Verga: Mastro don Gesualdo, il ciclo dei vinti e il pessimismo.

Don Gesualdo … ci stava come un papa fra i suoi armenti, i suoi campi, i suoi contadini, le sue faccende, sempre in moto dalla mattina alla sera, sempre gridando e facendo vedere la sua faccia da padrone da per tutto. La sera poi si riposava, seduto in mezzo alla sua gente, sullo scalino della gradinata che saliva al viale, dinanzi al cancello, in maniche di camicia, godendosi il fresco e la libertà della campagna, ascoltando i lamenti interminabili e i discorsi sconclusionati dei suoi mezzaiuoli. … Faceva del bene a tutti; tutti che si sarebbero fatti ammazzare per guardargli la pelle in quella circostanza. Grano, fave, una botte di vino guastatosi da poco. Ognuno che avesse bisogno correva da lui per domandargli in prestito quel che gli occorreva. Lui colle mani aperte come la Provvidenza. Aveva dato ricovero a mezzo paese, nei fienili, nelle stalle, nelle capanne dei guardiani, nelle grotte lassù a Budarturo.

(Mastro – don Gesualdo, parte III, cap. II, p. 198)

1

SEMPRE PIU’ NEL MONDO DEI VINTI

Verga si era prefisso di completare il ciclo dei “vinti”, analizzando una serie di personaggi che, pur nei diversi gradini della scala sociale, sono destinati ad essere trascinati via dalla storia, nella sua inesorabile corsa. Ma anche ad aver chiaro il piano redazionale, Verga non riuscì a portare a termine il suo intento. E questo non tanto perché gliene mancasse il tempo, quanto piuttosto perché, se si era esaurita la sua vena narrativa in questa direzione, non aveva neppure senso che si proseguisse in questa visione che voleva essere realistica, ed era divenuta pessimista ad oltranza. Per comprendere meglio il suo disegno incompiuto, dovremmo pensare al clima culturale nel quale lo scrittore si trova immerso durante gli anni ’80 del secolo, quando egli è ormai nel pieno della sua maturità u-mana e letteraria. All’inizio di quel decennio compare il suo capolavoro sulla famiglia di pescatori, animata, nei suoi protagonisti, dal desiderio di affrancarsi da una vita di stenti, non tanto per raggiungere posizioni im-probabili e impossibili, quanto piuttosto per procedere in un vivere più umano, sia nella direzione della salvaguardia dei valori della famiglia, come vorrebbe Padron ‘Ntoni, sia nel cercare altrove nel mondo quel ri-scatto che il paese di origine non garantisce affatto, come è nei sogni di ‘Ntoni, il nipote. È così tratteggiata una famiglia e insieme è delineato il percorso generazionale, che tuttavia non assicura affatto la redenzione, il riscatto sociale, quello auspicato e fatto balenare nel periodo epico e glorioso del Risorgimento, in cui uno dei componenti della famiglia, il giovane Luca, viene sacrificato nella battaglia di Lissa, che lo inghiotte. In base a quanto Verga dice sul ciclo dei vinti, qui dovremmo essere alla base della scala sociale, quella fatta di proletari, secondo lo schema di tipo marxista predicato in quei tempi, ma non condiviso dallo scrittore, che non proveniva da quelle fila. L’analisi offerta nel romanzo non segue i criteri che la filosofia e la dottrina politica, già dibattuta in quegli anni, metteva in circuito. E neppure si deve pensare che la chiave interpretativa del romanzo sia quella di natura sociologica e in particolare regionalista, quasi a volere una sorta di riscatto sociale e politico delle terre del Sud, rimaste deluse dopo l’epopea garibaldina. Da acuto lettore del suo mondo, era inevitabile che Verga parlasse della sua terra e offrisse nei suoi “eroi vinti” l’immagine del titanismo di riscatto, reso impossibile dalla mancanza di quella Provvidenza, che invece aveva arriso agli eroi del romanzo manzoniano, espressione vertice della letteratura romantica, ormai superata. Proprio la “Provvidenza”, la barca da cui ci si riprometteva il riscatto, finiva sugli scogli e con essa il sogno di rivincita, di risurrezione. La classe degli “umili”, come li considerava Manzoni, tutti fiduciosi nella divina Provvidenza che comunque “non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande”, non appariva ancora nella nuova Italia come la classe che potesse divenire protagonista della propria storia, capace di riscatto. E tuttavia essa costituiva indubbiamente, almeno sotto il profilo numerico, la forza su cui puntare per costruire una nuova “storia”; ma occorreva che ne venisse una coscienza più matura. Finora viene a mancare quella che poi emergerà come coscienza di classe. E non si poteva affatto pensare che Verga puntasse su questo nella sua analisi del mondo rurale o contadino, il mondo cioè di coloro che solo potevano immaginare, secondo schemi consolidati, di tentare un vivere diverso, che tuttavia non li avrebbe mai portati a cambiare la propria “natura”. Cercare la scalata sociale, quella che può far pensare di uscire da una atavica povertà per raggiungere una posi-zione impensabile e impossibile, risultava essa pure ardua e destinata al fallimento, a ricacciare il “nuovo” eroe tra i vinti. È quanto succede al “nuovo” eroe, che di fatto è anche l’ultimo. Lui pure, come già la famiglia Malavoglia, è destinato al fallimento, e il suo è per tanti versi davvero molto rovinoso. E tuttavia anche in questo suo lavoro Verga ha qualcosa da dire non solo sull’Italia della fine Ottocento, ma, proprio perché non si limita a registrare il suo tempo, a fare dell’analisi di carattere sociologico o ideologico, egli può offrire una lettura “umanistica” che travalica la contingenza e si spinge a considerare il personaggio “tipo”, come un per-sonaggio “metastorico”, per quanto sia di fatto inquadrato in un periodo ben preciso della storia siciliana e italiana. Leggi tutto “Verga: Mastro don Gesualdo, il ciclo dei vinti e il pessimismo.”

9 maggio: memoria del beato Serafino Morazzone

LA BIOGRAFIA

Prete Serafino Morazzone” diventa beato a quasi due secoli dalla morte. Un altro “Curato d’Ars”: lo definisce così il B. Card. Schuster. Ma lui precede negli anni il curato del villaggio francese, in quanto Giovanni Maria Vianney vive fra il 1786 e il 1859. Certamente poi il B. Serafino è meno noto e la sua santità è celebrata solo fra il Resegone e il lago, nella più periferica parrocchia di Lecco.

Tra i due comunque c’è una straordinaria sintonia spirituale e umana. A cominciare dalle umilissime origini, perché Serafino arriva da una famiglia povera e numerosa. Suo padre ha una minuscola rivendita di granaglie e vive in un modesto alloggio di Milano, dalle parti di Brera: qui nasce Serafino, il 1 febbraio 1747. Dato che vuole farsi prete e mancano i soldi per farlo studiare, i gesuiti lo accolgono a titolo gratuito nel collegio di Brera. E qui inizia la sua “carriera ecclesiastica”, che non prevede però cambiamenti di natura sociale: a 13 anni riceve la talare, a 14 la tonsura, a 16 i primi due ordini minori. A 18 anni, per potersi pagare gli studi, va a fare il chierichetto in Duomo: per dieci lire al mese, al mattino presta servizio all’altare e al pomeriggio studia teologia. Così per otto anni, fedelissimo e puntuale, cortese e sorridente. A 24 anni riceve gli altri ordini minori e due anni dopo, a sorpresa, gli fanno fare concorso per Chiuso, nel lecchese: una piccola parrocchia che all’epoca conta 185 abitanti ed alla quale nessun altro aspira. Vince il concorso, ma non è ancora prete; così, nel giro di un mese, riceve il suddiaconato, il diaconato e l’ordinazione sacerdotale e il giorno dopo è già insediato a Chiuso: vi resterà per 49 anni, cioè fino alla morte. Per scelta, perché anche quando gli offriranno parrocchie più importanti o incarichi più onorifici sceglierà di essere sempre e soltanto il “buon curato di Chiuso”, da cui non si allontanerà mai. Testimoni oculari hanno attestato le lunghe ore trascorse in ginocchio nella chiesa parrocchiale e quelle, interminabili, trascorse in confessionale ad accogliere i penitenti. Ovviamente non soltanto i suoi, ma pure quelli che arrivano da Lecco e dai paesi vicini. Perché a Chiuso, come ad Ars, si fa la fila per andarsi a confessare dal “beato Serafino”, come lo chiamano i contemporanei, mentre lui si considera solo un povero peccatore, infinitamente bisognoso della misericordia di Dio e delle preghiere del prossimo. Le sue ottengono miracoli, ma lui non se ne accorge, impegnato com’è a non trascurare neppure uno dei suoi parrocchiani: raccontano che i malati li va a trovare anche di sera o di notte, se non è riuscito a farlo di giorno, e così tutti i giorni, fino a quando si ristabiliscono o chiudono gli occhi per sempre. E non solo per portare loro i conforti della religione: dicono che i bocconi migliori e tutto quello che gli viene regalato siano per i suoi poveri, per i suoi malati. Ad uno, piuttosto male in arnese,  finisce per regalare anche il suo materasso, di cui per un bel po’ deve fare a meno, perché nessuno si è accorto del suo gesto di carità. Ai ragazzi, oltre al catechismo, insegna a leggere e a contare, in una specie di scuola che ha aperto in canonica, forse ricordando quanto anche lui ha faticato a studiare. Muore il 13 aprile 1822 e un piccolo giallo avvolge la sua sepoltura, quando ci si accorge che di lui non c’è traccia nella fossa che dovrebbe essere la sua. Il giallo si risolve grazie alla testimonianza di un anziano: i parrocchiani, che non si rassegnavano a saperlo nella nuda terra del cimitero, lo avevano esumato la notte stessa del funerale, adagiandolo sotto il pavimento della chiesa, in barba a tutte le disposizioni di legge. Leggi tutto “9 maggio: memoria del beato Serafino Morazzone”

PARADISO – CANTO XXI DANTE INCONTRA S. PIER DAMIAN

LA RIFORMA DELLA CHIESA ATTORNO AL 1000

Le miserie che la Chiesa presenta soprattutto ai suoi vertici compaiono spesso nella Divina Commedia, perché il suo compositore si lascia spesso andare ai suoi giudizi amari e duri, legati anche alle esperienze dolorose che ha dovuto soffrire, a partire dall’esilio fino alla morte. Nello stesso tempo però non si può pensare che tutte queste sue reprimende dipendano da qualcosa di personale; il quadro che aveva davanti agli occhi, soprattutto in quelle istituzioni che dovevano servire ad assicurare pace e giustizia, non era affatto incoraggiante. Nello stesso tempo va anche detto – e lui ne era consapevole – che non solo la Chiesa del suo tempo – come non solo la nostra – presentava lati oscuri e doveva rilevare la non corrispondenza al mandato del suo Fondatore. Ogni forte richiamo alla conversione, emergente in ogni secolo, in presenza di un degrado, spesso disgustoso, si faceva comunque strada e si imponeva come ritorno alle origini. Chi, ancora oggi, invoca una purificazione di forte impatto a tutti i livelli, lo fa, non solo denunciando il male, ma anche indicando come modello a cui riferirsi il periodo della Chiesa apostolica. E tuttavia a leggere le lettere del Nuovo Testamento, considerate ispirate e dunque appartenenti al canone della Parola di Dio, non mancavano neppure allora dei peccato gravi, dei personaggi meschini o, addirittura, arroganti, che avevano pure creato non pochi guai allo stesso Paolo, non sempre tenero nei suoi giudizi verso di loro. Le tensioni dunque non mancano neppure nella Chiesa apostolica, che si pensava di poter considerare paradigmatica: anche qui si rivelano episodi disdicevoli di personaggi arrivisti, che cercano spazio per fare denaro, per avere visibilità, per occupare posti di prestigio.

Leggi tutto “PARADISO – CANTO XXI DANTE INCONTRA S. PIER DAMIAN”

LA CORRUZIONE NELLA CHIESA – LA CUPIDIGIA DEL DENARO

PARADISO – CANTO XI:

 S. TOMMASO D’AQUINO 

PARLA DI S. FRANCESCO D’ASSISI

1

IL FENOMENO DELLA CORRUZIONE NELLA CHIESA

Cogliamo l’occasione del centenario dantesco per affrontare una questione molto attuale e che appassionava anche il grande poeta al suo tempo. E’ il tema della corruzione nella Chiesa, che in vari periodi della storia è esplosa e ha rovinato l’immagine della Chiesa stessa nella sua missione. Per quanto sia stata molto devastante e anche ben radicata, una simile “sporcizia” (come fu definita dal Card. Ratzinger nella Via Crucis del 2005, qualche settimana prima che venisse eletto papa) non ha mai impedito una rinascita, un forte richiamo alla conversione, sempre necessaria alla Chiesa, passando in modo particolare da coloro che più di ogni altro la rappresentano, per essersi dedicati alla vita religiosa. Si potrebbe dire che il male, genericamente definito “corruzione”, ricorre a più riprese nella storia della Chiesa (come è da rilevare anche in altre forme istituzionali) e si caratterizza soprattutto per quel genere di immoralità che deriva dall’attaccamento al denaro. Esso spinge all’arricchimento spropositato, in una forma di avarizia insaziabile, sinonimo, nei profeti biblici e in S. Paolo, di idolatria. A questa “malattia” si affianca, e per certi versi ne deriva, quella che poi si scatena nella libidine possessiva applicata alla sfera sessuale, sia sul versante etero, sia su quello omosessuale. I fenomeni da rilevare variano comunque nei secoli e, per certi versi, si aggravano con l’aumento delle cospicue rendite, e nello stesso tempo con la crescita del potere esercitato un po’ a tutti i livelli. Se indubbiamente disgusta il fenomeno, oggi divenuto palese e registrato un po’ ovunque, della pedofilia, trattandosi di una grave offesa a chi è più debole, non di meno rovinoso appare quello dell’accumulo del denaro e della conseguente brama di potere che conduce a costruire una immagine deformata di quel servizio, con cui si devono presentare e che devono assumere quanti esercitano un compito all’interno della Chiesa stessa.

Qui, più che ripercorrere la storia della Chiesa, avendo attenzione al problema della corruzione sempre presente e assillante, è utile considerare quanto dice Dante sul tema, tenendo conto che egli ha davanti agli occhi questa immagine negativa. Essa lo spinge ad esprimere un giudizio molto forte, non solo perché si trova a soffrirne personalmente, ma anche perché vede in tutto questo la rovina della Chiesa stessa o, comunque, la perdita di credibilità circa la sua missione. Le parole infuocate, che sono nello stile del poeta, nel suo carattere fiorentino, sono espressione, certo, della passionalità, con cui egli entra nell’argomento, lo tratta e più ancora lo usa, nel tentativo di contribuire ad una seria opera di rinnovamento, che comunque esiste anche all’interno della Chiesa, perché non tutto è perso, non tutto è destinato a rovinarsi inesorabilmente. Non per nulla le sue parole sono messe in bocca a figure di santi, riconosciuti tali da poco, rispetto al momento in cui il poeta ne parla, e che in effetti hanno contribuito a dare splendore al loro ordine e nel contempo alla Chiesa. E queste figure appartengono al Paradiso, dove nel contesto della gloria e della serena “olimpicità” di quel mondo, del tutto lontano dalle passioni che sono proprie del nostro mondo terreno, non dovrebbe esserci spazio per reprimende così dure. E tuttavia anche da quel mondo arrivano parole forti che hanno come obiettivo la condanna del peccato, per il recupero del peccatore, la condanna della Chiesa corrotta, per la salvezza della Chiesa e della sua missione. Anche a trovarsi in Paradiso, dove tutto è armonia nel canto, luminosità e chiarore, bellezza e piacevolezza, non manca il pensiero di ciò che l’uomo vive sulla terra in attesa della sua salvezza finale, quella che, secondo Dante, ci deriva da Dio attraverso la Chiesa, voluta come strumento salvifico. Ecco perché è sempre necessario che essa si converta, si rinnovi, corrisponda sempre di più al suo Maestro e Fondatore, che l’ha voluta “tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Efesini 5,27). E allora è necessario che il suo male venga denunciato, passando soprattutto attraverso figure che costituiscono l’esempio sempre vivo di quel rinnovamento comunque possibile, se già qualcuno l’ha vissuto e proposto.

TEMA AFFIDATO

A S. TOMMASO E A S. BONAVENTURA

Nei canti XI e XII del Paradiso Dante non ci dà il racconto del suo incontro con i due santi riformatori della Chiesa del secolo che lo ha preceduto, figure già riconosciute dalla Chiesa meritevoli di culto e di venerazione, ma soprattutto esemplari e dunque indicati come modelli di riferimento. Dante parla di S. Francesco e di S. Domenico mediante la voce di coloro che, seguendone il messaggio e il percorso di vita, anche per la loro riconosciuta santità, possono testimoniare come quel modello di vita, alto e sublime, possa essere alla portata di tutti, come era successo nei primi anni con l’adesione della migliore gioventù del tempo. L’allargarsi dei due movimenti, subito tormentati da visioni diverse dello spirito originario, ha fatto perdere lo smalto iniziale ed ha prodotto anche un allentamento del rigore della “regola di vita”, quella che si voleva sempre più confacente con il vangelo. Così egli affida a due santi dei due ordini mendicanti, entrambi morti nel medesimo anno (1274), mentre era in corso il Concilio di Lione, che aveva a tema anche la riforma della Chiesa, come avviene e avverrà per tanti concili, sviluppatisi nel corso della storia. Si tratta di S. Tommaso d’Aquino (1225-1274), domenicano e qui biografo di S. Francesco, e S. Bonaventura (1221-1274), francescano e qui biografo di S. Domenico. Essi propongono le figure dei due fondatori, tratteggiati in riferimento a ciò che Dante vuole mettere in chiaro a proposito della de-generazione degli stessi ordini e della Chiesa, in vista del loro rinnova-mento e della rinascita della Chiesa stessa.

Tommaso, dei conti di Aquino, nacque a Roccasecca, presso Montecassino, probabilmente nel 1225. Ricevette la prima formazione nell’abbazia di Montecassino. Approfondì poi gli studi a Napoli, dove conobbe l’Ordine dei Predicatori, al quale, superata la fiera opposizione dei familiari, decise di aggregarsi. A Parigi e a Colonia si perfezionò nelle discipline filosofiche e teologiche; fu discepolo di S. Alberto Magno. Ancora giovanissimo fu maestro ammirato e sapiente dell’università parigina. Uomo di grande vita interiore, nutrì viva e intensa pietà verso il sacramento dell’eucaristia, diventando l’autore dei testi ancora in uso per la festa del Corpus Domini. Animava con la preghiera tutta la sua attività di pensatore e insegnante. I suoi numerosi scritti restano per il pensiero cristiano una sorgente limpida e feconda di ispirazione e di luce. In essi si ammira tanto l’acutezza della dottrina quanto la chiarezza e la sobrietà dell’esposizione, sicché a giusto titolo Tommaso ha meritato l’appellativo di “Dottore angelico”. Invitato da Papa Gregorio X al secondo concilio di Lione, si ammalò nel viaggio e fu ospitato nell’abbazia cistercense di Fossanova, dove serenamente spirò il 7 marzo 1274. Venne canonizzato nel 1323.

Giovanni Fidanza nacque attorno al 1218 a Civita di Bagnoregio (VT). Studiò filosofia e teologia a Parigi, dove entrò tra i Frati Minori, assumendo il nome di Bonaventura. Maestro dei suoi confratelli, acquistò ben presto la fama di grande e illuminato dottore. Eletto ministro generale, seppe reggere il suo Ordine con grande saggezza, fu poi eletto vescovo di Albano, cardinale della Chiesa romana e gli fu affidata la preparazione del concilio lionese II. Gli intensi lavori conciliari fiaccarono la sua resistenza e a Lione morì il 15 luglio 1274. Fu autore di numerose opere filosofiche, teologiche e mistiche, splendide per pietà e per dottrina, tra cui è da segnalare l’“Itinerarium mentis in Deum”. Fu anche autore di una celebre biografia di san Francesco d’Assisi.

LE POLEMICHE

SULLO SPIRITO DI POVERTA’

Il tema principale trattato è quello della “povertà”. Evidentemente Dante ritiene che sotto questo profilo la Chiesa è di gran lunga degenerata, perché ha perso di vista ciò che veramente conta nel vangelo, e cioè lo spirito di povertà o la povertà in spirito, che sta all’inizio delle beatitudini evangeliche. Perciò la degenerazione più clamorosa è quella che rivela una Chiesa non tanto ricca di beni, quanto piuttosto guidata da gente che cerca prevalentemente l’interesse economico, nella convinzione che il potere si raggiunge con esso, che il potere è finalizzato all’acquisto di beni, che il potere si mantiene con i possedimenti … La visione che Dante vuol dare sull’argomento non è propriamente una dottrina, affermata e ribadita con particolare vigore e rigore. In effetti c’era sempre uno spirito acceso che caratterizzava le polemiche presenti nella Chiesa in quello stesso periodo, soprattutto a partire dal movimento francescano, dove qualcuno voleva il ritorno alla regola primigenia; si rifiutavano piuttosto tutte quelle interpretazioni successive che l’avevano annacquata nel corso degli anni, anche a motivo della presenza di un numero sempre crescente di adepti. Se gli intransigenti volevano addirittura che lo spirito di povertà divenisse una sorta di dottrina incontestabile da obbligare gli uomini di Chiesa a viverla e a farla vivere, altri, ovviamente, compreso Dante, non si spingevano fino a questo punto. E tuttavia il poeta dava l’impressione di parteggiare per gli spiritualisti, soprattutto perché in essi trovava oppositori accaniti nei confronti di Bonifacio VIII, il suo acerrimo nemico, anche ad essere rispettato come vicario di Cristo. Le correnti definite “spiritualiste” si erano già fatte sentire a partire dalla morte del Fondatore: esse volevano seguire una regola sempre rigida e rigidamente intesa; per que-sto avevano preso posizioni, divenute, nel movimento e nella Chiesa, piuttosto oltranziste. Di qui l’intervento delle autorità interne del movimento francescano, soprattutto al tempo in cui esso veniva guidato da S. Bonaventura; ma anche la presa di posizione del Papa, che aveva rico-nosciuto la funzione positiva dell’Ordine e che lo voleva sotto controllo per evitare scelte e orientamenti di tipo ereticale, come era già avvenuto all’epoca di S. Francesco, e come continuava a succedere anche nel pe-riodo successivo. La polemica rimane viva anche negli anni di Dante; e lui ce ne dà il segnale proprio nel suo modo di “leggere” la fisionomia di Francesco e le diatribe che accompagnavano il suo movimento, soprattutto nella tensione scoppiata, sia negli anni del pontificato di Bonifacio VIII, sia negli anni successivi.

LA VISIONE DANTESCA

Nel canto XI del Paradiso, mediante il racconto messo in bocca a S. Tommaso d’Aquino, Dante ci dà la biografia di S. Francesco: gli elementi messi in risalto sono quelli appartenenti alla tradizione dei primi compagni del santo. Noi possiamo trovare i particolari, che danno risalto al tema della povertà già nella prima biografia, nota come “Legenda Trium Sociorum”. L’accento è posto soprattutto sulla scelta della povertà come stile di vita. E qui si arriva fino a considerare questa scelta come una sorta di “Sposalizio” secondo le immagini medievali allora in voga, per le quali la povertà, concetto astratto, diventa una figura allegorica, e come tale assume le fattezze di una donna, la donna amata. Come nel mondo della poesia si dava importanza alla donna “angelicata”, che portava a vivere l’amore stesso di Dio – e Dante ne è un testimone privilegiato – così nel mondo religioso si dava spazio a questa figura perché la vita religiosa divenisse un’esperienza sponsale con colei che viene segnalata con i tratti di “Madonna Povertà”. Evidentemente la questione stava molto a cuore al poeta: negli stessi anni in cui stava ultimando il suo capolavoro, mentre stavano naufragando sempre più i disegni politici con i quali egli pensava di poter tornare a Firenze, grazie all’appoggio di Arrigo VII, da lui indicato come il salvatore dell’Impero, Dante si interessa anche dell’altro polo di potere in quello scorcio di Medioevo, e cioè il Papato, sempre più indebolito dalla corruzione. Per il poeta questo male dipendeva in massima parte da un uso smodato del denaro: si imponeva così il ritorno al pauperismo delle origini, secondo l’esempio dato da S. Francesco e dal suo ordine, che proprio in quegli anni si dilaniava in lotte interne per l’interpretazione e per l’attuazione della Regola. Si potrebbe dire che nel suo lavoro Dante tornava a più riprese sull’argomento, che evidentemente gli stava a cuore. La morte di Papa Clemente V ad Avignone (1314) e il conclave che ne segue gli danno occasione per intervenire con una lettera ai Cardinali italiani sulla necessità di una riforma seria e non più eludibile della Chiesa stessa, mediante il supremo pastore che deve metter fine alla cattività avignonese e alle mene politiche.

È una lettera accorata con la quale il poeta manifesta il suo auspicio di un serio risanamento della Chiesa, andando proprio a toccare il tasto della povertà, che va affrontato con chiarezza e decisione. Raffaello Morghen così riassume il testo della lettera, assumendo lo spirito dantesco:

Noi … siamo costretti a piangere Roma abbandonata e quasi vedova del suo sposo (Si noti la figura dello sposalizio, che viene ripresa dal testo biblico delle Lamentazioni e che poi si trova pure nella fisionomia di Francesco, sposo della Povertà, da tutti abbandonata e considerata vedova del suo Maestro, morto sulla croce). Gli empi e i nemici della gente cristiana ci deridono per questo e molti cattivi profeti considerano come necessario quello che voi sacerdoti, avendo fatto malo uso della libertà dell’arbitrio, avete preferito scegliere: voi, condottieri della Chiesa militante, che avete negletto di mantenere il corso del carro della Chiesa nella via segnata dal Crocifisso e per avidità di beni materiali avete condotto il gregge di Cristo verso il precipizio. Forse mi redarguirete perché oso, benché sprovvisto di qualsiasi autorità, rivolgermi in tale maniera a voi. Ma io parlo per lo zelo che mi anima della causa di Dio, e voi stessi dovreste aver rossore che, nella totale rovina della Chiesa, una sola voce si levi e questa sia la voce di chi non è insignito di alcuna carica. La cupidigia dei beni materiali ha invaso completamente la Chiesa e i principi stessi della Chiesa trascurano gli antichi Padri per darsi tutti allo studio delle Decretali. E non crediate che io sia solo a dire ciò, perché quello che io dico, tutti lo mormorano e lo sussurrano. (Morghen, p. 114-5)

Sono parole riportate, che tuttavia riflettono il pensiero e anche lo spirito che anima il poeta: il male è ben individuato ed è un problema diffuso, così come è diffuso il disgusto per tanta corruzione radicata.

Tutta la lettera è una requisitoria serrata contro la gerarchia ecclesiastica, immemore dei suoi doveri e responsabile della grave crisi religiosa, di cui l’abbandono di Roma, da parte del Papato, era, per lui, l’episodio più significativo. Le alte gerarchie ecclesiastiche, dominate esclusivamente secondo il dettato della lettera, dall’avidità dei beni materiali (cupiditas), dimentiche degli insegnamenti dei Padri, quali Ambrogio, Agostino, Gregorio, Dionigi l’Areopagita, Giovanni Damasceno e il venerabile Beda, solo sollecite di istruirsi nella scienza delle Decretali, erano da paragonarsi addirittura ai principi dei Farisei … Essi vendevano nel tempio colombe e le cose sacre, che non possono essere venali, e disprezzavano il fuoco mandato dal cielo (ignem de celo missum) mentre sugli altari ardevano fuochi profani. L’elezione di Clemente V aveva causato addirittura l’eclissi del Papato e il volto della Chiesa era stato bruttato d’una macchia di infamia, che non avrebbe potuto essere cancellata fino al giudizio universale. Per tutto ciò la Chiesa era giunta quasi alla sua estrema catastrofe (funus Ecclesiae), e i gentili, gli Ebrei e gli eretici ridevano del popolo cristiano. Né sono risparmiati, nei riguardi della gerarchia ecclesiastica, gli epiteti più ingiuriosi: nomine solo archimandrite, boves calcitrantes, pastoris officium usurpantes. La Chiesa aveva purtroppo generato nell’acqua e nello Spirito tali figli per sua vergogna, e poiché essi avevano sposato la cupiditas, che è madre di impietas e di iniquitas, queste, che sono le vere figlie del demonio (filiae sanguisuce), erano divenute le nuore della Sposa di Cristo. (Morghen, p. 116)

Una requisitoria appassionata, forte nei toni e nei termini e tuttavia dettata non da dottrine peregrine e soprattutto ereticali, ma da un amore sincero per la Chiesa, la quale era in effetti dominata da un simile male, causa prima e principale di ogni altra forma di degenerazione. Il rimedio diventa possibile, non a partire da riforme legislative, non da epurazioni nel personale, ma dalla testimonianza viva di alcuni spiriti profetici che alla Chiesa non mancano mai. Di qui la necessità di ricorrere a questi personaggi che sono una realtà consolante per la Chiesa stessa, purché essi siano proposti nella loro integrità e in quella immagine che fa da vero antidoto al veleno inoculato nel corpo della Chiesa stessa. Proprio nel “quarto cielo”, quello del Sole, dove stanno gli spirito sapienti, Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno S. Tommaso, che si presenta come discepolo di S. Domenico …

Io fui de li agni de la santa greggia

che Domenico mena per cammino

u’ ben s’impingua se non si vaneggia. (Paradiso, X,94-96)

Colui che fu definito il “bue muto”, probabilmente anche per le sue dimensioni fisiche e per la sua ritrosia a parlare, quando era studente, qui viene presentato come un agnello che segue il gregge dei domenicani, dove, si fa notare, ci si ingrassa bene – ma è detto in termini positivi, fors’anche per questo epiteto che Tommaso aveva – se però non si va fuori strada, vaneggiando nella mente e nello spirito. Questa frase che qui è solo introdotta, verrà spiegata poi. Ed è l’aggancio per mettere in evidenza che invece il traviamento esiste, che questo dà origine ad un vero e proprio “ingrasso” a motivo dei tanti soldi, dietro ai quali si corre, segno evidente del vaneggiare che caratterizza lo stesso movimento domenicano.

Eppure esso era nato per mantenere la Chiesa sulla retta via della dottrina, ma anche su quella della morale, disattesa al punto da determinare il deragliamento della Chiesa stessa con il pullulare delle eresie. Fa specie che in quel cielo Tommaso indichi proprio i medesimi santi e padri della Chiesa, che sono pure ripresi nella lettera citata, scritta ai Cardinali ita-liani in occasione del conclave del 1315. Questa eletta schiera di santi rappresenta il meglio di una Chiesa, che pur si può gloriare di coloro che l’hanno fatta grande e tale la conservano, anche se in essa si fa strada l’“insensata cura de’ mortali”. Proprio con questo termine inizia il canto XI nel quale abbiamo l’esaltazione della figura di S. Francesco, fatta da S. Tommaso, immagine eccelsa di santità proprio a partire dalla sua caratteristica più grande e più bella, quella della povertà. Ed è la sua immagine a incarnare quell’ideale di santità che alla Chiesa non manca mai, anche nei tempi della degenerazione. Così Tommaso, dopo aver narrato di Francesco puntando sul suo sposalizio con madonna Povertà, introduce una dura reprimenda nei confronti della Chiesa, coeva a Dante, che inve-ce degenera proprio sull’uso smodato delle ricchezze.

IL CANTO XI

Tutto il canto XI è comunque segnato da questo atteggiamento di Dante nei confronti di un male, che il poeta ritiene sia il vertice e la somma, in-sieme, di ogni altra espressione diabolica, perché questo male, che è l’a-varizia, va sempre abbinato all’idolatria, quel modo che l’uomo ha di pensare ad un dio fatto dalle sue mani, diversamente dal Dio che ha creato con le sue mani e a sua somiglianza l’uomo. Il male non è dato, di per sé, dal denaro, ma dall’uso smodato che se ne fa; il male non è nelle cose, ma nel cuore umano, che si lascia conquistare da ciò che non ha consistenza e valore per sé, ma per quello che noi vogliamo dare. Così il peccato diventa quella “cura”, definita insensata, che va … curata! Nelle prime battute del canto, quando già Tommaso si era introdotto e presen-tato al poeta con i suoi compagni di beatitudine, Dante esce in uno sfogo, che poco si addice al contesto del Paradiso, trattandosi di una denuncia di insensatezza da parte degli uomini, quando essi si lasciano ingolfare dai beni materiali. E il male – come dice lui – si annida davvero ovunque, mentre lui si sente sciolto da questi affanni e soprattutto di essere sottratto ad essi, grazie all’intervento di Beatrice che lo accoglie in Paradiso.

O insensata cura de’ mortali,

quanto son difettivi silogismi

quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Chi dietro a iura e chi ad amforismi

sen giva, e chi seguendo sacerdozio,

e chi regnar per forza o per sofismi,

e chi rubare e chi civil negozio,

chi nel diletto de la carne involto

s’affaticava e chi si dava a l’ozio,

quando, da tutte queste cose sciolto,

con Bëatrice m’era suso in cielo

cotanto glorïosamente accolto. (Paradiso XI,1-12)

A questo punto interviene ancora Tommaso, che dice di essere al corrente di quanto va pensando il poeta, grazie all’ispirazione che gli proviene direttamente da Dio. E Tommaso sa che Dante è rimasto colpito dalle parole con le quale il gran domenicano ha sottolineato che l’Ordine suo può crescere e svilupparsi nella misura in cui non “vaneggia”, cioè non si lascia incantare dalle vanità terrene. Ovviamente questo non succede e così si deve assistere alla sua degenerazione. Proprio per contrastare questo male la provvidenza ha disposto la nascita degli Ordini Mendicanti per la rigenerazione della Chiesa: i due principi che sono suscitati contemporaneamente hanno proprio svolto questo compito riformatore. A Tommaso viene affidato il compito di parlare di Francesco, mentre Bonaventura, che nella storia è stato il biografo ufficiale del santo di Assisi, sarà chiamato a tessere l’elogio di S. Domenico.

La biografia qui data di S. Francesco è naturalmente costruita secondo le finalità che Dante si prefigge di offrire in essa. Le notizie che riguardano il santo sono ben conosciute, e proprio per questo non è neppur necessario dare tutti quei dettagli che sono riscontrabili nella tradizione agiografica. Dante però vuol marcare la battaglia portata avanti circa il tema della povertà, perché va riconosciuto in S. Francesco il ruolo riformatore, la sua missione di rinnovamento soprattutto a partire dalla sua immagine di povertà e dal suo insegnamento che mette al centro il distacco dei beni.

La biografia esposta da Tommaso contiene ben poco di tutti quei particolari incantevoli e così estremamente concreti che la leggenda francescana ci ha conservato. È vero che i punti principalissimi, la nascita, la costruzione dell’opera e la morte, sono narrati secondo la tradizione, ma non c’è alcun tratto particolare che possa servire alla vivacità aneddotica … in Dante la biografia, oltre alla cornice esterna del commentario di cui essa è parte, ha anche un motivo conduttore interno che è un motivo allegorico. La vita di Francesco è rappresentata come matrimonio con una figura femminile allegorica, la Povertà. Noi sappiamo che questo era un motivo della leggenda francescana; ma era necessario farne il motivo dominante? Come specialisti dell’arte o della letteratura medievale noi abbiamo imparato a poco a poco e con qualche fatica che per determinati gruppi della cultura medievale l’allegoria significava qualche cosa di diverso che per noi, di più reale; e che nell’allegoria si vedeva una forma concreta del pensiero, un arricchimento delle sue possibilità d’espressione. (Auerbach, p. 229)

Insomma, per Dante la lettura di Francesco, addirittura “sposato” con Madonna Povertà, lo fa essere la traduzione più concreta e immediata della soluzione al problema dilagante della corruzione nella Chiesa e nella società, corruzione che va addebitata all’accumulo del denaro. E proprio uno che era passato dall’esperienza della mercatura, perché nato e cresciuto in quel contesto, poteva capire “sulla pelle” che cosa potesse produrre quel male e come si dovesse fare per disfarsene. Così la scelta della povertà non è una moda, non è semplicemente una tecnica, non è una forma spettacolare e comunque transitoria, non è l’assunzione di un personaggio da teatro; è piuttosto il vivere stesso, mettendo in gioco la propria persona e la propria esistenza.

Qui Dante presenta una sola persona allegorica, appunto la Povertà, e la collega con una personalità storica, ossia concretamente reale. È una cosa del tutto diversa: egli attira l’allegoria nell’attualità, la connette strettamente alla storia. Indubbiamente questa non è un’invenzione di Dante: tutto il motivo gli era stato fornito dalla tradizione francescana che fin dal principio conteneva le nozze con la Povertà come figura dell’attività del santo. Subito dopo la sua morte fu scritto un trattato dal titolo Sacrum Commercium Beati Francisci cum Domina Paupertate e del motivo si ritrovano continui riecheggiamenti, per esempio anche nelle poesie di Jacopone da Todi. Ma esso non è svolto a fondo con coerenza e si dissolve in molti particolari didattici e aneddotici …

La raffigurazione della chiesa inferiore di Assisi, che un tempo era per lo più attribuita a Giotto, presenta anch’essa le nozze al di là di ogni biografismo concreto: Cristo unisce il santo con la Povertà, lacera e macilenta, mentre ai due lati cori angelici su vari ordini partecipano alla cerimonia. Ciò non ha niente a che fare con la vita pratica del santo, che è esposta in un altro ciclo iconografico. Dante invece fa tutt’uno: alla celebrazione delle nozze unisce quella scena efficace, quasi stridente, in cui Francesco sul mercato di Assisi rinuncia in pubblico all’eredità paterna e re-stituisce al padre persino i vestiti. La rinuncia all’eredità e lo svestimento, che altrove costituiscono sempre l’oggetto vero e proprio della descrizione, in Dante non sono esplicitamente menzionati e vengono inclusi nelle nozze allegoriche; qui Francesco si allontana dal padre per amore di una donna; di una donna che nessuno vuole, che tutti evitano come la morte. Egli si unisce a lei sotto gli occhi di tutti, sotto gli occhi del vescovo e del padre … egli rifiuta i beni paterni e si allontana dal padre non perché non vuole possedere qualche cosa, ma perché desidera e vuole possedere un’altra cosa … (Auerbach, p. 230-1)

Così il Sacrum Commercium, dimostrandosi una unione sponsale, un vero e proprio matrimonio, appare come una scelta deliberata che pone Francesco non tanto come un religioso legato alla Chiesa mediante i voti religiosi, ma come un laico che, così facendo, rinnova sia la Chiesa sia la società. Poi il suo Movimento, la cui regola era per lui il Vangelo stesso, diventerà per la pretesa del papa un nuovo Ordine religioso, soprattutto quando il Papa si rende conto che esso può costituire un ottimo strumento per la rinascita della Chiesa stessa. Dante, insistendo su questo dettaglio della vita di Francesco, vuole mettere in primo piano questo suo compito, che lo fa essere qualcosa di inedito e di completamente diverso rispetto ad ogni altra forma di vita religiosa, proprio perché la rinascita, a cui tiene Francesco, riguarda non solo l’istituzione ecclesiastica, ma anche la società civile in cui egli vuole che siano inseriti i suoi “frati”. Costoro non vivono in monasteri o comunque nell’ambito delle istituzioni eccle-siastiche, ma dispersi nel mondo, secondo il dettato evangelico, perché siano fermento di una vita nuova. E questa novità si deve riconoscere soprattutto nella libertà acquisita, conservata e alimentata rispetto ai beni materiali, che costituiscono il mondo di “Mammona” contrapposto al mondo di Dio. Così, insistendo su questo particolare della vicenda umana e spirituale di Francesco, Dante mette ancor più in risalto il male estremo in cui era caduto il mondo, in cui era sprofondata la Chiesa in quel tempo. La salvezza non poteva venire solo da qualche cambiamento nelle strutture, ma proprio da una immagine viva e concreta di persona che rivestisse la povertà per farla sua come dimensione esistenziale, che poteva risultare in quel modo vivibile, praticabile, a portata di tutti: in effetti molti erano rimasti conquistati, non tanto dall’ideale francescano, quanto dal concreto esempio di quest’uomo, che non veniva segnalato solo all’ammirazione universale, ma poteva entrare nella imitazione di tutti, anche se molte persone di fatto continuavano a vivere nel mondo. È quello che succede, ad esempio, per il cosiddetto Terzo Ordine, dove troviamo francescani che continuano a restare nel mondo, senza necessariamente emettere voti religiosi: nascerà di qui una schiera di santi provenienti dalle diverse attività, che non necessariamente devono passare dalla vita religiosa per essere riconosciuti come meritevoli di imitazione. La prima santa di questo Ordine è S. Elisabetta di Ungheria (1207-1231), moglie del Langravio di Turingia, che, nella sua breve esistenza accanto al marito e da vedova, vive nel distacco continuo dalle cose, e in una povertà che si trasforma in carità e solidarietà con i più poveri: è dunque possibile esprimere nel mondo, compreso quello dove si gestisce il potere, una santità che permette di vivere fino in fondo il vangelo. L’esempio di Francesco affascina e induce altri a fare altrettanto. Ovviamente si tratta di casi che appaiono rari; e tuttavia essi risultano anche significativi e convincenti, e rivelano che un altro vivere è possibile. Così si può offrire una alternativa al sistema di corruzione, che non offre un vivere davvero più umano. A distanza ormai di un secolo da questa figura, che è tutt’altro che un masso erratico, Dante sostiene la linea degli “spirituali” nella famiglia francescana, parlando di S. Francesco non solo per quegli aneddoti che poi diventeranno i “fioretti”, ma soprattutto per quella fisionomia di “Poverello di Assisi”, che qui risulta di primaria importanza.

Con questa sua maniera di leggere Francesco d’Assisi, e soprattutto ciò che maggiormente conta nella sua esistenza terrena, e cioè il “Sacrum Commercium” con Madonna Povertà, Dante raggiunge l’obiettivo di offrire una proposta di vita diversa da quella che si andava conducendo. Una concezione del vivere, segnata da appetiti smodati, come quelli che si riscontravano nella Firenze comunale dell’età di Dante, aveva prodotto tanto male, soprattutto nello scatenare gli appetiti e nel suscitare, con le tensioni politiche, le rivalità, le contese, le guerre, di cui Dante stesso si sentiva vittima innocente. Inoltre indicava con quel personaggio concreto un vivere praticabile, che poteva servire sia per quelli che si dedicavano alla vita religiosa sia per quelli che rimanevano nella vita mondana. E tuttavia il quadro che aveva davanti agli occhi era sempre più doloroso, irrimediabilmente rovinato, soprattutto perché questo male, già dilagato nel vivere civile, ora aveva pure rotto i margini dentro l’alveo della Chiesa, dentro, in particolare, coloro che si erano costituiti per riformarla mediante il ritorno alla povertà evangelica. Così Dante non solo denuncia il male diffuso nella Chiesa ai vertici di quella istituzione, ma ora lo vede anche presente tra quelli che ne avrebbero dovuto indicare con l’esempio la modalità concreta di una riforma tanto necessaria e non più procrastinabile. Ai suoi frati Francesco, morendo, lasciava questa eredità; però Madonna Povertà, che lui affidava ai suoi, sarà di fatto abbandonata.

Quando a colui ch’a tanto ben sortillo

piacque di trarlo suso a la mercede

ch’el meritò nel suo farsi pusillo,

a’ frati suoi, sì com’a giusta rede,

raccomandò la donna sua più cara,

e comandò che l’amassero a fede;

e del suo grembo l’anima preclara

mover si volse, tornando al suo regno,

e al suo corpo non volse altra bara. (Paradiso XI, 109-117)

A questo punto Tommaso introduce il “degno collega”, che è il fondatore del suo Ordine, Domenico di Guzman (1170-1221), ben noto per aver voluto lui pure un movimento, poi riconosciuto come Ordine, con il compito di reagire alle eresie del tempo mediante la predicazione. Ma anche in questo caso, accanto alla predicazione itinerante, secondo il mandato evangelico, lui voleva la testimonianza di distacco dai beni, tenuto conto che l’eresia dominante, sviluppatasi in modo particolare nella Provenza, ricca regione e luogo di grandi traffici commerciali, voleva attaccare la Chiesa su questo tema, sul suo attaccamento ai beni materiali, che erano, per questi manichei, il principio del male. Più che la predicazione, e comunque insieme ad essa, era necessario dare la testimonianza di povertà, di distacco dai beni, dal possesso, dall’abuso. 

Anche tra i Domenicani però si è fatta strada la corruzione, come fa dire Dante a Tommaso al termine del canto in cui si è esaltato Francesco.

Pensa oramai qual fu colui che degno

collega fu a mantener la barca

di Pietro in alto mar per dritto segno;

e questo fu il nostro patrïarca;

per che qual segue lui, com’ el comanda,

discerner puoi che buone merce carca.

Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda

è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote

che per diversi salti non si spanda;

e quanto le sue pecore remote

e vagabunde più da esso vanno,

più tornano a l’ovil di latte vòte.

Ben son di quelle che temono ’l danno

e stringonsi al pastor; ma son sì poche,

che le cappe fornisce poco panno.


Or, se le mie parole non son fioche,

se la tua audïenza è stata attenta,

se ciò ch’è detto a la mente revoche,


in parte fia la tua voglia contenta,

perché vedrai la pianta onde si scheggia,

e vedra’ il corrègger che argomenta


“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”». (Paradiso XI, 118-139)

Qui si fa strada la desolante constatazione che proprio nel suo Ordine si è fatta strada quella forma di corruzione per la quale il carisma iniziale si è sbiadito. Ciò che Tommaso dice – ma è il poeta che mette in bocca a lui queste parole – è l’amara realtà di un gregge che si è allontanato dal suo pastore, per andare alla ricerca di un altro ovile. In realtà, secondo l’immagine usata, esse si ritrovano nell’ovile “di latte vote”, cioè senza quel frutto che dovrebbe poi sfamare quanti a questi frati ricorrono. È vero che non tutto è perso, se non altro perché ci sono pecore “che temono ‘l danno” e quindi si rendono conto del male montante nell’Ordine stesso; ma di questi il numero è sempre più assottigliato, per cui “le cappe fornisce poco panno”, cioè sono pochi coloro che vestono la cappa domenicana. A ben considerare, qui non dovremmo pensare che il male presente fra i domenicani sia quello della corruzione dovuta al denaro, alla cura per esso, alla procura che si fa di esso per trovarvi benessere e compimento della propria vita. Ma da tutto il contesto del canto, e proprio dal fatto che nella biografia di S. Francesco si mette l’accento su questa realtà, noi dobbiamo pensare che anche qui si faccia ricorso a questo tema che sta, del resto, a cuore del poeta. Lui stesso insiste nel richiamare ciò che Tommaso aveva detto nel suo primo apparire, riconoscendo che la prosperità dell’Ordine si può riscontrare quando “non si vaneggia”, cioè non si va fuori strada, evidentemente inseguendo ciò che è vano. La medesima frase, che sta a conclusione del canto XI , può far pensare che proprio nel vaneggiare ci si ritrova “impinguati”, con un fastello di beni che diven-tano ingombranti e che fanno indubbiamente deviare.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La maggior parte dei commentatori riconosce la bellezza e l’altezza di poesia in questo canto, ben più noto e ben più letto del canto successivo dove si parla di S. Domenico, presentato da S. Bonaventura. Indubbiamente Dante ci ha lasciato un fisionomia di S. Francesco particolarmente efficace, che può stare alla pari con quanto ha descritto il suo contemporaneo Giotto (1267-1337) nei capolavori della Basilica di Assisi. E tuttavia non si può negare che, anche in questi suoi particolari, egli arriva molto vicino alle posizioni polemiche degli spirituali, i quali negli stessi anni animavano la discussione nella Chiesa. Solo dopo la morte di Dante (1321) ci fu l’intervento imperioso di Giovanni XXII con la sua condanna degli spirituali e soprattutto di quelle posizioni oltranziste che mettono in risalto la povertà radicale del Cristo evangelico come qualcosa di assolutamente intrinseco alla dottrina e al vivere cristiano. Ciò che Francesco non aveva spinto fino alla radicalità, qui invece appare richiamato con forza come se il vivere povero, con la rinuncia radicale ai beni e alla proprietà fosse la sola modalità per essere cristiani e per vivere da cristiani. 

Tra gli spirituali queste tesi venivano marcate e pretese come assolutamente necessarie al vivere da francescani e, per qualcuno, al vivere da cristiani. Dante ne è indubbiamente affascinato. Eppure lui stesso riconosce che non ci si può spingere fino alle forme estreme di dover in esse ricavare una dottrina da imporre nella Chiesa non solo ai chierici ma anche ai laici. Per quanto Francesco viva con estremo rigore tutto questo, non necessariamente egli arriva a pretendere che da parte di tutti si giunga fino a questo punto: egli non è mai stato un radicale e comunque ha sempre riconosciuto l’autorità del Magistero, anche quando chi ne svolgeva la missione non appariva del tutto coerente con lo spirito del vangelo. Dante, a distanza di anni dalla proposta di vita francescana, sembra lasciarsi trascinare nel gorgo delle polemiche che si fanno strada durante la sua esistenza e certamente, soprattutto nel periodo dell’esilio, sta dalla parte della linea spirituale, pur rendendosi conto che non si può spingere fino alle forme più estreme. Ma non dobbiamo neppure pensare che, trattando in questo modo la figura di S. Francesco, egli voglia mescolarsi alle polemiche in atto nel medesimo periodo dentro il movimento francescano. Qui il poeta vuole piuttosto insistere su un argomento che gli stava particolarmente a cuore, e cioè il tema del rapporto con il denaro e so-prattutto con l’accumulo di esso, che per lui, accusato ingiustamente di appropriazione indebita, era il male per eccellenza della società e della Chiesa. Qui gli preme soprattutto considerare questo male all’interno della Chiesa, per lui componente essenziale del vivere umano. La sua degenerazione non fa che acuire i mali già devastanti. La sua salvezza dipende da esempi vivi e concreti che propongono un ritorno alle origini, alle fonti evangeliche per una radicale conversione che faccia della Chiesa lo strumento di salvezza.

L’opinione che Dante aveva, che la cupidigia umana e della Chiesa in particolare fosse la cagione di ogni male, influisce ovviamente sulla concezione del canto …; ma non si può non riconnetterla, più specificamente, anche alla grande polemica sulla povertà di Cristo e degli Apostoli che, quando Dante scriveva, già da molti decenni dilaniava l’ordine francescano e tutta la cristianità, e che proprio nell’età piena di Dante (1313, 1317, 1318) e in Toscana aveva assunto aspetti particolarmente aspri e drammatici con le condanne e persecuzioni degli spirituali; finché, all’indomani della morte di lui, nel 1323, si giunse ad una soluzione d’imperio con la definitiva condanna, pronunciata da Giovanni XXII, della tesi principale degli spirituali, circa l’assoluta povertà di Cristo e degli apostoli.

Non è qui possibile, né è necessario, rifar la storia di quella polemica. La posizione di Dante in essa è nota. Da una parte, la sua concezione dei mali della cupidigia e del potere temporale doveva portarlo verso gli spirituali, il che significava anche prendere ancora una volta posizione contro Bonifacio VIII, degli spirituali, a suo tempo, acerrimo nemico; dall’altra doveva renderlo perplesso un rigorismo che arrivava a negare il diritto di proprietà, e aveva altre gravi implicazioni d’ordine morale. Sicché egli giunse a quella posizione intermedia secondo la quale, e contro i rigoristi francescani, egli ammette la possibilità che la Chiesa riceva come in deposito, beni di proprietà dell’Impero (che restano sempre tali) ma solo per distribuirne i frutti ai poveri di Cristo. Orbene: nei canti XI e XII … Dante aveva preso nel poema la medesima posizione. Nel canto XII, in particolare, rigetta le posizioni sia dei rigoristi, di Ubertino da Casale, sia dei lassisti, di Matteo d’Acquasparta; e, quel che più interessa, insiste sulla teoria circa la povertà della Chiesa, quando, tra l’altro, afferma che le decime sono “pauperum Dei”.

Ma quale che fosse la posizione teologica e politica di Dante, le sue simpatie sul piano umano e morale non potevano andare che verso un’interpretazione sostanzialmente rigorosa, anche se serena, non estremista, della Regola di S. Francesco. Di ciò abbiamo più di un indizio. …

Il Manselli, autorevole studioso di storia religiosa due-trecentesca, è deciso nel pensare che Dante fosse assai vicino agli spirituali; tuttavia non sembra possibile andar oltre a quella simpatia sul piano umano … Troppo chiara, infatti, è la posizione mediana da lui presa … tra rigoristi e lassisti dell’ordine francescano, cioè tra “spirituali” e “conventuali”. Tale posizione media era poi quella di larghe correnti della Chiesa, a cominciare da papa Clemente V (1312). Il rigetto degli estremisti dell’una e dell’altra direzione era stata del resto di Bonaventura, nella sua qualità di ministro generale dei francescani; non senza motivo, dunque, Dante lo fa pronunciare da lui. Secondo il Manselli, tale posizione non era lontana da quella di Giovanni di Pietro Olivi, uno dei maggiori esperti della cultura religiosa del secondo Duecento … (Bosco e Reggio, Paradiso, p. 177-8)

UNA CONSIDERAZIONE PER OGGI

La denuncia che Dante fa circa la corruzione, per denaro, dentro la Chiesa, riguarda ovviamente quel periodo storico. E tuttavia quel genere di male insidia da sempre e insisterà ad insidiare la Chiesa nel suo operare e nel suo presentarsi al mondo, creando scandalo e impedendole di essere sinceramente e fedelmente a servizio del Vangelo.

Ovviamente se ne parlava allora, e se ne parla ancora oggi, in riferimento soprattutto agli “uomini di Chiesa”, a coloro cioè che ne sono i vertici istituzionali o i suoi rappresentanti anche a livello locale. Non sono in discussione quegli aspetti dottrinali o quei messaggi ed insegnamenti di vita che sono alla base o addirittura ne sono i fondamenti; il giudizio su questo tema riguarda sempre le persone per il loro modo di vivere, per la loro gestione dei beni materiali. La corruzione, in questo particolare fenomeno che si rivela con la proprietà e l’uso dei beni, è un male di uomini, soprattutto di coloro che gestiscono un potere o hanno un compito di responsabilità. Proprio per questo il giudizio va fatto sulle persone implicate e concretamente sulla loro gestione di quanto entrano in possesso, tenendo conto che non si tratta di una loro proprietà. Il criterio di valutazione va comunque espresso a partire dal Vangelo, da ciò che neppure è prescritto, come se si trattasse di una legge a cui sottostare, ma di una indicazione suggerita, che del resto proviene soprattutto da un esempio di vita, come quello che dà il Signore, il quale “non aveva neppure dove posare il capo”, e che chiede con estrema chiarezza di servire Dio e di preferirlo a Mammona. Del resto le indicazioni che ha dato ai suoi discepoli per la loro missione sono proprio nella linea del distacco dalle cose, del non preoccuparsi per i beni, del mantenere il cuore libero. Sono indicazioni ben note e tuttavia mai sufficientemente richiamate con tutta la loro forza persuasiva, soprattutto quando si ha a che fare con questi beni materiali, pur necessari per vivere, per ben operare in questo mondo. La logica evangelica va sempre richiamata in tutti i periodi della storia, soprattutto quando la tentazione si fa più forte, quando la stessa gestione dei beni coinvolge e chiede decisioni non sempre facili. Al di là dei richiami e della continua formazione di coloro che soprattutto sono chiamati più da vicino alla gestione dei beni, che nel corso della storia si accumulano e diventano “patrimonio della Chiesa”, qui, nell’analisi di ciò che dice Dante nel suo poema, abbiamo un’indicazione precisa nel considerare coloro che nel corso della storia appaiono dentro la Chiesa come richiami ed esempi di autentico spirito evangelico soprattutto nel suggerire il distacco dalle cose. Possiamo certo, istituire commissioni di inchiesta; possiamo sottoporre ad un processo, che sia soprattutto chiarificatore, chi è indagato e accusato; possiamo punire chi ha commesso reati in questo campo con sanzioni severe, ma anche medicinali; e tuttavia non debelleremo la corruzione in maniera radicale.

Certamente è necessaria una formazione molto attenta, per preparare chi si sente chiamato e vuol rispondere alla sua vocazione, perché anche su questo terreno è necessaria una educazione che richiede, insieme con i principi fondamentali, anche degli esempi luminosi e significativi con cui confrontarsi. Esistono esempi e con essi dei messaggi di particolare efficacia, con cui è possibile trattare anche questo aspetto della vita, in modo particolare per chi aspira all’ordine sacerdotale o alla vita religiosa. S. Ambrogio si è premurato di scrivere un’opera, “De officiis” (= I Doveri), con cui egli si curava di formare i suoi preti. Non manca nella sua opera la considerazione che riguarda il patrimonio, il denaro, i beni della Chiesa, per i quali egli dice che sono da considerarsi offerte raccolte, e quindi denaro o patrimoni in dotazione, da utilizzare per il bene comune e non per l’interesse personale. Ecco alcune sue battute sull’argomento: “Il Signore dice ai discepoli: Non vogliate possedere né oro né argento né denaro, e con tale precetto, quasi fosse una falce, taglia l’avarizia che germoglia nei cuori umani … Ma tale disposizione a disprezzare le ricchezze si riscontra a fatica anche nei santi del Signore (II,128). I costumi degli uomini sono caduti tanto in basso per l’ammirazione della ricchezza che nessuno viene considerato degno di onore se non il ricco. Questa non è una consuetudine recente, ma già da un pez-zo purtroppo questo vizio s’è sviluppato nei cuori umani (II,129). L’avarizia è funesta ed è allettante il denaro che contamina chi lo possiede e non giova a chi non lo possiede … Noi possediamo ciò di cui ci serviamo; ogni bene che esorbita dall’uso che possiamo farne, non ci dà, in ogni caso, il vantaggio di possederlo, ma la preoccupazione di custodirlo (II,132). Il disprezzo del denaro è un aspetto della giustizia; perciò dobbiamo evitare l’avarizia e sforzarci con ogni impegno di non fare nulla contro la giustizia, che anzi è da osservare in ogni nostro atto. (II,133).

BIBLIOGRAFIA

1.

Erich Auerbach, STUDI SU DANTE Feltrinelli, 1986

2.

Raffaello Morghen, DANTE PROFETA Jaca Book, 1983

3.

Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA – PARADISO

(a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio) Le Monnier, 1979

4.

Sant’Ambrogio, I DOVERI Città Nuova, 1991

20

Boccaccio e la peste di Firenze

STORICI E NARRATORI DI PESTILENZE

Le diverse pestilenze che si sono succedute nella storia sono indubbiamente eventi drammatici, soprattutto per chi si trova coinvolto. Ma non necessariamente le informazioni su di esse ci arrivano da scrittori di storia con il loro intendimento cronachistico, più o meno dichiarato, e soprattutto con la finalità di ricercarne le cause e le conseguenze, come dovrebbe essere per chi si dichiara uno storico. Per certi versi i racconti più drammatici e più suggestionanti sono quelli di autori che non hanno nella loro finalità quella di raccontare vicende a cui hanno assistito. Anzi, spesso ci troviamo in presenza di scrittori che, mettendo sullo sfondo il quadro della pestilenza, propongono un racconto di pura invenzione allo scopo di voler uscire da un clima pesante di terrore per rifugiarsi in un contesto che vorrebbe essere purificatore, per far raggiungere una sorta di beatitudine paradisiaca.

È ciò che noi possiamo trovare nel racconto di Boccaccio circa la pestilenza del 1348. Non è per lui l’evento chiave del racconto, perché l’obiettivo della sua opera non è quello di trattare quanto è successo in quel periodo. Il resoconto della devastazione di quell’anno è solo lo scenario sul quale lo scrittore vuole impostare la sua opera, che ha tutto il sapore di una narrazione fantastica e fantasiosa per creare evasione e fuga. Se si vuole cercare una descrizione più accurata, dal chiaro intento storico, bisogna andare ad altri testi, come possono essere le croniche medievali del tempo o le “Istorie” successive. Nelle “Istorie fiorentine” di Machiavelli quel gravoso evento è liquidato con poche righe: “ … nel corso del qual tempo seguì quella memorabile pestilenza da messer Giovanni Boccaccio con tanta eloquenza celebrata, per la quale in Firenze più che novantaseimila anime mancarono” (II, 42).

Ma, come al solito, non basta raccontare che cosa è successo; qui vi è in gioco ben altro, perché l’evento narrato viene avvertito come un segno particolarmente forte che deve far riflettere e deve soprattutto far reagire: anche in una tragedia simile, è possibile costruire una storia positiva, che può diventare una “via salutis”, un vero e proprio cammino salvifico. Così il Decamerone non è solo una silloge di racconti da godere, espressione di un mondo gaudente che vuol mettere da parte gli affanni ed evadere nella fantasia. Esso è piuttosto il percorso umano di “salvezza”, analogo a quello dan-tesco, che concepisce la salvezza come grazia dal cielo e non come opera dell’uomo.

LA PESTE DI FIRENZE (1348)

in BOCCACCIO:

IL MALE DESCRITTO E VISSUTO

NELLA SOCIETA’ DEL TEMPO

Quando scoppia a Firenze la pestilenza, ed ha il suo apice nel 1348, la situazione della città presentava già alcuni aspetti di criticità. Il crollo del sistema bancario con l’insolvenza del re inglese diede origine ad una crisi economico-finanziaria drammatica. Ci furono anche tumulti popolari fomentati dal “duca Di Atene”, che era stato chiamato dai mercanti facoltosi per gestire il potere politico. Ma il vero tracollo si ebbe con il sopraggiungere della peste. Boccaccio, che aveva trascorso la sua adolescenza a Napoli, dove il padre curava gli interessi finanziari della banca dei Bardi, era già stato costretto in quegli anni tumultuosi a rientrare per il fallimento della banca, perdendo così l’ambiente, in cui aveva maturato la sua vocazione letteraria. Proprio in occasione della peste concepisce il suo capolavoro, che avrebbe dovuto costituire una fonte di guadagno in un momento “nero”, non solo per la peste. Non scrive per documentare l’evento: questo è sola cornice in cui inserire il quadro delle lieta brigata che racconta le sue storie. E neppure si prefigge intenti didascalici, come se volesse educare una società che è allo sbando completo. Egli ha il solo scopo di allietare, proprio nel momento in cui non c’è motivo alcuno per godere, nella speranza che egli ne possa trarre vantaggi di natura economica e così tornare alla bella vita d’un tempo. E sembra quasi fuori posto il brano in cui descrive il propagarsi del morbo con tutti i suoi effetti devastatori. In realtà il quadro fortemente drammatico è la cornice da cui parte il percorso salvifico che l’uomo deve fare, per superare non solo i mali del momento, ma anche quelli ricorrenti nella storia umana. C’è chi vi riconosce quasi una prosecuzione della “Comoedìa” dantesca, perché anche qui l’uomo è come smarrito in una “selva oscura”, rappresentata dalla peste nera. E perciò ha bisogno di uscire dall’Inferno per salire, purificandosi sulla montagna del Purgatorio, fino ad elevarsi nel Paradiso di un vivere più spensierato, come quello sperimentato dalla bella brigata di giovani che si ritrovano nel contado, per sfuggire ai miasmi di un’aria morta, come quella pestilenziale. Leggi tutto “Boccaccio e la peste di Firenze”

FEDOR DOSTOEVSKIJ: L’ANIMA RUSSA E L’EREDITA’ SPIRITUALE.

INTRODUZIONE

La celebrazione del bicentenario della nascita di Dostoevskij è l’occasione per cercare di conoscere meglio questa figura, indubbiamente grande nel mondo della narrativa ottocentesca, e non solo, e soprattutto appassionante, anche a risultare inquietante e difficile da seguire nei suoi libri. Capita spesso che alcuni estimatori e chi si avventura nelle sue storie si trovino in difficoltà a proseguire la lettura, quando ormai ci si è inoltrati. Non è immediatamente capace di attirare, se non per certe situazioni che possono suscitare a volte l’orrore e a volte l’interesse per le questioni che vi stanno sottese. E tuttavia, quando uno è in grado di superare una certa soglia, poi i suoi racconti avvincono, anche a doversi trovare in una specie di vortice. Ci si rende conto inoltre che ben al di là della lettura sociologica o psicanalitica che spesso si pensa di fare con i suoi romanzi, qui abbiamo la possibilità di cogliere, almeno in parte, quale possa essere l’anima del popolo russo, che egli tenta di scavare e di far venire allo scoperto. Si tratta di un mondo, quello della Russia, che ci affascina e nello stesso tempo ci lascia come disorientati, perché è un Paese, che, pur a considerarlo, per la geografia, appartenente all’Europa, non risulta omologabile a quello degli altri popoli del continente, come se la contaminazione con il grande mondo siberiano, facesse gravitare questa gente dentro una realtà, che è grande e infinita, come lo è lo spazio geografico di quell’immenso territorio. Alle prese con la costruzione dell’Europa, che già fatica a riconoscersi dentro realtà molto diverse, non possiamo escludere da essa la cosiddetta “Santa Russia”, che tanta parte ha avuto e continuerà a conservare con il mondo europeo, anche se oggi, a livello politico, sentiamo che essa vuole far parte “per se stessa”. Se vogliamo comprendere l’anima profonda della Russia non possiamo non passare da Dostoevskij, soprattutto considerando il suo discorso su Puškin (1799-1837), tenuto l’8 giugno 1880, nel quale egli riconosce colui che ha forgiato l’anima russa liberandola dalle contaminazioni del mondo occidentale, da cui provenivano quelle ideologie divenute “I Demoni”, dissacratori e distruttori.

Dostoevskij considera i Russi come il “popolo portatore di Dio”, l’“unico popolo portatore di Dio”. Ma una simile coscienza messianica non può essere ritenuta un segno di umiltà. In essa insorge l’antico orgoglio e l’alta coscienza di sé del popolo ebraico. (Berdjaev, p. 123)

L’ANIMA RUSSA

Missione salvifica della Russia

Tenuto conto che siamo nell’Ottocento, a noi potrebbe sembrare che una simile rivendicazione suoni come patriottismo o come indice di nazionalismo. Eppure in Russia non risulta che si dovesse rivendicare qualcosa del genere, anche perché l’impero appariva piuttosto un insieme di nazionalità e, comunque, quella russa avvertiva un suo ruolo “salvifico” nei confronti degli altri popoli, i quali sembravano riconoscere questa sorta di missione. Si potrebbe pure aggiungere che qualcuno si immaginava anche di vedere la Russia in questa stessa missione proposta fuori dei suoi confini e rivolta alla stessa Europa, che stava smarrendo la sua “anima”, inseguendo la rivoluzione tecnologica e con essa il miraggio di un arricchimento senza limiti. Proprio da questo mondo “senz’anima” provenivano, secondo lui, quei demoni che stavano corrompendo la Russia e stavano rovinando la sua gioventù, attratta da queste ideologie corrotte e corruttrici. Così il suo lavoro di scrittore, con i suoi racconti “accattivanti”, doveva servire a suscitare attenzione e riflessione, ben oltre i letterati, gli studiosi, i filosofi e i cultori di ideologie. E si riprometteva di raggiungere anche il mondo occidentale, dove i romanzi ottocenteschi, un po’ ovunque, avevano una particolare presa. Questo succedeva quando i romanzi partivano dalle figure che non erano più gli eroi mitici, ma risultavano appartenenti alla gente comune, e nello stesso tempo andavano a descrivere realisticamente il mondo che era socialmente ai margini, e che nei romanzi di Dostoevskij apparirà come il mondo del “sottosuolo”. Voleva così scuotere anche il mondo europeo? Certamente ne sapeva qualcosa, anche per i suoi viaggi, durevoli nel tempo, e vissuti con la curiosità propria di un narratore tutto dedito alla realtà desunta dalla cronaca. Naturalmente si era fatta una sua idea dell’Europa nel suo insieme. Leggi tutto “FEDOR DOSTOEVSKIJ: L’ANIMA RUSSA E L’EREDITA’ SPIRITUALE.”

FEDOR DOSTOEVSKIJ . IL VOLTO SPIRITUALE DELLO SCRITTORE E IL “GRANDE INQUISITORE”

INTRODUZIONE

Religione come spiritualità

Entrare nell’ambito religioso, sia della vita sia delle opere di Dostoevskij, è addentrarsi in un mondo che per l’autore è essenziale ed esistenziale. Non è una religiosità chiara, sicura, adamantina: trattandosi di una ricerca, mai conclusa, essa appare con tutti i dubbi e con tutte i chiaro-oscuri di una materia, che avverte decisiva e nello stesso tempo mai sicuramente decisa. Per il fatto che il suo orizzonte storico e geografico è quello della Russia, è predominante una religiosità che trova le sue forme espressive nell’ortodossia. Ma il suo orizzonte non si limita lì, perché la sua religiosità viene da una profonda esigenza spirituale. E il tema religioso dipende dalle domande fondamentali a proposito della vita: sono le domande che attengono alla cosiddette “cose ultime”. E così le questioni di fondo sono quelle del destino dell’uomo e del suo vivere, il destino che ha il mondo, non solo come realtà naturale, e, più in là, addirittura, il destino di Dio. Poi, di fatto, la riflessione circa quei mali che si identificano con i demoni, legati alle idee provenienti dall’Europa, porta a considerare la necessità di una autentica rivoluzione, quella, naturalmente, dello spirito!

Dostoevskij ha indagato sino in fondo lo spirito rivoluzionario. Il destino storico della Russia ha giustificato le intuizioni di Dostoevskij per il quale la rivoluzione si è compiuta in considerevole misura. E per quanto essa sembri distruttiva e rovinosa per il paese, tuttavia deve essere riconosciuta per russa e tradizionale. L’auto distruzione è un tratto endemico. Tale costituzione della nostra anima nazionale ha aiutato Dostoevskij ad approfondire le cose dell’anima sino alla spiritualità, a uscire dai limiti della mediocrità dell’anima e a scoprire lontananze e profondità spirituali. (Berdajaev, p. 11)

Per una religiosità di popolo

Questo genere di analisi, fatta da Berdjaev a ridosso della rivoluzione ormai in atto, fa capire che la componente spirituale in Russia è stata di fatto sospesa, per una visione “religiosa” – quella messa in atto dai rivoluzionari – che non ha niente a che fare con la tradizione, perché la religione tradizionale viene combattuta come espressione della reazione e della controrivoluzione: essa si oppone non solo al cambiamento delle strutture e delle sovrastrutture, ma all’avvento del “sol dell’avvenire” identificato con il potere al popolo, che è di fatto “potere ai soviet del popolo”. L’indicazione data da Dostoevskij per il recupero della vera anima della Russia è stata disattesa, anche perché non è facile capire che cosa voglia di fatto suggerire lo scrittore con i suoi racconti. La religione di cui egli parla non si identifica di fatto con le forme tradizionali, e nello stesso tempo la religiosità “popolare” non appare sufficientemente elaborata e chiarita, se quanto noi scopriamo messo in bocca ai suoi personaggi risulta più un apparato di idee, che sono ben lungi da essere quelle sulla bocca e nella mente della gente comune, a cui egli fa appello.

Indubbiamente Dostoevskij ha come obiettivo il recupero della componente spirituale, che certamente è nel suo profondo coerente con l’eredità cristiana. Non si potrebbe comprendere pienamente il pensiero dello scrittore senza far riferimento al Cristianesimo e a ciò che di spirituale esso comunica, ben oltre le forme istituzionali e devozionali, ben oltre le forme dottrinarie e morali. Andare oltre qui significa che il suo è un cristianesimo visionario, costruito sulle immagini che egli ha e che egli dà mediante i racconti, spesso scaturenti dai personaggi dello stesso romanzo. Costoro si mettono a raccontare la loro “visione” di Dio, di Cristo, del tipo di mondo che essi vorrebbero vedere sempre ben oltre ciò che la storia o la realtà ci offre. Questo suo Cristianesimo visionario, fatto di immagini e di racconti, è indubbiamente molto suggestivo e nello stesso tempo molto sfuggente: attrae e seduce per la forza espressiva che esso ha, quasi un teatro dentro il teatro della vita, e nello stesso tempo crea forme di disorientamento, perché si fatica a trovare nel racconto qualcosa di ben definito circa la proposta di vita che andrebbe assunta fuori del racconto, quando poi si entra nella vita vissuta. Leggi tutto “FEDOR DOSTOEVSKIJ . IL VOLTO SPIRITUALE DELLO SCRITTORE E IL “GRANDE INQUISITORE””

FEDOR DOSTOEVSKIJ: Il male di vivere nell’individuo e nella società russa.

FEDOR DOSTOEVSKIJ nel 1876

INTRODUZIONE

La questione del male continua

Sempre e solo il male. Ciò che domina nella vita e nelle opere di Dostoevskij è il male. E tuttavia non è qualcosa di disperato e di disperante. Si potrebbe dire però che esso diventa ossessivo, anche perché tra l’epilessia che lo assale frequentemente, il demone del gioco che lo prende e lo seduce senza scampo, e la necessità di sfuggire ai creditori e agli editori, egli si sente attanagliato e sempre più avvinto. Se rifugge dall’idea che il male debba essere cercato e trovato in un sistema che corrompe, che annienta, che tritura, volendo addossare le colpe e le responsabilità del proprio male a chi attorno appare irretito in ideologie perverse e pervertitrici, non può comunque negare che siano in corso in Europa e in Russia delle trasformazioni che hanno in sé il germe della rovina.

I mali nell’ambito familiare

Ma le sue ossessioni non vengono solo dal sottosuolo di un mondo in ebollizione, perché la società, sempre inquieta, è alla ricerca di un equilibrio, mai totalmente raggiunto. C’è pure un sottosuolo che gli appartiene, che è il suo stesso vivere contrassegnato da una serie di vicende con le quali è messo a dura prova chiunque, in modo particolare lui, già toccato da esperienze al di là di ogni limite immaginabile.

Al principio del 1865, Dostoevskij scorgeva attorno a sé soltanto morte, deserto e fantasmi. Il 15 aprile del 1864 era morta la prima moglie, di tisi, dopo una lenta agonia. Negli ultimi mesi di vita, mentre nella stanza accanto il marito modulava la voce grottesca e furibonda dell’“uomo del sottosuolo”, Mar’ja Dmitrievna sputava sangue. La morte tornò presto a visitare Dostoevskij. Nel luglio dello stesso 1864, scomparve suo fratello Michail, il più amato, in-sieme al quale aveva pubblicato due riviste, “Il tempo” ed “Epoca”. Dostoevskij rimase sconvolto della nuova perdita. “Letteralmente non m’era rimasto nulla per cui vivere” scrisse più tardi. “Stringere nuovi legami, creare una nuova vita! Mi ripugnava anche il solo pensarci. E per la prima volta sentii che non c’era nulla con cui sostituirli, che al mondo amavo soltanto loro, e che un nuovo amore non si può avere e neppure si deve averlo. Tutto, intorno a me, fu freddo e deserto”. Morendo, Michail aveva lasciato quindicimila rubli di debiti. Dostoevskij si impegnò a pagarli, e a mantenere la vedova del fratello con quattro figli, l’amante del fratello con un figlio, un altro fratello alcolizzato, e il figlio della prima moglie, Pasa, insolente e presuntuoso, che divideva il suo appartamento di Pietroburgo. (Citati, p. 281) Leggi tutto “FEDOR DOSTOEVSKIJ: Il male di vivere nell’individuo e nella società russa.”

Dostoevskij: una vita segnata dalla malattia, dal dolore, dal male, dalla morte

INTRODUZIONE

Le diverse letture dello scrittore

Il II centenario della nascita di Dostoevskij è un’occasione per cercare di comprendere meglio lo scrittore difficilmente catalogabile con gli schemi di certa storia della letteratura. È anche l’occasione per rileggere testi, indubbiamente non facili, che, data la complessità delle vicende e soprattutto dei personaggi che vi si trovano, con tutti i loro tormenti interiori, possono disorientare chi vi si accosta senza una appropriata introduzione. C’è chi vi trova la vena autobiografica, che, senza alcun dubbio, permea molte pagine di quest’uomo, tanto inquieto e tanto toccato dal dolore, dal male, dallo stesso azzardo che lui ha conosciuto a partire dalla frenesia del gioco. C’è chi vi legge il tormentato ottenebramento, a cui va incontro un’Europa avviata ad un progresso industriale con l’illusione, coltivata, di poter godere del benessere, mentre invece essa scivola inevitabilmente verso una catastrofe, poi dilagata nelle tragedie del Novecento. C’è chi vi legge la ricerca spasmodica di una salvezza, tanto desiderata e nel contempo così difficilmente perseguita, mentre, con i contorcimenti psicologici che muovono verso la follia, imperversa una specie di “cupio dissolvi”, derivata dalla perdita della spiritualità, quella cristiana, a cui egli punta decisamente come la sola fonte di autentico rinnovamento.

Il pensiero dello scrittore: il senso della vita in mezzo al male

Non è facile seguire il suo pensiero, anche perché egli propriamente non è un filosofo, per quanto appaia sottesa, nei suoi testi, una certa filosofia della vita. E non è neppure un pedagogista o uno psicologo che si premura di scandagliare l’animo umano, soprattutto quando è in formazione, perché possa crescere secondo criteri ragionevoli, se non sono di fatto razionali. Egli è principalmente uno scrittore di romanzi, avendo trovato questa vena espressiva non solo come fonte di guadagno per vivere, ma come la sola modalità per lui di comprendere e spiegare il suo vissuto, estremamente tormentato, anche da una serie di circostanze drammatiche che hanno segnato la sua esistenza. Ciò che racconta sono indubbiamente vicende umane che lo sfiorano, se non altro perché molti dei suoi personaggi vivono qualcosa che appartiene alla sua stessa esistenza e riflettono mali e tormenti che lo toccano: chi ben conosce quanto egli ha vissuto, non fatica a trovare molti elementi autobiografici. E tuttavia, come succede a tanti scrittori, le sue storie sono pur sempre vicende umane, scandagliate soprattutto nel tormento interiore. Esse riflettono il parto travagliato di un umanesimo, soprattutto russo, che era in corso, in un mondo da troppo tempo in letargo e vorticosamente avviato a trasformazioni se-gnate poi dalla tragedia. Per quanto egli rifletta il mondo russo, di cui è figlio, e di cui, soprattutto, è espressione, tutto quello che scrive a proposito dell’uomo travalica comunque quel particolare mondo, e, per tanti versi, anche la sua epoca, così travagliata e sottoposta a cambiamenti, come sempre succede, non facilmente gestiti e soprattutto gestibili. Leggi tutto “Dostoevskij: una vita segnata dalla malattia, dal dolore, dal male, dalla morte”

DANTE “S’INDÌA” E “S’ETTERNA”- IL COMPIMENTO DELLA VITA E DEL POEMA

LECTURA DANTIS IN LIMINE VITAE

La celebrazione centenaria in corso deve far pensare soprattutto alla morte di Dante. È indubbiamente un evento doloroso, e, certamente, anche inaspettato, se non altro perché avviene quando il poeta, ormai famoso per la sua grande opera, avrebbe potuto godere forse qualcosa di questa sua fama. Se il cammino era posto “nel mezzo” a 35 anni, e questi suoi anni cadevano mirabilmente nel 1300, anno giubilare, ma soprattutto anno carico nei simbolismi numerici del suo totale riferimento a Dio, la vita sua si sarebbe dovuta compiere a 70 anni. Ed invece Dante sparisce a 56 anni con un tracollo che avviene in poco tempo, senza che ci siano avvisaglie. Ma questo suo inabissarsi nella morte, che tutto vorrebbe assorbire e sfiorire, diventa in realtà l’ingresso in un mondo che gli dà giustamente fama ed eternità. È quello che lui stesso avverte di meritare, pur in mezzo all’amarezza di un esilio che diventa di giorno in giorno sempre più duro e senza sbocchi. Mentre la sua situazione di esiliato si incancrenisce e addirittura si fa senza speranza con la condanna a morte, non solo sua, ma anche dei figli, dopo la battaglia di Montecatini (1315), oltre a cercare la sua pace fra chi lo ammira e lo desidera, si dedica con tutte le sue forze ad ultimare la grande opera, ormai salendo sempre più fino all’ultimo cielo. C’è dunque anche in questo suo cammino come un’aspirazione alla pace eterna, senza per questo che egli si possa augurare la morte o possa cercarla. Semmai è a Firenze che si insiste nel volere la condanna alla pena capitale. Egli piuttosto aspira al riconoscimento pubblico della sua grandezza di poeta e forse anche per questo cerca chi lo possa comprendere e sostenere in questa sua aspirazione, accogliendo l’invito del Signore di Ravenna, che ha pure interessi e sensibilità per la poesia.

Dante esprime con chiarezza di essere consapevole che la sua opera gli possa meritare il “cappello” di poeta, e si augura sempre che la sua incoronazione avvenga a Firenze …

Se mai continga che ’l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

sì che m’ha fatto per molti anni macro, Leggi tutto “DANTE “S’INDÌA” E “S’ETTERNA”- IL COMPIMENTO DELLA VITA E DEL POEMA”