PASQUA DI LUCE

Non è facile parlare della risurrezione di Gesù, perché nessuno ha potuto vedere l’evento nel suo svolgersi, nessuno potrà mai raccontare che cosa sia veramente successo in quella tomba nell’attimo in cui il cadavere riprendeva vita.

Nessuno lo ha visto rialzarsi, aprire l’imboccatura della porta con la lastra fatta rotolare davanti e addirittura sigillata. Nessuno lo ha visto uscire. Nessuno ha ricevuto la rivelazione di come si sono svolti i fatti …Tanti però possono dire di averlo visto vivo, di averlo incontrato. Solo perché lui si è fatto presente, si è fatto riconoscere, si è fatto toccare.

E da allora il “passa-parola” è proprio questo: il Signore è risorto e io l’ho visto perché lui si è fatto vedere a me. La Pasqua da vivere è l’esperienza di vederlo negli occhi stupiti e folgorati di quanti hanno avuto il dono di essere raggiunti da Lui. Non per nulla si parla anche di una specie di illuminazione, come se nello sguardo rimanesse questa luce intensa che sfolgora, che affascina, che abbacina.

LA PASQUA VISSUTA

IN UNA COMUNICAZIONE DI LUCE

I RACCONTI DEI VANGELI E DEI TESTIMONI

Naturalmente questa luce avvolgente non appare come una esperienza diretta, quella che le donne e i discepoli possono dire di aver provato davanti al sepolcro o nel momento dell’apparizione del risorto. Non risulta mai che il Risorto sia visto da loro avvolto di una luce abbagliante. Pur pensando di avere a che fare con un fantasma, perché sapevano amaramente che era morto, questa sua apparizione non risulta esserci in un alone di luce. Non lo vedono, come alcuni di loro lo hanno visto in occasione della Trasfigurazione, dentro un fenomeno che non riescono neppure a descrivere dettagliatamente. Qui non c’è nulla di clamoroso a segnalare il risorto, che del resto faticano a riconoscere. Leggi tutto “PASQUA DI LUCE”

Meditiamo la Passione di Cristo

«La “Via Crucis” è una devozione molto popolare, che si è affermata da noi sull’esempio di quanti, andando in Terra Santa, camminano per le vie di Gerusalemme sulle quali sono segnate le tappe del percorso fatto da Gesù, …  Oggi si tende ad ampliare la meditazione su altri momenti delle ore drammatiche della Passione di Gesù, … perché il nostro cammino, sempre più virtuale e non più esercizio fisico, sia un autentico accompagnamento ai dolori del Signorema soprattutto al suo messaggio di vita e d’amore che deve risultare più evidente.

Il Signore non vuole che noi soffriamo, ma vuole che nelle nostre immancabili sofferenze, ci dimostriamo, come lui, capaci di continuare ad amare, a servire il disegno del Padre, a rivelare da noi lo Spirito, a manifestare un vivere all’insegna del bene, del dono, della generosità, della vera passione.  Ciò che contempliamo, ciò che meditiamo, ciò che riviviamo deve aiutarci a concepire la sua e la nostra passione come il modo migliore di vivere.

Tutte le volte che facciamo la Via Crucis entriamo in questa sua Passione, che dobbiamo fare anche nostra, sapendo che essa è il vivere di Dio e deve diventare il vivere dell’uomo. 

Qui ci lasciamo condurre  da “Una vita di Cristo”, scritta dal romanziere milanese, Luigi Santucci (1918-1999), con cui egli ci offre una rilettura dei vangeli, in chiave moderna. »

Don Ivano ci propone quattro momenti:

  1. L’ULTIMA CENA: Prendete e mangiate Questo è il mio corpo Offerto Per voi
  2. NEL GETSEMANI: Padre, se possibile, passi da me questo calice! la tua volontà sia sempre fatta!
  3. TU SEI IL RE DEI GIUDEI? – TU LO DICI: IO LO SONO! -ECCE HOMO!
  4. Nelle tue mani rimetto lo spirito! E chinata la testa, Emise lo spirito!

Per continuare a leggere, cliccare QUI : 210326 SANTUCCI – LA PASSIONE

DANTE-DÌ 2021

25 MARZO 2021

Il 25 marzo, festa dell’Incarnazione, perché siamo esattamente a 9 mesi di distanza dal Natale, è sempre stato nel calendario cristiano un giorno molto significativo, assommando in sé i grandi misteri della fede cristiana: soprattutto nel Medioevo qui si collocava la data dell’inizio del mondo, della Creazione, in quanto il rinnova-mento primaverile, legato all’equinozio e nello stesso tempo al plenilunio in corso, fa pensare che qui sia iniziato il ciclo naturale e qui venga continuamente ripreso ogni anno. Proprio nella medesima circostanza viene collocato l’inizio della vita umana del Redentore, che viene concepito all’annuncio dell’angelo nell’utero di Maria. Lo stesso ciclo vitale viene ripreso con la Redenzione, collocata nella medesima data, perché la Pasqua ebraica, che ricorda l’uscita dall’Egitto e il passaggio del Mar Rosso viene collocata in occasione del plenilunio di primavera, così come è rimasta legata ad esso anche nell’ambito cristiano.

Eppure sui calendari liturgici medievali, ancora presenti nei messali manoscritti dell’epoca, indipendentemente dal fatto che la Pasqua cristiana debba essere celebrata di domenica, si indicava il 25 marzo come il giorno delle Redenzione con la morte del Signore.

Proprio per la concomitanza nello stesso giorno dei misteri principali della fede cristiana, Dante aveva collocato idealmente il suo “fantastico” viaggio nell’oltretomba nel Triduo pasquale dell’anno 1300, tra il 25 e il 27 marzo. Ritrovatosi “nella selva oscura, ché la diritta via era smarrita”, deve scendere nell’Inferno nel giorno della morte del Salvatore; deve passare nel Purgatorio il giorno della presenza di Cristo agli Inferi con la sepoltura, e ne esce illuminato dalla luce celestiale del Paradiso il giorno della Risurrezione. Il 1300 è l’anno del Giubileo della “gran perdonanza”, presentandosi esso con i numeri simbolici che richiamano l’Unità e la Trinità di Dio, perché dentro questo mistero l’uomo viva il suo passaggio redentivo. Ciò che succede per Dante, “nel mezzo del cammin di nostra vita”, succede pure per ogni uomo, che è condotto dalla ragione, rappresentata da Virgilio, e dalla fede, rappresentata da Beatrice, a “riveder le stelle”, (Inferno, XXXIV, 139) uscendo dall’Inferno, “puro e disposto a salire a le stelle” (Purgatorio, XXXIII, 145), salito sulla montagna del Purgatorio, così da contemplare e godere “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, 145), quando arriva alla sommità del cielo a godere per sempre Dio. Qui dunque si compie il mistero di Dio e nel contempo il vivere dell’uomo …

LA SUPPLICA ALLA VERGINE

All’apertura dell’ultimo canto del Paradiso si eleva una magnifica preghiera alla Vergine, messa in bocca a S. Bernardo da Dante. Il santo è conosciuto come il cantore di Maria per le stupende omelie e preghiere che ha disseminato nelle sue opere. È una preghiera che il mistico abate medievale innalza a Maria perché Dante, rappresentante di ogni uomo, possa elevarsi a Dio, non senza la grazia che giunge all’uomo per l’intercessione di Maria. C’è tutta l’ammirazione e, insieme, si esprime la devozione con la quale l’animo si eleva a colei che è qui descritta nelle diverse “antinomie” come una creatura impareggiabile, come il prodigio scaturito dalla mente e dal cuore di Dio, vertice vertiginoso di ciò che il Creatore ha fatto, compia-cendosi poi di essere “fatto” lui stesso in lei. La preghiera si snoda in sette terzine (anche se poi continua con la parte dedicata alla supplica particolare per Dante che deve entrare al sommo del Paradiso). Queste distribuiscono l’orazione in tre momenti: le prime tre terzine sono una esaltazione di Maria, la più bella fra le creature di Dio e nel contempo la creatura umana che diventa la terra accogliente perché possa spuntare il fiore di Dio nella valle desolata. La terzina successiva, il cuore della preghiera, dice che lei è pure il punto di incontro fra i beati e quanti sono ancora nell’esilio terreno, come fiaccola di carità per i primi e fontana di speranza per i secondi. La supplica si esprime poi nelle ultime terzine con il riconoscimento che solo da lei ci può essere la garanzia perché la preghiera arrivi a Dio e la grazia di Dio raggiunga la debolezza umana. E così la preghiera con lei può avere le ali per raggiungere Dio, come da lei possono passare all’uomo la misericordia, la pietà e la bontà stessa di Dio, di cui lei è ricolma e che da lei si riversa pienamente in ogni creatura. Questa “è la preghiera di tutti, perenne, rivolta a colei che l’etterno consiglio aveva destinato appunto, con la sua divina maternità, a essere il tramite attraverso cui il divino si umanizza e l’umano, salvandosi, sale al divino. Rivolgendosi a tale Donna, il linguaggio non poteva non essere alto … Maria è colei a cui “ogni loquela serba i più bei nomi” come dirà un altro poeta, il Manzoni …”. E qui, se è grande colei che viene celebrata, pur nella sua umiltà di creatura, è pure grande, nella sua devota ammirazione, Dante che si fa interprete di tutti, mentre lo interpreta S. Bernardo elevando queste sublimi espressioni di filiale e commossa supplica, che viene dal cuore e che tocca profondamente il cuore. Ci sentiamo tutti toccati e coinvolti in una preghiera nient’affatto retorica e davvero molto cristiana e molto umana … Leggi tutto “DANTE-DÌ 2021”

DANTE NELL’ITALIA DEL SUO TEMPO

DANTE E LA POLITICA

Il canto VI di ogni cantica del suo poema ha un contenuto politico. Questo rivela, se già non si aveva a sufficienza da quanto Dante ha coltivato e ha fatto nella sua giovinezza, che l’argomento sta particolarmente a cuore al poeta. Del resto egli fu parte in causa nei giochi politici che poi lo travolsero, e dedicò alla politica molte delle sue energie, sia quando era nell’agone, sia quando ne fu estromesso.

Per Dante la politica è partecipazione diretta alla società, in quella forma di governo che non è solo direzione degli affari, ma è soprattutto corresponsabilità, in qualunque posizione sociale uno si trovi e qualunque sia il lavoro che uno svolga. Dante ha pure esercitato funzioni direttive, essendo stato priore a Firenze; ma la sua politica non è vissuta solo in quelle che noi chiameremmo oggi “le stanze dei bottoni”, dove si prendono decisioni; è vissuta sul campo e nelle discussioni anche animate. Anche quando ne risulterà estromesso – e lo sarà in modo drammatico e infamante – egli avverte sempre la sua responsabilità nel contribuire alla “cosa pubblica”. E ci sarà sempre, anche se poi i giochi si fanno duri ed egli sarà costretto, un po’ sdegnosamente, a “far parte per se stesso”, fuori dagli schemi di partito, fuori dalle leve di comando, mai del tutto fuori da quell’amor di patria, che lo farà sentire sempre fiorentino, pur a darne giudizi feroci, sempre italiano, pur a provare amarezza e sdegno per le condizioni in cui si trova la “serva Italia”.

FLORENTINUS O YTALUS

Se Firenze lo mette al bando e lui rimarrà “bandito”, Dante amerà sempre la sua “Fiorenza”, anche da esule ferito nel suo onore, sempre firmandosi come exul inmeritus perché egli ritiene di non aver mai “meritato” quel genere di condanna. Per lui essere fiorentino è invece un titolo di merito e come tale e gli si ritiene sempre, dovunque si troverà a vivere. Solo quando deve richiamare l’attenzione nei confronti dell’Italia, si firmerà con il titolo di “ytalus”. E tale Dante è non perché abbia a cuore un’Italia unita, come noi oggi la intendiamo, ma perché in essa riconoscerà la presenza più unificante possibile dalla lingua volgare, che naturalmente è tutta da costruire e che indubbiamente gli contribuisce a creare

Andando ramingo per tante città italiane, senza mai trovare un’ospitalità sicura, se non in modo temporaneo, egli più che mai avvertirà lo stato miserevole di queste città, divise al loro interno: ciò sarà motivo di tanta miseria, anche in presenza di cospicui guadagni negli affari. E perciò il suo disegno politico si amplierà anche oltre le mura cittadine per cercare di costruire con una doverosa purificazione un mondo diverso da quello in cui c’è solo da perdersi, come si è perso lui, come è smarrito ogni uomo, incapace di risorgere in presenza delle belve affamate che impediscono la salvezza. Solo la guida della ragione, rappresentata da Virgilio; solo la guida della grazia, rappresentata da Beatrice, può condurre alla purificazione e alla beatitudine. È questo il percorso che ritiene di dover fare lui, come rappresentante dell’umanità smarrita, perché tutti possano ricostruirsi in un mondo davvero quanto mai desolato. Leggi tutto “DANTE NELL’ITALIA DEL SUO TEMPO”

La Pasqua di Giuseppe.

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PER FEDE FU PORTATO VIA,

IN MODO TALE DA NON VEDERE LA MORTE

E NON LO SI TROVO’ PIU’,

PERCHE’ DIO LO AVEVA PORTATO VIA …

EGLI FU DICHIARATO PERSONA GRADITA A DIO.

SENZA LA FEDE E’ IMPOSSIBILE ESSERE GRADITI A DIO.

CHI SI AVVICINA A DIO DEVE CREDERE CHE EGLI ESISTE

E CHE RICOMPENSA COLORO CHE LO CERCANO.

(Ebrei 11,4-5)

1 – COME GIUSEPPE VIVE LA PASQUA

Parlare della Pasqua di Giuseppe sembra impossibile.

In occasione della Pasqua di Gesù, quando egli muore sulla croce, Giuseppe in questo mondo, a quanto pare, non c’è più. Lo dovremmo pensare in quel Limbo sotterraneo, gli Inferi, dentro il quale Gesù “discese”, come diciamo nel Simbolo apostolico, proprio per abbattere quelle porte, e per far uscire quanti aspettavano la redenzione. Dobbiamo immaginare che dietro i progenitori, Adamo ed Eva, e tutti i giusti del mondo antico, spesso rappresentati nella scena, immaginata per descrivere questo momento, pronti ad uscire con Gesù a nuova vita, ci possa essere anche lui, il padre “putativo”. Non c’è mai stato alcun dubbio nella Chiesa, sia con il suo Magistero, sia con la pietà dei fedeli, circa il riconoscimento della santità di Giuseppe, che noi avvertiamo tale per ogni uomo o donna, non solo in base alla cosiddetta eroicità delle virtù, ma anche e soprattutto per un’esistenza vissuta in conformità al Figlio di Dio e al suo Vangelo. E questo lo possiamo dire a proposito di Giuseppe vissuto accanto al Figlio, a servizio del Figlio, assumendone lo Spirito: già per questo motivo lo dobbiamo riconoscere come santo. È a partire da una esistenza terrena vissuta in unione con Gesù che si può riconoscere la santità, quella che viene poi definita “post mortem”. Se la santità viene vissuta nel cammino terreno, essa è data nel passaggio al mondo definitivo di Dio, con la morte, in unione con la Pasqua di Cristo.

Anche per Giuseppe dobbiamo parlare di una Pasqua, quella vissuta al momento in cui Cristo fa il suo passaggio nel mondo ultraterreno. Ma non è neppure da trascurare quella che lui vive nel momento della sua morte, per la quale non abbiamo alcun documento.

E poi nel vangelo ci sono per quest’uomo altre esperienze di Pasqua, che, anche nella ristrettezza delle informazioni, non possiamo e non dobbiamo trascurare. C’è per Giuseppe la Pasqua come data celebrativa, come festività ebraica, a cui egli partecipava da buon ebreo, ma anche da “uomo giusto”, come viene qualificato nel Vangelo. Ed era giusto, non solo per la sua obbedienza alla legge, quanto piuttosto per la sua fedeltà a Dio. Per l’episodio di Gesù dodicenne, si dice che, come ogni anno, in occasione della Pasqua, i suoi genitori salivano a Gerusalemme, portando con sé il bambino, in quell’occasione già divenuto un fanciullo. Andare al tempio ogni festa di Pasqua è il segno della religiosità propria di quella famiglia, che non solo si adattava alle pratiche, ma, vivendole, si trovava essa stessa coinvolta, come capita lì, con la scomparsa di Gesù, proprio nel tempio. È evidente che l’evangelista Luca carica di un particolare valore simbolico questo episodio, presentando Gesù che scompare per tre giorni, come sarà in occasione della sua ultima Pasqua, e che poi riemerge, quasi presagio della futura risurrezione, mentre lo si scopre a insegnare nel tempio. Anche questo dettaglio – quello di riapparire mentre insegna – ha il suo forte valore, perché il nucleo fondamentale del suo insegnamento non è dato dai sermoni, dalla parabole, dai richiami alle leggi, ma da ciò che più gli preme, e cioè la sua passione e la sua croce. In effetti nel Vangelo momento della passione, sempre richiamato, come se fosse un preavviso o una predizione, è in realtà un insegnamento, a cui Gesù tiene, volendo lasciare ai suoi discepoli proprio questa lezione di vita. E anche in questa occasione, rivelandosi orientato alla sua missione, presente alla sua coscienza, anche grazie alla formazione dei suoi genitori, Gesù li coinvolge, perché essi stessi vivono quei tre giorni di scomparsa, immersi nell’angoscia. La parola usata e messa in bocca a Maria, la quale parla a nome di Giuseppe, anzi mettendolo prima di sé nel richiamo fatto a Gesù, dice proprio il tormento dell’animo, come una sofferenza che consuma interiormente. Così anche Giuseppe, insieme con la moglie, vive quei giorni oscuri con un dolore che opprime e che corrode l’animo, avvertendo in questo suo distacco l’inizio di quel successivo distanziamento, che porterà lui fuori della scena di questo mondo e il Figlio avviato alla sua “ora”, quella di passare da questo mondo al Padre. Sulla base di questo unico episodio della fanciullezza di Gesù, proprio perché vissuto in occasione della Pasqua, dobbiamo riconoscere che qui, nel suo nascondimento, il massaggio proprio del vangelo, la bella notizia da cogliere, è proprio nel segnalare che Gesù vive orientato ad essere lui stesso la Pasqua, in un sacrificio che non è più solo il culto nel tempio, ma diventa la sua stessa esistenza messa a disposizione, come è nella natura del vivere di Dio, come è nell’educazione avuta dai genitori e, in particolare, da colui che a buon motivo può essere considerato l’ombra sulla terra del Padre celeste.

Non c’è nessun elemento che ci possa aiutare in questa direzione: riconoscere nell’educazione di Gesù da parte di Giuseppe l’indicazione precisa di una impostazione della vita segnata dalla Passione. C’è solo da supporre che, sulla base di questo episodio, Gesù stesso ammette di essere tutto immerso nelle “cose” di suo Padre, a partire dai suoi genitori, che potevano dunque ben capire il senso di questo suo modo di fare in occasione di quella Pasqua. Se poi consideriamo il fatto che Giuseppe nella versione di Matteo appare sempre occupato dal sonno, il suo modo di penetrare nel mistero di Dio e dei suoi disegni, e il suo modo di impegnare la propria vita nel mettersi a disposizione con tutti i rischi che ne derivano, dobbiamo in effetti riconoscere che quest’uomo è tutto impostato sulla Pasqua, cioè sul sacrificio di sé, quasi uno sparire perché altri abbiano la vita … Leggi tutto “La Pasqua di Giuseppe.”

MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI

NEL GETSEMANI: Padre, se possibile, passi da me                       questo calice! La tua volontà sia sempre fatta!

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INTRODUZIONE1

Il percorso tradizionale della “Via Crucis” teneva presente la strada percorsa da Gesù per arrivare al Calvario e dunque solo il momento finale della sua Passione. Ma la Passione per Gesù ha richiesto anche altri momenti non meno dolorosi. E comunque essa non si riduce alle sole ultime ore di vita, come se il Signore avesse sofferto solo in quei momenti. Certamente quelle ore di violenza, che si potrebbero definire senza senso, come lo sono le tante ancora presenti nelle vicende di molte persone, hanno rivelato un uomo che, a fronte di tanto accanimento ingiusto, risponde sempre con dignità e soprattutto con l’amore di chi si dona, manifestando così l’amore di Dio che è possibile all’uomo. E noi dobbiamo considerare la sua passione soprattutto a partire dall’amore, che in una cornice di violenza brutale, Gesù continua ad esprimere: questo suo insegnamento deve essere raccolto come vita secondo lo Spirito, quanto mai necessaria alla nostra esistenza perché sia davvero più umana. Più che piangere o disperare per queste violenze che lo travolgono, noi dobbiamo cogliere come “vangelo”, e quindi come bella ed edificante notizia, la sua volontà di andare fino in fondo nel disegno del Padre, che lo vuole come espressione della sua “giustizia”, per noi uomini e per la nostra salvezza. La giustizia di Dio non è affatto quella forma di castigo con cui noi vorremmo vedere l’intervento di Dio che volendo riportare le cose a posto, punisce gli avversari, riversando su di loro la sua giusta ira. Dio invece esprime la sua giustizia tendendo la mano all’uomo, compreso colui che fa del male e lo fa anche alla sua persona, perché si ravveda, si converta, si rinnovi. Già nell’atto del tradimento di Giuda e nel rinnegamento di Pietro e dell’abbandono da parte dei discepoli, Gesù ha una parola amichevole per colui che lo consegna, ha uno sguardo pietoso per colui che dice di non conoscerlo, ha un intervento di difesa per i discepoli che si disperdono senza essere inseguiti e colpiti, mentre il pastore va a morire per loro. Così l’esercizio della “Via Crucis” non deve essere solo una lamentosa considerazione dei dolori di Gesù, ma una riflessione salutare sul suo modo di affrontare il male e le cattiverie, mediante l’amore che si dona, mediante la risposta coraggiosa alla volontà di Dio, che chiede sempre il dono d’amore come risposta al male dell’uomo, perché l’uomo conosca un’altra maniera di vivere. Impariamo allora a considerare la passione di Gesù, che è pure la passione di tante persone, come il momento nel quale ci viene rivelato il vivere di Dio che può diventare il miglior vivere per l’uomo ….

Continuiamo la lettura del testo di LUIGI SANTUCCI, addentrandoci in uno dei momenti più significativi della Passione di Gesù, quello che in genere noi definiamo la sua “agonia”. Essa è il combattimento, tutto interiore, che può prendere ciascuno di noi, quando, attorno, il male e la violenza, l’inganno e la cattiveria hanno il sopravvento e sembrano schiacciare. Allo sconforto, allo smarrimento, può subentrare l’angosciosa prospettiva di non farcela e magari anche la dolorosa reazione di chi si sente abbandonato da Dio e di finire disperato nella propria solitudine amara. Anche Gesù nei momenti di preghiera che precedono le ore drammatiche del processo e della esecuzione della condanna, avverte il completo abbandono dei suoi e soprattutto quel silenzio misterioso del Padre, che non gli rinnova, come in altre occasioni, il suo compiacimento, il suo appoggio. La mano, tesa a sostegno, sembra mancare; la risposta alla sua implorazione d’aiuto non si fa sentire; solo un angelo compare con il calice da bere, a confermare che non c’è altra strada se non quella del sacrificio personale. Seguendo attentamente Gesù in questa sua preghiera, ci rendiamo conto del vero significato della preghiera: non viene avanzata per chiedere qualcosa a Dio, ma per disporre la propria volontà alla volontà di Dio, in un esercizio che lo porta ad essere davvero Figlio, cioè “tutto suo Padre”. E poi davanti al traditore, davanti a chi lo cattura, vien fuori ancora colui che si rivela disponibile, come è sempre Dio con noi. Gesù sembra preso nel vortice di avvenimenti che lo risucchiano; in realtà il vero vangelo si riconosce laddove si dice che è lui a consegnarsi nelle mani, perché è lui a vivere quel momento in piena disponibilità. Noi ci lasciamo impressionare da quanto succede, per sottolineare la perfidia di Giuda, la debolezza dei suoi, la brutalità di gente che pensa di essere forte solo perché, in gruppo e col favore delle tenebre, riesce ad avere la meglio su di uno. Ma il più grande è Lui e lo è nel dono che fa di sé!

                                                   1- GESU’ E’ TUTTO SOLO

Qui lo scrittore vuole mettere in risalto la completa solitudine di Gesù nelle ore notturne della preghiera. Gli amici non ci sono perché dormono. Il Padre non si fa sentire in quel momento. Gesù è davvero solo, con la sua angoscia!

IL SILENZIO

Incominciò ad aver paura e a rattristarsi. Leggi tutto “MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI”

MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI

A CENA: Prendete e mangiate,

questo è il mio corpo offerto Per voi1

INTRODUZIONE

La “Via Crucis” è una devozione molto popolare, che si è affermata da noi sull’esempio di quanti, andando in Terra Santa, camminano per le vie di Gerusalemme sulle quali sono segnate le tappe del percorso fatto da Gesù, una volta uscito dal palazzo del Pretorio, per salire la collinetta del Calvario. Quando questo cammino non è più possibile là, si diffonde da noi la stessa cosa, con la creazione, soprattutto in alcune zone montuose, dei percorsi che altri pellegrini possono fare, meditando sulla Passione di Gesù. E poiché l’itinerario è faticoso, si creano delle fermate, chiamate stazioni, durante le quali si eleva il pensiero ai dolori di Cristo. Le stazioni, poi, vengono segnalate da alcune immagini capaci di suscitare la compunzione e di favorire la meditazione e la preghiera. In genere queste fermate richiamano alcuni episodi evangelici, ma non vengono mai a mancare anche altri che il vangelo ignora e che la devozione popolare evoca, come possono essere le probabili cadute, come può essere l’incontro con la Madre, come è il particolare della Veronica, legata all’immagine sul panno, che si dice proveniente come reliquia dalla Palestina. Di fatto, trattandosi del cammino che conduce Gesù verso il Calvario, le stazioni mettono in risalto questi momenti. Oggi si tende ad ampliare la meditazione su altri momenti delle ore drammatiche della Passione di Gesù, facendo sempre affidamento alle immagini, che noi possiamo ricavare non solo dalla figure dei quadri appesi alle pareti della chiesa, ma anche alle opere d’arte, e, ultimamente, anche alle espressioni di altri generi, come sono le musiche, le immagini da film, le opere di letteratura e di poesia. Se tutto concorre al bene e alla edificazione spirituale, anche queste espressioni possono servire perché il nostro cammino, sempre più virtuale e non più esercizio fisico, sia un autentico accompagnamento ai dolori del Signore, ma soprattutto al suo messaggio di vita e d’amore che deve risultare più evidente. Il Signore non vuole che noi soffriamo, ma vuole che nelle nostre immancabili sofferenze, ci dimostriamo, come lui, capaci di continuare ad amare, a servire il disegno del Padre, a rivelare da noi lo Spirito, a manifestare un vivere all’insegna del bene, del dono, della generosità, della vera passione. Ciò che contempliamo, ciò che meditiamo, ciò che riviviamo deve aiutarci a concepire la sua e la nostra passione come il modo migliore di vivere. Tutte le volte che facciamo la Via Crucis entriamo in questa sua Passione, che dobbiamo fare anche nostra, sapendo che essa è il vivere di Dio e deve diventare il vivere dell’uomo..

Qui ci lasciamo condurre da “Una vita di Cristo”, scritta dal romanziere milanese, Luigi Santucci (1918-1999), con cui egli ci offre una rilettura dei vangeli, in chiave moderna. Lo scrittore ripercorre la vita di Gesù, come se si trovasse anche lui in quelle situazioni e ci fa sentire presenti in quei momenti, anche perché il Signore è sempre con noi e vive ogni giorno il suo vangelo che trova carne nella nostra carne e diventa spirito e vita nel nostro spirito e nella nostra vita. Dovendo fare il percorso della Passione, andiamo a cercare alcune pagine che riguardano quei momenti. Non sono state scritte per un esercizio come quello della Via Crucis, ma noi ce ne possiamo avvalere per trovare nelle sue parole qualche suggestione che ci faccia desiderare sempre più l’incontro umano con colui che è Dio, essendo uomo, e che fa diventare sempre più figli di Dio, coloro che da soli resterebbero sempre poveri uomini, gravati dal male. Queste parole, molto umane, possono elevare lo spirito a farci desiderare sempre più lo Spirito del Signore. Di fatto in questo primo momento ci fermiamo dentro il Cenacolo, dove si consuma il mistero eucaristico, che è già introduzione al grande evento pasquale: Gesù ci prepara al trauma della violenza successiva, insegnandoci a leggere in quei momenti drammatici più che il tradimento di Giuda, la consegna che Gesù fa di sé; più che l’abbandono e il rinnegamento dei suoi, il desiderio che lui ha di vivere per noi; più che la cattiveria degli uomini, la bontà di Dio che sacrifica suo Figlio..

1 – GESU’ DESIDERA STARE CON I SUOI AMICI

Lo scrittore insiste sul desiderio che ha Gesù di stare a tavola con i suoi, senza nulla nascondere della passione imminente. E su questo non vuole essere contraddetto. Noi lo dobbiamo seguire su questa strada. Ma ce la faremo? Almeno fino a quando è possibile resistere … Leggi tutto “MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI”

DANTE NELLA FIRENZE DEL SUO TEMPO

DANTE E FIRENZE: UN AMORE TORMENTATO

Il rapporto tra Firenze e il suo più noto cittadino, che è anche il suo massimo poeta, è piuttosto burrascoso, tormentato, non ancora del tutto sopito, se si pensa al fatto che lui non vi è sepolto e che non vi troverà mai sepoltura. E le polemiche per questo motivo persistono. Dante è vissuto in anni molto agitati, in cui le lotte intestine alla città erano frequenti, e soprattutto molto sanguinose, tali da travolgere lo stesso poeta, che non vi troverà pace. E tuttavia, per la sua città, Dante coltivò un grande amore, anche a registrarne le degenerazioni, ritenute insanabili. Anche quando sembra che dalle invettive sprigioni odio, risentimento, malanimo, in realtà per Firenze c’è sempre amore, quello che lo fa essere capace di riconoscere, anche agli avversari irriducibili, quella forma di grandezza che fa stagliare bene le figure dei suoi personaggi.

Nei confronti di Firenze egli tende a divenire “Laudator temporis acti”, e perciò ammiratore del buon tempo andato, che sarebbe bello ripristinare, senza mai riuscire a farlo. Evidentemente la città è in fermento e in trasformazione, come ogni realtà umana, in ogni tempo. Ma qui, forse, l’accelerazione per questi mutamenti appariva notevole, anche per gli interessi di tipo economico e finanziario che erano messi in campo.

Firenze era indubbiamente in rapida trasformazione per un accumulo di denaro, che risultava quanto mai consistente e ad ampio raggio dentro la sua popolazione. Gli appetiti apparivano smodati, ma anche le trasformazioni sociali erano rapide e tali da non essere facilmente controllate e controllabili neppure dentro istituzioni politiche forti. Anzi, è proprio il sistema istituzionale che non funziona, e ne sono vittime i cittadini stessi; ne risulterà vittima lo stesso Dante, proprio all’apice della sua carriera politica, che sarà anche la sua rovina.

Dante viene a trovarsi in un periodo di rapide trasformazioni politiche, sociali e soprattutto economiche, mentre sull’orizzonte i sistemi che avevano costruito l’assetto europeo nel Medioevo non tenevano più, e lui pensava di appellarsi ad esse per recuperare un po’ di pace, senza rendersi conto che il mondo andava in ben altre direzioni. Papato ed Impero, le colonne portanti del sistema medievale, vivevano uno scontro che li avrebbe esauriti, mentre i nuovi centri di potere, ma soprattutto le nuove energie economiche, stavano emergendo nei particolarismi diversi, e poi destinati allo scontro, e cioè le città, di notevole vivacità mercantile, e i regni periferici all’impero, che larga parte di storia avrebbero avuto con il loro assetto nazionale. Proprio l’anno della collocazione del grande ideale viaggio nell’oltretomba, narrato nel suo capolavoro, appare come l’anno del tramonto del Medioevo, quando, proprio in occasione del Giubileo, appaiono nuove forze all’orizzonte, per manovrare le quali è necessario un nuovo sistema istituzionale. Dante non sembra rendersi conto; e, forse anche perché travolto dalle circostanze che lo investono personalmente, pensa che sia possibile il rinnovamento facendo appello a ciò che in realtà è al tramonto. Leggi tutto “DANTE NELLA FIRENZE DEL SUO TEMPO”