Verga: Mastro don Gesualdo, il ciclo dei vinti e il pessimismo.

Don Gesualdo … ci stava come un papa fra i suoi armenti, i suoi campi, i suoi contadini, le sue faccende, sempre in moto dalla mattina alla sera, sempre gridando e facendo vedere la sua faccia da padrone da per tutto. La sera poi si riposava, seduto in mezzo alla sua gente, sullo scalino della gradinata che saliva al viale, dinanzi al cancello, in maniche di camicia, godendosi il fresco e la libertà della campagna, ascoltando i lamenti interminabili e i discorsi sconclusionati dei suoi mezzaiuoli. … Faceva del bene a tutti; tutti che si sarebbero fatti ammazzare per guardargli la pelle in quella circostanza. Grano, fave, una botte di vino guastatosi da poco. Ognuno che avesse bisogno correva da lui per domandargli in prestito quel che gli occorreva. Lui colle mani aperte come la Provvidenza. Aveva dato ricovero a mezzo paese, nei fienili, nelle stalle, nelle capanne dei guardiani, nelle grotte lassù a Budarturo.

(Mastro – don Gesualdo, parte III, cap. II, p. 198)

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SEMPRE PIU’ NEL MONDO DEI VINTI

Verga si era prefisso di completare il ciclo dei “vinti”, analizzando una serie di personaggi che, pur nei diversi gradini della scala sociale, sono destinati ad essere trascinati via dalla storia, nella sua inesorabile corsa. Ma anche ad aver chiaro il piano redazionale, Verga non riuscì a portare a termine il suo intento. E questo non tanto perché gliene mancasse il tempo, quanto piuttosto perché, se si era esaurita la sua vena narrativa in questa direzione, non aveva neppure senso che si proseguisse in questa visione che voleva essere realistica, ed era divenuta pessimista ad oltranza. Per comprendere meglio il suo disegno incompiuto, dovremmo pensare al clima culturale nel quale lo scrittore si trova immerso durante gli anni ’80 del secolo, quando egli è ormai nel pieno della sua maturità u-mana e letteraria. All’inizio di quel decennio compare il suo capolavoro sulla famiglia di pescatori, animata, nei suoi protagonisti, dal desiderio di affrancarsi da una vita di stenti, non tanto per raggiungere posizioni im-probabili e impossibili, quanto piuttosto per procedere in un vivere più umano, sia nella direzione della salvaguardia dei valori della famiglia, come vorrebbe Padron ‘Ntoni, sia nel cercare altrove nel mondo quel ri-scatto che il paese di origine non garantisce affatto, come è nei sogni di ‘Ntoni, il nipote. È così tratteggiata una famiglia e insieme è delineato il percorso generazionale, che tuttavia non assicura affatto la redenzione, il riscatto sociale, quello auspicato e fatto balenare nel periodo epico e glorioso del Risorgimento, in cui uno dei componenti della famiglia, il giovane Luca, viene sacrificato nella battaglia di Lissa, che lo inghiotte. In base a quanto Verga dice sul ciclo dei vinti, qui dovremmo essere alla base della scala sociale, quella fatta di proletari, secondo lo schema di tipo marxista predicato in quei tempi, ma non condiviso dallo scrittore, che non proveniva da quelle fila. L’analisi offerta nel romanzo non segue i criteri che la filosofia e la dottrina politica, già dibattuta in quegli anni, metteva in circuito. E neppure si deve pensare che la chiave interpretativa del romanzo sia quella di natura sociologica e in particolare regionalista, quasi a volere una sorta di riscatto sociale e politico delle terre del Sud, rimaste deluse dopo l’epopea garibaldina. Da acuto lettore del suo mondo, era inevitabile che Verga parlasse della sua terra e offrisse nei suoi “eroi vinti” l’immagine del titanismo di riscatto, reso impossibile dalla mancanza di quella Provvidenza, che invece aveva arriso agli eroi del romanzo manzoniano, espressione vertice della letteratura romantica, ormai superata. Proprio la “Provvidenza”, la barca da cui ci si riprometteva il riscatto, finiva sugli scogli e con essa il sogno di rivincita, di risurrezione. La classe degli “umili”, come li considerava Manzoni, tutti fiduciosi nella divina Provvidenza che comunque “non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande”, non appariva ancora nella nuova Italia come la classe che potesse divenire protagonista della propria storia, capace di riscatto. E tuttavia essa costituiva indubbiamente, almeno sotto il profilo numerico, la forza su cui puntare per costruire una nuova “storia”; ma occorreva che ne venisse una coscienza più matura. Finora viene a mancare quella che poi emergerà come coscienza di classe. E non si poteva affatto pensare che Verga puntasse su questo nella sua analisi del mondo rurale o contadino, il mondo cioè di coloro che solo potevano immaginare, secondo schemi consolidati, di tentare un vivere diverso, che tuttavia non li avrebbe mai portati a cambiare la propria “natura”. Cercare la scalata sociale, quella che può far pensare di uscire da una atavica povertà per raggiungere una posi-zione impensabile e impossibile, risultava essa pure ardua e destinata al fallimento, a ricacciare il “nuovo” eroe tra i vinti. È quanto succede al “nuovo” eroe, che di fatto è anche l’ultimo. Lui pure, come già la famiglia Malavoglia, è destinato al fallimento, e il suo è per tanti versi davvero molto rovinoso. E tuttavia anche in questo suo lavoro Verga ha qualcosa da dire non solo sull’Italia della fine Ottocento, ma, proprio perché non si limita a registrare il suo tempo, a fare dell’analisi di carattere sociologico o ideologico, egli può offrire una lettura “umanistica” che travalica la contingenza e si spinge a considerare il personaggio “tipo”, come un per-sonaggio “metastorico”, per quanto sia di fatto inquadrato in un periodo ben preciso della storia siciliana e italiana. Leggi tutto “Verga: Mastro don Gesualdo, il ciclo dei vinti e il pessimismo.”

9 maggio: memoria del beato Serafino Morazzone

LA BIOGRAFIA

Prete Serafino Morazzone” diventa beato a quasi due secoli dalla morte. Un altro “Curato d’Ars”: lo definisce così il B. Card. Schuster. Ma lui precede negli anni il curato del villaggio francese, in quanto Giovanni Maria Vianney vive fra il 1786 e il 1859. Certamente poi il B. Serafino è meno noto e la sua santità è celebrata solo fra il Resegone e il lago, nella più periferica parrocchia di Lecco.

Tra i due comunque c’è una straordinaria sintonia spirituale e umana. A cominciare dalle umilissime origini, perché Serafino arriva da una famiglia povera e numerosa. Suo padre ha una minuscola rivendita di granaglie e vive in un modesto alloggio di Milano, dalle parti di Brera: qui nasce Serafino, il 1 febbraio 1747. Dato che vuole farsi prete e mancano i soldi per farlo studiare, i gesuiti lo accolgono a titolo gratuito nel collegio di Brera. E qui inizia la sua “carriera ecclesiastica”, che non prevede però cambiamenti di natura sociale: a 13 anni riceve la talare, a 14 la tonsura, a 16 i primi due ordini minori. A 18 anni, per potersi pagare gli studi, va a fare il chierichetto in Duomo: per dieci lire al mese, al mattino presta servizio all’altare e al pomeriggio studia teologia. Così per otto anni, fedelissimo e puntuale, cortese e sorridente. A 24 anni riceve gli altri ordini minori e due anni dopo, a sorpresa, gli fanno fare concorso per Chiuso, nel lecchese: una piccola parrocchia che all’epoca conta 185 abitanti ed alla quale nessun altro aspira. Vince il concorso, ma non è ancora prete; così, nel giro di un mese, riceve il suddiaconato, il diaconato e l’ordinazione sacerdotale e il giorno dopo è già insediato a Chiuso: vi resterà per 49 anni, cioè fino alla morte. Per scelta, perché anche quando gli offriranno parrocchie più importanti o incarichi più onorifici sceglierà di essere sempre e soltanto il “buon curato di Chiuso”, da cui non si allontanerà mai. Testimoni oculari hanno attestato le lunghe ore trascorse in ginocchio nella chiesa parrocchiale e quelle, interminabili, trascorse in confessionale ad accogliere i penitenti. Ovviamente non soltanto i suoi, ma pure quelli che arrivano da Lecco e dai paesi vicini. Perché a Chiuso, come ad Ars, si fa la fila per andarsi a confessare dal “beato Serafino”, come lo chiamano i contemporanei, mentre lui si considera solo un povero peccatore, infinitamente bisognoso della misericordia di Dio e delle preghiere del prossimo. Le sue ottengono miracoli, ma lui non se ne accorge, impegnato com’è a non trascurare neppure uno dei suoi parrocchiani: raccontano che i malati li va a trovare anche di sera o di notte, se non è riuscito a farlo di giorno, e così tutti i giorni, fino a quando si ristabiliscono o chiudono gli occhi per sempre. E non solo per portare loro i conforti della religione: dicono che i bocconi migliori e tutto quello che gli viene regalato siano per i suoi poveri, per i suoi malati. Ad uno, piuttosto male in arnese,  finisce per regalare anche il suo materasso, di cui per un bel po’ deve fare a meno, perché nessuno si è accorto del suo gesto di carità. Ai ragazzi, oltre al catechismo, insegna a leggere e a contare, in una specie di scuola che ha aperto in canonica, forse ricordando quanto anche lui ha faticato a studiare. Muore il 13 aprile 1822 e un piccolo giallo avvolge la sua sepoltura, quando ci si accorge che di lui non c’è traccia nella fossa che dovrebbe essere la sua. Il giallo si risolve grazie alla testimonianza di un anziano: i parrocchiani, che non si rassegnavano a saperlo nella nuda terra del cimitero, lo avevano esumato la notte stessa del funerale, adagiandolo sotto il pavimento della chiesa, in barba a tutte le disposizioni di legge. Leggi tutto “9 maggio: memoria del beato Serafino Morazzone”

I MALAVOGLIA TRA VERISMO E IMPERSONALITA’ NARRATIVA

Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di Mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dire nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina,a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto barche in acqua, e delle tegole al sole. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quella della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarata sul greto, sotto il lavatoio … (I Malavoglia, capitolo I, p. 39)

INTRODUZIONE

Verga e il Verismo

Nelle antologie scolastiche e nelle catalogazioni di carattere scolastico Giovanni Verga (1840-1922) è considerato lo scrittore per antonomasia del fenomeno letterario denominato “Verismo”. La particolare visione dell’uomo e della società che si è sviluppata con alcuni dei suoi scritti, e con autori che hanno seguito la sua scuola, ha portato a voler descrivere la realtà, soprattutto quella sociale, mettendo in evidenza gli aspetti che si volevano assolutamente realistici, obiettivi, e quindi senza l’apporto critico del narratore, che deve scomparire dal suo stesso lavoro, perché esso possa risultare “scientifico”. Ciò che già si era sviluppato in altri paesi europei, soprattutto in Inghilterra e in Francia, allettava ora la letteratura della nuova Italia, appena uscita dai fasti epici del suo Risorgimento. A noi oggi i testi significativi di Verga, che sono il manifesto del Verismo, la concreta attuazione dei nuovi canoni letterari, appaiono come opere dal forte sapore regionalistico, sia perché le storie sono ambientate nel profondo sud, nell’ancor più profonda provincia meridionalistica italiana, sia perché lo stesso linguaggio usato deriva da quell’ambiente molti vocaboli, sconosciuti al fiorentino popolare, ma soprattutto molte espressioni gergali e molte immagini che costruiscono un nuovo linguaggio. Eppure la sua produzione migliore emerge quando egli è lontano dalla terra d’origine, e sa far diventare quel contesto lontano non solo un angolo periferico, ma l’espressione di un mondo, che seppur stantio, conservatore, bloccato nei suoi schemi ancestrali, aspira ad un rinnovamento che è insito nel percorso storico. E questo non è solo l’aspirazione di alcuni, di gente isolata, ma corrisponde a quel processo storico, che va ben oltre la fase risorgimentale.

Questione meridionale, sociale … o un nuovo umanesimo? Leggi tutto “I MALAVOGLIA TRA VERISMO E IMPERSONALITA’ NARRATIVA”