IL SIGNORE E’ ANCORA TRA NOI : BUONA PASQUA 2020

 

L’hanno voluto mettere a tacere. L’hanno voluto imprigionare nella morte. L’hanno voluto radiare da questo mondo. Ma il Signore non si lascia né comprimere, né opprimere, né deprimere. E vince, senza neppure voler avvincere, e quindi legare, imbrigliare, imbavagliare chi lo aveva messo a tacere. Vince, piuttosto, volendo convincere, cioè coinvolgere anche noi nella sua vittoria, perché, uscito dal sepolcro, va a raccogliere i suoi, quasi raggiungendoli uno per uno, perché, lasciandosi raggiungere dalla sua presenza, si ritrovino loro più vivi. Si ritrovino soprattutto capaci di continuare la sua passione, quella che, anche a far soffrire – e spesso non poco –, fa comunque vivere, e fa vivere meglio, perché con essa siamo in grado di reagire bene in presenza del male. Oggi siamo noi ad essere come sepolti, barricati in casa, come erano chiusi per paura i discepoli che si erano sbandati nelle ore buie della tragedia, inetti, inebetiti, sprovveduti, frastornati. Oggi ci troviamo noi, non a recitare quella parte, ma a vivere una esperienza amara che vorrebbe spegnere l’entusiasmo, la voglia di vivere e di reagire al male. Anche a provare amarezza, come l’ha provata il Signore davanti alla sua ora terribile, non dobbiamo reagire in maniera scomposta o in maniera disarmata e disarmante, propria di chi si lascia andare allo scoramento. Qui piuttosto è opportuno divenire più coraggiosi nell’affrontare la situazione, come hanno fatto le donne che sono andate al sepolcro, anche a sapere che non c’era più nulla da fare. Ma proprio questo loro coraggio ha permesso di diventare le prime a raccogliere la bella notizia. Leggi tutto “IL SIGNORE E’ ANCORA TRA NOI : BUONA PASQUA 2020”

VENERDI ‘ SANTO 2020: FINO ALL’ULTIMO RESPIRO CON UNO SPIRITO NUOVO

Nel giorno commemorativo della morte del Signore bisognerebbe tacere. Lui stesso, sottoposto al processo, in gran parte di quel momento drammatico, secondo i sinottici, non secondo Giovanni, avrebbe opposto ai suoi calunniatori il silenzio. Si ricordano piuttosto le sette parole dette in croce dal Signore: poche, indubbiamente, anche se il numero simbolico fa pensare che ve ne fossero altre, che ne avesse da dire all’infinito. E tuttavia, soprattutto da quella posizione, diventava per lui molto difficoltoso parlare, se non altro perché il respiro si faceva più precario, e, secondo gli studiosi, quella dolorosa situazione portava alla morte per asfissia, resa anche più acuta dai dolori fisici e, non di meno, da quelli di natura psicologica. Proprio per questo suo modo di morire, egli merita più attenzione oggi, in presenza di una serie di morti, che non dobbiamo attribuire ad una crocifissione come la sua, ma a qualcosa di analogo, che tanti hanno dovuto affrontare, anche ad essere adagiati su un letto d’ospedale, e seguiti con tanti mezzi che sono risultati impotenti a scongiurare il crollo definitivo. Gesù è spirato dopo poche ore dalla sua crocifissione, e Pilato – secondo la testimonianza di Marco – “si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo”. Evidentemente egli riteneva che potesse durare più a lungo in una lunga e straziante agonia, come sarebbe stato anche per gli altri due, a cui furono rotte le gambe proprio per affrettare la morte. E così, a questo punto, essa interviene per soffocamento, non potendo più i condannati far leva sulle gambe stesse per continuare a respirare. Proprio questo “modo” di morire ci fa pensare in questi nostri giorni ai tanti a cui è sopraggiunta la morte, procurata da un virus mortale che blocca le vie respiratorie. Il dramma che stiamo vivendo, non solo per una propagazione così repentina e capillare un po’ dovunque, ma anche per la mancanza di strutture adeguate al fine di soccorrere chi non ce la fa con le proprie forze, ci fa considerare un aspetto della dolorosa agonia di Cristo in croce a cui spesso non badiamo, se non altro perché ci sconcertano le forme di violenza a cui il suo corpo è stato sottoposto sia nel processo, sia nella esecuzione della condanna. Indubbiamente le numerose piaghe diffuse sul corpo, il tanto sangue versato, i dolori lancinanti che sono intervenuti per le tante battiture hanno un peso considerevole in questo suo martirio. E tuttavia, per quanto possano essere davvero terribili i dolori patiti, il vangelo non insiste su questi, che noi osiamo definire dettagli e che dettagli in realtà non sono. Il vangelo, pur accennando alla flagellazione, pur parlando delle percosse, pur dicendo, nei particolari, della coronazione di spine – su cui si sofferma più che non sulla flagellazione – sembra quasi non indugiare nella loro descrizione, come pure nell’offrire commenti o annotazioni anche marginali, come capita di sentire per alcuni episodi – quali il pianto per l’amico Lazzaro o il giudizio piuttosto severo su Giuda nella cena di Betania , ma dà della fisionomia di Gesù in queste ore una descrizione che lo qualifica come uomo forte e dignitoso, aperto al perdono e ancora capace di confortare, come fa con la madre e il discepolo, come fa con il ladro pentito. Ha difficoltà a respirare e tuttavia ha pure la forza di gridare e la bontà di promettere il Regno a chi si raccomanda a lui. Ecco perché dobbiamo riconoscere che, pur non mancando dolori atroci – che non vanno affatto sminuiti – qui si deve “leggere” il grande amore del Signore, il quale, mentre sente venir meno il respiro, non tralascia di far uscire da sé il suo Spirito. Nel momento in cui si arriva a parlare della sua morte, si dice che egli “emise” (o “consegnò”) il suo spirito. Queste parole non sono semplicemente una annotazione di circostanza, come si farebbe per chiunque è nell’atto di esalare l’ultimo respiro, ma è più profondamente la presentazione di quel grande dono che il Signore Gesù, come Dio, come Figlio di Dio, lascia di sé, con lo Spirito. Questo Spirito giustamente qui viene segnalato come il lascito testamentario suo per noi. Non ha semplicemente dato l’ultimo fiato che aveva in gola, ma ha messo a disposizione nostra e per la nostra salvezza lo Spirito, che in effetti “emise”, nel senso di “mandar fuori”, cioè di dare in mano a noi, facendo uscire da sé. Proprio per questo possiamo dire che egli l’ha davvero messo in consegna, ben più del respiro d’aria, che pur necessita per stare in vita. È lo Spirito che appartenendo a Dio viene compartecipato a noi, sempre, ma in modo particolare per noi, in quel momento estremo che fa comprendere quanto sia davvero grande, vero, bello e profondo questo dono, che non è solo qualcosa di sé, ma proprio tutto di sé. E lo Spirito è colui che rivela come la persona di Dio sia tutta in uscita per noi, così come nell’uomo si rivela, quando anche noi non pensiamo più e prima a noi stessi, ma agli altri, come abbiamo visto fare e soprattutto come abbiamo visto essere anche in questi giorni veramente speciali e autentici per questo motivo. Possiamo vedere lo Spirito in coloro che hanno dato tutto di sé perché altri potessero vivere e lo possono davvero in questa pandemia di morte, ma anche di risurrezione per tanti.

E mentre pensiamo a questo istante di vita del Figlio dell’uomo, che nell’esalare l’ultimo respiro, dà il suo Spirito, vorremmo qui pensare ai tanti che sono morti (e ancora stanno morendo!) in questi giorni, privati del loro respiro da un virus terribile che soffoca; come pure a coloro che sono riusciti a sopravvivere, ma sentendo prossima la fine nelle varie crisi respiratorie. E vogliamo riconoscere che, anche da questo loro “venerdì santo”, molto più lungo, se distribuito di diversi giorni, anche senza essere santi, viene a noi una grazia speciale da quanto essi ci hanno dato e ci hanno lasciato come eredità del loro vivere, perché da noi continui, ben oltre le miserie umane dei nostri giorni, miserie fatte spesso di polemiche inutili, di recriminazioni solo dannose, di risentimenti senza costrutto. Questa grazia è lo Spirito che il Signore ci ha dato proprio nel suo morire; e ci viene anche da questo vivere il momento estremo di coloro che hanno da farci la consegna di sé, perché il loro spirito viva in noi e ci faccia vivere bene, come avrebbero voluto vivere loro, come pure ci hanno mostrato nel loro vivere e soprattutto nel loro morire. Lo hanno fatto da “poveri cristi”, spesso anche piagati, ma sempre con la volontà di darci il meglio, che sarebbe veramente poco onorevole e gratificante non raccogliere, perché facciamo anche noi il meglio, sempre e solo il meglio, pur in una situazione che ci appare come il peggio che ci sia potuto capitare. Nel rantolo di un respiro, che non viene più, molti hanno vissuto il loro “venerdì santo”, ma come il Figlio dell’uomo, anch’essi, veri figli dell’uomo, ci hanno dato in consegna quello che hanno fatto, spesso anche con amore e dedizione, perché sia raccolto così, mai con rabbia o con disperazione. E noi, stando sotto quella croce, che non è più quella fabbricata come simbolo di martirio oppure come decorazione per i luoghi o per il nostro corpo, stando sotto la croce di quanti sono caduti, abbracciati da nessuno di noi, ma dal Figlio dell’uomo che in loro si identifica, vogliamo, come i discepoli di allora, impotenti e devastati da tanto male, raccogliere questa eredità, sapendo di portare dentro di noi la vera sola energia che ci fa vivere meglio, anche in mezzo a questa prova e anche a superarla. È la forza che deriva dal loro respiro venuto a mancare perché a noi passasse il loro spirito che invece non mancherà mai. Così, invece di sentirci svuotati per i tanti che abbiamo visto cadere attorno a noi, ci sentiamo ricaricati da loro, così come ci sentiamo rivitalizzati dal morire di Cristo, che anche oggi, come sempre, ci ricorda che lui, anche a morire – anzi, proprio perché è morto – è la risurrezione e la vita. È la nostra risurrezione e la nostra vita. Lo è ancora di più quest’anno per tutte queste persone che hanno sentito venir meno il respiro e hanno lasciato lo Spirito, perché dopo questi giorni, chiusi dentro, per paura, possiamo venir fuori allo scoperto, come portatori in noi, non solo di un’aria nuova, ma soprattutto dello Spirito del Signore che ci fa vivere meglio, ci fa e ci farà vivere davvero “da Dio”!

 

La Via Crucis con Raffaello Sanzio.

L’esercizio della pietà cristiana di accompagnare il Signore nel suo percorso “glorioso” è stato qui vissuto con il grande artista rinascimentale, rievocato a 500 anni dalla morte; evento, che è da collocare in concomitanza con il giorno rievocativo della morte e della sepoltura del Signore. Sembra che l’artista stesso sia particolarmente segnato da questo incontro con il Signore che ha servito, con tutte le incoerenze dei comuni mortali, mettendo a profitto il suo genio artistico. Lo ha fatto, non tanto perché abbia servito nel cuore della cristianità, in quella Roma rinascimentale che proprio per lui e per tanti altri si abbelliva in quegli anni, ma perché la sua sensibilità religiosa, che possiamo cogliere nelle sue opere, anche a non avere un soggetto in quella direzione, lo faceva essere “divino”, come viene anche definito. Lo era, davvero! Lo era, non solo perché le belle fisionomie dei suoi soggetti ci trasportano in un’aura incantata e misteriosa, ma perché ci sentiamo avvicinare più che mai al divino, partendo da quanto di meglio egli poteva riscontrare nell’umano”. 
Percorriamo la Via Crucis accompagnati dalle opere di Raffaello.

IL SERVO DI JAHWE, IL SERVO SOFFERENTE, IL SERVO CHE DONA TUTTO SE STESSO

RIFLESSIONI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS: Riflessione sul testo di Isaia 52,13-53,12 

Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente. Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo -, così si meraviglieranno di lui molte nazioni; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito. Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua posterità? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per la colpa del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli.

Ci ritroviamo ogni anno questa pagina in occasione della Passione del Signore e rileggendola abbiamo davanti agli occhi le sofferenze di Gesù, perché a lui noi pensiamo, alla dolorosa esperienza che ha dovuto provare. E sembra piuttosto strano che un uomo descriva secoli prima, con dettagli simili, quello che poi effettivamente avvenne. Leggi tutto “IL SERVO DI JAHWE, IL SERVO SOFFERENTE, IL SERVO CHE DONA TUTTO SE STESSO”

IO CREDO … sabato “in traditione symboli”

 

SABATO “IN TRADITIONE SYMBOLI” (per una consegna della fede in un periodo in cui è messa a dura prova)

4 aprile 2020 – nella memoria della morte di S. Ambrogio

La tradizione liturgica ambrosiana propone nel sabato precedente la Settimana Santa, definita “Authentica”, una celebrazione particolare che predispone i battezzandi della vicina Veglia pasquale a confessare la propria fede in pubblico. Questo giorno è ancora oggi definito il sabato “In traditione symboli”. È dunque il giorno della consegna del “CREDO”, che i catecumeni dovevano imparare, per essere pronti a dirlo con la comunità cristiana nella notte di Pasqua. Erano preparati a questo durante la Quaresima – durante il suo episcopato Ambrogio ci teneva a dare personalmente le istruzioni necessarie – e qui con la consegna si avviava l’ultima fase corrispondente alla settimana della Passione. Ancora oggi si conserva questo rito, che non solo serve a quanti da adulti si accostano al Battesimo, celebrato nella notte di Pasqua; è ormai una tradizione che i giovani, anche ad essere già battezzati, si trovino con il Vescovo in questa circostanza per rinnovare la propria fede da testimoniare poi nel vivere quotidiano. E questo deve valere un po’ per tutti, in modo particolare in un tempo nel quale si pensa sempre più che la fede sia una questione privata e che non abbia più alcuna rilevanza sociale. Perciò anche noi, siamo chiamati in questo giorno a “rinnovare” la nostra fede: siamo invitati a dire il “simbolo”, cioè il riassunto della fede, codificato con le formule del Credo apostolico, quello imparato con il catechismo, e poi riproposto con la fede elaborata e sostenuta nei Concili di Nicea e di Costantinopoli, per riaffermare rispettivamente la fede nella divinità di Gesù e nella divinità dello Spirito, da noi oggi detto durante la Messa. Dobbiamo usare, sì, queste formule, ma le dovremmo dire cercando di comprendere meglio le parole che diciamo, e che non dicono soltanto dei concetti, quanto piuttosto l’essere di Dio che corrisponde pienamente al suo agire “per noi e per la nostra salvezza”. Leggi tutto “IO CREDO … sabato “in traditione symboli””

Ritroviamoci uniti nella preghiera.

Crocifissione (Chagall)

Venerdì 10 aprile è  VENERDI’ SANTO e sarebbe bello, come qualche socio ha suggerito, che ci ritrovassimo “idealmente” tutti insieme alle tre del pomeriggio, momento della morte di Gesù in Croce, a recitare la preghiera di don Ivano, che trovate pubblicata in questa pagina.

Auguro a tutti una buona Pasqua.
Cordiali saluti.
Cesare Cavenaghi

Riflessione sul Vangelo della V domenica di quaresima.

Due sorelle, seppur a distanza, dicono la stessa cosa, esprimono il medesimo lamento che suona come un rimprovero verso colui che avevano amico: “Signore, se tu fossi stato qui …”. Ma evidentemente lui non è arrivato per tempo, anche se per tempo era stato avvertito; gli era stato detto che la situazione era tragica. Ma lui ha continuato ad aspettare, con una scusa che noi oggi finiremmo per interpretare male. Convinto che la malattia non è mortale, che, anzi, “è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, Gesù non si muove, neppure in presenza dell’appello accorato delle due donne preoccupate per le condizioni del fratello. Poi, quando ormai la situazione ha preso una brutta piega, si decide, finalmente, a muoversi pur con tutti i rischi. Lo sa che è morto; e ora ci va. A che fare? Ormai! Sì, ormai anche le sorelle, sfiduciate, non si aspettano più nulla, anche se la loro fiducia nel Maestro è immutata. E tuttavia non rinunciano a dire il loro disappunto, per questa sua assenza, per questo suo ritardo, per questo suo modo di fare che sembrava poco interessato all’amicizia. Dov’è l’amico, quando uno ha veramente bisogno? Dove sta il taumaturgo, quando noi stiamo male? Perché tarda a dire la sua e a fare qualcosa prima che sia troppo tardi? Oggi, più che mai, le parole delle sorelle di Betania possono essere anche nostre, in presenza dei morti che abbiamo cari e più ancora dei morti di questi giorni che vediamo più che mai abbandonati, proprio quando avrebbero più bisogno di sentirsi sostenuti nell’estremo passaggio, in quel tipo di passamano che li fa sentire sorretti da noi e dalla mano di Dio che li riceve. Spesso, alle esequie, trovo questa pagina, e soprattutto questo sfogo, molto pertinenti alla situazione. Oggi, ancora di più. E come in altre occasioni mi permetto di aggiungere al Signore: “Non rispondermi … non tentare di giustificarti in presenza di questa mia lamentela. Mi basta solo di aver espresso il mio disappunto, aggiungendo poi di provvedere a loro, non a me; di provvedere non a quella risurrezione provvisoria, come è stato nel caso di Lazzaro, ma a quell’incontro beatificante, che mi piacerebbe fosse come quello del buon ladrone, ladro anche nell’estremo istante, ladro, finalmente dalla parte giusta, per avere subito l’accesso al Regno che noi immaginiamo debba passare, per certe categorie di persone, da un periodo di purificazione”. Neppure Marta aveva fatto la richiesta di una risurrezione ritenuta improbabile, e che invece avvenne davanti ai suoi occhi stupefatti. Marta si era limitata a dire a Gesù di intercedere presso il Padre. Anche noi ci aggrappiamo a questa sua mediazione, perché Gesù, uomo come noi, uomo del dolore come noi, può davvero capire il nostro dolore, che è pure il suo, come dimostra, piangendo per l’amico, come dimostra, dicendo al Padre tutta la sua angoscia nella notte più nera. E quando Marta si sente dire da Gesù una dichiarazione che ha come il sapore di un’affermazione dottrinale, non risponde affatto con l’assenso ad una definizione dal sapore filosofico. Lei crede in Lui! Crede nella sua persona. Crede che dentro quella persona c’è lo Spirito stesso di Dio, colui che anche in presenza del male più terribile e più temibile, fa emergere nell’uomo e nella donna tutta la forza e la verità che sono necessarie perché il vivere sia superiore al morire, anche a dover morire. Ecco, anch’io, pur con il grande rammarico di non poter vedere più tante persone care, perse nel passato e perse in questi pochi giorni, quando una specie di bollettino di guerra mi presenta nomi e volti di tanti che sono passati nel mio vivere o nel vivere di altri che hanno sfiorato la mia esistenza, e mi sento sempre più attanagliato da un dolore impotente, da uno sconvolgimento che vorrebbe farmi disperare, voglio qui dire quello che ha detto Marta. In questa occasione la sento davvero grande, Marta, colei che altrove è accusata di essere tutta affaccendata nelle cose e di aver poca profondità nel vivere. Lei, proprio lei dice con fierezza che Gesù è il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo! E anch’ io voglio dirgli non gli elaborati della dottrina, pur utile, ma voglio affermare che è il mio Signore e il mio Dio, più volte dichiarato in questo modo; è colui al quale mi aggrappo, come il ladro in croce, per avere, nel momento della sua morte, tutta la forza della sua vita, e quindi lo Spirito, con la speranza che nella mia morte possa avere la vita eterna, anche ad avere colpe da espiare. Eppure il Signore in croce, nel momento della morte che è il momento della verità, non promette al ladro di averlo con sé dopo che avrà espiato, così come non promette la salvezza a Zaccheo dopo che avrà restituito il maltolto.

“Oggi, oggi, Signore, io ti chiedo la salvezza, quella che tu prometti sempre, accompagnandola con l’“oggi”, non per svilire le nostre colpe, che sono sempre gravi, ma per dare più peso al tuo amore che è sempre più grande”. Semmai, l’espiazione la proviamo ora, nell’angoscioso tormento di sentire sopra il collo l’aria di morte e di non sentire a sufficienza l’aria nei polmoni. Sentiamo piuttosto la vicinanza del Signore, lui che non ha paura di toccare persino il lebbroso, perché guarisca. Eppure gli poteva bastare, anche da lontano, la parola. Sentiamo la sua vicinanza, la medesima del buon Samaritano che non ha paura di sollevare il disgraziato, dopo aver pulito le sue piaghe. Sentiamo la vicinanza anche quando osa entrare nella tomba, prima quella dell’amico e poi la sua, perché fino a quel punto vale la sua incarnazione! E allora può capire – sì, capire – che cosa significa non solo il nostro vivere, ma anche quel momento dell’esistenza umana che è la morte: essa oggi ci sfiora, in coloro che cadono attorno a noi; domani – il più lontano possibile! – ci prenderà, ma sapendo che lui è entrato nel nostro morire, si è rinchiuso nel nostro essere sepolti, noi abbiamo la speranza di essere con lui nel nostro risorgere. E come tende la mano a Lazzaro, dicendogli di venir fuori e di sciogliersi dalle bende, – Lazzaro (= Dio ti aiuta) è proprio colui che nel nome ricorda di avere una mano da Dio – così la tende anche a noi, la tende ora a quanti sono partiti senza che una mano li tenesse; la tende a noi, perché non abbiamo a cadere; la tende a tutti perché ci sentiamo più vicini e più solidali nel vivere e nel morire, superando gli egoismi, le asprezze, le forme di intolleranza che abbiamo lasciato tracimare nel recente passato. Dovremmo essere contenti che Lazzaro sia uscito da quella tomba, ma già si preparano i giorni della passione, con le trame perverse, che non mancano mai, e di cui sembriamo quanto mai esperti quando ci lasciamo dominare dallo spirito del male. Eppure quella passione che Gesù affronta, quella che anche noi stiamo affrontando con lui e come lui, anche ad essere amara ed angosciosa, pesante da sopportare, è passione d’amore. Se la viviamo così, possiamo ritrovarci davvero migliori, anche ad avere di meno, anche a fare di meno, anche a dire di meno. Siamo il meglio, perché ci ritroviamo con lo Spirito del Signore, quello che lui ci sta offrendo con tutto quell’eroismo di grande umanità che ritroviamo in quanti lottano per noi, con noi e – auguriamocelo – come noi!

Per una riflessione al tempo del Coronavirus

A 50 ANNI DALLA MORTE DI GIUSEPPE UNGARETTI

A 100 ANNI DALLA “SPAGNOLA” LA POESIA CI SALVA ANCORA

Introduzione

In questa forzata pausa che ci costringe tutti a casa, ma soprattutto ci vede isolati, non c’è spazio se non per la parola, la nostra e la sua, quella di Dio. E’ la parola semplice e ricca della poesia, quella di sempre e quella che si rinnova in presenza di realtà che impongono all’uomo di non perdersi, di non lasciarsi andare, di non rinunciare ad essere, ad esistere. E l’uomo c’è, soprattutto per la parola, quella che l’ha creato e quella che lui stesso crea, quella che l’ha salvato e quella che lo continua a salvare, perché non abbia a cadere nel nulla. Questa parola, anche a non poterla dire, perché isolati e perché il nostro parlare, aprendo la bocca, potrebbe veicolare il male, può e deve diventare comunicazione di vita, come lo fu anche in altri tempi, in cui la morte ballava vorticosamente mietendo con la sua falce, sia con la violenza, stupida, degli uomini, sia con la violenza, cieca, dei virus. Lì sembrava morta la parola, come se essa avesse il solo spazio della bocca, della gola, dei polmoni pieni d’aria: ma se la morte spegneva ogni alito, allora anche la parola rimaneva spenta. Eppure ci rimane la parola scritta, quella a cui si affida anche Dio per raggiungerci. E la parola scritta risveglia la speranza, fa risorgere la vita, ridona l’alito dello Spirito … purché sia una parola creatrice, come quella di Dio; purché sia una parola salvatrice, come quella del Signore risorto che fa risorgere. E questa parola, proprio perché crea, produce, rivitalizza, procede, come è nell’agire delle persone divine. È la parola della poiesis (=  poiesis), cioè del verbo greco poiew (= poieo), con cui si indica il fare che procede dal cuore, lo stesso fare che appartiene a Dio e che Dio partecipa all’uomo. E’ la parola della poesia, quella innata in ciascuno, perché ognuno di noi, anche senza tecniche particolari, può generare da sé la parola con cui è stato generato e con cui può continuare a generare.

In tempi di morte, o, meglio, di una vita sempre più flebile, perché la morte vorrebbe trionfare, facciamo venir fuori la parola ricreatrice, rivelatrice, rigeneratrice, perché anche così possiamo vincere quel silenzio e quel caos che vorrebbe travolgerci e spegnerci. Si è parlato nel secolo scorso della morte della poesia, perché nessuno più poteva cantare, come diceva l’antico salmista, in presenza di un disastro che aveva annientato la vita di tanti e la speranza di tutti. Si è aggiunta poi la constatazione che insieme con la poesia si era pure spento il poeta, come dava ad intendere nel suo film, “La tigre e la neve”, Roberto Benigni, quando l’amore appare calpestato e, con esso, il senso della giustizia, che è prima di tutto il rispetto e l’onore da tributare ad ogni persona, soprattutto a chi è più debole. E, se pure il poeta si appende “ai salici di quelle terre” insieme con la sua cetra, allora non resta più chi possa elevare la voce, quella del cuore, voce creativa e quindi operativa. Ma la poesia non è mai del tutto spenta, anche quando risultano morti quelli che la creano, perché la poesia alberga nel cuore di chiunque conserva lo spirito vitale, lo spirito creativo e anche in tempi oscuri è capace di far parlare la voce del cuore. Ed è questa poesia, così “naturale”, che dobbiamo far emergere dal cuore, perché questa comunicazione ci è ancora possibile, proprio mentre ci viene richiesta la distanza, la segregazione, l’isolamento. Ci resta la parola. E non è cosa da poco. Soprattutto quando pensiamo che in principio a tutto ci deve essere sempre la parola; anzi, la Parola, quella che facendosi carne assume la fisionomia di ciascuno di noi e ci viene a dire che la Parola, cioè la vita, cioè la persona vivente, va conservata, sempre, anche quando, spegnendosi, non avendo più respiro, verrebbe negato di esserci. Ma la Parola che ha creato l’essere vivente è la stessa Parola che lo fa rivivere, o comunque sentire sempre vivo. E noi così vogliamo sentire anche coloro che in queste ore ci sono stati portati via, davvero strappati anche nella lacerazione già dolorosa della morte, di una morte che non consente più nessun saluto, in quella fisicità che per noi è tanto importante, è davvero di valore. 

La parola con la poesia di Ungaretti

Recuperiamo allora la Parola e anche la nostra parola, quella che ci esce spontanea dal cuore e che può essere poesia, non come artificiosità, ma come espressività profonda, che le attuali circostanze possono far affiorare.

Ci fa da guida un grande poeta, Giuseppe Ungaretti (1888-1970), che aveva a cuore proprio la parola, mentre aveva sull’orizzonte del suo tempo uno sfacelo, un dissolvimento, una consumazione dell’essere umano. Eppure, anche sul fronte di una guerra insensata, proprio davanti alla carneficina che si consumava sotto i suoi occhi, trovava le parole, semplici e pure per reclamare un sussulto di umanesimo nella totale disumanizzazione di una guerra spietata. Proprio quelle sue poesie, dove le parole non sono puro suono, ma un suono puro, fanno risorgere quella fisionomia umana che sembrava morire insieme con tutta la gioventù mandata al macello. Lui su quel fronte, anche a dover combattere con i fucili, diveniva di giorno in giorno la sentinella per il sorgere di un nuovo mondo, grazie alla poesia. Le liriche composte in trincea diventano poi, dopo la fine del conflitto, la raccolta “Allegria di naufragi”, dove nella catastrofe devastante la sua voce e la sua parola infondono speranza a cui aggrapparsi come ad un relitto, ciò che rimane, insomma, perché un naufrago si salvi, per riprendere poi il suo cammino. Così in effetti troviamo scritto in una sua poesia che apre la sezione de “I Naufragi”.

ALLEGRIA DI NAUFRAGI (Versa il 14 febbraio 1917)

E subito riprende

il viaggio

come

dopo il naufragio

un superstite

lupo di mare

Con lui vogliamo tentare di stare a galla in questo “naufragio” a cui siamo sottoposti da un nemico invisibile e temibile che ha già messo a dura prova tutta la nostra ostentata sicurezza di poter dominare ogni cosa, senza limiti, senza timori, senza freni, senza inibizioni. Leggi tutto “Per una riflessione al tempo del Coronavirus”