L’Europa di 100 anni fa: LA DISSOLUZIONE DELL’IMPERO OTTOMANO E LA NASCITA DELLA TURCHIA LAICA E MODERNA

INTRODUZIONE 

La debolezza dell’Impero turco alla vigilia della guerra mondiale

Una delle questioni decisive dell’Ottocento, consegnata anche al secolo successivo, è la realtà dell’Impero turco, rimasto dalla storia come un mondo che sembrava destinato a durare e che invece appariva più che mai in dissoluzione, sia come forma di governo, sia come estensione territoriale. È sempre stato un impero e non solo una nazione perché esso non risulta composto solo da un territorio omogeneo, almeno a livello etnico, ma, in uno spazio, del resto molto esteso, esso comprende popolazioni diverse e non assimilabili fra loro, se non perché riconoscono l’autorità di chi comanda, anche in nome di una ideologia o di un potere di natura religiosa. Qui il sultano, che nel periodo di massima espansione si era rivelato capace di dominare e di guidare soprattutto l’apparato militare, aveva assunto anche una potestà sacra, come depositario dell’eredità religiosa islamica. In nome di questo potere religioso egli esercitava la sua alta autorità anche sulle varie tribù del mondo arabo, sia nel Medio Oriente, sia nel nord Africa. L’espansione verso l’Europa centrale si era fermata nella penisola balcanica, e, dopo la battaglia di Lepanto (1571), quella che sembrava una rapida espansione verso l’Occidente, di fatto venne arrestata, e di lì ebbe inizio un lento ma inesorabile decadimento, che proprio nell’Ottocento ebbe il suo svolgimento e con la prima guerra mondiale il colpo di grazia che avrebbe dovuto abbattere l’impero secolare. Proprio le guerre dell’Ottocento, soprattutto nei confronti della vicina Russia, che cercava sbocchi sul Mediterraneo, avevano rivelato la debolezza strutturale di questo impero; ma nel contempo avevano suscitato al suo interno forze politiche e ideologiche che volevano far leva sul senso etnico e nazionalistico, alla stessa maniera dei fermenti nazionalistici che dominavano la scena nel resto dell’Europa. Se approfittando della sua debolezza le varie etnie presenti nell’Impero cercavano la propria indipendenza soprattutto nella penisola balcanica, all’interno dell’Anatolia, dove pure si trovavano diverse etnie, il gruppo turcomanno cercava di salvare la propria identità, che rischiava di essere travolta dalle potenze coloniali europee, interessate a controllare anche questa aree geografiche oltre a quelle del resto del mondo. La Turchia arriva al conflitto mondiale già decurtata di parecchi territori, che le sono sottratti durante le guerre balcaniche del periodo finale dell’Ottocento. Proprio con le guerre dei primi anni del secondo decennio del Novecento, tra cui anche quella con l’Italia per il controllo della Libia, la Turchia si vede portar via tutti i possedimenti europei e minacciata della sua stessa sopravvivenza sul territorio che noi oggi definiamo “turco”: di fatto le rimase solo qualche spazio attorno alla capitale Istanbul, che era minacciata anche per il controllo della naviga-zione nello stretto dei Dardanelli. L’Italia, con la sua guerra per la Libia, si vide riconosciute le isole del Dodecaneso, che potevano essere considerate territorio “nazionale” della Turchia, anche se abitate prevalentemente da popolazione di lingua greca. 

Il nazionalismo turco

Gli antefatti della guerra che spiegano la collocazione della Turchia accanto agli Imperi centrali sono dovuti al fatto che, in evidente contrasto con l’Impero zarista e nel contempo per contenere le spinte asburgiche verso oriente, quasi a compensare le perdite dell’Impero in Europa centrale, la Germania spingeva la Turchia a modernizzarsi, svolgendo un ruolo di “patronato” nell’area, dove c’erano pure le mire espansioniste di Francia e di Inghilterra. Nel luglio del 1908 avviene una rivoluzione da parte dei cosiddetti Giovani Turchi, che consente al Paese la costituzione e quindi l’avvio di riforme in senso occidentale, anche se un certo nazionalismo oltranzista voleva una Turchia ancor più tradizionale in nome della fedeltà al sistema religioso islamico.

A partire dal 24 luglio in tutte le principali città dell’Impero vi furono grandi feste e si assistette a scene di entusiasmo collettivo, cristiani ed ebrei celebrarono la fine dell’“assolutismo” e scandirono lo slogan “libertà, uguaglianza, fraternità e giustizia”.  L’immagine della libertà, incarnata da un personaggio femminile svestito sull’esempio della Marianna francese, e quello della costituzione, rappresentato da un bambino, diventarono i simboli di un periodo pieno di aspettative e speranze … il 24 luglio fu salutato, tanto a Istanbul quanto a Parigi come la “seconda rivoluzione francese” o la “rivoluzione francese in Oriente”. I Giovani turchi cominciarono a fare un bilancio della loro attività e a valutare il posto nella storia rispetto ai predecessori francesi grazie a una serie di parallelismi fra le due rivoluzioni. Ma al contrario della rivoluzione francese, il 24 luglio ottomano si realizzava in un impero “malato”, al centro degli interessi di diverse potenze straniere e in un quadro multietnico e multiconfessionale dove la nozione di terzo stato rinviava al problema della dimensione comunitaria. L’annuncio stesso della “rivoluzione” accelerò la disintegrazione dell’Impero. Dopo poche settimane la Bulgaria proclamava l’indipendenza, mettendo fine alla sovranità (peraltro teorica) di Istanbul, e l’Austria-Ungheria si annetteva la Bosnia-Erzegovina. Tre anni dopo, mentre l’Albania lasciava l’impero, l’Italia si impadroniva di Tripoli. Infine nel 1912 e nel 1913 nuove guerre misero fine alla presenza ottomana in gran parte dei Balcani. (Bozarslan, p. 18-19)

Nella prima guerra mondiale

L’Impero turco entra in guerra il 24 novembre 1914, legando le sue sorti alla Germania, che aveva già fatto interventi di carattere economico-finanziario e di carattere militare per puntellare l’Impero in decadenza. Se di fatto esso riuscì a resistere sul fronte occidentale, in modo particolare nei confronti dell’Impero zarista, che riteneva responsabile nel suo panslavismo della ostilità del mondo ortodosso sulla penisola balcanica, non così invece su quello orientale, perché l’Inghilterra l’attaccava in Iraq, dove poi avrebbe attirato le simpatie degli Arabi che volevano affrancarsi dall’Impero. E comunque le operazioni militari erano sempre a favore dell’Inghilterra, mai comunque decisive per portare alla sconfitta o alla richiesta di armistizio. Durante la guerra avvenne anche il genocidio degli Armeni, a partire dal 24 aprile 1915, mai poi riconosciuto, fino ad oggi, dai vari governi turchi che si sono succeduti: si trattava di una pulizia etnica in favore di un nuovo assetto, qualunque esito avesse la guerra. Gli Armeni rivendicavano autonomia e successivamente l’indipendenza, mentre detenevano spazi notevoli nel campo dell’economia e della finanza e nel giornalismo. Il gruppo curdo, che ancora oggi costituisce un problema allo Stato turco, fu usato in questa operazione sporca, sia perché di religione islamica, sia perché gli si prospettava il riconoscimento di una futura autonomia. La notevole debolezza della Turchia e la sua immagine di impero plurinazionale, facevano pensare ad un dissolvimento dell’impero, come si ipotizzava anche per l’impero asburgico, aprendo così la strada per il proliferare di Stati autonomi o indipendenti, piuttosto deboli e facilmente controllabili dalle potenze europee, che cercavano altri sbocchi all’appetito di terre e di materie prime. Prima ancora che la Russia collassasse con le due rivoluzioni del 1917 e con la sua ritirata dai campi di battaglia, si parlava di uno smembramento della Turchia ad opera delle potenze vincitrici, che, non ancora padrone sul campo, già spartivano l’Anatolia in diverse parti, come se non venisse neppure con-siderata la popolazione locale: essa aveva pure una sua lingua, una sua cultura, un sua configurazione etnica e tuttavia sembrava che dovesse sparire insieme con il suo apparato di potere. La stessa Istanbul era contesa fra la Grecia e la Russia in nome della sua storica funzione di capitale dell’Impero bizantino, a cui si appellavano considerandosi eredi.

L’armistizio

La fine del conflitto su questo fronte avvenne negli stessi giorni convulsi  tra la fine d’ottobre e l’inizio di novembre del 1918. Ma poi la pace, per quanto imposta dalle potenze vincitrici, non fu mai raggiunta, perché anche con la decadenza dell’Impero e il riconoscimento di uno status diverso, l’esercito turco non si adattò mai ad accettare il diktat di Versailles, continuando così operazioni militari, che, mediante la forza della disperazione, raggiunsero l’obiettivo di salvaguardare l’indipendenza della Turchia e la nascita di uno Stato nuovo e moderno.

Il 26 ottobre, tre negoziatori turchi raggiunsero la città di Moudros nell’isola di Lemno, nel mar Egeo, per avviare i colloqui di pace. Con loro c’era il generale Townshend, tenuto prigioniero nei pressi di Costantinopoli per due anni e mezzo, dai tempi della caduta di Kur, e al quale ora i turchi avevano chiesto aiuto per ottenere l’armistizio. I colloqui si tennero a bordo della corazzata Agamennon, che tre anni prima aveva fatto parte della squadra navale inglese che aveva bombardato i Dardanelli. Come sul fronte occidentale, anche su quello dell’Egeo l’apertura dei colloqui non comportò la contemporanea cessazione delle ostilità. Quanrantott’ore dopo l’arrivo dei negoziatori turchi a Moudros, le truppe inglesi raggiunsero il porto bulgaro di Alessandropoli, a 16 chilometri dal confine turco, con l’intenzione dichiarata di invadere la Turchia europea. Altre truppe si avvicinavano intanto ad Adrianopoli, l’ex città turca ceduta alla Bulgaria nel 1913. (Gilbert, p. 586-7)

 

Sulla corazzata Agamennon, al largo dell’isola di Lemno, i negoziatori turchi e inglesi – i secondi guidati dal comandante delle forze navali nel Mediterraneo orientale, ammiraglio Wemyss – misero a punto gli ultimi particolari dell’armistizio turco, che sarebbe entrato in vigore alla mezzanotte del giorno seguente. All’ultima definitiva sconfitta della Turchia presenziò anche il generale Townshend. La firma dell’armistizio poneva termine alla guerra in Mesopotamia, che aveva spinto l’esercito inglese fino alle porte di Mosul. Durante i quattro anni della campagna mesopotamica le truppe britanniche avevano perso, tra caduti in combattimento e vittime delle malattie, 1340 ufficiali e 29.769 soldati. Anche la guerra in Siria e in Palestina si era conclusa, con gli inglesi a nord di Aleppo, a un passo dall’Anatolia, il cuore della terra turca. Le clausole dell’armistizio di Moudros imponevano alla Turchia di aprire i Dardanelli e il Bosforo alle navi da guerra alleate, di accettare l’occupazione militare dei forti sugli Stretti di smobilitare l’esercito, di liberare tutti i prigionieri di guerra ed evacuare le vaste province dell’Arabia, che del resto erano già tutte, salvo una piccola parte, sotto il controllo alleato. Pochi mesi dopo il “Times” commentò: “La debolezza dell’armistizio consisteva nel non aver fatto sentire fino in fondo alla Turchia, in Anatolia, la pienezza della sconfitta, e nel non aver preso provvedimenti adeguati per la sicurezza degli armeni”. (Gilbert, p. 591)

IL TRATTATO DI SEVRES 

Se l’armistizio viene raggiunto, non altrettanto la pace. Non solo ci sono problemi interni alla Turchia, ma il tentativo di spartirla suscita la reazione soprattutto dei militari, i quali resistono in armi e proseguono il loro intento con azioni militari, mentre sono in  corso le deliberazioni degli Alleati, che tuttavia non hanno un interlocutore serio a cui consegnare quanto è stato deciso. Proprio in questo delicato periodo nasce una nuova Turchia.

Il Trattato di Sèvres, che in realtà è, come gli altri trattati, una imposizione da parte dei Paesi vincitori della guerra, fu firmato dal governo ottomano di Istanbul, senza ricevere però l’approvazione del parlamento che nel frattempo era stato esautorato. Se per gli altri Stati vinti le risoluzioni, davvero pesanti, furono accettate, “obtorto collo”, qui bisogna riconoscere che le cose andarono molto diversamente, perché quanto era stato stabilito sulla carta non sembrava attuarsi sul terreno: i reparti dell’esercito, che non vollero sottostare e si opposero decisamente, ripresero di fatto le armi, ed esautorando di fatto il governo ottomano, fecero nascere una nuova struttura statale, con la quale le potenze dovettero rivedere questo trattato che non andò mai in porto. Indubbiamente il vecchio Impero appariva anacronistico in mezzo alle nuove istanze di affermazioni di nazionalità e tuttavia la sua dissoluzione finiva per non riconoscere neppure la nazionalità turca, anche se questa si era affermata in quegli anni con il genocidio di altre popolazioni. Appariva che i principi stabiliti da Wilson nei suoi quattordici punti non venivano qui seguiti e rispettati. Ne venne fuori quel nazionalismo turco che servì a dare un’anima al “nuovo” Paese e, nel contempo, a salvaguardarlo dagli smembramenti in atto. Su quelle forme di nazionalismo, sempre difese dall’apparato militare, venne costruita la storia della Turchia fino ai nostri giorni, mentre oggi sembra apparire sull’orizzonte il richiamo al glorioso passato di un Impero fra est e ovest, reso possibile anche dalla instabilità internazionale e soprattutto dalle turbolenze presenti in alcuni Paesi della zona (Siria, Iraq, Palestina), che appartenevano un tempo all’Impero ottomano.

Il trattato di Sèvres (10 agosto 1920) che il governo ottomano fu costretto a firmare ufficializzò lo smembramento dell’impero e, cosa ancora più grave, dell’Anatolia. Gran parte della Tracia occidentale fu assegnata alla Grecia. Smirne rimaneva, almeno per un periodo di 5 anni, sotto la sovranità teorica dell’impero, ma era evidente che sarebbe stata annessa alla Grecia. (Bozarslan, p. 29) 

La Grecia coltivava la sua “Megali Idea”, quella ancora oggi perseguita dai movimenti di destra nazionalista, come il partito di “Alba dorata”, che cercano di avere la meglio e che di fatto, anche nel momento presente, vorrebbero impedire la partecipazione all’Europa della Turchia e di altri Stati balcanici confinanti, come l’Albania e la Macedonia, di cui rivendicano territori. Rientra in questo progetto anche l’isola di Cipro, ancora oggi divisa in due parti, senza che si possa vedere una via d’uscita dallo stallo che si è creato fra le due potenze che se la contendono.

Anche altre potenze europee, fra cui l’Italia, che già era in possesso di Rodi e del Dodecaneso, volevano spartirsi zone di influenza, mentre non veniva dato riconoscimento allo Stato curdo, che ancora oggi è tra i sogni di una popolazione divisa fra i diversi Stati della zona. Il Trattato volutamente non scriveva in maniera chiara ed esplicita, come se in effetti la situazione sul campo fosse talmente fluida da non consentire una chiarezza di termini; ma tutto questo consentiva poi agli appetiti “imperialistici” di mettere di fronte al fatto compiuto i governi che stavano trattando. Sia perché non esisteva un governo riconosciuto, mancando anche un Parlamento rappresentativo, sia perché l’esercito costituiva la sola forza dominante sul campo, le questioni furono di fatto risolte con gli eventi successivi che videro il risveglio turco.

MUSTAFA KEMAL ATATURK

In un primo tempo queste occupazioni  non incontrarono una forte resisten-za nella popolazione. Solo l’esercito di stanza nelle regioni orientali, coman-date dal generale Kazim Karabekir, era in grado di condurre una resistenza attiva, peraltro circoscritta alla regione di frontiera con il Caucaso. Tuttavia “diverse organizzazioni provinciali, che riunivano gruppi di notabili …, spesso ex responsabili locali di Unione e progresso” si costituirono un po’ ovunque. Infine l’arrivo in Anatolia il 19 maggio 1919 di Mustafà Kemal, generale che si era distinto ai Dardanelli e in Siria durante la guerra mondiale, fornì all’opposizione un portavoce. Mustafa Kemal si oppose all’occupazione delle forse alleate e respinse il progetto di creazione di una mandato americano su quello che rimaneva dell’impero. Un progetto che alcuni nazionalisti consideravano come l’unica possibilità di sopravvivenza per la nazione turca. Il 22 giugno 1919, da Amasya, Mustafa Kemal lanciò un appello alla disobbedienza nei confronti del governo di Istanbul, che fu calorosamente accolto dalla quasi totalità della burocrazia delle province anatoliche. (Bozarslan, p. 29) 

Nasce così la resistenza turca che porta ad una nuova guerra. Questa potrebbe essere definita “di indipendenza”, perché in effetti si trattava di salvaguardare, con l’integrità territoriale, anche la piena indipendenza di un governo della nazione, che invece fin qui appariva asservito a potenze straniere, come poteva essere il mandato americano che il governo centrale di Istanbul preferiva a quello delle potenze europee. Non così le forze rivoluzionarie dell’esercito che sconfessarono il governo centrale e decisero di prendere in mano la situazione per difendere l’onore e l’integrità del Paese.

Mustafa Kemal, detto poi Ataturk, (1881-1938)

Mustafa Kemal nasce all’inizio del 1881 (non si conosce la data precisa, anche se poi divenuto Presidente egli dirà di essere nato il 19 maggio) nella città di Salonicco, in Grecia, che allora era ancora sotto il dominio turco.

Il padre, Ali Rıza Efendi (presumibilmente nato nel 1839 a Salonicco), era un ufficiale dell’esercito e commerciante di legnami; la madre, Zübeyde Hanım, si occupava della casa e della famiglia. Dalla coppia nacquero sei figli, di cui i primi tre morirono in tenera età a causa della difterite: la famiglia di Mustafa Kemal era musulmana, di lingua turca e di classe medio-bassa. Secondo alcuni la carna-gione chiara, capelli biondi e occhi azzurri di Atatürk farebbero presumere antenati slavi o albanesi, numerosi nella regione.

Ufficiale dell’esercito, aderì nel 1908 al movimento dei “Giovani Turchi“, in cui fu un quadro di media rilevanza prima della Grande Guerra. Nel 1912 prese parte alla guerra italo-turca, combattendo e venendo ferito in Tripolitania.

Fu un brillante generale durante il primo conflitto mondiale; assieme al generale tedesco Liman von Sanders (la Germania era alleata dell’Impero ottomano), ottenne nel 1915 una schiacciante vittoria contro le forze da sbarco alleate durante la  battaglia di Gallipoli, nella quale Kemal si distinse particolarmente; per questo il 22 agosto di quell’anno fu promosso generale, cioè Pascià. Nel 1916 fu inviato nel fronte caucasico dove combatté contro le forze russe al comando del XVI corpo d’armata, e anche lì ottenne successi militari, riconquistando Muş e Bitlis. Nel 1918 combatté in Palestina al comando della VII armata, di stanza a Nablus. La sua figura, già nota durante la guerra per le sue imprese militari, che comunque non permisero la vittoria ai Turchi, emerge nel momento drammatico, quando la Turchia rischiava di sparire come nazione e gli va riconosciuto il merito di aver tenuta viva la resistenza, sia sul fronte interno, staccandosi da Istanbul per collocare la capitale al centro del Paese, sia sul fronte internazionale, non accettando mai le disposizioni dei Paesi vincitori. Si potrebbe dire che la Turchia è l’unico Paese sconfitto nella guerra, che riesce comunque a vincere nel periodo immediatamente successivo, obbligando a rinegoziare e a ribaltare le decisioni prese. Kemal, che da questo momento diventa Ataturk, il padre della Turchia moderna, viene ammirato anche fuori del suo Paese: Mussolini e Hitler ne ebbero una grande stima, proprio perché seppe tener testa alle potenze occidentali del fronte democratico.

LA GUERRA DI INDIPENDENZA 

La rivincita avviene con la presa di distanza dei ribelli nei confronti del governo di Istanbul. Si costituì a partire del 23 aprile 1920 una nuova assemblea del popolo che si tenne ad Ankara.

Rapidamente la resistenza si trasformò in una “guerra di indipendenza”, condotta in un primo tempo contro le forze armene che, dal Caucaso dove avevano proclamato una repubblica, minacciavano le forze nazionaliste. La sovietizzazione dell’Armenia (il 2 dicembre 1920) e il Trattato di amicizia e di fratellanza del marzo 1921 firmato a Mosca permisero ad Ankara di spostare le sue forze sul fronte occidentale. Nel frattempo i francesi e gli italiani, contro i quali si stava organizzando una resistenza locale (soprattutto da parte dei notabili) decisero di lasciare l’Anatolia (luglio 1921). In questo modo Mustafa Kemal poté mobilitare la quasi totalità delle sue forze contro l’esercito greco. Infine la conferenza di Londra (febbraio 1921), che conces-se di fatto lo statuto di solo interlocutore turco ad Ankara, finì per isolare la Grecia sul piano diplomatico. È in questo contesto di “riabilitazione” delle forze kemaliste che si prepararono le controffensive di Ankara contro l’esercito greco sparso nei vasti territori anatolici. L’ultima controffensiva, condotta personalmente da Mustafa Kemal, ebbe luogo nell’agosto e nel settembre 1922. Il 9 settembre cadde Smirne, provocando la fuga dell’esercito greco, ma anche di centinaia di migliaia di greci anatolici espulsi o spaventati. L’evacuazione senza combattimenti, il 19 ottobre, dei Dardanelli e di Istanbul segnò la fine della guerra. (Bozarslan, p. 30)

Anche in questo caso ciò che fu deciso sul campo non ebbe immediata realizzazione poi sulla carta, perché la diplomazia dovette passare attraverso varie trattative; ma ora il nuovo governo turco poteva sedere al tavolo con capacità contrattuale di gran lunga maggiore rispetto a quella che poteva avere nei mesi precedenti. Dobbiamo riconoscere che la Turchia moderna, nata con la guerra, che viene prolungata nei combattimenti successivi determinati dalla sua sopravvivenza, vede il suo nuovo assetto nazionale proprio in questi anni di intenso lavorio, all’interno del Paese  fra le diverse posizioni politiche, che pur avevano in comune la rinascita del Paese, e all’esterno l’impegno diplomatico per godere del pieno riconoscimento dei paesi che pur avevano voluto inizialmente una specie di annientamento, quasi a volerne cancellare ogni traccia.

Non si era tenuto conto della spinta nazionalista, che era, ed è tuttora, quanto di più importante si dovesse riscontrare nel Paese. Oggi sembrerebbe prevalere un certo disegno egemonico, che va a far rinascere l’Impero, e quindi il ruolo politico che per secoli l’impero ottomano ebbe sia nel Medio Oriente, sia in Europa. Per anni, invece, il kemalismo, sopravvissuto al suo fondatore, divenne il collante unitario di questo paese e l’esercito, strettamente connesso con l’ideologo fondatore della Turchia moderna, ne fu il braccio armato che permise non solo la sopravvivenza, ma anche la rinascita del Paese.

IL TRATTATO DI LOSANNA

Il 24 luglio 1923 si addivenne al Trattato di Losanna, che vide finalmente il riconoscimento della Turchia con gli attuali confini (solo nel 1939 Antiochia, l’antica città sull’Oronte, in cui è nato il Cristianesimo, fu ceduta alla Turchia, nonostante avesse – ed abbia tuttora – una popolazione di lingua e cultura siriana).

Il trattato di Losanna firmato il 24 luglio 1923 ufficializzò la vittoria di Mustafa Kemal, che recuperava gran parte dei territori rivendicati dal Patto nazionale del 1920. Inoltre nel trattato non si parlava di uno stato armeno (gli armeni, i greci e gli ebrei ottennero lo status di “minoranze”) né di un’autonomia curda. Quello di Losanna era la chiave di volta di tutta una serie di trattati che avrebbero definito l’aspetto territoriale e demografico della Turchia attuale. Così il trattato di scambio di popolazioni con la Grecia, concluso prima di quello di Losanna ma applicato dopo, portò a un vasto trasferimento di cristiani ortodossi – tra cui molti di lingua turca – verso la Grecia (più di 900.000 persone) e di quasi 40.000 musulmani – compresi diversi grecofoni – verso la Turchia. Questo esodo forzato fece della Turchia un paese al 99% musulmano. I trattati di Ankara, Londra e Baghdad, firmati nel 1926, decisero le sorti dell’ex provincia di Mossul, che fu annessa all’Iraq. Infine nel 1937, le pressioni turche su Parigi diedero i loro frutti e il sangiaccato (distretto) di Alessandretta (l’attuale Haray), inizialmente proclamato “repubblica” indipendente, fu annesso nel 1939 alla Turchia, provocando un esilio di massa degli armeni presenti in questa provincia. Era nata la nuova Turchia. (Bozarslan, p. 35)

IL KEMALISMO

Come si presenta questa nuova realtà? La Turchia che esce dalla sua splendida potenza, rimasta intatta, almeno territorialmente per secoli e tuttavia logorata nel tempo, perché mai rinnovata nelle sue strutture istituzionali, sia a livello politico, sia a livello sociale, ha bisogno di un rinnovamento salutare e di una modernizzazione che non sembrava possibile se non mediante un regime, di fatto autoritario, nient’affatto democratico, anche se sostenuto dall’appoggio popolare, che vide nell’esercito la struttura portante del nuovo sistema. Del resto l’esercito accompagna fino ad oggi il Paese, intervenendo spesso quando il potere politico non risulta in grado di far procedere il Paese. Quella Turchia che di solito si definisce moderna (costruita secondo le regole occidentali, che modifica anche la sua lingua assumendo i caratteri occidentali dell’alfabeto e perciò inaugura un nuovo sistema culturale, che appare laica nella sua impostazione, perché anche a conservare l’Islam, questa non risulta più la religione di Stato e comunque non vede il governo implicato con le strutture religiose), non ha mai una forma di governo che possa risultare secondo gli schemi occidentali. Anche se apparentemente esistono due partiti, con visioni diverse, mai comunque contrapposte, tutti si riconoscono in colui che è il Padre della Patria, e proprio per questo si deve parlare di uno Stato autoritario, di una visione centralizzata, almeno fino a quando rimane in vita il fondatore del kemalismo. Rimane la tendenza, in diversi periodi, a ricreare una simile struttura, soprattutto se si fanno strada figure di rilievo che intendono governare secondo criteri autoritari e non certo di stampo democratico, anche a far rimanere le strutture che fanno credere ad una forma democratica dello Stato moderno. E questo continua anche ai giorni nostri con modalità che pure si sono viste nei primi passi della neonata repubblica kemalista. Qui si vede già l’applicazione di quel sistema che oggi verrebbe definito “populista”, perché chi assume il potere dice di esercitarlo a nome del popolo, grazie anche ad elezioni popolari che danno la maggioranza non solo ad un partito, ma soprattutto al suo leader, il quale impone i suoi sistemi grazie anche all’appoggio di un Parlamento “addomesticato”. Ciò che nei primi anni sembrava l’unica maniera per uscire dal disastro conseguente alla rovinosa guerra con le Potenze imperialiste europee, poi di fatto diventa un sistema che allontana sempre più la Turchia dalle forme democratiche di tipo occidentale.

Agli ultimi sostenitori della monarchia Mustafa Kemal annunciava il principio che d’ora in poi avrebbe retto la Turchia rivoluzionaria: “la nazione si è ribellata e ha deciso di assumere in prima persona l’esercizio della sovranità. Si tratta di un dato di fatto al quale nessuno potrà opporsi. Sarebbe opportuno che tutti i membri di questa assemblea accettassero questo punto di vista basato sul diritto naturale. In caso contrario questa realtà non cambierà, ma potrebbero cadere delle teste”. (Bozarslan, p. 36 

I due partiti tradizionali presenti in Turchia a partire da questi anni sono da una parte il Partito repubblicano del popolo fondato da Mustafà Kemal e che sostiene tutte le sue iniziative, e dall’altra il Partito progressista repubblicano che si potrebbe definire di tipo “liberale” e “moderato”, ma che non metteva affatto in discussione la persona e l’autorità di Ataturk. È bastato un attentato alla persona del leader, come avviene nelle coeve dittature in Europa, perché si determini un giro di vite che spinge il sistema verso forme autoritarie, con il bavaglio alla stampa e con l’incriminazione e la eliminazione fisica degli oppositori o presunti tali.

È in questo contesto che Mustafa Kemal pronunciò fra il 15 e il 20 ottobre il suo famoso discorso (Nutuk), che si rivelò un atto di condanna senza appello nei confronti dei suoi “oppositori” ed ex collaboratori ormai ridotti al silenzio. Mustafa Kemal aveva adesso l’autorità necessaria per riscrivere la storia della Turchia, privata quasi completamente delle figure che avevano partecipato alla guerra di indipendenza. Subito salutato come “il libro sacro dei turchi”, la parola dell’uomo diventata parola di stato mostrava quanto il consolidamento del regime del partito unico fosse legato al culto della personalità. Per utilizzare la felice espressione di Hulya Adak, (insegnante universitaria in ambito tedesco) Mustafa Kemal con il Discorso aveva inventato la “io-nazione”. Il Nutuk, dice ancora Adak, non si limitava a controllare la “memoria storica”, ma lasciava alle “generazioni future una sola missione: preservare la nazione, entità immutabile definita una volta per tutte, e il nome del suo creatore/padre, Ataturk”  (Bozarslan, p. 37)

Negli anni successivi il kemalismo diventa sempre più un sistema rigido, che comunque sopravvive al suo ideatore, anche perché egli utilizza metodi e persone che sanno puntare ad obiettivi capaci di far presa sulla gente, bisognosa di ordine, ma anche di una immagine forte. Solo così la nazione poteva uscire dal suo passato glorioso, ma non più proponibile e poteva entrare consolidata nel sistema internazionale, uscendone indenne anche dall’imperversare della guerra più devastante della precedente. La Turchia, senza il suo leader, poté rimanere neutrale e conservarsi con la sua immagine di nazione libera e forte, che oggi aspira ad un ruolo di prestigio in un’area che già la vedeva dominante all’epoca dell’impero e che potrebbe effettivamente assumere laddove gli Stati vicini appaiono deboli e soprattutto agitati da tensioni interne, anche perché mancano di una forte coscienza nazionale.

Ataturk ha saputo offrire alla sua gente quelle che lui chiama le “sei frecce” del suo modo di intendere la filosofia politica, destinata a sopravvivergli.

Il kemalismo si dotò anche di una propria filosofia, un insieme di nazionalismo populista e di corporativismo, che poteva essere sintetizzato in sei parole, le cosiddette “sei frecce”. La prima di queste “frecce”, il nazionalismo, poneva la nazione turca come unica entità legittima del paese; la seconda, il repubblicanesimo, fissava il quadro istituzionale del patto politico e lo sacralizzava: la terza, il populismo, basava il sistema politico su un popolo astratto, rappresentato dai suoi “capi” (e non dall’élite); la quarta, lo statalismo, attribuiva un posto fondamentale allo stato come espressione metastorica della sovranità nazionale, ma anche come protagonista di primo piano dell’economia; la quinta, il laicismo, dichiarava gli individui liberi dalle loro convinzioni, a condizione però che i musulmani non si convertissero a un’altra religione. Infine l’ultima “freccia”, il rivoluzionarismo, subordinava tutto ad un’azione volontaristica, che avrebbe dovuto permettere l’accesso alla civiltà occidentale. Elaborate nel 1931, queste “frecce”  furono integrate nella costituzione nel 1937, data che segna il passaggio dal regime del par-tito unico a quello del partito-stato. (Bozarslan, p. 39) 

Dall’esterno si fatica a concepire questo genere di filosofia politica che domina nella vita e nella scuola turca e che serve a ben comprendere questa forma di nazionalismo ancora radicato. Sembra quasi che la difficoltà, sorta nell’Ottocento ed esplosa con la prima guerra mondiale, con il rischio della scomparsa non solo dell’Impero, ma della stessa identità turca, ponesse la questione di doversi dare una precisa fisionomia legata allo stesso territorio anatolico, ormai concepito come indissolubilmente legato al popolo turco,. La tensione con gli Armeni e con i Curdi, che non lascia spazio a compromessi, viene portata all’estremo di volere un’assimilazione totale al mondo turco anche di chi turco non è, fino alla conseguenze

tragiche di un genocidio, mai riconosciuto proprio in nome del fatto che chi non vuole essere turco, non può abitare, non può far parte della nazione turca.

Nel 1924 Mustafa Kemal definiva i cittadini del paese che non parlavano turco come nemici potenziali della nazione. Rivolgendosi a un diplomatico inglese, il primo ministro Ismet Pasha (Inonu) dichiarava nel 1925:

Siamo nazionalisti e il nazionalismo è il nostro fattore di coesione. Davanti alla maggioranza turca gli altri elementi non hanno alcuna influenza. Dobbiamo a tutti i costi rendere turchi gli abitanti del nostro paese. Annienteremo chi si oppone ai turchi e alla turchizzazione. Quello che cerchiamo in chi vuole servire il paese è innanzitutto il carattere turco e la volontà di turchizzazione.

Il ministro della Giustizia Mahmud Esad (Bozkurt) scriveva nel 1930, nel pieno della rivolta curda di Ararat, sulle pagine di un giornale kemalista:

La mia idea è la seguente: che tutti, gli amici, i nemici e le montagne sappiano che il signore di questo paese è turco. Chi non è un puro turco ha un solo diritto nella patria turca: il diritto a essere servitore, il diritto alla schiavitù. Viviamo nel paese più libero del mondo e questo paese si chiama Turchia. Non esiste al mondo posto più favorevole per permettere ai depu-tati di esprimere i loro più intimi pensieri. Così non posso nascondere i miei sentimenti. (Bozarslan, p. 43-44)

Con simili affermazioni, che sono più radicate di quanto si possa immaginare, soprattutto nella profonda provincia turca, laddove alligna il nazionalismo più esasperato, si può ben comprendere in quale clima viva il Paese, soprattutto se all’intorno si sono create situazioni che possono non solo mutare il quadro locale, ma anche mettere in discussione il proprio ruolo nella politica internazionale. Quanto sta succedendo ai giorni nostri è per certi versi conseguenza anche di quanto si è determinato dopo la smobilitazione dell’Impero, che aveva dato una ragione a popolazioni abituate all’espansione e alla missione religiosa di diffondere l’Islam: venuta meno quella identità, sia perché perdurava da secoli il mantenimento delle posizioni acquisite, sia perché si era esaurita la forza propulsiva che aveva mosso questa gente dalle steppe asiatiche, ora è necessario trovare un’altra ragione di vivere in un momento nel quale il verbo dell’Islam è stato assunto dagli estremisti del mondo arabo e di fatto è stato messo in subordine in questa Turchia, che si vuole definire laica.

Senza smentire il fondatore della Turchia moderna, che si era trovato questa missione nel momento estremo in cui la patria sembrava sparire, l’attuale uomo forte della Turchia è alla ricerca di una identità che porta a pensare ad un ruolo ancora imperiale per la Turchia stessa. Se Ataturk si poneva la questione di rafforzare l’identità turca con un nazionalismo acceso, ora il nazionalismo richiede, per conservarsi, che si apra alla sua missione vissuta in secoli addietro a proposito di una comune appartenenza delle popolazioni locali, non soltanto sulla base religiosa, ma soprattutto su quella più ampia di una certa cultura, che può accomunare i turcomanni estesi fra le steppe asiatiche e l’altopiano anatolico. Va dato atto che Ataturk ha certamente consentito ai Turchi, destinati a perdersi dentro lo sfacelo dell’Impero, di ritrovare una loro identità, quella che poi si è conservata ed accresciuta anche quando Mustafa Kemal viene a mancare.

La morte di Mustafa Kemal Atatürk giunse nel 1938 a stroncare una vita che aveva ancora molto da dare al suo paese. Il decennio dal 1928 al 1938 aveva trasformato la nazione turca tanto profondamente da modificarne la vita fino ai giorni nostri e tutto per mano di un solo uomo. Il successore alla presidenza della Repubblica, Ismet Pasha Inönü, seppe proseguire la politica riformatrice del suo predecessore, ma ebbe il vantaggio di avere il cammino già tracciato dall’esempio illuminato di Kemal. La politica di neutralità tra Oriente e Occidente fu mantenuta anche durante la Seconda Guerra Mondiale, preservando la Turchia dagli orrori di quel conflitto. L’operato del primo presidente della Repubblica Turca può essere sintetizzato in una sua frase molto eloquente: “Ci sono due Mustafa Kemal. Uno è il Mustafa di carne e sangue che ora è qui davanti a voi e che scomparirà, l’altro siete voi, tutti voi che siete qui e che andrete ai lontani angoli della nostra terra per diffondere gli ideali che devono essere difesi con la vostra vita se necessario. Io esisto per i sogni della nazione e il lavoro della mia vita è farli divenire realtà.” Mai si ebbe identificazione maggiore tra un singolo individuo e una nazione nel suo insieme.

CONCLUSIONE 

Occorre dare atto che la Turchia moderna, quella che viene guardata anche con un certo interesse, soprattutto per i mercati, è diventata tale grazie ad Ataturk. Se in precedenza si conservava una certa ostilità, derivata dalla paura atavica della comparsa di armate minacciose per via di terra o per via di mare, capaci di attentare alla sicurezza delle popolazioni europee, ora questo atteggiamento è scomparso, e la Turchia è stata accolta fra i Paesi della Nato, anche per il comune interesse di tener testa all’Impero russo e sovietico. Si è pure pensato che potesse entrare a far parte della Comunità europea, segno che il mondo che si incontra nelle città, e soprattutto ad Istanbul, fa pensare a questo paese come veramente vicino al nostro sistema occidentale. Ora però con problemi aperti sull’orizzonte, che stanno modificando notevolmente l’assetto del mondo uscito dalla seconda guerra mondiale, anche la Turchia è alla ricerca di un suo ruolo, che, se non fa risorgere l’impero d’un tempo, rivendica comunque un ruolo non indifferente che essa ha avuto in quell’area geografica. Evidentemente nell’insorgente e diffuso richiamo di tipo nazionalistico, che sta attraversando l’Europa e altre aree geografiche, pure in Turchia, che già coltiva questo spirito, si fanno strada sentimenti e disegni politici che muovono in quella direzione, con esiti che sono ancora da decifrare e da seguire con molta attenzione.

BIBLIOGRAFIA.

MARTIN GILBERT: LA GRANDE STORIA DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE – Mondadori – Oscar, 2014.

HAMIT BOZARSLAN: LA TURCHIA CONTEMPORANEA –Il Mulino – Universale Paperbacks, 2006 

Colombo don Ivano – Erba, 11 febbraio 2020 

L’AUSTRIA E L’UNGHERIA USCITE DAL TRATTATO DI VERSAILLES

 

Introduzione: il quadro di allora e di oggi

Sono trascorsi 100 anni dall’assetto che l’Europa ha assunto al termine del conflitto mondiale. Come già si diceva allora, quella soluzione appare temporanea: dagli esperti di quei giorni fu paventato che un conflitto sarebbe poi scoppiato negli anni successivi; così oggi, anche se sull’orizzonte non ci sono propriamente delle ombre che fanno presagire un nuovo conflitto (anche perché si ha più che mai l’avvertenza che i disastri sarebbero davvero ampi e incalcolabili), ci si rende conto che lo stesso assetto geografico è sempre fragile, ma lo è ancora di più quello politico. Non solo; l’Europa rischia sempre più l’irrilevanza, anche se oggi conserva un certo peso di natura economica, finanziaria e commerciale, seppure minato da nuove “tigri” rampanti che stanno affiorando sullo scenario del mondo. Evidentemente il quadro che oggi l’Europa presenta ha in sé le scelte e gli errori che sono stati fatti allora e che ancora non vedono una seria rilettura che permetta, quanto meno, di comprendere quali siano i problemi irrisolti, soprattutto in quel “ventre molle” dell’Europa che è in modo particolare la cosiddetta Mittel-Europa e più ancora la penisola balcanica. Quanto si è prodotto con il trattato di Versailles, senza una giusta considerazione dei criteri che si sarebbero dovuti seguire, ha lasciato in eredità situazioni che ancora oggi appaiono irrisolte.

Neppure sui libri di storia, usati nelle scuole e che poi lasciano una certa immagine nell’opinione pubblica, alcuni momenti, come quello in esame, sono stati trattati con sufficiente chiarezza, per quello che si può stabilire a partire dai documenti e dalle analisi che sono state svolte in seguito da persone competenti. Soprattutto a proposito del quadro europeo che sta ad est, il nostro modo di considerare quell’assetto ha badato di più ai revanscismi italici circa i territori sull’Adriatico, la cui storia viene considerata appartenente alla penisola per una eredità che è legata ad altri schemi.

E comunque, c’è sempre stata una grande ignoranza circa il quadro etnico e culturale presente in un territorio dove si erano sempre manifestati fenomeni di imperialismo o di dominio che provenivano da fuori. Tutto l’oriente europeo è sempre stato territorio di appetiti che vedevano in continuazione lo scontro fra diverse forme di imperialismo in nome dell’appartenenza al mondo germanico, slavo o turco. L’eredità lasciata dall’Ottocento è proprio quella di imperi sempre più lanciati verso oriente e nel contempo dell’insorgere di nazionalismi che contrastavano queste forme di imperialismo ereditate dal passato. Il primo conflitto mondiale si è scatenato proprio qui e in modo particolare per chiarire, non a livello diplomatico, ma con l’uso delle armi, come si doveva ripensare l’assetto di questo territorio così complesso. Quando le armi tacciono, non perché propriamente vi sia un vincitore sul campo, ma perché c’è uno sfinimento generale, legato a malattie diffuse, come la spagnola, e a una carenza di approvvigionamenti, la palla viene rilanciata alla politica, la quale tuttavia non è in grado di affrontare in modo serio i problemi che si trascinavano sul tappeto. Si arriva così al Trattato di Versailles, che di fatto si snoda in diversi trattati disposti dalle potenze vincitrici con i singoli Paesi sconfitti, obbligati ad accettare e a firmare le ingiunzioni non trattabili. Leggi tutto “L’AUSTRIA E L’UNGHERIA USCITE DAL TRATTATO DI VERSAILLES”