IL PRIMO LIBRO LITURGICO.

Tra le prime opere redatte nell’ambito cristiano va annoverata anche questa
che risulta essere il primo documento della letteratura “liturgica”, adatto a far conoscere la Chiesa nella sua organizzazione cultuale. È una recente
scoperta, che ha contribuito a sviluppare gli studi nell’ambito della liturgia fin nei primi decenni del Novecento, quando, prima ancora della riforma attuata con il Vaticano II, si studiava e si promuoveva il ritorno alle fonti per un risveglio anche in questo ambito, dove la tradizione veniva concepita come il mantenimento delle posizioni e la conservazione rigida di ciò che si
considerava trasmissione di un passato da mantenere senza mai innovare.
Questo libro si presenta come la segnalazione di modi celebrativi che si
consideravano derivati dai tempi degli apostoli e che si riteneva utile
continuare. Mancando una sorta di “rituale”, un testo cioè di riferimento per le celebrazioni con cui suggerire modalità e formule, e ritenendo doveroso conservare la tradizione per evitare che si lasciasse alla fantasia incontrollata dei celebranti, si ritenne utile elaborare una specie di prontuario. Con esso si riconosce che l’unico modo di evitare espressioni singolari, sia nella maniera di porsi dei celebranti, sia nelle formule di preghiera da lasciare ai singoli o da dire insieme, era quella di offrire un testo di riferimento, dove compaiono anche dei formulari, ma dove soprattutto si danno linee utili per una celebrazione che possa essere conforme a ciò che già si praticava nel secolo degli Apostoli. Il testo viene attribuito al prete Ippolito, vissuto nella prima metà del secolo III, autore di una serie di testi, il cui elenco si trova scolpito sul seggio in cui lo stesso personaggio è riprodotto in una statua marmorea,
ora collocata alla Biblioteca Apostolica Vaticana. In realtà ciò che noi ora
raccogliamo sotto questo titolo ci arriva da diverse parti e quindi anche in
lingue diverse: si ha così la sensazione di trovarci di fronte ad un testo
elaborato e rielaborato che ha comunque una notevole diffusione e che solo
recentemente viene allo scoperto, perché ricerche e studi lo hanno fatto
uscire dal nascondimento in cui si era trovato nel corso dei secoli, superato
da altri manuali. Essendo attribuito ad Ippolito e ormai così riconosciuto a
livello sempre più ampio, si deve ritenere che il testo oggi noto provenga
dall’ambiente romano, e possa dunque essere espressione di questa Chiesa,
anche se non necessariamente qui si deve riconoscere l’origine del rito, che
viene definito “romano” e che di fatto noi oggi vediamo diffuso un po’
ovunque.

L’attribuzione ad Ippolito romano, personaggio piuttosto problematico per
quello che sappiamo di lui, è comunque ormai riconosciuta, anche perché i problemi che si vedono soggiacenti al testo, trovano proprio in questa figura l’elaboratore più chiaro. In relazione al fatto che esistono frammenti dislocati nell’area del Mediterraneo e redazioni in lingue diverse, non è sempre facile raggiungere con assoluta chiarezza e certezza l’archetipo, il testo originario, quello che appunto viene riferito al prete Ippolito.
Il testo così ricostruito è della massima importanza nella storia della liturgia, in quanto rappresenta la più antica raccolta canonica che dopo la Didachè, noi possediamo. Compilata intorno al 215, tale raccolta è coerente con la cieca difesa della tradizione che nell’Elenchos porta Ippolito a opporsi a qualsiasi innovazione, e con la concezione aristocratica che egli ha della Chiesa come assemblea di santi, eredi fedeli e rispettosi dei principi apostolici. Proprio perché questi principi siano ben conosciuti e praticati, egli se ne fa espositore nella Tradizione Apostolica, convinto che il possesso della verità impedisce errori ed eresie, le quali si moltiplicano allorquando tale possesso manca e chi è a capo della Chiesa sostituisce il suo arbitrio alla legge degli Apostoli. Viene spontaneo riconoscere nel capo che volutamente ignora la tradizione, e di conseguenza diviene facile preda di errori ed eresie, il povero Callisto, ancora una volta vittima dell’odio di Ippolito, ma forse l’accusa di ignoranza si addice maggiormente a Zefirino, uomo semplice e onesto, ma poco esperto di sottigliezze teologiche ed e evangeliche. (Tateo p. 29-30)
Si deve dunque ritenere che un simile testo non sia solo determinante per
seguire la nascita e l’evoluzione delle forme e delle formule liturgiche, ma è
pure il riflesso di una serie di problemi emergenti nel medesimo momento in cui esso vede la luce e altrettanto della secolare questione che sempre
affiora nel cammino della Chiesa, soprattutto quando deve fare affidamento
sulla sua tradizione. Qui non sembra che vi sia solo la fissazione di formule e
di schemi celebrativi, che già all’inizio si impongono come normativi per
comprimere sempre più la creatività, mai del tutto espunta nelle liturgie; qui si danno indicazioni perché il nucleo della tradizione si mantenga, senza che la ripetizione ossessiva limiti o impedisca quel genere di servizio a Dio che è proprio della liturgia stessa. Ovviamente qui si deve registrare una modalità che è propria dell’ambiente romano, se lo dobbiamo ritenere opera di questo prete; e nel contempo, per la sua diffusione in varie redazioni linguistiche, deve essere considerato un esempio, con cui non viene impedita la creatività, ma viene aiutata a conservarsi la consegna ricevuta dalla tradizione.

LA CHIESA NEL III SECOLO

L’immagine che si ha della prima Chiesa, già squassata dalle eresie e dalle
persecuzioni, è quella di un mondo sociale che sembra attecchire fra le classi più deboli, anche perché il messaggio di liberazione e di assicurazione di un mondo più vero e più giusto lascia un segno indelebile in chi scopre di non avere spazio, di non trovare i giusti riconoscimenti, di vedere sempre più buio e senza speranza il proprio futuro. La persecuzione sembra voler stroncare ogni possibilità di riscatto per un vivere migliore, che si pensa di raggiungere con la conversione. E si ha l’impressione che l’adesione rimanga circoscritta alla fasce più disagiate della popolazione. Ma non sempre è così, e non dappertutto. Già Paolo cerca contatti con chi ha mezzi di sostentamento, come pure, nel discorso tenuto ad Atene, dimostra di voler parlare alla pari con un certo mondo culturale. E tuttavia i risultati non sembrano affatto lusinghieri. Nel II secolo qualcosa si muove: con Giustino si avvia il tentativo di presentarsi più credibili a chi conserva il pregiudizio e ha bisogno di vedere sfatate tante dicerie. Nel contempo il pullulare di eresie e di situazioni in cui affiora la debolezza e si afferma l’apostasia, suggerisce il lavoro di chiarimento, mai del tutto raggiunto per le tensioni che affiorano tra i rigorosi e i lassisti, fra quelli che esigono la dottrina e la morale ben ferme, e nel contempo il riconoscimento che la Chiesa non può essere costituita dai duri e dai puri, ma debba accogliere anche i deboli e coloro che sbagliano.

Unfenomeno simile esplode ai primi anni del III secolo e richiede riflessioni
approfondite e documenti chiarificatori. Così, accanto alle persecuzioni che
un po’ dovunque si scatenano e in presenza di eresie che affiorano in un
concatenarsi di idee spesso peregrine, tali comunque da mettere gli uni
contro gli altri senza che si possa trovare una voce autorevole per dare
chiarimenti solidi, ci si trova in presenza di una divisione nella Chiesa che non è facile contenere e disperdere, soprattutto se le persone che dovrebbero essere le autorità e avere anche una certa autorevolezza riconosciuta, contribuiscono ad infiammare la discussione e a creare ulteriori contrasti. Tra la fine del secolo II e gli inizi del III la Chiesa si presenta divisa con figure di pontefici che invece di sanare i contrasti e di favorire il dialogo e l’intesa si presentano deboli o non sufficientemente autorevoli nell’intervenire circa la dottrina.

Papa Vittore I (189-199) affrontò la questione annosa della data della
Pasqua, senza che si potesse arrivare ad una soluzione unitaria, che non fu
mai possibile. Ebbe pure la questione della vera natura di Cristo, che veniva
considerato adottato da Dio come Figlio; l’occidente, per quanto si creassero certe posizioni divergenti dalla prassi comune, fu comunque conservato nell’ortodossia. Il successore è Zefirino (199-217), considerato dall’autore della Traditio, Ippolito, come poco istruito e quindi inadatto al ruolo che doveva svolgere nella conferma della fede. In effetti esplosero varie eresie, tutte legate alla figura del Verbo, il quale appariva come una specie di demiurgo fra Dio e gli uomini. Il suo essere divenuto uomo è semplicemente una modalità con cui Dio si presenta, da intendere come un rivestimento dell’umanità che in tal modo non partecipa e non si integra con la sua natura divina. Ippolito, che vantava, rispetto al Papa, una certa preminenza teologica, si fece sempre più critico, soprattutto quando quest’ultimo scelse come suo diacono Callisto, che gli succedette come Vescovo di Roma.
Essere diacono allora voleva dire avere compiti di governo, soprattutto
nell’ambito economico ed amministrativo. Callisto (217-222) è conosciuto
grazie a ciò che Ippolito scrive sul suo conto. Essendo il suo rivale,
ovviamente viene presentato in termini negativi: Callisto era uno schiavo che aveva dimestichezza col denaro, usato da lui con una certa disinvoltura, non senza l’accusa di pensare al proprio benessere a scapito di chi lui raggirava, carpendone la fiducia. Nonostante i trascorsi poco lusinghieri, e comunque, dopo aver passato anni in galera, si trovò a godere della fiducia di Zefirino, il quale lo incaricò di sistemare le catacombe sulla via Appia, che poi presero il suo nome. Ebbe contro Ippolito; e costui non si limitò a dare un pessimo giudizio nei suoi scritti, ma lo ostacolò nel governo, diventando l’antipapa.
In una sua opera, “Philosophumena” ha un giudizio molto duro nei confronti di Zefirino e di Callisto, tacciandoli di eresia
A quel tempo, Zefirino immagina di amministrare gli affari della Chiesa, un
uomo disinformato e vergognosamente corrotto. Ed egli, persuaso dal
guadagno offerto, era solito essere connivente con coloro che erano presenti allo scopo di diventare discepoli di Cleomene. Ma (Zefirino) stesso, essendo col passare del tempo attirato, si precipitò a capofitto nelle medesime opinioni; e aveva Callisto come suo consigliere, e un compagno di difesa di queste dottrine perverse. Ma di Callisto parlerò più avanti.

La scuola di questi eretici, durante la successione di tali vescovi, continuò ad
acquisire forza e accrescimento, dal fatto che Zefirino e Callisto li aiutarono a prevalere. Mai, però, ci siamo resi colpevoli di collusione con loro; ma spesso abbiamo opposto loro resistenza, li abbiamo confutati e li abbiamo costretti a riconoscere la verità. Ed essi, imbarazzati e costretti dalla verità, hanno confessato i loro errori per un breve periodo, ma dopo un po' sguazzano ancora una volta nello stesso fango.

Anche un breve riassunto delle vicende di questo periodo dice che la Chiesa
conobbe un certo sbandamento; solo a motivo della persecuzione si
addivenne ad una tregua e a forme di accomodamento. Nello stesso tempo si
avvertiva la necessità di operare dei chiarimenti e di offrire una immagine di
comunione, soprattutto nel campo dell’attività pastorale che doveva servire
ad una migliore organizzazione della Chiesa. La Traditio Apostolica si
inserisce bene in questa prospettiva, perché non è semplicemente un
manuale di liturgia per le celebrazioni, ma diventa anche una indicazione per meglio organizzare i quadri della Chiesa. Il personaggio centrale di questo periodo piuttosto confuso e con fonti documentarie tutte da ripercorrere e chiarire, è Ippolito, definito come prete romano e destinato a rivestire un ruolo non indifferente sia come scrittore, sia come referente istituzionale, anche a trovarsi fuori e dentro la Chiesa.

IPPOLITO ROMANO

Con questo nome si è designato l’autore di varie opere tra cui la Traditio,
anche se oggi gli studiosi appaiono non tutti d’accordo, per le controverse
posizioni sulle quali egli si sarebbe attestato in mezzo alle dispute del tempo.
Accanito oppositore delle eresie allora diffuse e denigratore di Papa Zefirino e del suo collaboratore e successore Callisto, si trovò a contrastare l’elezione di Callisto, divenendo antipapa. Tale rimase fino a Papa Ponziano (230-235).
Con lui si trovò condannato “ad metalla”, o lavori forzati in Sardegna,
subendovi il martirio. Riconciliato con Ponziano e addirittura a lui associato
nel culto giunto fino a noi, diventa una figura di spicco, anche se oggi le
notizie che lo riguardano sono tutte da rivede-re. D’altra parte anche i testi a lui attribuiti ci rivelano un uomo della tradizione, che vuole raccogliere tutto il materiale in uso nelle chiese, sia per evitare interpretazioni soggettive, sia per assicurare ciò che ormai si può già definire una consegna del passato da conservare.

IPPOLITO ROMANO SU UNA GUGLIA DEL DUOMO DI MILANO

Insomma, la figura è piuttosto controversa, ma nel contempo essa emerge
perché la sua operetta ebbe una forte risonanza, al punto da giungere fino a
noi. C’è da rimanere sorpresi che egli, scismatico e antipapa, sia entrato
nell’albo dei santi, nel Martirologio e nel Canone romano. È dunque una
figura notevole, se non altro perché lui stesso riflette nella sua controversa
fisionomia, un periodo oscillante, che anche grazie alle sue opere vede la
Chiesa riprendersi per il lavoro svolto da quest’uomo. La sua fama lo rivela
come santo, ma più ancora come scrittore di notevoli doti.
LA TRADITIO APOSTOLICA

Ciò che si dice dell’autore vale anche per le sue opere: esse trattano vari
argomenti, legati proprio al periodo controverso in cui si è trovato ad operare.

Quella più nota e diffusa tratta di questioni che noi dobbiamo riconoscere
appartenenti all’ambito liturgico e nello stesso tempo aiutano a comprendere come si sia evoluta l’organizzazione della Chiesa, per rispondere alle esigenze del momento, tenuto conto che essa conosce difficoltà interne e continui attacchi dall’esterno soprattutto per lo scoppiare delle persecuzioni, che nel III secolo appaiono meglio organizzate, se non altro perché puntano a colpire la gerarchia. Il libro della Traditio offre in maniera essenziale un apparato di preghiere per varie circostanze, con l’indicazione dove collocarle e nello stesso tempo come usarle: il formulario proposto deve servire soprattutto a chi non ha la fantasia per costruire un apparato simile, ma anche per evitare che si giunga a testi discutibili. Si costruisce così una tradizione che viene fatta risalire al periodo apostolico, anche se alcuni di essi
appaiono per la prima volta. Suggerendo le preghiere si dice anche quando
devono essere recitate e come esse possano assumere una connotazione
normativa, perché di fatto ci si uni-formi a questi esempi. Sono indicate pure le persone che fanno parte dell’apparato liturgico, comprese le donne con specifiche funzioni, anche se esse non risultano occupare posti di
responsabilità. Sulla base del contenuto si può ritenere un libro rituale, utile
soprattutto per chi ha compiti di presidenza nelle assemblee dove si prega
insieme. Ma esso è anche di più, perché lascia supporre che si volesse
verificare come le diverse sinassi liturgiche si dovevano svolgere per
contribuire a dare una struttura più solida alla Chiesa stessa. Serve alla
gerarchia, ma non è meno utile alle assemblee per codificare ciò che la
Chiesa è chiamata a fare e ad essere dentro un mondo in continua
evoluzione e a cui si deve presentare una struttura ben compaginata nella
sua organizzazione e nelle celebrazioni.
… Ippolito ne inizia la trattazione descrivendo il cerimoniale, mediante il quale si assurge ai vari gradi della gerarchia ecclesiale, e distinguendo in ordinazione e istituzione. La prima, cui è sempre connessa l’imposizione delle mani, è riservata al clero (vescovi, sacerdoti, diaconi) che svolge un vero e proprio ufficio liturgico; la seconda, invece, consiste nel riconoscere uno stato di fatto (vergini, guaritori), nel dare un titolo (vedove) o nell’affidare un compito (lettore, suddiacono). Questa distinzione tra ceirotonia e katastasis testimonia due tradizioni diverse accolte nell’ambito cristiano; il secondo termine, di uso comune nel mondo greco fin dai tempi di Solone, indica il conferimento di un compito da svolgere al servizio della comunità, il primo di derivazione giudaica, conferisce, mediante l’imposi-zione sacramentale delle mani, la consacrazione necessaria per compiere una liturgia, cioè una funzione speciale in un culto di divina istituzione. (Tateo, p. 30-31)
LA GERARCHIA: IL VESCOVO
Si può dire che in questo libretto, venendo messi in evidenza i ministeri, dati mediante l’imposizione delle mani, e i servizi funzionali, riservati ad alcuni mediante un incarico, mette al centro la struttura gerarchica della Chiesa: qui assume una sua più precisa caratterizzazione, forse anche perché a Roma occorreva dare risalto a strutture gerarchiche più che a carismi spirituali. La Traditio fa passare come tradizione da far risalire agli apostoli un sistema di governo composito che poi si cristallizza con istituzioni vere e proprie. Esse sono regolate mediante l’imposizione delle mani derivate dalle modalità già previste nello schema liturgico ebraico. Così il testo in esame rappresenta l’avvio di un sistema sempre più consolidato e da consolidare ulteriormente mediante queste indicazioni che appaiono rituali, e che vanno oltre, nel dare origine a qualcosa di istituzionale e quindi di più solido e rigido anche per il
futuro. Per il modo con cui è nato e si presenta all’inizio del III secolo,
dovremmo dire che il libro serve come manuale liturgico, ma, probabilmente già in corso d’opera, diventa anche qualcosa d’altro, favorendo una strutturazione gerarchica, anche se nelle formule consacratorie sembra avere il sopravvento la comunicazione di tipo “spirituale”. L’intento più convinto e convincente nella linea di presentare i singoli ministeri nella Chiesa con preghiere evocative dello Spirito e nello stesso tempo significative per costituire organi gerarchici, è dato dallo stesso prologo del libro …
Abbiamo ormai parlato esaurientemente dei doni che Dio fin da principio ha
elargito agli uomini secondo la sua volontà, per ricondurre a sé quella
immagine che da lui si era allontanata. Ora, mossi da spirito di carità verso
tutti i santi, siamo giunti ad esporre l’essenza della tradizione su cui la Chiesa deve basarsi, affinché quanti saranno ben istruiti sulla tradizione finora conservata, seguendo la nostra esposizione, la mantengano in vita, siano resi più sicuri dalla sua conoscenza ed evitino l’errore in cui si è caduti di recente per ignoranza e per colpa degli ignoranti. Lo Spirito Santo, infatti, concede a coloro che hanno una retta fede la grazia perfetta di sapere in che modo coloro che sono a capo della Chiesa debbano insegnare e salvaguardarel’intera tradizione. (Traditio, p. 59-60)
È del tutto evidente che l’autore ha un intento polemico: qui l’errore, da lui
segnalato, è quello che addirittura verrebbe dallo stesso vertice della
gerarchia ecclesiastica di allora, perché c’è una colpa di mezzo che viene
attribuita ad “ignoranti”: così sono definiti i Papi Zefirino e Callisto e coloro
che ne seguono le idee e le traducono in essere con le loro scelte.

Ippolito invece ritiene di essere nel giusto, facendo appello ad una tradizione di cui egli si ritiene il custode e il difensore. Sulla base di queste dichiarazioni, dovremmo pensare che si sia in presenza di un conservatore che tutela il sistema ormai consolidato contro gli innovatori, soprattutto se costoro, come Callisto, appaiono piuttosto disinvolti nelle loro manovre. Dato che i documenti che ci parlano delle polemiche di questo periodo appaiono dominati da prese di posizione di parte e da critiche ed accuse che risultano piuttosto pesanti, si fatica non poco a trovare il punto di equilibrio. Se l’autore del libro è quello stesso Ippolito che troviamo poi come antipapa, si deve supporre che nelle sue premesse abbia il sopravvento l’intento polemico. E riconoscendo che poi lo scisma rientra e che si addiviene alla pacificazione e al riconoscimento della santità di tutti i protagonisti della vicenda, allora il contenuto del libro, soprattutto nella parte che ci documenta i testi di preghiera, è pur sempre accettabile ed anche più che mai utile per convogliare tutto il materiale liturgico che passa alle generazioni successive e arriva fino a noi. Oggi la discussione sul libro porta a considerarlo come un testo da prendere con le dovute cautele; invece, in precedenza gli si dava molta importanza in riferimento alle indicazioni liturgico-cultuali che venivano considerate ormai accolte e praticate un po’ ovunque. Di qui la possibilità di individuare le figure sempre più marcate delle istituzioni gerarchiche, a partire
dal vescovo, che appare effettivamente il protagonista riconosciuto della
Chiesa e del-le diverse Chiese. È interessante ciò che si dice della sua
consacrazione …
Sia ordinato vescovo colui che è stato scelto da tutto il popolo, purché sia
irreprensibile. Si farà il nome del prescelto e, se esso incontrerà unanimità di consensi, si riuniranno, di domenica, il popolo, il collegio dei presbiteri e i vescovi presenti. Questi ultimi, con consenso di tutti, impongano le mani
sull’eletto, mentre i presbiteri assistano senza far nulla. Tutti tacciano, ma
preghino in cuor loro per la discesa dello Spirito Santo.  Poi uno dei vescovi
presenti, a richiesta di tutti, imponga la mano su colui che riceve l’ordinazione episcopale e preghi dicendo:
« Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo, Padre delle misericordie, Dio di
ogni consolazione che abiti nell’alto dei cieli e guardi ciò che è umile, che
conosci tutte le cose prima ancora che esistano, che hai dato le leggi alla
Chiesa per mezzo della parola della tua grazia, che fin dal principio hai
predestinato la razza dei giusti discendenti da Abramo e hai istituito capi e presbiteri e provveduto a che il tuo culto non mancasse
mai di ministri, che sin dall’inizio dei tempi ti sei compiaciuto di essere
glorificato da coloro che hai scelto: effondi ora la potenza – che solo da Te
può venire – dello Spirito sovrano che tu hai dato al tuo diletto figlio Gesù
Cristo e questi ai santi apostoli, i quali fondarono in ogni luogo la Chiesa
come tuo santuario a gloria e lode eterna del tuo nome. Concedi, Padre che
conosci i cuori, a questo servo che hai scelto per l’episcopato, di pascolare il
tuo santo gregge, di esercitare, in maniera irreprensibile e in tuo onore, la
massima dignità sacerdotale stando al tuo servizio giorno e notte, di rendere il tuo volto incessantemente propizio, di offrirti i doni della tua santa Chiesa, di avere, in virtù dello Spirito del sommo sacerdozio, il potere di rimettere i peccati secondo il tuo comando, di distribuire i compiti secondo la tua volontà e di sciogliere ogni legame in virtù del potere che hai dato agli apostoli, di esserti accetto per la mansuetudine del suo spirito e la purezza del suo cuore, di offrirti il profumo della soavità, per mezzo di Gesù Cristo tuo figlio, per il quale hai gloria, potenza e onore, Padre e Figlio con lo Spirito Santo, ora e nei secoli dei secoli. Amen». (Traditio, p. 60-62)
Nella descrizione dell’organizzazione ideale della Chiesa cristiana la
ceirotonia del vescovo è la prima cerimonia in ordine di esposizione e anche
la più complessa e interessante fra tutte. Essa prevede una precedente scelta, popolare ed unanime, della persona da elevare alla dignità vescovile. Poi, di domenica, in una riunione solenne del popolo e del clero, alla presenza dei vescovi convenuti da altre chiese, si procede all’ordinazione. I vescovi impongono le mani sul capo del neoeletto, mentre tutti pregano in silenzio perché discenda su di lui lo Spirito Santo. Solo uno dei vescovi articola oralmente la muta preghiera degli astanti: una preghiera che ha un’introduzione iniziale biblica, ma poi si rivolge soprattutto come invocazione alla divinità, perché lo Spirito guidi il nuovo ministro nello svolgimento dei compiti che lo attendono. In un linguaggio sintetico e concreto, assai vicino alle formulazioni bibliche, dapprima viene svolta l’idea che è a fondamento di tutta la tradizione
liturgica cristiana primitiva, secondo la quale Dio stesso ha istituito e
organizzato il culto che gli è dovuto. (Tateo, p. 31)
In effetti questo principio viene continuamente ribadito in relazione ai testi
liturgici: essi inizialmente erano affidati all’iniziativa del celebrante con la
formula “per quanto gli è possibile”; poi, anche per la presenza di formulari
che potevano prestare il fianco a interpretazioni soggettive e persino eretiche, si fa strada la proposta di un testo che pur sembra un esempio da seguire, più che una formula fissa e inalterabile.

Quando si fa strada l’idea che sia meglio un formulario stabile, allora a
giustificazione si sottolinea che sia meglio così, perché la liturgia va
considerata un riflesso di ciò che avviene davanti a Dio, secondo quanto si
trova indicato nei testi fondamentali della Bibbia, nei quali abbiamo formule e riti delle celebrazioni ebraiche che si fanno derivare da Dio e che proprio per questo non possono subire trasformazioni.
LA PREGHIERA EUCARISTICA
Anche la cosiddetta preghiera eucaristica, che di seguito viene suggerita,
rientra in questo genere di percorso: era affidata al celebrante; poi si fissa in
uno schema che sarebbe dovuto essere indicativo ed entra così nell’uso,
finché non viene fissato un “canone” come quello che fino all’ultima riforma liturgica era la sola preghiera eucaristica in campo. Questa della Traditio viene recuperata in occasione della scrittura del nuovo Messale subentrato a quello tridentino, per dare origine alla riforma liturgica del Vaticano II. In effetti la II preghiera eucaristica, che per la sua brevità appare quella più facilmente usata, deriva dal testo qui segnalato.
Dopo che  è stato ordinato vescovo, tutti lo salutino e gli diano il bacio della
pace, poiché ne è diventato degno. I diaconi gli porgano l’offerta ed egli,
imponendo su di essa le mani insieme con tutti i presbiteri, renda grazie
dicendo: «Il Signore sia con voi». Tutti rispondano: «E con il tuo spirito». «In alto i cuori». «Li teniamo rivolti al Signore». «Ringraziamo il Signore». «È cosa degna e giusta». E continui: «Ti ringraziamo, o Dio, per mezzo del tuo diletto figlio Gesù Cristo, che in questi ultimi tempi ci hai inviato come
salvatore, redentore e messaggero della tua volontà, che è il tuo Verbo
inseparabile, per mezzo del quale hai creato tutte le cose e nel quale hai
riposto la sua compiacenza, che hai mandato dal cielo nel seno di una
Vergine ed è stato concepito, si è incarnato e si è manifestato come figlio tuo, nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine.  Per compiere la tua volontà e per conquistarti un popolo santo, Egli ha teso le mani nella passione per liberare dalla sofferenza coloro che hanno fiducia in te. E, accettando volontariamente la sofferenza per distruggere la morte, spezzare le catene del demonio, schiacciare l’inferno, illuminare i giusti, confermare il testamento e manifestare la risurrezione, prendendo il pane ti rese grazie e disse:
“Prendete, mangiate, questo è il mio corpo che sarà spezzato per voi”.

Lo stesso fece con il calice dicendo: “Questo è il mio sangue che verrà
sparso per voi. Quando fate questo, fatelo in memoria di me”. Ricordando
dunque la sua morte e la sua risurrezione, noi ti offriamo il pane e il calice e ti ringraziamo d’averci giudicati degni di stare alla tua presenza e di servirti.
Inoltre ti preghiamo di inviare il tuo Spirito Santo sull’offerta della santa
Chiesa, di dare unità a tutti coloro che vi partecipano e di concedere loro di
essere riempiti dello Spirito Santo e forti-ficati nella fede della verità, affinché ti lodiamo e ti glorifichiamo per Gesù Cristo tuo figlio, per il quale tu, Padre e Figlio con lo Spirito Santo nella santa Chiesa, hai onore e gloria ora e nei secoli dei secoli. Amen»
Se si offre olio, renda grazie come nell’offerta del pane e del vino,
adoperando non proprio le stesse parole, ma nello stesso senso: «Come
santificando quest’olio, con il quale hai unto re, presbiteri e tu dai salvezza a coloro che lo ricevono e se ne ungono, così esso porti conforto a coloro che
lo gustano e salute a coloro che lo usano». Allo stesso modo, se si offrono
formaggio e olive, dica: «Santifica questo latte che è stato cagliato unendo anche noi alla tua carità. Fa’ che non si allontani dalla tua dolcezza questo frutto dell’olivo che è simbolo dell’abbondanza, quella stessa che dal legno hai fatto fluire in vita per coloro che sperano in te». In ogni benedizione si dica: «Gloria a te, Padre e Figlio con lo Spirito Santo nella santa Chiesa, ora e sempre in tutti i secoli dei secoli. Amen ». (Traditio, p. 63-65) In questi passi abbiamo ciò che è più noto di tutto il libretto: la consacrazione del vescovo e di seguito la celebrazione dell’eucaristia con la presentazione della preghiera eucaristica, che possiede gli elementi essenziali di ciò che noi riconosciamo anche oggi come la preghiera centrale della sinassi liturgica.
Anche a non prevedere il “Sanctus”, che separa il prefazio (cioè l’introduzione al grande rendimento di grazie) e la preghiera eucaristica propriamente detta con le parole della consacrazione, essa è a tutti gli effetti ciò che poi viene indicato come il “canone”, cioè la regola, e quindi il testo nella sua essenzialità, che stabilisce il nucleo centrale della messa. Si deve altresì riconoscere che un simile testo viene proposto perché sia detto dal vescovo e come tale finisce per diventare il riferimento a cui la Chiesa si attiene nella celebrazione eucaristica.
Questo breve dialogo introduce la preghiera eucaristica. La quale, prendendo avvio dall’espressione iniziale “Ringraziamo il Signore”, si svolge come una vera e propria azione di grazie. (…)

L’autore non si sofferma sulla creazione né sulla storia della salvezza quale si delinea nel Vecchio Testamento, ma concentra la sua attenzione sui misteri del Cristo che appare il mezzo attraverso cui si manifestano e attuano la potenza creativa e la volontà del Padre, il Verbo inseparabile in cui è riposta la divina compiacenza e che è inviato dal cielo sulla terra per manifestarsi quale figlio di Dio. Della vicenda terrena del Cristo si ricorda la nascita dallo Spirito santo e dalla Vergine, ma si sottolinea la passione volontariamente accettata per sconfiggere la morte, annientare le forze del male e portare luce e conferma alla salvezza promessa, e si narra l’istituzione eucaristica mediante le parole pronunciate dallo stesso Redentore. Seguono poi, nella preghiera che conclude
con il racconto dell’ultima cena le rievocazioni evangeliche, l’anamnesi (memoria della passione) e l’epiclesi (invocazione dello Spirito): cioè il celebrante mette in evidenza il valore commemorativo e sacrificale della sua azione eucaristica e invoca lo Spirito affinché discenda sulle offerte, dia unità alla Chiesa e riempia di sé i credenti, fortificandoli nella fede e nella verità. La preghiera termina con una dossologia (glorificazione) che ne ribadisce il tono unitario e trinitario poiché l’azione di ringraziamento non solo non è interrotta dal Sanctus o da altre forme di transizione, ma invoca inizialmente il Padre per concentrarsi sulla figura del Figlio e chiudere, infine, con l’intervento dello Spirito Santo come fattore di unità
e di santificazione. Il tema eucaristico finisce, quindi, con identificarsi con quello trinitario e soteriologico (= costruito sul tema della salvezza) … (Tateo, p. 34-35)
Si è discusso e si continua discutere sul testo che ci dà la formula della
consacrazione del vescovo e, di seguito, della consacrazione eucaristica,
perché ci si domanda se tali formule siano da considerarsi fisse e quindi da
usarsi nelle celebrazioni senza modifiche e soprattutto da appartenere a tutta la Chiesa o solo a quella che qui si riconosce, se proviene dall’ambiente
romano. È vero che oggi il formulario della preghiera eucaristica, con le
opportune e doverose modifiche di adattamento, è stato recuperato; ma non
va dimenticato che per secoli esso era archiviato come retaggio del passato.
Perciò si dovrebbe riconoscere che anche su questo terreno sono sempre
possibili nuove formule, superando la rigidità in cui è stata collocata la liturgia con i suoi testi che dovrebbero essere considerati il riflesso della liturgia celeste. L’esigenza di assicurare testi comunemente accettati e comprensibili a tutti, non deve comunque portare a rigidità come è sempre stato nel passato e come si tende ancora oggi a reclamare. Non sembra che Ippolito abbia voluto scrivere su una simile questione per imporre uno schema.

Certamente vuole fornire un testo di riferimento, soprattutto se manca non
solo la fantasia celebrativa, ma più ancora la chiarezza dottrinale; questo
però non deve impedire che possano nascere altri testi e quindi anche altre
forme celebrative, come quelle che troviamo in altri riti diversi da quello
romano, che si è imposto un po’ ovunque.
Con le due preghiere, di consacrazione del vescovo e di ringraziamento sulle
offerte, Ippolito non intende dare un testo liturgico ben preciso, da rispettare con il solito rigore, ma un semplice canovaccio, un modello cui rifarsi quando si deve procedere all’ordinazione degli altri membri del clero (sacerdoti, diaconi, confessori) o alla benedizione di altre offerte (olio, formaggio, olive). In questi casi, difatti, non è necessario ripetere le precedenti preghiere, ma rispettare il senso, in uno sforzo non mnemonico, ma di rielaborazione personale. Questa libertà d’improvvisazione, che peraltro non esclude la possibilità di avvalersi di un testo preparato con molta cura in precedenza, trova limitazione solo nelle
capacità personali del celebrante e nell’esattezza dottrinale dei concetti: la
preghiera può essere lunga o breve, elegante o disadorna, elevata o modesta, l’importante è che sia corretta e conforme all’ortodossia. D’altra parte tale libertà testimonia l’arcaicità di una liturgia in fieri che non si è ancora immobilizzata in formulari fissi e risulta ogni volta, in quanto spontanea interpretazione di motivi tradizionali, nuova e nello stesso tempo coerente con se stessa. Tuttavia non solo le preghiere, ma anche i criteri con cui si procede all’elezione e alla consacrazione del vescovo, hanno valore esemplare, in quanto Ippolito non dà nuove norme per la scelta e l’ordinazione degli altri ministri del culto, ma pone in evidenza solo i momenti e gli elementi che differiscono dal primo cerimoniale. A conclusione di essa, vescovo, sacerdoti e diaconi partecipano all’azione liturgica, allorché i diaconi presentano l’offerta dei fedeli e
il vescovo vi impone le mani insieme con i sacerdoti e recita le parole
eucaristiche. Ne deriva una concelebrazione che ben esprime l’unità organica della Chiesa, poiché anche il popolo s’associa, con la sua attenta presenza, all’offerta eucaristica: concelebrazione viva e organizzata che inserisce i laici nella gerarchia sacerdotale della Chiesa come un ordine comune da cui il clero si distingue in virtù delle sue funzioni specializzate. All’apice di questo corpo sacerdotale unico è il vescovo, o sommo sacerdote, intorno a cui fanno corona i sacerdoti semplici. (Tateo, p. 35-37)
La Traditio è famosa soprattutto come manuale liturgico. In realtà essa non si riduce a questo, perché nel presentare le figure più importanti della comunità, che non si esauriscono in quelle gerarchiche derivate dall’ordinazione o imposizione delle mani, si dà pure spazio a quel genere di funzioni che arricchisce il sistema organizzativo della Chiesa e rende gli stessi laici non solo fruitori del culto e dei misteri, ma essi pure
spettatori protagonisti. Così si possono trovare anche altre figure collaterali ai capi, con funzioni che ancora oggi si cerca di recuperare: le vedove, che già S. Paolo aveva istituito in un catalogo apposito, e che sembra avessero un ruolo decisivo per i ritrovi nelle case e quindi per le celebrazioni liturgiche che ancora non trovavano un luogo pubblico dove essere gestite. Si parla pure del lettore, della vergine, del suddiacono e del guaritore … Probabilmente sono alcune delle istituzioni riconosciute allora, che potevano avere anche altre espressioni qui non segnalate.
Quando si istituisce una vedova, questa non riceva un’ordinazione, ma solo il titolo. L’istituzione avvenga se la donna ha perduto il marito da molto tempo; ma se da poco, non si abbia fiducia in lei. Se la donna è attempata, la si tenga in prova per qualche tempo, poiché spesso le passioni invecchiano
insieme con colui che fa loro posto nel proprio intimo.  La vedova venga
istituita con la sola parola e poi venga unita alle altre. Non le si faccia
l’imposizione, in quanto ella non fa l’offerta né assume alcun compito
liturgico.  Del resto, l’ordinazione è limitata al clero che svolge un ufficio
liturgico, mentre la vedova è istituita per la preghiera che è dovere di tutti. Il
lettore viene istituito nell’atto in cui il vescovo gli consegna il libro: non gli si fa, infatti, l’imposizione delle mani. Non si imponga la mano sulla vergine: è unicamente la sua decisione che la fa vergine. Non si imponga la mano sul suddiacono, ma lo si nomini perché sia al servizio del diacono. Se uno dice: « Ho ricevuto il dono della guarigione in una rivelazione », non gli si faccia l’imposizione.  I fatti stessi dimostreranno se ha detto la verità.
(Traditio, p. 73-75)
Essi costituiscono il segnale di una comunità che prevedeva figure diverse
con prestazioni particolari sulla base di bisogni o di riconoscimenti in
relazione agli sviluppi possibili sul luogo. Non dobbiamo pensare che il libro
imponga solo queste figure, ma che, segnalando queste, voglia suggerire di
far emergere altro sulla base della situazione propria di ogni comunità. Poi si danno indicazioni anche sulla formazione di coloro che chiedono di
partecipare alla comunità: l’allargamento della Chiesa, in un tempo nel quale le persecuzioni non impedivano di avere nuove ade-sioni, doveva essere ben strutturato, perché i nuovi adepti fossero ben verificati con una preparazione adeguata e con un percorso iniziale che doveva prevedere figure di catechisti e di padrini o madrine in grado di seguire chi voleva entrare a far parte della Chiesa.

Il pullulare di eresie e la fragilità di coloro che facilmente si lasciavano andare all’apostasia con l’infuriare delle persecuzioni richiedeva un lavoro di preparazione molto solido.
Coloro che si presentano per la prima volta ad ascoltare la parola, siano
subito condotti alla presenza dei dottori, prima che il popolo arrivi, e sia loro chiesto il motivo per cui si accostano alla fede. Coloro che li hanno condotti testimonino se sono in grado di ascoltare. Siano interrogati sul loro stato di vita: Hanno moglie? Sono schiavi? Se uno è schiavo di un fedele e il padrone glielo permette, ascolti la parola; ma sia rimandato se il padrone non garantisce ch’egli è buono. Se invece è schiavo di un pagano, gli si insegni a soddisfare il padrone, affinché non gliene derivi calunnia.  Se un uomo ha moglie o una donna ha marito, gli si insegni a contentarsi, il marito della moglie, la moglie del marito. Se uno non ha moglie, gli si insegni a non fornicare, ma a contrarre matrimonio secondo la legge o a rimanere come è. Se uno è posseduto dal demonio, non ascolti la parola dell’insegnamento fino a che non si sia purificato. (Traditio, p. 75-76)

Successivamente si ha la descrizione del Battesimo e la partecipazione alla
liturgia eucaristica domenicale.
La domenica il vescovo, se può, distribuisca personalmente a tutto il popolo, mentre i diaconi lo spezzino. Anche i presbiteri spezzeranno il pane. Quando il diacono porgerà il pane al presbitero, lo porga su di un piatto, e il presbitero prenda il pane e lo distribuisca di sua mano al popolo. Gli altri giorni si faccia la comunione secondo le istruzioni date dal vescovo. Le vedove e le vergini digiunino spesso e preghino per la Chiesa. I presbiteri digiunino quando vogliono, e così pure i laici Il vescovo non può digiunare se non quando digiuna tutto il popolo. Può accadere, infatti, che qualcuno voglia fare un’offerta e il vescovo non può rifiutare. Perciò, quando spezza il pane, ne gusti in ogni caso. In caso di necessità, sia il diacono a dare sollecitamente il segno ai malati, se non c’è presbitero: dopo aver dato tutto ciò che è necessario e ricevuto ciò che viene distribuito, renda grazie. Lì stesso consumino. Coloro che ricevono i doni siano solleciti nel loro compito. Se uno riceve qualcosa da portare ad una vedova o a un malato o a chi è al servizio della Chiesa, la porti nello stesso giorno. Se no, la porti l’indomani aggiungendovi del proprio, poiché è rimasto presso di lui il pane dei poveri.
Quando il vescovo è presente, al sopraggiungere della sera il diacono porti la
lucerna e, stando in piedi in mezzo ai fedeli presenti, renda grazie.

Dapprima il vescovo saluti dicendo: «Il Signore sia con voi». Il popolo
risponda: «E con il tuo spirito». «Ringraziamo il Signore». E il popolo: «È
cosa degna e giusta: grandezza, elevazione e gloria gli sono dovute». Non
dica: «In alto i cuori», perché così si dice al momento dell’offerta, ma preghi dicendo: «Ti ringraziamo, o Signore, per il tuo figlio Gesù Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale ci hai illuminati rivelandoci la luce in-corruttibile.
Noi abbiamo vissuto un intero giorno e siamo giunti all’inizio della notte
godendo della luce del giorno che tu hai creato per la nostra sazietà, e non
manchiamo ora della luce della sera per tua grazia: perciò ti lodiamo e
glorifichiamo per mezzo del tuo figlio Gesù Cristo, nostro Signore, per il quale Tu hai gloria, potenza e onore con lo Spirito Santo ora e sempre e nei secoli dei secoli». Tutti dicano: «Amen».
Terminato il pasto, si alzino pregando; i fanciulli recitino salmi, e così pure le vergini. Il diacono allora, prendendo il calice misto dell’offerta, reciti uno dei salmi in cui ci sia l’alleluia. Poi, se il presbitero ne dà l’ordine, reciti altri salmi dello stesso tipo. Dopo che il vescovo offre il calice, reciti un salmo di quelli che convengono al calice e che abbiano l’alleluia, mentre tutti
dicano: «Alleluia». Quando si recitano i salmi, tutti dicano: «Alleluia»,
cioè «Lodiamo colui che è Dio: gloria e lode a colui che ha creato tutte le
cose con la sua sola parola». Dopo il salmo, benedica il calice e distribuisca i
pezzetti di pane a tutti i fedeli. I fedeli che prendono parte al pasto comune
ricevano un pezzo di pane dalle mani del vescovo prima di spezzare il
proprio, in quanto si tratta di una benedizione e non dell’eucaristia, che è il
corpo del Signore. È bene che tutti, prima di bere, prendano il calice e
rendano grazie su di esso; poi bevano e mangino in purezza.  Ai catecumeni
si dia il pane dell’esorcismo ed ognuno offra un calice. Il catecumeno non
prenda parte al pasto del Signore.  Durante il pasto colui che mangia ricordi
colui che lo ha invitato: proprio per questo l’ospite lo ha invitato nella propria casa. Quando mangiate e bevete, fatelo con moderazione e non fino
all’ubriachezza, evitando di rendervi ridicoli o di rattristare con la vostra
irrequietezza colui che vi ha invitati, ma in modo che questi preghi di essere
degno che santi entrino in casa sua. Voi siete, difatti, il sale della terra.  Se si
offre a tutti una cena comune (in greco  αποφόρητον), prendetene; se è
sufficiente a che tutti ne gustino, gustatene in modo che ne rimanga e che
colui che vi ha invitati possa mandarne a chi vuole, come se fossero resti di
santi, e gioisca fiducioso.  Durante il pasto, coloro che sono invitati mangino
in silenzio evitando di discutere, ma dicendo ciò che il vescovo permette o
rispondendo alle sue domande.

Quando il vescovo prende la parola, tutti se ne stiano in silenzio, approvando,
finché non ricevono qualche domanda. Se i fedeli prendono parte al pasto
alla presenza non del vescovo ma di un presbitero o di un diacono, mangino
con la stessa moderazione. Ognuno si affretti a ricevere la benedizione dalle
mani del presbitero o del diacono. Allo stesso modo il catecumeno riceva il
pane esorcizzato. Se si riuniscono solo dei laici, si comportino secondo la
disciplina: un laico, infatti, non può fare la benedizione. Ognuno mangi nel
nome del Signore: piace difatti a Dio che noi siamo di esempio anche ai
pagani con la nostra concordia e la nostra sobrietà. Se uno invita a pranzo
vedove di età matura, le faccia andare via prima di sera. Ma chi non può
invitarle perché ha un incarico ecclesiastico, si limiti a dar loro cibo e vino e
poi le faccia andare via. Esse poi, a casa loro, mangino a piacere. Tutti siano
solleciti nell’offrire al vescovo i primi frutti che si raccolgono. Egli, offrendoli, li benedica e nomini l’offerente dicendo: «Ti ringraziamo, o Dio, e ti offriamo le primizie dei frutti che Tu ci hai dato da raccogliere e hai fatto nascere con la tua parola, comandando alla terra di produrre ogni specie di frutta per gioia e nutrimento degli uomini e di tutti gli animali. Per tutto questo noi ti lodiamo, o Dio, e per tutti i benefici che ci hai accordato, adornando per noi l’intera creazione di vari frutti, per mezzo di tuo figlio Gesù Cristo, nostro Signore, per il quale è a Te gloria nei secoli dei secoli. Amen. Si benedicano tra i frutti l’uva, i fichi, i melograni, le olive, le pere, le mele, i gelsi, le pesche, le ciliegie, le mandorle, le prugne, ma non le angurie, i meloni, i cocomeri, le cipolle, gli agli né alcun altro legume. Talvolta si offrono anche i fiori: ma si offrano rose e gigli, e non altri fiori. Qualsiasi cosa si prenda, si renda grazie a Dio santo, prendendone in sua gloria.
(Traditio, p. 85-91)
LA CONCLUSIONE DEL TESTO
Nel concludere la sua fatica Ippolito auspica che ci sia accoglienza nei
confronti delle disposizioni che dà, perché lui ritiene di aver offerto la
tradizione risalente agli apostoli. È ben consapevole che non tutti siano in linea con essa, ma qui non sembra che ci sia la punta velenosa espressa
nella introduzione contro gli ignoranti. E tuttavia egli si rende conto che le
distanze ci sono ancora e che alcuni si lasciano prendere dal proprio
capriccio, per fare diversamente. In base a queste parole dovremmo pensare
che egli voglia stare dalla parte dei conservatori che non ammettono forme di creatività discutibili nell’ambito della liturgia con il rischio fin troppo evidente di muoversi con eccessiva libertà.

L’autore richiama ancora le autorità della Chiesa perché siano vigilanti in
questo campo, per evitare che possano pullulare le eresie, a partire da
questa falsa visione di libertà creativa. Essa non aiuta a costruire una Chiesa
armoniosa nella preghiera comune da vivere sotto la guida di coloro che
hanno ministeri per l’imposizione delle mani o compiti formativi per essersi preparati a dare il proprio contributo dentro la comunità.
Queste istruzioni, se si ricevono con gratitudine e con fede, procurano alla
Chiesa l’edificazione e ai credenti la vita eterna. Do a tutti i saggi il consiglio
di custodirle, poiché nessun eretico né altro uomo potrà condurre in errore chi osserva la tradizione apostolica. Difatti le eresie si sono moltiplicate perché i capi non vogliono istruirsi sull’insegnamento degli apostoli, ma fanno ciò che vogliono, seguendo il loro capriccio e non l’opportunità. Carissimi, se abbiamo tralasciato qualcosa, Dio la rivelerà a coloro che ne sono degni, poiché egli governa la Chiesa affinché essa approdi al porto della pace.
(Traditio, p. 98-99)

CONCLUSIONE

Sulla base di queste dichiarazioni dell’autore non ci troviamo in presenza solo di un manuale liturgico, che dovrebbe riguardare chi è esperto in materia: tra le righe si avverte che l’autore vuole contribuire alla costruzione di una Chiesa che riveli, nel momento più significativo della sua immagine e della sua vita e ragion d’essere, di essere a servizio dalla ricerca di un cammino armonioso, dove la fraternità non esclude il ricorso a chi deve svolgere compiti di dirigenza e di vigilanza, e nel contempo esercitare un’autorità, che, essendo a servizio dell’unità non mortifichi la creatività nei suoi momenti decisivi, ma sorvegli ricorrendo all’azione dello Spirito. Così la Chiesa potrà dare la sua testimonianza di unità, quella che non impedisce le diversità, ma le vive e le esprime nella convergenza “ad unum”.

ACTA MARTYRUM: PRIME TESTIMONIANZE STORICHE: LA PASSIONE DEI MARTIRI SCILLITAN-LA PASSIONE DI PERPETUA E FELICITA

INTRODUZIONE

ACTA, PASSIONES, LEGENDAE

Nella prima letteratura cristiana hanno un certo rilievo i testi che
documentano le persecuzioni nei confronti dei cristiani stessi. Esse si sono
scatenate a più riprese in modo organizzato anche per il furore del popolo o
del principe tempo. Se nel I secolo sono dovute in gran parte alle follie di
imperatori, che governavano ricorrendo alla violenza e alla mattanza di
oppositori, come succede al tempo di Nerone (54-68) e di Domiziano (81-96), poi, in presenza di una sorta di resistenza passiva, che li rendeva, come gli Ebrei, irriducibili al potere costituito, i cristiani sono stati ricercati e
condannati. Anche nel II secolo, sotto gli Antonini, o imperatori adottivi,
venivano accusati e puniti perché refrattari alla cultura dominante. Quando il fenomeno persecutorio diventa un sistema che dilaga nell’impero, se ne parla non solo nei testi degli storici, ma anche nei documenti del tribunale che affronta la questione. E di qui passano anche tra le mani dei cristiani.
Nascono così le prime redazioni di resoconti del martirio, soprattutto in
presenza di personaggi che avevano un certo rilievo nella prima Chiesa o nel
territorio dove scoppiavano le persecuzioni. I testi, raccolti e fatti conoscere, sono gli stessi resoconti dei tribunali, sia nel caso che provengano direttamente di lì, magari con la complicità di qualcuno che lavora in tribunale, sia perché il redattore finale lo ricava di lì, essendo presente alla scena. Così i verbali, ridotti all’essenziale, poiché riproducevano le domande degli inquirenti e dei giudici e le risposte dei condannati, diventavano non solo la documentazione storica per il sistema giudiziario romano, ma anche un testo autorevole con cui la comunità cristiana riconosceva e glorificava i suoi eroi.
Quando i cristiani si trovavano a celebrare la memoria dei martiri sulle loro
tombe, leggevano queste composizioni, che in tal modo si aggiungono ai testi biblici; essi poi vengono conclusi con la dossologia, mediante la quale la glorificazione dei caduti per la fede diventa una glorificazione di Dio. In
assenza dei verbali, fioriscono i racconti dei testimoni oculari, o anche di
coloro che sono coinvolti nel martirio e che lasciano come una specie di
testamento, per richiamare, a chi resta, la coraggiosa testimonianza dei
caduti. Simili testi fioriscono in occasione delle persecuzioni che un po’
ovunque si verificano, soprattutto nell’intento di sradicare la “mala pianta”, considerata rovinosa perché mina alla base il sistema di potere.

Inizialmente gli Atti dei martiri non sono numerosi e sembrano segnalare le
figure ragguardevoli; poi però, quando la persecuzione diventa anche uno
spettacolo popolare, si ha cura che il fenomeno delle violenze nei circhi si
radichi un po’ ovunque, per accontentare i bassi istinti e avere di riscontro il
consenso popolare. E, come piacciono quei “giochi” negli stadi, così si ritiene che possa non solo piacere, ma soprattutto essere utile leggere i testi che li raccontano. Anzi, prendono piede i dettagli più violenti e terrificanti in presenza di chi ha il gusto di soffermarsi su di essi. Ancora nel III secolo, gli “Acta martyrum” sono di fatto o i verbali del processo, o i testi desunti da essi. Successivamente, sia per il moltiplicarsi dei casi, sia per la non
reperibilità della trascrizione dai verbali, si sopperisce con documenti lasciati all’abilità di chi scrive, il quale aggiunge annotazioni sue, anche per suscitare forti emozioni. Di qui la redazione di testi fortemente drammatici e proprio per questo ancor più ricercati. Nel contempo, forse anche per la fortuna dei testi narrativi caricati emotivamente, sorgono pure narrazioni fantasiose. Spesso i racconti si arricchiscono (e si appesantiscono) di ulteriori episodi che allungano il racconto e tengono i lettori con il fiato sospeso, nel desiderio di saperne di più con i tanti particolari, talvolta anche fin troppo cruenti. Nei secoli successivi, quando non c’è più il clima persecutorio, ma si diffonde il culto delle reliquie, si avverte la necessità di accompagnare le celebrazioni dei martiri con racconti che suppliscono al silenzio delle fonti. I martiri sono esaltati nei testi poetici utilizzati durante le liturgie solenni, come succede a Roma con papa Damaso (366-384) e a Milano con S. Ambrogio (374-397); e insieme vengono decantati nelle notizie che i predicatori offrono in occasione delle feste, come troviamo documentato nei testi omiletici di S. Ambrogio e di S. Agostino. Non di meno succede, anche oltre costoro, con narrazioni piuttosto fantasiose, soprattutto in relazione a martiri di dubbia provenienza.
In occasione della persecuzione indiscriminata al tempo di Diocleziano (284-303), ci troviamo in presenza di figure che appaiono conosciute solo per il nome, spesso simbolico e fantasioso, anche perché ogni località dice di possedere le reliquie e di godere della protezione del martire o della martire locale. Se poi il culto si allarga, si sente il bisogno di far conoscere il santo con un racconto affidato alle competenze di chi sa raccontare. Nascono così le “Passiones”, che si limitano a raccontare il momento del martirio, volendo riprodurre ciò che troviamo negli Atti del martirio.

Esse non si riducono al solo verbale del processo, ma descrivono le scene
collaterali e sempre più spesso diventano la biografia della figura decantata.
Queste “Passiones” diventano così “Legendae”, cioè testi che devono
essere letti soprattutto nelle assemblee liturgiche. Simili testi sono infarciti di episodi inverosimili, come quelli nei quali si dice che la testa, tagliata con la decapitazione, viene raccolta dallo stesso martire, poi descritto nei dipinti con la testa in mano oltre che sul collo e poi definito “cefaloforo”. Per questi particolari miracolistici i testi, pur letti, diventano “leggendari” e quindi sono racconti senza alcun fondamento storico. Il Medioevo arricchisce il repertorio di simili racconti con altri testi che diventano sempre più popolari. Tra questi è da ricordare la “Legenda aurea” di Jacopo da Varagine (1230-1298), in cui si trovano racconti che hanno contribuito a rendere sempre più popolari alcuni santi. Qui abbiamo narrazioni costruite appositamente per figure di cui non si hanno notizie sicure, come è il caso di S. Giorgio, uno tra i santi più diffusi e famosi nel periodo medievale e non solo.

ACTA DEL II SECOLO

Il martirio è un fenomeno che accompagna la storia della Chiesa: la
conservazione della memoria degli “eroi della fede” è affidata alle narrazioni che molto spesso sono prodotte a livello orale e usate negli incontri per onorarli, magari nei cimiteri, o dove, nascostamente, vengono custoditi. Dalla fase orale si passa alle redazioni scritte, come già si può vedere nella lettera di S. Clemente (fine I secolo), il quale ricorda i martiri di Roma, tra cui Pietro e Paolo, uccisi nella persecuzione di Nerone (64-67).
Lasciando da parte gli esempi dei tempi antichi, veniamo agli atleti che sono stati più vicini a noi. Mettiamoci davanti agli occhi gli esempi eroici della nostra generazione. Coloro che erano le colonne più alte e più sante soffrirono la persecuzione e combatterono fino alla morte. E questo a causa della persecuzione, suscitata dall’odio e dalla cattiveria. Poniamo davanti ai nostri occhi i valorosi apostoli: Pietro, che per malvagia intolleranza ebbe a sopportare non uno o due, ma molti dolori e così, avendo data la testimonianza del martirio,
se ne andò al luogo di gloria che gli spettava. In seguito conseguì il premio delle
sofferenze Paolo, vittima dell’accanito fanatismo dei suoi nemici. Messo sette
volte in catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo della parola in oriente e in
occidente, si rese glorioso per la sua fede. Dopo di aver insegnato la giustizia a
tutto il mondo e aver toccato i confini dell’occidente, rese la sua testimonianza
davanti ai governanti.

Così passò da questo mondo e se ne andò nel luogo dei santi, modello altissimo
di fortezza nella prova. A questi uomini che sono vissuti nella santità, venne ad
aggiungersi una grande moltitudine di eletti i quali avendo sofferto ancora a
causa dell’altrui odio molti oltraggi e tormenti, offrirono a noi un magnifico
esempio. A motivo dell’odio, parecchie donne soffrirono persecuzioni come
Danaidi e Dirci. Sostennero oltraggi terribili ed empi e così giunsero alla meta
della fede. Quantunque deboli di corpo ricevettero un nobile premio. La gelosia
alienò gli animi delle donne dai mariti e alterò il detto del nostro padre Adamo:
Questo è osso delle mie ossa e carne della mia carne. Gelosia e discordia
rovinarono grandi città e sconvolsero dalle radici popoli numerosi. Vi scriviamo
queste cose, carissimi, non soltanto per richiamarvi al vostro dovere, ma anche
per ricordarlo a noi stessi. Infatti ci troviamo nella medesima arena e ci attende
il medesimo combattimento. Lasciamo da parte perciò le vane e inutili
preoccupazioni e ritorniamo alla gloriosa e venerabile norma della nostra
tradizione e cerchiamo di vedere che cosa è bello, piacevole e gradito agli occhi
del nostro Creatore. Teniamo gli occhi fissi sul sangue di Cristo e comprendiamo
quanto è prezioso per Dio, suo Padre, il sangue di lui che, sparso per la nostra
salvezza, arrecò al mondo intero la grazia della conversione.
(Clemente Romano, I lettera 5-7)
Nel corso del II secolo sono formulati i testi tratti dai processi, che poi danno
origine alle documentazioni più elaborate e degne di assurgere ad opere di
letteratura e di essere conservate come lavori notevoli. Sono da segnalare,
nel secolo degli imperatori filosofi, i racconti del martirio di S. Policarpo,
avvenuto nel 155, e del martirio di S. Giustino, nel 163. Si deve riconoscere 
che, a partire da simili rievocazioni, nascerà il desiderio di lasciare documenti
che diano lustro ai santi anche oltre il luogo in cui avviene il loro martirio.

ACTA DEL III SECOLO

Le migliori espressioni di questo nuovo genere letterario si hanno fin dai primi
anni del secolo III, e in particolare nel territorio della provincia romana
d’Africa, che corrisponde al litorale mediterraneo. Con la dissoluzione della
dinastia “Antonina”, quella dei cosiddetti “imperatori adottivi”, in seguito al
colpo di Stato che elimina Commodo (180-192), figlio di Marco Aurelio (161-
180), si stabilisce a Roma la dinastia dei Severi, che è originaria da Leptis
Magna, nell’attuale Libia. Settimio Severo (193-211) modifica di fatto l’assetto
istituzionale dello Stato romano, presentandosi con una autorità derivata da
Dio stesso e non più in compartecipazione con il senato; di fatto egli si
reggeva sull’esercito.

Sotto di lui avvengono diversi episodi di persecuzione nei confronti dei
cristiani, anche se lui non risulta esserne l’organizzatore. Certamente li
considerava sempre alla stregua degli Ebrei, che per Roma costituivano i
nemici interni mai assimilati allo Stato romano. I fenomeni di persecuzione
sono spesso dovuti alla pressione popolare, la quale aveva invisi i cristiani,
talora per pregiudizio e talaltra per ostilità con il mondo ebraico; in più
cercava spettacoli cruenti nello stadio. Questi fenomeni avvengono
soprattutto in Africa, dove nel frattempo si era consolidata la Chiesa, che fin
dagli inizi del III secolo presenta figure eminenti e testi di notevole fattura. Qui
si trova un testimone autorevole, per quanto appaia come uno spirito libero e
irriducibile a certi schemi. Si tratta dello scrittore Tertulliano (155-230), che,
di-venuto cristiano a 40 anni, si mette a scrivere, dominato da una retorica
vivace, con la quale egli rende accattivanti i suoi testi, spesso caustici ma
sempre affascinanti. Per quanto poi si collochi al di fuori della Chiesa,
lasciandosi andare a posizioni sempre più estreme fino all’eresia, nei testi del
periodo in cui è in unione con la Chiesa, scrive con particolare efficacia per la
sua causa, vedendola circondata dal pregiudizio e da attacchi indiscriminati,
ed ha parole incoraggianti anche per i martiri nel loro combattimento, come si
legge nel suo pamphlet “Ad Martyres”.
O creature benedette, che siete state chiamate alla gloria del martirio, a voi la
Chiesa, madre e signora, dalle sue viscere stesse dà il nutrimento dell'amore suo
infinito, che vi tiene ancora in vita; ma anche i fratelli vostri sono pronti a
somministrarvi, ciascuno dalle proprie risorse, quanto può esservi sufficiente a
sostentare il povero corpo vostro; e da noi pure ricevete qualcosa che serva a
sollevarvi e a nutrire l’anima. (…) Ma forse io non sono da tanto da poter
rivolgere a voi la parola; ma noto che anche ai gladiatori, che pur sono abilissimi, 
perfetti anzi nell’esercizio dell’arte loro, non soltanto i maestri e chi alle loro
esercitazioni presiede, ma anche gente qualunque e chi non ha conoscenza
alcuna di ciò che essi stanno facendo, rivolgono a costoro esortazioni e consigli;
e le parole stesse che escono così alla buona dalla bocca del popolo, talvolta non
sono dette invano. Per prima cosa io vi dirò, o spiriti eletti: non vogliate
contristare lo Spirito Santo, che con voi è entrato in questa vostra prigione. Oggi
non sareste qui, se lo Spirito non vi avesse seguito e non fosse con voi; cercate in
ogni modo che Egli resti qua, così che dopo, da codesto luogo, vi conduca su fino
al Signore. La casa del diavolo è il carcere, e in questa egli raduna chi è familiare
a lui, che è lo spirito del male. Ma voi è proprio a questo scopo che siete giunti ad
esser rinchiusi nell'oscura prigione: perché in casa del diavolo, nel suo pieno
dominio, voi ne abbiate a schiacciare la malvagia natura.
(Tertulliano, Ad martyres)

Le immagini che troviamo fanno riferimento ai combattimenti gladiatori nei
circhi, dove pure si assisteva alle esecuzioni capitali, a cui erano sottoposti i
cristiani. Nel medesimo periodo in cui scrive Tertulliano ci sono episodi
cruenti di cui rimangono tracce nei testi coevi che raccontano dei martiri. Si
tratta di opere che in parte vengono tratte dai verbali, ma nel contempo si
hanno aggiunte da parte degli stessi protagonisti e di persone che assistono
agli spettacoli del circo. Si deve pensare che ci siano fenomeni del genere un
po’ ovunque. Ma i testi più belli sotto il profilo narrativo derivano proprio dal
Nord Africa: in questo territorio si ha il fiorire di una letteratura cristiana di
notevole valore ed efficacia, in presenza di figure cospicue che
contribuiscono a lasciare un linguaggio nuovo e di notevole spessore. Così,
anche se si deve assistere ad una recrudescenza delle persecuzioni, nel
contempo questi esempi di eroismo, invece di scoraggiare, creano nuove
adesioni, anche e soprattutto fra persone dotate di una certa cultura. È lo
stesso Tertulliano a coniare la frase rimasta celebre, per cui “il sangue dei
cristiani è una semente che attecchisce e porta frutto”. Probabilmente vi
contribuisce la scena a cui si assiste nel circo; ma, forse, più ancora, quanto
viene scritto e diffuso per far conoscere queste figure e soprattutto l’eroismo
da loro dimostrato. Fa specie che, se questi martiri hanno avuto un grande
risalto al loro tempo, non hanno avuto la medesima fama nei secoli
successivi, per lasciare il posto ad altri personaggi di cui non abbiamo testi
con fondamento storico, ma solo narrazioni “leggendarie”, infarcite di “cose
inverosimili”; esse sono tali da lasciare traccia nella memoria popolare, che
ancora oggi celebra e onora santi e sante, senza che ci sia di loro un
fondamento storico, se non per una lunga tradizione celebrativa sia laddove
sono noti, sia dove sono stati fatti conoscere. Di questo periodo, tra gli
Antonini e i Severi, sono rimasti alcuni Atti di martiri appartenenti al Nord

Africa, che ci rivelano, con le figure eroiche dei martiri, dei testi di un certo
valore letterario.

ATTI DEI MARTIRI SCILLITANI

Gli Atti dei martiri scillitani, a noi pervenuti in duplice redazione, greca e latina, ma
redatti originariamente in latino, sono il documento più antico attestante con
sicurezza la diffusione del cristianesimo nell’Africa Romana.

Il documento è d’indiscussa autenticità. Gli Atti riferiscono che un gruppo di 12
cristiani proveniente da Scilli (località non identificata della Numidia): sette uomini
(Sperato, Narzalo, Cittino, Veturio, Felice, Aquilino, Letanzio) e cinque donne
(Donata, Vestia, Ianuaria, Generosa e Seconda), il 17 luglio 180, furono condotti a
Cartagine davanti a Saturnino, proconsole dell'Africa, per rispondere della loro fede
cristiana. Alle domande, formulate con tono conciliante dal proconsole, Sperato
risponde con grande fierezza: "ego imperium huius saeculi non cognosco" (Io non
riconosco l’impero di questo mondo). Saturnino offre agli imputati trenta giorni di
tempo per riflettere: essi rifiutano. Viene emanata allora la sentenza con la quale i
12 imputati (probabilmente dei 12 nomi 6 furono aggiunti in un secondo momento e
non dovettero far parte del gruppo dei martiri del 17 luglio) "ritu christiano se vivere
confessos, quoniam oblata sibi facultate ad Romanorum morem redeundi
obstinanter perseveraverunt, gladio animadverti placet" (Si decreta che siano colpiti
di spada coloro che hanno confessato di voler vivere secondo la fede cristiana,
poiché, data loro la facoltà di ritornare ai costumi romani, essi ostinatamente hanno
perseverato nel loro credo). Va ricordato, come particolare del più alto interesse per
lo studio della diffusione e dell’origine della traduzione latina del Nuovo Testamento,
che, a domanda del proconsole, Sperato afferma di avere con sé "libri et epistulae
Pauli viri iusti" (i libri e le lettere di Paolo, uomo giusto).
(Enciclopedia Treccani)
C’è concordanza sul fatto che esso sia un documento storico inoppugnabile,
e che dunque qui siamo in presenza di figure reali: alcuni nomi appartengono
a quell’area geografica, a dimostrazione che si tratta di personaggi vissuti in
quel territorio, dove si rivelano cittadini rispettosi dello Stato romano
nell’ambito civile, ma anche decisi a restare fedeli alla propria coscienza e
alla propria scelta nell’ambito della fede. E siamo pure in presenza di un
processo che si potrebbe definire stenografato, come se si volessero
verbalizzare domande e risposte nella loro essenzialità. Anche sotto il profilo 
linguistico si deve rilevare un latino ormai radicato un po’ ovunque
nell’Impero, dove le parole e le frasi si susseguono come dove-vano risultare
nella loro esposizione orale.
Sotto il consolato di Presente, per la seconda volta, e di Claudiano, il 16°
giorno dalle Kalende di Agosto (17 luglio), a Cartagine, convocati nell’ufficio
privato Sperato, Nartzalo e Cittino, Donata, Seconda, Vestia, il proconsole
Saturnino disse: “Potete meritare l’indulgenza del signore nostro imperatore,
se tornate a più miti consigli”.

Sperato disse: “Non abbiamo mai fatto nulla di male; all’iniquità non vogliamo
prestare alcun atto; mai abbiamo detto qualcosa di male, ma, avendolo
subìto, abbiamo reso grazie; perciò noi siamo servi del nostro imperatore”. Il
proconsole Saturnino disse: “Anche noi siamo religiosi ed è semplice la
nostra religione, e giuriamo per il genio del nostro signore imperatore, e
preghiamo per la sua salute e voi pure dovete farlo”. Sperato disse: “Se
presterai le tue orecchie con calma, dirò il mistero della semplicità”. Saturnino
disse: “A te che vuoi parlar male delle nostre cose sacre, non presterò
ascolto; ma piuttosto giura per il genio del signore nostro imperatore”.
Sperato disse: “Io non riconosco l’impero di questo secolo; ma sono a
servizio di quel Dio, che nessuno degli uomini ha visto, né può vedere con
questi occhi. Non ho commesso alcun furto, ma se qualcosa ho comprato,
sono disposto a pagare la tassa; perché riconosco il mio signore, il re dei re e
l’imperatore di tutte le genti”. Il proconsole Saturnino disse agli altri:
“Rinunciate di appartenere a questa vostra persuasione”. Sperato disse: “E’
un cattivo convincimento commettere omicidio, dire falsa testimonianza”. Il
proconsole Saturnino disse: “Non vogliate essere partecipi di una simile
follia!”. Cittino disse: “Noi non abbiamo nessun altro da temere se non il
Signore Dio nostro che è nei cieli”. Donata disse: “Diamo onore a Cesare
come Cesare; abbiamo il timore di Dio per Dio”. Vestia disse: “Cristiana
sono”. Seconda disse: “Ciò che sono, questo voglio essere”. Il proconsole
Saturnino disse a Sperato: “Perseveri ad essere cristiano?” Sperato disse:
“Cristiano sono”. E con lui tutti furono d’accordo”. Il proconsole Saturnino
disse: “Volete forse uno spazio di tempo per prendere una decisione?”.
Sperato disse: “In una cosa tanto giusta non c’è affatto da stare a discutere”.
Il proconsole Saturnino disse: “Che cosa avete nei vostri sacchi?”. Sperato
disse: “I libri e le lettere di Paolo, uomo giusto”. Il proconsole Saturnino disse:
“Avete tempo 30 giorni e richiamatelo al cuore”. Sperato disse di nuovo:
“Sono Cristiano!”. E con lui furono tutti d’accordo. Il pro-console Saturnino
dalla tabella lesse il decreto: “Sperato, Nartzalo, Cittino, Donato, Vestia,
Seconda, e gli altri che hanno confessato di voler vivere nella religione
cristiana, poiché, data loro la facoltà di tornare al costume romano,

ostinatamente hanno perseverato, si decreta che siano colpiti di spada”.
Sperato disse: “Rendiamo grazie a Dio”. Nartzalo disse: “Oggi in cielo siamo
martiri: Siano rese grazie a Dio”. Il proconsole Saturnino ordinò che l’araldo
proclamasse: “Siano condotti al supplizio Sperato, Nartzalo, Cittino, Veturio,
Felice, Aquilino, Letanzio, Gennaro, Generosa, Vestia, Donata, Seconda”.

Tutti insieme dissero. “Siano rese grazie a Dio!”. E così tutti insieme furono
coronati col martirio, e regnano con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo per
tutti i secoli dei secoli. Amen.
Oggi, nel calendario liturgico, questi martiri non compaiono. Con la riforma
del Vaticano II, alcuni martiri presenti nel vecchio messale sono stati tolti,
mentre alcuni, che pur non possiedono una documentazione storica sicura,
sono rimasti a causa della loro popolarità. Questi invece, come altri, sono
lasciati al culto locale. Al di là della fama di santità all’interno della Chiesa, qui
va rilevato il documento storico che attesta la presenza in terra d’Africa di una
comunità cristiana in grado di offrire un bell’esempio, come si può evincere
dal testo nelle risposte chiare e decise che costoro danno. È il primo segnale
proveniente da un luogo periferico rispetto a Roma, dove la fedeltà allo Stato
non è in discussione, che cultura e religiosità si abbinano e danno buoni frutti.
Ed è ben radicata la fede, tenuto conto che il percorso fatto dai primi
missionari si svolgeva in altri territori. Anche l’Africa è destinata a qualificarsi
in questo periodo, sia nell’ambito civile sia in quello religioso.
ATTI DI PERPETUA E FELICITA

Il testo non si presenta nella forma del processo tenuto in tribunale; è
piuttosto una specie di diario, scritto dalla protagonista mentre si trova in
carcere, e poi ricomposto da uno scrittore dotato di notevoli abilità narrative,
tali da rendere piacevole la lettura …

Costui elabora una cornice introduttiva e stila il resoconto finale della scena
tragica del martirio, dando così un’impostazione unitaria al racconto, tale da
renderlo un vero capolavoro letterario. È comune e diffusa opinione che vi sia
la mano esperta di Tertulliano. Costui, in una sorta di proemio all’operetta,
giustifica il suo lavoro, perché non si perda la memoria dei nuovi eroi della
fede i quali meritano di essere riconosciuti e onorati, per essere imitati. Egli
poi afferma che, mentre gli avversari si accaniscono sui più deboli,
scatenando e organizzando la persecuzione, chi appare travolto e tolto di
mezzo rivela di possedere la carica dello Spirito e mostra una energia
insospettata e inaspettata. Così non si ha solo il racconto di ciò che è
avvenuto, ma, anche in questo caso, viene tentata la lettura “evangelica” di
un evento tragico nel quale si dispiega la potenza divina nella fragilità umana.
Secondo la tradizione, furono Perpetua e Felicita a redigere la “passio” nei capitoli
centrali, mentre la compilazione definitiva fu opera dell’apologista Tertulliano. In
base a questo racconto, Vibia Perpetua, una nobile e colta matrona di Cartagine, di
ventidue anni, madre di un bambino che ancora allattava, fu arrestata insieme ai
suoi servi Revocato, Saturnino, Secondolo e Felicita, quest’ultima incinta e in procinto
di partorire. Essi erano ancora catecumeni ed erano stati convertiti  da Saturo. Nel
202, un decreto dell’imperatore Settimio Severo (193-211) aveva proibito a tutti i
cittadini dell’impero di diventare cristiani ed anche ebrei, e chiunque avesse
disobbedito sarebbe stato condannato a pene severe. Il padre di Perpetua era 
pagano, mentre sua madre e due suoi fratelli erano cristiani, uno dei quali
catecumeno. Il terzo fratello, il giovane Dinocrate, morì ancora bambino. Dopo il loro
arresto, e prima di essere condotti in prigione, i cinque catecumeni furono battezzati.
Perpetua e Saturo lasciarono dei fedeli e puntuali resoconti delle sofferenze e dei
patimenti durante la prigionia, del tentativo del padre di Perpetua di indurla
all’apostasia, delle loro visioni e di tutte le vicissitudini prima della loro esecuzione.
Poco dopo la morte dei cinque martiri, un cristiano, probabilmente Tertulliano ha
aggiunto a questi documenti preziosi anche il racconto dell’esecuzione.
(da Wikipedia)
L’incipit del testo è affidato al curatore; costui si premura di dare risalto poi
alla protagonista del racconto, che è Perpetua, la quale scrive in prima
persona, fino al giorno dell’esecuzione.

Furono arrestati dei giovani catecumeni, Revocato e Felicita, sua conserva,
Saturnino e Secundulo, e tra questi anche Vibia Perpetua, di nobile famiglia,
istruita nelle arti liberali e sposata secondo il costume delle matrone: aveva
padre e madre e due fratelli, uno di essi catecumeno come lei, e un figlio, che
prendeva ancora il latte dal suo seno; essa stessa toccava appena i ventidue
anni. A partire da qui, ella stessa narrò punto per punto tutto l’ordine del suo
martirio – e io lo trascrivo così come lo lasciò scritto di sua mano e proprio
sentimento -. Così, dunque, essa racconta.
Quando noi vivevamo fra i nostri persecutori, desiderando mio padre
piegarmi con le sue parole e, spinto dal suo amore, persistendo nel tentativo
di farmi apostatare: “Padre – gli dissi – vedi, ad esempio, questo vaso o
quell’orciolo?”. “Lo vedo”: mi rispose. Io proseguii: “Puoi tu forse chiamarli
con un altro nome diverso da quello che essi sono?”. “No” mi rispose. Ed io
allora gli dissi: “Così non posso io essere chiamata con un nome diverso da
ciò che sono: cristiana”. Mio padre allora, irritato da queste mie parole, mi si
scagliò addosso, come volesse strapparmi gli occhi. Tuttavia si limitò a
maltrattarmi; poi se ne andò, vinto, e portandosi via i suoi diabolici argomenti.
Per quei pochi giorni che mio padre fu assente, ringraziai il Signore, e la sua
assenza mi era di sollievo. Proprio nello spazio di quei pochi giorni fummo
battezzati, e lo Spirito mi suggerì che all’acqua battesimale non avevo da
chiedere altra grazia che la pazienza della carne nelle sofferenze del martirio.
Dopo pochi giorni fummo incarcerati: ebbi tanta paura per-ché non avevo mai
conosciuto tenebre come quelle. O giorno terribile quello! C’era un caldo
soffocante per l’ammucchiamento delle persone; i soldati ci maltrattavano e
io, poi, ero tormentata dal pensiero del piccolo figlio, che avevo dovuto 
lasciare. Allora Terzo e Pomponio, diaconi benedetti, che ci assistevano,
ottennero, a prezzo d’oro, che per poche ore fossimo messi in un luogo
migliore per poter almeno respirare. Usciti dal carcere, ognuno pensava alle
sue necessità, e io potei allattare il mio bambino che già veniva meno per la
fame. Mentre mi curavo di lui, parlavo con mia madre, confortavo mio fratello
e ad entrambi raccomandavo mio figlio. Ero piena di dolore perché li vedevo
soffrire per causa mia. In queste angustie passai molti giorni; poi ottenni di
poter tenere con me, in carcere, mio figlio. Fui subito risollevata e acquistai
nuove forze per il lavoro e la sollecitudine per mio figlio. Il carcere allora
divenne per me un palazzo, al punto che preferivo rimanervi che trovarmi in
alcun altro posto”.
Seguono nel racconto i tentavi del padre di persuadere i familiari, e in
particolare Perpetua, perché desistano dal loro proposito di professarsi
cristiani: la sua supplica è fatta in presenza del bambino di Perpetua.

Anche Felicita, la serva era in quei giorni incinta e, secondo la legge, le
poteva essere evitata la condanna. Ma in carcere partorì e fu così unita ai
compagni, mentre la sua creatura fu affidata ad una donna. Nelle ore
dell’attesa dell’esecuzione Perpetua racconta di alcune visioni che ha avuto e
che la confermano nel proposito di andare fino in fondo. Arriva il giorno del
martirio: è il 7 marzo 203. Qui interviene il curatore del libro.
Spuntò il giorno della vittoria dei martiri e dal carcere si recarono
all’anfiteatro, come se andassero in cielo, raggianti in volto, dignitosi,
trepidanti più per la gioia che per la paura. Perpetua per prima fu scagliata in
alto dalla vacca e ricadde sul fianco. Così si alzò e, avendo visto Felicita
gettata a terra, le si accostò, le porse la mano e la rialzò. E ambedue stettero
in piedi insieme. Vinta la durezza della folla, furono chiamate alla porta
Sanavivaria, Ivi Perpetua, accolta da un catecumeno di nome Rustico che le
stava accanto, e come destata dal sonno (talmente era fuori dei sensi e rapita
in estasi), cominciò a guardarsi attorno e disse tra lo stupore di tutti: “Quando
saremo esposte là a quella vacca?”. E avendo sentito che ciò era già
avvenuto, non volle crederci prima di aver notato i segni del maltrattamento
sul suo corpo e sul vestito. Quindi fatto chiamare suo fratello e quel
catecumeno li esortò dicendo: “Siate saldi nella fede, amatevi tutti a vicenda
e non prendete occasione di scandalo dalle vostre sofferenze”. A sua volta
Saturo presso un’altra porta stava esortando il soldato Pudente. Disse fra
l’altro: “Insomma, proprio come avevo supposto e predetto, finora non ho
sperimentato nessuna fiera. Ma ora credi di tutto cuore: ecco io vado lag-giù
e sarò finito da un solo morso di leopardo”. E subito, sul finire dello
spettacolo, gettato in pasto al leopardo, con un solo morso fu bagnato di
tanto sangue che il popolo diede testimonianza al suo secondo battesimo 
gridando: “E’ salvo il lavato! E’ salvo il lavato!”. Davvero era salvo colui che si
era lavato in tal modo! Allora disse al soldato Pudente: “Addio, ricordati della
fede e di me; queste cose non ti turbino, ma ti confermino”. Nello stesso
tempo si fece dare l’anello del suo dito e immersolo nella sua ferita glielo
restituì come eredità, lasciandogli il pegno e il ricordo del suo sangue. Venne
quindi disteso, ormai esanime, insieme con gli altri al solito posto per il colpo
di grazia. E siccome il popolo reclamava che quelli fossero portati in vista del
pubblico al centro dell’anfiteatro, per poter fissare sulle loro membra i suoi
occhi, complici dell’assassinio, mentre la spada penetrava nel loro corpo, essi
si alzarono spontaneamente e si recarono là dove il popolo voleva, dopo
essersi prima baciati per terminare il martirio con questo solenne rito di pace. 

Tutti gli altri ricevettero il colpo di spada immobili e in silenzio: tanto più
Saturo, che nella visione di Perpetua era salito per primo, per primo rese lo
spirito. Egli infatti era in attesa di Perpetua. Essa poi per gustare un po’ il
dolore, trafitta nelle ossa, gettò un grido, e lei stessa guidò alla sua gola la
mano incerta del gladiatore, ancora novellino. Forse una donna di tale
grandezza, che era tenuta dallo spirito immondo, non avrebbe potuto morire
diversamente, se non l’avesse voluto lei stessa. O valorosi e beatissimi
martiri! Voi siete davvero i chiamati e gli eletti alla gloria del Signore nostro
Gesù Cristo!
Bisogna riconoscere che il testo presenta accenti delicati, soprattutto quando
si fa riferimento alle due donne, nobili e fiere, e sempre coraggiose nel far
fronte alla brutalità: chi scrive vuole onorarle e additarle ad esempio di grande
eroismo. Le medesime immagini troviamo in S. Ambrogio quando racconta
della tredicenne Agnese, che guida il ferro della spada tenuta in mano dal
giustiziere inesperto. Non si trova qui il gusto morboso di ostentare la
violenza e di insistere sui dettagli più raccapriccianti, come invece si vede nei
testi di secoli successivi infarciti di scene inverosimili. Qui prevale una lettura
indubbiamente poetica, e nel contempo di una forte elevazione spirituale,
come se ci si trovasse in presenza di un rito liturgico, un sacrificio che è
glorificazione.

GLI ATTI DEL MARTIRIO DI S. CIPRIANO

Gli Atti, soprattutto di origine processuale, in modo particolare nel Nord
Africa, diventano un genere letterario, a cui si attinge soprattutto nell’ambito
cristiano per sostenere la testimonianza di fede nei momenti più difficili come
quelli della più virulenta persecuzione. Così, quando scoppia, a più riprese,
nel corso del III secolo si ritiene buona cosa dare risalto, in modo particolare
se sono coinvolti personaggi di un certo rilievo. Alla metà del secolo, sotto gli
imperatori Decio (249-251) e Valeriano (251-258), vengono ricercati e puniti
con la morte i capi della Chiesa, soprattutto papi e vescovi. Più ancora
vengono ricercati coloro che hanno responsabilità amministrative e quindi
hanno il controllo dei beni e del denaro, come erano allora i diaconi. Sul
tesoro della Chiesa punta l’occhio il potere politico, che deve affrontare
guerre contro i barbari ed ha bisogno di denaro per pagare l’esercito. Fra le
numerose figure mette conto qui ricordare i due personaggi più famosi, che
vengono condannati a pochi giorni d distanza l’uno dall’altro: A Roma,
insieme con Papa Sisto II, viene disfatto il corpo diaconale, tra cui S.
Lorenzo, ucciso sulla graticola, dopo aver preso in giro le autorità per aver
distribuito i soldi della Chiesa ai poveri. Il suo martirio avviene il 10 agosto
258. S. Ambrogio ne tesse l’elogio nel suo “De Officiis”. Il 14 settembre 258 a
Cartagine viene decapitato S. Cipriano, vescovo della città, uomo molto ricco 
e colto, autore di numerose opere, vera gloria della Chiesa africana del III secolo.
Di Cipriano non si hanno notizie circa la nascita e l’infanzia, ma si sa che pro-veniva
da una famiglia agiata. La conversione al cristianesimo avvenne in età matura e il
battesimo fu ricevuto nel 246. Aveva un certo prestigio a Cartagine: dalla biografia
scritta dal diacono Ponzio, si evince che i suoi modi erano dignitosi, ma non severi, e
affettuosi, ma senza cadere nelle effusioni. L’abilità nell’eloquenza gli attirava la
simpatia di tutti e la si riconosce anche nei suoi testi. Una volta convertito, decide di
rimanere celibe e di mettere a disposizione dei poveri i suoi beni. Per le sue qualità
oratorie e per la sua autorevolezza, fu scelto dai cristiani locali come vescovo di
Cartagine. Nello stesso anno, il 249, diventa imperatore Decio che organizza la
persecuzione dei cristiani, puntando ad eliminare i capi. Cipriano decide di tenersi
nascosto e questo sarà per lui causa di tante incomprensioni e giudizi negativi nella
Chiesa. La situazione diventa sempre più difficile sia a Roma sia a Cartagine, dove
scoppiano gli scismi, a partire da personaggi che si oppongono ai legittimi vescovi
locali. (da Wikipedia)

Al deflagrare della persecuzione, dietro suggerimento dei suoi cristiani di
Cartagine Cipriano si nascose per evitare l’arresto. Ne seguì l’accusa di
essersi sottratto per paura, come del resto era avvenuto per tanti. Costoro
vengono definiti “lapsi”, quelli che sono caduti nell’apostasia per evitare il
martirio. Cipriano reagisce sulla questione, sostenendo che costoro
andavano riammessi nella Chiesa, se lo chiedevano, e che comunque non
tutti devono essere accusati e condannati per apostasia. Quando riesplode la
persecuzione, sotto Valeriano, Cipriano non si ritira in campagna, ma affronta
la lotta. Già nei testi che scrive durante la sua missione episcopale, si può
notare l’alto livello morale e culturale dell’uomo, che poi emerge forte e
dignitoso in occasione del martirio, il 14 settembre 258.

Il testo che racconta il martirio non si riduce al solo verbale del processo,
dove le battute riflettono schemi già usati in altri processi analoghi. Sembra
anche poco plausibile che il giudice emani la sentenza a malincuore e nello
stesso tempo si esprima in maniera molto dura nella formula della sentenza,
dove si fa cenno ai peggiori reati di cui Cipriano sarebbe autore e istigatore.
Nella seconda parte della narrazione, quando si descrive il momento della
decapitazione, il tono si eleva e si ha l’impressione di assistere ad una
celebrazione liturgica, nella quale Cipriano è nel contempo sacerdote,
rivestito dei paramenti sacri, e vittima sacrificale, di cui bisogna raccogliere il
sangue, mediante i fazzoletti che sono distesi a questo scopo, destinati a
divenire una reliquia. La formula finale è inoltre la consueta dossologia, usata
nella lettura pubblica, perché il martirio, partecipazione al sacrificio di Cristo è
glorificazione del Padre. Anche per questi particolari bisogna riconoscere che
dal Nord Africa in questo secolo si diffonde questo genere letterario, destinato
a durare nei secoli.
Al mattino del 14 settembre molta folla si era radunata a Sesti secondo
quanto aveva ordinato il proconsole Galerio Massimo. E così lo stesso
proconsole Galerio Massimo ordinò che gli fosse condotto Cipriano
all’udienza che teneva nel medesimo giorno nell’atrio Sauciolo. Quando gli fu
davanti, il proconsole Galerio Massimo disse al vescovo Cipriano: «Tu sei
Tascio Cipriano?». Il vescovo Cipriano rispose: «Sì, sono io». Il proconsole
Galerio Massimo disse: «Sei tu che ti sei presentato come capo di una setta
sacrilega?». Il vescovo Cipriano rispose: «Sono io». Galerio Massimo disse:
«I santissimi imperatori ti ordinano di sacrificare». Il vescovo Cipriano disse:
«Non lo faccio». Il proconsole Galerio Massimo disse: «Rifletti bene». Il ve-
scovo Cipriano disse: «Fa’ ciò che ti è stato ordinato. In una cosa così giusta
non c’è da riflettere». Galerio Massimo, dopo aver conferito con il collegio dei
magistrati, a stento e a malincuore pronunziò questa sentenza: «Tu sei
vissuto a lungo sacrilegamente e ti sei aggregato moltissimi della tua setta
criminale, e ti sei costituito nemico degli déi romani e dei loro sacri riti. I pii e
santissimi imperatori Valeriano e Gallieno Augusti e Valeriano nobilissimo
Cesare non riuscirono a ricondurti all’osservanza delle loro cerimonie
religiose. E perciò, poiché sei risultato autore e istigatore dei peggiori reati,
sarai tu stesso di esempio a coloro che hai associato alle tue scellerate
azioni. Col tuo sangue sarà sancito il rispetto delle leggi». E dette queste
parole, lesse ad alta voce da una tavoletta il decreto: «Ordino che Tascio
Cipriano sia punito con la decapitazione». Il vescovo Cipriano disse:
«Rendiamo grazie a Dio».

Dopo questa sentenza la folla dei fratelli diceva: «Anche noi vogliamo esser
decapitati insieme a lui». Per questo una gran-de agitazione sorse fra i fratelli

e molta folla lo seguì. E così Cipriano fu condotto nella campagna di Sesti e
qui si spogliò del mantello e del cappuccio, si inginocchiò a terra e si prostrò
in orazione al Signore. Si tolse poi la dalmatica e la consegnò ai diaconi,
restando con la sola veste di lino, e così rimase in attesa del carnefice.
Quando poi questo giunse, il vescovo diede ordine ai suoi di dargli
venticinque monete d’oro. Frattanto i fratelli stendevano davanti a lui
pannolini e fazzoletti. Quindi il grande Cipriano con le sue stesse mani si
bendò gli occhi, ma siccome non riusciva a legarsi le cocche del fazzoletto,
intervennero ad aiutarlo il presbitero Giuliano e il suddiacono Giuliano. Così il
vescovo Cipriano subì il martirio e il suo corpo, a causa della curiosità dei
pagani, fu deposto in un luogo vicino dove potesse essere sottratto allo
sguardo indiscreto dei pagani. Di là, durante la notte, fu portato via con
fiaccole e torce accese e accompagnato fino al cimitero del procuratore
Macrobio Candidiano che è nella via delle Capanne presso le piscine. Dopo
pochi giorni il proconsole Galerio Massimo morì. Il santo vescovo Cipriano
subì il martirio il 14 settembre sotto gli imperatori Valeriano e Gallieno,
regnando però il nostro Signore Gesù Cristo a cui è onore e gloria nei secoli.
Amen.
I riferimenti locali, i dettagli della scena, per la quale non si punta sulla
spettacolarità, incline a suscitare commozione, rivelano un testo ben
costruito, che cerca una ricostruzione fedele dell’evento, non una narrazione
fredda come quella dei verbali processuali, ma neppure scandalistica o
teatrale come quella di chi eccede nella morbosità o nella finalità di suscitare
emozioni. Domina invece la padronanza di sé che Cipriano rivela e la grande
ammirazione che pur traspare fra chi assiste, come se partecipasse ad un
rito, segno che ormai questi momenti, come pure i racconti che ne trattano,
diventano controproducenti per i persecutori e stimolanti all’eroismo per i
cristiani. Nasce così una produzione letteraria, che ha trovato un equilibrio
espositivo, molto efficace per gli scopi che si prefigge: in fondo si deve
riconoscere che qui continua la modalità narrativa dei vangeli, dove il
racconto della passione non indulge mai ai sentimenti e ai sentimentalismi, e
a quel genere di spettacolarità che vuol far leva sulla emotività, mentre deve
piuttosto suscitare la fede nel modo giusto e spingere i cristiani a dar prova
dello Spirito che è in loro nei momenti drammatici delle prove.

CONCLUSIONE

Le opere segnalate danno origine ad un nuovo genere letterario che
caratterizza il mondo cristiano: non siamo ancora alla produzione di biografie
di santi, come succede nel IV secolo, con la Vita di S. Antonio ad opera di S.
Atanasio e quella successiva di S. Martino ad opera di Sulpicio Severo. Qui ci
si limita al racconto del martirio, come del resto era successo con il Vangelo,
il cui nucleo essenziale era dato dal racconto della passione di Gesù. In
queste prime opere, che poi creano un genere, affiorano i criteri con cui
devono essere segnalati i santi, ma più ancora i martiri. Avendo compreso
che essi diventano testimoni come esempi da seguire, si ritiene necessario
non solo narrare che cosa sia successo, ma anche descrivere il modo con il
quale essi affrontano il momento drammatico della loro passione: si deve
segnalare che essi nelle situazioni estreme hanno rivelato di possedere lo
Spirito e di essere stati guidati da Lui per dare il meglio di sé. Lo dice a chiare
lettere Tertulliano, con particolare efficacia, in una dialettica stringente che
appare convincente. Rivolgendosi ai martiri stessi è come se volesse parlare
a chi si troverà nella medesima situazione e dovrà rispondere di sé e della
scelta che ha fatto.
Voi siete stati segregati, allontanati dal mondo; ma se pensiamo che il mondo è
un’immensa prigione, noi comprendiamo bene come dovremmo dire che siete
usciti dal carcere, piuttosto che entrati. Maggiori di quelle che non circondino voi
qui, sono le tenebre in cui è avvolto il mondo, e gli animi degli uomini ne sono
turbati e sconvolti; più strette catene delle vostre vincolano e tormentano il
mondo, e le anime degli uomini ne sono dolorosamente oppresse; non è da
codesto vostro carcere, ma è dal mondo che si sollevano i miasmi più
pestilenziali, che sono appunto le sfrenate passioni umane. È il mondo che ha in
sé il maggior numero di colpevoli; il genere umano, nel suo complesso, è degno
di biasimo, e non è il giudizio del Proconsole che il mondo deve temere, ma il
giudizio che scenderà direttamente da Dio. E voi, o eletti, pensate pure d'essere
ormai passati da un carcere a un luogo di ritiro sereno e tranquillo, e se pure la
tenebra vi opprime, voi stessi rappresentate la luce; se vincoli dolorosi vi
stringono, voi ve ne dovete sentire sciolti per opera e per volere di Dio; se da
codesto luogo giungono ai vostri sensi esalazioni non buone, sappiate che siete
voi stessi il profumo d’ogni soavità; voi ora attendete che taluno vi giudichi, ma
sorgerà giorno in cui voi darete il vostro giudizio su coloro che ora sono i giudici
vostri. In codesto carcere provi tristezza ed intimo rincrescimento chi aspira
ancora, chi agogna ai beni del mondo: ma il cristiano, anche fuori del carcere, ha
ormai rinunziato al mondo.

Entrando in prigione, poi, avete sfuggito in certo modo prigionia più dura, che è
appunto il mondo stesso. Non importa nulla affatto in quali condizioni o dove voi
vi troviate nel mondo: voi siete fuori del mondo, ormai! Ammettiamo che veniate
a perdere qualche godimento della vita: ma è sempre un buon affare perdere 
qualcosa per guadagnare ciò che è di gran lunga superiore: e intendiamoci che
non voglio qui alludere al premio al quale Dio chiama i Martiri suoi. Intanto però
stabiliamo un paragone fra la vita che si conduce nel mondo e quella che si
trascorre in carcere, e vediamo se non ne sia maggiore il vantaggio che ne viene
ad avere il nostro spirito dall'esistenza che vien trascorsa in prigione, che il
danno che ne possa risentire il nostro corpo. Anzi, io potrei dire, se volessi
parlare seguendo norma di giustizia, che il corpo non viene a subirne danno
alcuno. È la Chiesa, nella sua infinita carità, che vi pensa, sono i fratelli di fede
che, nella pietà loro affettuosa, somministrano quanto a lui è necessario: ma lo
spirito invece v'acquista quanto è utile per rafforzare, per rinsaldare fermezza e
saldezza di fede. Non avete contatto o relazione alcuna con quelle che sono le
divinità false e bugiarde; non ti succede mai d'incappare nelle immagini loro;
ecco che non ti trovi nella circostanza di partecipare alle feste che si celebrano in
loro onore, se non altro per trovarti mescolato al popolo festante. Non siete
colpiti da qualche cosa che vi offende o vi nausea; non andate soggetti a
manifestazioni inconsulte di stolto giubilo negli spettacoli che presentano
atrocità d'ogni genere e ogni pazza bestialità o scompostezze o libertà colpose; e
gli occhi vostri infine non sono costretti a fermarsi sulla sentina pubblica di ogni
più turpe e vergognoso vizio. Lontani così siete da ogni fonte di scandalo, da ogni
tentazione, da ogni ricordo vergognoso ed osceno, e anche, ormai, da ogni
persecuzione. È tutto questo complesso di vantaggi che il carcere offre a chi è
cristiano. Non chiamiamo dunque carcere, il vostro; non usiamo un tal nome;
diciamolo piuttosto ritiro. Il corpo, si, vi si trova chiuso, e la carne nostra è
stretta in esso carcere da vincoli dolorosi; ma lo spirito vi è libero, dovunque
esso può spaziare. Può dunque l'animo nostro in tutta libertà andar vagando,
non certo per viali riparati, freschi e ombrosi e per lunghi portici, ma per quella
strada che conduce fino al Signore. E tu, non ti sentirai mica nel carcere, sai,
quando tu volgerai a quella strada, coll'animo tuo, liberamente i tuoi passi. II
piede potrà benissimo essere stretto dalla catena, ma nulla avvertirai, quando
l’animo è in Cielo. È l’animo che trasporta seco l’uomo, interamente: dove esso vuole, lo rapisce. È stato scritto: il tuo cuore sia proprio colà dove sarà il tuo
tesoro; e quindi il nostro cuore voli colà, dove vogliamo che sia riposto il nostro
tesoro.
(Tertulliano, Ad Martyres)