IL PRIMO LIBRO LITURGICO.

Tra le prime opere redatte nell’ambito cristiano va annoverata anche questa
che risulta essere il primo documento della letteratura “liturgica”, adatto a far conoscere la Chiesa nella sua organizzazione cultuale. È una recente
scoperta, che ha contribuito a sviluppare gli studi nell’ambito della liturgia fin nei primi decenni del Novecento, quando, prima ancora della riforma attuata con il Vaticano II, si studiava e si promuoveva il ritorno alle fonti per un risveglio anche in questo ambito, dove la tradizione veniva concepita come il mantenimento delle posizioni e la conservazione rigida di ciò che si
considerava trasmissione di un passato da mantenere senza mai innovare.
Questo libro si presenta come la segnalazione di modi celebrativi che si
consideravano derivati dai tempi degli apostoli e che si riteneva utile
continuare. Mancando una sorta di “rituale”, un testo cioè di riferimento per le celebrazioni con cui suggerire modalità e formule, e ritenendo doveroso conservare la tradizione per evitare che si lasciasse alla fantasia incontrollata dei celebranti, si ritenne utile elaborare una specie di prontuario. Con esso si riconosce che l’unico modo di evitare espressioni singolari, sia nella maniera di porsi dei celebranti, sia nelle formule di preghiera da lasciare ai singoli o da dire insieme, era quella di offrire un testo di riferimento, dove compaiono anche dei formulari, ma dove soprattutto si danno linee utili per una celebrazione che possa essere conforme a ciò che già si praticava nel secolo degli Apostoli. Il testo viene attribuito al prete Ippolito, vissuto nella prima metà del secolo III, autore di una serie di testi, il cui elenco si trova scolpito sul seggio in cui lo stesso personaggio è riprodotto in una statua marmorea,
ora collocata alla Biblioteca Apostolica Vaticana. In realtà ciò che noi ora
raccogliamo sotto questo titolo ci arriva da diverse parti e quindi anche in
lingue diverse: si ha così la sensazione di trovarci di fronte ad un testo
elaborato e rielaborato che ha comunque una notevole diffusione e che solo
recentemente viene allo scoperto, perché ricerche e studi lo hanno fatto
uscire dal nascondimento in cui si era trovato nel corso dei secoli, superato
da altri manuali. Essendo attribuito ad Ippolito e ormai così riconosciuto a
livello sempre più ampio, si deve ritenere che il testo oggi noto provenga
dall’ambiente romano, e possa dunque essere espressione di questa Chiesa,
anche se non necessariamente qui si deve riconoscere l’origine del rito, che
viene definito “romano” e che di fatto noi oggi vediamo diffuso un po’
ovunque.

L’attribuzione ad Ippolito romano, personaggio piuttosto problematico per
quello che sappiamo di lui, è comunque ormai riconosciuta, anche perché i problemi che si vedono soggiacenti al testo, trovano proprio in questa figura l’elaboratore più chiaro. In relazione al fatto che esistono frammenti dislocati nell’area del Mediterraneo e redazioni in lingue diverse, non è sempre facile raggiungere con assoluta chiarezza e certezza l’archetipo, il testo originario, quello che appunto viene riferito al prete Ippolito.
Il testo così ricostruito è della massima importanza nella storia della liturgia, in quanto rappresenta la più antica raccolta canonica che dopo la Didachè, noi possediamo. Compilata intorno al 215, tale raccolta è coerente con la cieca difesa della tradizione che nell’Elenchos porta Ippolito a opporsi a qualsiasi innovazione, e con la concezione aristocratica che egli ha della Chiesa come assemblea di santi, eredi fedeli e rispettosi dei principi apostolici. Proprio perché questi principi siano ben conosciuti e praticati, egli se ne fa espositore nella Tradizione Apostolica, convinto che il possesso della verità impedisce errori ed eresie, le quali si moltiplicano allorquando tale possesso manca e chi è a capo della Chiesa sostituisce il suo arbitrio alla legge degli Apostoli. Viene spontaneo riconoscere nel capo che volutamente ignora la tradizione, e di conseguenza diviene facile preda di errori ed eresie, il povero Callisto, ancora una volta vittima dell’odio di Ippolito, ma forse l’accusa di ignoranza si addice maggiormente a Zefirino, uomo semplice e onesto, ma poco esperto di sottigliezze teologiche ed e evangeliche. (Tateo p. 29-30)
Si deve dunque ritenere che un simile testo non sia solo determinante per
seguire la nascita e l’evoluzione delle forme e delle formule liturgiche, ma è
pure il riflesso di una serie di problemi emergenti nel medesimo momento in cui esso vede la luce e altrettanto della secolare questione che sempre
affiora nel cammino della Chiesa, soprattutto quando deve fare affidamento
sulla sua tradizione. Qui non sembra che vi sia solo la fissazione di formule e
di schemi celebrativi, che già all’inizio si impongono come normativi per
comprimere sempre più la creatività, mai del tutto espunta nelle liturgie; qui si danno indicazioni perché il nucleo della tradizione si mantenga, senza che la ripetizione ossessiva limiti o impedisca quel genere di servizio a Dio che è proprio della liturgia stessa. Ovviamente qui si deve registrare una modalità che è propria dell’ambiente romano, se lo dobbiamo ritenere opera di questo prete; e nel contempo, per la sua diffusione in varie redazioni linguistiche, deve essere considerato un esempio, con cui non viene impedita la creatività, ma viene aiutata a conservarsi la consegna ricevuta dalla tradizione.

LA CHIESA NEL III SECOLO

L’immagine che si ha della prima Chiesa, già squassata dalle eresie e dalle
persecuzioni, è quella di un mondo sociale che sembra attecchire fra le classi più deboli, anche perché il messaggio di liberazione e di assicurazione di un mondo più vero e più giusto lascia un segno indelebile in chi scopre di non avere spazio, di non trovare i giusti riconoscimenti, di vedere sempre più buio e senza speranza il proprio futuro. La persecuzione sembra voler stroncare ogni possibilità di riscatto per un vivere migliore, che si pensa di raggiungere con la conversione. E si ha l’impressione che l’adesione rimanga circoscritta alla fasce più disagiate della popolazione. Ma non sempre è così, e non dappertutto. Già Paolo cerca contatti con chi ha mezzi di sostentamento, come pure, nel discorso tenuto ad Atene, dimostra di voler parlare alla pari con un certo mondo culturale. E tuttavia i risultati non sembrano affatto lusinghieri. Nel II secolo qualcosa si muove: con Giustino si avvia il tentativo di presentarsi più credibili a chi conserva il pregiudizio e ha bisogno di vedere sfatate tante dicerie. Nel contempo il pullulare di eresie e di situazioni in cui affiora la debolezza e si afferma l’apostasia, suggerisce il lavoro di chiarimento, mai del tutto raggiunto per le tensioni che affiorano tra i rigorosi e i lassisti, fra quelli che esigono la dottrina e la morale ben ferme, e nel contempo il riconoscimento che la Chiesa non può essere costituita dai duri e dai puri, ma debba accogliere anche i deboli e coloro che sbagliano.

Unfenomeno simile esplode ai primi anni del III secolo e richiede riflessioni
approfondite e documenti chiarificatori. Così, accanto alle persecuzioni che
un po’ dovunque si scatenano e in presenza di eresie che affiorano in un
concatenarsi di idee spesso peregrine, tali comunque da mettere gli uni
contro gli altri senza che si possa trovare una voce autorevole per dare
chiarimenti solidi, ci si trova in presenza di una divisione nella Chiesa che non è facile contenere e disperdere, soprattutto se le persone che dovrebbero essere le autorità e avere anche una certa autorevolezza riconosciuta, contribuiscono ad infiammare la discussione e a creare ulteriori contrasti. Tra la fine del secolo II e gli inizi del III la Chiesa si presenta divisa con figure di pontefici che invece di sanare i contrasti e di favorire il dialogo e l’intesa si presentano deboli o non sufficientemente autorevoli nell’intervenire circa la dottrina.

Papa Vittore I (189-199) affrontò la questione annosa della data della
Pasqua, senza che si potesse arrivare ad una soluzione unitaria, che non fu
mai possibile. Ebbe pure la questione della vera natura di Cristo, che veniva
considerato adottato da Dio come Figlio; l’occidente, per quanto si creassero certe posizioni divergenti dalla prassi comune, fu comunque conservato nell’ortodossia. Il successore è Zefirino (199-217), considerato dall’autore della Traditio, Ippolito, come poco istruito e quindi inadatto al ruolo che doveva svolgere nella conferma della fede. In effetti esplosero varie eresie, tutte legate alla figura del Verbo, il quale appariva come una specie di demiurgo fra Dio e gli uomini. Il suo essere divenuto uomo è semplicemente una modalità con cui Dio si presenta, da intendere come un rivestimento dell’umanità che in tal modo non partecipa e non si integra con la sua natura divina. Ippolito, che vantava, rispetto al Papa, una certa preminenza teologica, si fece sempre più critico, soprattutto quando quest’ultimo scelse come suo diacono Callisto, che gli succedette come Vescovo di Roma.
Essere diacono allora voleva dire avere compiti di governo, soprattutto
nell’ambito economico ed amministrativo. Callisto (217-222) è conosciuto
grazie a ciò che Ippolito scrive sul suo conto. Essendo il suo rivale,
ovviamente viene presentato in termini negativi: Callisto era uno schiavo che aveva dimestichezza col denaro, usato da lui con una certa disinvoltura, non senza l’accusa di pensare al proprio benessere a scapito di chi lui raggirava, carpendone la fiducia. Nonostante i trascorsi poco lusinghieri, e comunque, dopo aver passato anni in galera, si trovò a godere della fiducia di Zefirino, il quale lo incaricò di sistemare le catacombe sulla via Appia, che poi presero il suo nome. Ebbe contro Ippolito; e costui non si limitò a dare un pessimo giudizio nei suoi scritti, ma lo ostacolò nel governo, diventando l’antipapa.
In una sua opera, “Philosophumena” ha un giudizio molto duro nei confronti di Zefirino e di Callisto, tacciandoli di eresia
A quel tempo, Zefirino immagina di amministrare gli affari della Chiesa, un
uomo disinformato e vergognosamente corrotto. Ed egli, persuaso dal
guadagno offerto, era solito essere connivente con coloro che erano presenti allo scopo di diventare discepoli di Cleomene. Ma (Zefirino) stesso, essendo col passare del tempo attirato, si precipitò a capofitto nelle medesime opinioni; e aveva Callisto come suo consigliere, e un compagno di difesa di queste dottrine perverse. Ma di Callisto parlerò più avanti.

La scuola di questi eretici, durante la successione di tali vescovi, continuò ad
acquisire forza e accrescimento, dal fatto che Zefirino e Callisto li aiutarono a prevalere. Mai, però, ci siamo resi colpevoli di collusione con loro; ma spesso abbiamo opposto loro resistenza, li abbiamo confutati e li abbiamo costretti a riconoscere la verità. Ed essi, imbarazzati e costretti dalla verità, hanno confessato i loro errori per un breve periodo, ma dopo un po' sguazzano ancora una volta nello stesso fango.

Anche un breve riassunto delle vicende di questo periodo dice che la Chiesa
conobbe un certo sbandamento; solo a motivo della persecuzione si
addivenne ad una tregua e a forme di accomodamento. Nello stesso tempo si
avvertiva la necessità di operare dei chiarimenti e di offrire una immagine di
comunione, soprattutto nel campo dell’attività pastorale che doveva servire
ad una migliore organizzazione della Chiesa. La Traditio Apostolica si
inserisce bene in questa prospettiva, perché non è semplicemente un
manuale di liturgia per le celebrazioni, ma diventa anche una indicazione per meglio organizzare i quadri della Chiesa. Il personaggio centrale di questo periodo piuttosto confuso e con fonti documentarie tutte da ripercorrere e chiarire, è Ippolito, definito come prete romano e destinato a rivestire un ruolo non indifferente sia come scrittore, sia come referente istituzionale, anche a trovarsi fuori e dentro la Chiesa.

IPPOLITO ROMANO

Con questo nome si è designato l’autore di varie opere tra cui la Traditio,
anche se oggi gli studiosi appaiono non tutti d’accordo, per le controverse
posizioni sulle quali egli si sarebbe attestato in mezzo alle dispute del tempo.
Accanito oppositore delle eresie allora diffuse e denigratore di Papa Zefirino e del suo collaboratore e successore Callisto, si trovò a contrastare l’elezione di Callisto, divenendo antipapa. Tale rimase fino a Papa Ponziano (230-235).
Con lui si trovò condannato “ad metalla”, o lavori forzati in Sardegna,
subendovi il martirio. Riconciliato con Ponziano e addirittura a lui associato
nel culto giunto fino a noi, diventa una figura di spicco, anche se oggi le
notizie che lo riguardano sono tutte da rivede-re. D’altra parte anche i testi a lui attribuiti ci rivelano un uomo della tradizione, che vuole raccogliere tutto il materiale in uso nelle chiese, sia per evitare interpretazioni soggettive, sia per assicurare ciò che ormai si può già definire una consegna del passato da conservare.

IPPOLITO ROMANO SU UNA GUGLIA DEL DUOMO DI MILANO

Insomma, la figura è piuttosto controversa, ma nel contempo essa emerge
perché la sua operetta ebbe una forte risonanza, al punto da giungere fino a
noi. C’è da rimanere sorpresi che egli, scismatico e antipapa, sia entrato
nell’albo dei santi, nel Martirologio e nel Canone romano. È dunque una
figura notevole, se non altro perché lui stesso riflette nella sua controversa
fisionomia, un periodo oscillante, che anche grazie alle sue opere vede la
Chiesa riprendersi per il lavoro svolto da quest’uomo. La sua fama lo rivela
come santo, ma più ancora come scrittore di notevoli doti.
LA TRADITIO APOSTOLICA

Ciò che si dice dell’autore vale anche per le sue opere: esse trattano vari
argomenti, legati proprio al periodo controverso in cui si è trovato ad operare.

Quella più nota e diffusa tratta di questioni che noi dobbiamo riconoscere
appartenenti all’ambito liturgico e nello stesso tempo aiutano a comprendere come si sia evoluta l’organizzazione della Chiesa, per rispondere alle esigenze del momento, tenuto conto che essa conosce difficoltà interne e continui attacchi dall’esterno soprattutto per lo scoppiare delle persecuzioni, che nel III secolo appaiono meglio organizzate, se non altro perché puntano a colpire la gerarchia. Il libro della Traditio offre in maniera essenziale un apparato di preghiere per varie circostanze, con l’indicazione dove collocarle e nello stesso tempo come usarle: il formulario proposto deve servire soprattutto a chi non ha la fantasia per costruire un apparato simile, ma anche per evitare che si giunga a testi discutibili. Si costruisce così una tradizione che viene fatta risalire al periodo apostolico, anche se alcuni di essi
appaiono per la prima volta. Suggerendo le preghiere si dice anche quando
devono essere recitate e come esse possano assumere una connotazione
normativa, perché di fatto ci si uni-formi a questi esempi. Sono indicate pure le persone che fanno parte dell’apparato liturgico, comprese le donne con specifiche funzioni, anche se esse non risultano occupare posti di
responsabilità. Sulla base del contenuto si può ritenere un libro rituale, utile
soprattutto per chi ha compiti di presidenza nelle assemblee dove si prega
insieme. Ma esso è anche di più, perché lascia supporre che si volesse
verificare come le diverse sinassi liturgiche si dovevano svolgere per
contribuire a dare una struttura più solida alla Chiesa stessa. Serve alla
gerarchia, ma non è meno utile alle assemblee per codificare ciò che la
Chiesa è chiamata a fare e ad essere dentro un mondo in continua
evoluzione e a cui si deve presentare una struttura ben compaginata nella
sua organizzazione e nelle celebrazioni.
… Ippolito ne inizia la trattazione descrivendo il cerimoniale, mediante il quale si assurge ai vari gradi della gerarchia ecclesiale, e distinguendo in ordinazione e istituzione. La prima, cui è sempre connessa l’imposizione delle mani, è riservata al clero (vescovi, sacerdoti, diaconi) che svolge un vero e proprio ufficio liturgico; la seconda, invece, consiste nel riconoscere uno stato di fatto (vergini, guaritori), nel dare un titolo (vedove) o nell’affidare un compito (lettore, suddiacono). Questa distinzione tra ceirotonia e katastasis testimonia due tradizioni diverse accolte nell’ambito cristiano; il secondo termine, di uso comune nel mondo greco fin dai tempi di Solone, indica il conferimento di un compito da svolgere al servizio della comunità, il primo di derivazione giudaica, conferisce, mediante l’imposi-zione sacramentale delle mani, la consacrazione necessaria per compiere una liturgia, cioè una funzione speciale in un culto di divina istituzione. (Tateo, p. 30-31)
LA GERARCHIA: IL VESCOVO
Si può dire che in questo libretto, venendo messi in evidenza i ministeri, dati mediante l’imposizione delle mani, e i servizi funzionali, riservati ad alcuni mediante un incarico, mette al centro la struttura gerarchica della Chiesa: qui assume una sua più precisa caratterizzazione, forse anche perché a Roma occorreva dare risalto a strutture gerarchiche più che a carismi spirituali. La Traditio fa passare come tradizione da far risalire agli apostoli un sistema di governo composito che poi si cristallizza con istituzioni vere e proprie. Esse sono regolate mediante l’imposizione delle mani derivate dalle modalità già previste nello schema liturgico ebraico. Così il testo in esame rappresenta l’avvio di un sistema sempre più consolidato e da consolidare ulteriormente mediante queste indicazioni che appaiono rituali, e che vanno oltre, nel dare origine a qualcosa di istituzionale e quindi di più solido e rigido anche per il
futuro. Per il modo con cui è nato e si presenta all’inizio del III secolo,
dovremmo dire che il libro serve come manuale liturgico, ma, probabilmente già in corso d’opera, diventa anche qualcosa d’altro, favorendo una strutturazione gerarchica, anche se nelle formule consacratorie sembra avere il sopravvento la comunicazione di tipo “spirituale”. L’intento più convinto e convincente nella linea di presentare i singoli ministeri nella Chiesa con preghiere evocative dello Spirito e nello stesso tempo significative per costituire organi gerarchici, è dato dallo stesso prologo del libro …
Abbiamo ormai parlato esaurientemente dei doni che Dio fin da principio ha
elargito agli uomini secondo la sua volontà, per ricondurre a sé quella
immagine che da lui si era allontanata. Ora, mossi da spirito di carità verso
tutti i santi, siamo giunti ad esporre l’essenza della tradizione su cui la Chiesa deve basarsi, affinché quanti saranno ben istruiti sulla tradizione finora conservata, seguendo la nostra esposizione, la mantengano in vita, siano resi più sicuri dalla sua conoscenza ed evitino l’errore in cui si è caduti di recente per ignoranza e per colpa degli ignoranti. Lo Spirito Santo, infatti, concede a coloro che hanno una retta fede la grazia perfetta di sapere in che modo coloro che sono a capo della Chiesa debbano insegnare e salvaguardarel’intera tradizione. (Traditio, p. 59-60)
È del tutto evidente che l’autore ha un intento polemico: qui l’errore, da lui
segnalato, è quello che addirittura verrebbe dallo stesso vertice della
gerarchia ecclesiastica di allora, perché c’è una colpa di mezzo che viene
attribuita ad “ignoranti”: così sono definiti i Papi Zefirino e Callisto e coloro
che ne seguono le idee e le traducono in essere con le loro scelte.

Ippolito invece ritiene di essere nel giusto, facendo appello ad una tradizione di cui egli si ritiene il custode e il difensore. Sulla base di queste dichiarazioni, dovremmo pensare che si sia in presenza di un conservatore che tutela il sistema ormai consolidato contro gli innovatori, soprattutto se costoro, come Callisto, appaiono piuttosto disinvolti nelle loro manovre. Dato che i documenti che ci parlano delle polemiche di questo periodo appaiono dominati da prese di posizione di parte e da critiche ed accuse che risultano piuttosto pesanti, si fatica non poco a trovare il punto di equilibrio. Se l’autore del libro è quello stesso Ippolito che troviamo poi come antipapa, si deve supporre che nelle sue premesse abbia il sopravvento l’intento polemico. E riconoscendo che poi lo scisma rientra e che si addiviene alla pacificazione e al riconoscimento della santità di tutti i protagonisti della vicenda, allora il contenuto del libro, soprattutto nella parte che ci documenta i testi di preghiera, è pur sempre accettabile ed anche più che mai utile per convogliare tutto il materiale liturgico che passa alle generazioni successive e arriva fino a noi. Oggi la discussione sul libro porta a considerarlo come un testo da prendere con le dovute cautele; invece, in precedenza gli si dava molta importanza in riferimento alle indicazioni liturgico-cultuali che venivano considerate ormai accolte e praticate un po’ ovunque. Di qui la possibilità di individuare le figure sempre più marcate delle istituzioni gerarchiche, a partire
dal vescovo, che appare effettivamente il protagonista riconosciuto della
Chiesa e del-le diverse Chiese. È interessante ciò che si dice della sua
consacrazione …
Sia ordinato vescovo colui che è stato scelto da tutto il popolo, purché sia
irreprensibile. Si farà il nome del prescelto e, se esso incontrerà unanimità di consensi, si riuniranno, di domenica, il popolo, il collegio dei presbiteri e i vescovi presenti. Questi ultimi, con consenso di tutti, impongano le mani
sull’eletto, mentre i presbiteri assistano senza far nulla. Tutti tacciano, ma
preghino in cuor loro per la discesa dello Spirito Santo.  Poi uno dei vescovi
presenti, a richiesta di tutti, imponga la mano su colui che riceve l’ordinazione episcopale e preghi dicendo:
« Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo, Padre delle misericordie, Dio di
ogni consolazione che abiti nell’alto dei cieli e guardi ciò che è umile, che
conosci tutte le cose prima ancora che esistano, che hai dato le leggi alla
Chiesa per mezzo della parola della tua grazia, che fin dal principio hai
predestinato la razza dei giusti discendenti da Abramo e hai istituito capi e presbiteri e provveduto a che il tuo culto non mancasse
mai di ministri, che sin dall’inizio dei tempi ti sei compiaciuto di essere
glorificato da coloro che hai scelto: effondi ora la potenza – che solo da Te
può venire – dello Spirito sovrano che tu hai dato al tuo diletto figlio Gesù
Cristo e questi ai santi apostoli, i quali fondarono in ogni luogo la Chiesa
come tuo santuario a gloria e lode eterna del tuo nome. Concedi, Padre che
conosci i cuori, a questo servo che hai scelto per l’episcopato, di pascolare il
tuo santo gregge, di esercitare, in maniera irreprensibile e in tuo onore, la
massima dignità sacerdotale stando al tuo servizio giorno e notte, di rendere il tuo volto incessantemente propizio, di offrirti i doni della tua santa Chiesa, di avere, in virtù dello Spirito del sommo sacerdozio, il potere di rimettere i peccati secondo il tuo comando, di distribuire i compiti secondo la tua volontà e di sciogliere ogni legame in virtù del potere che hai dato agli apostoli, di esserti accetto per la mansuetudine del suo spirito e la purezza del suo cuore, di offrirti il profumo della soavità, per mezzo di Gesù Cristo tuo figlio, per il quale hai gloria, potenza e onore, Padre e Figlio con lo Spirito Santo, ora e nei secoli dei secoli. Amen». (Traditio, p. 60-62)
Nella descrizione dell’organizzazione ideale della Chiesa cristiana la
ceirotonia del vescovo è la prima cerimonia in ordine di esposizione e anche
la più complessa e interessante fra tutte. Essa prevede una precedente scelta, popolare ed unanime, della persona da elevare alla dignità vescovile. Poi, di domenica, in una riunione solenne del popolo e del clero, alla presenza dei vescovi convenuti da altre chiese, si procede all’ordinazione. I vescovi impongono le mani sul capo del neoeletto, mentre tutti pregano in silenzio perché discenda su di lui lo Spirito Santo. Solo uno dei vescovi articola oralmente la muta preghiera degli astanti: una preghiera che ha un’introduzione iniziale biblica, ma poi si rivolge soprattutto come invocazione alla divinità, perché lo Spirito guidi il nuovo ministro nello svolgimento dei compiti che lo attendono. In un linguaggio sintetico e concreto, assai vicino alle formulazioni bibliche, dapprima viene svolta l’idea che è a fondamento di tutta la tradizione
liturgica cristiana primitiva, secondo la quale Dio stesso ha istituito e
organizzato il culto che gli è dovuto. (Tateo, p. 31)
In effetti questo principio viene continuamente ribadito in relazione ai testi
liturgici: essi inizialmente erano affidati all’iniziativa del celebrante con la
formula “per quanto gli è possibile”; poi, anche per la presenza di formulari
che potevano prestare il fianco a interpretazioni soggettive e persino eretiche, si fa strada la proposta di un testo che pur sembra un esempio da seguire, più che una formula fissa e inalterabile.

Quando si fa strada l’idea che sia meglio un formulario stabile, allora a
giustificazione si sottolinea che sia meglio così, perché la liturgia va
considerata un riflesso di ciò che avviene davanti a Dio, secondo quanto si
trova indicato nei testi fondamentali della Bibbia, nei quali abbiamo formule e riti delle celebrazioni ebraiche che si fanno derivare da Dio e che proprio per questo non possono subire trasformazioni.
LA PREGHIERA EUCARISTICA
Anche la cosiddetta preghiera eucaristica, che di seguito viene suggerita,
rientra in questo genere di percorso: era affidata al celebrante; poi si fissa in
uno schema che sarebbe dovuto essere indicativo ed entra così nell’uso,
finché non viene fissato un “canone” come quello che fino all’ultima riforma liturgica era la sola preghiera eucaristica in campo. Questa della Traditio viene recuperata in occasione della scrittura del nuovo Messale subentrato a quello tridentino, per dare origine alla riforma liturgica del Vaticano II. In effetti la II preghiera eucaristica, che per la sua brevità appare quella più facilmente usata, deriva dal testo qui segnalato.
Dopo che  è stato ordinato vescovo, tutti lo salutino e gli diano il bacio della
pace, poiché ne è diventato degno. I diaconi gli porgano l’offerta ed egli,
imponendo su di essa le mani insieme con tutti i presbiteri, renda grazie
dicendo: «Il Signore sia con voi». Tutti rispondano: «E con il tuo spirito». «In alto i cuori». «Li teniamo rivolti al Signore». «Ringraziamo il Signore». «È cosa degna e giusta». E continui: «Ti ringraziamo, o Dio, per mezzo del tuo diletto figlio Gesù Cristo, che in questi ultimi tempi ci hai inviato come
salvatore, redentore e messaggero della tua volontà, che è il tuo Verbo
inseparabile, per mezzo del quale hai creato tutte le cose e nel quale hai
riposto la sua compiacenza, che hai mandato dal cielo nel seno di una
Vergine ed è stato concepito, si è incarnato e si è manifestato come figlio tuo, nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine.  Per compiere la tua volontà e per conquistarti un popolo santo, Egli ha teso le mani nella passione per liberare dalla sofferenza coloro che hanno fiducia in te. E, accettando volontariamente la sofferenza per distruggere la morte, spezzare le catene del demonio, schiacciare l’inferno, illuminare i giusti, confermare il testamento e manifestare la risurrezione, prendendo il pane ti rese grazie e disse:
“Prendete, mangiate, questo è il mio corpo che sarà spezzato per voi”.

Lo stesso fece con il calice dicendo: “Questo è il mio sangue che verrà
sparso per voi. Quando fate questo, fatelo in memoria di me”. Ricordando
dunque la sua morte e la sua risurrezione, noi ti offriamo il pane e il calice e ti ringraziamo d’averci giudicati degni di stare alla tua presenza e di servirti.
Inoltre ti preghiamo di inviare il tuo Spirito Santo sull’offerta della santa
Chiesa, di dare unità a tutti coloro che vi partecipano e di concedere loro di
essere riempiti dello Spirito Santo e forti-ficati nella fede della verità, affinché ti lodiamo e ti glorifichiamo per Gesù Cristo tuo figlio, per il quale tu, Padre e Figlio con lo Spirito Santo nella santa Chiesa, hai onore e gloria ora e nei secoli dei secoli. Amen»
Se si offre olio, renda grazie come nell’offerta del pane e del vino,
adoperando non proprio le stesse parole, ma nello stesso senso: «Come
santificando quest’olio, con il quale hai unto re, presbiteri e tu dai salvezza a coloro che lo ricevono e se ne ungono, così esso porti conforto a coloro che
lo gustano e salute a coloro che lo usano». Allo stesso modo, se si offrono
formaggio e olive, dica: «Santifica questo latte che è stato cagliato unendo anche noi alla tua carità. Fa’ che non si allontani dalla tua dolcezza questo frutto dell’olivo che è simbolo dell’abbondanza, quella stessa che dal legno hai fatto fluire in vita per coloro che sperano in te». In ogni benedizione si dica: «Gloria a te, Padre e Figlio con lo Spirito Santo nella santa Chiesa, ora e sempre in tutti i secoli dei secoli. Amen ». (Traditio, p. 63-65) In questi passi abbiamo ciò che è più noto di tutto il libretto: la consacrazione del vescovo e di seguito la celebrazione dell’eucaristia con la presentazione della preghiera eucaristica, che possiede gli elementi essenziali di ciò che noi riconosciamo anche oggi come la preghiera centrale della sinassi liturgica.
Anche a non prevedere il “Sanctus”, che separa il prefazio (cioè l’introduzione al grande rendimento di grazie) e la preghiera eucaristica propriamente detta con le parole della consacrazione, essa è a tutti gli effetti ciò che poi viene indicato come il “canone”, cioè la regola, e quindi il testo nella sua essenzialità, che stabilisce il nucleo centrale della messa. Si deve altresì riconoscere che un simile testo viene proposto perché sia detto dal vescovo e come tale finisce per diventare il riferimento a cui la Chiesa si attiene nella celebrazione eucaristica.
Questo breve dialogo introduce la preghiera eucaristica. La quale, prendendo avvio dall’espressione iniziale “Ringraziamo il Signore”, si svolge come una vera e propria azione di grazie. (…)

L’autore non si sofferma sulla creazione né sulla storia della salvezza quale si delinea nel Vecchio Testamento, ma concentra la sua attenzione sui misteri del Cristo che appare il mezzo attraverso cui si manifestano e attuano la potenza creativa e la volontà del Padre, il Verbo inseparabile in cui è riposta la divina compiacenza e che è inviato dal cielo sulla terra per manifestarsi quale figlio di Dio. Della vicenda terrena del Cristo si ricorda la nascita dallo Spirito santo e dalla Vergine, ma si sottolinea la passione volontariamente accettata per sconfiggere la morte, annientare le forze del male e portare luce e conferma alla salvezza promessa, e si narra l’istituzione eucaristica mediante le parole pronunciate dallo stesso Redentore. Seguono poi, nella preghiera che conclude
con il racconto dell’ultima cena le rievocazioni evangeliche, l’anamnesi (memoria della passione) e l’epiclesi (invocazione dello Spirito): cioè il celebrante mette in evidenza il valore commemorativo e sacrificale della sua azione eucaristica e invoca lo Spirito affinché discenda sulle offerte, dia unità alla Chiesa e riempia di sé i credenti, fortificandoli nella fede e nella verità. La preghiera termina con una dossologia (glorificazione) che ne ribadisce il tono unitario e trinitario poiché l’azione di ringraziamento non solo non è interrotta dal Sanctus o da altre forme di transizione, ma invoca inizialmente il Padre per concentrarsi sulla figura del Figlio e chiudere, infine, con l’intervento dello Spirito Santo come fattore di unità
e di santificazione. Il tema eucaristico finisce, quindi, con identificarsi con quello trinitario e soteriologico (= costruito sul tema della salvezza) … (Tateo, p. 34-35)
Si è discusso e si continua discutere sul testo che ci dà la formula della
consacrazione del vescovo e, di seguito, della consacrazione eucaristica,
perché ci si domanda se tali formule siano da considerarsi fisse e quindi da
usarsi nelle celebrazioni senza modifiche e soprattutto da appartenere a tutta la Chiesa o solo a quella che qui si riconosce, se proviene dall’ambiente
romano. È vero che oggi il formulario della preghiera eucaristica, con le
opportune e doverose modifiche di adattamento, è stato recuperato; ma non
va dimenticato che per secoli esso era archiviato come retaggio del passato.
Perciò si dovrebbe riconoscere che anche su questo terreno sono sempre
possibili nuove formule, superando la rigidità in cui è stata collocata la liturgia con i suoi testi che dovrebbero essere considerati il riflesso della liturgia celeste. L’esigenza di assicurare testi comunemente accettati e comprensibili a tutti, non deve comunque portare a rigidità come è sempre stato nel passato e come si tende ancora oggi a reclamare. Non sembra che Ippolito abbia voluto scrivere su una simile questione per imporre uno schema.

Certamente vuole fornire un testo di riferimento, soprattutto se manca non
solo la fantasia celebrativa, ma più ancora la chiarezza dottrinale; questo
però non deve impedire che possano nascere altri testi e quindi anche altre
forme celebrative, come quelle che troviamo in altri riti diversi da quello
romano, che si è imposto un po’ ovunque.
Con le due preghiere, di consacrazione del vescovo e di ringraziamento sulle
offerte, Ippolito non intende dare un testo liturgico ben preciso, da rispettare con il solito rigore, ma un semplice canovaccio, un modello cui rifarsi quando si deve procedere all’ordinazione degli altri membri del clero (sacerdoti, diaconi, confessori) o alla benedizione di altre offerte (olio, formaggio, olive). In questi casi, difatti, non è necessario ripetere le precedenti preghiere, ma rispettare il senso, in uno sforzo non mnemonico, ma di rielaborazione personale. Questa libertà d’improvvisazione, che peraltro non esclude la possibilità di avvalersi di un testo preparato con molta cura in precedenza, trova limitazione solo nelle
capacità personali del celebrante e nell’esattezza dottrinale dei concetti: la
preghiera può essere lunga o breve, elegante o disadorna, elevata o modesta, l’importante è che sia corretta e conforme all’ortodossia. D’altra parte tale libertà testimonia l’arcaicità di una liturgia in fieri che non si è ancora immobilizzata in formulari fissi e risulta ogni volta, in quanto spontanea interpretazione di motivi tradizionali, nuova e nello stesso tempo coerente con se stessa. Tuttavia non solo le preghiere, ma anche i criteri con cui si procede all’elezione e alla consacrazione del vescovo, hanno valore esemplare, in quanto Ippolito non dà nuove norme per la scelta e l’ordinazione degli altri ministri del culto, ma pone in evidenza solo i momenti e gli elementi che differiscono dal primo cerimoniale. A conclusione di essa, vescovo, sacerdoti e diaconi partecipano all’azione liturgica, allorché i diaconi presentano l’offerta dei fedeli e
il vescovo vi impone le mani insieme con i sacerdoti e recita le parole
eucaristiche. Ne deriva una concelebrazione che ben esprime l’unità organica della Chiesa, poiché anche il popolo s’associa, con la sua attenta presenza, all’offerta eucaristica: concelebrazione viva e organizzata che inserisce i laici nella gerarchia sacerdotale della Chiesa come un ordine comune da cui il clero si distingue in virtù delle sue funzioni specializzate. All’apice di questo corpo sacerdotale unico è il vescovo, o sommo sacerdote, intorno a cui fanno corona i sacerdoti semplici. (Tateo, p. 35-37)
La Traditio è famosa soprattutto come manuale liturgico. In realtà essa non si riduce a questo, perché nel presentare le figure più importanti della comunità, che non si esauriscono in quelle gerarchiche derivate dall’ordinazione o imposizione delle mani, si dà pure spazio a quel genere di funzioni che arricchisce il sistema organizzativo della Chiesa e rende gli stessi laici non solo fruitori del culto e dei misteri, ma essi pure
spettatori protagonisti. Così si possono trovare anche altre figure collaterali ai capi, con funzioni che ancora oggi si cerca di recuperare: le vedove, che già S. Paolo aveva istituito in un catalogo apposito, e che sembra avessero un ruolo decisivo per i ritrovi nelle case e quindi per le celebrazioni liturgiche che ancora non trovavano un luogo pubblico dove essere gestite. Si parla pure del lettore, della vergine, del suddiacono e del guaritore … Probabilmente sono alcune delle istituzioni riconosciute allora, che potevano avere anche altre espressioni qui non segnalate.
Quando si istituisce una vedova, questa non riceva un’ordinazione, ma solo il titolo. L’istituzione avvenga se la donna ha perduto il marito da molto tempo; ma se da poco, non si abbia fiducia in lei. Se la donna è attempata, la si tenga in prova per qualche tempo, poiché spesso le passioni invecchiano
insieme con colui che fa loro posto nel proprio intimo.  La vedova venga
istituita con la sola parola e poi venga unita alle altre. Non le si faccia
l’imposizione, in quanto ella non fa l’offerta né assume alcun compito
liturgico.  Del resto, l’ordinazione è limitata al clero che svolge un ufficio
liturgico, mentre la vedova è istituita per la preghiera che è dovere di tutti. Il
lettore viene istituito nell’atto in cui il vescovo gli consegna il libro: non gli si fa, infatti, l’imposizione delle mani. Non si imponga la mano sulla vergine: è unicamente la sua decisione che la fa vergine. Non si imponga la mano sul suddiacono, ma lo si nomini perché sia al servizio del diacono. Se uno dice: « Ho ricevuto il dono della guarigione in una rivelazione », non gli si faccia l’imposizione.  I fatti stessi dimostreranno se ha detto la verità.
(Traditio, p. 73-75)
Essi costituiscono il segnale di una comunità che prevedeva figure diverse
con prestazioni particolari sulla base di bisogni o di riconoscimenti in
relazione agli sviluppi possibili sul luogo. Non dobbiamo pensare che il libro
imponga solo queste figure, ma che, segnalando queste, voglia suggerire di
far emergere altro sulla base della situazione propria di ogni comunità. Poi si danno indicazioni anche sulla formazione di coloro che chiedono di
partecipare alla comunità: l’allargamento della Chiesa, in un tempo nel quale le persecuzioni non impedivano di avere nuove ade-sioni, doveva essere ben strutturato, perché i nuovi adepti fossero ben verificati con una preparazione adeguata e con un percorso iniziale che doveva prevedere figure di catechisti e di padrini o madrine in grado di seguire chi voleva entrare a far parte della Chiesa.

Il pullulare di eresie e la fragilità di coloro che facilmente si lasciavano andare all’apostasia con l’infuriare delle persecuzioni richiedeva un lavoro di preparazione molto solido.
Coloro che si presentano per la prima volta ad ascoltare la parola, siano
subito condotti alla presenza dei dottori, prima che il popolo arrivi, e sia loro chiesto il motivo per cui si accostano alla fede. Coloro che li hanno condotti testimonino se sono in grado di ascoltare. Siano interrogati sul loro stato di vita: Hanno moglie? Sono schiavi? Se uno è schiavo di un fedele e il padrone glielo permette, ascolti la parola; ma sia rimandato se il padrone non garantisce ch’egli è buono. Se invece è schiavo di un pagano, gli si insegni a soddisfare il padrone, affinché non gliene derivi calunnia.  Se un uomo ha moglie o una donna ha marito, gli si insegni a contentarsi, il marito della moglie, la moglie del marito. Se uno non ha moglie, gli si insegni a non fornicare, ma a contrarre matrimonio secondo la legge o a rimanere come è. Se uno è posseduto dal demonio, non ascolti la parola dell’insegnamento fino a che non si sia purificato. (Traditio, p. 75-76)

Successivamente si ha la descrizione del Battesimo e la partecipazione alla
liturgia eucaristica domenicale.
La domenica il vescovo, se può, distribuisca personalmente a tutto il popolo, mentre i diaconi lo spezzino. Anche i presbiteri spezzeranno il pane. Quando il diacono porgerà il pane al presbitero, lo porga su di un piatto, e il presbitero prenda il pane e lo distribuisca di sua mano al popolo. Gli altri giorni si faccia la comunione secondo le istruzioni date dal vescovo. Le vedove e le vergini digiunino spesso e preghino per la Chiesa. I presbiteri digiunino quando vogliono, e così pure i laici Il vescovo non può digiunare se non quando digiuna tutto il popolo. Può accadere, infatti, che qualcuno voglia fare un’offerta e il vescovo non può rifiutare. Perciò, quando spezza il pane, ne gusti in ogni caso. In caso di necessità, sia il diacono a dare sollecitamente il segno ai malati, se non c’è presbitero: dopo aver dato tutto ciò che è necessario e ricevuto ciò che viene distribuito, renda grazie. Lì stesso consumino. Coloro che ricevono i doni siano solleciti nel loro compito. Se uno riceve qualcosa da portare ad una vedova o a un malato o a chi è al servizio della Chiesa, la porti nello stesso giorno. Se no, la porti l’indomani aggiungendovi del proprio, poiché è rimasto presso di lui il pane dei poveri.
Quando il vescovo è presente, al sopraggiungere della sera il diacono porti la
lucerna e, stando in piedi in mezzo ai fedeli presenti, renda grazie.

Dapprima il vescovo saluti dicendo: «Il Signore sia con voi». Il popolo
risponda: «E con il tuo spirito». «Ringraziamo il Signore». E il popolo: «È
cosa degna e giusta: grandezza, elevazione e gloria gli sono dovute». Non
dica: «In alto i cuori», perché così si dice al momento dell’offerta, ma preghi dicendo: «Ti ringraziamo, o Signore, per il tuo figlio Gesù Cristo, nostro Signore, per mezzo del quale ci hai illuminati rivelandoci la luce in-corruttibile.
Noi abbiamo vissuto un intero giorno e siamo giunti all’inizio della notte
godendo della luce del giorno che tu hai creato per la nostra sazietà, e non
manchiamo ora della luce della sera per tua grazia: perciò ti lodiamo e
glorifichiamo per mezzo del tuo figlio Gesù Cristo, nostro Signore, per il quale Tu hai gloria, potenza e onore con lo Spirito Santo ora e sempre e nei secoli dei secoli». Tutti dicano: «Amen».
Terminato il pasto, si alzino pregando; i fanciulli recitino salmi, e così pure le vergini. Il diacono allora, prendendo il calice misto dell’offerta, reciti uno dei salmi in cui ci sia l’alleluia. Poi, se il presbitero ne dà l’ordine, reciti altri salmi dello stesso tipo. Dopo che il vescovo offre il calice, reciti un salmo di quelli che convengono al calice e che abbiano l’alleluia, mentre tutti
dicano: «Alleluia». Quando si recitano i salmi, tutti dicano: «Alleluia»,
cioè «Lodiamo colui che è Dio: gloria e lode a colui che ha creato tutte le
cose con la sua sola parola». Dopo il salmo, benedica il calice e distribuisca i
pezzetti di pane a tutti i fedeli. I fedeli che prendono parte al pasto comune
ricevano un pezzo di pane dalle mani del vescovo prima di spezzare il
proprio, in quanto si tratta di una benedizione e non dell’eucaristia, che è il
corpo del Signore. È bene che tutti, prima di bere, prendano il calice e
rendano grazie su di esso; poi bevano e mangino in purezza.  Ai catecumeni
si dia il pane dell’esorcismo ed ognuno offra un calice. Il catecumeno non
prenda parte al pasto del Signore.  Durante il pasto colui che mangia ricordi
colui che lo ha invitato: proprio per questo l’ospite lo ha invitato nella propria casa. Quando mangiate e bevete, fatelo con moderazione e non fino
all’ubriachezza, evitando di rendervi ridicoli o di rattristare con la vostra
irrequietezza colui che vi ha invitati, ma in modo che questi preghi di essere
degno che santi entrino in casa sua. Voi siete, difatti, il sale della terra.  Se si
offre a tutti una cena comune (in greco  αποφόρητον), prendetene; se è
sufficiente a che tutti ne gustino, gustatene in modo che ne rimanga e che
colui che vi ha invitati possa mandarne a chi vuole, come se fossero resti di
santi, e gioisca fiducioso.  Durante il pasto, coloro che sono invitati mangino
in silenzio evitando di discutere, ma dicendo ciò che il vescovo permette o
rispondendo alle sue domande.

Quando il vescovo prende la parola, tutti se ne stiano in silenzio, approvando,
finché non ricevono qualche domanda. Se i fedeli prendono parte al pasto
alla presenza non del vescovo ma di un presbitero o di un diacono, mangino
con la stessa moderazione. Ognuno si affretti a ricevere la benedizione dalle
mani del presbitero o del diacono. Allo stesso modo il catecumeno riceva il
pane esorcizzato. Se si riuniscono solo dei laici, si comportino secondo la
disciplina: un laico, infatti, non può fare la benedizione. Ognuno mangi nel
nome del Signore: piace difatti a Dio che noi siamo di esempio anche ai
pagani con la nostra concordia e la nostra sobrietà. Se uno invita a pranzo
vedove di età matura, le faccia andare via prima di sera. Ma chi non può
invitarle perché ha un incarico ecclesiastico, si limiti a dar loro cibo e vino e
poi le faccia andare via. Esse poi, a casa loro, mangino a piacere. Tutti siano
solleciti nell’offrire al vescovo i primi frutti che si raccolgono. Egli, offrendoli, li benedica e nomini l’offerente dicendo: «Ti ringraziamo, o Dio, e ti offriamo le primizie dei frutti che Tu ci hai dato da raccogliere e hai fatto nascere con la tua parola, comandando alla terra di produrre ogni specie di frutta per gioia e nutrimento degli uomini e di tutti gli animali. Per tutto questo noi ti lodiamo, o Dio, e per tutti i benefici che ci hai accordato, adornando per noi l’intera creazione di vari frutti, per mezzo di tuo figlio Gesù Cristo, nostro Signore, per il quale è a Te gloria nei secoli dei secoli. Amen. Si benedicano tra i frutti l’uva, i fichi, i melograni, le olive, le pere, le mele, i gelsi, le pesche, le ciliegie, le mandorle, le prugne, ma non le angurie, i meloni, i cocomeri, le cipolle, gli agli né alcun altro legume. Talvolta si offrono anche i fiori: ma si offrano rose e gigli, e non altri fiori. Qualsiasi cosa si prenda, si renda grazie a Dio santo, prendendone in sua gloria.
(Traditio, p. 85-91)
LA CONCLUSIONE DEL TESTO
Nel concludere la sua fatica Ippolito auspica che ci sia accoglienza nei
confronti delle disposizioni che dà, perché lui ritiene di aver offerto la
tradizione risalente agli apostoli. È ben consapevole che non tutti siano in linea con essa, ma qui non sembra che ci sia la punta velenosa espressa
nella introduzione contro gli ignoranti. E tuttavia egli si rende conto che le
distanze ci sono ancora e che alcuni si lasciano prendere dal proprio
capriccio, per fare diversamente. In base a queste parole dovremmo pensare
che egli voglia stare dalla parte dei conservatori che non ammettono forme di creatività discutibili nell’ambito della liturgia con il rischio fin troppo evidente di muoversi con eccessiva libertà.

L’autore richiama ancora le autorità della Chiesa perché siano vigilanti in
questo campo, per evitare che possano pullulare le eresie, a partire da
questa falsa visione di libertà creativa. Essa non aiuta a costruire una Chiesa
armoniosa nella preghiera comune da vivere sotto la guida di coloro che
hanno ministeri per l’imposizione delle mani o compiti formativi per essersi preparati a dare il proprio contributo dentro la comunità.
Queste istruzioni, se si ricevono con gratitudine e con fede, procurano alla
Chiesa l’edificazione e ai credenti la vita eterna. Do a tutti i saggi il consiglio
di custodirle, poiché nessun eretico né altro uomo potrà condurre in errore chi osserva la tradizione apostolica. Difatti le eresie si sono moltiplicate perché i capi non vogliono istruirsi sull’insegnamento degli apostoli, ma fanno ciò che vogliono, seguendo il loro capriccio e non l’opportunità. Carissimi, se abbiamo tralasciato qualcosa, Dio la rivelerà a coloro che ne sono degni, poiché egli governa la Chiesa affinché essa approdi al porto della pace.
(Traditio, p. 98-99)

CONCLUSIONE

Sulla base di queste dichiarazioni dell’autore non ci troviamo in presenza solo di un manuale liturgico, che dovrebbe riguardare chi è esperto in materia: tra le righe si avverte che l’autore vuole contribuire alla costruzione di una Chiesa che riveli, nel momento più significativo della sua immagine e della sua vita e ragion d’essere, di essere a servizio dalla ricerca di un cammino armonioso, dove la fraternità non esclude il ricorso a chi deve svolgere compiti di dirigenza e di vigilanza, e nel contempo esercitare un’autorità, che, essendo a servizio dell’unità non mortifichi la creatività nei suoi momenti decisivi, ma sorvegli ricorrendo all’azione dello Spirito. Così la Chiesa potrà dare la sua testimonianza di unità, quella che non impedisce le diversità, ma le vive e le esprime nella convergenza “ad unum”.

Storia della Cina: Francesco Saverio e i primi gesuiti in Cina

INTRODUZIONE

L’opera storica che Matteo Ricci scrive ha come titolo: “Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina”. Per la lingua che usa e, più ancora, per il genere di contenuti che vi trovano ampio spazio, si deve pensare che essa non si preoccupi di dialogare con il mondo cinese, come avviene invece in altre opere da lui lasciate. Questo è evidentemente un lavoro che deve spiegare in Occidente e, in modo particolare, nel mondo cattolico, come sia stata condotta l’attività missionaria che il gesuita marchigiano si prefiggeva di compiere e che costituiva l’assillo fondamentale del nuovo Ordine religioso, da poco fondato e già schierato sui diversi fronti dei luoghi geografici che erano stati contattati nei viaggi avventurosi del secolo. Se in altri settori Ricci si rivela un uomo ben avviato negli studi scientifici e soprattutto preoccupato di comunicare in maniera rispettosa con il mondo cinese, qui, in un ambito più propriamente storico, tenuto conto che deve riferire alla Compagnia, secondo le richieste del fondatore, fatte ai suoi missionari in giro per il mondo, vediamo emergere una cura più attenta, da parte dello scrittore, per giustificarsi nel suo modo di operare. Egli si deve mettere sul solco dei suoi immediati predecessori, che hanno aperto la strada per la presenza, non solo degli occidentali, ma soprattutto dei missionari del vangelo in Cina. Se Ricci appare spesso dominato da un tipo di “curiosità” scientifica, che lo fa essere attento alla cultura cinese e dialogante con essa, qui si fa strada, più che lo storico, il cronista della missione, e quindi colui che deve spiegare ai superiori le linee guida della sua azione, in cui predomina l’obiettivo di proporre il vangelo e di farlo conoscere con lo spirito dei pionieri. Costoro, anni prima della sua venuta in Cina, hanno comunicato il vangelo secondo l’impostazione allora perseguita di ottenere conversioni e adesioni alla Chiesa, già squassata da scismi ed eresie, che in Europa avevano lacerato la sua unità e compattezza. Soprattutto a partire dalla intraprendenza dei Portoghesi, i Gesuiti cercavano di accompagnarsi a loro, anche perché i Lusitani avevano una buona flotta e notevoli interessi un po’ dovunque, nell’intento di creare punti di approdo, a partire dai quali potevano creare sbocchi di mercato per raccogliere materiale e smerciare. Da quando erano iniziati i viaggi sull’Atlantico con l’intenzione di raggiungere più facilmente quello che nella geografia di allora risultava l’Oriente, senza la cognizione che ci fosse un continente in mezzo, l’obiettivo rimaneva comunque Cipango (Giappone) e Catai (Cina), ma più ancora l’India sempre considerata “favolosa” per le ricchezze che si ipotizzava di trovarvi.

La via di terra risultava impedita a causa dell’Impero ottomano, sempre più decisamente spinto a dimostrare la sua superiorità militare e navale in Europa. Ed allora si cercava una via diversa, che però aveva rivelato l’esistenza di un altro continente. I Gesuiti, da poco creati per opera di Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Pietro Favre, si erano messi a servizio della Chiesa Cattolica nel suo programma di recupero di credibilità, dopo la lacerazione ad opera dei luterani e di quanti ne avevano seguito le orme: costoro non si prefiggevano solo di reagire alle nuove idee con quella che veniva chiamata la Controriforma, come se bastasse semplicemente essere contro la Riforma, poi definita “protestante”, per recuperare il terreno in Europa, ma accampavano un nuovo slancio missionario, fatto di azione culturale. Prima di loro, francescani e domenicani, gli ormai consolidati Ordini religiosi medievali, avevano seguito i “conquistadores”, soprattutto spagnoli, senza tuttavia crearsi modalità particolari per la propria azione religiosa con le nuove popolazioni incontrate e accostate. I Gesuiti si rendono conto che deve essere cercato un nuovo modo di trattare con le popolazioni locali, sia nelle colonie americane, sia nel lontano Oriente. Qui in presenza di sistemi politici e culturali consolidati, era doveroso accostarsi con un approccio dialogico, che, soprattutto in Cina con l’opera di Ricci, porterà i suoi frutti. Da Roma però venivano tutte le perplessità circa il suo metodo, perché la volontà di affermare con chiarezza la dottrina, in polemica con la frammentazione luterana, richiedeva che il vangelo venisse annunciato senza accomodamenti. Il metodo usato da Ricci, che godeva del sostegno da parte del superiore locale, in considerazione della particolare situazione della Cina, vista dalla colonia portoghese di Macao, quando viene conosciuto a Roma, creerà non pochi problemi e perplessità; ma il suo ideatore nel frattempo era scomparso dalla scena. Negli anni in cui Ricci è attivo e sta cercando di penetrare in Cina, risalendola da sud verso Pechino, costui scrive le sue relazioni e cerca, presso la Curia generalizia dei Gesuiti a Roma e soprattutto presso i nuovi uffici di Curia vaticani, di giustificare l’operato suo e dei Gesuiti che sono con lui. Per lui la giustificazione migliore è quella di mostrare che sta operando sulla scia di colui che risultava il pioniere in assoluto verso la Cina e cioè Francesco Saverio, morto mentre stava proponendosi di entrarvi, nello stesso anno in cui a Macerata nasceva Matteo Ricci.

IL CRISTIANESIMO IN CINA

A dire il vero, Francesco Saverio non è affatto il primo ad entrare in Cina, essendo ben noti altri missionari venuti per via di terra a portarvi il verbo cristiano. E tuttavia Matteo Ricci nel suo testo non fa alcuna menzione di ciò che noi sappiamo da altre fonti storiche. A sua giustificazione si può dire che egli non voleva fare la storia della missione in Cina, quanto piuttosto spiegare gli inizi dell’attività dei Gesuiti. Questo suo modo di impostare la questione rivela con chiarezza che quanto scrive è la sua relazione ai Superiori di Roma e nello stesso tempo è la volontà evidente di sostenere che il suo modo di operare è in continuità con colui che nell’Ordine, non è solo il fondatore, ma anche il primo missionario e quindi colui che ha aperto le nuove vie per questa azione, che si vorrebbe differisse da ciò che facevano altri Ordini nella Chiesa. Indubbiamente in Cina erano già stati degli Europei, provenienti per via di terra e in genere mossi da motivi di ordine economico. A costoro si accompagnano anche dei religiosi, i quali si presentano con lettere credenziali del Papa; ma il loro intervento non lascia segni duraturi e soprattutto un sistema istituzionale locale. Si possono riassumere gli sporadici interventi dei primi missionari riportando la nota della curatrice del testo di Matteo Ricci. All’apertura del Libro Secondo, laddove si parla delle prime mosse della Compagnia di Gesù, come se prima non ci fossero stati nulla e nessuno, risulta necessario nel rispetto della verità storica segnalare i tentativi precedenti.

Ricci qui, nel narrare le vicende della penetrazione cattolica in Cina, non tiene conto della missione dei francescani databile fra il XIII e il XIV secolo; l’evoluzione dell’impresa francescana si può ricostruire attraverso alcune tappe principali nel 1246, durante l’impero mongolo, il frate Giovanni da Pian del Carpine giunse a Qara-Qorum per consegnare una bolla del papa Innocenzo IV al Gran Qan Guyuk; nel 1253 fu la volta del frate fiammingo Guglielmo de Ruysbroeck, che giunse a Qara-Qorum in missione per conto del papa o forse del re di Francia Luigi IX, e rimase presso il Gran Qan Mongka per due anni. Molto più rilevante l’esperienza missionaria del francescano Giovanni da Montecorvino, nominato nel 1281 Legato Apostolico in Cina da Nicolò IV. Egli fu il primo sacerdote cattolico ad arrivare in Cina, dove giunse a Pechino nel 1292 ed edificò due chiese. Nel 1307 il papa Clemente V lo nominò arcivescovo di Qanbalic. La missione di Montecorvino prosperò ed egli edificò un monastero per ventidue monaci; rimase in Cina fino alla morte avvenuta nel 1328, dopo aver fronteggiato l’ostilità dei cristiani nestoriani.

Nello stesso periodo, dal 1324 al 1330, avvenne l’avventurosa esperienza di viaggio attraverso tutta la Cina del francescano Odorico da Pordenone. Infine, dal 1342 al 1346, ci fu il soggiorno cinese del francescano Giovanni da Marignolli, per una missione voluta da Benedetto XII, probabilmente in risposta ad una delegazione di 16 membri inviata nel 1338 dall’imperatore Toghan Temur, conosciuto dai cinesi come Shundi, ad Avignone per recare omaggio al papa. Dal 1368, dopo la conquista del potere da parte della dinastia Ming, la Cina rimase chiusa alle missioni cattoliche fino all’arrivo, nel 1582, dei Gesuiti Valignano e Ruggieri. (Ricci, p. 109)

In questa essenziale cronistoria dei primi approcci da parte di religiosi si vede il tentativo di costruire relazioni fra le parti, ma di fatto non si arriva mai a concludere con qualcosa di duraturo. Nello stesso tempo c’è da segnalare la presenza di “nestoriani”, cioè di cristiani che riconoscono la separazione della natura umana e divina in Gesù, per cui Maria sarebbe madre di Cristo, ma non di Dio. Costoro sono comunque spariti nello stesso momento in cui si perdono pure i segni della presenza dei cattolici in Cina. La ripresa dei rapporti si ha con i Gesuiti. E qui Matteo Ricci ha buon gioco per affermare che tutto dipende dai superiori che gli hanno aperta la strada per dare consistenza alla presenza di cristiani nel Paese.

L’ENTRATA DEI “NOSTRI”

Così si esprime Ricci nel primo capitolo del secondo libro della sua storia. Tenuto conto che al termine del primo libro egli parla diffusamente delle diverse sette religiose che prosperano nel Paese e che danno origine a forme di idolatria, il quadro che si ha della religione in Cina non è affatto lusinghiero e comporta per la Chiesa stessa non poche difficoltà nella sua predicazione e nella sua azione. Ricci insiste su un quadro molto negativo e lo si avverte nell’estrema durezza con cui giudica la situazione.

Contra questo Mostro dell’Idolatria sinica, di che parlassimo nel fine dell’altro libro, più fiero con i suoi tre capi che quello del Hidra Lirnea, che tanti migliaia de anni pacificamente tiranizzava e mandava sotterra nell’abisso dell’Inferno tanti milioni di anime, si mosse la nostra Compagnia di Giesù, conforme al suo instituto, a far guerra da parti sì lontane, passando tanti regni e tanti mari per liberare le misere anime della perdizione eterna. E fidati nella Divina misericordia e promessa non hebbero paura de’ pericoli né delle difficoltà che si opponevano alla entrata di un Regno cotanto serrato a’ forastieri, e pieno di tanta moltitudine di gente per difendere i loro errori, poiché al segno et alle armi della Santa Croce nessuna forza mondana né infernale può resistere. (Ricci, p. 109)

Il quadro è indubbiamente molto fosco e contrasta con l’atteggiamento che di solito si rileva in Ricci, portato a dialogare con i saggi della Cina. Ma qui dobbiamo tenere conto che il suo scritto deve raggiungere gli Europei e soprattutto deve far comprendere che da parte dei Gesuiti la missione è condotta, come anche in altre parti del mondo, per comunicare la vera religione e quindi con intenti che dovremmo definire da proselitismo. Va rilevato inoltre che Ricci è ben consapevole del pregiudizio da parte dei Cinesi nei confronti di tutto ciò che arriva dal mondo europeo e delle diffidenza verso ciò che è estraneo alla loro storia e alla loro cultura. Un simile atteggiamento sarà costante, qui come in altre parti dell’Asia e comporterà nei secoli successivi anche diverse persecuzioni con l’intento di estirpare, insieme con la presenza europea, ogni traccia di religioni estranee al mondo orientale. In Ricci aumenta la convinzione che proprio su questo terreno è necessario che la battaglia sia condotta per far trionfare la Croce di Cristo. Insomma, l’atteggiamento si fa battagliero, anche in conformità agli schemi indicati nella Controriforma cattolica. Ricci rivela che la sua formazione, soprattutto religiosa, è avvenuta in questo contesto e così si deve esprimere. Non può comunque esimersi dal dire che l’idea di entrare in contatto con la Cina apparteneva alla mente fer-vida di Francesco Saverio, il quale, però, non riuscì a realizzare il suo pro-getto, essendo morto su un’isola del territorio cinese, ma senza che abbia mai potuto mettere piede sulla parte continentale. E tuttavia deve ricono-scere a lui questo intento “battagliero”, anche perché costui è tra i fonda-tori dell’ordine gesuitico e insieme è pure il primo missionario in assoluto della Congregazione.

S. FRANCESCO SAVERIO

La figura di San Francesco Saverio è nota dentro e fuori la Chiesa come il pioniere della nuova evangelizzazione, messa in campo in occasione dei viaggi, di scoperta e di conquista insieme, nei nuovi territori raggiunti in America e in Oriente. Più che la ricerca di un metodo nuovo, che va invece riconosciuto a Ricci, per lui si deve parlare del fervore che appare nei suoi scritti inviati al confratello Ignazio.

Francisco de Jasso Azpilicueta Atondo y Aznares de Javier (questo è il suo nome spagnolo) era nato il 7 aprile 1506 in una famiglia nobile di Javier (in Navarra). I beni della famiglia erano stati confiscati dal re aragonese Ferdinando il Cattolico, dopo la vittoria sugli autonomisti navarrini, che erano filo-francesi. Per sfuggire alla sconfitta e alla miseria, si rifugiò in Francia e andò a studiare teologia alla Sorbona dove, dopo il primo triennio, divenne maestro. Nel suo stesso collegio di Santa Barbara arrivò il basco Ignazio di Loyola (1491-1556), il quale, oltre ad essere uno dei suoi più grandi amici (furono proclamati santi insieme), ne riconobbe immediatamente il temperamento combattivo ed ardente e decise di conquistarlo alla propria causa. Nello stesso collegio parigino studiava anche il savoiardo Pierre Favre (1506-1546).  Francesco, Pietro e Ignazio diedero origine ad una vita religiosa in comune, che sarebbe poi diventata la Compagnia di Gesù. Il 15 agosto 1534 nella chiesa di Saint Pierre de Montmartre emisero i voti di povertà, castità e obbedienza con l’aggiunta di muovere verso la Terra Santa per combattere l’Islam e portarvi la fede cristiana. Si ritrovarono a Venezia nell’intento di partire verso la Palestina, ma, non riuscendo a farlo, decisero di mettersi a disposizione del Papa, che allora era Paolo III. A Roma Francesco Saverio fu ordinato sacerdote nel 1537. I tre fondatori, poi, decisero di aggiungere ai tre voti tradizionali un quarto voto che diventa distintivo dei Gesuiti, e cioè l’obbedienza al papa. Nel 1540 il re del Portogallo, Giovanni III, chiese al Papa di poter avere a sua disposizione dei missionari da mandare nei luoghi occupati dai Portoghesi nelle Indie orientali. Francesco Saverio fu indicato da Ignazio e costui partì nel marzo 1541 da Lisbona con un viaggio che durò più di un anno. Arrivò a Goa, colonia portoghese in India, nel maggio dell’anno successivo. Nel 1545 partì per la penisola della Malacca, in Malaysia dove incontrò alcuni giapponesi che gli proposero di muoversi verso il Giappone. Vi arrivò nell’agosto del 1549, e qui si rese conto della necessità di provare anche un approccio con la Cina. Ma all’arrivo sull’isola di Sancian il 3 dicembre 1552 morì di febbri malariche. Il suo corpo fu portato a Goa, dove è ancora oggi sepolto nella chiesa del Bom Jesus. La sua opera missionaria soprattutto in Cina fu proseguita da Alessandro Valignano e Matteo Ricci. (Wikipedia)

Da lui comincia quella serie di relazioni che permettono ai missionari di essere sempre in comunicazione con la Casa Madre di Roma. Francesco Saverio scrive parecchie lettere all’amico Ignazio di Loyola allo scopo di fargli conoscere il lavoro che sta conducendo tra le popolazioni da lui accostate. Ne vien fuori un animo ardente che vive con fervore la sua missione, dovunque si trovi.

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Da una lettera ad Ignazio di Francesco Saverio

Abbiamo percorso i villaggi dei neofiti, che pochi anni fa avevano ricevuto i sacramenti cristiani. Questa zona non è abitata dai Portoghesi, perché estremamente sterile e povera, e i cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’altro se non che sono cristiani. Non c’è nessuno che celebri le sacre funzioni, nessuno che insegni loro il Credo, il Padre nostro, l’Ave e i Comandamenti della legge divina. Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali – come si dice – non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano dire né l’Ufficio divino, né prendere cibo, né riposare fino a che non ho loro insegnato qualche preghiera; allora ho cominciato a capire che a loro appartiene il Regno dei cieli. Perciò non potendo senza empietà respingere una domanda così giusta, a cominciare dalla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnavo loro il Simbolo apostolico, il Padre nostro e l’Ave Maria. Mi sono accorto che sono intelligenti e, se ci fosse qualcuno a istruirli nella legge cristiana, non dubito che diventerebbero ottimi cristiani. Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè! quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno! Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti! In verità moltissimi di costoro, turbati a questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbero ad ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore, e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione della volontà di Dio. Griderebbero certo dal profondo del loro cuore:“Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?”. Mandami dove vuoi, magari anche in India.

Da una relazione scritta ad Ignazio di Francesco Saverio

Del Giapan, o vero Giapon, scriverò quello che per l’esperienza insino adesso habbiamo conosciuto. Primieramente la gente che habbiamo con-versata, è la migliore che insin adesso si sia scoperta, et fra gli infedeli mi pare non si troveria altra migliore; generalmente sono di buona conversatione; è gente buona et non malitiosa; et stimano mirabilmente l’honore più che nissun’altra cosa; communemente sono poveri, et la povertà tanto fra li nobili, quanto fra gli altri non si reputa a vergogna.

È gente molto cortese fra loro et stimanosi, confidando molto nelle armi; portano sempre spade e pugnali, tanto li nobili quanto la gente bassa, cominciando dalli 14 anni; non patisce questa gente ingiuria alcuna, né parola di dispregio, come la gente ignobile: porta gran reverentia alli nobili. Così tutti li gentilhuomini reputano gran laude servire al signore della terra, et essergli molto soggetti. È gente temperata nel mangiare, benché nel bere alquanto larga: fanno il vino de riso, perché non ci è altro in quelle bande. Giurano poco; et il giuramento loro è per il sole: gran parte della gente sa leggere et scrivere, il che è gran mezzo per brevemente apparare le orationi et cose di Dio.

Matteo Ricci conosce il Saverio solo per ciò che si racconta di lui nella sua Congregazione. È probabile che lo spirito missionario si sia acceso in lui proprio dalla conoscenza delle relazioni appassionate scritte dall’uomo destinato poi a divenire santo e soprattutto patrono delle missioni. Ne dà una chiara immagine nel capitolo in cui deve parlare delle origini della presenza cristiana in Cina: essa corrisponde esattamente a ciò che veniva comunicato ai giovani aspiranti religiosi che vivevano a Roma.

Il Primo che diede principio a questa guerra e cominciò a battere il muro fu il nostro B. P. Francesco Xaver, il quale avendo fundate tutte le Christianità dell’India e di Malucco, fu ultimamente a fundare la (spagnolismo spesso ricorrente nell’opera di Ricci al posto di “quella”) del Giappone con la felicità che dallo suo spirito Apostolico si sperava; e mentre faceva questo offitio in quei regni gli fu mosso un dubio dai loro savij: se la santa fede che predicava era sì buona e conforme alla ragione, per qual causa il Regno della Cina, che è tenuto per il più savio de tutti i regni orientali, non l’aveva anco pigliata. E sapendo bene il B. Padre che tutte le leggi e riti dei Giapponi hebbero origine dalla Cina, venne in pensiero che, se potesse prima convertire la Cina, non solo si farebbe bene ad un regno sì grande e nobile, ma in un medesimo tratto facilmente anco restarebbe convertito il Giappone. Per questa causa, raccomandando le cose di là ad altri compagni che quivi aveva (nell’intraprendere l’impresa della Cina, Francesco Saverio lasciò in Giappone a continuare la sua missione padre Cosma de Torres e fratello Gio-vanni Fernandes), se ne ritornò all’India, dove con grande prestezza hebbe dal Viceré di essa una ambasciata che se mandasse al Re della Cina da parte del Re di Portogallo (nel 1552 Francesco Saverio ottenne di far parte di una delegazione portoghese, guidata dal mercante Diego Pereira, presso l’imperatore della Cina, con l’appoggio del viceré delle Indie Don Alfonso de Norona e del vescovo di Goa Dom Giovanni de Albuquerque), con la quale occasione egli potesse entrare dentro di questo regno e cominciare in esso la promulgazione del santo evangelio. (Ricci, p. 110)

Sulla base di ciò che qui troviamo scritto sembra che Ricci suggerisca la motivazione per la quale il Saverio si decide a tentare di entrare in Cina: l’avrebbero convinto i suoi collaboratori, facendo notare che presso i Cinesi c’è la sapienza essenziale come terreno ben preparato all’evangelizzazione. Viene da pensare che sulla base della personale esperienza lo stesso Ricci riconoscesse presente in Cina il terreno adatto per seminare la Parola. E proprio dalla filosofia di vita dominante in Cina bisognava pas-sare per facilitare l’ingresso della predicazione evangelica. Eppure in pre-cedenza Ricci aveva detto con estrema chiarezza che l’idolatria radicata in quel Paese avesse i medesimi connotati della mitica Idra di Lerna, il mostro dalle molteplici teste e dal veleno mortale diffuso un po’ ovunque. Vien da supporre che egli sostenga questo per giustificare una presenza qualificata di missionari, che trovano nel Saverio il loro iniziatore, ma anche colui che ha aperto la strada, sulla quale si doveva insistere per raccogliere i frutti sperati, anche se questi, al momento dell’ingresso di Ricci, sembravano tardare a crescere e a far sperare in un successo sicuro.

Se il Saverio aveva meditato su questo progetto e non era riuscito a perseguirlo, non si poteva disattendere all’opera solo abbozzata e bisognava raccogliere l’eredità. Ecco perché Ricci dà grande importanza a questo suo disegno e nello stesso tempo lascia intendere che quanto sta facendo non è altro che la prosecuzione di un progetto, a cui la Congregazione dei Gesuiti rimane sempre legata. Così insiste Ricci nel raccontare il particolare ardore missionario che spingeva il Saverio a predisporre azioni mirate per dare buon esito alla sua impresa.

E lasciando adesso i contrasti che il Demonio pose a questa opra in Malacca (Ricci accenna solo fugacemente agli avvenimenti che impedirono lo svolgimento dell’ambasciata portoghese presso l’imperatore a cui avrebbe dovuto partecipare Francesco Saverio. Trigault, nella sua versione latina dell’opera di Ricci, a questo punto della narrazione inserisce un racconto dettagliato dei fatti attribuendo la responsabilità del fallimento del progetto all’ostinata opposizione del Capitano di Malacca Don Alvaro de Ataide), al fine arrivò pure in compagnia de’ Portoghesi che venivano a mercanteggiare con i Mercanti della Cina, in un’Isola alla parte più australe di tutto il regno, che si chiama Sancioam, dove tentando per molte vie di entrare alla metropoli della Provincia di Quantone, che i Portoghesi chiamano Cantan, se bene non potesse ottenere altro che essere menato di notte nascostamente e lasciato solo nella riviera del fiume che passa al piè del muro della città, né anco questo osorno fare i Cinesi né per prieghi né per promesse di molta somma di danari, avendo paura di esser casticati atrocemente dagli magistrati di quella Città. Ma conciosia cosa che i peccati di questo regno non meritassero sì grande Apostolo per dar principio alla loro conversione, e fusse già arrivata l’hora del B. Padre irsene al Cielo e riceverne il merito de’ suoi travagli e sante opere, tutti i consegli della sua entrata gli riuscirno in vano; sebene crediamo pure che, se egli non poté ottenere da Iddio per sé questa entrata, la ottenne nel Cielo per i suoi Compagni che, contra ogni speranza humana, vi entrarno trenta anni doppo. In questo luogo dunche, e trattando questo negocio, moritte l’anno 1552, e da qui riportato il suo corpo incorrotto a Goa, facendo per suo mezzo Iddio tanti miracoli e nel viaggio et in Goa, come nella sua vita pienamente si narra. (Ricci, p. 110-111)

Non era ancora riconosciuto santo, ma da parte di un confratello, che in quel periodo dimostrava di esserne l’erede e di proseguirne il progetto con migliori risultati, usciva, a pochi anni di distanza, un elogio non indifferente e anche la segnalazione di miracoli attribuiti alla sua intercessione.

Ricci voleva in tal modo presentarsi come l’erede, e nello stesso tempo segnalare che il suo progetto, decisamente fra i migliori della sua notevole opera missionaria, trovava finalmente la sua piena realizzazione. Così la sua testimonianza cercava con questo encomio del futuro santo una sorta di canonizzazione dell’impresa che ora apparteneva totalmente alla strategia di Ricci. Costui si rendeva conto che anche ad aver raggiunto dei buoni risultati, certi metodi attuati potevano suscitare per-plessità e opposizione, come del resto avvenne.

I SUPERIORI DI RICCI IN CINA

Se vuole riuscire nell’impresa, che appare molti ardua, anche per i tentativi sempre naufragati, e soprattutto se vuole che il suo metodo possa essere attuato e riconosciuto come valido, ha bisogno dell’appoggio dei suoi superiori. In effetti tra lui e il Saverio ci sono figure che il gesuita di Macerata intende segnalare come coloro che lo hanno introdotto in questa sua azione missionaria e lo hanno sempre decisamente sostenuto. Ci sono stati in precedenza imprese isolate di Congregazioni antiche, ma queste, anche forse per una certa debolezza organizzativa e per mancanza di appoggi adeguati a Roma, non hanno sortito l’effetto sperato.

Doppo lui vennero altri valenti huomini e servi di Iddio a procurare questa entrata, specialmente della Religione di S. Francesco e S. Domenico (Ricci, probabilmente, si riferisce agli infruttuosi tentativi da parte dei francescani di entrare in Cina nel 1579, nel 1582 e nel 1583; per quanto riguarda gli agostiniani è attestato un tentativo fallito avvenuto nel 1575. Tutte queste missioni riuscirono appena a raggiungere Macao e poi Guangzhou, senza ottenere il permesso di soggiorno nel paese. Alcuni, in modo fortuito riuscirono a raggiungere alcune città dell’interno da cui vennero subito rispediti indietro), altri per via delle Indie orientali, altri per quella delle occidentali, di Nova Spagna (Messico) e delle Filippine. Ma quelli che pigliorno più a petto quest’opra, come ereditaria del B. Francesco, forno i Padri della Compagnia, che con molto zelo vennero con i mercanti portoghesi e con molta perseverantia stettero sempre alla porta della Cina in una Residenza che quivi fecero (la residenza della Compagnia di Gesù, cui Ricci si riferisce, veniva fondata a Macao nel 1565 dai padri Francisco Perez e Manuel Pereira).

(Ricci, p. 111)

Ben diversi sono invece gli sforzi messi in campo dai Gesuiti: essi da una parte stanno sicuri nella loro residenza portoghese di Macao e nello stesso tempo cercano contatti che permetteranno successivamente di avere accesso fino alla capitale. Ricci esalta la sagacia dei suoi superiori che hanno saputo mettere in campo una strategia vincente.

Quello che la ritornò ad avivar più e risuscitarla, essendo già mezza desperata per gli varij impedimenti che ritrovorno ogni giorno più porsi nel mezzo, fu il P. Alessandro Valignano (1539-1606), il quale era Visitatore, mandato dal Nostro P. Generale, di tutte queste parti orientali. Et avendo già visitata quella parte dell’India, che gli Europei chiamano di qua del Gange, et avendo da passare principalmente al Giappone, fu forzato aspettare la partita della nave che va al Giappone, più di dieci Mesi nella residenza di Macao. Onde pigliando varie informazioni delle Cose di dentro della Cina, venne a intendere bene la nobiltà e grandezza di questo Regno governato con tanta pace e prudentia, venne a persuadersi che una gente tanto accorta e data allo studio non lasciaria di dare entrata nel suo regno ad alcuni Padri di buona vita e che sapessero la loro lingua e lettera, et alfine riceverebbono la nostra santa legge che, non solo non è contraria, ma agiuta molto al buon governo della Repubblica, che loro pretendono, e fa tanto bene all’anime nell’altra vita aprindogli il camino e la porta al paradiso. Per questa causa diterminò di applicare alcuni padri che stessero in Maccao imparando le lettere e la lingua della Cina, accioché, avendo qualche porta per entrare, stessero ben apparecchiati a questo. E così, se bene contra il parere di alcuni Padri vecchi et isperimentati nella Cina, che avevano questa impresa per impossibile, non avendo il Padre Valignano seco persona atta permettere a questa opra, scrisse al P. Vincentio Rodrigo Provinciale dell’India, che almeno mandasse a quella Residentia un Padre di buone parti per questo effetto; et egli, perseguendo il suo viaggio verso Giappone, lasciò scritto quanto aveva da fare per conseguire il fine che si pretendeva. Il Provinciale elesse a questa impresa il P. Michel Ruggerio, che era venuto all’India di Roma l’anno 1578, e già stava travagliando nella Cristianità della Costa di Pescaria (Ricci si riferisce alla costa del Malabar dove Ruggieri risiedette per otto mesi, prima di essere destinato a Macao), nell’anno seguente di 1579, nel mese di Giuglio, arrivò il P. Ruggeri a Macao. (Ricci, p. 111-112)

Sono questi due personaggi, che incoraggiano Ricci ad assumere il compito di tentare il tutto per tutto nell’impresa di penetrare in Cina, volendo realizzare il sogno di Francesco Saverio, da tutti venerato, se non altro per essere stato uno dei fondatori dei Gesuiti. Costui rimarrà l’ideatore del progetto, anche senza aver mai fatto il passo decisivo in questa dire-zione, essendo morto con questo suo disegno nel cuore. Ricci si prefigge così di attuarlo con la netta convinzione che questo disegno dovesse essere perseguito, proprio perché veniva ritenuto come essenziale dal Saverio, il quale già veniva idealizzato. Occorreva però studiare bene l’impresa anche in presenza di tentativi precedenti andati a vuoto. Proprio per questo occorreva consolidare la base di Macao, che i Portoghesi avevano visto riconoscere dalle autorità cinesi locali. In quegli anni però, il Portogallo veniva di fatto unito alla Spagna nella persona di Filippo II, il quale già consolidava il suo dominio coloniale in quella vasta area geografica dell’Asia sud orientale. I Gesuiti, che nei loro viaggi dall’Europa si appoggiavano ai Portoghesi, avevano deciso di costituire la loro base di partenza per la “conquista” della Cina, proprio a Macao

ANTICA MAPPA DI MACAO

È Maccao una città de’ Portoghesi nella sponda del mare della Provincia di Quantone, in un braccio di terra che fa una penisola di due o tre miglia in circuito; percioché i Portoghesi, subito che scoprirono la grandezza e la ricchezza di questo regno, sempre procurorno con ogni diligentia aver comercio con esso. Ma i Cinesi sempre hanno paura de’ forastieri, specialmente quando veggono essere animosi e guerrieri, come facilmente vedevano essere i Portoghesi dalla gente armata e dalle navi, che erano le magiori che mai loro viddero. E quello che gli spaventò più furno le artigliarie grosse, mai viste né udite nella Cina; accendendo questo fuogo molti saraceni Macomettani che stanno nella città di Quanton, che subito dissero ai Cinesi esser questa gente de’ Franchi (“Franchi” è il termine con cui, a partire dall’epoca delle crociate, si definiscono in Medio Oriente gli europei.), come i Maccomettani chiamano i Christiani di Europa …

(Ricci, p. 112-113)

È interessante cercare di conoscere la strategia dei Gesuiti costruita a Macao per attuare la penetrazione della Cina, certamente nell’intento di portarvi la religione cattolica, ma nel contempo anche per studiare la modalità migliore nell’accostare questo Paese che appariva piuttosto refrattario alla penetrazione europea. Non va dimenticato che anche nella vicina area geografica non erano di poco conto le resistenze dei diversi potentati locali, che vedevano una minaccia della presenza degli Europei: lo stesso Ricci qui rivela che da parte dei Cinesi c’era la paura determinata dallo spirito guerriero e dall’apparato militare messo in campo dai Portoghesi stessi. Se i Gesuiti sentono il bisogno di appoggiarsi ai Lusitani, sia perché chiamati da essi ad accompagnarli nella penetrazione coloniale, sia perché erano favoriti nei viaggi; dall’altra però essi avvertono la necessità di tentate metodi diversi rispetto a quelli dei mercanti, soprattutto quando vedono che altri religiosi, già da tempo consolidati in questa missione, fallivano nel loro intento.

L’eterogena popolazione di Macao era lusofona e cristiana, a eccezione dei cinesi che provenivano dai vicini villaggi del Guandong e dal Fujian meridionale, facilmente raggiungibile via mare, anche se qualcuno aveva imparato la lingua e il culto portoghesi nel corso dei contatti avuti con i forestieri. Presenti fin dai primi anni, i gesuiti si imbarcavano come cappellani a bordo dei vascelli portoghesi, fornendo assistenza spirituale e imponendo regole di comportamento civile a rudi marinai e suscettibili fidalgos (aristocratici). La missione gesuitica era sponsorizzata da facoltosi mercanti come testimonia lo stretto rapporto tra Francesco Saverio e i fratelli Diogo e Guilherme Pereira, e più tardi quello fra Melchior Nunes Barreto e Fernao Mendes Pinto.

Mediando dispute, placando conflitti e in generale operando per la pace, i gesuiti si assicuravano la tolleranza degli avidi, beoni e violenti avventurieri portoghesi. Rappresentativo del loro ruolo, in questo piccolo insediamento con una sola via principale, è il fatto che i gesuiti avessero stabilito la loro residenza sulla collina centrale, vicino al sito dove sarebbe stata costruita la fortezza, nel punto più alto della città. Intorno al 1582, oltre ai gesuiti, molte altre istituzioni ecclesiastiche contribuirono a dare a questa frontiera commerciale selvaggia e fiorente una parvenza di civiltà. (…)  (Po-Chia, p. 72-73)

Macao appariva come un minuscolo fazzoletto di terra. Prima dell’arrivo di Ricci, la piccola comunità di gesuiti di Macao contava cinque componenti … Tutti, tranne Ruggieri, erano portoghesi. È facile immaginare la gioia di Ruggieri nell’incontrare i colleghi italiani, specialmente Ricci, che aveva espressamente richiesto come compagno per la missione in Cina in una lettera a Valignano, scritta alla fine del 1580. Dopo i tre difficili anni trascorsi a Macao, Ruggieri poté dare libero sfogo alle sue frustrazioni in italiano con i suoi compatrioti: passava ore ogni giorno a studiare il cinese, una lingua difficilissima, così diversa da qualsiasi grammatica europea, con un’infinità di caratteri, la confusione dovuta ai toni, e due sistemi diversi per scrivere e per parlare. Ciò nonostante, Ruggieri insisteva nel prepararsi a entrare in Cina, ma, per quanto difficile potesse essere, lo studio del cinese era in realtà la parte più facile.  (Po-Chia, p. 74)

Sembrava tutto tempo sprecato, perché nel passare del tempo, la missione appariva sempre sull’orizzonte senza che venisse mai avviata. Bisogna riconoscere però che il lavoro di Ruggieri per acquisire la lingua cinese e più ancora la cultura locale, sarà poi molto propizio per la futura penetrazione in Cina e nel contempo questo genere di lavoro, condiviso da Ricci, servirà a quest’ultimo per avviare al meglio la sua attività: se lo scopo rimaneva pur sempre la predicazione del vangelo e la “plantatio Ecclesiae”, questo non si poteva ottenere senza riuscire a dissipare la diffidenza del mondo cinese, soprattutto di quello dei mandarini locali. È il convincimento dello stesso Ruggieri e diventerà l’assoluta priorità dell’agire di Ricci per riuscire nell’impresa, che era fallita con le altre congregazioni religiose. Va segnalata comunque la perfetta intesa fra i due gesuiti, Ruggieri di origine napoletana e Ricci proveniente da Macerata. Il primo attendeva proprio la venuta dell’amico, convinto che il P. Valignano non avesse niente in contrario sulla questione. Lo segnala lo stesso Ricci che racconta di essere stato chiamato dal Superiore locale.

Cominciava già questo negotio a tenere qualche speranza, ma teneva doi grandi impedimenti: l’uno che i padri di Maccao erano puochi et i negocij de’ Portoghesi erano molti; e così era necessario che il P. Roggiero si mettesse in essi con grande danno del suo negocio proprio che era lo studio della Cina; l’altro l’esser solo applicato a questa impresa, e non potere continuare quello che lasciava fatto in Maccao nel tempo che stava in Quantone con i Portoghesi, che era alle volte mezzo anno, oltre questo negocio di lettere e lingue impararsi meglio da molti insieme che da uno solo. Del che avisato nel Giappone il P. Valignano, mandò a chiamare dall’India il P. Matteo Ricci (è questo il primo luogo del testo dove compare il nome di Matteo Ricci. Come si vede l’autore parla di sé in terza persona; questo probabilmente per conferire al testo il tono più elevato di una cronaca storica, anziché di un diario), che era venuto di Roma l’istesso tempo che il P. Ruggiero, e stava in Goa finendo i suoi studij, acciocché si desse anco a questo studio e stesse in Maccao (Ricci, convocato da Valignano su suggerimento di Ruggieri, arrivò a Macao il 7 agosto 1582) aspettando per qualche buona occasione di entrare dentro la Cina et aiudando alle opere che P. Rogerio aveva cominciate; e scrisse dando ordine che i Padri dedicati alla Cina non fossero occupati in altra cosa.

(Ricci, p. 116)

Naturalmente non appena Matteo Ricci scompare “dalla scena di questo mondo” e, sulla base di ciò che ha vissuto e prodotto egli diventa una specie di mito per coloro che sono chiamati a continuare l’opera seguendo le sue orme, questi primi contatti con il mondo cinese vengono particolarmente enfatizzati, come se si trattasse di una impresa davvero epica: nella biografia scritta da Giulio Aleni 20 anni dopo la morte del maceratese i primi anni di missione di quest’ultimo appaiono in una luce leggendaria e vengono presentati con un colorito epico …

Nell’anno 1577 dopo l’Incarnazione del Signore del Cielo, attraversati diversi paesi, Maestro Ricci raggiunse il famoso regno Marittimo del Portogallo e si presentò al re che lo ospitò generosamente

Quindi navigò venendo verso l’Oriente, sopportò onde infuriate e sabbie tempestose, nazioni di ladri e cannibali, senza danni e senza ferite.

L’anno seguente sbarcò in India (letteralmente Piccolo Occidente) per manifestare tutto ciò che aveva studiato (con questa espressione Aleni probabilmente intende l’inizio dell’opera di propagazione della fede da parte di Ricci).

Nell’anno successivo all’anno xinxi dell’imperatore Wanli (1582) arrivò nel Guangdong, nella contea do Xiangshan, a Macao.

Il governatore generale e vice-ministro della guerra, l’onorevole Chen Wenfeng, ri-chiese per iscritto al vescovo del Grande Occidente e al governatore (di Macao) di discutere gli affari di Macao. Il vescovo chiese al Maestro Michele Ruggieri … di andare in sua vece. Costui, adempiuto l’incarico, ritornò (l’episodio accadde nel maggio 1582, e fu il quarto viaggio nel continente di Michele Ruggieri. In realtà da tempo Ruggieri cercava in tutti modi di ottenere il permesso di risiedere in Cina, e nel dicembre dello stesso anno ritornò a Zhaoqing per la quinta volta insieme a Francesco Pasio. Aleni enfatizza il significato dell’iniziativa del viceré forse per mostrare che l’entrata e la permanenza dei Gesuiti in Cina sarebbe stata non solo avallata, ma persino richiesta dalle autorità cinesi).

Nell’anno seguente Maestro Ricci, per la prima volta, entrò assieme a Maestro Ruggieri, a Duanzhou (nella prefettura di Zhaoqing) dove il nuovo governatore generale, l’onorevole Guo e il prefetto onorevole Wang li accolsero con molta gioia. E lì costruirono una casa per abitarvi.  Aleni p. 28-29)

IL METODO MISSIONARIO

Fin qui non ci si poteva spingere fuori di Macao, ormai colonia riconosciuta del Portogallo, anche se in quegli anni la corona lusitana era in possesso del re di Spagna. Ma la venuta di Ricci consente di aprirsi al resto della Cina: la conoscenza della lingua da parte di P. Ruggieri, ma più ancora il metodo usato da Ricci permette non solo di avere qualche conversione e qualche battesimo – ben poca cosa se si pensa all’impegno profuso – ma di accostare anche il mondo dei mandarini e dei letterati, che poteva far sperare in un accesso più ampio e più sicuro. Ricci stesso scrive al Preposito Generale dei Gesuiti, P. Claudio Acquaviva, a Roma, informandolo dei primi risultati e mettendo in chiaro che il primo intento rimane il medesimo di Francesco Saverio scritto ad Ignazio di Loyola, e cioè quello di far conoscere con il Pater noster e l’Ave Maria i primi rudimenti del catechismo, senza però disdegnare altri generi di approcci con coloro che apparivano esperti di filosofia e di scienza. E lì potevano essere utili gli strumenti richiesti al padre, per segnalare in Cina le pari condizioni che gli Europei potevano vantare con la Cina, sempre sospettosa verso gli stranieri e sempre orgogliosa del proprio sapere. La lettera è del 20 ottobre 1585.

non habbiamo sin adesso più di dodici cristiani, li più di loro huomini di penitentia, che digiunano al modo della Cina, che è non mangiare né carne né pesce.

Uno tra gli altri, che sono alcuni anni che continua questo digiuno, venne il giorno dello Spirito Santo (Pentecoste, il 9 giugno 1585) con tutti i suoi libri e con il suo idolo a dar tutto in nostra mano per porli nel fuogo, confessando di andare errato, e continuò tanti giorni di imparare il Pater noster, Ave Maria, e altre cose necessarie, e venire a mezza Messa che il giorno della Commemorazione di s. Paolo lo battezzassimo, e per questo si chiama Paolo. L’altro battesimo si fece di alcuni il giorno della Assuntione di Nostra Signore. Il principale di loro era un vecchio di sessanta anni con uno figliuolo che tiene moglie e figliuoli. Il buon vecchio che si chiama Nicolao, perseverò ancora molti giorni, et il primo giorno che venne per discoprire il suo desiderio già sapeva il Pater noster e Ave Maria, et era mediocremente visto nel Catechismo, che gli avevano prestato. V.P. si rallegreria molto di vederlo lacrimare quando gli parliamo delle cose di Iddio, e tutti questi con alcuni catecumeni la domenica, al fare del giorno e prima, apparire alla nostra porta per la Messa, con stare alcuni un miglio e più lontani et anco dall’altra parte del fiume, che è tre o quattro volte più largo del Tevere. (…) Molte sono le persone che vengono a domandare questo Catechismo e vengono a sapere delle cose della nostra fede. Tra li altri venne un giorno un zumpino (comandante generale) novo, che è il capitano generale di tutti i soldati di questa provincia, e ci fece molta cortesia, ponendosi a sedere con nosco, il che non fa se non con persone molto eminenti … Un altro fu un pucensi (Commissario dell’amministrazione provinciale) di questa provincia, che non ha maggiore governatore che lui, che per una lettera ci mandò a domandare la dottrina di Ponente, che anticamente venne alla Cina, di poi adesso estava corrota, trattandoci molto cortesemente; al quale mandassimo un Catechismo, con scrivergli che la dottrina stessa del Salvatore del mondo non stava ancora voltata in lingua cinese; che tra tanto pigliasse il Catechismo, dove si dichiaravano molte cose et il Pater noster e Ave Maria, che poi voltaremmo il resto e mandariamo a Sua Signoria. (…) (Ricci – Lettere p. 98-100)

Io per la gratia del Signor stessi sano sempre e già parlo senza interprete con tutti e scrivo e leggo mediocremente i suoi libri. Accioché V.P. si consoli desideravo mandarli una descrizione di tutta la Cina, ma non ho anco potuto sapere di certo Pachino quanto sta alto verso il settentrione che è il luogo più principale dove sta il re; per questo ho molto buon apparecchio delle tavole loro nei suoi libri, scritte molto diligentemente, ma senza gradi. L’anno passatoi mandai un Mappamondo, che feci in lettera cina, che il governatore mi fece stampare benché tiene alcuni errori, ma per loro è la più vera cosa che tenghino, in questa materia.  (Ricci – Lettere p. 103)

CONCLUSIONE

Ancora oggi il mondo cinese appare al mondo occidentale un po’ misterioso e soprattutto diffidente verso chi lo accosta con intenti non sempre e non correttamente rispettosi della sua cultura millenaria. Se ciò vale in modo speciale per chi ha scopi di natura religiosa con una visione di vita che non viene affatto mutuata dalla antica sapienza locale o che non sia proposta in dialogo con la tradizione cinese, ancora di più si accentua la diffidenza quando il mondo occidentale si presenta con sistemi che la Cina fatica a condividere. Per queste particolari ragioni, tenuto conto che il solo occidentale riconosciuto e rispettato in Cina risulta essere proprio Matteo Ricci, dovremmo meglio conoscere il suo modo di accostarsi al popolo cinese, anche quando lui pure resta condizionato dagli obiettivi che mirava a raggiungere nel suo lasciare alle spalle il mondo occidentale, per farsi in tutto cinese: non perde mai di vista lo scopo missionario che lo muove secondo lo spirito della Incarnazione, come risulta nel Vangelo per Cristo che si fa uomo. Il medesimo spirito viene assunto dal gesuita: così lui ci insegna il modo più giusto per dialogare con la Cina.

BIBLIOGRAFIA

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Matteo Ricci

DELLA ENTRATA DELLA COMPAGNIA DI GIESU’

E CHRISTIANITA’ NELLA CINA

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LA VITA DI MATTEO RICCI Scritta da Giulio Aleni (1630)

Fondazione Internazionale P. Matteo Ricci – Macerfata

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Ronnie Po-chia Hsia

UN GESUITA NELLA CITTA’ PROIBITA – Matteo Ricci, 1552-1610

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Matteo Ricci

LETTERE

Quodlibet (Macerata) 2001

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