ una scena impressionante per lo scorcio ardito con cui viene mostrato il corpo morto di Cristo e già depositato sulla lastra tombale, sulla quale, prima di essere collocato nel sepolcro viene unto. Accanto al cuscino su cui sta adagiata la testa reclinata c’è il vasetto del profumo. Il corpo nudo è velato sull’inguine e quindi messo nelle condizioni perché si possa fare l’operazione dell’unzione rimandata a dopo il sabato. Sul lato destro del Cristo si vedono due volti, quello di Maria, che si asciuga gli occhi per le molte lacrime versate, e quello di Giovanni che a mani giunte continua a piangere. Dietro il volto di Maria si intravede quello della Maddalena con la bocca aperta in un atto di disperazione.

Soprattutto nel cadavere irrigidito si ha l’impressione di essere in presenza di una scultura, per la quale il telo davanti ha tutto l’aspetto di un “panneggio bagnato”: così si rivela ancora di più il freddo della morte che ha preso questo corpo; impresse ci sono le ferite delle piaghe, che però non emettono sangue. Ciò che il quadro deve suggerire, anche per questo scorcio così impressionante, è un senso di desolazione che può solo suscitare pietà e pianto, sconforto e amarezza inconsolabile.

LE GUARDIE

NEL VANGELO DI MATTEO

Attorno al sepolcro vengono segnalate anche le guardie, quelle che il potere religioso, intervenendo con forza sul potere politico, mette per assicurarsi che non possa succedere quanto si ventilava con le parole messe in giro da Gesù stesso. L’unico evangelista a segnalare la presenza del picchetto di guardia è Matteo. Costui, poi, in occasione della notizia della risurrezione, è costretto a parlare ancora dei soldati, che non considera testimoni di quell’evento – che non sarebbe affatto possibile né vedere né raccontare e che, per la loro stessa ammissione di aver dormito, non avevano potuto osservare e poi descrivere -. Essi non hanno visto nulla, neppure i discepoli venuti a trafugare il cadavere: come presidio armato non sono stati affatto efficienti. Qui sono solo testimoni che in quella tomba c’è il cadavere di Gesù, che essi devono custodire.

Matteo 27,62-66

Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei,  dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: «Dopo tre giorni risorgerò». Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: «È risorto dai morti». Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Secondo ciò che scrive Matteo è la tomba che va vigilata, perché nessuno possa entrarvi, ben sapendo che di lì nessuno in realtà può uscire. La custodia, dunque, riguarda ciò che succede fuori e non ciò che potrebbe capitare dentro. Di per sé i capi hanno paura per le parole dette da Gesù circa la sua risurrezione, anche se essi ritengono che una simile notizia falsa dipenda solo da ciò che possono dire e fare i discepoli, trafugando il cadavere. Così sono essi stessi a certificare la chiusura della tomba mediante sigilli; le guardie invece diventano un ulteriore mezzo per garantirsi contro le imposture che – a dire dei capi – erano macchinate da Gesù e dai suoi. Ma queste guardie di fatto servono a ben poco: non tengono alla larga i discepoli, che pur non vengono al sepolcro, e non vedono nulla di quanto succede, neppure la risurrezione di Gesùe neanche lo potrebbero, dato che l’evento non è catalogabile come dato storico, se non perché Gesù si fa vedere ai suoi – e ciò che capita nelle ore successive con l’andirivieni delle donne e dei discepoli. Eppure Matteo, nella sua unica testimonianza circa queste guardie, scrive che esse riferiscono “tutto quanto era accaduto”. Ciò che possono raccontare è solo che la tomba è aperta e vuota e che alla tomba sono venute alcune donne e successivamente si erano presentati alcuni discepoli, ma quando già essa era aperta.

Matteo 28,11-15

Mentre le donne erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: «I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo». E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazio-ne». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino ad oggi.

Sulla base di ciò che scrive Matteo, queste guardie avrebbero dovuto impedire che i discepoli mandassero in giro notizie false, mentre in realtà sono poi loro a fare questa cosa, divulgando ciò che essi non avevano visto, se effettivamente stavano dormendo.

NELL’ICONOGRAFIA

Le immagini che ci vengono date delle guardie nelle rappresentazioni della risurrezione mostrano degli armati accovacciati a dormire e quindi con ben poca consapevolezza del ruolo che erano chiamati a rivestire. Operando così, essi non hanno custodito “un bel niente”. La liturgia ambrosiana ci offre nei giorni pasquali un’antifona, derivandola da testi della liturgia bizantina, in cui viene stigmatizzata la sprovvedutezza dei militari posti a custodia del sepolcro di Gesù.

O sprovveduti militi!

Custodivate un sepolcro e avete perso il Re;

vigilavate una lastra tombale

e vi è sfuggita la pietra di giustizia.

O ci ridate il corpo o celebrate il Risorto,

e uniti a noi cantate: Alleluia! Alleluia!

Con non minore ironia sono rappresentati dagli artisti …

GIOTTO (1267-1337)

Noli me tangere – Cappella degli Scrovegni – Padova

Sullo sfondo del marmo rosa della tomba aperta, su cui si è posato l’angelo (e qui si vede l’orlo della veste bianca) si stagliano le figure delle guardie, che dormono pesantemente, due addossati al sepolcro e due distesi sul terreno. Con gli occhi chiusi e con l’elmo calato sugli occhi, essi non vedono nulla, ma neppure sentono il dialogo che si sta svolgendo fra il Risorto e Maria di Magdala inginocchiata e tesa con le braccia avanzate ad abbracciare il Maestro. Sembra che il pittore si sia sbizzarrito con le decorazioni sugli abiti dei militari, decorazioni del tutto inutili a qualificare questi personaggi, che del resto non hanno neppure le armi in dotazione, come se fossero del resto fuori luogo in quel luogo e in quella circostanza..

PIERO DELLA FRANCESCA (1412-1492)

La Risurrezione di Borgo San Sepolcro

Anche in questa famosa raffigurazione della risurrezione di Cristo, celebrativa in realtà della rinascita di Borgo San Sepolcro (AR) liberatosi dal giogo fiorentino, le guardie accovacciate sotto la tomba indossano armature dell’epoca del capoluogo toscano per farle riconoscere in questo modo. Sulla loro posizione che le fa sembrare cadute o comunque appesantite dal sonno, si erge la figura imponente di Cristo, che ben rappresenta l’uomo emergente dal sepolcro e quindi rinato a vita nuova, come succede alla vegetazione circostante. Così la forza non è data dal possedere armi, dall’ostentare muscoli, dal mettere in evidenza una vigoria che non può esserci senza la padronanza di sé. La rinascita è da cercare nella direzione di uno Spirito che si rivela nel dominio di sé.

CONCLUSIONE

È piuttosto raro che ci si soffermi sul momento vissuto da Gesù nel sepolcro: si tratta di un periodo molto breve e del resto racchiuso fra due eventi che attirano maggiormente. Per il fatto che Gesù sia rimasto poco e ovviamente ci sia rimasto “morto”, e racchiuso in uno spazio molto ristretto, non si è ritenuto opportuno dire niente, o quasi. Eppure la fede, proclamata pubblicamente, esige che si faccia menzione anche di questo episodio, a cui si aggiunge che “ … discese agli inferi”. Di questo non possiamo dire nulla, se non immaginare quello che poi certa iconografia orientale ci svela con Gesù che abbatte le porte degli Inferi, per liberare le anime prigioniere dell’Ade, a partire da Adamo ed Eva. Sono pochi gli eventi e ben pochi i personaggi che si muovono attorno al sepolcro nel breve lasso di tempo che sta fra la morte e la sepoltura: continua l’affetto dei suoi, anche se molti rimangono rintanati, e continua la preoccupazione degli avversari che sembrano aver paura ancora, pur sapendo che è morto. Ma una volta calato il sole e iniziato il sabato, tutto tace: per quelle ore fino alla costatazione del sepolcro aperto, nessun si vede, nessun si muove, se non il picchetto di guardiani: e questo devono solo custodire un morto. Questi particolari ci vengono detti del fatto della sepoltura. Esso è da ricordare e celebrare come un “mistero”: si tratta, dunque, di un fatto storico, la cui narrazione in parole umane non riesce ad esaurire tutto il profondo significato che esso ha nell’ambito della Pasqua cristiana e nel vivere di coloro che dicono di credere e quindi di costruire il loro vivere sulla figura di Cristo. Anche in questo fatto sta il “vangelo” e quindi quella buona e bella notizia, che invece vorremmo pensare tremenda, drammatica e da dimenticare. La tomba, qualunque tomba, è di fatto il luogo su cui si concentrano le attenzioni nel momento in cui viene deposto il cadavere, se non altro per l’affetto che ci lega; ma ben presto esso rimane, se non dimenticato ed incustodito, come la memoria di chi non torna più e quindi un segno, freddo, spento, oscuro, ricercato per far pensare al passato, ma non certo per poter guardare con speranza al futuro. Al sepolcro di Cristo invece si è portati a pensare che, pur in presenza di una vita stroncata nel peggiore dei modi, c’è ancora da attendere, c’è ancora da coltivare la speranza che spinge sempre la visuale oltre i limiti dell’orizzonte terreno.

Ovviamente è l’annuncio di risurrezione che apre a questa prospettiva, anche se, a ben considerare ciò che è scritto nei vangeli, non sono i discepoli a vedere il Risorto, perché lo vanno a cercare; è piuttosto il Maestro che si fa vedere a loro perché è lui a cercarli. Essi continuano a cercare un sepolcro, che scoprono vuoto; essi cercano segnali che appartengono a questa nostra realtà umana, ma devono andare oltre per trovare uno che porta ancora i segni della passione, senza che però essi facciano soffrire; anzi, inducono a mettersi dentro un mondo ancora segnato dal male, ma toccato dallo Spirito di colui che non si è lasciato imbrigliare dal male e, per quanto sia morto, continua a riaccendere la vita, la sua e quella dei suoi, che hanno sempre bisogno di rimettersi in gioco.

PREGHIERA

Sei scomparso, Signore, ma non per sempre:

lo avevi detto che sarebbe stato per poco tempo, e così è avvenuto.

Ora sei ancora in giro, sempre vivo, sempre più appassionato,

e vuoi tu raggiungerci,

diversamente da noi che vorremmo star fuori dai tanti fastidi.

Chi ti ha cercato, ancora morto e messo da parte,

ha avuto la sorpresa di vederti vivo e ancora impegnato con noi;

chi ti ha desiderato per continuare negli affetti di un tempo,

ha scoperto che l’amore vero impegna di più;

chi ti ha accompagnato alla tomba, sconsolato,

si è ritrovato con la consolazione di sapere che tu ci sei ancora,

come hai promesso e come hai dimostrato di essere con noi.

A venire qui, ti scopriamo sempre appassionato,

e ci prende la tua passione,

a stare da te, la passione della vita continua, ed è un vero bene.

Nella tomba abbiamo messo un corpo morto,

ma ora da quella tomba esce uno spirito vivo,

e così ci insegni che anche alle tombe dei nostri cari,

noi attingiamo il loro spirito che vive nel tuo,

e così possiamo proseguire la loro passione,

possiamo sentire che in noi continua il loro vivere.

Coltivando la fede nel fatto che tu sei stato sepolto,

sentiamo, davanti alle tante tombe di persone, che ci sono care,

come pure loro, anche a consumarsi, non spariscono del tutto,

e continuano a lasciarci lo spirito che non muore mai.

LA DIDACHE’: IL PASTORE DI ERMA

PREMESSA:

SCRITTI DIDASCALICI

Fin dalle origini del Cristianesimo si è avvertita la necessità di comporre scritti da accompagnare alla fase orale delle predicazione itinerante, che vedeva gli Apostoli e i loro collaboratori impegnati nel bacino del Mediterraneo e anche altrove in Oriente per comunicare il Vangelo non ancora fissato in libri. Nel periodo in cui sono ancora vivi gli Apostoli, si fa, certo, memoria di ciò che Gesù ha detto e ha fatto, ma la composizione scrit-ta delle sue vicende e della sua predicazione si ha dopo la distruzione di Gerusalemme e la diaspora ebraica che ne segue. Ne deriva anche una più marcata separazione fra mondo ebraico e mondo cristiano, che comporta la definizione di una morale e di una liturgia nuova che devono caratterizzare i cristiani. Negli stessi vangeli si avverte l’esistenza di una polemica sempre viva ed accesa fra Gesù e i farisei: essa probabilmente apparteneva di fatto al periodo successivo, quando i cristiani devono più che mai distinguersi rispetto agli Ebrei, i quali del resto nel mondo romano costituiscono un problema politico non irrilevante per la loro resistenza ad accettare il dominio di Roma. Probabilmente in presenza di tensioni esistenti con gli Ebrei che resistono e spesso anche fanno ricorso ad attentati, chi derivava da loro, come i cristiani, fino ad allora legati alla celebrazione tenuta in sinagoga, sentiva l’esigenza di marcare la diversità, sia sotto il profilo dottrinario, sia sotto quello liturgico. Forse, questa necessità portava a segnalare presso i cristiani i tratti distintivi della propria dottrina e delle proprie adunanze celebrative: è una esigenza diffusa che dà origine a testi redatti con questi intenti e offerti alle diverse comunità sparse per tutto l’impero. I testi scritti devono servire alla comunità di riferimento perché possa regolarsi anche in presenza di interventi dell’autorità locale chiamata a vigilare circa le attività che si immaginavano sovversive da parte degli Ebrei e di coloro che apparivano ad essi affiliati. Ci si spiega così la presenza di alcuni libri che vogliono offrire un po’ di chiarezza sia nell’ambito della morale e soprattutto testi eucologici, cioè preghiere e formulari per le assemblee celebrative, al fine di garantire documenti sicuri che permettano di giustificare i riti e i comportamenti dei cristiani, non solo per l’organizzazione interna, ma anche per favorire attorno una migliore conoscenza del nuovo fenomeno religioso che già appariva diffuso.

Tali testi acquistano poi col tempo una certa autorevolezza, sia in termini apologetici, in vista della difesa nei confronti dell’auto-rità politica e della vigilanza che si faceva circa i fenomeni religiosi che, secondo Tacito confluivano a Roma come superstizioni perniciose, sia in termini didattici, per il servizio che svolgevano come educazione dei cristiani. Se vengono redatti dei libri, c’è da supporre che ci sia l’esigenza da parte di chi ha la possibilità di acquistarli e di leggerli, ma c’è da supporre che servissero soprattutto a coloro che avevano compiti di carattere educativo nei confronti dei nuovi aderenti al Cristianesimo. Nascono in questo contesto dei libri che appaiono ridotti all’essenziale, in quanto contengono ciò che serve alla formazione dei battezzati e in modo particolare a dare suggerimenti per le celebrazioni comunitarie. Dobbiamo considerarli di natura didattica, perché vengono utilizzati per l’insegnamento e contengono di fatto indicazioni e suggerimenti di natura morale e rituale, adatti ai singoli che li leggono, ma più giustamente a coloro che hanno compiti formativi nella comunità. Anche se a noi oggi possono sembrare dei catechismi, come quelli che sono pubblicati ad uso di quanti devono ricevere la formazione in ambito scolastico, essi sembrano più dei manuali per chi deve poi assicurare la formazione dei catecumeni che si preparano al battesimo, come pure dei già battezzati che non devono far decadere la propria formazione, la quale è da aggiornare continuamente. Questi libri compaiono quasi in contemporanea con gli ultimi testi oggi considerati rivelati e quindi inseriti nel canone biblico: in qualche ambiente sono considerati alla stregua dei testi sacri, mentre un po’ dovunque non sono accolti come tali, e proprio per questo, dopo il loro boom temporaneo, finiscono per sparire sia nell’uso, sia nella reputazione di testi autorevoli. Alcuni, ritenuti inizialmente come molto importanti e di largo uso, finiscono per sparire, senza che rimanga traccia nei secoli successivi; ricompaiono solo quando la ricerca storica, sviluppatasi nell’Ottocento, consente di ritrovare simili testi destinati all’oblio. Oggi essi rappresentano la segnalazione di una componente importante nella diffusione stessa del Cristianesimo, perché certamente simili opere hanno con-tribuito a formare generazioni di cristiani e soprattutto a indicare forme celebrative basilari ed elementi essenziali della dottrina, che avranno sviluppi ulteriori nel tempo. Quanto ancora oggi vi si legge, non si è radicato a costituire la base essenziale dei catechismi successivi e dei libri liturgici, e tuttavia da questi primi documenti si passa velocemente ad uno sviluppo particolarmente florido di manuali in questa direzione.

CATECHISMI E LIBRI LITURGICI

La presenza di testi, che possiamo già definire catechismi, anche a non avere l’uso che se ne fa oggi, o libri liturgici, che portano testi non più usati, se mai si è fatto ricorso a loro per le celebrazioni, dimostra che la comunità cristiana è ormai cresciuta, e che nel suo sviluppo ha bisogno di opere adeguate per sostenere il lavoro formativo dei nuovi adepti, e nello stesso tempo anche di quei libri che devono essere utili nella preghiera comune: qui è necessario che i testi redatti favoriscano una partecipazione davvero comunitaria, con formulari sempre più fissati per l’uso comune. A partire da simili testi ci si può fare un’idea dell’immagine che la Chiesa offre per le proprie riunioni liturgiche, finora lasciati alla fantasia di coloro che presiedevano. Ora invece ci sono dei testi che possono costi-tuire esempi concreti mediante i quali poi elaborare preghiere compatibili con il momento liturgico. Oltre ai testi da utilizzare c’è in questi scritti la preoccupazione di spiegare i gesti sacramentali, perché possano poi di-ventare significativi un po’ ovunque. Nasce così una nuova “letteratura”, con testi che sono destinati a trovare nuove espressioni, che poi si conso-lidano in un nuovo lessico, ma anche in un linguaggio particolare, che ri-chiede persone sempre più abilitate in questo nuovo settore. E si fa pure strada un’attività, come quella catechistica, che non è più sparita nella storia della Chiesa, pur risultando ancora embrionale. Essa è propriamente quella forma di istruzione che deve continuare anche dopo la preparazione al battesimo. Per arrivare a questo, è necessaria l’opera di prima evangelizzazione, che deve introdurre alla fede cristiana e alla scelta mo-rale conseguente. Proprio per questo prevale un intento di natura etica, con la proposta di una scelta di vita che fa desiderare il percorso lungo una via. Sentiamo dire nel libro degli Atti degli Apostoli che la scelta di divenire cristiani è di fatto la scelta di un particolare fede, che viene segnalata come una “via”, non ancora una “vita”: essa è dunque un percorso che deve comportare una scelta di campo e un impegno conse-guente e coerente. Si dà così importanza e valore alla norma da seguire e sono suggeriti comportamenti nell’ambito della sfera morale. Prende così importanza la norma da seguire, come se si trattasse di una nuova legge, analogamente a quello che si dice nel vangelo, con la proposta di un nuovo comandamento, che in realtà deriva da quello antico, da vivere comunque mediante una adesione interiore che fa operare secondo lo Spirito.

Qui abbiamo una prima sintesi, e quindi non un apparato organico di dottrina, che del resto non è ancora stata affrontata e codificata. Viene favorita invece la comunicazione di ciò che risulta essenziale e che ci si augura possa essere sempre più largamente comunicato per favorire sulla dottrina un sapere organico, ma soprattutto chiaro e condiviso. A questi compendi dottrinali poi si sostituiranno sussidi sempre più ampi e completi, soprattutto in presenza di sempre più facili cadute nell’errore e nell’eresia.

I primi testi, che già troviamo in giro alla fine del I secolo, ci danno l’immagine della comunità che ha visto venir meno gli Apostoli, facendo sparire coloro che erano ritenute le colonne della Chiesa: mancando coloro che lo avevano visto vivo, si ritiene opportuno fornire materiale che richiami l’essenziale e che di fatto garantisce un passaggio lineare della dottrina, in un periodo non facile, sia per la controffensiva del potere politico, sia per lo svilupparsi di ideologie diverse e di dottrine non sicure. La loro riscoperta in tempi recenti consente oggi di leggere con maggior completezza questo delicato periodo ed soprattutto fornire ciò che si ritiene essenziale e vitale del messaggio cristiano.

LA DIDACHE’

Per il titolo che ha il libretto, Didaché, dovremmo concepirlo come un te-sto didattico, e quindi la parola greca andrebbe tradotta con “insegna-mento”, che viene attribuito agli Apostoli, anche se non sono loro gli autori. Esso compare, secondo ciò che si ricava dal testo, già a partire dalla fine del I secolo, in concomitanza con alcuni testi del Nuovo Testamento, come può essere l’Apocalisse. Per il contenuto si deve riconoscere come il primo compendio di catechismo e, insieme, come la prima raccolta di alcuni testi che forse circolavano nell’ambiente liturgico. Per la stessa natura del testo che compone elementi diversi, non è neppure possibile dire in quale ambiente e a chi deve essere attribuita la composizione, che dunque appare anonima. Per alcuni particolari si può supporre che l’autore provenga dall’ambiente giudaico e che il luogo in cui può essere stato composto è quello della Palestina o della Siria. La natura morale e quella liturgica di alcuni passi lo fa ritenere una specie di manuale soprattutto per aiutare chi aveva responsabilità magisteriali in relazione al comportamento da tenere per la scelta di fede fatta e in relazione alla preghiera comunitaria che andava sviluppandosi un po’ ovunque.

Risultano evidenti due gruppi tematici: da una parte prevale l’esposizione di alcune norme di natura morale, dedotte dalla legislazione nota nell’ambiente ebraico; seguono alcune considerazioni circa i sacramenti (che non sono ancora i tradizionali sette), soprattutto in riferimento alle modalità celebrative e ai testi da usare on occasioni dei riti. Sulla base di questa presentazione, alcuni lo considerano il primo testo catechistico, anche se il contenuto non corrisponde al vero significato della parola “catechesi”, con la quale si intende la “risonanza” del contenuto evangelico, non più solo come esposizione storica di ciò che ha fatto il Cristo, ma come una indicazione dottrinale che deve poi tradursi in comportamento etico. Si possono così ravvisare due parti: quella morale e quella liturgica.

LA COMPONENTE MORALE

La parte morale invita a fare la scelta netta di campo, per cui il cristiano è chiamato a seguire la “Via”, che non è solo una strada comportamentale, ma è propriamente la persona stessa di Cristo, anche se nel tono e nei contenuti noi dovremmo pensare più a indicazioni di stampo etico. La scelta della via, che il vangelo definisce stretta, comporta il rifiuto della via alternativa che è invece quella diabolica, che conduce alla perdizione.

Capitolo I

1. Due sono le vie, una della vita e una della morte, e la differenza è grande fra queste due vie.

2. Ora questa è la via della vita: innanzi tutto amerai Dio che ti ha creato, poi il tuo prossimo come te stesso; e tutto quello che non vorresti fosse fatto a te, anche tu non farlo agli altri.

3. Ecco pertanto l’insegnamento che deriva da queste parole: benedite coloro che vi maledicono e pregate per i vostri nemici; digiunate per quelli che vi perseguitano; perché qual merito avete se amate quelli che vi amano? Forse che gli stessi gentili non fanno altrettanto? Voi invece amate quelli che vi odiano e non avrete nemici.

4. Astieniti dai desideri della carne. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra e sarai perfetto; se uno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, tu prosegui con lui per due. Se uno porta via il tuo mantello, dagli anche la tunica. Se uno ti prende ciò che è tuo, non ridomandarlo, perché non ne hai la facoltà.

5. A chiunque ti chiede, da’ senza pretendere la restituzione, perché il Padre vuole che tutti siano fatti partecipi dei suoi doni.  Beato colui che dà secondo il comandamento, perché è irreprensibile. Stia in guardia colui che riceve, perché se uno riceve per bisogno sarà senza colpa, ma se non ha bisogno dovrà rendere conto del motivo e dello scopo per cui ha ricevuto. Trattenuto in carcere, dovrà rispondere delle proprie azioni e non sarà liberato di lì fino a quando non avrà restituito fino all’ultimo centesimo.

6. E a questo riguardo è pure stato detto: Si bagni di sudore l’elemosina nelle tue mani, finché tu sappia a chi la devi fare.

Come si può notare nel testo, soprattutto da parte di chi ha familiarità con il testo biblico, ci sono evidenti citazioni desunte dal vangelo e armonizzate con una morale che deriva da espressioni proverbiali (come si evince al numero 6), con le quali si suggerisce un’etica naturale. Questo è ancora più evidente nel capitolo II, dove si sviluppano i dettati della legge mosaica con alcune precisazioni, che rivelano una cura del decalogo perché, come dice il vangelo, sia portato a pieno compimento.

Capitolo II

1. Secondo precetto della dottrina:

2. Non ucciderai, non commetterai adulterio, non corromperai fanciulli, non fornicherai, non ruberai, non praticherai la magia, non userai veleni, non farai morire il figlio per aborto né lo ucciderai appena nato; non desidererai le cose del tuo prossimo.

3. Non sarai spergiuro, non dirai falsa testimonianza, non sarai maldicente, non serberai rancore.

4. Non avrai doppiezza né di pensieri né di parole, perché la doppiezza nel parlare è un’insidia di morte.

5. La tua parola non sarà menzognera né vana, ma confermata dall’azione.

6. Non sarai avaro, né rapace, né ipocrita, né maligno, né superbo; non mediterai cattivi propositi contro il tuo prossimo.

7. Non odierai alcun uomo, ma riprenderai gli uni; per altri, invece, pregherai; altri li amerai più dell’anima tua.

Nel capitolo I si fa riferimento alla via da scegliere, che sulla base del contenuto dovremmo pensare sia effettivamente una indicazione da prendere nell’ambito della dottrina morale. E qui la scelta riguarda i rapporti che si devono sviluppare fra le persone: la scelta della via del Signore, che dovremmo pensare sia il Signore stesso, più che non una sua norma, poi comporta relazioni fra persone costruite sulla carità, che si deve precisare andando ben oltre la sola lettera dei comandamenti mosaici. Di per sé va rilevato che comunque queste norme morali hanno ancora un formulario che fa ricorso ai divieti più che non ai suggerimenti in chiave positiva.

Anche da questo dettaglio si deve riconoscere la provenienza del libretto da un ambiente ebraico, nel quale la dottrina morale è sempre costruita su ciò che si trova scritto nelle tavole mosaiche. Qui ancora manca una visione più positiva, quella che fa agire sulla base dello Spirito e non tanto della legge naturale, pur importante. Seguono nei capitoli successivi ulteriori determinazioni che devono poi concludersi con il richiamo alla confessione dei propri peccati, quella che si fa nell’adunanza, come dice il testo, e non è quindi da confondere con quella praticata successivamente nell’audizione personale tra il peccatore e il confessore. Al capitolo V viene introdotto il discorso che riguarda la via del male.

Capitolo V

1. La via della morte invece è questa: prima di tutto essa è maligna e piena di maledizione: omicidi, adultéri, concupiscenze, fornicazioni, furti, idolatrie, sortilegi, venefici, rapine, false testimonianze, ipocrisie, doppiezza di cuore, frode, superbia, malizia, arroganza, avarizia, turpiloquio, invidia, insolenza, orgoglio, ostentazione, spavalderia.

2. Persecutori dei buoni, odiatori della verità, amanti della menzogna, che non conoscono la ricompensa della giustizia, che non si attengono al bene né alla giusta causa, che sono vigilanti non per il bene ma per il male; dai quali è lontana la mansuetudine e la pazienza, che amano la vanità, che vanno a caccia della ricompensa, non hanno pietà del povero, non soffrono con chi soffre, non riconoscono il loro creatore, uccisori dei figli, che sopprimono con l’aborto una creatura di Dio, respingono il bisognoso, opprimono i miseri, avvocati dei ricchi, giudici ingiusti dei poveri, pieni di ogni peccato. Guardatevi, o figli, da tutte queste colpe.

Questi comportamenti negativi, che corrispondono – ma qui sono in numero maggiore – a ciò che troviamo scritto nel vangelo di Marco, laddove si parla di ciò che proviene dal Maligno, e che esce da un cuore occupato dal male con le intenzioni negative, visto che tutto viene dal di dentro, sono ulteriormente precisati con azioni che rivelano un animo doppio, un modo di operare dominato dall’ingiustizia e dall’impostura.

LA COMPONENTE LITURGICA

Nella parte successiva prevale la componente liturgica con segnalazioni che vogliono precisare gesti e parole da usare durante le convocazioni rituali. Si parla del battesimo e poi del digiuno e della preghiera, come vediamo trattato nel discorso della Montagna riportato in Matteo 5-7.

Qui, oltre alla segnalazione del “Padre nostro”, citato integralmente, vengono riportate due preghiere che noi definiamo eucaristiche, perché fanno riferimento al pane e al vino consacrati, senza però che compaia la formula consacratoria.

Capitolo IX

1. Riguardo all’eucaristia, così rendete grazie:

2. Dapprima per il calice:

Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di David tuo servo, che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.

3. Poi per il pane spezzato:

Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.

4. Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli.

5. Nessuno però mangi né beva della vostra eucaristia se non i battezzati nel nome del Signore, perché anche riguardo a ciò il Signore ha detto: Non date ciò che è santo ai cani.

Capitolo X

1. Dopo che vi sarete saziati, così rendete grazie:

2. Ti rendiamo grazie, Padre santo, per il tuo santo nome che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.

3. Tu, Signore onnipotente, hai creato ogni cosa a gloria del tuo nome; hai dato agli uomini cibo e bevanda a loro conforto, affinché ti rendano grazie; ma a noi hai donato un cibo e una bevanda spirituali e la vita eterna per mezzo del tuo servo.

4. Soprattutto ti rendiamo grazie perché sei potente. A te gloria nei secoli.

5. Ricordati, Signore, della tua Chiesa, di preservarla da ogni male e di renderla perfetta nel tuo amore; santificata, raccoglila dai quattro venti nel tuo regno che per lei preparasti. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.

6. Venga la grazia e passi questo mondo. 

Osanna alla casa di David.

Chi è santo si avanzi, chi non lo è si penta.

Maranatha. Amen.

7. Ai profeti, però, permettete di rendere grazie a loro piacimento.

Questi sono i passi più famosi del libretto, perché riportano i primi testi usati nelle assemblee liturgiche cristiane: si tratta di preghiere eucaristiche, che tuttavia non possiamo paragonare a quelle oggi in uso, mancando l’essenziale della formula di consacrazione. Sono però impostate come rendimento di grazie e si concludono con la glorificazione, come si riscontra nella dossologia finale, quando, elevando al cielo pane e vino consacrati, si dà gloria al Padre per opera di Cristo: lì si vede e si vive il suo sacrificio come offerta data a Dio. E proprio l’aspetto sacrificale dell’Eucaristia è ribadito con estrema chiarezza in questo testo, che assume una notevole rilevanza circa il valore che si deve dare al sacramento dell’Eucaristia nella vita del cristiano.

Capitolo XIV

1. Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro.

2. Ma tutti quelli che hanno qualche discordia con il loro compagno, non si uniscano a voi prima di essersi riconciliati, affinché il vostro sacrificio non sia profanato.

3. Questo è infatti il sacrificio di cui il Signore ha detto: In ogni luogo e in ogni tempo offritemi un sacrificio puro, perché un re grande sono io – dice il Signore – e mirabile è il mio nome fra le genti.

Come è detto con chiarezza, la riunione per l’eucaristia deve avvenire nel giorno del Signore e si deve caratterizzare per il gesto più importante che è lo spezzare del pane, con cui nei primi tempi viene definita questa celebrazione. Prima di essa è necessario fare la “confessione” dei peccati; in realtà qui si dice quanto è scritto nel vangelo e richiamato da Paolo per una corretta partecipazione alla mensa eucaristica e cioè la riconciliazione con i fratelli di fede, quando si è creata una discordia o una divisione. Propriamente non si fa riferimento alla necessità di premettere la confessione dei peccati mediante il sacramento, quanto piuttosto di rendere più vera la partecipazione alla comunione con il Signore, mediante la comunione con gli uomini, soprattutto se fratelli nella fede.

IL VALORE DELLA DIDACHE’

La “Didaché” appare un libretto di notevole valore storico, perché, comparendo fin dai primi tempi della vita della Chiesa, ci rivela che tra le cose essenziali della religione cristiana, già diffusa, si riconoscono come primarie quello della istruzione, o catechesi (che deve puntare a far operare una scelta di vita con la decisione per una via da considerarsi alternativa a quella del male) e quello della liturgia da celebrare nel giorno della domenica soprattutto come rendimento di grazie e quindi come sacrificio. Abbiamo qui richiamato l’essenziale; e questo è assolutamente irrinunciabile, in quanto viene riconosciuto come costitutivo della Chiesa, come decisivo perche essa sia fedele al Maestro e sia fedele nella sua tradizione. Poi le modalità celebrative possono modificarsi nel tempo, senza tuttavia rinunciare all’essenziale, così come la catechesi potrà trovare altri argomenti, destinati comunque a far decidere per la scelta della sola via possibile, quella di Dio, contenuta nel Vangelo, e di fatto identificabile con la persona stessa di Cristo.

IL PASTORE DI ERMA

È un altro libretto dei primi tempi della vita della Chiesa, scritto probabilmente nei primi anni del II secolo, e quindi coevo alle lettere di Ignazio, avendo in comune il medesimo clima di persecuzione che dominava in quel periodo. È un testo fortemente caratterizzato dal linguaggio di genere apocalittico, non tanto perché parla degli eventi finali, quanto perché, ricorrendo alle visioni, suggerisce, con una certa forza evocativa, la modalità giusta per reagire al male e per costruire un futuro migliore. Il linguaggio usato e il ricorso alle visioni somiglia molto a quello che noi riscontriamo nell’Apocalisse, ultimo libro della Rivelazione, attribuito all’evangelista Giovanni. Come già in quel testo, anche qui si respira un clima di tensione, che non viene attribuito alla sola persecuzione proveniente dall’esterno, quanto a ciò che si vive all’interno della Chiesa, in cui si fanno strada la stanchezza, la debolezza, l’incapacità a vivere nella giusta passione la propria testimonianza di fede. Si ipotizza che questo clima non sereno appartenga alla comunità cristiana di Roma e delle sue vicinanze: il libro registra uno stato d’animo non sereno, per il quale si deve supporre che non tutto fosse roseo e promettente, anche se non mancavano gli “eroi”, coloro cioè che, passando dalla persecuzione e vivendo il martirio di sangue, rivelavano una grande forza d’animo. Non così era invece per la maggioranza dei cristiani, spesso tentati di desistere, dopo la prima adesione. Se si avverte la necessità di scrivere il libro, si deve supporre che vi sia un clima da svelenire e ce ne debba essere un altro da costruire in cui non ci siano critiche o attacchi frontali, ma interventi che consentano il recupero, senza l’esasperazione degli animi.

E così si ricorre a cinque visioni e a dieci similitudini o parabole, inframmezzate da dodi-ci precetti, che costituiscono le indicazioni da offrire per la rinascita della comunità cristiana con un vivere migliore e più stabile. Il tono usato da chi scrive non è quello dell’intervento censorio o addirittura minaccioso: mediante la forma dialogica si vuole piuttosto recuperare, insieme con chi sbaglia, un clima di relazioni più corrette e più serene, per avere una Chiesa all’altezza della sua missione. Il protagonista, considerato l’autore del libretto, è un certo Erma, non meglio identificato. Origene, scrittore del III secolo, lo individua in un Erma citato da Paolo nella lettera ai Ro-mani, quando, tra i vari personaggi che saluta, spunta anche questo nome, senza che sia chiarito chi egli sia. Ciò che possiamo conoscere dell’autore lo desumiamo dal testo, anche a sapere che le vicende narrate hanno un forte sapore allegorico e definiscono una situazione che riguarda un po’ tutti. Secondo altre fonti questo personaggio misterioso che porta il nome di Erma, sarebbe fratello di Papa Pio I (140-154), vissuto in un periodo piuttosto turbolento, per la presenza nella Chiesa di vari eretici con un largo seguito. Se esiste questa parentela fra i due, si deve supporre che all’autore del libretto, divenuto un testo rilevante in quel periodo storico, si volesse dare un certo peso, collegandolo con l’autorità suprema della Chiesa romana di quel tempo. Ma il testo non richiedeva simili supporti, visto che esso ebbe diffusione e risonanza notevoli, soprattutto per i contenuti e anche per la modalità con cui questi vengono proposti.

Prima Visione

Chi mi aveva allevato a Roma mi vendette a una certa Rode (si noti la corrispondenza del nome della serva della casa di Marco a Gerusalemme, dove Pietro liberato dal carcere va a stabilirsi durante la notte, accompagnato dall’angelo che lo ha liberato, come si racconta in Atti 12). La ritrovai dopo molti anni e incominciai ad amarla come sorella. Trascorso qualche tempo, la vidi che si bagnava nel fiume Tevere, le diedi la mano e la tirai dal fiume. Vedendo la sua bellezza, dissi nel mio cuore: “Sarei felice se avessi una moglie come questa per bellezza e per carattere”. Desideravo solo ciò e null’altro. Qualche tempo dopo, mentre andavo verso Cuma, contemplando le opere di Dio perché grandi, splendide e potenti, mi addormentai lungo la strada. Uno spirito mi prese e mi portò in una parte impraticabile per dove l’uomo non poteva camminare. Era un luogo dirupato e franato dalle acque. Attraversando il fiume, venni alla pianura e piegando le ginocchia incominciai a pregare il Signore e a riconoscere i miei peccati. Mentre pregavo, il cielo si spalancò e vidi quella donna, che avevo desiderato, salutarmi dicendomi: “Salve, Erma”.

Fissando lo sguardo su di essa le chiesi: “Signora, che fai tu là?”. Essa mi rispose: “Sono stata elevata in cielo per accusare i tuoi peccati al Signore”. Soggiungo: “Ora tu sei mia accusatrice?”. “No, dice, ascolta le parole che voglio dirti”. Dio che abita nei cieli e fece da ciò che non era le cose che sono, moltiplicandole e accrescendole per la sua santa Chiesa, è adirato con te perché hai peccato contro di me”. Rispondendo le dico: “Ho peccato contro di te? In che modo? Quando ti ho detto una parola sconveniente? Non ti ho sempre considerato come una creatura divina? Non ti ho sempre rispettato come una sorella? Come mai, inventi, o donna, tali cattiverie e brutture?”. Sorridendo mi dice: “Nel tuo cuore salì il desiderio della cattiveria. Non ti sembra che sia cosa malvagia per un uomo giusto, che un desiderio cattivo entri nel suo cuore? È un grande peccato, dice. Infatti l’uomo giusto desidera le cose giuste, e col volere le cose giuste, la sua gloria si dirige ai cieli ed ha propizio il Signore in ogni cosa. Quelli che nel loro cuore vogliono cose malvagie si preparano la morte e la schiavitù; soprattutto chi si afferra a questo mondo, magnifica le sue ricchezze e non si preoccupa dei beni futuri. Si pentiranno le anime di coloro che non hanno speranza ma hanno disperato di sé e della loro vita! Ma tu prega Dio ed egli guarirà i tuoi peccati, quelli di tutta la tua casa e di tutti i fedeli”.

Già in questa prima visione emerge la questione di fondo del libretto, che riguarda il peccato: non si tratta solo di un peccato personale, quanto piuttosto di una situazione che coinvolge un po’ tutti nella Chiesa, dove l’adesione, inizialmente fervorosa, lascia presto il posto alla fragilità, alla mancanza di fedeltà, alle cadute. Di qui il richiamo deciso al pentimento e alla conversione che deve accompagnare il vivere del credente. Costui rimane tale anche a rivelarsi debole, e tuttavia deve anche imparare a riconoscere la sua fragilità e a fare opera penitenziale, richiamando in continuazione ciò che risulta essenziale al vivere di fede. Di qui la visione finale, durante la quale compare colui che dà il titolo all’operetta e cioè il Pastore: costui fornisce ad Erma i precetti che devono essere richiamati perché il cristiano si converta.

Quinta visione: Osservare i precetti

In casa, dopo che ebbi pregato e mi fui seduto sul letto, entrò un uomo di volto venerando, nelle sembianze di pastore. Era vestito di una bianca pelle di capra, con la bisaccia sulle spalle e il bastone in mano. Mi salutò e risposi al suo saluto. Subito mi si sedette vicino e disse: “Sono stato inviato dall’angelo più venerabile per abitare con te i rimanenti giorni della tua vita”.

Pensai che fosse a tentarmi e gli dissi: “Tu chi sei? Io so a chi fui affidato”. Egli mi risponde: “Non mi riconosci?”. “No, dico”. ” Io sono, riprese, il pastore cui fosti affidato”. Mentre parlava la sua figura cambiò e riconobbi che era quello a cui fui affidato. Rimasi subito confuso, mi prese la paura e mi sentii tutto schiacciato dall’angoscia, perché gli avevo risposto malamente e con stoltezza. Egli mi disse: “Non ti confondere e fatti coraggio per i precetti che sto per darti. Infatti, aggiunse, fui mandato per mostrarti nuovamente tutte le cose che in precedenza hai viste, le principali che sono per voi utili. Prima di tutto scrivi i miei precetti e similitudini, e le altre cose come te le mostrerò, così le scriverai. Per questo ti ordino di scrivere prima i precetti e le similitudini perché tu subito li legga e li possa osservare”. Scrissi, dunque, i precetti e le similitudini come mi aveva ordinato. Se voi, dopo averli sentiti, li osserverete e, camminando nella loro via, li metterete in pratica con cuore puro, conseguirete dal Signore quanto vi ha promesso. Se, invece, dopo averli sentiti non vi pentirete, tornando ai vostri peccati, riceverete dal Signore il contrario. Il pastore, l’angelo della penitenza, mi ordinò così di scrivere tutte queste cose.

Rilevando queste parole e questo tono narrativo si deve riconoscere che il libretto prende posizione su un problema non indifferente che ha scosso la Chiesa per parecchio tempo: già nel periodo più drammatico delle persecuzioni si era acceso un vivo dibattito circa i “lapsi”, come venivano chiamati coloro che erano caduti e avevano preferito rinnegare la fede piuttosto che venire torturati e uccisi. Erano definiti così anche quelli che, senza rinnegare, avevano deciso di nascondersi per non essere catturati e sottoposti a processo. La discussione, piuttosto animata, aveva coinvolto un po’ tutti nella Chiesa, compresi coloro che avevano responsabilità come vescovi, tenuto conto che alla metà del III secolo, sono proprio loro ad essere perseguiti per legge nel vano tentativo da parte delle autorità politiche di scardinare il sistema, eliminando i capi e disperdendo gli altri. Il caso più clamoroso era stato quello di S. Cipriano, vescovo di Cartagine, uomo ricco e notabile della città, divenuto famoso nel mondo cristiano come un notevole scrittore. Costui era stato invitato dalla comunità locale a nascondersi; poi, rientrato, si era difeso e aveva suggerito la linea da te-nere nella Chiesa in presenza di simili casi. Successivamente anche lui fu preso, processato e condotto al martirio, avvenuto il 14 settembre 258, di cui abbiamo una fedele ricostruzione. Il Pastore di Erma, che dovrebbe essere anteriore a questo periodo, tratta la medesima questione.

L’indicazione che suggerisce è quella della comprensione nei confronti dei deboli, i quali, ovviamente, si devono pentire e sono invitati a riconoscere la loro debolezza, sottoponendosi ad un periodo di penitenza per poter essere ri-ammessi. Non era ancora in uso la Confessione dei peccati, come viene oggi praticata, e cioè ricorrendo al prete, in presenza del quale dire le proprie colpe per avere l’assoluzione; allora questa era assicurata di fatto verso il termine della vita quando questa sembrava imminente. Evidentemente, in presenza di un peccato ben noto, perché pubblico, potevano sorgere tensioni nella comunità; proprio per questo si farà strada l’idea di una Confessione, che inizialmente è pubblica e che poi diventa sempre più privata. Rimaneva comunque la delicatezza di un problema non indifferente circa il trattamento di coloro che risultavano deboli davanti alla persecuzione e che potevano chiedere di essere riammessi, una volta passata la bufera. Di faceva strada poi il riconoscimento della debolezza nel vivere le esigenze della vita cristiana e proprio per questo cresceva il sen-so di frustrazione per chi sbagliava, ma anche la diffidenza nei confronti di chi appariva sempre incapace di reggere nei suoi impegni e nella sua immagine di credente. Per quanto fossero anche diffuse le eresie e quindi posizioni che non si faticava a riconoscere sbagliate, perché deviate e devianti, qui la questione riguarda soprattutto “ad intra”, cioè la posizione dei credenti che peccavano: forse alcuni si portavano il complesso della propria inadeguatezza; altri vivevano come una sorta di scandalo la presenza nella comunità di persone, incapaci di reggere nelle situazioni difficili, anche per colpa delle proprie intemperanze,. Se si considerano i precetti indicati dal Pastore, si scopre che appunto vengono enumerati quei modi di essere e di operare che sono da considerare come peccati e che sono all’ordine del giorno un po’ per tutti e che evidentemente possono creare tensioni anche nelle relazioni tra fratelli di fede. Si stigmatizza la maldicenza, in testa a questi comportamenti negativi, segno evidente che questo male appare radicato e rovinoso per una comunità che deve dare una bella testimonianza di sé, soprattutto nella coerenza con le scelte essenziali derivate dal comandamento della carità. E non manca il richiamo alla verità, come pure l’invito alla castità, segno che su questi terreni Erma deve riconoscere le sue radicate debolezze. Esse però non appartengono solo a lui, perché lui rappresenta una generazione che si rivela quanto mai debole e soprattutto incapace di un serio pentimento e di una altrettanto seria conversione.

Il richiamo dei precetti che viene fatto dal Pastore può aiutare a vincere i mali, o quanto meno a risollevarsi quando si è caduti rivelando non solo la sincerità d’animo, ma la ricerca continua dello Spirito di Dio. È interessante la pagina nella quale viene evocata la presenza nella comunità del falso profeta: costui sembra essere un personaggio di rilievo nella comunità, forse un capo, forse lo stesso vescovo di Roma, il Papa, che non si rivela tale, se non è lo Spirito a parlare in lui. Così va riconosciuto chi è il vero profeta: il criterio qui suggerito è già presente nella Bibbia, quando si tratta dell’argomento e perciò il libretto si rivela ancorato a questa tradizione che va ribadita anche nel contesto cristiano in un momento che risulta piuttosto problematico.

Undicesimo precetto: Il falso profeta

Mostrandomi uomini seduti su una panca e un uomo seduto su di una cattedra mi dice: “Vedi quelli che siedono sulla panca?”. “Vedo, signore”. Mi precisa: “Questi sono i fedeli, e quello che è seduto sulla cattedra è un falso profeta che rovina la mente dei servi di Dio. Rovina, cioè, la mente dei dissociati, non dei fedeli. I dissociati vanno da lui come da un mago e gli chiedono che cosa accadrà loro. Il falso profeta, non avendo forza alcuna dello Spirito di Dio, risponde secondo le domande e le passioni della loro iniquità e soddisfa le loro anime come essi vogliono. Essendo egli vano, cose vane dice ai vani. Su ciò che gli si domanda, risponde con la vanità dell’uomo. Dice anche cose vere. Il diavolo, infatti, lo riempie del suo spirito, con lo scopo di piegare qualche giusto. Quanti, dunque, sono forti nella fede del Signore, poiché sono rivestiti di verità non aderiscono agli spiriti malvagi, ma se ne allontanano. Quanti, invece, sono incerti e si convertono spesso, si rivolgono agli indovini come i pagani ed acquisiscono un peccato maggiore divenendo idolatri. Chi interroga un falso profeta su qualche faccenda, è un idolatra, uno privo di verità, un insulso. Infatti, ogni spirito dato da Dio non si fa interrogare, ma avendo la forza divina, da sé dice ogni cosa poiché è dall’alto, dalla potenza dello Spirito di Dio. Invece, lo spirito che si fa interrogare e si pronunzia secondo le passioni degli uomini, è terreno, leggero e non ha forza. Addirittura non parla se non è interrogato”. Chiedo: “Come, o signore, l’uomo distinguerà chi è profeta da chi è falso profeta?”. “Ascolta, e di entrambi i profeti, come ti sto per dire, valuterai il profeta e il falso profeta. Dalla vita distingui l’uomo che ha lo Spirito di Dio. Prima, chi ha dall’alto lo Spirito è calmo, sereno, umile e lontano da ogni malvagità e desiderio vano di questo secolo. Egli considera se stesso inferiore a tutti gli uomini e, interrogato, non risponde a nessuno, né parla come una monade. Lo Spirito Santo non parla quando l’uomo vuole, ma solo quando Dio vuole che parli.

Quando un uomo che ha lo Spirito di Dio entra in una riunione di uomini giusti, che hanno la fede dello Spirito di Dio, e c’è la preghiera della riunione di quegli uomini a Dio, allora l’angelo dello spirito profetico, che dimora in lui, riempie l’uomo, e quell’uomo pieno dello Spirito Santo parla alla moltitudine come il Signore vuole. Così si manifesta lo spirito divino. Tale è la potenza del Signore sullo spirito divino.

L’autore che immagina di ricevere i precetti a partire dalle visioni che ha, si rende conto che le indicazioni proposte sono molto impegnative e che chi ha responsabilità di governo può trovarsi in difficoltà a dare simili indicazioni, visto che la stessa autorità nella Chiesa è fatta di persone fragili, portate a sbagliare: non possono erigersi a giudici implacabili verso gli erranti e devono dunque esercitare la misericordia. Questa però non deve affatto significare che vengano diluite le richieste, che la proposta cristiana debba essere annacquata. Il Pastore è molto chiaro con lo stesso Erma e, quindi, con coloro che esercitano nella Chiesa la loro autorità: i precetti, per quanto siano duri, devono essere osservati; anzi, la consapevolezza che essi sono molto impegnativi deve indurre ad andare fino in fondo.

Al termine dei dodici precetti

Terminati i dodici precetti, mi dice: “Questi sono i precetti, cammina nella loro via e prega quelli che ascoltano che la loro conversione sia pura per i rimanenti giorni della loro vita. Adempi con cura il ministero che ti affido e opererai molto. Sarai gradito a quelli che vogliono convertirsi e crederanno alle tue parole. Sarò con te e li indurrò a credere”. Gli chiedo: “Questi precetti sono grandi, belli, eccellenti, e possono rallegrare il cuore dell’uomo che può osservarli. Non so, o signore, se questi precetti possono essere os-servati dall’uomo, poiché sono troppo duri”. Rispondendo mi dice: “Se sei convinto che si possono osservare, li osserverai senza difficoltà e non saranno duri. Se, invece, si insinua nel tuo cuore che non possono essere osservati dall’uomo, non li osserverai. Ora ti dico: se non li osserverai, ma li trascuri, non avrai salvezza né tu, né i tuoi figli, né la tua casa poiché tu hai ritenuto che questi precetti non possono essere osservati dall’uomo”.

Sulla base di un simile intervento da parte del Pastore si potrebbe concludere che il libro si presenta scritto con particolare severità, come un manuale di precetti che non possono essere disattesi. Ed invece il libretto è all’insegna della misericordia; è stato scritto per aiutare la comunità cristiana a superare la tensione che si può creare in presenza di posizioni rigide e di pretese che possono dare origine a forme settarie.

L’autore fa intervenire “il Pastore”, il vero protagonista del libretto, per stemperare una impressione di severità che, se riguarda l’osservanza dei precetti, non deve comunque diventare un indurimento del cuore da parte di nessuno, soprattutto da chi esercita nella Chiesa l’autorità.

Mi disse queste cose con uno sdegno tale che rimasi sconvolto ed ebbi molta paura. Il suo aspetto si alterò in modo che un uomo non poteva sostenere la sua ira. Vedendomi tutto disorientato e confuso, incominciò a parlarmi con più moderazione e dolcezza e mi disse: “Insulso, dissennato e incerto, non sai che la gloria di Dio è grande, forte e stupenda? Egli non creò il mondo per l’uomo e tutta la sua creazione sottomise all’uomo dandogli il potere di dominare ogni cosa che è sotto il cielo? Se, dunque, dice, l’uomo è il signore di tutte le creature di Dio e su tutte domina, non può dominare anche questi precetti? Può, precisa, dominare tutti questi precetti solo l’uomo che ha il Signore nel suo cuore. Quelli che hanno il Signore sulle labbra, ma il cuore indurito, sono assai lontani da Dio e per loro questi precetti sono duri e inattuabili. Mettete il Signore nel vostro cuore, voi che siete vani e leggeri nella fede, e credete che nulla è più facile più dolce e più mite di questi precetti. Pentitevi, voi che camminate nei precetti del diavolo, difficili, aspri, duri e licenziosi e non temete il diavolo perché non ha forza contro di voi. Sarò con voi io, l’angelo della penitenza che lo domina. Il diavolo incute solo paura e la sua paura non ha forza. Non temetelo, dunque, e fuggirà da voi”.

È interessante l’indicazione che l’autore suggerisce mettendola in bocca al Pastore: dal Creatore l’uomo è stato fatto signore del creato stesso e quindi deve dominare; il suo dominio non deve però tramutarsi in “spadroneggiamento”, che fa uscire dalla “padronanza di sé”: il vero signore ha padronanza di sé e come tale può avere padronanza dei precetti stessi. Viene rovesciato lo schema per cui il precetto sembra una tale imposizione da imbrigliare l’uomo costretto a fare e non chiamato ad essere responsabile di sé. Ed è ancora più forte l’affermazione successiva nella quale lo scrittore offre un criterio valido anche oggi: chi ha il cuore indurito, e dunque impone un fardello pesante senza misericordia sugli altri, anche a sostenere di essere un credente in Dio e quindi ad avere sulla bocca il nome di Dio, è di fatto assai lontano da lui e come tale i suoi precetti non possono essere divini, perché questi sono dati da un Dio esigente e nello stesso tempo misericordioso, un Dio, che essendo Padre, tratta i suoi figli con severità, perché chiede ad essi ciò che lui stesso chiede a sé, ma nel contempo sa capire la debolezza dei figli e quindi li sa incoraggiare sempre al bene, sempre al meglio.

La conclusione a cui arriva il libro è quella di avere fiducia, perché anche a dover osservare precetti impegnativi, la grazia di Dio dà una mano: non potrebbero essere “comandamenti”, se Dio facesse mancare la sua mano, mai pesante. Soprattutto, afferma il Pastore, il cuore deve essere puro, secondo il senso vero di questa parola e cioè una coscienza di sé impostata su ciò che dice Dio e non sulle proprie emozioni o reazioni istintive.

LE SIMILITUDINI

Alle visioni e ai precetti seguono le similitudini, che sembrano parabole evangeliche, mediante le quali gli stessi temi e le medesime argomentazioni date in precedenza vengono come stemperate e chiarite ricorrendo ad alcuni esempi, dal sapore di una favola, atti a far comprendere meglio ciò che l’autore vuole insegnare nel suo libretto. Significativa nella sua brevità è la terza similitudine, nella quale si parla delle piante che d’inverno sembrano tutte uguali, sia quelle che non hanno vegetazione per la stagione, sia quelle che sono allo stesso modo perché già morte. Il mondo, compreso quello attuale, ci rivela la compresenza, come nella parabola del buon grano e della zizzania, sia dei giusti sia degli ingiusti. Anche se non sembrano avere rilevanza, i giusti sono presenti e proprio per questo è sempre possibile vivere secondo Dio, così come la presenza di chi sbaglia ci aiuta a riconoscere la comune debolezza e la necessità del ricorso all’unico veramente misericordioso, che è Dio.

Terza similitudine: Gli abitanti di questo mondo

Mi mostrò molti alberi senza foglie, che mi sembravano quasi secchi. Erano tutti uguali. Mi dice: “Vedi questi alberi?”. “Li vedo tutti uguali e secchi”. Mi risponde: “Gli alberi che vedi sono gli abitanti di questo mondo”. “Perché sono come secchi e uguali?”. “Perché in questo mondo non si vedono né i giusti né i peccatori, ma sono uguali. Questo mondo è un inverno per i giusti e non si vedono perché abitano con i peccatori. Come nell’inverno gli alberi perdono le foglie e sono uguali e non si vedono quali sono secchi e quali vegeti, così in questo mondo non si vedono né i giusti né i peccatori, ma tutti sono uguali”.

CONCLUSIONE

Come si può notare dai due libretti, comparsi agli inizi non facili del per-corso della Chiesa dentro la storia umana, c’è una specie di letteratura sotterranea, o poco nota e soprattutto poco considerata, che propone questioni di un certo spessore, su cui il dibattito, mai concluso, può offrire, se non soluzioni ai problemi, vie da perseguire. Trattandosi di testi che fanno parte del patrimonio della Chiesa e che riguardano problemi interni alla comunità cristiana, si potrebbe concludere che interessano solo quanti frequentano la Chiesa o che risultano addetti ai lavori; simili testi affiorano laddove si vanno a cercare anche i piccoli dettagli di storia. Poi però si può scoprire che anche oltre le questioni temporanee e locali, ci sono problemi che toccano il vivere umano e la convivenza fra le persone e che richiedono un approccio meno sbrigativo e ideologico per far raggiungere al vivere sociale un equilibrio che spesso manca. La Didaché è specifica con le sue indicazioni morali e liturgiche; e tuttavia anche al di fuori della Chiesa c’è bisogno di ritrovare un insegnamento circa i valori fondamentali e nel contempo anche una maniera meno retorica in riferimento alle celebrazioni civili, pur sempre significative per il cammino di un popolo. Nella Chiesa e nella società è più che mai necessario il recupero di valori e anche di modalità particolari perché gli stessi valori possano essere trasmessi in maniera utile e costruttiva del senso sociale, oggi piuttosto deficitario. Anche per “Il Pastore di Erma” il problema affrontato riguarda un periodo particolare della storia della Chiesa, che poi appare tramontato. In realtà, se si considera la questione di chi sbaglia e di chi giudica in modo impietoso gli erranti, ci si rende conto che anche oggi, sia a livello religioso, sia a livello civile, risulta indifferibile il problema di come si valutano le questioni, soprattutto quando ci si trova in presenza di scontri per i quali non è più possibile il compromesso, la negoziazione, il rispetto l’uno dell’altro, una valutazione dei contenziosi che, anche a dover riconoscere errori e mali, vada alla ricerca del bene comune e quindi della salvaguardia di tutti, compreso di chi si è messo sulla strada più sbagliata. È vero che il libretto vuole trattare in maniera specifica di questioni di ordine religioso e che le soluzioni cercate e poi indicate devono toccare in modo particolare quanti hanno responsabilità di governo nella Chiesa, ma, fatti gli opportuni adattamenti, ciò che lì troviamo scritto può essere utile anche oggi, sia nella Chiesa, dove stanno montando le tensioni proprio perché si vuole affermare una verità legata ai concetti e ai principi, ai dogmi e ai sistemi, fino a costruire malanimo e risentimento nei confronti delle persone, sia nella società civile, essa pure incamminata ad erigere steccati ideologici, che non danno la priorità alle persone da rispettare, anche se si trovano in campi avversi.