S. Clemente: l’autorità di Roma e la fraternità tra le chiese.

S. Clemente nella chiesa di Santa Sofia a Kiev

PREMESSA:

NELL’EPOCA POSTAPOSTOLICA

E LA SITUAZIONE A CORINTO

Fra gli scritti dei primi anni dopo la redazione dei testi neotestamentari (vangeli e lettere apostoliche), spiccano alcuni, che al loro primo apparire vengono catalogati come testi ispirati, e quindi parte integrante del “canone biblico”. Poi però, anche ad essere sempre ben valutati, e a farvi ricorso nelle circostanze che presentano i medesimi problemi, non dovunque sono inscritti nell’insieme dei libri biblici, e di fatto in poco tempo si troverà estromesso da essi. Uno fra i documenti meglio apprezzati e circondati da stima e onore, è la lettera scritta da Clemente, che è il quarto vescovo di Roma, e che assume un rilievo non indifferente nella Chiesa di allora, grazie a questo scritto. Si tratta di una missiva per i cristiani di Corinto, dove continuavano le divisioni già documentate nella prima lettera di S. Paolo ai cristiani di quella città. Siamo comunque a 40 anni circa dal testo paolino; e quindi le persone a cui Clemente si rivolge sono altre; ma il problema persiste, segno di una comunità segnata da questo male, ben radicato. L’apostolo, fin dalle prime battute della sua lettera tocca l’argomento, rilevando la presenza di “partiti”, cioè di gruppi che facevano riferimento all’appartenenza a qualche figura carismatica. Non sembra che ci siano forme di eresie, e quindi di dottrine varie e contrapposte; prevale invece quel tipo di personalismo che non favorisce affatto la familiarità e la fraternità.

1Corinzi, 1,10-12

Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo, io invece sono di Apollo, io invece di Cefa, e io di Cristo.

Se anni dopo – siamo alla fine del I secolo – il medesimo clima affiora, vuol dire che un simile malessere è radicato: non basta più la lettera di Paolo, che pur si dovrebbe ritenere un intervento autorevole e da considerarsi indiscutibile; occorre che la figura di spicco in quel periodo prenda posizione, aggiornando la lettura della questione.

Paolo ormai è morto da anni: egli scrive la lettera verso il 58, e scompare dalla scena nel 67, all’epoca delle persecuzioni di Nerone. Corinto era una delle comunità in cui aveva dato il meglio di sé, anche in un periodo particolarmente delicato della sua esistenza. Era arrivato qui, attorno al 49 da Atene, dopo il flop del discorso tenuto all’Areopago, e si era ripreso con l’intervento salutare della coppia, Aquila e Priscilla, che aveva voluto con sé alla ripresa dei suoi viaggi. Poi, però, aveva inviato i suoi ispettori, gli  (= episcopoi, cioè gli ispettori), con l’incarico di sorvegliare l’andamento della comunità. E, non bastando quello che avevano fatto i collaboratori, aveva inviato due lettere, dalle quali era nata una certa corrispondenza. Nella prima, oltre al tema della divisione nella comunità, legata ai personalismi, Paolo affronta diverse questioni, in relazione al fatto che la comunità rivelava in tanti ambiti divergenze che potevano dare adito a spaccature. Anche la questione dell’Eucaristia, per la quale l’apostolo dà il suo primo racconto di ciò che era successo nell’ultima cena, veniva affrontata, perché di fatto non avveniva secondo le ragioni espresse dal Maestro al momento della sua istituzione. L’apostolo rileva che il ritrovo eucaristico aveva perso le sue motivazioni profonde, perché avveniva in un contesto litigioso, o comunque ben poco fraterno, se cia-scuno faceva quel che voleva. In questo modo la comunione, significata dal pane che si mangiava insieme, non era più garantita e prevaleva l’indegnità a presentarsi alla tavola comune.

1Corinzi 11,17-22

Mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi, perché vi riunite insieme non per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!

Come mai vi erano queste divisioni e queste venivano ritenute parti-colarmente gravi sia con Paolo, sia con Clemente? Si potrebbe dire che qui c’è una sorta di “difetto di fabbrica”: Corinto è “un porto di mare”, anche piuttosto importante e frequentato, e la gente che vi soggiornava appariva piuttosto raccogliticcia, provenendo un po’ da ogni dove e risultava in tal modo instabile.

Quindi era facile che anche tra i fedeli della nuova religione potessero annidarsi tipi poco raccomandabili. Del resto la lettera di Paolo segnala un peccato grave da giustificare il suo intervento piuttosto duro: uno vive “more uxorio” con la moglie di suo padre, relazione sgradita e biasimevole anche per chi non è cristiano e inaccettabile per chi lo è, e avverte la cosa come uno scandalo vergognoso.

1Corinzi 5,1-5

Si sente dovunque parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra i pagani, al punto che uno convive con la moglie di suo padre. E voi vi gonfiate di orgoglio, piuttosto che esserne afflitti in modo che venga escluso di mezzo a voi colui che ha compiuto un’azione simile!  Ebbene, io, assente con il corpo ma presente con lo spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha compiuto tale azione. Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati voi e il mio spirito insieme alla potenza del Signore nostro Gesù,  questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore.

Siamo dunque in presenza di una comunità dove le divisioni non succedono solo sulla base di questioni dottrinali, come sempre più spesso avviene alla fine del I secolo, e quindi negli anni del pontificato di Clemente. C’è piuttosto quel genere di contenzioso che mette gli uni contro gli altri, nel desiderio di prevalere e nella prospettiva di esercitare appropriazioni indebite, soprattutto nei rapporti personali: questi erano sempre più deteriorati perché prevalevano interessi privati, e di conseguenza esplodevano le forme possessive a danno di altri. Se una simile concezione di vita serpeggia anche fra i cristiani, allora la dottrina stessa è in pericolo, perché si viene meno all’essenziale del Vangelo, che raccomanda apertura agli altri, senso di fraternità, dono vicendevole … Di solito, nell’analisi dei problemi presenti fra i cristiani in questo periodo, si tende ad insistere sul proliferare di dottrine eretiche, legate a deviazioni dalla proposta evangelica che appare molto esigente. Già nei testi neotestamentari dilagano le raccomandazioni a non lasciarsi ingannare da dottrine inconsistenti e fuorvianti, che un po’ dovunque si formano e si diffondono. Questo capita già negli anni in cui sono ancora viventi e operanti gli apostoli: a loro ci si rivolge per avere la garanzia che la Chiesa nel suo insieme non defletta dal Maestro e si mantenga fedele a lui. Quando però essi scompaiono, e in particolare non ci sono più né Pietro né Paolo, uccisi nella bufera neroniana, occorre trovare un ceto dirigente in grado di figurare credibile e autorevole con tutti, anche nelle comunità più dissite.

Nei suoi viaggi Paolo aveva legato a sé le diverse comunità create o incontrate, e, sia mediante lettere, sia mediante gli ispettori da lui inviati, come Timoteo e Tito, aveva tenuto sotto controllo gruppi diversi. Alla fine del I secolo, ultimo fra gli apostoli, rimaneva Giovanni, piuttosto avanti negli anni, secondo tradizioni diffuse sul suo conto. Già a lui ci si era rivolti in mezzo alla stessa persecuzione in cui è implicato Clemente, perché sostenesse le comunità frastornate da una situazione pesante; e lui aveva risposto con l’Apocalisse, una visione del cammino della Chiesa in mezzo ai mostri che la vogliono insidiare, per cui è necessario “togliere la coltre di male” e vedere sotto il disegno di Dio sempre “in fieri”. Il passaggio all’età successiva, post-apostolica, richiedeva la presenza di personaggi autorevoli e tali da risultare accetti anche oltre il proprio territorio. Il caso di Clemente emerge in un simile contesto: egli non è prestigioso solo perché si presenta come vescovo di Roma, e quindi successore di Pietro, ma perché, intervenendo con la sua lettera nei confronti di una comunità instabile e litigiosa, si rivela un punto di riferimento, accettato unanimemente, anche fuori della sua Chiesa. Con lui non abbiamo ancora il “Papa” come lo intendiamo oggi, ma qualcosa del genere sta emergendo: del resto, anche oltre Corinto, questa lettera viene conosciuta e apprezzata. Troviamo per la prima volta che il vescovo di Roma viene consultato e ricercato come riferimento per garantire l’unità alla Chiesa stessa. Così il suo messaggio viene accettato, condiviso e seguito. Ovviamen-te è un testo meritevole, e tale da dar lustro allo scrivente. Nello stesso tempo si inizia a riconoscere che il Papa può essere fatto intervenire per diverse questioni, e così avverrà sempre più già nel II secolo. Non sempre la consultazione del Papa porta alla soluzione del problema messo sul tappeto e alla formulazione di una linea condivisa. Fra Papa Aniceto (155-166) e il vescovo di Smirne, Policarpo (69-155), viene discussa la data della Pasqua, ma non si raggiunge l’intesa; e tuttavia è Policarpo a consultare il Papa. Così l’intervento di Clemente fa riconoscere che in presenza di questioni dibattute e controverse, il referente da consultare è ormai sempre più chiaramente il vescovo di Roma. E Clemente assume un ruolo significativo.

CLEMENTE

Stupisce il fatto che, in presenza di un testo sicuro sotto il profilo storico e di notevole importanza per il contenuto, non siano allo stesso modo sicure le notizie circa il personaggio, sul quale si possono fare alcune congetture e trovare testi di contenuto leggendario. Un personaggio di nome Clemente è citato da Paolo nella lettera ai Filippesi, ma non è possibile che si possa risalire a lui.

Filippesi 4,1-3

Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi! Esorto Evòdia ed esorto anche Sìntiche ad andare d’accordo nel Signore. E prego anche te, mio fedele cooperatore, di aiutarle, perché hanno combattuto per il Vangelo insieme con me, con Clemente e con altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita.

C’è chi sostiene che da parte di Pietro gli siano state imposte le mani per divenire vescovo. Se così è, si deve pensare che fosse di Roma, o comunque che abitasse lì. Sulla base di questa supposizione qualcuno lo identifica con un personaggio influente di nome Clemente, che appartiene alla gens Flavia, dominatrice della scena sul finire del I secolo. Il capostipite della famiglia “Flavia” in quel periodo è Vespasiano (69-79), divenuto imperatore, dopo aver fatto la sua carriera come un funzionario scrupo-loso e come un generale rigoroso, capace di imporsi nell’anno dell’anar-chia totale, successiva alla morte di Nerone (68). Già i due figli che gli succedono rivelano la presenza di squilibri: Tito (79-81) non ebbe modo di farli esplodere perché morì presto; Domiziano (81-96) invece, dopo anni di un governo dispotico, fu tolto di mezzo in una congiura. Proprio costui avrebbe eliminato il rivale, appartenente alla medesima famiglia e che portava il nome di Clemente. Si è pure ipotizzato che coincidesse con il Papa, avendo lo stesso nome. Ma di fatto non è così. Del resto Papa Clemente forse è morto in esilio, e la segnalazione di un culto diffuso in Crimea e in Ucraina, avvalora questa tesi. Per questo motivo, essendo lon-tano da Roma, e impossibilitato ad esercitare la sua carica, si ritiene che abbia dato le dimissioni e sia morto lontano dall’Urbe, senza finire martire. Qui interessa il testo della lettera la cui paternità è certa.

PRIMA LETTERA AI CORINZI

DI CLEMENTE

Anche ad essere di un autore originario di Roma, che comunque non si cita con il suo nome, la lettera è redatta in lingua greca, anche perché è riservata ad una comunità di quel mondo. Chi scrive ricorre al “noi”, anche perché rappresenta l’insieme della Chiesa che risiede a Roma, e si rivolge analogamente ad una Chiesa sorella che risiede a Corinto. Vi si respira un autentico senso di fraternità, nonostante l’intervento sia stato richiesto per dirimere le divisioni presenti. Per i riferimenti al martirio di Pietro e di Paolo e di altri esponenti della Chiesa e per il clima persecutorio che ancora aleggia a Roma si deve pensare che questa lettera sia proprio degli ultimi anni del secolo, e riflette il medesimo clima di persecuzione che si avverte nell’Apocalisse di Giovanni, che potrebbe essere coeva. La persecuzione a cui si fa riferimento è quella prodotta da Domiziano, già indotto in modo maniacale a colpire diverse credenze religiose, mentre lui si avviava al riconoscimento di sé come “Dominus et Deus”.

La Chiesa di Dio che è a Roma alla Chiesa di Dio che è a Corinto, agli eletti santificati nella volontà di Dio per nostro Signore Gesù Cristo. Siano abbondanti in voi la grazia e la pace di Dio onnipotente mediante Gesù Cristo. Per le improvvise disgrazie e avversità capitatevi l’una dietro l’altra, o fratelli, crediamo di aver fatto troppo tardi attenzione alle cose che si discutono da voi, carissimi, all’empia e disgraziata sedizione aberrante ed estranea agli eletti di Dio. Pochi sconsiderati e arroganti l’accesero, giungendo a tal punto di pazzia che il vostro venerabile nome, celebre e amato da tutti gli uomini, è fortemente compromesso. Chi, fermandosi da voi, non ebbe a riconoscere la vostra fede salda e adorna di ogni virtù? Ad ammirare la vostra pietà cosciente ed amabile in Cristo? Ad esaltare la vostra generosa pratica dell’ospitalità? A felicitarsi della vostra scienza perfetta e sicura? Facevate ogni cosa, senza eccezione di persona, e camminavate secondo le leggi del Signore, soggetti ai vostri capi e tributando l’onore dovuto ai vostri anziani. Esortavate i giovani a pensare cose moderate e degne. Raccomandavate alle donne di compiere tutto con coscienza piena, dignitosa e pura, amando sinceramente, come conviene, i loro mariti; insegnavate a ben accudire alla casa, attenendosi alla norma della sottomissione e ad essere assai prudenti. Tutti eravate umili e senza vanagloria, volendo più ubbidire che comandare, più dare con slancio che ricevere. Con-tenti degli aiuti di Cristo nel viaggio e meditando le sue parole, le tenevate nel profondo dell’animo, e le sue sofferenze erano davanti ai vostri occhi. Così una pace profonda e splendida era data a tutti e un desiderio senza fine di operare il bene e una effusione piena di Spirito Santo era avvenuta su tutti. Colmi di volontà santa nel sano desiderio e con pietà fiduciosa, tendevate le mani verso Dio onnipotente, supplicandolo di essere misericordioso se in qualche cosa, senza volerlo, avevate peccato. Giorno e notte per tutta la vostra comunità vi adoperavate a salvare con pietà e coscienza il numero dei suoi eletti. Gli uni verso gli altri eravate sinceri, semplici e senza rancori. Ogni sedizione ed ogni scisma era per voi orribile. Vi affliggevate per le disgrazie del prossimo e ritenevate le sue mancanze come vostre. Senza pentirvi mai di ogni buona azione, eravate pronti ad ogni opera di bene. Ornati di una condotta virtuosa e venerata, compivate ogni cosa nel timore di Lui: i comandamenti e i precetti del Signore erano scritti nella larghezza del vostro cuore. Ogni onore e abbondanza vi erano stati concessi e si era compiuto ciò che fu scritto: “Il diletto mangiò e bevve, si fece largo e si ingrassò e recalcitrò”. Di qui gelosia e invidia, contesa e sedizione, persecuzione e disordine, guerra e prigionia.

Così si ribellarono i disonorati contro gli stimati, gli oscuri contro gli illustri, i dissennati contro i saggi, i giovani contro i vecchi. Per questo si sono allontanate la giustizia e la pace, in quanto ognuno ha abbandonato il timore di Dio ed ha oscurato la sua fede; non cammina secondo i comandamenti divini, non si comporta come conviene a Cristo, ma procede secondo le passioni del suo cuore malvagio, in preda alla gelosia ingiusta ed empia attraverso la quale anche “la morte venne nel mondo”. (I-III)

Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. Prendiamo i buoni apostoli. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’oriente e nell’occidente, ebbe la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. (V)

Già nell’avvio di questa lunga lettera è posta la questione che giustifica un simile intervento: c’è la divisione rovinosa e si suggerisce di seguire l’esempio di coloro che hanno superato il male attraverso il martirio. Poi l’autore, con una serie di citazioni bibliche e di esempi desunti dalla Scrittura, insiste sulla necessità di salvaguardare l’unità, mediante l’umiltà, lo spirito di servizio: proprio le persone dedite al sacrificio sono coloro che devono essere considerate degne di imitazione. Tra i capi c’è sempre il rischio di trovare chi cerca il proprio interesse: di qui la necessità di una scelta giusta e di una formazione adeguata.

I nostri apostoli conoscevano da parte del Signore Gesù Cristo che ci sarebbe stata contesa sulla carica episcopale. Per questo motivo, prevedendo esattamente l’avvenire, istituirono quelli che abbiamo detto prima e poi diedero ordine che alla loro morte succedessero nel ministero altri uomini provati. Quelli che furono stabiliti dagli Apostoli o dopo da altri illustri uomini con il consenso di tutta la Chiesa, che avevano servito rettamente il gregge di Cristo con umiltà, calma e gentilezza, e che hanno avuto testimonianza da tutti e per molto tempo, li riteniamo che non siano allontanati dal ministero.

Sarebbe per noi colpa non lieve se esonerassimo dall’episcopato quelli che hanno portato le offerte in maniera ineccepibile e santa. Beati i presbiteri che, percorrendo il loro cammino, hanno avuto una fine fruttuosa e perfetta! Essi non hanno temuto che qualcuno li avesse allontanati dal posto loro stabilito. Noi vediamo che avete rimosso alcuni, nonostante la loro ottima condotta, dal ministero esercitato senza reprensione e con onore. (XLIV)

Qui è affrontato il tema della successione apostolica, che risulta essere l’argomento principale di questa lettera, scritta nell’intento di verificare questo passaggio ormai in atto un po’ dovunque nella Chiesa. Probabilmente anche l’autore, che è a capo della Chiesa madre di Roma, ha riscontrato non pochi problemi circa questo passaggio, se si deve dare peso alla notizia che abbiamo circa la sua consacrazione a vescovo di Roma come successore di Pietro, senza che poi, alla morte di costui, gli subentrasse nel ministero. Tra lui e l’apostolo, di fatto, ci sono di mezzo altre figure che sono prevalse e che lui non avrebbe ostacolato nel diventare vescovi di Roma per conservare la pace nella Chiesa. Questo è comunque il segnale che ci possono essere state, se non delle divisioni, almeno dei contrasti in relazione a chi poteva essere considerato più degno della successione o come l’erede designato dallo stesso Pietro. In effetti i passaggi fra una autorità e l’altra sono sempre delicati, un po’ ovunque; e anche nella Chiesa si richiede che vengano individuati criteri piuttosto chiari per garantire una successione condivisa da tutti. Le parole qui usate ri-flettono comunque una situazione che non si è rivelata facile, soprattutto se alcune persone – come potrebbe essere per lo stesso Clemente – sono state ostacolate, nonostante avessero i requisiti richiesti. E questo vale anche a Corinto: forse è questa la ragione più importante perché il vescovo di Roma intervenga nelle tensioni in atto. Di qui l’accorato appello all’u-nità sulla base dell’appartenenza all’unico Dio e all’unico Cristo. Già dai primi tempi della Chiesa, dunque, le contese si fanno sentire e i richiami all’unità non si contano.

Perché tra voi contese, ire, dissensi, scismi e guerra? Non abbiamo un solo Dio, un solo Cristo e un solo spirito di grazia effuso su di noi e una sola vocazione in Cristo? Perché strappiamo e laceriamo le membra di Cristo e insorgiamo contro il nostro corpo giungendo a tanta pazzia da dimenticarci che siamo membra gli uni degli altri? Ricordatevi delle parole di Gesù e nostro Signore.

Disse, infatti: “Guai a quell’uomo; sarebbe stato meglio che non fosse nato, piuttosto che scandalizzare uno dei miei eletti. Meglio per lui che gli fosse stata attaccata una macina e fosse stato gettato nel mare, piuttosto che pervertire uno del miei eletti”. Il vostro scisma ha sconvolto molti e molti gettato nello scoraggiamento, molti nel dubbio, tutti noi nel dolore. Il vostro dissidio è continuo. Prendete la lettera del beato Paolo apostolo. Che cosa vi scrisse all’inizio della sua evangelizzazione? Sotto l’ispirazione dello Spirito vi scrisse di sé, di Cefa, e di Apollo per aver voi allora formato dei partiti. Ma quella divisione portò una colpa minore. Parteggiavate per apostoli che avevano ricevuto testimonianza e per un uomo (Apollo) stimato da loro. Ora, invece, considerate chi vi ha pervertito e ha menomato la venerazione della vostra rinomata carità fraterna. E’ turpe, carissimi, assai turpe e indegno della vita in Cristo sentire che la Chiesa di Corinto, molto salda e antica, per una o due persone si è ribellata ai presbiteri. E tale voce non solo è giunta a noi, ma anche a chi è diverso da noi. Per la vostra sconsideratezza si è portato biasimo al nome del Signore e si è costituito un pericolo per voi stessi. (XLVI-XLVII)

Sempre più accorato si fa l’appello all’unità, riconoscendo comunque che sono pochi i fomentatori del dissenso. Ciò che sconcerta è comunque il fatto che essi trovino consensi anche fra gente che rimane salda nella dottrina, per quanto segua personaggi non degni della carica che rivestono o che vogliono rivestire. Quindi non siamo in presenza di una divisione sulla base della dottrina, quanto piuttosto sulle forme di arrivismo che trovano spazio anche nella Chiesa, causando in essa la tensione e soprattutto una immagine poco credibile. Di qui l’intervento di Clemente che fa appello alla lettera di Paolo, nella quale si evidenzia il medesimo problema e il medesimo disagio. Si deve riconoscere in queste parole che la soluzione ai problemi va ricercata nei testi divenuti autorevoli degli apostoli e quindi nell’appello alla Scrittura. Il peccato di Corinto è sostanzialmente la ribellione ai “presbiteri”, che fa pensare ad uno scisma in corso, non tanto per questioni dottrinali, quanto piuttosto per il riconoscimento o meno dell’autorità nella Chiesa.

Voi che siete la causa della sedizione sottomettetevi ai presbiteri e correggetevi con il ravvedimento, piegando le ginocchia del vostro cuore. Imparate ad assoggettarvi deponendo la superbia e l’arroganza orgogliosa della vostra lingua. E’ meglio per voi essere trovati piccoli e ritenuti nel gregge di Cristo, che avere apparenza di grandezza ed essere rigettati dalla sua speranza.

Così parla la sapienza maestra di virtù: “Ecco, io emetterò per voi una parola del mio spirito e insegnerò a voi il mio discorso. Poiché chiamai e non ascoltaste, prolungai i discorsi e non foste attenti, ma frustraste i miei consigli e disobbediste ai miei richiami. Anch’io riderò della vostra rovina, e mi rallegrerò se arriverà lo sterminio su di voi e se improvviso giungerà il tumulto e sovrasterà la catastrofe simile al turbine e quando avverranno l’angoscia e l’oppressione. Accadrà che voi m’invocherete e non vi ascolterò; i cattivi mi cercheranno e non mi troveranno. Odiarono la sapienza, non vollero saperne del timore del Signore, né vollero ascoltare i miei consigli e disprezzarono le mie esortazioni. Per questo mangeranno i frutti della loro condotta e si sazieranno della loro empietà. Saranno uccisi per aver commesso ingiustizie contro i fanciulli e il giudizio distruggerà gli empi. Chi mi ascolta riposerà fiducioso sulla speranza e vivrà tranquillo lontano da ogni male”. (LVII)

Qui il tono si fa duro e assume il linguaggio ben noto nei testi scritturistici da parte dei profeti che si appellano al Mosè del Deuteronomio, preoccupato lui pure che al suo venir meno sia garantita nel popolo ebraico, sempre diviso, un’autorità indiscussa e indiscutibile; proprio per questo Mosè ricorre al giovane Giosuè, che appare dominato dai suoi trascorsi militari e che dunque interviene con mano pesante. Qui non si arriva a tanto e tuttavia l’autore si fa sentire con una certa forza, perché il male presente appare come una cancrena da togliere con il bisturi.

LA PREGHIERA

Segue una lunga preghiera, che viene introdotta come se l’autore venisse ispirato da ciò che sta dicendo in maniera accorata, perché solo da Dio è possibile scongiurare questo male nella Chiesa. È uno dei primi testi di preghiera, che troviamo al di fuori delle fonti bibliche …

Noi saremo innocenti di questo peccato e chiederemo, con preghiera assidua e supplica, che il creatore dell’universo conservi intatto il numero dei suoi eletti che si conta in tutto il mondo per mezzo dell’amatissimo suo figlio Gesù Cristo Signore nostro, col quale ci chiamò dalle tenebre alla luce, dall’ignoranza alla conoscenza del suo nome glorioso, a sperare nel tuo nome, principio di ogni creatura: Tu apristi gli occhi del nostro cuore perché conoscessimo te, il solo altissimo nell’altissimo dei cieli, il santo che riposi tra i santi, che umilii la violenza dei superbi, che sciogli i disegni dei popoli, che esalti gli umili e abbassi i superbi.

Tu che arricchisci e impove-risci, che uccidi e dai la vita, il solo benefattore degli spiriti e Dio di ogni carne, che scruti gli abissi, che osservi le opere umane, che soccorri quelli che sono in pericolo e salvi i disperati, creatore e custode di ogni spirito che moltiplichi i popoli sulla terra, e che fra tutti scegliesti quelli che ti amano per mezzo di Gesù Cristo, l’amatissimo tuo figlio mediante il quale ci hai educato, ci hai santificato e ci hai onorato. Ti preghiamo, Signore, sii il nostro soccorso e sostegno. Salva i nostri che sono in tribolazione, rialza i caduti, mostrati ai bisognosi, guarisci gli infermi, riconduci quelli che dal tuo popolo si sono allontanati, sazia gli affamati, libera i nostri prigionieri, solleva i deboli, consola i vili. Conoscano tutte le genti che tu sei l’unico Dio e che Gesù Cristo è tuo figlio e “noi tuo popolo e pecore del tuo pascolo”. Con le tue opere hai reso visibile l’eterna costituzione del mondo. Tu, Signore, creasti la terra. Tu, fedele in tutte le generazioni, giusto nei tuoi giudizi, mirabile nella forza e nella magnificenza, saggio nel creare, intelligente nello stabilire le cose create, buono nelle cose visibili, benevolo verso quelli che confidano in te, misericordioso e compassionevole, perdona le nostre iniquità e ingiustizie, le cadute e le negligenze. Non contare ogni peccato dei tuoi servi e delle tue serve ma purificaci nella purificazione della tua verità e dirigi i nostri passi per camminare nella santità del cuore e fare ciò che è buono e gradito al cospetto tuo e dei nostri capi. Sì, o Signore, fa’ splendere il tuo volto su di noi per il bene, nella pace, per proteggerci con la tua mano potente e scamparci da ogni peccato col tuo braccio altissimo, e salvarci da coloro che ci odiano ingiustamente. Dona concordia e pace a noi e a tutti gli abitanti della terra, come la desti ai padri nostri quando ti invocavano santamente nella fede e nella verità; rendici sottomessi al tuo nome onnipotente e pieno di virtù e a quelli che ci comandano e ci guidano sulla terra. Tu, Signore, desti loro il potere della regalità per la tua magnifica e ineffabile forza, perché noi, conoscendo la gloria e l’onore loro dati, ubbidissimo ad essi senza opporci alla tua volontà. Dona ad essi, Signore, sanità, pace, concordia e costanza, per esercitare al sicuro la sovranità data da te. Tu, Signore, re celeste dei secoli, concedi ai figli degli uomini gloria, onore e potere sulle cose della terra. Signore, porta a buon fine il loro volere, secondo ciò che è buono e gradito alla tua presenza, per esercitare con pietà, nella pace e nella dolcezza, il potere che tu hai loro dato e ti trovino misericordioso.

Te, il solo capace di compiere questi beni ed altri più grandi per noi, ringraziamo per mezzo del gran Sacerdote e protettore delle anime nostre Gesù Cristo, per il quale ora a te sia la gloria e la magnificenza e di generazione in generazione e nei secoli dei secoli. Amen. (LIX-LXI)

Qualcuno arriva a considerare la preghiera come una specie di anafora (o preghiera eucaristica), nella quale ha il suo peso anche il riferimento alle autorità civili. Per esse i cristiani sono chiamati a pregare, anche quando queste si rivelano ostili. Sulla base di ciò che troviamo raccomandato anche nelle lettere di Paolo, in cui i cristiani sono invitati a supplicare Dio per chi governa, chiunque egli sia, si deve ritenere quanto mai necessaria la preghiera come appello a Dio, perché la funzione e l’esercizio del governo siano vissuti a favore del bene comune, che è innanzitutto la salvaguardia dell’unità e della fraternità. Così la questione che sembra circoscritta alla Chiesa e in particolare a quella locale, con il richiamo all’autorità civile si estende a comprendere un po’ tutti, per la custodia del mondo, la sua pace e la sua tranquillità. È davvero un bell’esempio dello stile di preghiera solenne che i capi ecclesiastici di quel tempo esprimevano nelle riunioni per il culto. Ritenere che sia una preghiera di tipo eucaristico non sembra avere riscontro nella realtà, perché manca ogni riferimento all’eucaristia, perché non si trovano le parole della consacrazione, perché non si trovano le espressioni proprie e inconfondibili delle anafore, laddove si invoca la presenza dello Spirito e si fa riferimento al sacrificio di Cristo. Tuttavia nelle preghiere eucaristiche ancora in uso si trovano invocazioni per l’unità della Chiesa, per la fraternità fra gli uomini, per il richiamo al servizio dell’unità da parte di autorità ecclesiastiche e civili. Si tratta dunque di un testo considerato di valore un po’ sempre. La lettera si conclude con le esortazioni finali che richiamano i temi fondamentali della lettera e con l’invio di una delegazione che permetta di conservare i rapporti con la comunità secondo lo stile dell’apostolo Paolo, nella speranza che si possano avere i frutti sperati.

Fratelli, vi abbiamo scritto abbastanza sulle cose che convengono alla nostra religione e sono utili a una vita virtuosa per quelli che vogliono osservare la pietà e la giustizia. Abbiamo toccato tutti i punti che riguardano la fede, la penitenza, la vera carità, la continenza, la saggezza e la pazienza.

Vi abbiamo ricordato che nella giustizia, nella verità e nella magnanimità bisogna piacere santamente a Dio onnipotente, amando la concordia, dimenticando le offese, nell’amore e nella pace con una benevolenza continua, come i nostri padri, di cui abbiamo già parlato, si resero graditi con l’umiltà verso il Padre, Dio e creatore, e tutti gli uomini. E questo abbiamo ricordato con piacere, perché eravamo certi di scrivere a fedeli eccellenti che hanno approfondito le parole dell’insegnamento di Dio. E’ giusto che noi con tali e tanti esempi sottostiamo, prendendo il posto dell’obbedienza. Desistiamo dalla vana sedizione per raggiungere senza biasimo lo scopo propostoci nella verità. Ci darete esultanza di gioia se, divenuti obbedienti a ciò che vi abbiamo scritto mediante lo Spirito Santo, smorzerete la collera ingiusta della vostra gelosia, secondo l’esortazione fatta in questa lettera alla pace e alla concordia. Vi abbiamo inviato uomini fedeli e saggi, vissuti in mezzo a noi con modi corretti dalla gioventù alla vecchiaia, che saranno testimoni tra noi e voi. Abbiamo fatto questo perché sappiate che ogni nostro pensiero è stato ed è che ritroviate presto la pace. Dio che tutto vede ed è padrone degli spiriti e signore di ogni carne, che ha scelto il Signore Gesù Cristo e noi mediante Lui ad essere suo popolo, conceda ad ogni anima che implora il suo mirabile e santo nome, fede, timore, pace, pazienza e magnanimità, continenza, purezza e prudenza. E sia gradita al Suo nome per mezzo del sommo sacerdote e nostro protettore Gesù Cristo, per il quale sia a lui la gloria, grandezza, potenza e onore, ora e nei secoli dei secoli. Amen. Rimandateci presto nella pace e nella gioia i messaggeri da noi inviati, Claudio, Efebo e Valerio Bitone con Fortunato perché ci annunzino quanto prima la pace e la concordia invocate e desiderate, e presto noi ci rallegriamo della vostra serenità. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo sia con voi e con tutti quelli ovunque chiamati da Dio per mezzo Suo e a Lui sia gloria, onore, potenza e maestà e regno eterno, dai secoli nei secoli dei secoli. Amen. (LXII-LXV)

La lettera appare conclusa con la segnalazione dell’invio della delegazione; ma poi viene riaperta, perché l’autore si premura di sollecitare il rinvio della delegazione, dalla quale ci si aspettano risultati positivi e quindi la notizia del ritorno all’unità, dopo aver estirpato le divisioni e soprattutto le cause che l’hanno creata. Ciò significa che è possibile comminare degli anatemi, mediante i quali chi fomenta lo scisma, possa essere, secondo il significato della parola “anatema”, tagliato via dalla comunità per farvi ritornare la concordia. Il richiamo è fatto con S. Paolo, che aveva parlato così con i Corinzi di 40 anni prima. Clemente appare nella finale meno duro, volendo fare appello alla coscienza dei Corinzi.

SECONDA LETTERA DI CLEMENTE

Questa lettera viene attribuita a Clemente, ma già nei primi tempi della Chiesa non era considerata sua, e veniva ritenuta posteriore di circa 50 anni. È S. Girolamo a dire che “si riporta una seconda sua lettera, che fin dai tempi antichi non viene riconosciuta sua”. Di fatto è un testo della metà del II secolo: la lettera, anche se appare nei toni come un’omelia, viene attribuita a lui, perché nei codici appare associata alla prima lettera. È di fatto un sermone su vari argomenti e con diverse citazioni evangeliche dedotte da Matteo e Luca, che hanno fatto pensare ad un testo in cui i due evangelisti vengono come armonizzati per dare origine a un nuovo vangelo. I temi trattati riguardano principalmente l’autocontrollo, il pentimento e il giudizio.

Fratelli, questo è il concetto che dobbiamo farci di Gesù Cristo: considerarlo quale Dio, quale giudice dei vivi e dei morti; e non dobbiamo tenere in poco conto la nostra salvezza. Se noi abbiamo un meschino concetto di Lui, è meschino anche l’oggetto della nostra speranza. Chi ascolta queste cose e le reputa piccole, pecca; e noi pure pecchiamo, se ignoriamo donde fummo chiamati e da chi e a quale luogo destinati e quante sofferenze volle sopportare Gesù Cristo per noi. Qual compenso gli daremo noi, o quale frutto, degno di quello che ci fu donato da Lui? Di quali benefici non siamo debitori a Lui? Egli ci prodigò la luce; come un padre ci chiamò suoi figli e ci salvò quando perivamo. Quale lode dunque o quale compenso, daremo noi a Lui per le grazie ricevute? Noi eravamo ciechi d’intelletto, adoravamo oggetti di pietra, di legno, d’oro, d’argento e di bronzo, opere umane; e tutta la nostra vita non era altro che morte. Eravamo circondati da oscurità, i nostri occhi erano pieni di nebbia; per volere di Lui riacquistammo la vista e dissipammo la nube in cui eravamo avvolti. Egli ci usò misericordia e ci salvò, mosso a compassione alla vista dei nostri molteplici errori e della rovina in cui giacevamo senza alcuna speranza di salute fuori di quella che viene da Lui. Egli ci chiamò quando ancora non eravamo, e dal nulla volle che passassimo all’esistenza.

Dà l’impressione di un testo che raccoglie, a mo’ di frasi fatte, una specie di apoftegmi, cioè di detti sentenziosi, che possono far presa per la loro brevità ed essenzialità. Anche per questo la lettera si conservò …

CONCLUSIONE

La prima lettera, più che il suo autore, rappresenta un documento notevole circa il cammino della Chiesa, con la visione qui espressa dell’autorevolezza legata al successore di Pietro. Noi oggi abbiamo una visione del “primato petrino” che fa leva su aspetti di natura giuridica, legata anche ad una tradizione storica, in cui la missione di Pietro si è ammantata di un potere giurisdizionale che sconfina poi nella natura politico – istituzionale: il Papa ha un ruolo primaziale, che l’ha fatto persino diventare un sovrano con tanto di territorio da governare e dei sudditi a cui provvedere. Certamente questo ha pure giovato al suo servizio nella Chiesa, ma di fatto ha creato non pochi motivi di divisione, che si sono trasformati in scismi. Sono ben noti quelli che la storia registra come fenomeni traumatici, che hanno prodotto scomuniche, incomprensioni e confini invalicabili nella dottrina, come si vede con il mondo orientale; ma non è da meno quello che si ebbe al tempo del superamento della cattività avignonese, quando si giunse ad avere addirittura tre papi e a far prevalere la tesi conciliarista della superiorità del Concilio rispetto al Papa, senza comunque giungere ad una situazione ancor più traumatica. Questa si produsse con l’avvento della Riforma e con lo strascico delle guerre di religione. Simili venti rovinosi sono un po’ sempre presenti nella Chiesa e spesso si rafforzano proprio sulla figura e sull’azione del Papa, nonostante che si sia tentato di rafforzare la sua missione con la tesi dell’infallibilità: problemi simili a quelli segnalati nella lettera di Clemente tormentano la Chiesa nella storia e anche nel momento attuale. I tentativi di dissociarsi dal Papa, di non riconoscerne l’autorità e le parole, hanno contribuito, e contribuiscono ancora, alla creazione di gruppi scismatici, dove possono allignare eresie e dottrine, che si sono allontanate dalla retta fede. Secondo l’autore della lettera la causa di simili rotture dipende dalle forme di personalismo e di soggettivismo che stanno trionfando anche nell’ora presente. Inoltre il peso di una tradizione che ha fatto prevalere una visione di natura giuridica nel ruolo del Papa, più che un suo servizio primaziale nell’ambito spirituale ha ulteriormente prodotto tensioni di non facile soluzione. La visione di tipo giuridico, dunque, non ha giovato a conservare e ad accrescere l’unità della Chiesa. In questo primo intervento autorevole avvenuto al di fuori della propria Chiesa, Clemente rivela che con l’autorevolezza, senza mai sconfinare in un potere giuridi- camente inteso, si può operare nella linea evangelica di confermare i fra-telli nella fede, come Cristo afferma nel vangelo, sostenendo di volere Pietro con questo servizio nella Chiesa.

È una indicazione significativa, che anche recentemente, con Giovanni Paolo II, si è fatta strada per una rivisitazione della missione di Pietro nella Chiesa, in cui si confermi ciò che è scritto nel vangelo, senza le sovrastrutture che si sono create nel corso dei secoli, quando di fatto si è rischiato di snaturare il compito di Pietro. Così la lettera induce a ritenere il compito del Papa, davvero necessario per garantire l’unità nella Chiesa, e nel contempo chiede che il Papa, con il suo intervento, di fatto richiesto, deve contribuire a costruire un più forte senso dell’unità e della comunità, senza cadute in avanti con gli arrivismi e i personalismi. L’unità, costruita con la convergenza e non mediante l’allineamento conformistico, e la comunione, che non impedi-sce il pluralismo e le diversità, non sono salvate solo difendendo la pu-rezza della dottrina, perché di fatto risultano più devastanti gli scismi, rispetto alle eresie. E nella lettera si fa riferimento soprattutto ad essi, facendoli derivare da una accentuazione dei personalismi, un male presente non solo nella Chiesa, ma divenuto, anche oggi, un problema non indifferente, pure nell’ambito civile, nel causare l’indebolimento della democrazia e di una partecipazione che è assolutamente necessaria a conservare il sistema democratico. È un po’ inevitabile che emergano le figure autorevoli, e queste sono indubbiamente necessarie per la conduzione della Chiesa e della società, anche a diversi livelli. Tuttavia sono necessari quei contrappesi che permettano a chi ha responsabilità di governo di non gestire la cosa pubblica come se fosse privata, e comunque di favorire il comune sentire, senza il quale non ci può essere la ricerca del bene comune. È dunque una salutare riflessione da non circoscrivere solo entro le mura della Chiesa, anche se qui la questione è circoscritta ad un gruppo ancora ristretto nella società di allora, destinato comunque ad accrescere il suo peso: tutto questo si pone nei periodi di passaggio e non lo è da meno il periodo nel quale viviamo. La lettera mette in guardia da fenomeni già diffusi al tempo di Paolo e ben radicati ed emergenti nei tempi di passaggio, come è quello vissuta alla fine del secolo I, quando scompaiono gli apostoli e coloro che sono i testimoni diretti del primo cammino della Chiesa. Con la nuova generazione è necessaria una impostazione che metta in guardia dalle degenerazioni già in corso. Di fatto si fa appello ad una autorità riconosciuta come preminente.

APPENDICE:

LA CHIESA DI S. CLEMENTE

Come contributo alla conoscenza di S. Clemente si può pensare alla chiesa romana che lo ricorda. Oggi la basilica si erge sopra le rovine di quelle che l’hanno preceduta e in particolare di quella che viene fatta risalire ai primi tempi: l’attuale, che sta fra l’Esquilino e il Celio, deve la sua struttura di base all’edificio del secolo XI. Qui già prima si onorava la memoria di Papa Clemente. Le mura erano (e ancora lo sono, in parte) affrescate con la storia del santo, derivata da racconti leggendari. È rimasta famosa la scena in cui si riscontrano parole scritte, quasi come in un fumetto attuale, e messe in bocca ai personaggi. Esse documentano il passaggio dalla lingua parlata latina, che già sconfina nel volgare, ad un nuovo modo espressivo.

ISCRIZIONE DI S. CLEMENTE

Affresco (XI secolo)

Basilica di S. Clemente al Laterano – Roma

L’episodio qui riprodotto in immagine è derivato dalla Passio Sancti Clementis (un testo anteriore al secolo VI): il nobile Sisinnio, che ha catturato il santo e lo vuole trascinare in prigione, interviene in modo rozzo e volgare a costringere i suoi servi, perché, prendendo con la forza il santo, lo conducano al luogo della sua pena. Costoro, accecati come il loro padrone, sentono molto pesante quel corpo e faticano a sostenerne il peso: di fatto essi hanno tra mano una colonna di marmo.

Per dare vivacità alla scena il pittore ha pure scritto le parole che dobbiamo pensare in bocca ai personaggi, e ne vien fuori un dialogo molto vivace, con parole che appartengono al linguaggio popolare. Siamo a Roma e quindi i vocaboli sono quelli della parlata romanesca della gente comune, compresi i termini poco consoni all’ambiente di una chiesa, che ancora hanno una certa forma derivata dal latino, ma di fatto appartengono maggiormente alle espressioni comuni, che stanno arrivando al volgare. Questa sarebbe una delle prime testimonianze del volgare, che sta diventando lingua italica. Non tutto è chiaro di quel concitato dialogo, ma la ricostruzione condivisa da gran parte degli esperti, potrebbe essere questa:

Sisinnio:

Fili de le pute, traite! Gosman, Albertel, traite!

Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!

S. Clemente:

Duritiam cordis vestri, saxa traere meruistis!

Sulla bocca del nobile stanno di fatto parole ormai vicine al “volgare” e anche con la classica espressione di volgarità. Sono il segno che ormai è dominante questo modo di parlare, il solo che possa essere compreso da chi vede la scena dipinta. Ciò che viene messo in bocca al santo è invece una frase che ancora appartiene al mondo latino, anche se alcune forme non rispettano più la grammatica (“duritiam” dovrebbe essere un complemento di causa, che andrebbe preceduta da “ob”) e neppure la forma fonetica (“traere” nel fonema latino prevede l’h in mezzo e quindi la forma corretta è “trahere”). Questa parte latina si avvicina molto a ciò che si può leggere sul documento scritto; non tutto è stato riportato perché sulla parete non poteva stare. Riferendola in latino, per quanto non totalmente corretto, si voleva creare la distanza fra il santo che parla il latino e i persecutori che invece si rivelano volgari nei modi e nel loro parlare.

Propriamente non interessa alla ricerca sulla lettera di S. Clemente, ma completa il quadro a proposito del santo, di cui era rimasta ormai famosa, a livello popolare, la narrazione del martirio. E ancora di più diventava ben nota in presenza di espressioni simili, probabilmente usate anche in chiesa, per raccontare il fatto, in cui doveva prevalere la componente del miracolo, accompagnata dai modi rozzi e violenti dei personaggi che devono essere denigrati agli occhi e alle orecchie degli spettatori.

S. Ignazio di Antiochia e le sette lettere

PREMESSA:

SCRITTI APOSTOLICI E POST-APOSTOLICI

C’è una copiosa letteratura cristiana antica, ai più poco nota, che rivela una produzione di notevole valore e meritevole di essere conosciuta anche oltre gli addetti ai lavori, anche oltre i credenti, che comunque ben raramente vi si accostano. La produzione scritta si sviluppa già ai primi tempi: si conoscono diverse lettere spedite dagli apostoli alle loro comunità, di cui si conservano quelle che oggi appartengono al “canone” e sono quindi ritenute “ispirate”. Nelle stesso periodo i detti di Gesù venivano diffusi per via orale, attraverso la predicazione dei discepoli, che raccontavano le proprie esperienze e mettevano in luce gli episodi necessari per illustrare meglio la dottrina, cioè gli elementi qualificanti del vivere e dell’operare di chi voleva essere cristiano e voleva testimoniare la propria fede. Poi, forse anche per la congerie di documenti e soprattutto di versioni che potevano anche allargarsi a comprendere pure ciò che non si poteva ritenere uscito dalla bocca del Maestro, si arrivò alla decisione di scrivere quei libri che sono noti come “Vangeli”, in quanto contengono la “bella notizia” che ha come protagonista Gesù di Nazareth. Tra questi libri, scritti probabilmente dopo la catastrofe di Gerusalemme distrutta dai Romani nel 70, e proprio perché di qui si ebbe il distacco dei cristiani dal mondo ebraico, così duramente provato con la rivolta finita male, emergono i quattro considerati “canonici”, perché tutte le Chiese li ritengono tali, mentre altri, poi definiti “apocrifi”, non sono ritenuti ispirati e quindi essenziali per la fede da parte di tutte le Chiese sparse nel mondo occidentale e orientale dell’Impero. La medesima considerazione accompagna i testi attributi a Paolo, e cioè le sue lettere scritte a diverse comunità, che sempre più, già in questo periodo si utilizzano negli incontri di preghiera. Questa fase di valorizzazione di testi scritti, accanto alle comuni-cazioni orali che continuano, non si esaurisce con l’età “apostolica”, cioè quando sono ancora vivi e operanti coloro che sono stati protagonisti con Gesù del vangelo, essendo stati designati da lui. Quando, verso la fine del secolo I, si esaurisce questa età, perché scompaiono gli apostoli e si passa all’età successiva, il posto di guida viene affidato ai collaboratori, che li hanno seguiti e sono diventati i loro successori, con la designazione di “ispettori” (in greco = episcopoi). Anche costoro ricorrono a lettere e ad altro genere di scritti per comunicare la fede e soprattutto dare istruzioni e incoraggiamenti alle comunità non facilmente raggiungibili.

Questa produzione presenta dei testi che, inizialmente, qualcuno considera addirittura ispirati, alla stregua dei testi apostolici, mentre in seguito essi diventeranno fonti di grande valore, ma non necessariamente dotati della medesima ispirazione dei libri divenuti ormai di dominio pubblico sempre più ampio. Soprattutto già alla fine del I secolo, ma più ancora nel II secolo, abbiamo testi definiti “dei Padri apostolici”, in quanto risultano appartenere a quanti hanno conosciuto gli apostoli e sono stati alla loro scuola, continuando la loro opera. Costoro costituiscono il gruppo iniziale della “Patristica”, che è la grande produzione letteraria cristiana, nella quale i grandi scrittori vengono considerati “i Padri della Chiesa”. La scienza che studia tutta questa produzione scritta viene poi definita “Patrologia”.

I PADRI APOSTOLICI

Le figure di alcuni vescovi, i loro scritti, soprattutto nella forma delle lettere e alcuni testi, giunti anonimi, costituiscono il complesso che noi oggi definiamo dei “Padri apostolici”, così segnalati perché vengono considerati strettamente connessi con gli Apostoli, da cui hanno ricavato, più che la dottrina, la testimonianza di fede in Gesù. Sono loro a rappresentare il passaggio ad una nuova epoca, e ad assicurare, in questo passaggio, la sicura continuità con ciò che predicavano gli Apostoli e i discepoli che potevano vantare di essere stati presenti al vivere e all’operare del Maestro, o erano vissuti a stretto contatto con coloro che lo avevano visto vivo e soprattutto risorto. Anche questi “padri” hanno conosciuto qualche apostolo o discepolo, ma di fatto devono essere considerati di una generazione successiva e comunque delegati dai loro maestri a dare continuità alla Chiesa già in pieno sviluppo.

Gli scritti dei Padri apostolici hanno un carattere pastorale. Il loro contenuto ed il loro stile è molto simile a quello degli autori del Nuovo Testamento. Lo stile narrativo prediletto infatti è la lettera, inviata da una comunità ad un’altra comunità. Essi costituiscono un ponte fra l’epoca della rivelazione e quella della tradizione e sono una testimonianza importantissima dei primi anni della fede cristiana. I Padri apostolici provengono da regioni diversissime dell’Impero romano:  Italia,  Asia Minore (attuale Turchia), Siria … Essi scrivono in relazione a circostanze particolari, presentando comunque un insieme di idee, da cui si può desumere quale fosse la dottrina cristiana professata nella loro epoca. I contenuti delle lettere dei Padri apostolici erano a grandi linee i seguenti: l’incoraggiamento all’unità all’interno delle comunità cristiane, alla fede, all’obbedienza al vescovo, l’invito a fuggire l’idolatria e le eresie e praticare la penitenza e l’ascetismo, l’invito alla generosità e alla carità vicendevole. Esse inoltre contenevano anche indicazioni di carattere liturgico. Gli scritti quindi contenevano più dichiarazioni di circostanza che definizioni dottrinali vere e proprie. Un altro carattere comune delle loro opere è quello escatologico: in esse si considera imminente la seconda venuta di Cristo. In generale comunque le opere dei Padri apostolici presentano una dottrina cristologica uniforme: Cristo è il Figlio di Dio preesistente che partecipò alla creazione del mondo. Non fanno parte del canone biblico, cioè non sono inseriti tra i libri della Bibbia. Tuttavia, a differenza dei testi apocrifi, nei primi secoli cristiani godettero di una notevole fortuna al punto che alcuni di essi sono contenuti anche in antichi manoscritti della Bibbia (per esempio nel Codex Sinaiticus e nel Codex Vaticanus). (Wikipedia)

S. IGNAZIO

Tra le figure più significative in questo passaggio d’epoca, che è pure passaggio di secolo, c’è colui che si segnala per le lettere che scrive e per il martirio a cui va incontro, ben consapevole di ciò che gli sta succedendo. Noi lo ricordiamo per questo. E tuttavia egli ricopre nella Chiesa un ruolo di notevole levatura, essendo a capo di una comunità che in quel periodo appariva la più grande e soprattutto la più vivace, la comunità nella quale per la prima volta gli aderenti alla fede in Gesù vengono chiamati cristiani, come troviamo scritto in Atti 11,26. Si tratta di Antiochia di Siria, che in quel periodo era la terza città dell’Impero romano, dopo Roma e dopo Alessandria d’Egitto. Qui, fuori della Palestina, si era formata una comunità con gente che non proveniva solo dall’ebraismo, e proprio per questo era sorto il problema di come avviare l’integrazione, lasciando le prescrizioni israelitiche per far emergere quanto era specifico del nuovo “credo”. La comunità era stata visitata da Barnaba, inviato dagli apostoli che erano a Gerusalemme (Atti 11,22), e poi aveva accolto Paolo, rintanato a Tarso, sua città d’origine, dopo il periodo successivo alla sua conversione sulla via di Damasco. Da questa città era partita la polemica sulla questione dei pagani nella Chiesa e quindi la necessità di discuterne nel Concilio di Gerusalemme (Atti 15). Secondo la tradizione, questa Chiesa diventa successivamente la prima sede episcopale di Pietro, prima che egli raggiunga Roma e la faccia così diventare la sede primaziale e soprattutto la cattedra di colui che poi sarà chiamato il Papa. 

A guidare la comunità di Antiochia, dopo Pietro, fu eletto, forse dall’assemblea degli “anziani”, Evodio, del quale abbiamo solo il nome. Probabilmente nel 69 gli succedette Ignazio, già presente nella città, il cui nome bastava a rendere illustre il suo vescovo. Non abbiamo di lui molte notizie, se non desumendole da quanto lui scrive nelle sue lettere. E quindi non si conoscono le circostanze circa la sua formazione, circa la sua conversione e più ancora circa il suo coinvolgimento nella vita della Chiesa, per assu-mere una responsabilità così importante come quella di essere a capo del-la comunità cristiana di Antiochia, così prestigiosa.

Crebbe in ambiente pagano; fu convertito in età adulta da S. Giovanni evangelista. Secondo la tradizione, nel 69 fu nominato secondo successore di S. Pietro, dopo S. Evodio, alla sede episcopale di Antiochia. (Wikipedia)

Sant’Ignazio fu il terzo vescovo di Antiochia, in Siria, cioè della terza metropoli del mondo antico dopo Roma e Alessandria d’Egitto. Lo stesso San Pietro era stato primo vescovo di Antiochia, e Ignazio fu suo degno successore: un pilastro della Chiesa primitiva così come Antiochia era uno dei pilastri del mondo antico. Non era cittadino romano, e pare che non fosse nato cristiano, e che anzi si convertisse assai tardi. Ciò non toglie che egli sia stato uomo d’ingegno acutissimo e pastore ardente di zelo. I suoi discepoli dicevano di lui che era ” di fuoco”, e non soltanto per il nome, dato che ignis in latino vuol dire fuoco. Mentre era vescovo ad Antiochia, l’Imperatore Traiano dette inizio alla sua persecuzione, che privò la Chiesa degli uomini più in alto nella scala gerarchica e più chiari nella fama e nella santità. (da “Santi e Beati”)

IL MARTIRIO

Ciò che si può raccontare di quest’uomo lo si ricava dalle sue lettere, che sono rimaste fino a noi, anche perché sono state conservate e lette fino ai nostri giorni, non solo dai cristiani della sua Chiesa e non solo nel periodo immediatamente successivo al suo martirio, che ha contribuito a renderlo glorioso e memorabile nella Chiesa universale. Non abbiamo i dettagli esatti di ciò che avvenne nella circostanza del martirio, come succede per altri martiri di cui si conservano o gli atti processuali o il resoconto da parte di cristiani che assistevano. Leggendo le sue lettere, sappiamo che fu arrestato e condotto in catene a Roma per essere sottoposto alla pena capitale, che si può supporre sia già stata decisa prima di partire.

Essa viene eseguita nell’anfiteatro, che si deve supporre sia quello “Flavio”, cioè il Colosseo. L’esecuzione doveva essere pubblica e avveniva nei confronti di chi non risultava cittadino romano: perciò lo spettacolo consisteva nell’essere esposto “ad bestias” e quindi nel finire “sotto i denti” di bestie feroci, in genere leoni o altri animali carnivori provenienti dall’Africa. Le rappresentazioni iconografiche che si conservano ancora oggi presentano Ignazio così.

ICONA CON IGNAZIO DIVORATO DAI LEONI

Il tragico spettacolo si pensa sia avvenuto a Roma nell’anno 107 e secondo la tradizione viene collocato il 17 ottobre, data in cui oggi viene celebrata la memoria liturgica.

LE LETTERE

Durante il percorso che lo porta da Antiochia a Roma, il vescovo, incatenato al suo picchetto di soldati che lo doveva sorvegliare, passa attraverso l’Asia Minore, e lì manda ai suoi confratelli vescovi e ai cristiani di alcune delle città i suoi saluti, nella forma epistolare. Queste lettere vengono conservate e per un certo periodo sono addirittura messe alla pari con quelle di Paolo e degli altri apostoli. Ignazio, evidentemente, conosceva questo metodo di raggiungere le comunità sparse sul territorio ed approfittava di una simile corrispondenza per lasciare una specie di suo testamento, con le tante raccomandazioni che metteva per iscritto ad incoraggiamento della comunità stessa. Abbiamo così anche uno spaccato della Chiesa di allora in quel territorio, con l’evidenza di alcuni dei pro-blemi emergenti; ma più ancora si percepisce in esse l’entusiasmo con cui chi scrive e chi legge vivono la propria fede anche in mezzo a situazioni non facili e addirittura a persecuzioni spesso ingiustificate.

Nel corso del viaggio da Antiochia a Roma scrisse sette lettere alle Chiese che incontrava sul suo cammino o vicino ad esso. Queste ci sono rimaste e sono una testimonianza unica della vita della Chiesa tra la fine del I secolo e l’inizio del II. Le prime quattro lettere furono scritte da Smirne a tre comunità dell’Asia Minore: Efeso, Magnesia e Tralli, ringraziandole per le numerose dimostrazioni d’affetto testimoniate nel suo viaggio travagliato. Con la quarta lettera, inviata a Roma, supplicava quei cristiani di non impedire il suo martirio, perché voleva ripercorrere la vita e la passione del Maestro divino. Partito da Smirne, Ignazio giunse nella Troade, dove scrisse altre lettere: alla Chiesa di Filadelfia e a quella di Smirne, chiedendo che i fedeli si congratulassero con la comunità di Antiochia, che aveva sopportato con coraggio le persecuzioni. Scrisse anche a Policarpo, vescovo di Smirne, aggiungendovi interessanti direttive per l’esercizio della missione episcopale. (da Wikipedia)

Queste lettere sono dominate da una forte passione, perché chi scrive ha davvero il fuoco dentro, ed ogni occasione per lui è propizia per offrire un’immagine di sé che lo renda fortemente credibile agli occhi di coloro che ricevono la lettera ed abbiano conforto e incoraggiamento a tener duro in mezzo a prove non indifferenti, soprattutto quando la tempesta vorrebbe scuotere ogni cosa e annientare tutti. Ma il tema sempre presente nei suoi messaggi incoraggianti è la fede viva in Gesù: pur in presenza di dottrine peregrine a proposito della figura di Cristo da riconoscere nella sua umanità come Dio e nella sua divinità come uomo vero, Ignazio vuol proclamare con estrema chiarezza che egli non è in presenza di un caso, di un problema, di una idea; egli piuttosto segue una persona, vive per u-na persona, è pronto a morire riconoscendo che la sua esistenza è impegnata con la persona di Gesù. Il suo viaggio verso Roma diventa così l’itinerario di una passione, la sua, vissuta in comunione con quella di Cristo, che passa nell’animo e nella vita del credente. Costui può definirsi cristiano nella misura in cui egli vive la vicenda di Gesù fino alla croce e passando dalla croce. Anche a trovarsi in un periodo drammatico, perché la persecuzione è in corso e non dà segnali di esaurirsi, chi scrive non è affatto angosciato ed è sempre dominato da una forte passione. Il quadro della Chiesa che si ha nelle sue lettere fa trasparire le grandi difficoltà causate dalla persecuzione, ma ancora di più dal pullulare delle eresie, e quindi da una certa regressione, causata in primis dalla riduzione della fede a un apparato di dottrine, più che non ad una esperienza di vita che fa sentire vivo, sempre vivo, colui che viene qui predicato e soprattutto testimoniato. Così i testi diventano dei documenti circa la vitalità della prima Chiesa a partire dalla fede che lì viene vissuta e testimoniata. Il suo compito predominante è di fatto quello di salvaguardare la vitalità della fede, che si rivela in comunità cristiane sempre più vivaci al loro interno e bisognose per questo di figure veramente forti e autorevoli nella guida e nella comunicazione della fede. Lo storico Eusebio di Cesarea (265-339) così sintetizza la vicenda del santo: “Dalla Siria Ignazio fu mandato a Roma per essere gettato in pasto alle belve, a causa della testimonianza da lui resa a Cristo. Compiendo il suo viaggio attraverso l’Asia, sotto la custodia severa delle guardie, nelle singole città dove sostava, con prediche e ammonizioni, andava rinsaldando le Chiese; soprattutto esortava, col calore più vivo, di guardarsi dalle eresie, che allora cominciavano a pullulare e raccomandava di non staccarsi dalla tradizione apostolica”. Si potrebbe seguire l’itinerario che lo conduce a Roma, partendo dalle sue lettere, per vedervi i problemi che gli stavano particolarmente a cuore e per capire anche la sua percezione della fede che lo fa essere, per il suo tempo e anche oltre, un personaggio significativo per la costruzione della Chiesa e della vita del cristiano.

Le lettere, oggi riconosciute a lui, sono sette e, nel numero, corrispondono a quelle che troviamo nel libro dell’Apocalisse, in cui l’autore, l’evangelista Giovanni, immagina di scrivere a sette Chiese d’Asia, che rappresentano simbolicamente nel numero tutte le Chiese raggiunte con lo scritto, per risvegliare la fede che qua e là appare assopita. Di fatto quelle lettere sono scritte “all’angelo”, cioè a colui che presiede la Chiesa, ed è quindi il vescovo locale. Altrettanto fa Ignazio, anche se una di queste lettere ha come destinatario l’amico Policarpo; e tuttavia anche qui il discorso si allarga a coinvolgere i cristiani del luogo, proprio perché nei tempi oscuri della persecuzione, analoghi a quelli che si riscontrano nell’Apocalisse, bisogna rispondere sempre con la passione, che è caratterizzata dal sacrificio, ma anche dalla gioia della testimonianza.

LETTERA AGLI EFESINI

La lettera di Paolo ai cristiani di Efeso pone al centro il “mistero” di Dio, rivelato in Gesù, cioè quella sua vicenda terrena che, vissuta da Lui unito a Dio, lo fa essere il punto di incontro dell’uomo con Dio. Il medesimo obiettivo dell’unità è il tema che domina nella lettera inviata da Ignazio alla stessa comunità. Le sue raccomandazioni sono dominate da un tono rasserenante che vuole incoraggiare …

Ho recepito nel Signore il vostro amatissimo nome che vi siete guadagnato con naturale giustizia nella fede e nella carità in Cristo Signore nostro Salvatore. Imitatori di Dio e rianimati nel suo sangue avete compiuto un’opera congeniale. Avendo inteso che io venivo dalla Siria incatenato per il nome comune e la speranza, fiducioso nella vostra preghiera di sostenere in Roma la lotta con le fiere e diventare discepolo, vi siete affrettati da me. In nome di Dio ho ricevuto la vostra comunità nella persona di Onesimo, di indicibile carità, vostro vescovo nella carne. Vi prego di amarlo in Gesù Cristo e di rassomigliargli tutti. Sia benedetto chi vi ha fatto la grazia, e ne siete degni, di meritare un tale vescovo. Per Burro, mio conservo e secondo Dio vostro diacono, benedetto in ogni cosa, prego che resti ad onore vostro e del vescovo. (…) Bisogna glorificare in ogni modo Gesù Cristo che ha glorificato voi, perché riuniti in una stessa obbedienza e sottomessi al vescovo e ai presbiteri siate santificati in ogni cosa. Non vi comanderò come se fossi qualcuno. Se pur sono incatenato nel suo nome, non ancora ho raggiunto la perfezione in Gesù Cristo. Solo ora incomincio a istruirmi e parlo a voi come miei condiscepoli. Bisogna che da voi sia unto di fede, di esortazione, di pazienza e di magnanimità.

Ma poiché la carità non mi lascia tacere con voi, voglio esortarvi a comunicare in armonia con la mente di Dio. E Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, è il pensiero del Padre, come anche i vescovi posti sino ai confini della terra sono nel pensiero di Gesù Cristo.

L’unità dei figli di Dio, bene incommensurabile, è da ricercarsi come il dono più grande, ricevuto da Dio e costruito nella Chiesa. Per vivere in questo dono occorre far capo al vescovo: qui si vede l’impostazione che deve essere costruita dalla Chiesa e per la Chiesa, perché essa sia segno e strumento di costruzione di un mondo futuro. Essa è di natura essenzialmente gerarchica, e quindi si costruisce attorno al vescovo. Ignazio insiste, qui come altrove, sulla stretta connessione che c’è fra il Padre e il Figlio e di conseguenza fra il vescovo e la Chiesa, intesa come corpo di Cristo. Trovandosi incatenato, non ha la pretesa di dover imporre qualcosa, ma è pur consapevole della sua responsabilità come vescovo di dover guidare la sua Chiesa e di responsabilizzare le diverse Chiese a cui si rivolge, indicando comunque le autorità locali come coloro a cui le Chiese devono far riferimento. Emerge così una visione di Chiesa che si vuole sempre più unita in colui che è considerato il capo, e come tale deve comportarsi. A lui Ignazio fa riferimento perché l’unità sia garantita.

Se in poco tempo ho avuto tanta familiarità con il vostro vescovo, che non è umana, ma spirituale, di più vi stimo beati essendo uniti a lui come la Chiesa lo è a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre perché tutte le cose siano concordi nell’unità. Nessuno s’inganni: chi non è presso l’altare, è privato del pane di Dio. Se la preghiera di uno o di due ha tanta forza, quanto più quella del vescovo e di tutta la Chiesa! Chi non partecipa alla riunione è un orgoglioso e si è giudicato. Sta scritto: «Dio resiste agli orgogliosi». Stiamo attenti a non opporci al vescovo per essere sottomessi a Dio. Quanto più uno vede che il vescovo tace, tanto più lo rispetta. Chiunque il padrone di casa abbia mandato per l’amministrazione della casa bisogna che lo riceviamo come colui che l’ha mandato. Occorre dunque onorare il vescovo come il Signore stesso. Proprio Onesimo loda il vostro ordine in Dio, perché tutti vivete secondo la verità e non si annida eresia alcuna in voi. Non ascoltate nessuno che non vi parli di Gesù Cristo nella verità.

Lo scrivente si appassiona sempre più in presenza di situazioni non facili, per il diffondersi di eresie, ma più ancora nell’indicare la fede viva come il cemento coesivo della Chiesa, che deve sempre crescere. E questa fede è vissuta quando, come indica il suo nome, si diventa portatori di Cristo.

Vi sono alcuni che portano il nome, ma compiono azioni indegne di Dio. Bisogna scansarli come bestie feroci. Sono cani idrofobi che mordono furtivamente. Occorre guardarsene perché sono incurabili. Non c’è che un solo medico, materiale e spirituale, generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile, Gesù Cristo nostro Signore. Nessuno, dunque, vi inganni, come d’altronde non vi fate ingannare, essendo tutti di Dio. Se non vi è nessuna discordia tra voi che vi possa tormentare, allora vivete secondo Dio. Sono la vostra vittima e mi offro in sacrificio per voi Efesini, Chiesa celebrata nei secoli. I carnali non possono fare cose spirituali, né gli spirituali cose carnali, come né la fede le cose dell’infedeltà, né l’infedeltà quelle della fede. Anche quello che fate nella carne è spirituale. Fate tutto in Gesù Cristo. Ho inteso che sono venuti alcuni portando una dottrina malvagia. Voi non li avete lasciati seminare in mezzo a voi, turandovi le orecchie per non ricevere ciò che speravano. Voi siete pietre del tempio del Padre preparate per la costruzione di Dio Padre, elevate con l’argano di Gesù Cristo che è la croce, usando come corda lo Spirito Santo. La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito Santo, in tutto ornati dei precetti di Gesù Cristo. Mi rallegro di essere stato stimato degno delle cose che vi scrivo, per trattenermi con voi e congratularmi perché per una vita diversa non amate che Dio solo.

Un po’ in tutte le lettere compare un linguaggio molto forte nei confronti degli eretici e delle eresie: è il segno che il male sta montando e che diventa preoccupante. Con le espressioni mordaci nei loro confronti egli intende mettere in guardia i cristiani che si lasciano abbindolare da quanti hanno buon gioco per seminare zizzania. Il fenomeno era già presente negli ultimi tempi della presenza degli apostoli, a cui ci si rivolgeva per avere una parola chiarificatrice. Ora, mancando quella generazione, si corre il rischio di non considerare i successori come qualificati a garantire l’unità. Ecco perché Ignazio insiste su questo tema: ed è interessante che alle dottrine inaffidabili egli contrapponga il richiamo allo Spirito. Va rilevato inoltre il fatto che l’autore di queste lettere ricorre spesso a belle immagini per spiegare in modo efficace che cosa voglia dire: è il segno di una grande maestria acquisita sul campo, riconoscendo che è necessario impiegare un linguaggio facile e nel contempo adeguato a chiarire concetti piuttosto impegnativi. 

                     LETTERA AI MAGNESIACI

La presenza a Smirne di Ignazio nel suo viaggio verso Roma spinge i vescovi delle città vicine ad Efeso, Magnesia sul Meandro e Tralli, a far visita al confratello; e costui scrive lettere per le comunità. In questa lettera va segnalato il richiamo che Ignazio fa circa il giorno del Signore. Bisogna ricordare che i primi cristiani continuavano a seguire il culto ebraico, almeno in parte, trovandosi nella sinagoga il sabato per la lettura dei testi; ma la convivenza non era sempre tranquilla, come viene documentato a proposito di Paolo, contestato nelle sue prese di posizione (Atti 13,44-51). Per questo i cristiani si trovavano nelle case per continuare la preghiera con la “memoria eucaristica”, la quale si prolungava dalla sera del sabato a tutta la notte, per consentire poi al mattino di cominciare la settimana con la ripresa del lavoro (Atti 20,7-12). Già nella fase successiva a quella apostolica, forse anche per la rottura con il mondo ebraico in seguito alla dispersione dopo il 70, i cristiani si riuniscono la domenica e non più il sabato. Come attesta qui Ignazio.

Non fatevi ingannare da dottrine eterodosse né da antiche favole che sono inutili; se viviamo ancora secondo la legge ammettiamo di non aver ricevuto la grazia. I santi profeti vissero secondo Gesù Cristo. Per questo furono perseguitati poiché erano ispirati dalla sua grazia a rendere convinti gli increduli che c’è un solo Dio che si è manifestato per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio, che è il suo verbo uscito dal silenzio e che in ogni cosa è stato di compiacimento a Lui che lo ha mandato. Dunque, quelli che erano per le antiche cose sono arrivati alla nuova speranza e non osservano più il sabato, ma vivono secondo la domenica, in cui è sorta la nostra vita per mezzo di Lui e della sua morte che alcuni negano. Mistero dal quale, invece, abbiamo avuto la fede e nel quale perseveriamo per essere discepoli di Gesù Cristo il solo nostro maestro. Come noi possiamo vivere senza di Lui se anche i profeti quali discepoli nello spirito lo aspettavano come maestro? Per questo, quello che attendevamo giustamente, venendo, li risuscitò dai morti.

LETTERA AI TRALLIANI

Si potrebbe dire che molti temi delle lettere si ripetono e anche in questa si insiste sull’unità e sulla lotta alle eresie. Qui Ignazio riconosce la bravura del vescovo locale nel sostenere la fede dei suoi cristiani. Ed ora egli la ribadisce, come fa altrove, mettendo al centro il Cristo …

Gli elementi fondamentali della fede che riguardano la persona di Gesù sono espressi nei modi che poi si ritrovano nelle formule pervenute fino ai nostri giorni.

So che avete un animo irreprensibile e imperturbabile nella pazienza non per abitudine ma per natura. Me lo ha detto il vostro vescovo Polibio, che per volontà di Dio e di Gesù Cristo è venuto a Smirne ed ha gioito tanto con me incatenato in Gesù Cristo, che io vedo in lui tutta la vostra comunità. Avendo dunque ricevuto per mezzo suo la benevolenza nel Signore, l’ho glorificato, avendo constatato, come sapevo, che siete imitatori di Dio. (…) Siate sordi se qualcuno vi parla senza Gesù Cristo, della stirpe di David, figlio di Maria, che realmente nacque, mangiò e bevve. Egli realmente fu perseguitato sotto Ponzio, realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi. Egli realmente risuscitò dai morti poiché lo risuscitò il Padre suo e similmente il Padre suo risusciterà in Gesù Cristo anche noi che crediamo in Lui, e senza di Lui non abbiamo la vera vita.

LETTERA AI ROMANI

Qui siamo in presenza di uno dei testi più importanti tra le lettere che ci sono conservate di Ignazio. Nella considerazione che il vescovo ha di Roma si legge l’ammirazione che egli coltiva per la Chiesa ritenuta madre. Qui più che altrove egli parla del suo martirio, dichiarandosi pronto ad affrontarlo: e addirittura avanza la richiesta che i cristiani locali non intervengano in suo favore per fargli evitare ciò che lui si appresta a vivere come un sacrificio, un’offerta a Dio: ne parla con accenti poetici, in alcuni tratti, avendo piena consapevolezza che egli sta vivendo la medesima passione di Cristo, quella che lui trova presente nell’Eucaristia: così egli vuole essere un pane come Gesù, e, per divenirlo, immagina di venire triturato dai denti dei leoni: è la più alta rappresentazione del valore che ha l’eucarestia nel vivere del cristiano con la sua assimilazione all’offerta che Cristo fa al Padre. Ignazio vive il suo martirio come un’eucaristia; e altrettanto vive l’eucaristia come una offerta di sé: la dottrina si fa vita vissuta! La lettera assume una notevole importanza perché già si fa strada la concezione della Chiesa di Roma con la presidenza da esercitare per dare unità al Corpo di Cristo che è la Chiesa universale. Non siamo ancora al primato petrino, anche perché non si cita il vescovo di Roma, ma si esalta la Chiesa romana nel suo insieme.

Ad essa Ignazio si rivolge, perché i fedeli esprimano un’autentica carità nei suoi confronti, permettendo che il suo martirio si realizzi e senza mai impedire quello che per lui è il suo sacrificio. Stupiscono le parole che egli usa perché rivela di possedere un animo coraggioso con gli accenti più belli nel pregustare un martirio che sa imminente e a cui non vuole affatto sottrarsi.

Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo comandamento piene della grazia di Dio in forma salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo, Dio nostro. Dopo aver pregato Dio ho potuto vedere i vostri santi volti ed ottenere più di quanto avevo chiesto. Incatenato in Gesù Cristo spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia degno sino alla fine. L’inizio è facile a compiersi, ma vorrei ottenere la mia eredità sen-za ostacoli. Temo però che il vostro amore mi sia nocivo. A voi è facile fare ciò che volete, a me è difficile raggiungere Dio se non mi risparmiate. Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio come siete accetti. Io non avrò più un’occasione come questa di raggiungere Dio, né voi, pur a tacere, avreste a sottoscrivere un’opera migliore. Se voi tacerete per me, io diventerò di Dio, se amate la mia carne di nuovo sarò a correre. Non procuratemi di più che essere immolato a Dio, sino a quando è pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo, poiché Iddio si è degnato che il vescovo di Siria, si sia trovato qui facendolo venire dall’oriente all’occidente. È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in lui. Non avete mai insediato nessuno, avete insegnato agli altri. Desidero che resti fermo ciò che avete insegnato. Per me chiedete solo la forza interiore ed esteriore, perché non solo parli, ma anche voglia, perché non solo mi dica cristiano, ma lo sia realmente. Se io lo sono potrei anche essere chiamato e allora essere fedele quando non apparirò al mondo. Niente di ciò che è visibile è buono. Dio nostro Signore Gesù Cristo essendo nel Padre si riconosce maggiormente. Non è opera di persuasione ma di grandezza il cristianesimo, quando è odiato dal mondo. Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna.

Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi, io, tuttora, uno schiavo. Ma se soffro sarò affrancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla. Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati. Beneficati diventano peggiori. Per le loro malvagità mi alleno di più «ma non per questo sono giustificato». Potessi gioire delle bestie per me preparate e m’auguro che mi si avventino subito. Le alletterò perché presto mi divorino e non succeda, come per alcuni, che intimorite non li toccarono. Se incerte non volessero, le costringerò. Perdonatemi, so quello che mi conviene. Ora incomincio ad essere un discepolo. Nulla di visibile e di invisibile abbia invidia perché io raggiungo Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo. Nulla mi gioverebbero le lusinghe del mondo e tutti i regni di questo secolo. È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra. Cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi. Il mio rinascere è vicino. Perdonatemi, fratelli. Non impedite che io viva, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo né seducete con la materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che riceva la luce pura; là giunto sarò uomo. Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio. Se qualcuno l’ha in sé, comprenda quanto desidero e mi compatisca conoscendo ciò che mi opprime. Il principe di questo mondo vuole rovinare e distruggere il mio proposito verso Dio. Nessuno di voi qui presenti lo assecondi. Siate piuttosto per me, cioè di Dio. Non parlate di Gesù Cristo, mentre desiderate il mondo. Non ci sia in voi gelosia. Anche se vicino a voi vi supplico non ubbiditemi. Obbedite a quanto vi scrivo. Vivendo vi scrivo che bramo di morire. La mia passione umana è stata crocifissa, e non è in me un fuoco materiale. Un’acqua viva mi parla dentro e mi dice: qui al Padre. Non mi attirano il nutrimento della corruzione e i piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David e come bevanda il suo sangue che è l’amore incorruttibile.

Non voglio più vivere secondo gli uomini. Questo sarà se voi lo volete. Vogliatelo perché anche voi potreste essere voluti da Lui. Ve lo chiedo con poche parole. Credetemi, Gesù Cristo vi farà vedere che io parlo sinceramente; egli è la bocca infallibile con la quale il Padre ha veramente parlato. Chiedete per me che lo raggiunga. Non ho scritto secondo la carne, ma secondo la mente di Dio. Se soffro mi avete amato, se sono ricusato, mi avete odiato. Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria che in mia vece ha Dio per pastore. Solo Gesù Cristo sorveglierà su di essa e la vostra carità. Io mi vergogno di essere annoverato tra i suoi, non ne sono degno perché sono l’ultimo di loro e un aborto. Ma ho avuto la misericordia di essere qualcuno, se raggiungo Dio. Il mio spirito vi saluta e la carità delle Chiese che mi hanno accolto nel nome di Gesù Cristo e non come un viandante. Infatti, pur non trovandosi sulla mia strada fisicamente mi hanno preceduto di città in città. Questo vi scrivo da Smirne per mezzo dei beatissimi efesini. Con me tra molti altri vi è Croco, nome a me caro. Credo che voi conoscerete coloro che mi hanno preceduto dalla Siria a Roma nella gloria di Dio. Avvertiteli che sono vicino. Tutti sono degni di Dio e di voi: è bene che li confortiate in ogni cosa. Vi scrivo nove giorni prima delle calende di settembre. Siate forti sino alla fine nell’attesa di Gesù Cristo.

È un testo di notevole bellezza, anche ad insistere sul tema del suo martirio, che si prospetta cruento e crudele: viene presentato con accenti che fanno diventare Ignazio un vero eroe, senza che egli voglia mettere in mostra la sua persona. C’è in lui la consapevolezza che proprio con un martirio simile egli diventa in tutto simile al Maestro che ha proposto la sua gloria nella morte di croce.

LETTERA A POLICARPO

Esce dal gruppo delle lettere indirizzate alle comunità locali, perché qui Ignazio si rivolge personalmente al vescovo di Smirne, Policarpo: è suo amico, come si ricava dalla lettera, e probabilmente viene dalla cerchia dei discepoli di Giovanni, l’evangelista. Diversamente da Ignazio, costui vive una lunga esistenza tutta spesa alla causa del vangelo; e però anche lui conclude all’età di 86 anni con il martirio sul rogo. Questa breve lettera serve a testimoniare come vi fosse fraternità tra i vescovi e quel genere di comunicazione che permette di custodire il bene prezioso dell’unità della Chiesa, pur con situazioni molto particolari, che rischiavano di veder trionfare la dispersione in un momento molto delicato di passaggio.

A leggere il poco che ci è pervenuto di questo periodo, si riscontra un grande fervore comunicativo fra i vari vescovi, e sempre la preoccupazione per la salvaguardia dell’unità non solo dottrinale.

Ignazio, Teoforo, a Policarpo vescovo della Chiesa di Smirne, o meglio, che ha per vescovo Dio Padre e il Signore nostro Gesù Cristo, molta gioia. Lodo la tua pietà in Dio, fondata su una roccia incrollabile, e rendo la massima gloria (al Signore), perché sono stato fatto degno del tuo volto irreprensibile. Potessi goderne in Dio. Ti esorto nella carità che hai a proseguire nel tuo cammino e ad incitare tutti a salvarsi. Dimostra la rettitudine del tuo posto con ogni cura nella carne e nello spirito. Preòccupati dell’unità di cui nulla è più bello. Sopporta tutti, come il Signore sopporta anche te; sostieni tutti nella carità, come già fai. Cura le preghiere che non si interrompano; chiedi una saggezza maggiore di quella che hai; veglia possedendo uno spirito insonne. Parla a ciascuno nel modo conforme a Dio. Sostieni come perfetto atleta le infermità di tutti. Dove maggiore è la fatica, più è il guadagno. Se ami i discepoli buoni, non hai merito; piuttosto devi vincere con la bontà i più riottosi. Non si cura ogni ferita con uno stesso impiastro. Calma le esacerbazioni (della malattia) con bevande infuse. In ogni cosa sii prudente come un serpente e semplice come la colomba. Per questo sei di carne e di spirito, perché tratti con amabilità quanto appare al tuo sguardo; per ciò che è invisibile prega che ti sia rivelato, perché non manchi di nulla e abbondi di ogni grazia. Il tempo presente esige che tu tenda a Dio, come i naviganti invocano i venti e coloro che sono sbattuti dalla tempesta il porto. Come atleta di Dio sii sobrio; il premio è l’immortalità, la vita eterna in cui tu credi. In tutto sono per te una ricompensa io e le mie catene che tu hai amate. Non ti abbattano coloro che sembrano degni di fede e insegna-no l’errore. Sta’ fermo come l’incudine sotto i colpi. E’ proprio del grande atleta incassare i colpi e vincere. Dobbiamo sopportare ogni cosa per amore di Dio, perché anche lui ci sopporti. Sii più zelante di quello che sei. Discerni i tempi. Aspetta chi è al di sopra del tempo, atemporale, invisibile, per noi (fattosi) visibile, impalpabile, impassibile, per noi (divenuto) passibile, e sopportò ogni cosa. Non siano trascurate le vedove; dopo il Signore sei tu la loro guida. Nulla avvenga senza il tuo parere e tu nulla fare senza Dio, come già fai. Sii forte. Le adunanze siano molto frequenti. Invita tutti per nome. Non disprezzare gli schiavi e le schiave; ma essi non si gonfino, e si sottomettano di più per la gloria di Dio, perché ottengano da lui una libertà migliore.

Non cerchino di farsi liberare dalla comunità per non essere schiavi del desiderio. Fuggi i mestieri vietati e di più predica contro di essi. Raccomanda alle mie sorelle di amare il Signore e di sostenere i mariti nella carne e nello spirito. Così esorta anche i miei fratelli, nel nome di Gesù Cristo, ad amare le spose come il Signore la Chiesa. Se qualcuno può rimanere nella castità a gloria della carne del Signore, vi rimanga con umiltà. Se se ne vanta è perduto, e se si ritiene più del vescovo si è distrutto. Conviene agli sposi e alle spose di stringere l’unione con il consenso del vescovo, perché le loro nozze avvengano secondo il Signore e non secondo la concupiscenza. Ogni cosa si faccia per l’onore di Dio.

I vari richiami che riscontriamo qui, si comprendono se pensiamo che Policarpo è relativamente ancora giovane rispetto a Ignazio, e perciò costui lo incoraggia a proseguire il lavoro, come se gli lasciasse l’eredità …

S. POLICARPO

ICONA DI S. POLICARPO

Anche Policarpo è una bella figura di questo periodo di passaggio: egli si presenta come discepolo ed erede dell’apostolo Giovanni. Per questa sua familiarità diventa una figura di riferimento nelle Chiese d’Asia ed è nominato vescovo di Smirne. Nel 107 accoglie qui Ignazio nel suo viaggio verso Roma e il martirio. In seguito curò la raccolta e la diffusione delle sue lettere nelle varie Chiese: e lui stesso si cimenta allo stesso modo con una lettera ai Filippesi che si è conservata fino a noi.

Policarpo scrisse una lettera ai Filippesi, esortandoli a servire Dio nel timore, a credere in lui, a sperare nella resurrezione, a camminare nella via della giustizia, avendo sempre innanzi agli occhi l’esempio dei gloriosi martiri e principalmente di Ignazio, di cui egli univa le lettere in suo possesso.

Sul finire della vita fu a Roma per trattare con Papa Aniceto (155-166) diverse questioni, in modo particolare la questione della data della Pasqua, senza riuscire a trovare un accordo: gli orientali la celebravano come gli Ebrei il 14 di Nisan (in aprile), non necessariamente di domenica, e gli occidentali la domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Non per questo ci fu disunione. Appena ritornato da Roma a Smirne, Policarpo subì il martirio, e precisamente il 23 febbraio dell’anno 155, verso le due del pomeriggio. I particolari della sua gloriosa fine ci sono dati dal Martyrium Polycarpi.

Dalla “Lettera della Chiesa di Smirne sul martirio di san Policarpo”.

Portato davanti al proconsole, questi gli chiese se fosse Policarpo. Egli annuì e il proconsole cercò di persuaderlo a rinnegare dicendo: “Pensa alla tua età” e le altre cose di conseguenza come si usa: “Giura per la fortuna di Cesare, cambia pensiero e di’: Abbasso gli atei!”. Policarpo, invece, con volto severo guardò per lo stadio tutta la folla dei pagani, tese verso di essa la mano, sospirò e guardando il cielo disse: “Abbasso gli atei!”. Il capo della polizia insistendo disse: “Giura e io ti libero. Maledici il Cristo”. Policarpo rispose: “Da ottantasei anni lo servo, e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio re che mi ha salvato?”(…) Quando il rogo fu pronto, Policarpo si spogliò di tutte le vesti e, sciolta la cintura, tentava di togliersi i calzari, cosa che prima non faceva, perché sempre tutti i fedeli andavano a gara a chi più celermente riuscisse a toccare il suo corpo. Anche prima del martirio era stato trattato con ogni rispetto, per i suoi santi costumi. Subito fu circondato di tutti gli strumenti che erano stati preparati per il suo rogo. Ma quando stavano per configgerlo con i chiodi, disse: “Lasciatemi così: perché colui che mi dà la grazia di sopportare il fuoco mi concederà anche di rimanere immobile sul rogo senza la vostra precauzione dei chiodi”. Quelli allora non lo confissero con i chiodi ma lo legarono. Egli dunque, con le mani dietro la schiena e legato, come un bell’ariete scelto da un gregge numeroso, quale vittima, accetta a Dio, preparata per il sacrificio, levando gli occhi al cielo disse: “Signore, Dio onnipotente, Padre del tuo diletto e benedetto Figlio Gesù Cristo, per mezzo del quale ti abbiamo conosciuto; Dio degli angeli e delle Virtù, di ogni creatura e di tutta la stirpe dei giusti che vivono al tuo cospetto: io ti benedico perché mi hai stimato degno in questo giorno e in quest’ora di partecipare, con tutti i martiri, al calice del tuo Cristo, per la risurrezione dell’anima e del corpo nella vita eterna, nell’incorruttibilità per mezzo dello Spirito Santo.

Possa io oggi essere accolto con essi al tuo cospetto quale sacrificio ricco e gradito, così come tu, Dio senza inganno e verace, lo hai preparato e me lo hai fatto vedere in anticipo e ora l’hai adempiuto. Per questo e per tutte le cose io ti lodo, ti benedico, ti glorifico insieme con l’eterno e celeste sacerdote Gesù Cristo, tuo diletto Figlio, per mezzo del quale a te e allo Spirito Santo sia gloria ora e nei secoli futuri. Amen”. Dopo che ebbe pronunciato l’Amen e finito di pregare, gli addetti al rogo accesero il fuoco. Levatasi una grande fiammata, noi, a cui fu dato di scorgerlo perfettamente, vedemmo allora un miracolo e siamo stati conservati in vita per annunciare agli altri le cose che accaddero. Il fuoco si dispose a forma di arco a volta, come la vela di una nave gonfiata dal vento, e avvolse il corpo del martire come una parete. Il corpo stava al centro di essa, ma non sembrava carne che bruciasse, bensì pane cotto oppure oro e argento reso incandescente. E noi sentimmo tanta soavità di profumo, come d’incenso o di qualche altro aroma prezioso.

CONCLUSIONE

Queste due figure, e soprattutto i loro scritti, rappresentano l’anello di congiunzione che garantisce la continuità della Chiesa con le sue radici apostoliche: si può dire che la Tradizione abbia inizio qui, e a questa fase si deve richiamare per essere riconosciuta, ancora oggi, come essenziale al percorso che la Chiesa continua a fare nella storia. L’entusiasmo che si riscontra e soprattutto il chiaro riferimento alla figura di Gesù, da scoprire anche nei capi della Chiesa, purché vivano essi pure in comunione con lo Spirito, sono i dati più significativi da far emergere nel richiamare la Tradizione: qui la fede è avvertita soprattutto come piena comunione con il Signore, che i due martiri sentono nelle loro stesse fibre, perché essi vivono nello Spirito la medesima passione, e sentono che essa trasmette lo spirito vitale a coloro che seguono. La fede deve conservarsi, non già solo come dottrina, ma soprattutto come esperienza di vita, nella misura in cui essa viene riconosciuta nella persona e in ciò che le persone stesse vivono. Il fatto, poi, che lo strumento individuato per la comunicazione è quello delle lettere indica modalità concrete per mezzo delle quali può passare, con la parola, lo spirito vivo e vero di persone effettivamente credibili, e come tali degne di considerazione e di una memoria che dura e che cresce nel tempo. E come loro, ben altro e ben altri si succedono nella storia della Chiesa come figure di riferimento da conoscere e da far conoscere.

Storia della Cina: Francesco Saverio e i primi gesuiti in Cina

INTRODUZIONE

L’opera storica che Matteo Ricci scrive ha come titolo: “Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina”. Per la lingua che usa e, più ancora, per il genere di contenuti che vi trovano ampio spazio, si deve pensare che essa non si preoccupi di dialogare con il mondo cinese, come avviene invece in altre opere da lui lasciate. Questo è evidentemente un lavoro che deve spiegare in Occidente e, in modo particolare, nel mondo cattolico, come sia stata condotta l’attività missionaria che il gesuita marchigiano si prefiggeva di compiere e che costituiva l’assillo fondamentale del nuovo Ordine religioso, da poco fondato e già schierato sui diversi fronti dei luoghi geografici che erano stati contattati nei viaggi avventurosi del secolo. Se in altri settori Ricci si rivela un uomo ben avviato negli studi scientifici e soprattutto preoccupato di comunicare in maniera rispettosa con il mondo cinese, qui, in un ambito più propriamente storico, tenuto conto che deve riferire alla Compagnia, secondo le richieste del fondatore, fatte ai suoi missionari in giro per il mondo, vediamo emergere una cura più attenta, da parte dello scrittore, per giustificarsi nel suo modo di operare. Egli si deve mettere sul solco dei suoi immediati predecessori, che hanno aperto la strada per la presenza, non solo degli occidentali, ma soprattutto dei missionari del vangelo in Cina. Se Ricci appare spesso dominato da un tipo di “curiosità” scientifica, che lo fa essere attento alla cultura cinese e dialogante con essa, qui si fa strada, più che lo storico, il cronista della missione, e quindi colui che deve spiegare ai superiori le linee guida della sua azione, in cui predomina l’obiettivo di proporre il vangelo e di farlo conoscere con lo spirito dei pionieri. Costoro, anni prima della sua venuta in Cina, hanno comunicato il vangelo secondo l’impostazione allora perseguita di ottenere conversioni e adesioni alla Chiesa, già squassata da scismi ed eresie, che in Europa avevano lacerato la sua unità e compattezza. Soprattutto a partire dalla intraprendenza dei Portoghesi, i Gesuiti cercavano di accompagnarsi a loro, anche perché i Lusitani avevano una buona flotta e notevoli interessi un po’ dovunque, nell’intento di creare punti di approdo, a partire dai quali potevano creare sbocchi di mercato per raccogliere materiale e smerciare. Da quando erano iniziati i viaggi sull’Atlantico con l’intenzione di raggiungere più facilmente quello che nella geografia di allora risultava l’Oriente, senza la cognizione che ci fosse un continente in mezzo, l’obiettivo rimaneva comunque Cipango (Giappone) e Catai (Cina), ma più ancora l’India sempre considerata “favolosa” per le ricchezze che si ipotizzava di trovarvi.

La via di terra risultava impedita a causa dell’Impero ottomano, sempre più decisamente spinto a dimostrare la sua superiorità militare e navale in Europa. Ed allora si cercava una via diversa, che però aveva rivelato l’esistenza di un altro continente. I Gesuiti, da poco creati per opera di Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Pietro Favre, si erano messi a servizio della Chiesa Cattolica nel suo programma di recupero di credibilità, dopo la lacerazione ad opera dei luterani e di quanti ne avevano seguito le orme: costoro non si prefiggevano solo di reagire alle nuove idee con quella che veniva chiamata la Controriforma, come se bastasse semplicemente essere contro la Riforma, poi definita “protestante”, per recuperare il terreno in Europa, ma accampavano un nuovo slancio missionario, fatto di azione culturale. Prima di loro, francescani e domenicani, gli ormai consolidati Ordini religiosi medievali, avevano seguito i “conquistadores”, soprattutto spagnoli, senza tuttavia crearsi modalità particolari per la propria azione religiosa con le nuove popolazioni incontrate e accostate. I Gesuiti si rendono conto che deve essere cercato un nuovo modo di trattare con le popolazioni locali, sia nelle colonie americane, sia nel lontano Oriente. Qui in presenza di sistemi politici e culturali consolidati, era doveroso accostarsi con un approccio dialogico, che, soprattutto in Cina con l’opera di Ricci, porterà i suoi frutti. Da Roma però venivano tutte le perplessità circa il suo metodo, perché la volontà di affermare con chiarezza la dottrina, in polemica con la frammentazione luterana, richiedeva che il vangelo venisse annunciato senza accomodamenti. Il metodo usato da Ricci, che godeva del sostegno da parte del superiore locale, in considerazione della particolare situazione della Cina, vista dalla colonia portoghese di Macao, quando viene conosciuto a Roma, creerà non pochi problemi e perplessità; ma il suo ideatore nel frattempo era scomparso dalla scena. Negli anni in cui Ricci è attivo e sta cercando di penetrare in Cina, risalendola da sud verso Pechino, costui scrive le sue relazioni e cerca, presso la Curia generalizia dei Gesuiti a Roma e soprattutto presso i nuovi uffici di Curia vaticani, di giustificare l’operato suo e dei Gesuiti che sono con lui. Per lui la giustificazione migliore è quella di mostrare che sta operando sulla scia di colui che risultava il pioniere in assoluto verso la Cina e cioè Francesco Saverio, morto mentre stava proponendosi di entrarvi, nello stesso anno in cui a Macerata nasceva Matteo Ricci.

IL CRISTIANESIMO IN CINA

A dire il vero, Francesco Saverio non è affatto il primo ad entrare in Cina, essendo ben noti altri missionari venuti per via di terra a portarvi il verbo cristiano. E tuttavia Matteo Ricci nel suo testo non fa alcuna menzione di ciò che noi sappiamo da altre fonti storiche. A sua giustificazione si può dire che egli non voleva fare la storia della missione in Cina, quanto piuttosto spiegare gli inizi dell’attività dei Gesuiti. Questo suo modo di impostare la questione rivela con chiarezza che quanto scrive è la sua relazione ai Superiori di Roma e nello stesso tempo è la volontà evidente di sostenere che il suo modo di operare è in continuità con colui che nell’Ordine, non è solo il fondatore, ma anche il primo missionario e quindi colui che ha aperto le nuove vie per questa azione, che si vorrebbe differisse da ciò che facevano altri Ordini nella Chiesa. Indubbiamente in Cina erano già stati degli Europei, provenienti per via di terra e in genere mossi da motivi di ordine economico. A costoro si accompagnano anche dei religiosi, i quali si presentano con lettere credenziali del Papa; ma il loro intervento non lascia segni duraturi e soprattutto un sistema istituzionale locale. Si possono riassumere gli sporadici interventi dei primi missionari riportando la nota della curatrice del testo di Matteo Ricci. All’apertura del Libro Secondo, laddove si parla delle prime mosse della Compagnia di Gesù, come se prima non ci fossero stati nulla e nessuno, risulta necessario nel rispetto della verità storica segnalare i tentativi precedenti.

Ricci qui, nel narrare le vicende della penetrazione cattolica in Cina, non tiene conto della missione dei francescani databile fra il XIII e il XIV secolo; l’evoluzione dell’impresa francescana si può ricostruire attraverso alcune tappe principali nel 1246, durante l’impero mongolo, il frate Giovanni da Pian del Carpine giunse a Qara-Qorum per consegnare una bolla del papa Innocenzo IV al Gran Qan Guyuk; nel 1253 fu la volta del frate fiammingo Guglielmo de Ruysbroeck, che giunse a Qara-Qorum in missione per conto del papa o forse del re di Francia Luigi IX, e rimase presso il Gran Qan Mongka per due anni. Molto più rilevante l’esperienza missionaria del francescano Giovanni da Montecorvino, nominato nel 1281 Legato Apostolico in Cina da Nicolò IV. Egli fu il primo sacerdote cattolico ad arrivare in Cina, dove giunse a Pechino nel 1292 ed edificò due chiese. Nel 1307 il papa Clemente V lo nominò arcivescovo di Qanbalic. La missione di Montecorvino prosperò ed egli edificò un monastero per ventidue monaci; rimase in Cina fino alla morte avvenuta nel 1328, dopo aver fronteggiato l’ostilità dei cristiani nestoriani.

Nello stesso periodo, dal 1324 al 1330, avvenne l’avventurosa esperienza di viaggio attraverso tutta la Cina del francescano Odorico da Pordenone. Infine, dal 1342 al 1346, ci fu il soggiorno cinese del francescano Giovanni da Marignolli, per una missione voluta da Benedetto XII, probabilmente in risposta ad una delegazione di 16 membri inviata nel 1338 dall’imperatore Toghan Temur, conosciuto dai cinesi come Shundi, ad Avignone per recare omaggio al papa. Dal 1368, dopo la conquista del potere da parte della dinastia Ming, la Cina rimase chiusa alle missioni cattoliche fino all’arrivo, nel 1582, dei Gesuiti Valignano e Ruggieri. (Ricci, p. 109)

In questa essenziale cronistoria dei primi approcci da parte di religiosi si vede il tentativo di costruire relazioni fra le parti, ma di fatto non si arriva mai a concludere con qualcosa di duraturo. Nello stesso tempo c’è da segnalare la presenza di “nestoriani”, cioè di cristiani che riconoscono la separazione della natura umana e divina in Gesù, per cui Maria sarebbe madre di Cristo, ma non di Dio. Costoro sono comunque spariti nello stesso momento in cui si perdono pure i segni della presenza dei cattolici in Cina. La ripresa dei rapporti si ha con i Gesuiti. E qui Matteo Ricci ha buon gioco per affermare che tutto dipende dai superiori che gli hanno aperta la strada per dare consistenza alla presenza di cristiani nel Paese.

L’ENTRATA DEI “NOSTRI”

Così si esprime Ricci nel primo capitolo del secondo libro della sua storia. Tenuto conto che al termine del primo libro egli parla diffusamente delle diverse sette religiose che prosperano nel Paese e che danno origine a forme di idolatria, il quadro che si ha della religione in Cina non è affatto lusinghiero e comporta per la Chiesa stessa non poche difficoltà nella sua predicazione e nella sua azione. Ricci insiste su un quadro molto negativo e lo si avverte nell’estrema durezza con cui giudica la situazione.

Contra questo Mostro dell’Idolatria sinica, di che parlassimo nel fine dell’altro libro, più fiero con i suoi tre capi che quello del Hidra Lirnea, che tanti migliaia de anni pacificamente tiranizzava e mandava sotterra nell’abisso dell’Inferno tanti milioni di anime, si mosse la nostra Compagnia di Giesù, conforme al suo instituto, a far guerra da parti sì lontane, passando tanti regni e tanti mari per liberare le misere anime della perdizione eterna. E fidati nella Divina misericordia e promessa non hebbero paura de’ pericoli né delle difficoltà che si opponevano alla entrata di un Regno cotanto serrato a’ forastieri, e pieno di tanta moltitudine di gente per difendere i loro errori, poiché al segno et alle armi della Santa Croce nessuna forza mondana né infernale può resistere. (Ricci, p. 109)

Il quadro è indubbiamente molto fosco e contrasta con l’atteggiamento che di solito si rileva in Ricci, portato a dialogare con i saggi della Cina. Ma qui dobbiamo tenere conto che il suo scritto deve raggiungere gli Europei e soprattutto deve far comprendere che da parte dei Gesuiti la missione è condotta, come anche in altre parti del mondo, per comunicare la vera religione e quindi con intenti che dovremmo definire da proselitismo. Va rilevato inoltre che Ricci è ben consapevole del pregiudizio da parte dei Cinesi nei confronti di tutto ciò che arriva dal mondo europeo e delle diffidenza verso ciò che è estraneo alla loro storia e alla loro cultura. Un simile atteggiamento sarà costante, qui come in altre parti dell’Asia e comporterà nei secoli successivi anche diverse persecuzioni con l’intento di estirpare, insieme con la presenza europea, ogni traccia di religioni estranee al mondo orientale. In Ricci aumenta la convinzione che proprio su questo terreno è necessario che la battaglia sia condotta per far trionfare la Croce di Cristo. Insomma, l’atteggiamento si fa battagliero, anche in conformità agli schemi indicati nella Controriforma cattolica. Ricci rivela che la sua formazione, soprattutto religiosa, è avvenuta in questo contesto e così si deve esprimere. Non può comunque esimersi dal dire che l’idea di entrare in contatto con la Cina apparteneva alla mente fer-vida di Francesco Saverio, il quale, però, non riuscì a realizzare il suo pro-getto, essendo morto su un’isola del territorio cinese, ma senza che abbia mai potuto mettere piede sulla parte continentale. E tuttavia deve ricono-scere a lui questo intento “battagliero”, anche perché costui è tra i fonda-tori dell’ordine gesuitico e insieme è pure il primo missionario in assoluto della Congregazione.

S. FRANCESCO SAVERIO

La figura di San Francesco Saverio è nota dentro e fuori la Chiesa come il pioniere della nuova evangelizzazione, messa in campo in occasione dei viaggi, di scoperta e di conquista insieme, nei nuovi territori raggiunti in America e in Oriente. Più che la ricerca di un metodo nuovo, che va invece riconosciuto a Ricci, per lui si deve parlare del fervore che appare nei suoi scritti inviati al confratello Ignazio.

Francisco de Jasso Azpilicueta Atondo y Aznares de Javier (questo è il suo nome spagnolo) era nato il 7 aprile 1506 in una famiglia nobile di Javier (in Navarra). I beni della famiglia erano stati confiscati dal re aragonese Ferdinando il Cattolico, dopo la vittoria sugli autonomisti navarrini, che erano filo-francesi. Per sfuggire alla sconfitta e alla miseria, si rifugiò in Francia e andò a studiare teologia alla Sorbona dove, dopo il primo triennio, divenne maestro. Nel suo stesso collegio di Santa Barbara arrivò il basco Ignazio di Loyola (1491-1556), il quale, oltre ad essere uno dei suoi più grandi amici (furono proclamati santi insieme), ne riconobbe immediatamente il temperamento combattivo ed ardente e decise di conquistarlo alla propria causa. Nello stesso collegio parigino studiava anche il savoiardo Pierre Favre (1506-1546).  Francesco, Pietro e Ignazio diedero origine ad una vita religiosa in comune, che sarebbe poi diventata la Compagnia di Gesù. Il 15 agosto 1534 nella chiesa di Saint Pierre de Montmartre emisero i voti di povertà, castità e obbedienza con l’aggiunta di muovere verso la Terra Santa per combattere l’Islam e portarvi la fede cristiana. Si ritrovarono a Venezia nell’intento di partire verso la Palestina, ma, non riuscendo a farlo, decisero di mettersi a disposizione del Papa, che allora era Paolo III. A Roma Francesco Saverio fu ordinato sacerdote nel 1537. I tre fondatori, poi, decisero di aggiungere ai tre voti tradizionali un quarto voto che diventa distintivo dei Gesuiti, e cioè l’obbedienza al papa. Nel 1540 il re del Portogallo, Giovanni III, chiese al Papa di poter avere a sua disposizione dei missionari da mandare nei luoghi occupati dai Portoghesi nelle Indie orientali. Francesco Saverio fu indicato da Ignazio e costui partì nel marzo 1541 da Lisbona con un viaggio che durò più di un anno. Arrivò a Goa, colonia portoghese in India, nel maggio dell’anno successivo. Nel 1545 partì per la penisola della Malacca, in Malaysia dove incontrò alcuni giapponesi che gli proposero di muoversi verso il Giappone. Vi arrivò nell’agosto del 1549, e qui si rese conto della necessità di provare anche un approccio con la Cina. Ma all’arrivo sull’isola di Sancian il 3 dicembre 1552 morì di febbri malariche. Il suo corpo fu portato a Goa, dove è ancora oggi sepolto nella chiesa del Bom Jesus. La sua opera missionaria soprattutto in Cina fu proseguita da Alessandro Valignano e Matteo Ricci. (Wikipedia)

Da lui comincia quella serie di relazioni che permettono ai missionari di essere sempre in comunicazione con la Casa Madre di Roma. Francesco Saverio scrive parecchie lettere all’amico Ignazio di Loyola allo scopo di fargli conoscere il lavoro che sta conducendo tra le popolazioni da lui accostate. Ne vien fuori un animo ardente che vive con fervore la sua missione, dovunque si trovi.

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Da una lettera ad Ignazio di Francesco Saverio

Abbiamo percorso i villaggi dei neofiti, che pochi anni fa avevano ricevuto i sacramenti cristiani. Questa zona non è abitata dai Portoghesi, perché estremamente sterile e povera, e i cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’altro se non che sono cristiani. Non c’è nessuno che celebri le sacre funzioni, nessuno che insegni loro il Credo, il Padre nostro, l’Ave e i Comandamenti della legge divina. Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali – come si dice – non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano dire né l’Ufficio divino, né prendere cibo, né riposare fino a che non ho loro insegnato qualche preghiera; allora ho cominciato a capire che a loro appartiene il Regno dei cieli. Perciò non potendo senza empietà respingere una domanda così giusta, a cominciare dalla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnavo loro il Simbolo apostolico, il Padre nostro e l’Ave Maria. Mi sono accorto che sono intelligenti e, se ci fosse qualcuno a istruirli nella legge cristiana, non dubito che diventerebbero ottimi cristiani. Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè! quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno! Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti! In verità moltissimi di costoro, turbati a questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbero ad ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore, e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione della volontà di Dio. Griderebbero certo dal profondo del loro cuore:“Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?”. Mandami dove vuoi, magari anche in India.

Da una relazione scritta ad Ignazio di Francesco Saverio

Del Giapan, o vero Giapon, scriverò quello che per l’esperienza insino adesso habbiamo conosciuto. Primieramente la gente che habbiamo con-versata, è la migliore che insin adesso si sia scoperta, et fra gli infedeli mi pare non si troveria altra migliore; generalmente sono di buona conversatione; è gente buona et non malitiosa; et stimano mirabilmente l’honore più che nissun’altra cosa; communemente sono poveri, et la povertà tanto fra li nobili, quanto fra gli altri non si reputa a vergogna.

È gente molto cortese fra loro et stimanosi, confidando molto nelle armi; portano sempre spade e pugnali, tanto li nobili quanto la gente bassa, cominciando dalli 14 anni; non patisce questa gente ingiuria alcuna, né parola di dispregio, come la gente ignobile: porta gran reverentia alli nobili. Così tutti li gentilhuomini reputano gran laude servire al signore della terra, et essergli molto soggetti. È gente temperata nel mangiare, benché nel bere alquanto larga: fanno il vino de riso, perché non ci è altro in quelle bande. Giurano poco; et il giuramento loro è per il sole: gran parte della gente sa leggere et scrivere, il che è gran mezzo per brevemente apparare le orationi et cose di Dio.

Matteo Ricci conosce il Saverio solo per ciò che si racconta di lui nella sua Congregazione. È probabile che lo spirito missionario si sia acceso in lui proprio dalla conoscenza delle relazioni appassionate scritte dall’uomo destinato poi a divenire santo e soprattutto patrono delle missioni. Ne dà una chiara immagine nel capitolo in cui deve parlare delle origini della presenza cristiana in Cina: essa corrisponde esattamente a ciò che veniva comunicato ai giovani aspiranti religiosi che vivevano a Roma.

Il Primo che diede principio a questa guerra e cominciò a battere il muro fu il nostro B. P. Francesco Xaver, il quale avendo fundate tutte le Christianità dell’India e di Malucco, fu ultimamente a fundare la (spagnolismo spesso ricorrente nell’opera di Ricci al posto di “quella”) del Giappone con la felicità che dallo suo spirito Apostolico si sperava; e mentre faceva questo offitio in quei regni gli fu mosso un dubio dai loro savij: se la santa fede che predicava era sì buona e conforme alla ragione, per qual causa il Regno della Cina, che è tenuto per il più savio de tutti i regni orientali, non l’aveva anco pigliata. E sapendo bene il B. Padre che tutte le leggi e riti dei Giapponi hebbero origine dalla Cina, venne in pensiero che, se potesse prima convertire la Cina, non solo si farebbe bene ad un regno sì grande e nobile, ma in un medesimo tratto facilmente anco restarebbe convertito il Giappone. Per questa causa, raccomandando le cose di là ad altri compagni che quivi aveva (nell’intraprendere l’impresa della Cina, Francesco Saverio lasciò in Giappone a continuare la sua missione padre Cosma de Torres e fratello Gio-vanni Fernandes), se ne ritornò all’India, dove con grande prestezza hebbe dal Viceré di essa una ambasciata che se mandasse al Re della Cina da parte del Re di Portogallo (nel 1552 Francesco Saverio ottenne di far parte di una delegazione portoghese, guidata dal mercante Diego Pereira, presso l’imperatore della Cina, con l’appoggio del viceré delle Indie Don Alfonso de Norona e del vescovo di Goa Dom Giovanni de Albuquerque), con la quale occasione egli potesse entrare dentro di questo regno e cominciare in esso la promulgazione del santo evangelio. (Ricci, p. 110)

Sulla base di ciò che qui troviamo scritto sembra che Ricci suggerisca la motivazione per la quale il Saverio si decide a tentare di entrare in Cina: l’avrebbero convinto i suoi collaboratori, facendo notare che presso i Cinesi c’è la sapienza essenziale come terreno ben preparato all’evangelizzazione. Viene da pensare che sulla base della personale esperienza lo stesso Ricci riconoscesse presente in Cina il terreno adatto per seminare la Parola. E proprio dalla filosofia di vita dominante in Cina bisognava pas-sare per facilitare l’ingresso della predicazione evangelica. Eppure in pre-cedenza Ricci aveva detto con estrema chiarezza che l’idolatria radicata in quel Paese avesse i medesimi connotati della mitica Idra di Lerna, il mostro dalle molteplici teste e dal veleno mortale diffuso un po’ ovunque. Vien da supporre che egli sostenga questo per giustificare una presenza qualificata di missionari, che trovano nel Saverio il loro iniziatore, ma anche colui che ha aperto la strada, sulla quale si doveva insistere per raccogliere i frutti sperati, anche se questi, al momento dell’ingresso di Ricci, sembravano tardare a crescere e a far sperare in un successo sicuro.

Se il Saverio aveva meditato su questo progetto e non era riuscito a perseguirlo, non si poteva disattendere all’opera solo abbozzata e bisognava raccogliere l’eredità. Ecco perché Ricci dà grande importanza a questo suo disegno e nello stesso tempo lascia intendere che quanto sta facendo non è altro che la prosecuzione di un progetto, a cui la Congregazione dei Gesuiti rimane sempre legata. Così insiste Ricci nel raccontare il particolare ardore missionario che spingeva il Saverio a predisporre azioni mirate per dare buon esito alla sua impresa.

E lasciando adesso i contrasti che il Demonio pose a questa opra in Malacca (Ricci accenna solo fugacemente agli avvenimenti che impedirono lo svolgimento dell’ambasciata portoghese presso l’imperatore a cui avrebbe dovuto partecipare Francesco Saverio. Trigault, nella sua versione latina dell’opera di Ricci, a questo punto della narrazione inserisce un racconto dettagliato dei fatti attribuendo la responsabilità del fallimento del progetto all’ostinata opposizione del Capitano di Malacca Don Alvaro de Ataide), al fine arrivò pure in compagnia de’ Portoghesi che venivano a mercanteggiare con i Mercanti della Cina, in un’Isola alla parte più australe di tutto il regno, che si chiama Sancioam, dove tentando per molte vie di entrare alla metropoli della Provincia di Quantone, che i Portoghesi chiamano Cantan, se bene non potesse ottenere altro che essere menato di notte nascostamente e lasciato solo nella riviera del fiume che passa al piè del muro della città, né anco questo osorno fare i Cinesi né per prieghi né per promesse di molta somma di danari, avendo paura di esser casticati atrocemente dagli magistrati di quella Città. Ma conciosia cosa che i peccati di questo regno non meritassero sì grande Apostolo per dar principio alla loro conversione, e fusse già arrivata l’hora del B. Padre irsene al Cielo e riceverne il merito de’ suoi travagli e sante opere, tutti i consegli della sua entrata gli riuscirno in vano; sebene crediamo pure che, se egli non poté ottenere da Iddio per sé questa entrata, la ottenne nel Cielo per i suoi Compagni che, contra ogni speranza humana, vi entrarno trenta anni doppo. In questo luogo dunche, e trattando questo negocio, moritte l’anno 1552, e da qui riportato il suo corpo incorrotto a Goa, facendo per suo mezzo Iddio tanti miracoli e nel viaggio et in Goa, come nella sua vita pienamente si narra. (Ricci, p. 110-111)

Non era ancora riconosciuto santo, ma da parte di un confratello, che in quel periodo dimostrava di esserne l’erede e di proseguirne il progetto con migliori risultati, usciva, a pochi anni di distanza, un elogio non indifferente e anche la segnalazione di miracoli attribuiti alla sua intercessione.

Ricci voleva in tal modo presentarsi come l’erede, e nello stesso tempo segnalare che il suo progetto, decisamente fra i migliori della sua notevole opera missionaria, trovava finalmente la sua piena realizzazione. Così la sua testimonianza cercava con questo encomio del futuro santo una sorta di canonizzazione dell’impresa che ora apparteneva totalmente alla strategia di Ricci. Costui si rendeva conto che anche ad aver raggiunto dei buoni risultati, certi metodi attuati potevano suscitare per-plessità e opposizione, come del resto avvenne.

I SUPERIORI DI RICCI IN CINA

Se vuole riuscire nell’impresa, che appare molti ardua, anche per i tentativi sempre naufragati, e soprattutto se vuole che il suo metodo possa essere attuato e riconosciuto come valido, ha bisogno dell’appoggio dei suoi superiori. In effetti tra lui e il Saverio ci sono figure che il gesuita di Macerata intende segnalare come coloro che lo hanno introdotto in questa sua azione missionaria e lo hanno sempre decisamente sostenuto. Ci sono stati in precedenza imprese isolate di Congregazioni antiche, ma queste, anche forse per una certa debolezza organizzativa e per mancanza di appoggi adeguati a Roma, non hanno sortito l’effetto sperato.

Doppo lui vennero altri valenti huomini e servi di Iddio a procurare questa entrata, specialmente della Religione di S. Francesco e S. Domenico (Ricci, probabilmente, si riferisce agli infruttuosi tentativi da parte dei francescani di entrare in Cina nel 1579, nel 1582 e nel 1583; per quanto riguarda gli agostiniani è attestato un tentativo fallito avvenuto nel 1575. Tutte queste missioni riuscirono appena a raggiungere Macao e poi Guangzhou, senza ottenere il permesso di soggiorno nel paese. Alcuni, in modo fortuito riuscirono a raggiungere alcune città dell’interno da cui vennero subito rispediti indietro), altri per via delle Indie orientali, altri per quella delle occidentali, di Nova Spagna (Messico) e delle Filippine. Ma quelli che pigliorno più a petto quest’opra, come ereditaria del B. Francesco, forno i Padri della Compagnia, che con molto zelo vennero con i mercanti portoghesi e con molta perseverantia stettero sempre alla porta della Cina in una Residenza che quivi fecero (la residenza della Compagnia di Gesù, cui Ricci si riferisce, veniva fondata a Macao nel 1565 dai padri Francisco Perez e Manuel Pereira).

(Ricci, p. 111)

Ben diversi sono invece gli sforzi messi in campo dai Gesuiti: essi da una parte stanno sicuri nella loro residenza portoghese di Macao e nello stesso tempo cercano contatti che permetteranno successivamente di avere accesso fino alla capitale. Ricci esalta la sagacia dei suoi superiori che hanno saputo mettere in campo una strategia vincente.

Quello che la ritornò ad avivar più e risuscitarla, essendo già mezza desperata per gli varij impedimenti che ritrovorno ogni giorno più porsi nel mezzo, fu il P. Alessandro Valignano (1539-1606), il quale era Visitatore, mandato dal Nostro P. Generale, di tutte queste parti orientali. Et avendo già visitata quella parte dell’India, che gli Europei chiamano di qua del Gange, et avendo da passare principalmente al Giappone, fu forzato aspettare la partita della nave che va al Giappone, più di dieci Mesi nella residenza di Macao. Onde pigliando varie informazioni delle Cose di dentro della Cina, venne a intendere bene la nobiltà e grandezza di questo Regno governato con tanta pace e prudentia, venne a persuadersi che una gente tanto accorta e data allo studio non lasciaria di dare entrata nel suo regno ad alcuni Padri di buona vita e che sapessero la loro lingua e lettera, et alfine riceverebbono la nostra santa legge che, non solo non è contraria, ma agiuta molto al buon governo della Repubblica, che loro pretendono, e fa tanto bene all’anime nell’altra vita aprindogli il camino e la porta al paradiso. Per questa causa diterminò di applicare alcuni padri che stessero in Maccao imparando le lettere e la lingua della Cina, accioché, avendo qualche porta per entrare, stessero ben apparecchiati a questo. E così, se bene contra il parere di alcuni Padri vecchi et isperimentati nella Cina, che avevano questa impresa per impossibile, non avendo il Padre Valignano seco persona atta permettere a questa opra, scrisse al P. Vincentio Rodrigo Provinciale dell’India, che almeno mandasse a quella Residentia un Padre di buone parti per questo effetto; et egli, perseguendo il suo viaggio verso Giappone, lasciò scritto quanto aveva da fare per conseguire il fine che si pretendeva. Il Provinciale elesse a questa impresa il P. Michel Ruggerio, che era venuto all’India di Roma l’anno 1578, e già stava travagliando nella Cristianità della Costa di Pescaria (Ricci si riferisce alla costa del Malabar dove Ruggieri risiedette per otto mesi, prima di essere destinato a Macao), nell’anno seguente di 1579, nel mese di Giuglio, arrivò il P. Ruggeri a Macao. (Ricci, p. 111-112)

Sono questi due personaggi, che incoraggiano Ricci ad assumere il compito di tentare il tutto per tutto nell’impresa di penetrare in Cina, volendo realizzare il sogno di Francesco Saverio, da tutti venerato, se non altro per essere stato uno dei fondatori dei Gesuiti. Costui rimarrà l’ideatore del progetto, anche senza aver mai fatto il passo decisivo in questa dire-zione, essendo morto con questo suo disegno nel cuore. Ricci si prefigge così di attuarlo con la netta convinzione che questo disegno dovesse essere perseguito, proprio perché veniva ritenuto come essenziale dal Saverio, il quale già veniva idealizzato. Occorreva però studiare bene l’impresa anche in presenza di tentativi precedenti andati a vuoto. Proprio per questo occorreva consolidare la base di Macao, che i Portoghesi avevano visto riconoscere dalle autorità cinesi locali. In quegli anni però, il Portogallo veniva di fatto unito alla Spagna nella persona di Filippo II, il quale già consolidava il suo dominio coloniale in quella vasta area geografica dell’Asia sud orientale. I Gesuiti, che nei loro viaggi dall’Europa si appoggiavano ai Portoghesi, avevano deciso di costituire la loro base di partenza per la “conquista” della Cina, proprio a Macao

ANTICA MAPPA DI MACAO

È Maccao una città de’ Portoghesi nella sponda del mare della Provincia di Quantone, in un braccio di terra che fa una penisola di due o tre miglia in circuito; percioché i Portoghesi, subito che scoprirono la grandezza e la ricchezza di questo regno, sempre procurorno con ogni diligentia aver comercio con esso. Ma i Cinesi sempre hanno paura de’ forastieri, specialmente quando veggono essere animosi e guerrieri, come facilmente vedevano essere i Portoghesi dalla gente armata e dalle navi, che erano le magiori che mai loro viddero. E quello che gli spaventò più furno le artigliarie grosse, mai viste né udite nella Cina; accendendo questo fuogo molti saraceni Macomettani che stanno nella città di Quanton, che subito dissero ai Cinesi esser questa gente de’ Franchi (“Franchi” è il termine con cui, a partire dall’epoca delle crociate, si definiscono in Medio Oriente gli europei.), come i Maccomettani chiamano i Christiani di Europa …

(Ricci, p. 112-113)

È interessante cercare di conoscere la strategia dei Gesuiti costruita a Macao per attuare la penetrazione della Cina, certamente nell’intento di portarvi la religione cattolica, ma nel contempo anche per studiare la modalità migliore nell’accostare questo Paese che appariva piuttosto refrattario alla penetrazione europea. Non va dimenticato che anche nella vicina area geografica non erano di poco conto le resistenze dei diversi potentati locali, che vedevano una minaccia della presenza degli Europei: lo stesso Ricci qui rivela che da parte dei Cinesi c’era la paura determinata dallo spirito guerriero e dall’apparato militare messo in campo dai Portoghesi stessi. Se i Gesuiti sentono il bisogno di appoggiarsi ai Lusitani, sia perché chiamati da essi ad accompagnarli nella penetrazione coloniale, sia perché erano favoriti nei viaggi; dall’altra però essi avvertono la necessità di tentate metodi diversi rispetto a quelli dei mercanti, soprattutto quando vedono che altri religiosi, già da tempo consolidati in questa missione, fallivano nel loro intento.

L’eterogena popolazione di Macao era lusofona e cristiana, a eccezione dei cinesi che provenivano dai vicini villaggi del Guandong e dal Fujian meridionale, facilmente raggiungibile via mare, anche se qualcuno aveva imparato la lingua e il culto portoghesi nel corso dei contatti avuti con i forestieri. Presenti fin dai primi anni, i gesuiti si imbarcavano come cappellani a bordo dei vascelli portoghesi, fornendo assistenza spirituale e imponendo regole di comportamento civile a rudi marinai e suscettibili fidalgos (aristocratici). La missione gesuitica era sponsorizzata da facoltosi mercanti come testimonia lo stretto rapporto tra Francesco Saverio e i fratelli Diogo e Guilherme Pereira, e più tardi quello fra Melchior Nunes Barreto e Fernao Mendes Pinto.

Mediando dispute, placando conflitti e in generale operando per la pace, i gesuiti si assicuravano la tolleranza degli avidi, beoni e violenti avventurieri portoghesi. Rappresentativo del loro ruolo, in questo piccolo insediamento con una sola via principale, è il fatto che i gesuiti avessero stabilito la loro residenza sulla collina centrale, vicino al sito dove sarebbe stata costruita la fortezza, nel punto più alto della città. Intorno al 1582, oltre ai gesuiti, molte altre istituzioni ecclesiastiche contribuirono a dare a questa frontiera commerciale selvaggia e fiorente una parvenza di civiltà. (…)  (Po-Chia, p. 72-73)

Macao appariva come un minuscolo fazzoletto di terra. Prima dell’arrivo di Ricci, la piccola comunità di gesuiti di Macao contava cinque componenti … Tutti, tranne Ruggieri, erano portoghesi. È facile immaginare la gioia di Ruggieri nell’incontrare i colleghi italiani, specialmente Ricci, che aveva espressamente richiesto come compagno per la missione in Cina in una lettera a Valignano, scritta alla fine del 1580. Dopo i tre difficili anni trascorsi a Macao, Ruggieri poté dare libero sfogo alle sue frustrazioni in italiano con i suoi compatrioti: passava ore ogni giorno a studiare il cinese, una lingua difficilissima, così diversa da qualsiasi grammatica europea, con un’infinità di caratteri, la confusione dovuta ai toni, e due sistemi diversi per scrivere e per parlare. Ciò nonostante, Ruggieri insisteva nel prepararsi a entrare in Cina, ma, per quanto difficile potesse essere, lo studio del cinese era in realtà la parte più facile.  (Po-Chia, p. 74)

Sembrava tutto tempo sprecato, perché nel passare del tempo, la missione appariva sempre sull’orizzonte senza che venisse mai avviata. Bisogna riconoscere però che il lavoro di Ruggieri per acquisire la lingua cinese e più ancora la cultura locale, sarà poi molto propizio per la futura penetrazione in Cina e nel contempo questo genere di lavoro, condiviso da Ricci, servirà a quest’ultimo per avviare al meglio la sua attività: se lo scopo rimaneva pur sempre la predicazione del vangelo e la “plantatio Ecclesiae”, questo non si poteva ottenere senza riuscire a dissipare la diffidenza del mondo cinese, soprattutto di quello dei mandarini locali. È il convincimento dello stesso Ruggieri e diventerà l’assoluta priorità dell’agire di Ricci per riuscire nell’impresa, che era fallita con le altre congregazioni religiose. Va segnalata comunque la perfetta intesa fra i due gesuiti, Ruggieri di origine napoletana e Ricci proveniente da Macerata. Il primo attendeva proprio la venuta dell’amico, convinto che il P. Valignano non avesse niente in contrario sulla questione. Lo segnala lo stesso Ricci che racconta di essere stato chiamato dal Superiore locale.

Cominciava già questo negotio a tenere qualche speranza, ma teneva doi grandi impedimenti: l’uno che i padri di Maccao erano puochi et i negocij de’ Portoghesi erano molti; e così era necessario che il P. Roggiero si mettesse in essi con grande danno del suo negocio proprio che era lo studio della Cina; l’altro l’esser solo applicato a questa impresa, e non potere continuare quello che lasciava fatto in Maccao nel tempo che stava in Quantone con i Portoghesi, che era alle volte mezzo anno, oltre questo negocio di lettere e lingue impararsi meglio da molti insieme che da uno solo. Del che avisato nel Giappone il P. Valignano, mandò a chiamare dall’India il P. Matteo Ricci (è questo il primo luogo del testo dove compare il nome di Matteo Ricci. Come si vede l’autore parla di sé in terza persona; questo probabilmente per conferire al testo il tono più elevato di una cronaca storica, anziché di un diario), che era venuto di Roma l’istesso tempo che il P. Ruggiero, e stava in Goa finendo i suoi studij, acciocché si desse anco a questo studio e stesse in Maccao (Ricci, convocato da Valignano su suggerimento di Ruggieri, arrivò a Macao il 7 agosto 1582) aspettando per qualche buona occasione di entrare dentro la Cina et aiudando alle opere che P. Rogerio aveva cominciate; e scrisse dando ordine che i Padri dedicati alla Cina non fossero occupati in altra cosa.

(Ricci, p. 116)

Naturalmente non appena Matteo Ricci scompare “dalla scena di questo mondo” e, sulla base di ciò che ha vissuto e prodotto egli diventa una specie di mito per coloro che sono chiamati a continuare l’opera seguendo le sue orme, questi primi contatti con il mondo cinese vengono particolarmente enfatizzati, come se si trattasse di una impresa davvero epica: nella biografia scritta da Giulio Aleni 20 anni dopo la morte del maceratese i primi anni di missione di quest’ultimo appaiono in una luce leggendaria e vengono presentati con un colorito epico …

Nell’anno 1577 dopo l’Incarnazione del Signore del Cielo, attraversati diversi paesi, Maestro Ricci raggiunse il famoso regno Marittimo del Portogallo e si presentò al re che lo ospitò generosamente

Quindi navigò venendo verso l’Oriente, sopportò onde infuriate e sabbie tempestose, nazioni di ladri e cannibali, senza danni e senza ferite.

L’anno seguente sbarcò in India (letteralmente Piccolo Occidente) per manifestare tutto ciò che aveva studiato (con questa espressione Aleni probabilmente intende l’inizio dell’opera di propagazione della fede da parte di Ricci).

Nell’anno successivo all’anno xinxi dell’imperatore Wanli (1582) arrivò nel Guangdong, nella contea do Xiangshan, a Macao.

Il governatore generale e vice-ministro della guerra, l’onorevole Chen Wenfeng, ri-chiese per iscritto al vescovo del Grande Occidente e al governatore (di Macao) di discutere gli affari di Macao. Il vescovo chiese al Maestro Michele Ruggieri … di andare in sua vece. Costui, adempiuto l’incarico, ritornò (l’episodio accadde nel maggio 1582, e fu il quarto viaggio nel continente di Michele Ruggieri. In realtà da tempo Ruggieri cercava in tutti modi di ottenere il permesso di risiedere in Cina, e nel dicembre dello stesso anno ritornò a Zhaoqing per la quinta volta insieme a Francesco Pasio. Aleni enfatizza il significato dell’iniziativa del viceré forse per mostrare che l’entrata e la permanenza dei Gesuiti in Cina sarebbe stata non solo avallata, ma persino richiesta dalle autorità cinesi).

Nell’anno seguente Maestro Ricci, per la prima volta, entrò assieme a Maestro Ruggieri, a Duanzhou (nella prefettura di Zhaoqing) dove il nuovo governatore generale, l’onorevole Guo e il prefetto onorevole Wang li accolsero con molta gioia. E lì costruirono una casa per abitarvi.  Aleni p. 28-29)

IL METODO MISSIONARIO

Fin qui non ci si poteva spingere fuori di Macao, ormai colonia riconosciuta del Portogallo, anche se in quegli anni la corona lusitana era in possesso del re di Spagna. Ma la venuta di Ricci consente di aprirsi al resto della Cina: la conoscenza della lingua da parte di P. Ruggieri, ma più ancora il metodo usato da Ricci permette non solo di avere qualche conversione e qualche battesimo – ben poca cosa se si pensa all’impegno profuso – ma di accostare anche il mondo dei mandarini e dei letterati, che poteva far sperare in un accesso più ampio e più sicuro. Ricci stesso scrive al Preposito Generale dei Gesuiti, P. Claudio Acquaviva, a Roma, informandolo dei primi risultati e mettendo in chiaro che il primo intento rimane il medesimo di Francesco Saverio scritto ad Ignazio di Loyola, e cioè quello di far conoscere con il Pater noster e l’Ave Maria i primi rudimenti del catechismo, senza però disdegnare altri generi di approcci con coloro che apparivano esperti di filosofia e di scienza. E lì potevano essere utili gli strumenti richiesti al padre, per segnalare in Cina le pari condizioni che gli Europei potevano vantare con la Cina, sempre sospettosa verso gli stranieri e sempre orgogliosa del proprio sapere. La lettera è del 20 ottobre 1585.

non habbiamo sin adesso più di dodici cristiani, li più di loro huomini di penitentia, che digiunano al modo della Cina, che è non mangiare né carne né pesce.

Uno tra gli altri, che sono alcuni anni che continua questo digiuno, venne il giorno dello Spirito Santo (Pentecoste, il 9 giugno 1585) con tutti i suoi libri e con il suo idolo a dar tutto in nostra mano per porli nel fuogo, confessando di andare errato, e continuò tanti giorni di imparare il Pater noster, Ave Maria, e altre cose necessarie, e venire a mezza Messa che il giorno della Commemorazione di s. Paolo lo battezzassimo, e per questo si chiama Paolo. L’altro battesimo si fece di alcuni il giorno della Assuntione di Nostra Signore. Il principale di loro era un vecchio di sessanta anni con uno figliuolo che tiene moglie e figliuoli. Il buon vecchio che si chiama Nicolao, perseverò ancora molti giorni, et il primo giorno che venne per discoprire il suo desiderio già sapeva il Pater noster e Ave Maria, et era mediocremente visto nel Catechismo, che gli avevano prestato. V.P. si rallegreria molto di vederlo lacrimare quando gli parliamo delle cose di Iddio, e tutti questi con alcuni catecumeni la domenica, al fare del giorno e prima, apparire alla nostra porta per la Messa, con stare alcuni un miglio e più lontani et anco dall’altra parte del fiume, che è tre o quattro volte più largo del Tevere. (…) Molte sono le persone che vengono a domandare questo Catechismo e vengono a sapere delle cose della nostra fede. Tra li altri venne un giorno un zumpino (comandante generale) novo, che è il capitano generale di tutti i soldati di questa provincia, e ci fece molta cortesia, ponendosi a sedere con nosco, il che non fa se non con persone molto eminenti … Un altro fu un pucensi (Commissario dell’amministrazione provinciale) di questa provincia, che non ha maggiore governatore che lui, che per una lettera ci mandò a domandare la dottrina di Ponente, che anticamente venne alla Cina, di poi adesso estava corrota, trattandoci molto cortesemente; al quale mandassimo un Catechismo, con scrivergli che la dottrina stessa del Salvatore del mondo non stava ancora voltata in lingua cinese; che tra tanto pigliasse il Catechismo, dove si dichiaravano molte cose et il Pater noster e Ave Maria, che poi voltaremmo il resto e mandariamo a Sua Signoria. (…) (Ricci – Lettere p. 98-100)

Io per la gratia del Signor stessi sano sempre e già parlo senza interprete con tutti e scrivo e leggo mediocremente i suoi libri. Accioché V.P. si consoli desideravo mandarli una descrizione di tutta la Cina, ma non ho anco potuto sapere di certo Pachino quanto sta alto verso il settentrione che è il luogo più principale dove sta il re; per questo ho molto buon apparecchio delle tavole loro nei suoi libri, scritte molto diligentemente, ma senza gradi. L’anno passatoi mandai un Mappamondo, che feci in lettera cina, che il governatore mi fece stampare benché tiene alcuni errori, ma per loro è la più vera cosa che tenghino, in questa materia.  (Ricci – Lettere p. 103)

CONCLUSIONE

Ancora oggi il mondo cinese appare al mondo occidentale un po’ misterioso e soprattutto diffidente verso chi lo accosta con intenti non sempre e non correttamente rispettosi della sua cultura millenaria. Se ciò vale in modo speciale per chi ha scopi di natura religiosa con una visione di vita che non viene affatto mutuata dalla antica sapienza locale o che non sia proposta in dialogo con la tradizione cinese, ancora di più si accentua la diffidenza quando il mondo occidentale si presenta con sistemi che la Cina fatica a condividere. Per queste particolari ragioni, tenuto conto che il solo occidentale riconosciuto e rispettato in Cina risulta essere proprio Matteo Ricci, dovremmo meglio conoscere il suo modo di accostarsi al popolo cinese, anche quando lui pure resta condizionato dagli obiettivi che mirava a raggiungere nel suo lasciare alle spalle il mondo occidentale, per farsi in tutto cinese: non perde mai di vista lo scopo missionario che lo muove secondo lo spirito della Incarnazione, come risulta nel Vangelo per Cristo che si fa uomo. Il medesimo spirito viene assunto dal gesuita: così lui ci insegna il modo più giusto per dialogare con la Cina.

BIBLIOGRAFIA

1.

Matteo Ricci

DELLA ENTRATA DELLA COMPAGNIA DI GIESU’

E CHRISTIANITA’ NELLA CINA

Quodlibet (Macerata) 2000

2.

Gianni Criveller (a cura di)

LA VITA DI MATTEO RICCI Scritta da Giulio Aleni (1630)

Fondazione Internazionale P. Matteo Ricci – Macerfata

Fondazione Civiltà Bresciana – Brescia – 2010

3.

Ronnie Po-chia Hsia

UN GESUITA NELLA CITTA’ PROIBITA – Matteo Ricci, 1552-1610

Il Mulino – 2012

4.

Matteo Ricci

LETTERE

Quodlibet (Macerata) 2001

20

MARCIA SU ROMA

Benito Mussolini, durante la marcia su Roma, con i quadrumviri:

da sinistra Emilio De Bono, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi.

Il militante in primo piano a sinistra copre la figura di Michele Bianchi.

La foto fu scattata il 30 ottobre

quando Mussolini arrivò a Roma, convocato da Vittorio Emanuele III.

GLI EVENTI

E IL GIUDIZIO STORICO:

UN FATTO EVERSIVO

E COSTITUZIONALE

1

INTERPRETAZIONE DEL FATTO

Questo evento (la marcia su Roma) e questa data (il 28 ottobre 1922) sono ormai entrati nei libri di storia come l’avvio del regime fascista in Italia. Contribuì a questa lettura già lo stesso regime, che nella nuova datazione, obbligatoria sui documenti ufficiali, si faceva partire tutto da lì e naturalmente tendeva a presentare i fatti successi con un alone mitico e, per certi versi, addirittura epico, quasi fosse stato concepito e realizzato un evento grandioso e glorioso, come se fosse stata combattuta una battaglia degna di essere enfatizzata, e di lì derivasse qualcosa di decisivo che segnava una sorta di spartiacque. Il fascismo già esisteva e la sua nascita è da far risalire al 1919, quando a Milano vengono fondati i Fasci di combattimento. Invece il regime, inteso come sistema totalitario, non è propriamente realizzato qui, se il governo presieduto da Mussolini è ancora di coalizione e i partiti hanno pur sempre voce in Parlamento. L’azione, considerata di forza e messa in campo con manipoli di milizie non inquadrate nell’esercito, si rivela di fatto una manifestazione, che poteva diventare eversiva e che in realtà non ha prodotto alcunché. Piuttosto il fatto mediante il quale si può dire che prende avvio la dittatura fascista è il famoso discorso di Mussolini alla Camera del 3 gennaio 1925. Tuttavia già nell’insediamento del suo primo governo le parole usate da Mussolini non lasciano dubbi circa la maniera con cui egli vuole prendere e tenere il potere e di fatto dall’incarico ricevuto nell’ottobre 1922 egli diventa Capo del governo, che poi presiedette fino al Gran Consiglio del 25 luglio 1943. I giudizi storici, che furono – e sono ancora – emessi sugli inizi della dittatura, sono di fatto legati a questo episodio, che fu ingigantito dal regime stesso e che invece deve essere meglio riletto, anche per capire la natura di certi eventi. Il partito, che qui pretende di avere la gestione del governo, nonostante l’esigua rappresentanza in Parlamento, sulla base dei risultati elettorali, proprio per questa sua determinazione, e per i fatti che accompagnano la sua richiesta di avere e di esercitare direttamente il potere, con il ricorso alla violenza, esprime parole e azioni che devono essere considerate di natura eversiva. Lo dimostra mettendo in campo uomini armati che convergono su Roma; nello stesso tempo si deve riconoscere che sia i dirigenti di partito, sia gli affiliati che vengono messi in campo esprimono la volontà di andare contro la legalità. E tuttavia non viene prodotto nulla di anticostituzionale, se di fatto è il re a chiamare Mussolini al governo. Insomma, la lettura da fare circa quanto è successo in quei momenti, non può essere lasciata alla retorica usata dal regime, quando lo diventa; e neppure va considerata a partire dalla retorica opposta che maschera la reale incapacità dei partiti di opposizione di comprendere i fenomeni in corso e di porvi gli argini necessari. Una lettura più attenta di ciò che è successo in quel giorno deve servire a comprendere eventi analoghi, mai identici, che possono generarsi e dare origine a fenomeni sicuramente aberranti. Se davvero questa “marcia”, poi ostentata con la figura possente del capo del fascismo che sta avanti alle sue “truppe di occupazione” – ma questo non avvenne affatto – è da considerarsi l’episodio emblematico della nascita di una dittatura, come il regime voleva e come i partiti d’opposizione hanno pure pensato, allora noi dovremmo vedervi una occupazione di stampo militare che non ci fu.

FU UN COLPO DI STATO? Leggi tutto “MARCIA SU ROMA”

Fermo e Lucia: pagine a confronto.

LA REVISIONE DEL ROMANZO

La lettura che oggi si fa del “Fermo e Lucia” ha come scopo la verifica del profondo cambiamento che interviene nella stesura del romanzo, la quale risulta definitiva nell’edizione del 1840-42, quella poi divenuta ben nota al largo pubblico, che però non conosce e non legge la prima redazione. C’è indubbiamente un notevole cambiamento, anche se l’impianto della vicenda rimane immutato: gli stessi personaggi cambiano (alcuni persino nel nome, come lo stesso protagonista, Renzo); l’impostazione del percorso appare alla fine più organico, come se l’argomento stesso venisse maggiormente padroneggiato e meglio costruito; più ancora, il lessico e il linguaggio vengono talmente ripuliti da fluire con maggior scioltezza, e ne trae giovamento il racconto; anche il ridimensionamento di storie collaterali contribuisce a rendere più organico il racconto stesso. Il lavoro che ne deriva richiede parecchi anni, e soprattutto uno sforzo non indifferente in diverse direzioni, anche sotto la spinta di amici, che gli suggeriscono quel genere di limatura, che per lui diventerà revisione totale e, per certi versi, anche radicale.

Una volta finita la prima stesura del romanzo, o, come aveva scritto a Fauriel, il “noioso guazzabuglio”, il “grosso fascio di carte”, prima di mettersi a rielaborare il tutto aveva ascoltato e meditato i suggerimenti degli amici. Fauriel arrivò a Milano nel novembre del ’23, progettando un soggiorno fino all’aprile seguente. I suoi consigli furono preziosi, e la ripresa del lavoro ebbe luogo in gran parte dopo la sua partenza. Da allora in poi, tutto seguì con straordinaria sollecitudine. Il 30 giugno, infatti, lo stampatore, che anche questa volta era il Ferrario, inviava al R. I. Ufficio di Censura “il primo tomo del Romanzo storico del Signore Alessandro Manzoni intitolato Gli Sposi Promessi”. È chiaro, visto le date, che in tre o quattro mesi Manzoni aveva dovuto rifare i dieci capitoli di cui era composto il primo tomo. La tecnica era questa: sul margine di sinistra del foglio riscriveva quanto era stato scritto nella colonna di destra che recava la prima minuta (cioè il Fermo e Lucia). Come sempre succede, le correzioni meno importanti erano rimandate al lavoro sulle bozze. Prevedeva di avere pronto tutto il romanzo per la tipografia prima della fine d’ottobre del ’23; anche se, per esperienza, non si faceva troppe illusioni. Nel render conto nell’agosto a Fauriel, ancora a Parigi, di quanto era riuscito fino allora a fare, “in coscienza” Manzoni osservava: “I materiali sono ricchi: tutto ciò che può far fare agli uomini una triste figura c’è in abbondanza, la sicurezza nell’ignoranza, la presunzione nella stupidità, la sfrontatezza nella corruzione, sono ahimè i caratteri più salienti di quell’epoca, fra molti altri dello stesso genere. Leggi tutto “Fermo e Lucia: pagine a confronto.”

PERSONAGGI A CONFRONTO: IL CONTE DEL SAGRATO LA MONACA DI MONZA

PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE

L’idea del romanzo derivò dunque da un cronista e da un economista, fonti del tutto degne di un tenace illuminista. E fu in quelle pagine ch’egli scoprì una grida sui matrimoni impediti. Questo matrimonio contrastato sarebbe stato per lui un buon soggetto per un romanzo, che avrebbe avuto come finale grandioso la peste “che aggiusta ogni cosa”. Così prima di pensare agli avvenimenti e ai personaggi, egli intendeva fissare con sicurezza le condizioni economiche, civili e politiche di un popolo, nella prima metà del XVII secolo. Sino al 1821 Manzoni non parlava che di liriche e di tragedie. Al ritorno da un viaggio a Parigi, pensa sì all’Adelchi, ma l’idea del romanzo si fa più insistente. Non può togliersi dalla testa la lettura di quelle grida, le figure di quei bravi. Nell’aprile del 1821 si mette a scrivere e informa quasi periodicamente il Fauriel dei progressi del suo lavoro. E furono due anni percorsi da una strana forma di allegria, quale non aveva mai provato. Furono insomma gli anni più felici della sua vita. E confesserà al suo amico e parente, il Giorgini (suo genero, avendo sposato la figlia di Manzoni, Vittoria), che alzarsi ogni mattino con le immagini vive del giorno innanzi alla mente, scendere nello studio, tirar fuori dal cassetto dello scrittoio qualcuno di quei soliti personaggi, disporli davanti a sé come tanti burattini, osservarne le mosse, ascoltarne i discorsi, poi mettere in carta e rileggere, era un godimento così vivo come quello di una curiosità soddisfatta. Sembra quasi sentire Pirandello dinanzi ai suoi personaggi, giulivo, anche se la materia che trattava fosse nera e dolorosa. (Macchia, p. 50-52) Leggi tutto “PERSONAGGI A CONFRONTO: IL CONTE DEL SAGRATO LA MONACA DI MONZA”

Nel bicentenario di Fermo e Lucia.

INTRODUZIONE: UNA NUOVA FASE

In un tempo relativamente breve, quello tra il 1821 e i 1823, Manzoni arriva a comporre la storia che poi diventerà famosa nell’edizione del romanzo di vent’anni dopo. Qui elabora la vicenda dei due giovani, con il corollario di altre vicende personali, che potrebbero essere storie a sé stanti, anche se poi vi metterà mano per una revisione sostanziale che riguarda i contenuti, ma soprattutto la forma espressiva. Comunque il canovaccio, che troviamo poi nelle edizioni successive, anche con i tagli doverosi, emerge fin dalla prima stesura ed è il frutto di una ricerca che lo interesserà per molto tempo. Qualcuno ipotizza che si tratti di due storie diverse. Ma così non è, anche se la conduzione della trama presenta differenze e gli stessi personaggi sono proposti con nomi e caratteri diversi. La lettura, a cui ci ha abituati la scuola, è quella condotta sulla edizione definitiva. Qui è utile conoscere il lavoro non indifferente che ha portato al capolavoro, tenendo conto che simile operazione non è solo un lavoro di rifinitura, ma è soprattutto la ricerca di un modo di scrivere che ha prodotto qualcosa che è ben di più di un romanzo, di un libro, di un’opera letteraria: qui è stato avviato un percorso che ha contribuito a costruire la cultura popolare di un Paese, ancora tutto da realizzare.

Non esiste forse romanzo la cui nascita resti più misteriosa. Noi non sappiamo, e forse non sapremo mai, attraverso quali tentativi il Manzoni si sia deciso ad affrontare il romanzo, anzi il romanzo popolare. Quali prove in campo narrativo lo resero sicuro di possedere quanto fosse necessario per lavorare in maniera ampia e decisiva su un genere con cui non si era mai cimentato, e per dar vita a personaggi, all’immagine della sua città, della sua terra e descrivere paesaggi sereni, e delitti e crudeltà atroci? Quale forza, quale determinazione lo spinsero insomma a cacciarsi in un’impresa che fu la sua gloria e il suo tormento … (Macchia, p. 49) Leggi tutto “Nel bicentenario di Fermo e Lucia.”

Pietro il Grande.

LA RUSSIA ENTRA NEL MONDO EUROPEO

Il regno di Pietro il Grande coincise con la più grande trasformazione vissuta dalla Russia fino alla Rivoluzione del 1917. A differenza della Rivoluzione sovietica, tuttavia, la trasformazione imposta alla Russia da Pietro ebbe uno scarso impatto sull’ordinamento sociale, poiché il servaggio rimase e i nobili mantennero tutte le loro prerogative. Ciò che Pietro cambiò fu la struttura e la forma dello Stato, trasformando il tradizionale regno zarista in una variante della monarchia europea. Pietro impose al tempo stesso profondi mutamenti alla cultura russa, con un lascito che persiste tutt’oggi accanto alla sua nuova capitale San Pietroburgo. (Bushkovitch, p.93)

In questa breve presentazione del capitolo dedicato alla figura e all’opera di Pietro il Grande, si coglie il grande ruolo che ha avuto questo personaggio nella storia della Russia, diventando pure egli una sorta di mito. Anche ad avere molte informazioni ed anche a riconoscerle veritiere, il personaggio si staglia nella storia russa come una figura unica e gigantesca per il ruolo che ha giocato. Molto è dovuto a lui circa l’apertura nei confronti dell’Europa, dalla quale ha cercato di ricavare il meglio per un ammodernamento delle strutture statali della Russia. Pietro il Grande ha sempre cercato di inserire la Russia tra le potenze europee, non solo per competere con i vicini, che sotto il profilo territoriale non potevano vantare il medesimo spazio vitale della Russia, ma potevano comunque ostacolarne il passaggio per competere con le grandi potenze centrali, come la Prussia, l’Austria, o, ancora più in là, la Francia e l’Inghilterra. Se evidentemente voleva competere con esse, la Russia avrebbe dovuto attrezzarsi di strumenti che risultavano in quel tempo, come assolutamente indispensabili alla costruzione di un Paese dalle pretese imperialiste. Una struttura appesantita dalla zavorra di tipo feudale, come era il sistema dei boiari, non avrebbe mai consentito la costruzione di un Paese più moderno, che sarebbe potuto diventare con la crescita della classe borghese, quella che cerca di allargare il campo del mercato e insieme anche un tipo di produttività che permetta il commercio fuori dei confini nazionali. Lo zar si rende conto che una simile struttura è possibile solo con la libera imprenditoria, quella che va alla ricerca di nuovi spazi, di nuovi mercati, di nuove attività, costruite grazie all’ingegno, alla concorrenza e ai capitali finanziari.  Leggi tutto “Pietro il Grande.”

La Russia verso l’Europa.

LA RUSSIA E IL MONDO CIRCOSTANTE

Nel corso della sua storia la Russia si presenta “tirata” ad oriente e ad occidente, perché il suo immenso territorio la spinge o da una parte o dall’altra in base alle convenienze del momento e soprattutto alle scelte politiche che vengono operate da chi la guida. Ovviamente le motivazioni sono da ricercarsi soprattutto nell’ambito economico, perché le sue risorse e le sue esigenze la spingono nell’una o nell’altra direzione in cerca di materie prime, ma anche di manufatti da vendere, soprattutto, o da acquistare. A dominare la scena in questo, sono ovviamente coloro che detengono gli interessi di natura economica, che tuttavia sono pur sempre una parte minima della popolazione: i ceti sociali più numerosi sono di fatto in prevalenza i lavoratori della terra, e sopra di loro ci sono i grandi latifondisti in possesso di estensioni notevoli di terreni da coltivare. La classe che noi definiamo “borghese”, quella cioè che troviamo nei “borghi”, nelle città, a capo di attività manifatturiere, è minoritaria, anche perché le città che si sviluppano sul criterio prevalente nel resto dell’Europa, e cioè sul ricorso al denaro, appaiono veramente poche e in prevalenza sono quelle che stanno maggiormente vicino ai Paesi dell’Europa occidentale. In particolare sono in contatto con le città baltiche, le sole dotate di un certo spirito imprenditoriale, ma comunque dislocate su un mare interno, dove si affollano altri competitori. L’espansione, poi, di natura territoriale, come succede nel medesimo periodo anche per altri Paesi europei, esige che ci sia pure l’esercito ben organizzato e tenuto efficiente anche con armamenti adeguati. Se per i Paesi europei occidentali la conquista di nuove terre richiede una buona rete di colonizzatori, che aprano nuove strade, ma soprattutto che siano in grado di sfruttare al massimo le regioni acquisite, altrettanto si deve dire per la Russia in espansione ad est. Ovviamente l’espansione richiede anche il supporto dell’esercito, che, anche a non essere composto di un numero cospicuo di soldati, deve comunque risultare dotato di mezzi che permettano di imporsi su una popolazione non ancora in grado di opporre strumenti adeguati. Lo Stato europeo in genere interviene garantendo la difesa, ma anche controllando con le “Compagnie” tutti gli affari economici che si possono aprire e incrementare. Il medesimo fenomeno si ha in Russia. Anche qui le imprese di tipo coloniale appartengono a buoni imprenditori che hanno investimenti da fare; essi però dicono di farlo in nome dello Stato a cui appartengono. Leggi tutto “La Russia verso l’Europa.”

LO ZARISMO

Lo zarismo è un fenomeno tipico del mondo russo, sia perché questo termine è stato coniato lì, sia perché la sola nazione che l’abbia espresso è appunto la Russia; e questo non solo nel periodo monarchico. Abbiamo visto che il termine emerge al tramonto dell’Impero di Bisanzio, quando, per un matrimonio calcolato, con l’intervento del Papa di allora, Paolo II, il granduca di Mosca, come allora si chiamava il principe della città, mai riconosciuto re, viene definito così, e lui stesso si considera l’erede di un Impero ormai decaduto e sepolto. Non viene ancora celebrato un rito solenne di unzione e di incoronazione ma già il riconoscimento esiste, anche se viene ignorato nel resto d’Europa. Non siamo ancora formalmente all’affermazione di un Impero, anche se, sostenendo di voler continuare il titolo usato a Bisanzio, almeno in Russia un tale potere viene stabilito. Se in precedenza chi aveva un’autorità sulle città e il territorio circostante, lo aveva a partire dall’esercizio delle armi e all’affermazione di sé in campo militare, ora, anche perché era scomparso l’imperatore bizantino da cui si ricavava ogni titolo regale o dignità principesca, questo potere appariva assunto per virtù propria, senza che qualcuno se ne facesse carico di trasferirlo. Così lo zarismo si afferma come un potere autocratico, cioè un’autorità che il titolare affermava di avere da sé, dalle sue stesse virtù, senza riceverlo da qualcuno e, soprattutto, senza doverlo condividere con qualcuno. Di fatto, a Mosca, attorno alla figura dello zar, si forma una aristocrazia terriera, che cerca in ogni modo di condizionare e di limitare il potere assoluto degli zar. È inevitabile che si scateni una lunga e sanguinosa lotta, soprattutto quando lo zar è debole, perché ancora giovane, perché incapace, perché senza risorse adeguate in termini finanziari, militari, strategici. Ovviamente è necessario mettere in campo un esercito ben strutturato e soprattutto fedele, e con questo strumento l’autocrazia è perfetta. Per assicurarsi poi il favore popolare è necessario avere una gerarchia ecclesiastica asservita: essa, anche con la cerimonia religiosa dell’incoronazione garantisce la benedizione divina e dunque una derivazione del potere da Dio stesso. Questo impianto appare ben strutturato con Ivan IV, e, a partire da lui, viene ereditato da chi se ne avvale per dare un ruolo imperiale alla Russia stessa. Questo succede anche oltre la fase monarchica: la stessa rivoluzione bolscevica, attuata da Lenin, togliendo di mezzo l’alone sacrale, si avvale comunque dell’appoggio essenziale dell’esercito, perché il potere è acquisito e gestito con esso.

Non di meno succede anche oltre questo fase: pur in un regime che noi consideriamo “repubblicano”, si fa strada un potere che di fatto risulta autocratico, pur se raggiunto con l’esercizio elettorale. Anche chi comanda oggi, per quanto dica di avere il favore popolare grazie alle elezioni, è riconosciuto con un potere che viene esercitato in modo autocratico, come un novello zar. E così viene definito, anche a non portarne ufficialmente il titolo. Leggi tutto “LO ZARISMO”