La peste di Milano -1630 – in Manzoni.


            MANZONI

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STORICI E NARRATORI DI PESTILENZE

Non c’è dubbio che la pestilenza è sempre un tragico evento: ogni volta che scoppia si genera una tale paura da far scatenare sempre il peggio anche nelle reazioni di chi vi è implicato, e soprattutto da lasciare impressionato anche chi ne racconta le vicende. È un “evento”; e come tale “viene fuori”, spesso in modo inaspettato, con tutta una serie di conseguenze che fanno cambiare radicalmente il modo stesso di vivere. Gli storici, che ne raccontano la trafila, sono abituati a cercarne le cause; e tuttavia non sempre è possibile risalire ad esse, anche perché ne manca la documentazione. Non rimane che parlare di quanto avviene, registrando non solo i dati sanitari, ma anche quella trasformazione psicologica e sociale che avviene negli individui e nelle relazioni umane che essi esprimono. Ancora una volta si deve dunque segnalare che l’aspetto umano appare rilevante e che pertanto gli scrittori non si limitano alla cronaca, ma colgono l’occasione per far emergere quello spirito umano, che in parte risulta venir meno e divenir scadente, senza per questo escludere che si debbano anche registrare virtù eccelse e grandi forme di eroismo. Va poi riconosciuto che il fatto dell’epidemia è sempre più associato ad un “racconto”, il quale va ben oltre la registrazione dei fatti storici e che la stessa vicenda pestilenziale diventa parte integrante della narrazione, non solo una cornice, come succede nell’opera di Boccaccio. Anzi, potrebbe addirittura risultare come lo snodo dei fatti e quindi un elemento qualificante della vicenda che pone al centro figure marginali della grande storia, inserite in un affresco corale, dove la “storia” prevede fatti legati al “verosimile”. Così la narrazione, fatta da Manzoni, della peste a Milano del 1630, non è più, non è solo, una sorta di resoconto degli eventi che la accompagnano, ma diventa elemento essenziale della vicenda dei due sposi, che proprio lì, in quel grande momento tragico, possono vedere il compimento del loro sogno. Se tutto sembrava andare storto, se tutto addirittura lì sembrava naufragare, proprio in quell’evento i due protagonisti si incontrano e scoprono che i loro mali, nel crogiuolo di quella dolorosa esperienza di male universale, trovano uno sbocco inaspettato e sorprendente, perché, come sempre, “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”. E Dio anche qui si rivela provvidente e benigno, sempre presente, anche quando si rimane disorientati per la sua assenza.

LA PESTE DI MILANO (1630)

IN MANZONI:

AUTORITA’ E CITTADINANZA

DI FRONTE AL MALE

Nel caso di Manzoni, rispetto agli autori precedenti, non ci troviamo in presenza di un uomo che è passato da questa drammatica esperienza, per quanto siano ricorrenti anche nel corso della sua vita delle epidemie. Raccontando nel suo romanzo della peste avvenuta nel 1630, egli studia il fenomeno a partire dalle carte consultate e dagli autori coevi alla pestilenza, che ne hanno trattato nelle loro cronache. Non siamo dunque in presenza di una scena che lo scrittore ha sotto gli occhi, o ha sperimentato di persona, come è stato per Tucidide e Boccaccio.

E tuttavia quella particolare situazione viene descritta con molti dettagli, quasi a voler condurre il lettore stesso dentro i fatti, che pur sarebbero di contorno alla vicenda principale dei due giovani che si vogliono sposare. La peste è comunque un fatto storico, così come altri fatti e personaggi narrati nel romanzo, e come tale va evocato. Nello stesso tempo la medesima pestilenza, con tutte le sue conseguenze a livello individuale e sociale, fa da sfondo alla storia, tutta inventata, di Renzo e Lucia. Essa però non è solo lo scenario. Diversamente dall’impostazione riscontrata in Boccaccio, questo evento è tutt’altro che cornice o sfondo di una storia, che sembra comunque prescindere da esso; la peste nel romanzo manzoniano è elemento decisivo per la vicenda dei due protagonisti. Manzoni si lascia coinvolgere da questo quadro storico, come già si può vedere, quando deve considerare personaggi importanti della sua narrazione, per i quali ha delle pagine descrittive e narrative che sembrano storie a parte. I quadri, ad esempio, che si stagliano circa la monaca di Monza, l’Innominato, il Card. Federigo Borromeo, sono come elementi aggiuntivi alla storia principale, che, se conoscono un certo ridimensionamento nell’edizione finale del ro-manzo, in quello iniziale parevano voler esorbitare. Nel caso del racconto della pestilenza, lo scrittore si dilunga per alcuni capitoli, perché, anche sulla base di ciò che ha trovato nelle sue ricerche, egli è toccato dalla ma-niera con cui autorità e cittadini comuni reagiscono. Quando si rende conto che la cosa sta per sfuggirgli di mano e il problema diventa oltremodo complesso, allora ricorre ad un altro lavoro a parte, perché tutto il materiale raccolto e studiato gli consenta di chiarire la questione che si è prefisso di analizzare e di suggerire all’attenzione dei lettori. Nel caso della pestilenza, che deve raccontare come elemento non trascurabile del romanzo, Manzoni ha fatto accurate ricerche che poi danno vita ad un lavoro “a latere”, cioè la “Storia della colonna infame”. Con esso però il tema della peste lascia il posto al tema della giustizia, esercitata in tale circostanza, per rimarcare come essa non sia stata applicata: in effetti, viene eretta una colonna a memoria della infamia perpetrata nei confronti dei condannati, segno perenne di una ingiustizia operata dai giudici. E nello stesso tempo viene condannato il sistema delle dicerie popolari che danno la stura a fenomeni aberranti, a cui di fatto si accoda la giustizia esercitata nei tribunali. Evidentemente l’autore, degno erede del nonno Beccaria, vuole dire la sua circa la giustizia, che un po’ in ogni tempo conosce simili degenerazioni. Se decide di farne una storia a parte, ciò lo si deve al fatto che essa non sarebbe essenziale alla vicenda dei due giovani “promessi”, per i quali invece la peste risulta il contesto nel quale la loro storia d’amore, che passa dal sacrificio, trova uno sbocco insperato. Il te-ma trattato con i capitoli XXXI e XXXII del romanzo, compreso ciò che Manzoni scrive nell’opera affiancata, è pur sempre quello della pestilenza del 1630, di cui lo scrittore vuol indagare le cause, vuol seguire il decorso, vuol raccontare che cosa abbia prodotto negli uomini del tempo, riconoscendo in esso non tanto un castigo divino, come spesso si tende a fare, quanto piuttosto un’opportunità nella quale è sempre possibile una rinascita. Essa non può costituire una sorta di turbamento prodotto da Dio, per richiamare, non senza un rimprovero e un castigo, l’umanità; ma nello stesso tempo, dentro quel turbamento, che non si può attribuire a Dio, si può leggere un disegno provvidenziale, che appare sempre dopo all’occhio dell’uomo, quando, rileggendo i fatti, vi può trovare un filo della Provvidenza, la vera protagonista della storia manzoniana. Perciò questo fenomeno va letto come essenziale alla svolta del romanzo: una specie di “turbamento” con il quale però Dio prepara qualcosa di più grande, di più bello, di più certo, per un futuro che l’uomo spesso non immagina neppure, trovandosi irretito in un male che si aggroviglia. Di fatto, con l’appendice aggiuntiva della storia successiva, si può anche ritenere che la peste sia l’occasione per verificare il modo, che ha l’uomo, di destreggiarsi in presenza del male, riconoscendo, come fa Manzoni, che sia l’autorità, sia il singolo cittadino, risultano di fatto incapaci di venir fuori nel modo migliore, anche se non mancano episodi belli, delicati, con figure coraggiose ed eroiche, dominate dalla carità.

IL RACCONTO

NELLA EDIZIONE DEL 1840

Nell’economia del romanzo il racconto della pestilenza, occorsa nel 1630 a Milano e dintorni, occupa ben due capitoli della edizione del 1840. E probabilmente ne avrebbe richiesti anche di più sulla base delle sue ricerche sul periodo, presso vari scrittori, che cita in tanti passi e di cui sembra anche assumere il tono, il linguaggio e il lessico nel trattare la materia. Poi di fatto, ben consapevole che una simile divagazione dal racconto principale avrebbe comportato un certo disagio ai lettori, giustamente interessati ai protagonisti della vicenda, taglia tutta quella parte che non appare per nulla pertinente alla questione centrale del romanzo. Già la figura della monaca di Monza aveva richiesto una digressione notevole; e anche lì l’edizione definitiva si risolveva con la famosa conclusione che metteva a tacere tutte le nefandezze commesse con il suo sciagurato amante. Qui, però, lo sfondo storico di questo evento non è solo una cornice, un elemento aggiuntivo, ma costituisce elemento essenziale perché la vicenda possa approdare al suo esito finale positivo. Da buon cultore di cose storiche, Manzoni non può fare a meno di fornire i fatti e soprattutto i documenti che li registrano, perché sia ben affrescato il quadro che fa da sfondo alla vicenda dei personaggi della storia narrata. Per altri quadri di carattere storico Manzoni ricorre alla raffigurazione dei suoi personaggi che risultano ben stagliati nella storia, nella misura in cui sono delineati con ciò che succede loro intorno; oppure ne dà una rappresentazione in quello che mette loro in bocca, durante lo svolgersi dei fatti; oppure con annotazioni di costume, utili a far comprendere la situazione del secolo. Qui invece deve fermare il corso delle faccende che succedono ai diversi personaggi della vicenda e lasciare spazio a ciò che nel frattempo capita sull’orizzonte della grande storia, dentro la quale i suoi personaggi sono al momento assenti. Il grande affresco storico è quello della pestilenza, che da fenomeno mondiale, o almeno europeo, diventa poi soprattutto un fatto circoscritto al milanese e territori limitrofi, sul versante della bergamasca veneziana. E viene associato alla guerra in corso, quella che i manuali di storia definiscono dei Trent’anni. Il raccordo tra i due eventi è proprio nella calata della soldataglia alemanna nelle zone che vedono lo svolgersi della vicenda dei due sposi, ancora rimasti promessi. Quella calata porta con sé il morbo che poi dilaga. Manzoni dice chiaramente che quanto scrive è frutto di studi su autori contemporanei alla vicenda della peste. E questi studi sono talmente impressi in lui che non solo riferisce alcune citazioni, quasi a voler lasciare agli autori la responsabilità di quanto scrivono, ma dal linguaggio che assume, sembra addirittura che voglia farsi loro contemporaneo, come a voler lui stesso apparire “autoptico” nel raccontare come si sono svolti i fatti. Così la scena, davvero grandiosa e dilagante, viene rappresentata come per mettere i lettori “in diretta”e renderli partecipi “hic et nunc”, in quel momento e in quel luogo. Con questa modalità lo scrittore, non solo per i lettori del suo tempo, vuole che alcuni episodi della storia siano letti e considerati come qualcosa che si può ripresentare, e pertanto deve richiedere attenzione e riflessione adeguata. Se ne ricava, insomma, quell’intento didascalico che già si è scoperto in situazioni molto simili, da altri scrittori precedenti, i quali non fanno solo relazione degli eventi passati, ma vogliono soprattutto insegnare la storia come autentica “maestra di vita”, o come un possesso sempre utile (cioè un “ktèma eis aei”, secondo l’espressione ben nota di Tucidide).

Ci limitiamo ad alcuni passaggi per comprendere meglio il modo con cui Manzoni affronta la questione e la propone ai suoi lettori.

CAPITOLO XXXI.

1 – L’avvio del capitolo è dato da questa realtà introdotta con il nome evocativo di qualcosa di tragico, che si vorrebbe negare nel momento stesso in cui succede e che pure non si vorrebbe mai prendere in considerazione, perché rovinoso e fastidioso. Non si leggono mai i fatti in maniera realistica, ma per il modo con cui sono vissuti e poi letti e considerati: la storia è fatta sempre di persone che fanno emergere nei fatti i loro stati d’animo. È inevitabile creare connessioni fra episodi che si somigliano e così anche per questa pestilenza è normale che si rievochi la precedente, che del resto è nota come la “peste di S. Carlo”, non perché sia stato lui a produrla, ma perché lui è stato il grande protagonista della scienza con la sua azione di carità.

La peste un po’ dovunque, soprattutto nel Milanese

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrare con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia. Condotti dal filo della nostra storia, noi passiamo a raccontar gli avvenimenti principali di quella calamità; nel milanese, s’intende, anzi a Milano quasi esclusivamente: ché della città quasi esclusivamente trattano le memorie del tempo, come a un di presso accade sempre e per tutto, per buone e per cattive ragioni. E in questo racconto, il nostro fine non è, per dir la verità, soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale saranno a trovarsi i nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si può in ristretto, e per quanto si può da noi, un tratto di storia più famoso che conosciuto. (Opere, p.659)

La diffusione e i primi sintomi; richiamo alla peste precedente detta di S. Carlo

Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie così varie e così solenni d’un infortunio generale, può essa far primeggiare quella d’un uomo, perché a quest’uomo ha ispirato sentimenti e azioni più memorabili ancora de’ mali; stamparlo nelle menti, come un sunto di tutti que’ guai, perché in tutti l’ha spinto e intromesso, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; d’una calamità per tutti, lontano per quest’uomo come un’impresa; nominarla da lui, come una conquista, o una scoperta. (Opere, p.660-1)

2.

Manzoni si premura di mettere in risalto come reagisca la gente in simile circostanza. Ovviamente la sua attenzione è rivolta prima di tutto ai responsabili e in questo caso, a Milano, a chi svolge compiti politici, come il governatore, e a chi ha responsabilità di carattere pastorale, come l’arcivescovo Federigo Borromeo, degno erede del cugino.

Dal territorio di Lecco avvisaglie circa la peste non considerate.

L’ispezione invece fa capire che l’inevitabile è entrato e fa danni.

Arriva la notizia al governatore, ma costui è troppo preso dalla guerra …

Era quest’uomo, come già s’è detto, il celebre Ambrogio Spinola, mandato per raddirizzar quella guerra e riparare agli errori di don Gonzalo, e incidentemente, a governare; e noi pure possiamo qui incidentemente rammentar che morì dopo pochi mesi, in quella stessa guerra che gli stava tanto a cuore; e morì, non già di ferite sul campo, ma in letto, d’affanno e di struggimento, per rimproveri, torti, disgusti d’ogni specie ricevuti da quelli a cui serviva. La storia ha deplorata la sua sorte, e biasimata l’altrui sconoscenza; ha descritte con molta diligenza le sue imprese militari e politiche, lodata la sua previdenza, l’attività, la costanza: poteva anche cercare cos’abbia fatto di tutte queste qualità, quando la peste minacciava, invadeva una popolazione datagli in cura, o piuttosto in balìa. (Opere, p. 662)

È descritto il comportamento della gente. L’unico lodevole è il Card. Federigo …

Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella sua condotta, ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla. La penuria dell’anno antecedente, le angherie della soldatesca, le afflizioni d’animo, parvero più che bastanti a render ragione della mortalità: sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva nel senato, nel Consiglio de’ decurioni, in ogni magistrato. Trovo che il cardinal Federigo, appena si riseppero i primi casi di mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a’ parrochi, tra le altre cose, che ammonissero più e più volte i popoli dell’importanza e dell’obbligo di rivelare ogni similitudine accidente, e di consegnar le robe infette o sospette: e anche questa può essere contata tra le sue lodevoli singolarità. (Opere, p. 662-3)

3.

Si entra poi nella narrazione, partendo dal primo caso accertato … Si noterà che siamo in ambito militare, anche se comunque si tratta di un soldato locale. L’intervento di pulizia e di segregazione dei malati arriva in modo tardivo. E non sono meno sprovveduti i medici, che non sano come intervenire e si lasciano condizionare dalle stesse dicerie che dovrebbero mettere a tacere con la loro scienza. Altrettanto si comportano le autorità politiche che dovrebbero decidere e che invece si adeguano alle dicerie …

Il primo caso accertato …

L’uno e l’altro storico dicono che fu un soldato italiano al servizio di Spagna (…) Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì. Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più. Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.

(Opere, p. 664)

La diffusione e la reazione dei medici

Nella città, quello che già c’era stato disseminato da costoro, da’ loro panni, da’ loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale, e di più quello che c’entrava di nuovo, per l’imperfezion degli editti, per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli, andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell’anno, e ne’ primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso. Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati. (…) Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento. (Opere, p. 664-5)

Anche l’autorità somma in questo campo si adegua alle dicerie diffuse

Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario, stato professore di medicina all’università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cattedre d’altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna, Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione della scienza s’aggiungeva quella della vita, e all’ammirazione la benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i poveri. E, una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di stima ispirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più generale e più forte, il pover’uomo partecipava de’ pregiudizi più comuni e più funesti de’ suoi contemporanei: era più avanti di loro, ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e fa molte volte perdere l’autorità acquistata in altre maniere. Eppure quella grandissima che godeva, non solo non bastò a vincere, in questo caso, l’opinion di quello che i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico; ma non poté salvarlo dall’animosità e dagl’insulti di quella parte di esso che corre più facilmente da’ giudizi alle dimostrazioni e ai fatti. (Opere, p. 665-6)

4.

La pestilenza è in città e soprattutto nel luogo del confino: il Lazzeretto. Qui i medici si rivelano “sofisti”, andando a chiamare il morbo con altri termini e non con la parola giusta, come se il cambiamento del nome dovesse cambiare la natura del morbo. Invece il morbo infierisce. E le autorità governative intervengono tardi e male. Gli unici ad operare bene rimangono i frati, con a capo il padre Felice …

La diffusione a Milano e il lazzaretto

Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. (…) Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: ché, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. (…) Il padre Felice, sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto spazio interno, talvolta portando un’asta, talvolta non armato che di cilizio; animava e regolava ogni cosa; sedava i tumulti, faceva ragione alle querele, minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime. Prese, sul principio, la peste; ne guarì, e si rimise, con nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci lasciarono la più parte la vita, e tutti con allegrezza. Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la calamità, come i tempi; e quando non ne sapessimo altro, basterebbe per argomento, anzi per saggio d’una società molto rozza e mal regolata, il veder che quelli a cui toccava un così importante governo, non sapesser più farne altro che cederlo, né trovassero a chi cederlo, che uomini, per istituto, il più alieni da ciò. Ma è insieme un saggio non ignobile della forza e dell’abilità che la carità può dare in ogni tempo, e in qualunque ordin di cose, il veder quest’uomini sostenere un tal carico così bravamente. E fu bello lo stesso averlo accettato, senz’altra ragione che il non esserci chi lo volesse, senz’altro fine che di servire, senz’altra speranza in questo mondo, che d’una morte molto più invidiabile che invidiata; fu bello lo stesso esser loro offerto, solo perché era difficile e pericoloso, e si supponeva che il vigore e il sangue freddo, così necessario e raro in que’ momenti, essi lo dovevano avere. E perciò l’opera e il cuore di que’ frati meritano che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella specie di gratitudine che è dovuta, come in solido, per i gran servizi resi da uomini a uomini, e più dovuta a quelli che non se la propongono per ricompensa. (Opere, p. 666-668)

5. 

La questione degli untori viene introdotta per spiegare la presenza stessa del Lazzaretto: esso viene edificato e tuttora si riconosce presente un po’ ovunque, quando il male si diffonde un po’ rapidamente e richiede l’isolamento dei contagiati. Il contagio viene poi spiegato in maniera sbrigativa e approssimativa con la storia degli untori che sono visti operare un po’ dovunque e accusati e giudicati senza cognizione di causa. Il narratore qui si adatta a seguire i casi più noti, facendo notare che anche dopo anni il fatto è ben vivo nella memoria della gente.

L’episodio degli untori in duomo e tra le case

Ma due fatti, l’uno di cieca e indisciplinata paura, l’altro di non so quale cattività, furon quelli che convertirono quel sospetto indeterminato d’un attentato possibile, in sospetto, e per molti in certezza, d’un attentato positivo, e d’una trama reale. Alcuni, ai quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo andare ungendo un assito che serviva a dividere gli spazi assegnati a’ due sessi, fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l’assito e una quantità di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente della Sanità, accorso a far la visita, con quattro persone dell’ufizio, avendo visitato l’assito, le panche, le pile dell’acqua benedetta, senza trovar nulla che potesse confermare l’ignorante sospetto d’un attentato venefico, avesse, per compiacere all’immaginazioni altrui, e più tosto per abbondare in cautela, che per bisogno, avesse, dico, deciso che bastava dar una lavata all’assito. Quel volume di roba accatastata produsse una grand’impressione di spavento nella moltitudine, per cui un oggetto diventa così facilmente un argomento. Si disse e si credette generalmente che fossero state unte in duomo tutte le panche, le pareti, e fin le corde delle campane. Né si disse soltanto allora: tutte le memorie de’ contemporanei che parlano di quel fatto (alcune scritte molt’anni dopo), ne parlano con ugual sicurezza: e la storia sincera di esso, bisognerebbe indovinarla, se non si trovasse in una lettera del tribunale della sanità al governatore, che si conserva nell’archivio detto di san Fedele; dalla quale l’abbiamo cavata, e della quale sono le parole che abbiam messe in corsivo. La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo colpì gli occhi e le menti de’ cittadini. In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d’accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro (…)

Per levare ogni dubbio, trovò il tribunale della sanità un espediente proporzionato al bisogno, un modo di parlare agli occhi, quale i tempi potevano richiederlo o suggerirlo. In una delle feste della Pentecoste, usavano i cittadini di concorrere al cimitero di San Gregorio, fuori di Porta Orientale, a pregar per i morti dell’altro contagio, ch’eran sepolti là; e, prendendo dalla divozione opportunità di divertimento e di spettacolo, ci andavano, ognuno più in gala che potesse. Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia. Nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla gente a cavallo, e a piedi, i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno più; e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla. (Opere, p. 670-3)

Tra dicerie e voci, poi si fa strada la parola amara di … peste

In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro. Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessòri d’un tal genere. Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire. (Opere, p. 673) Nel modo stesso con cui lo scrittore propone il presentarsi della peste, che inizialmente non ha neppure quel nome (come se venisse in tal modo esorcizzato il male, proprio perché non se ne parlava), si può riconoscere quale possa essere la vera finalità che Manzoni vuol dare al suo racconto. Ogni evento richiede che si osservi, si ascolti, si faccia un confronto con i casi precedenti, che si pensi e si ragioni. Poi, e solo poi, se ne potrà parlare …

CAPITOLO XXXII

Anche nel capitolo successivo Manzoni insiste sul quadro descrittivo della peste, soffermandosi su quanto avviene a Milano; anche perché, poi, riprendendo la narrazione dei suoi personaggi, deve avere come sfondo della vicenda la città con le sue vie, le sue case, e soprattutto il suo Lazzaretto. Le scene descritte continuano comunque sulla linea di quanto è stato scritto in precedenza. Soprattutto si fa riferimento alla processione con l’urna di S. Carlo, che il governo chiede all’autorità religiosa, dimostrando in tal modo di non riuscire a far fronte al problema. Il Card. Federigo cerca di opporsi alla richiesta, appunto perché è consapevole che l’affollamento potrebbe comportare un’ulteriore occasione di contagio; ma poi, alla fine deve cedere. Manzoni ha così l’opportunità per de-nunciare come questo ricorso alla pietà religiosa dimostrava il sopravvento della superstizione, più che non un vero sussulto di fede sincera. E ciò che segue a quella prova di forza dell’autorità cittadina sull’arcivescovo rivela come nella città era venuto meno ogni dimostrazione di buon senso … Manzoni affida il giudizio ad uno scrittore del tempo, ma poi vi aggiunge il suo con una frase sapienziale che vale un po’ sempre, se appunto il povero senno che gli uomini dovrebbero dimostrare non sa neppure riconoscere i fantasmi che spesso si creano a partire dalla paura e dallo sragionare …

Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva un mezzo bastante, né appropriato a una morte così vasta, e così diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era stato possibile all’occhio così attento, e pur così travedente, del sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su’ muri, né altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell’altro ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune d’Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate, si attaccano agli strascichi de’ vestiti, e tanto più ai piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi. “Vide pertanto, – dice uno scrittore contemporaneo, – l’istesso giorno della processione, la pietà cozzar con l’empietà, la perfidia con la sincerità, la perdita con l’acquisto”. Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sé . (Opere, p. 679)

A questa follia si oppone quel tipo di buon senso che invece si riscontra negli uomini provvisti soprattutto di carità, capace di spingersi fino all’eroismo, perché lì l’amore non è solo quello dei buoni sentimenti, non è quello dei buoni propositi, non è dovuto alla filantropia; esso è soprattutto espressione del vero spirito religioso, quello che deriva dalla Spirito divino che conduce ad agire bene proprio dove il male trionfa e vorrebbe tutto travolgere e soffocare. Lo scrittore non manca di esaltare quanto venne fatto in quella circostanza da uomini coraggiosi fino al martirio, sui quali evidentemente bisogna puntare quando le circostanze sembrano lasciar prevalere le forze diaboliche del male. Viene pure dato risalto all’opera dei medici, quelli che in presenza del male, non si ritirano, ma sono pronti a morire sul campo. Il quadro poi impressionante è dato anche dalla mancanza di mezzi di sussistenza, che arrivano per la carità dei privati e non per l’interessamento dell’autorità pubblica.

Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furono pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego. Dove spiccò una generale più e più pronta e costante fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si pativa, ce n’era; sempre si videro mescolati, confusi co’ languenti, co’ moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi;  ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali;  prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze.  Più di sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto noni all’incirca. Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. Mortagli intorno quasi tutta la famiglia arcivescovile, e facendogli istanza parenti, alti magistrati, principi circonvicini, che s’allontanasse dal pericolo, ritirandosi in qualche villa, rigettò un tal consiglio, e resistette all’istanze, con quell’animo, con cui scriveva ai parrochi: “siate disposti ad abbandonare questa vita mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliolanza nostra: andate con amore incontro alla peste, come a un premio, come a una vita, quando ci sia da guadagnare un’anima a Cristo”. Non trascurò quelle cautele che non gl’impedissero di fare il suo dovere (sulla qual cosa diede anche istruzioni e regole al clero);  e insieme non curò il pericolo, né parve che se n’avvedesse, quando, per far del bene, bisognava passare per quello. Senza parlare degli ecclesiastici, coi quali era sempre per lodare e regolare il loro zelo, per eccitare chiunque di loro andasse freddo nel lavoro, per mandarli ai posti dove altri eran morti, volle che fosse aperto l’adito a chiunque avesse bisogno di lui. Visitava i lazzeretti, per dar consolazione agl’infermi, e per animare i serventi; scorreva la città, portando soccorsi ai poveri sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto le finestre, ad ascoltare i loro lamenti, a dare in cambio parole di consolazione e di coraggio. Si cacciò in somma e visse nel mezzo della pestilenza, maravigliato anche lui alla fine, d’esserne uscito illeso. (Opere, p. 682-3)

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Anche nel racconto che Manzoni fa di questo fenomeno ha il sopravvento l’attenzione al modo con cui le persone agiscono e reagiscono al male. Più che non un’analisi dell’evento sotto il profilo sanitario, sia per parlare del morbo e soprattutto per fare una diagnosi precisa e più ancora dare una indicazione terapeutica efficace e risolutiva da assumere anche in chiave didascalica per episodi analoghi successivi, Manzoni si preoccupa di seguire la reazione che ne ebbe la gente. E la propone sia fra coloro che svolgevano compiti di governo, ad alto livello o sul piano territoriale, sia fra la gente comune, che non viene esentata da colpe e da responsabilità in situazioni del genere. Il rilievo è dato anche alla capacità di tenuta e di senso civico che si deve dimostrare, proprio quando la situazione si fa problematica e pericolosa. E qui emerge amaramente un disorientamento che non esime da colpe: da una parte c’è l’autorità che non assume di fatto i ruoli che le competono; ma anche la gente comune non rivela, oltre lo sconcerto del primo momento, un agire coerente e responsabile. Lo scrittore tende a marcare più che mai questi errori, che per lui sono particolarmente gravi.

Nei comportamenti riprovevoli e mancanti delle autorità politiche e mediche Manzoni ha però probabilmente esagerato nel vedere sempre meschineria, cattiveria e interesse dove in realtà c’era prima di ogni altra cosa la spaventosa condizione di ignoranza di quei tempi, e negative consuetudini non certo limitate ai milanesi del 1630. Nel Fermo Manzoni era stato su questi punti più preciso, come in generale in tutta la ricostruzione di queste vicende. Aveva ad esempio, introdotto un interessante confronto con la peste di Bergamo, sempre nel 1630, e aveva constatato come anche lì si fossero verificati casi in tutto simili a quelli di Milano, colpevoli negligenze, manifestazioni di fanatismo, credulità, credenza nelle unzioni. (Suitner, p. 152)

D’altra parte nella natura stessa degli scritti manzoniani una simile attenzione alla componente umana non poteva affatto mancare, perché lo scrittore non concepisce la storia solo come elenco di fatti, con una descrizione che si vorrebbe veritiera, perché si presenta come oggettiva sequela di eventi, l’uno di seguito all’altro. Egli vuole piuttosto avere al centro la persona, ogni persona, a tal punto che i protagonisti del suo romanzo sono figure che nelle opere classiche non sarebbero neppure esistite se non come comparse. E anche nell’affresco dedicato alla peste i personaggi a cui dedica attenzione sono sempre quelli della gente comune; e anche quando deve parlare di eroi, li va a cercare tra quanti, anonimi, si dedicano con grande generosità agli ammalati, che sono abbandonati da tutti, rimanendo loro accanto fino alla loro morte, e morendo loro stessi. Certo, non mancano neppure i personaggi famosi, quelli che hanno responsabilità di governo, sia nell’ambito civile, magari perché addetti alla sanità pubblica, sia nell’ambito religioso, perché anche questa pestilenza sia il campo d’azione di uno che non sarà mai proclamato santo, ma è pur sempre un uomo dalla carità eroica. Più che la pietà religiosa, in queste figure deve risplendere, per lo scrittore, l’abnegazione che porta a non mettere in risalto il proprio nome, ma ad esaltare una missione, che è tale nella misura in cui prevale sempre il bene degli altri prima del proprio. Ovviamente devono essere considerate queste figure come le più importanti e soprattutto come quelle che non devono essere solo ammirate, ma imitate in circostanze analoghe. Per questo lo scrittore li segnala, non tanto per farne dei “santini”, quanto piuttosto per sottolineare che anche in un momento oscuro e bestiale, la fisionomia umana non degrada totalmente; anzi, essa si mantiene solida e addirittura può crescere, grazie a quanti si lasciano condurre, insieme con la pietà, da quel “buon senso”, che non si smarrisce mai, neppure quando intorno aumenta l’irrazionalità. Il lato umano, dunque, è l’aspetto che si riconosce primeggiare in un simile contesto, e il quadro desolato e desolante permette di riconoscere ancora di più il valore di quanti non si adattano al sistema o non lasciano prevalere interessi particolari rispetto alla situazione generale così tragica. Insomma, il quadro particolarmente degradato, che altri avrebbero definito brutale, per il progressivo accrescere della bestialità, delle forme accentuate di egoismo – cosa comunque non taciuta dall’autore – è pure l’occasione nella quale si fanno strada anche coloro che esaltano le migliori qualità umane. E il fenomeno è da mettere in risalto perché anche in altre circostanze si possa far leva su coloro che si rivelano grandi e forti nel sapere affrontare quello che forse non avrebbero mai saputo fronteggiare in quel modo. Manzoni non è comunque così sprovveduto da non vedere i lati negativi, quelli che trovano spazio in figure meschine, quando queste hanno di vista un interesse immediato o il tornaconto economico rispetto ad un bene più alto, come la salva-guardia della vita delle persone. Il rilievo dato al fatto che le autorità pubbliche cercano inizialmente di mettere a tacere le voci, ma anche le documentazioni della diffusione del male, lascia intendere che spesso si vuol pensare più all’interesse di bottega, che non al bene davvero comu-ne, soprattutto se questo riguarda anche tanta povera gente comune.

Le città appestate venivano isolate, la loro attività economica e commerciale subiva un durissimo colpo. Di qui la comune riluttanza ad ammettere il contagio, nel timore soprattutto della diffusione della notizia nei paesi vicini, costretti a quel punto a troncare i traffici con la città contaminata. Il timore dell’isolamento e dei gravissimi danni economici che comportava prevaleva spesso su ogni altra considerazione e spingeva a non ammettere la calamità che quando questa era ormai conclamata. (Suitner, p. 153) 

E per quanto riguarda la ricerca delle colpe e dei colpevoli si dà ampio spazio nella relazione manzoniana alle questioni politiche del tempo e quindi anche a complotti di schieramenti opposti, che sul fronte della guerra in corso, facevano uso di armi poi definite non convenzionali. Di qui l’accusa ai francesi; e più ancora alle solite vittime di queste circo-stanze, che sono gli Ebrei, per i quali sovrasta sempre la solita accusa e le solite pene, tutte dettate dalla irrazionalità più spregiudicata. Ciò che compare nel Milanese, dove Manzoni concentra la sua attenzione, valeva allora – e vale tutt’oggi – anche altrove …

A Venezia la peste del 1576 non provocò un’esplosione di comportamenti irrazionali paragonabili a quella milanese successiva. Anche qui però si verificarono aumento della delinquenza, faide personali, difficoltà amministrative di vario genere, diffusione di rimedi medici fasulli. Le autorità contennero il dilagare di pratiche superstiziose, non favorirono le voci riguardanti gli untori. Queste voci ci furono a Venezia come in tante altre città, così come anche nel Veneto ci fu in alcuni la tentazione di addebitare la peste a oscuri complotti politici o addirittura agli ebrei, e più comunemente ancora agli influssi astrali nefasti. Un po’ come a Milano, dove molta gente credeva che l’epidemia fosse stata diffusa dai francesi, o addirittura fosse frutto di complotti in cui volta a volta venivano implicate le stesse autorità cittadine, fino allo stesso sovrano spagnolo Filippo IV. A Venezia non ci furono processi agli untori, e nel complesso non accaddero i disastri che caratterizzarono la crisi milanese del 1630 ma, come penso che si sia chiaramente capito, il quadro generale di riferimento non è in fondo diversissimo, e il discorso che si fa per Venezia andrebbe fatto per molti altri centri. Il comportamento irrazionale e non previdente del popolo e delle autorità, le false credenze e le superstizioni diffuse, le insufficienze della medicina ufficiale, il diffondersi della prepotenza e della delinquenza erano compagni usuali delle epidemie di “morte nera”. Il comportamento delle autorità milanesi fu certamente censurabile, ma purtroppo in buona parte simile a quello comune a quei tempi nelle città italiane. La loro colpa maggiore è senz’altro da identificare nella maggiore disponibilità, che ad un certo punto si evidenziò, alla persecuzione degli untori e dei presunti tali. La pestilenza ebbe a Milano conseguenze catastrofiche, e la sua violenza fu veramente selvaggia. (Suitner, p. 154-5)

L’approccio manzoniano al tema della peste mette dunque in risalto i personaggi che vi sono coinvolti, dall’una e dall’altra parte, sempre per condannare la stoltezza e soprattutto l’ingiustizia a cui si devono opporre i casi, per quanto non sempre debitamente riconosciuti, di alcuni che si sono prodigati in maniera lodevole ed eroica. La particolare attenzione dedicata poi al delirio verso gli untori o supposti tali ha portato lo scrittore a fare ulteriori ricerche su processi che ne sono derivati, e a far emergere così la sua vena moralistica che tende a cercare le responsabilità individuali.

Manzoni, coerentemente col suo generale giudizio sul Seicento e sulla Milano spagnola, non accettava la giustificazione storicistica, e riportava la colpa individualmente ai giudici; era stata la debolezza e la corruzione ad aver impedito loro di giudicare secondo coscienza. I motivi di questa polemica non mancano di suscitare ancor oggi l’interesse del pubblico. Non molto tempo fa Leonardo Sciascia ha scritto che “più vicini che all’illuminista ci sentiamo oggi al cattolico. Pietro Verri guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni, Manzoni alle responsabilità individuali”. Il discorso manzoniano sulle responsabilità è moralmente elevatissimo e costituisce ancor oggi un notevole insegnamento. Il suo punto di vista è in un certo senso illuministico, anche se in questo caso si accorda assai bene con la tendenza moralistica. Profondamente persuaso della sua tesi, Manzoni si è chinato a cercare nei minimi dettagli delle carte processuali gli indizi della malafede dei giudici. Come sempre in questi casi ha utilizzato la sua intelligenza corrosiva per ragionare sui particolari fino a ricavare le singole battute degli interrogatori, le circostanze in cui è applicato il tormento fisico, tutto proteso a cogliere i giudici in flagranza di malafede, con una intenzionalità che alle volte non si sottrae alle forzature di fronte a una documentazione palesemente limitata. (Suitner, p. 155-6)

BIBLIOGRAFIA

1- Alessandro Manzoni, OPERE – Mursia, Le Corone, 1965

2. Franco Suitner, I PROMESSI SPOSI, UN’IDEA DI ROMANZO – Carocci Editore, 2012

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