AL SEPOLCRO DI GESÙ.

E FU SEPOLTO

Ancora oggi nella formula di fede, con cui pubblicamente i cristiani esprimono la loro adesione al Signore Gesù, essi dicono di credere a tutto ciò che Gesù ha vissuto nel suo percorso terreno, compresa la conclusione della sua sepoltura, mediante la quale “si mette una pietra sopra”, per dire così che tutto è finito. Ma quel fatto, pur così importante, se ancora viene segnalato nella professione di fede, non è affatto l’ultima parola con cui viene chiusa l’esistenza terrena di Gesù. La sepoltura risulta sola-mente un passaggio che introduce ad un mondo diverso: se Gesù è vis-suto dentro uno spazio preciso, come quello della Palestina, e dentro un periodo storico, come quello dell’Impero di Augusto e di Tiberio, con la morte noi dovremmo considerare chiusa definitivamente la sua esistenza, e così lo spazio è solo quello di una tomba che lo racchiude e il tempo, che continua a procedere, per lui si è fermato. Eppure questa sepoltura non è affatto la parola definitiva per Gesù: la nostra fede ci dice che lui ha superato le barriere della morte, per entrare in un’altra condizione di vita. Fa in modo di essere visto, e alcuni possono raccontare di averlo incontrato, perché lui si è mosso a cercarli. Ma egli vive in una dimensione nuova, se non altro perché lo vedono contemporaneamente in luoghi diversi, perché la sua presenza fisica non risulta spiegabile secondo criteri scientifici, anche se c’è gente che dice di averlo visto vivo, quando in precedenza avevano dovuto costatare che era morto e che era stato sepolto, per quanto la sua tumulazione risulterà essere stata provvisoria. Non lo è stata, perché chi ha fatto questa operazione aveva già in mente l’ipotesi della risurrezione, come un dato sicuro ed incontestabile sulla base di ciò che Gesù aveva anticipato. La ragione della fretta di depositarlo nella tomba derivava dal fatto che non avevano lassi di tempo per una operazione del genere, essendo imminente la festa di Pasqua e il comando rituale del riposo più rigoroso. Comunque nella tomba viene collocato ed era destinato a rimanere, così come erano assolutamente certe le donne di ritrovarlo disteso e pronto per le azioni necessarie a ripulirlo e a comporlo secondo le usanze, ma più ancora secondo le esigenze dell’affetto che le legava a quell’uomo. E se esse conservavano il desiderio di intervenire per lui, questa loro attesa spingeva ad affrettarsi, perché di buon mattino fossero sul posto a continuare la loro opera di devozione.

Non ci andavano in fretta, come se si aspettassero qualcosa di inedito e di assolutamente improbabile; non c’era in loro convincimento alcuno nella direzione di un evento tanto inaspettato, quanto impossibile. Non sembravano credere a quello che poi nei vangeli scritti risultava una ben definita conclusione di quegli eventi, visto che il Maestro ne aveva parlato con estrema chiarezza. Ma per i discepoli e, con loro, per le donne, i discorsi che volevano anticipare la passione e presentarla non come fatale eventualità, ma come un disegno ben noto ed accettato, non venivano affatto creduti e non ci aspettava che andasse a finire così e che in maniera inattesa ci si doveva adattare all’idea che il Maestro dovesse finire male e soprattutto dovesse lui pure subire la sorte di tutti. Grande era stata la fede in lui, ma ora, in presenza di una morte certa, bisognava accettare l’irreparabile: se lui aveva riportato in vita altri, lui, ormai morto, non avrebbe potuto risvegliare se stesso. Accettando, seppure con tanta amarezza e forse anche disillusione, la realtà della morte, era poi inevitabile che ne seguisse la sepoltura. Anche a rimandare la parola definitiva su tali incombenze, non si poteva evitare che l’atto del depositare il corpo in una caverna chiusa, dovesse costituire l’ultima parola con cui avere riguardi per un uomo davvero finito. L’evento successivo, che indubbiamente fatica ad essere creduto, poi sbalordisce, risultando affatto inatteso. E quando l’evento appare nei suoi contorni più chiari e inequivocabili, perché sempre più gente ne viene coinvolta, la scena della sepoltura viene dimenticata e il sepolcro non è più luogo per contenere un cadavere, ma sito per rivelare un risorto: come la croce, da sempre patibolo di una morte atroce, è oggi richiamo di gloria, la tomba, ricetto di un corpo destinato ad andare in fumo, è destinata a diventare segno di una vita nuova e diversa, tutta da capire, da scoprire, da credere. Ma qui non si crede solo all’evento che in effetti si fatica a spiegare nella logica umana, costruita su coordinate ben definite; qui si è chiamati a credere anche tutto quello che ha una sua naturale spiegazione nei canoni della storia elaborata nel pensiero umano. Per quest’uomo ogni momento della sua esistenza terrena è un “mistero”, cioè un evento di cui è possibile dire molto, ma non se ne può dare una lettura piena, perché c’è sempre da cercare e da scoprire. Proprio per questo ogni mistero va sottoposto ad una visione di fede. E in questa medesima visione deve essere inquadrato l’evento della sepoltura, passato e ancora inteso come qualcosa di così provvisorio, che è naturale trascurarlo, quasi evitarlo.

Che cosa significa credere che Gesù sia stato sepolto? È così necessario fare una simile affermazione? Da una parte dobbiamo rilevare che ogni evento della vicenda terrena di Gesù è da considerarsi un mistero, e cioè una vicenda da inquadrare nel grande disegno di Dio e come tale da non lasciare al caso, ad una piega degli avvenimenti, che a noi può sembrare fortuita. Inoltre a valutare bene ciò che viene scritto nel vangeli e la modalità con cui viene descritto il fatto, si deve riconoscere che siamo in presenza di un episodio sempre significativo e quindi carico di senso e di valore, da scoprire a da chiarire. Qualcuno può pensare che la segnalazione della sepoltura di Gesù è finalizzata a dare valore al racconto della sua risurrezione: Gesù è indubbiamente uscito dalla tomba, perché lì vi era stato depositato; ed essendo stato calato in quel luogo, la sua morte doveva essere considerata certa; soprattutto doveva essere confermata dal colpo di lancia inferto al cuore, per quanto l’uomo fosse già morto. Ma la fede nella sepoltura di Gesù non viene richiesta, e nel contempo data, per far capire che certamente lì Gesù è stato messo e che, se, ora e in seguito, non c’è più stato, ciò significa che è certamente risorto. Il fatto che la sepoltura sia definita un mistero, come lo sono anche altri eventi della vicenda terrena di Gesù, ci deve rendere edotti che non può bastare una simile affermazione per avere la conferma di un fatto che ha coinvolto più persone: quell’episodio va letto anche in una prospettiva che non lo riduca ad un semplice evento di cronaca. Esso va letto in una maniera più profonda, come si dovrebbe cogliere nei testi che lo raccontano e nelle descrizioni iconografiche che sono state elaborate, non solo per completare una narrazione, ma soprattutto per offrirne un senso che dobbiamo pensare sia più grande, più alto, più forte … Il racconto della sepoltura è dunque non solo una cronaca del fatto, ma diventa un evento in cui credere, perché anche lì si rivela il mistero di Dio e il mistero dell’uomo. In che senso noi dovremmo pensare che questo episodio va riconosciuto come mistero rivelatore di Dio? Noi dovremmo sostenere piuttosto che qui si riconosce l’estrema fragilità umana, per il solo fatto che un corpo rac-chiuso e sigillato è destinato a consumarsi e a decomporsi e che invece la risurrezione sia un evento da lasciare alla sola fede senza riscontri nella realtà. Tuttavia la conservazione del cadavere dentro una caverna e con una pietra pesante sull’imboccatura, per rendere impossibile la sua rimo-zione, lascia supporre che ci si aspetti altro, che si coltivi una speranza, una visione che vada oltre, sempre oltre.

In effetti questa sepoltura potrebbe sembrare secondo gli schemi previsti, ma in realtà essa appariva come un caso inedito. La stessa relazione che abbiamo dai vangeli presenta indizi di anomalie che fanno diventare l’evento come qualcosa di speciale, di diverso rispetto a ciò che ci si poteva aspettare in simili circostanze. Gesù era stato condannato a morte secondo un rituale che lo assimilava al peggior furfante o comunque uno da segnalare per aver ingannato sia il potere religioso, da cui era partita l’iniziativa di perseguirlo, sia il potere civile, che aveva l’obbligo di intervenire in presenza di un reato quanto mai pericoloso. Finendo sulla croce, sarebbe dovuto rimanere esposto fino alla consumazione del suo cadavere anche mediante l’intervento di animali e di agenti atmosferici. Quindi, non c’era posto per la sepoltura! Per essa si fa avanti un personaggio finora sconosciuto, ma destinato a divenir famoso per questa incombenza a cui si sottopone come per una precisa assunzione di responsabilità. Nel riferire la cosa gli evangelisti, d’accordo sull’essenziale, ma discordanti sui dettagli, descrivono la scena, come se essa fosse destinata a divenire, come altri episodi, un “vangelo”, e cioè una notizia particolare, che avrebbe dovuto dare risalto a quell’uomo morto, e rivelare in esso l’agire di Dio. In effetti se si dà una particolare attenzione a questo cadavere, bisogna supporre che qui ci sia in gioco qualcosa di diverso dal solito e naturalmente un evento che dobbiamo qualificare fra le buone notizie: è vangelo il fatto che Gesù vive la nostra morte fino a essere deposto nella sepoltura e che Dio, considerato “abitatore del cielo”, entri e si “sprofondi” nella nostra terra …

GIUSEPPE D’ARIMATEA

Il protagonista della scena della sepoltura non è affatto Gesù, anche se si tratta di trovare un posto per il suo cadavere: non era possibile per i condannati a morte avere una sepoltura privata, come succede a Gesù: per lui si fa un’eccezione, perché Pilato concede la rimozione del cadavere e perfino la sua sepoltura. Lo fa perché la richiesta è avanzata da colui che qui si rivela come il vero protagonista dell’episodio: se ne parla qui e solo qui. Esce ora allo scoperto; ma già prima appariva interessato a Gesù. Torna poi nell’anonimato, visto che scompare totalmente dalla scena. Ma il nome viene ricordato, e per chiunque abbia un minimo di familiarità con i vangeli, questo nome è ben noto ed associato, sempre e solo, a questa scena. Così il suo gesto è famoso; e per quel gesto si fa il suo nome, divenuto testimone della sepoltura, ma non della risurrezione.

Sappiamo ben poco di lui, se non quello che dicono i quattro vangeli canonici; abbiamo pure l’aggiunta di altri dettagli nei vangeli apocrifi. Ogni vangelo dà comunque importanza a qualche aspetto di quest’uomo, che in tal modo assume una sua precisa personalità.

NEL VANGELO DI MATTEO

Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. (Matteo 27, 57-61)

Matteo segnala che si tratta di un uomo ricco, dove la ricchezza non è solo data dal possesso di tanto denaro o di proprietà, fra cui il terreno in cui si trova un sepolcro, il suo, completamente nuovo, e non ancora occupato. La segnalazione della ricchezza serve soprattutto a definirlo un uomo influente, uno a cui non si può negare nulla: e in effetti Pilato interviene mediante un ordine perentorio, con il quale il cadavere di Gesù viene passato senza alcun ostacolo nelle mani di quest’uomo. Non si precisa quale sia il suo ruolo nella società e quali possono essere i meriti acquisiti per poter contare nel giro dei potenti. All’evangelista interessa rilevare che era pure discepolo di Gesù; e questo potrebbe spiegare il suo intervento in una simile circostanza. Così l’iniziativa di avanzare la richiesta del cadavere di Gesù, quando tutti gli altri sono scomparsi dalla scena, dimostra quanto sia profondo il suo attaccamento al Maestro: in un mo-mento critico, in un contesto per nulla favorevole alla sua professione di fede, non ha esitazione a presentarsi. E riempie lui la scena perché di fatto le azioni, mediante le quali dà sepoltura a Gesù, sono svolte da lui, senza che vi sia la segnalazione di aiutanti o di collaboratori: lui, dunque, prende il corpo, lo mette dentro un lenzuolo, che ha la premura di portare pulito, e lo deposita nel sepolcro che, se viene definito suo, si deve ritenere che fosse stato scavato e costruito per la sua persona e proprio per questo appariva non ancora usato. Una pietra rotonda viene messa sull’imboccatura, come se si trattasse di un’azione con la quale tutto viene concluso. Non per nulla Giuseppe poi se ne va, e di fatto scompare per sempre, visto che neppure in occasione della notizia della risurrezione, egli si fa avanti per rientrare in possesso di ciò che è suo e che tale non sarà più.

NEL VANGELO DI MARCO

Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto. (Marco 15,42-47)

Nella versione di Marco la notizia sembra identica, ma ci sono dettagli aggiuntivi. Non è definito ricco, ma è considerato un autorevole personaggio del sinedrio, e dunque una figura di prestigio nel mondo ebraico. Non per questo è vicino al governatore romano, se l’evangelista deve dire che si è preso coraggio, che ha avuto l’ardire di farsi avanti con la richiesta del cadavere. Pilato non lo concede, se non dopo gli opportuni accertamenti espletati dal centurione, tenuto conto che non si aspettava affatto la morte in così poche ore. Le operazioni di staccare il corpo morto dalla croce, di avvolgerlo in un lenzuolo che sembra comprato nella medesima circostanza della sua comparsa davanti a Pilato, di portarlo ad un sepolcro, che non si dice affatto fosse suo e fosse nuovo, e l’azione di depositarlo lì, risultano fatte dal solo Giuseppe, mentre la chiusura dell’imboccatura della tomba con il masso rotolato è fatta fare ad altri, come a dire che uno da solo non lo potrebbe fare. Va pure ricordato che il suo rapporto con Gesù derivava dal fatto che, senza necessariamente riconoscerlo come figlio di Dio, egli era rimasto colpito dall’annuncio del Regno fatto da Gesù. Qui si dice che lui pure aspettava la venuta di questo Regno, e, probabilmente, il suo intervento per seppellire Gesù, va inquadrato in questa sua attesa, che si doveva ancora coltivare, nonostante fosse morto colui che aveva messo al centro della sua predicazione un Regno ormai imminente. Così la sepoltura assume un rilievo non da poco e questo fatto richiedeva una figura di riferimento nella quale riconoscere presente questa aspettativa.

NEL VANGELO DI LUCA

Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto. (Luca 23,50-56)

Luca segnala lo stesso dettaglio di Marco; ma prima di questo aspetto, più che marcare la sua autorevolezza nel sinedrio ebraico, lo definisce “uomo buono e giusto”. Dovremmo ritenerle qualità di ordine morale, come si tende spesso a pensare; ed invece nel vocabolario evangelico, soprattutto in Luca (dove lo stesso Gesù, al momento della morte, dal centurione viene definito “uomo giusto”), questi aggettivi definiscono la sostanza e non solo le qualità; e dovremmo ritenere che quest’uomo ha ormai assunto la bontà e la giustizia di Dio, staccandosi, come qui si dice con chiarezza, dal resto del sinedrio che aveva voluto la morte di Gesù. Così egli non ha bisogno di avere coraggio per stare al cospetto di Pilato e per fare la sua richiesta. Le operazioni svolte da Giuseppe non devono ridursi alla sola pietà umana, perché fatte da un uomo “buono e giusto”; esse rappresentano, da parte sua, la concreta adesione al Regno che lui aspetta in questo modo.

NEL VANGELO DI GIOVANNI

Giovanni 19, 38-42

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato an-cora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Giovanni nella sostanza si adegua alla notizia data dai sinottici; e tuttavia qui Giuseppe non è più dalla parte del mondo ebraico in una posizione di prestigio, come non è l’uomo buono e giusto ormai da ritenersi con le medesime definizioni con cui è indicato Gesù. Egli è definito “discepolo di Gesù” seppur di nascosto, quasi a dire che tale diventerà con la fede dichiarata nella sua risurrezione. Anche per Giovanni è lui a chiedere il corpo a Pilato, ed è lui a prenderlo dalla croce. Ma nell’operazione di sep-pellirlo è affiancato da Nicodemo, già altre volte segnalato da Giovanni nel suo vangelo. La sua presenza è importante per il ricorso agli unguenti, usati dai due, anche se la sepoltura deve essere stata fatta di fretta, per le poche ore che rimanevano prima del riposo sabbatico.

FUORI DEI VANGELI

Nonostante la concordanza dei quattro evangelisti circa la figura di Giuseppe d’Arimatea, la cui città di origine è problematica, perché si fatica a individuarla nella geografia di allora, vengono avanzate delle riserve sulla sua autenticità storica, anche perché né prima né poi questa figura viene citata. Ed anche nei testi successivi non si ha la presenza di quest’uomo e del suo ruolo in un momento particolarmente delicato. Nella prima predica di Paolo, esposta negli Atti degli Apostoli, quando il neoconvertito parla della condanna a morte di Gesù, che secondo lui è da inquadrare nelle profezie e non è perciò una situazione capitata per una serie di accidenti perversi, segnalando la sua morte, adempiuta secondo “quanto era stato scritto di lui”, dice che i capi fecero deporre Gesù e lo misero nel sepolcro. La figura di Giuseppe non esiste affatto! Se davvero ha rivestito un ruolo così importante come pare dai vangeli, Paolo a-vrebbe dovuto parlarne.

Atti 13,26-31

Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza. Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato; pur non avendo trovato alcun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che egli fosse ucciso. Dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo.

Così la figura di Giuseppe, nonostante le qualifiche che troviamo nei Vangeli, appare in un alone che lo fa stare sospeso fra storia e leggenda. Da una parte egli serve nei vangeli per offrire al condannato Gesù un sepolcro tutto suo – e si sottolinea che è nuovo ed è proprietà dello stesso Giuseppe –, quando per quella situazione egli non poteva affatto trovare una tomba sua e sarebbe dovuto finire in una specie di fossa comune. Col senno di poi e quindi con la notizia della sua risurrezione, era necessario avere un luogo in cui verificare che quel cadavere non c’era più, e che in compenso era necessario conservare – come è fino ad oggi – un luogo da segnalare come il suo sepolcro. Per queste ragioni era necessario ricorrere ad una figura che avesse il compito di seguire l’operazione della sepoltura. In effetti costui appare qui, e di qui scompare, una volta compiuta la sua missione. Ma l’alone di leggenda prende il personaggio, soprattutto nel periodo medievale, quando ogni località europea cerca agganci con personaggi presenti nei vangeli. Nasce così nella terra europea più periferica, ma non per questo meno cristiana, come è l’Inghilterra, ormai normanna, la leggenda del Santo Graal, il calice di Cristo dell’Ultima Cena, portato qui proprio da Giuseppe d’Arimatea, divenuto il primo vescovo nell’isola.

Ecco perché le immagini costruite per lui lo rappresentano con il calice che sembra sepolto sotto un cumulo di pietre, sopra le quali spunta una pianta che diventa verdeggiante e che potrebbe rappresentare il Regno di Dio, che Giuseppe aspettava, secondo ciò che è scritto nei vangeli.

NICODEMO E LE DONNE

Nei racconti evangelici, soprattutto nei sinottici, accanto a Giuseppe d’Arimatea si fa riferimento anche alle donne: si mette in risalto che stavano davanti alla tomba, ormai chiusa, con l’intento di “osservare”: sembra quasi che vogliano capire il senso di ciò che era successo, soprattutto in questa particolare operazione che aveva avuto come protagonista Giuseppe. Il suo lavoro di sepoltura, andava portato a compimento con il gesto tipicamente femminile dell’unzione, che serve a conservare più a lungo il cadavere, ma vuole anche onorare quel corpo già sufficientemente martoriato. Non hanno a disposizione il materiale da usare, diversamente da Nicodemo che viene segnalato da Giovanni con il quantitativo di mistura che ha portato con sé. Le donne si ripromettono di tornare quando, superato il sabato, potranno finalmente prestare la loro opera pietosa. Matteo le descrive sedute di fronte alla tomba; Marco le segnala mentre osservano dove Gesù veniva messo; Luca pur dicendo le stesse cose, fa notare che osservavano “come” era stato posto Gesù. Marco usa il verbo “” (= Theoreo), con cui si dice che anche in quell’atto si deve riconoscere Dio, si deve vedere lo scorrere della vita di Dio, anche quando essa sembra fermata dalla morte. In realtà in quel sepolcro dove c’è in effetti un corpo morto, quel seme “germoglia” e, come dice il “Credo”, c’è la discesa agli inferi.

Così anche la sepoltura è un “mistero” di fede, in quanto è un fatto con il quale continua l’agire di Dio, che nulla può fermare, se davvero l’amore è più forte della morte. Luca usa il verbo “” (=Theaomai), con cui le donne appaiono come a bocca aperta davanti a questa scena: esse si rispecchiano e colgono che Gesù vive il nostro medesimo percorso di morte e di sepoltura. Ora va letto con gli occhi di Dio, il quale mettendo se stesso come la Vita ricarica la nostra e contribuisce a dare speranza. Non conta dove viene messo, ma, secondo il vangelo, “come” viene deposto: egli è il seme, che pur morto, dà vita nuova e piena. Volendo rispecchiarci anche noi, abbiamo bisogno di immagini.1.

LA DEPOSIZIONE (1602-1604) di CARAVAGGIO (1571-1610)

Pinacoteca Vaticana – Roma

Qui non compare Giuseppe di Arimatea, ma Nicodemo che si presenta curvato in perfetto parallelismo con il corpo orizzontale del Cristo. Costui, nonostante sia morto, è la vera fonte di luce di un quadro che è, secondo lo stile caravaggesco, avvolto nell’ombra. È una scena fortemente drammatica e nel contempo perfettamente “misurata”, con una disposizione in linee geometriche dei personaggi e dei loro gesti che vogliono offrire a chi guarda lo “spettacolo” della pietà, ciò che fa piegare sul corpo morto di Cristo.

Al centro di questa “pietà” sta colei che è per antonomasia la Pietà e cioè Maria, la madre, per quanto sia come sommersa dagli altri personaggi: i due uomini (Giovanni e Nicodemo) sono ulteriormente piegati, mentre accanto a lei, stanno due donne, la Maddalena, descritta con una mano che sembra sciogliere i capelli, e Maria di Cleofe con le braccia alzate in un gesto di disperazione. Il corpo di Cristo sta per essere depositato sulla pietra tombale, quella che viene mostrata anche oggi nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dove Gesù venne unto per essere poi messo nella tomba. Questa pietra sta proprio in primo piano, corrispondente allo sguardo del visitatore, che vede una lastra messa di sbieco per farla apparire come la “pietra angolare”, identificata con Cristo stesso. Al suo corpo morto corrisponde in parallelo il corpo di Nicodemo rivestito di marrone con il gomito nella stessa posizione che ha la pietra sottostante. Lo sguardo di quest’ultimo, posto al centro della scena sembra richiamare l’attenzione dello spettatore, perché rifletta su ciò che sta succedendo. La sepoltura di colui che è la fonte di luce, getta sul mondo un manto di oscurità, che tutto ricopre. Ma sotto la lastra fredda c’è una pianta a richiamare il seme di vita. Se ora tutti si piegano su di lui, poi tutti si rialzeranno con lui, proprio perché questa particolare deposizione è la collocazione sulla pietra angolare, destinata a diventare il nuovo edificio. È interessante che il vero protagonista qui non sia Giuseppe d’Arimatea, ma Nicodemo; il nome che costui porta dice che il popolo è destinato a divenire vittorioso, nella misura in cui, piegandosi su colui che è morto, potrà rialzarsi sempre con colui che è la Vita e che dà la Vita, perché la vita umana possa sempre risorgere. Così la sepoltura è un richiamo molto forte alla “vittoria” di colui che qui sembra sconfitto e che è invece la fonte della luce e quindi la speranza continua, continuando la sua passione in coloro che la condividono. Con Nicodemo al centro, il messaggio della sepoltura è carico di speranza, anche se qui la scena teatrale della donna che alza le braccia farebbe pensare ad altro: forse, più che disperazione, qui si vede l’implorazione a Dio che sa risollevare chi noi andiamo a depositare..

IL CRISTO MORTO (1475-1478) di ANDREA MANTEGNA (1431-1506)

Pinacoteca di Brera – Milano

E’ una scena impressionante per lo scorcio ardito con cui viene mostrato il corpo morto di Cristo e già depositato sulla lastra tombale, sulla quale, prima di essere collocato nel sepolcro viene unto. Accanto al cuscino su cui sta adagiata la testa reclinata c’è il vasetto del profumo. Il corpo nudo è velato sull’inguine e quindi messo nelle condizioni perché si possa fare l’operazione dell’unzione rimandata a dopo il sabato. Sul lato destro del Cristo si vedono due volti, quello di Maria, che si asciuga gli occhi per le molte lacrime versate, e quello di Giovanni che a mani giunte continua a piangere. Dietro il volto di Maria si intravede quello della Maddalena con la bocca aperta in un atto di disperazione.

Soprattutto nel cadavere irrigidito si ha l’impressione di essere in presenza di una scultura, per la quale il telo davanti ha tutto l’aspetto di un “panneggio bagnato”: così si rivela ancora di più il freddo della morte che ha preso questo corpo; impresse ci sono le ferite delle piaghe, che però non emettono sangue. Ciò che il quadro deve suggerire, anche per questo scorcio così impressionante, è un senso di desolazione che può solo suscitare pietà e pianto, sconforto e amarezza inconsolabile.

LE GUARDIE

NEL VANGELO DI MATTEO

Attorno al sepolcro vengono segnalate anche le guardie, quelle che il potere religioso, intervenendo con forza sul potere politico, mette per assicurarsi che non possa succedere quanto si ventilava con le parole messe in giro da Gesù stesso. L’unico evangelista a segnalare la presenza del picchetto di guardia è Matteo. Costui, poi, in occasione della notizia della risurrezione, è costretto a parlare ancora dei soldati, che non considera testimoni di quell’evento – che non sarebbe affatto possibile né vedere né raccontare e che, per la loro stessa ammissione di aver dormito, non avevano potuto osservare e poi descrivere -. Essi non hanno visto nulla, neppure i discepoli venuti a trafugare il cadavere: come presidio armato non sono stati affatto efficienti. Qui sono solo testimoni che in quella tomba c’è il cadavere di Gesù, che essi devono custodire.

Matteo 27,62-66

Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei,  dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: «Dopo tre giorni risorgerò». Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: «È risorto dai morti». Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Secondo ciò che scrive Matteo è la tomba che va vigilata, perché nessuno possa entrarvi, ben sapendo che di lì nessuno in realtà può uscire. La custodia, dunque, riguarda ciò che succede fuori e non ciò che potrebbe capitare dentro. Di per sé i capi hanno paura per le parole dette da Gesù circa la sua risurrezione, anche se essi ritengono che una simile notizia falsa dipenda solo da ciò che possono dire e fare i discepoli, trafugando il cadavere. Così sono essi stessi a certificare la chiusura della tomba mediante sigilli; le guardie invece diventano un ulteriore mezzo per garantirsi contro le imposture che – a dire dei capi – erano macchinate da Gesù e dai suoi. Ma queste guardie di fatto servono a ben poco: non tengono alla larga i discepoli, che pur non vengono al sepolcro, e non vedono nulla di quanto succede, neppure la risurrezione di Gesùe neanche lo potrebbero, dato che l’evento non è catalogabile come dato storico, se non perché Gesù si fa vedere ai suoi – e ciò che capita nelle ore successive con l’andirivieni delle donne e dei discepoli. Eppure Matteo, nella sua unica testimonianza circa queste guardie, scrive che esse riferiscono “tutto quanto era accaduto”. Ciò che possono raccontare è solo che la tomba è aperta e vuota e che alla tomba sono venute alcune donne e successivamente si erano presentati alcuni discepoli, ma quando già essa era aperta.

Matteo 28,11-15

Mentre le donne erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: «I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo». E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazio-ne». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino ad oggi.

Sulla base di ciò che scrive Matteo, queste guardie avrebbero dovuto impedire che i discepoli mandassero in giro notizie false, mentre in realtà sono poi loro a fare questa cosa, divulgando ciò che essi non avevano visto, se effettivamente stavano dormendo.

NELL’ICONOGRAFIA

Le immagini che ci vengono date delle guardie nelle rappresentazioni della risurrezione mostrano degli armati accovacciati a dormire e quindi con ben poca consapevolezza del ruolo che erano chiamati a rivestire. Operando così, essi non hanno custodito “un bel niente”. La liturgia ambrosiana ci offre nei giorni pasquali un’antifona, derivandola da testi della liturgia bizantina, in cui viene stigmatizzata la sprovvedutezza dei militari posti a custodia del sepolcro di Gesù.

O sprovveduti militi!

Custodivate un sepolcro e avete perso il Re;

vigilavate una lastra tombale

e vi è sfuggita la pietra di giustizia.

O ci ridate il corpo o celebrate il Risorto,

e uniti a noi cantate: Alleluia! Alleluia!

Con non minore ironia sono rappresentati dagli artisti …

GIOTTO (1267-1337)

Noli me tangere – Cappella degli Scrovegni – Padova

Sullo sfondo del marmo rosa della tomba aperta, su cui si è posato l’angelo (e qui si vede l’orlo della veste bianca) si stagliano le figure delle guardie, che dormono pesantemente, due addossati al sepolcro e due distesi sul terreno. Con gli occhi chiusi e con l’elmo calato sugli occhi, essi non vedono nulla, ma neppure sentono il dialogo che si sta svolgendo fra il Risorto e Maria di Magdala inginocchiata e tesa con le braccia avanzate ad abbracciare il Maestro. Sembra che il pittore si sia sbizzarrito con le decorazioni sugli abiti dei militari, decorazioni del tutto inutili a qualificare questi personaggi, che del resto non hanno neppure le armi in dotazione, come se fossero del resto fuori luogo in quel luogo e in quella circostanza..

PIERO DELLA FRANCESCA (1412-1492)

La Risurrezione di Borgo San Sepolcro

Anche in questa famosa raffigurazione della risurrezione di Cristo, celebrativa in realtà della rinascita di Borgo San Sepolcro (AR) liberatosi dal giogo fiorentino, le guardie accovacciate sotto la tomba indossano armature dell’epoca del capoluogo toscano per farle riconoscere in questo modo. Sulla loro posizione che le fa sembrare cadute o comunque appesantite dal sonno, si erge la figura imponente di Cristo, che ben rappresenta l’uomo emergente dal sepolcro e quindi rinato a vita nuova, come succede alla vegetazione circostante. Così la forza non è data dal possedere armi, dall’ostentare muscoli, dal mettere in evidenza una vigoria che non può esserci senza la padronanza di sé. La rinascita è da cercare nella direzione di uno Spirito che si rivela nel dominio di sé.

CONCLUSIONE

È piuttosto raro che ci si soffermi sul momento vissuto da Gesù nel sepolcro: si tratta di un periodo molto breve e del resto racchiuso fra due eventi che attirano maggiormente. Per il fatto che Gesù sia rimasto poco e ovviamente ci sia rimasto “morto”, e racchiuso in uno spazio molto ristretto, non si è ritenuto opportuno dire niente, o quasi. Eppure la fede, proclamata pubblicamente, esige che si faccia menzione anche di questo episodio, a cui si aggiunge che “ … discese agli inferi”. Di questo non possiamo dire nulla, se non immaginare quello che poi certa iconografia orientale ci svela con Gesù che abbatte le porte degli Inferi, per liberare le anime prigioniere dell’Ade, a partire da Adamo ed Eva. Sono pochi gli eventi e ben pochi i personaggi che si muovono attorno al sepolcro nel breve lasso di tempo che sta fra la morte e la sepoltura: continua l’affetto dei suoi, anche se molti rimangono rintanati, e continua la preoccupazione degli avversari che sembrano aver paura ancora, pur sapendo che è morto. Ma una volta calato il sole e iniziato il sabato, tutto tace: per quelle ore fino alla costatazione del sepolcro aperto, nessun si vede, nessun si muove, se non il picchetto di guardiani: e questo devono solo custodire un morto. Questi particolari ci vengono detti del fatto della sepoltura. Esso è da ricordare e celebrare come un “mistero”: si tratta, dunque, di un fatto storico, la cui narrazione in parole umane non riesce ad esaurire tutto il profondo significato che esso ha nell’ambito della Pasqua cristiana e nel vivere di coloro che dicono di credere e quindi di costruire il loro vivere sulla figura di Cristo. Anche in questo fatto sta il “vangelo” e quindi quella buona e bella notizia, che invece vorremmo pensare tremenda, drammatica e da dimenticare. La tomba, qualunque tomba, è di fatto il luogo su cui si concentrano le attenzioni nel momento in cui viene deposto il cadavere, se non altro per l’affetto che ci lega; ma ben presto esso rimane, se non dimenticato ed incustodito, come la memoria di chi non torna più e quindi un segno, freddo, spento, oscuro, ricercato per far pensare al passato, ma non certo per poter guardare con speranza al futuro. Al sepolcro di Cristo invece si è portati a pensare che, pur in presenza di una vita stroncata nel peggiore dei modi, c’è ancora da attendere, c’è ancora da coltivare la speranza che spinge sempre la visuale oltre i limiti dell’orizzonte terreno.

Ovviamente è l’annuncio di risurrezione che apre a questa prospettiva, anche se, a ben considerare ciò che è scritto nei vangeli, non sono i discepoli a vedere il Risorto, perché lo vanno a cercare; è piuttosto il Maestro che si fa vedere a loro perché è lui a cercarli. Essi continuano a cercare un sepolcro, che scoprono vuoto; essi cercano segnali che appartengono a questa nostra realtà umana, ma devono andare oltre per trovare uno che porta ancora i segni della passione, senza che però essi facciano soffrire; anzi, inducono a mettersi dentro un mondo ancora segnato dal male, ma toccato dallo Spirito di colui che non si è lasciato imbrigliare dal male e, per quanto sia morto, continua a riaccendere la vita, la sua e quella dei suoi, che hanno sempre bisogno di rimettersi in gioco.

PREGHIERA

Sei scomparso, Signore, ma non per sempre:

lo avevi detto che sarebbe stato per poco tempo, e così è avvenuto.

Ora sei ancora in giro, sempre vivo, sempre più appassionato,

e vuoi tu raggiungerci,

diversamente da noi che vorremmo star fuori dai tanti fastidi.

Chi ti ha cercato, ancora morto e messo da parte,

ha avuto la sorpresa di vederti vivo e ancora impegnato con noi;

chi ti ha desiderato per continuare negli affetti di un tempo,

ha scoperto che l’amore vero impegna di più;

chi ti ha accompagnato alla tomba, sconsolato,

si è ritrovato con la consolazione di sapere che tu ci sei ancora,

come hai promesso e come hai dimostrato di essere con noi.

A venire qui, ti scopriamo sempre appassionato,

e ci prende la tua passione,

a stare da te, la passione della vita continua, ed è un vero bene.

Nella tomba abbiamo messo un corpo morto,

ma ora da quella tomba esce uno spirito vivo,

e così ci insegni che anche alle tombe dei nostri cari,

noi attingiamo il loro spirito che vive nel tuo,

e così possiamo proseguire la loro passione,

possiamo sentire che in noi continua il loro vivere.

Coltivando la fede nel fatto che tu sei stato sepolto,

sentiamo, davanti alle tante tombe di persone, che ci sono care,

come pure loro, anche a consumarsi, non spariscono del tutto,

e continuano a lasciarci lo spirito che non muore mai.

MARCIA SU ROMA

Benito Mussolini, durante la marcia su Roma, con i quadrumviri:

da sinistra Emilio De Bono, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi.

Il militante in primo piano a sinistra copre la figura di Michele Bianchi.

La foto fu scattata il 30 ottobre

quando Mussolini arrivò a Roma, convocato da Vittorio Emanuele III.

GLI EVENTI

E IL GIUDIZIO STORICO:

UN FATTO EVERSIVO

E COSTITUZIONALE

1

INTERPRETAZIONE DEL FATTO

Questo evento (la marcia su Roma) e questa data (il 28 ottobre 1922) sono ormai entrati nei libri di storia come l’avvio del regime fascista in Italia. Contribuì a questa lettura già lo stesso regime, che nella nuova datazione, obbligatoria sui documenti ufficiali, si faceva partire tutto da lì e naturalmente tendeva a presentare i fatti successi con un alone mitico e, per certi versi, addirittura epico, quasi fosse stato concepito e realizzato un evento grandioso e glorioso, come se fosse stata combattuta una battaglia degna di essere enfatizzata, e di lì derivasse qualcosa di decisivo che segnava una sorta di spartiacque. Il fascismo già esisteva e la sua nascita è da far risalire al 1919, quando a Milano vengono fondati i Fasci di combattimento. Invece il regime, inteso come sistema totalitario, non è propriamente realizzato qui, se il governo presieduto da Mussolini è ancora di coalizione e i partiti hanno pur sempre voce in Parlamento. L’azione, considerata di forza e messa in campo con manipoli di milizie non inquadrate nell’esercito, si rivela di fatto una manifestazione, che poteva diventare eversiva e che in realtà non ha prodotto alcunché. Piuttosto il fatto mediante il quale si può dire che prende avvio la dittatura fascista è il famoso discorso di Mussolini alla Camera del 3 gennaio 1925. Tuttavia già nell’insediamento del suo primo governo le parole usate da Mussolini non lasciano dubbi circa la maniera con cui egli vuole prendere e tenere il potere e di fatto dall’incarico ricevuto nell’ottobre 1922 egli diventa Capo del governo, che poi presiedette fino al Gran Consiglio del 25 luglio 1943. I giudizi storici, che furono – e sono ancora – emessi sugli inizi della dittatura, sono di fatto legati a questo episodio, che fu ingigantito dal regime stesso e che invece deve essere meglio riletto, anche per capire la natura di certi eventi. Il partito, che qui pretende di avere la gestione del governo, nonostante l’esigua rappresentanza in Parlamento, sulla base dei risultati elettorali, proprio per questa sua determinazione, e per i fatti che accompagnano la sua richiesta di avere e di esercitare direttamente il potere, con il ricorso alla violenza, esprime parole e azioni che devono essere considerate di natura eversiva. Lo dimostra mettendo in campo uomini armati che convergono su Roma; nello stesso tempo si deve riconoscere che sia i dirigenti di partito, sia gli affiliati che vengono messi in campo esprimono la volontà di andare contro la legalità. E tuttavia non viene prodotto nulla di anticostituzionale, se di fatto è il re a chiamare Mussolini al governo. Insomma, la lettura da fare circa quanto è successo in quei momenti, non può essere lasciata alla retorica usata dal regime, quando lo diventa; e neppure va considerata a partire dalla retorica opposta che maschera la reale incapacità dei partiti di opposizione di comprendere i fenomeni in corso e di porvi gli argini necessari. Una lettura più attenta di ciò che è successo in quel giorno deve servire a comprendere eventi analoghi, mai identici, che possono generarsi e dare origine a fenomeni sicuramente aberranti. Se davvero questa “marcia”, poi ostentata con la figura possente del capo del fascismo che sta avanti alle sue “truppe di occupazione” – ma questo non avvenne affatto – è da considerarsi l’episodio emblematico della nascita di una dittatura, come il regime voleva e come i partiti d’opposizione hanno pure pensato, allora noi dovremmo vedervi una occupazione di stampo militare che non ci fu.

FU UN COLPO DI STATO? Leggi tutto “MARCIA SU ROMA”

Pasqua 2023: Il Signore è risorto!

CRISTO SIGNORE E’ RISORTO!

Non sta rinchiuso nelle viscere della terra. Vuole raggiungere i suoi.

Si fa vedere ai suoi. Si fa incontrare. Entra nel cuore di ciascuno …

Io l’ho visto! Io l’ho incontrato! Io lo porto con me!

Non è cambiato il quadro del mondo, sempre segnato dal male …

Ma a chi si fa vedere e a chi arriva a vederlo, a incontrarlo, cambia il cuore.

E tu l’hai visto? Tu lo hai incontrato sui tuoi passi? E ti senti cambiato?

Non fa cose prodigiose per convincere. È lui già un prodigio!

La sua “passione” è affascinante, perché lui ci mette e ci rimette …

Qualcuno l’ha davvero visto in giro? E l’ha visto con la passione nel cuore?

Allora ce ne sono altri come lui a portare attorno la passione.

Allora questa sua passione sta diventando il nuovo vivere per tutti.

Veramente è stato visto! Veramente chi l’ha visto si sente più vivo che mai

CRISTO RISORTO E’ ANCORA TRA NOI!

Se ne accorge chi non si lascia sgomentare dal tanto male diffuso …

Lo fa vedere chi invece di lamentarsi si rimbocca le maniche per il bene …

Lo porta con sé chi, credendoci davvero, si fa credibile agli altri …

Lo vive chi non si lascia umiliare e risponde sempre con la passione …

Lo può dire chi ce l’ha dentro e lo sa comunicare come la vera gioia …

Lo testimonia chi, anche a passare dal dolore, ha la speranza di uscirne …

RISORGIAMO ANCHE NOI CON LUI!

HA VINTO E VINCE ANCORA LA MORTE

Questa icona bizantina è la celebrazione della risurrezione con la discesa di Gesù agli Inferi: lì, dopo aver scardinato le porte, che ha sotto i suoi piedi, e che nella voragine aperta rivelano il mondo sotterraneo nel buio più completo, dentro il quale tutti i suoi elementi (chiavi, chiodi, bulloni e cardini …) sono gettati via, il Risorto fa uscire dalle loro tombe i progenitori, Adamo ed Eva, afferrati per i polsi ed elevati a sé con la sua grande energia. Egli è il Risorto immerso nella mandorla divina, simbolo di fertilità e di rinascita, come è l’uovo di Pasqua, e rivestito di un abito luminoso e splendente. Attorno i santi patriarchi e profeti lo indicano come colui nel quale si compiono le promesse divine. Così il mondo può rinascere, come ben si vede nella montagna che sta dietro e che sembra spaccarsi per far uscire il nuovo seme di vita, colui che è davvero, come Vincitore della morte, il Dio della Vita.

IL RISORTO CI PRECEDE

(Omelia di Pasqua di don Primo Mazzolari)

Chi ci rimuoverà la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (Marco 16,3). Così di-cevano Maria Maddalena, la madre di Giacomo, e Salome, mentre la mattina del primo giorno della settimana, molto per tempo, andavano al sepolcro per imbalsamare Gesù. Quando si oscurano in noi le grandi certezze della fe-de e della speranza, i nostri problemi divengono meschini, e banali le nostre preoccupazioni. Guardiamoci intorno, o meglio consultiamo noi stessi. Il vecchio mondo s’inabissa, il nuovo faticosamente emerge da un mare di do-lori e di sangue: e noi quasi non ci facciamo caso … Nessuno e niente fer-merà il crollo: nessuno e niente arresterà la novità che cammina con passo sicuro. È come la Pasqua; è la Pasqua: poiché ogni cosa che muore, come o-gni cosa che incomincia a vivere nella morte, è un aspetto della Pasqua. Nes-suno e niente può fermare la Pasqua: non la paura coagulata dei piccoli uo-mini, non le coalizioni dei più divergenti interessi e dei più contrastanti sen-timenti, non le guardie più o meno prezzolate poste a custodia dei sepolcri della storia. Credo ai terremoti che scuotono le profondità della storia, e agli angeli, che li guidano e che siedono sereni sulle pietre rovesciate dei sepol-cri per gli annunci che fanno paura soltanto agli uomini senza fede. A nessu-na delle tre donne che camminano verso il sepolcro canta in cuore l’Alleluia della grande speranza. L’Alleluia è nato spontaneamente dall’infinita bontà del Signore, che, invece di guardare alla nostra mancata attesa, pone il suo sguardo pietoso sul nostro bisogno di vita. La Pasqua si ripete. Quanti cre-dono veramente al Risorto? Quanti, fra gli stessi che in questi giorni affol-lano le chiese, sentono negli attuali avvenimenti il ritorno del Cristo, come sentiamo nell’aria e nei campi il ritorno della primavera? Chi di noi vuole la Pasqua, come un impegno, preso nell’Eucaristia, per la giustizia, la pace e la carità di Cristo nel mondo? Come le donne ci mettiamo in cammino all’alba verso le chiese. Non sappiamo sottrarci a certi misteriosi richiami e abbiamo gli aromi per imbalsamare Gesù … Il nostro sacramento pasquale è ancora u-na volta un atto di pietà, come se il Signore avesse bisogno di piccole pietà: i morti vogliono la pietà, il vivente vuole l’audacia. “Non vi spaventate. Gesù è risorto, non è qui. questo è il luogo dove era stato deposto”. Le civiltà, le culture, la tradizione, le grandezze, perfino le nostre basiliche, possono essere divenute il luogo ove gli uomini di un’epoca l’avevano posto. Il comanda-mento è un altro: “Andate, dite ai discepoli e a Pietro che egli vi precede”. Do-ve? Dappertutto in Galilea e in Samaria, a Gerusalemme e a Roma, nel cena-colo e sulla strada di Emmaus … “Egli vi precede”. Questa è la conseguenza della Pasqua. Se, alzandoci dalla tavola eucaristica, avremo l’animo disposto a tenergli dietro ove egli ci precede, lo vedremo, come egli disse.

IL RISORTO CI ACCOMPAGNA

Signore Risorto, togli anche noi dalle catene della mortalità, che appesantiscono il nostro vivere imprigionato dal male, a tiraci a te, riconoscendo che la tua passione è vita vera.Signore Gesù, apri questo mondo ad accogliere il seme di vita, perché sia più accogliente con chi nasce e con chi si sta formando, più benevolo con chi soffre e vuol vivere meglio, più incoraggiante con chi è debole e sfiduciato.

Tu che trionfi sulle oscurità infernali che ci vogliono mortificare, dona la tua pace di Risorto, perché possiamo portare la vera pace, dona il tuo perdono, perché diventiamo più misericordiosi, dona il tuo amore, perché ora diventi il nostro, quello che dona sempre.

Tu che sei l’eterno Vivente, il comunicatore di Vita, quella vera, raggiungi ciascuno di noi con la viva passione del cuore, riaccendi la speranza, anche a trovarci dentro tanti segni di morte, risveglia quella fede che ci fa sentire la tua persona accanto a noi: con te, solo con te, possiamo rinnovarci e rinnovare questo mondo!

La Pasqua di Cristo nel mondo religioso e culturale russo

MORS ET VITA DUELLO

CONFLIXERE MIRANDO

Sul “fronte russo” continuano a udirsi rumori di guerra, e di lì ci vengono im-magini impressionanti di rovine, lasciate sul territorio ucraino, anche se i morti e i feriti sono da entrambe le parti, in un conflitto dal forte sapore di scontro tra popoli “fratelli”, che hanno avuto una lunga storia in comune. È inevitabile inoltre che siano coinvolte anche le diverse confessioni religiose, le quali si rifanno al comune mondo cristiano: qui i credenti nel Signore, morto in croce e poi risorto, celebrano i medesimi misteri pasquali, pur con forme liturgiche diverse. E tuttavia essi non sanno superare le divisioni e ricercare l’intesa che deve impedire inutili distruzioni, ma più ancora i troppi morti, e più ancora sopire i risentimenti che si fatica a contenere e a impedire. Davanti ad un quadro desolante e sempre più imbarbarito da tanta violenza “gratuita” e selvaggia, non c’è molto spazio per discorsi di natura religiosa, per letture e visioni che parlino di rinascita, di risurrezione. Anzi, a volte anche simili auguri appaiono fuori luogo, intrisi di un sapore molto amaro. Come si fa a di-re che Cristo è risorto, in un quadro di devastazione, che pur si assicura di vo-ler ricostruire come prima? Non sarà più come prima! Non può essere come prima! Come si fa a ripetere l’augurio di pace del Cristo risorto? Raccontando l’evento della risurrezione e più ancora il suo farsi vedere ai discepoli il mattino di Pasqua nel cenacolo, dove entra a porte chiuse ed augura loro la pace, la sua pace, noi osiamo credere che tutto questo si rinnova anche oggi. Ma dove lui appare? Dove lui viene visto? Dove lui irrompe come allora con il suo augurio di pace? Se nel nostro non lontano oriente, invece di veder sorgere un nuovo sole di speranza, vediamo sempre più infittirsi le nubi tenebrose della disperazione, mentre noi vorremmo altre nubi cariche di pioggia, come facciamo a sperare? Ancora sentiamo a noi lontana questa guerra, come se non ne fossimo coinvolti. Ed invece il rischio di sentirci trascinati nel baratro è non molto dissimile da ciò che per le guerre precedenti si avvertiva, pur nella spensieratezza di chi non ci pensa mai, di chi si convince che non potrà mai succedere. Eppure è già successo. E può succedere ancora. Già a partire dalle esperienze passate di conflitti nel cuore dell’Europa ci siamo chiesti come siano stati possibili, laddove una civiltà secolare si era formata sull’umanesimo più che su altre considerazioni. Eppure anche allora si era scatenata l’assurdità del male, poi letta come “banalità”, nonostante la presenza di tanti pensatori animati dallo spirito umanistico. Leggi tutto “La Pasqua di Cristo nel mondo religioso e culturale russo”

Nel bicentenario di Fermo e Lucia.

INTRODUZIONE: UNA NUOVA FASE

In un tempo relativamente breve, quello tra il 1821 e i 1823, Manzoni arriva a comporre la storia che poi diventerà famosa nell’edizione del romanzo di vent’anni dopo. Qui elabora la vicenda dei due giovani, con il corollario di altre vicende personali, che potrebbero essere storie a sé stanti, anche se poi vi metterà mano per una revisione sostanziale che riguarda i contenuti, ma soprattutto la forma espressiva. Comunque il canovaccio, che troviamo poi nelle edizioni successive, anche con i tagli doverosi, emerge fin dalla prima stesura ed è il frutto di una ricerca che lo interesserà per molto tempo. Qualcuno ipotizza che si tratti di due storie diverse. Ma così non è, anche se la conduzione della trama presenta differenze e gli stessi personaggi sono proposti con nomi e caratteri diversi. La lettura, a cui ci ha abituati la scuola, è quella condotta sulla edizione definitiva. Qui è utile conoscere il lavoro non indifferente che ha portato al capolavoro, tenendo conto che simile operazione non è solo un lavoro di rifinitura, ma è soprattutto la ricerca di un modo di scrivere che ha prodotto qualcosa che è ben di più di un romanzo, di un libro, di un’opera letteraria: qui è stato avviato un percorso che ha contribuito a costruire la cultura popolare di un Paese, ancora tutto da realizzare.

Non esiste forse romanzo la cui nascita resti più misteriosa. Noi non sappiamo, e forse non sapremo mai, attraverso quali tentativi il Manzoni si sia deciso ad affrontare il romanzo, anzi il romanzo popolare. Quali prove in campo narrativo lo resero sicuro di possedere quanto fosse necessario per lavorare in maniera ampia e decisiva su un genere con cui non si era mai cimentato, e per dar vita a personaggi, all’immagine della sua città, della sua terra e descrivere paesaggi sereni, e delitti e crudeltà atroci? Quale forza, quale determinazione lo spinsero insomma a cacciarsi in un’impresa che fu la sua gloria e il suo tormento … (Macchia, p. 49) Leggi tutto “Nel bicentenario di Fermo e Lucia.”

NATALE 2022

 

TU VIENI SEMPRE …

In contemplazione del nostro presepio, costruito secondo le forme tradizionali, quelle che ci forniscono la poesia vera del Natale, ci viene proprio da dire a Gesù: “Tu vieni sempre!”.

Tu vieni sempre, ogni anno e in ogni luogo e vieni con le stesse modalità di allora, che secondo le reazioni manifestate a quei tem-pi, ti vedono non accolto, non compreso nel tuo messaggio di vita. Tu vieni sempre come un bambino e noi ti potremmo trovare nelle fattezze di un essere fragile e ancora tutto da formare, perché possa mettersi in questo mondo dove il male vuol farla da padrone. Tu vieni comunque nelle forme umane di un bambino estremamente povero, perché privo di tutto: e ce ne sono ancora in questo mondo, che s’illude di avere molto, di poter godere di tante cose, trascu-rando l’essenziale. Tu vieni sempre nella precarietà del vivere, perché, nel freddo, puoi prendere anche tu una malattia, perché anche contro di te si scatena l’odio omicida, perché tu pure non hai un avvenire sicuro, se ti manca la casa, se ti mancano i mezzi per il sostentamento, se ti manca ogni ale. Eppure vieniforma assistenzi adesso, vieni oggi, vieni in questo momento, non aspettando tempi migliori, non cercando la condizione ideale che possa dare sicurez-za. Vieni nel bel mezzo di una guerra, e ti presenti come principe di pace, disarmato, indifeso, incapace di far del male e senza aspetta-re che siano intavolate trattative, senza che si creino corridoi di-plomatici, senza pretendere nulla, pur potendo tutto. Vieni un po’ dovunque, ma soprattutto dove sta chi soffre, fuggendo da luoghi di estrema miseria e di impossibilità a vivere, perché non c’è futu-ro. Vieni anche qui, nelle terre dell’abbondanza e della infelicità, perché si fatica a coltivare buone relazioni, perché le troppe cose che si hanno non aiutano a cercare ciò che veramente conta e a vivere con più serenità, puntando sulla Provvidenza. Non abbiamo bisogno di supplicarti, caro Gesù: tu vieni sempre; vieni comunque si trovi questo mondo; vieni, perché sai che questo mondo ha sem-pre bisogno di te; oggi più che mai noi contiamo sulla tua presenza e sulla presenza di bambini, che diventeranno gli uomini di do-mani, in grado di portare quello che hai portato tu, e cioè te stesso, la tua persona, la tua vita da mettere in gioco.

TU DEVI VENIRE!

Continuando a stare davanti al nostro presepio con lo sguardo ammirato di chi gusta le cose genuine, ci viene da aggiungere al Signore Bambino: “Tu devi venire!”.

È una bella pretesa aggiungere una richiesta così perentoria, come se tu fossi obbligato con noi, ma soprattutto da noi. In realtà sei tu a volerti legare a noi, sei tu a sentirti in obbligo, sei tu a presentarti in questa maniera. Perché a te, per la tua natura divina, piace stare dalla nostra parte, piace condividere la nostra esistenza, anche ad essere segnata dal male, che a te non piace. Non sei costretto da nessuno, anche se questa è la volontà del Padre, il tuo che è pure il nostro. Noi ti diciamo le cose come stanno nel disegno suo, fatto sulla misura nostra e tua, perché ci rendiamo conto che davvero senza di te non è possibile per noi vivere bene, vivere secondo un disegno positivo e costruttivo. Tu devi venire, perché non possiamo sentire altrove parole così chiare e forti che ci segnano profonda-mente, come le sentiamo da te. Tu devi venire, perché non tro-viamo da nessuna parte chi ci possa qualificare meglio l’esistenza e costruircela sul sacrificio, che davvero valorizza le virtù e le qualità che abbiamo come dono tuo. Tu devi venire, perché solo la tua compagnia ci garantisce un vivere genuino che possa definirsi un “vivere da Dio”. Tu devi venire ancora, in modo particolare oggi, perché allontanandoci da te e pensando di poter fare da soli, finia-mo per smarrirci: e comunque senza il tuo Spirito non ci è possi-bile fronteggiare il male in maniera adeguata. Tu devi venire per-ché il male sta aumentando e noi non siamo in grado di arginarlo, di reagire nella maniera giusta, di restare fermi, forti, fiduciosi, felici. Tu devi venire, perché quelli che si sono messi dalla parte del male si ravvedano, e facendo la giusta penitenza portino ovunque il messaggio che è sempre possibile recedere dal male e mettersi dalla parte del bene. Tu devi venire per noi, e soprattutto per colo-ro che sono sfiduciati in presenza del male, perché non si lascino travolgere da esso, ma contrappongano al male quanto di meglio sono in grado di fare, perché il bene e la pace possano trionfare. Tu solo puoi portare questi beni; e noi da te, Bambino, li aspettiamo e li accogliamo come i più bei doni di Natale!

IL NATALE NEL MONDO RELIGIOSO RUSSO-UCRAINO

Celebriamo un Natale segnato dalla guerra alle nostre porte. Non è la prima volta. Le tensioni, che ci coinvolgono ed obbligano a prendere po-sizione, ci possono indurre nella tentazione di esprimere giudizi duri e incattiviti. E quando ci si lascia offuscare la mente, si può giungere a quelle forme di denigrazione che comportano il rifiuto di un popolo, della sua cultura, del suo spirito religioso. Anche di questi tempi, con la doverosa condanna di un attacco ingiustificato, di una campagna militare accompagnata da distruzioni ed uccisioni, di una propaganda costruita sulla menzogna e sull’annientamento dell’altro, spesso il giudizio severo trascende fino a negare la storia e la cultura di un popolo: è come se le colpe di oggi coinvolgessero anche coloro che nel passato hanno dato un contributo non indifferente alla cultura umanistica che non è solo patrimonio di un periodo e di un paese, ma è divenuto un bene che appartiene all’umanità. Proprio per non trascinarci dentro un sistema sbagliato, costruito sul pregiudizio, è raccomandabile che non si perda invece l’occasione per ritrovare lo spirito giusto che ci fa considerare a proposito la cultura russa, con il suo patrimonio di fede e di arte. È vero che noi abbiamo davanti agli occhi il martirio del popolo ucraino, ancora una volta, nella sua storia, brutalizzato, anche a motivo della sua posizione storica e geografica. E tuttavia non dobbiamo neppure trascurare l’anima russa che ha fatto grande questo popolo nel corso della sua storia, da condurre oggi su strade migliori, secondo la sua migliore tradizione. In modo particolare dobbiamo riconoscere che quanto di bello si è sviluppato in Russia è dovuto al modo, tutto suo, di esprimere la fede cristiana che ci ha dato pagine ineguagliabili di letteratura ed opere d’arte raffinata, che sono, e rimangono, documento vivo di una fede profonda. Leggi tutto “IL NATALE NEL MONDO RELIGIOSO RUSSO-UCRAINO”

Maria del Parco

LA NOSTRA MADONNA

E’ UNA MAMMA SERENA

La “nostra” Madonna, a chi la guarda con particolare affetto, dona tanta pace e serenità, perché con il suo sorriso affabile ci dona il suo Bambino, ce lo vuole mettere in braccio, come se lo volesse affidare per un momento e poter così gustare la soddisfazione di portarcelo con noi. E’ suo figlio; l’ha tenuto nel suo grembo, come ogni mamma; l’ha accudito con amore, ripagata da una presenza che le ha comunicato tanta pace nel cuore. Ma ora non vuole più tenerlo come se fosse tutto suo e solo per sé. Lei sa che quel Bambino è di Dio e proprio per questo appartiene al Padre e dal Padre è mandato per ogni uomo, per ogni donna, per chi lo vuole sentire come suo fratello. Ecco perché lo protende ed ha piacere che qualcuno lo abbia con sé, lo prenda in braccio, lo porti ovunque affinché altri lo conoscano, lo amino, lo seguano. E questo lei lo fa volentieri: accompagna il suo gesto con un volto sorridente che lascia trasparire tanta serenità, in modo tale che chi si prende quel bambino tra le mani possa avere la medesima sensazione di piacere, di distensione, di serenità. D’altra parte, la presenza di quel Bambino, sia nel momento in cui si stava formando nel suo grembo, sia quando, venuto al mondo, è stato deposto nella povertà, portato ovunque fra mille tribolazioni, e fatto crescere nelle piccole e grandi prove della vita, ha sempre procurato a Maria una grande serenità. Questa non le impedisce di dover soffrire, di provare angoscia, di sentirsi amareggiata; mai, comunque, perdendo la speranza, la visuale cioè che permette di andare oltre le oscurità tempo-ranee, per vedere ogni cosa con lo sguardo di Dio. Abbondano le imma-gini di Maria con un volto dimesso, segno di profonda umiltà; quelle con un fare meditabondo, proprio di chi non lasciava passare nulla senza rifletterci; quelle che rivelano preoccupazione, come avvenne nel primo distacco di Gesù a 12 anni; e, non di meno, quelle segnate da una profonda mestizia e da un acuto dolore, per vederlo sofferente con la croce, morente su di essa, o morto e disteso sulle sue ginocchia. Ma non sono da trascurare le fisionomie che ce la danno con un volto sereno e rasserenante, come traspare dalla nostra. In questa sua fisionomia ella ci vuole ricordare che anche noi in questo luogo, dove molti vengono a trovarsi per cercare e trovare un po’ di serenità, dobbiamo rivelarci nell’atteggiamento di chi trasmette la distensione dell’animo, per far ritrovare oggi ciò che sembra perso, dimenticato, trascurato.

LA SERENITA’ E’ DONO DELLO SPIRITO

Testi, poesie, preghiere e immagini ci aiutano a trovare la serenità di Maria e in lei la nostra serenità. Ne abbiamo un gran bisogno in un momento segnato da forti e angoscianti preoccupazioni. Si susseguono tante crisi: le minacce del terrorismo, le cadute vertiginose della finanza, le varie epidemie che dilagano nel mondo, le guerre che si fanno sentire un po’ ovunque, la miseria che si diffonde e che attanaglia tanta gente. E in esse la paura cresce, la disperazione assale, la rassegnazione impedisce di reagire. Abbiamo bisogno di coltivare quel tipo di serenità che, anche ad essere raggiunti e pressati dal male, permette di non esserne travolti e di saper far fronte con la bontà e con la bellezza, che hanno il loro vertice in Dio, sorgente del bene e del bello. La serenità che coltiva Maria è quella che le deriva dallo Spirito Santo: ripiena di grazia, cioè dello Spirito stesso di Dio, ella non fa che dispensare questo dono ricevuto, il solo capace di far reagire con il bene, avendo davanti tanto male, di produrre il bello, quando il brutto vorrebbe avere il sopravvento. Appena lo riceve con le parole di Gabriele che la riempiono della potenza proveniente dall’Altissimo, lei porta lo Spirito da Elisabetta, e costei sente sussultare il bambino, con quella esultanza che è gioia e pace dello Spirito. E allora si mette a magnificare Dio: anche a continuare la sua esistenza di donna povera, di donna semplice, di donna sconosciuta ai grandi del mondo, lei conserva nel cuore una grande serenità, con la quale fa fronte a tutte le circo-stanze che la vedono lontana da casa nel momento del parto, allontanarsi da casa nel momento della fuga, faticare a trovare una casa tra le insidie dei potenti che minacciano continuamente la vita del bambino. Ma lei è sempre forte.

Mettiamoci alla ricerca di immagini di Maria che diano a noi tanta serenità: le parole, le figure devono ispirare in noi l’animo di Maria, che eleva il suo cantico. In esso lei dice che davvero il Signore onnipotente innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati, soccorre i poveri, coloro cioè che godono della pienezza della beatitudine, proveniente da Dio. Proviamola anche noi, mettendoci nel cuore semplice di Maria, guardando il suo volto rasserenante, contemplando il suo animo veramente felice, ascoltando le sue parole semplici, ma piene del sapore stesso di Dio. Cerchiamo così di avere la sua serenità e di avvertire che essa è davvero un grande dono dello Spirito, ed è un’esperienza che proprio in occasione dei passaggi difficili ed impegnativi sentiamo affiorare nel cuore.

1.

LA MADONNA DEL SOLLETICO

C’è una curiosa immagine di Maria, in una posa particolare, ben poco nota. Il grande pittore toscano, Masaccio (1401-1428), è considerato l’autore di questa piccola tavola che rappresenta Maria con il gesto materno di chi vuole benedire il suo piccolo. In realtà, sembrerebbe il gesto più umano e familiare della mamma, la quale cerca di suscitare il sorriso nel bambino, con il gesto delle dita che toccano il collo scoperto del piccolo, come per fargli solletico. Così sembra; se non altro per la reazione del bambino, il quale vorrebbe come difendersi, cercando di afferrare il braccio della madre, che continua a solleticarlo. Maria appare seria, anche a fare questo gesto per suscitare il riso; il bambino invece appare divertito, anche a cercare di trattenere la mano della mamma.

Qui vediamo qualcosa di molto umano: non sembrerebbe quell’immagine spesso ieratica e solenne della Madonna, a cui siamo abituati; anche perché i committenti esigevano dagli artisti una figura che risultasse motivo di devozione e di preghiera da tenere in casa, perché gli occhi, rapiti in contemplazione, potessero poi suggerire la migliore preghiera da elevare. Così questa immagine non appartiene certo al patrimonio da esporre in chiesa, come figura pubblica, ma da mostrare in casa come richiamo alla devozione privata. Ed essa può ispirare anche a noi quel genere di tenerezza che induce ad avvertire qui tanta serenità, in grado di infondere la medesima sensazione in coloro che si mettono davanti all’immagine. A noi pure verrebbe il desiderio di fare il medesimo gesto, sia per esprimere la nostra familiarità con Gesù, sia per provare dal suo sorriso ad avere noi pure tanta pace.

La preghiera alla Madonna del Solletico

Maria, madre dei poveri e dei piccoli,

di quelli che non hanno nulla, che soffrono solitudine

perché non trovano comprensione in nessuno.

Grazie per averci dato il Signore.

Ci sentiamo felici e col desiderio di contagiare molti di questa gioia,

di gridare agli uomini che si odiano che Dio è Padre e ci ama,

di gridare a quanti hanno paura: «Non temete».

E a quelli che hanno il cuore stanco: «Avanti che Dio ci accompagna».

Madre di chi è in cammino, come te, senza trovare accoglienza, ospitalità,

insegnaci a essere poveri e piccoli,

a non avere ambizioni, a uscire da noi stessi e a impegnarci,

a essere i messaggeri della pace e della speranza.

Che l’amore viva al posto della violenza.

Che ci sia giustizia tra gli uomini e i popoli.

Che nella verità, giustizia e amore nasca la vera pace di Cristo,

di cui come Chiesa siamo sacramento.

2.

LA MADONNA

CHE GIOCA COL BAMBINO

Anche questa è una immagine curiosa, perché non appartiene all’impianto solito delle figure religiose di Maria con il Bambino Gesù. Se non ci fossero le aureole, si potrebbe dire che qui è riprodotta una giovane mamma, elegantemente vestita e in un ambiente signorile, che sta intrattenendo il suo piccolo. Costui è tutto inteso a voler prendere il fiorellino che la mamma gli sta mostrando. Lui ha il viso paffuto con l’atteggiamento un po’ curioso, presente in tanti piccoli che sono sorpresi davanti a ciò che non hanno mai visto. È invece molto divertita la mamma nel guardare e considerare la curiosità del suo piccolo: la bocca accenna ad un sorriso di soddisfazione, in cui è ben espressa la sua serenità, derivata comunque dalla contemplazione del proprio bambino. È di Leonardo (1452-1519).

È una bella scena familiare da cui si ricava la piacevolezza nel considerare il gioco fra i due, mai preso in considerazione, quando si considera Maria e Gesù, come se una tale scena potesse diventare irriverente o inadatta a far entrare nel mistero e nel giusto sentimento religioso.

La preghiera alla Madonna che gioca

Da vera Madre, o Maria, tu ti riveli, quando giochi con Gesù Bambino:

con il tuo sorriso lo rassereni, con la tua voce soave lo distendi,

con il tuo gesto dolcissimo lo intrattieni,

con la tua presenza amabilissima gli doni sicurezza.

Ed egli ti ridona gioia e pace nel cuore,

mostrando il desiderio di scoprire il mondo,

di capire la bellezza delle cose, di aprire l’animo a tutto e a tutti.

Anche a noi, o Madre, riserba un po’ del tuo tempo,

per aiutarci a vivere meglio, a vivere nella serenità,

perché non rimaniamo schiacciati dai tanti problemi,

e non veniamo assorbiti dalle troppe inquietudini.

Fa’ che possiamo scoprire anche nelle cose semplici,

il grande disegno con cui Dio ci ama e ci vuole con sé,

e rendici sempre sereni coltivando nel cuore la pace di Dio.

3.

A COLEI CHE PUO’ ABBRACCIARE

CON UN SORRISO

IL VILLAGGIO DEL MONDO

Anche nella poesia compare Maria a infondere serenità e dolcezza, mentre all’intorno i problemi si moltiplicano e le prove pesano sull’animo. Proprio la vicinanza di colei che tutti sentiamo come una mamma, può accendere la speranza, può far continuare un cammino divenuto pesante, può alleviare la fatica e condurre ad insistere anche dentro le sofferenze e i disagi. Già la preghiera rivolta alla madre fa bene, soprattutto perché si avverte che lei è presente, che lei ci sostiene …

Il poeta russo Sergéj Aleksándrovič Esénin (1895-1925) ebbe una vita travagliata, soprattutto nella parte finale della sua breve esistenza. Ma già da piccolo coltivava la poesia e aveva anche una buona formazione religiosa propria del suo ambiente contadini. Poi ci fu una crescita vorticosa, una tensione notevole nei confronti della rivoluzione bolscevica e sorse per lui il periodo più tribolato, immerso nell’alcool e in amori impossibili. L’epilogo della morte fu tragico. Ma il suo vorticoso girare in cerca di pace e di una vita da gustare pienamente, non gli impedisce di avere parole e toni di raffinata elegia. E non manca neppure la preghiera, soprattutto quella del figlio nei confronti della Madre …

Madre di Dio,

cadi come una stella sull’aspro cammino

entro la sorda valle.

Versa come olio i capelli della luna

nei presepi contadineschi del mio paese.

Lungo è il corso della notte.

Dorme in essi tuo figlio.

Cala come una cortina il crepuscolo sull’azzurro.

Abbraccia con un sorriso il villaggio del mondo,

e il sole come una zana (cesta ovale) agli arbusti appendi.

Si rallegrerà in essa, lodando il giorno

del paradiso terrestre, il santo bambino.

Io vedo: in azzurrina veste sulle lievi nuvole alate,

va la Madre adorata col Figlio purissimo in braccio.

Per la pace Ella porta nuovamente il Cristo risorto a crocifiggere.

È una bella immagine natalizia, che fa riferimento in modo particolare alla madre di Dio, sempre più sentita come madre degli uomini, proprio per aver portato dentro questo mondo suo figlio. Per quanto buia possa essere la scena notturna nella quale avviene il mistero natalizio, basta il sorriso della madre ad allietare, a rasserenare. Proprio il sorriso di Maria abbraccia il mondo e lo avvolge di una pace infinita, mentre il sole appare come una cesta ovale appesa in cielo. In questo mondo Maria introduce il Figlio ed insieme lo porta a camminare verso la sua croce: solo di lì può venire la pace; solo dalla croce rinasce la vita … Leggi tutto “Maria del Parco”

9 maggio: memoria del beato Serafino Morazzone

LA BIOGRAFIA

Prete Serafino Morazzone” diventa beato a quasi due secoli dalla morte. Un altro “Curato d’Ars”: lo definisce così il B. Card. Schuster. Ma lui precede negli anni il curato del villaggio francese, in quanto Giovanni Maria Vianney vive fra il 1786 e il 1859. Certamente poi il B. Serafino è meno noto e la sua santità è celebrata solo fra il Resegone e il lago, nella più periferica parrocchia di Lecco.

Tra i due comunque c’è una straordinaria sintonia spirituale e umana. A cominciare dalle umilissime origini, perché Serafino arriva da una famiglia povera e numerosa. Suo padre ha una minuscola rivendita di granaglie e vive in un modesto alloggio di Milano, dalle parti di Brera: qui nasce Serafino, il 1 febbraio 1747. Dato che vuole farsi prete e mancano i soldi per farlo studiare, i gesuiti lo accolgono a titolo gratuito nel collegio di Brera. E qui inizia la sua “carriera ecclesiastica”, che non prevede però cambiamenti di natura sociale: a 13 anni riceve la talare, a 14 la tonsura, a 16 i primi due ordini minori. A 18 anni, per potersi pagare gli studi, va a fare il chierichetto in Duomo: per dieci lire al mese, al mattino presta servizio all’altare e al pomeriggio studia teologia. Così per otto anni, fedelissimo e puntuale, cortese e sorridente. A 24 anni riceve gli altri ordini minori e due anni dopo, a sorpresa, gli fanno fare concorso per Chiuso, nel lecchese: una piccola parrocchia che all’epoca conta 185 abitanti ed alla quale nessun altro aspira. Vince il concorso, ma non è ancora prete; così, nel giro di un mese, riceve il suddiaconato, il diaconato e l’ordinazione sacerdotale e il giorno dopo è già insediato a Chiuso: vi resterà per 49 anni, cioè fino alla morte. Per scelta, perché anche quando gli offriranno parrocchie più importanti o incarichi più onorifici sceglierà di essere sempre e soltanto il “buon curato di Chiuso”, da cui non si allontanerà mai. Testimoni oculari hanno attestato le lunghe ore trascorse in ginocchio nella chiesa parrocchiale e quelle, interminabili, trascorse in confessionale ad accogliere i penitenti. Ovviamente non soltanto i suoi, ma pure quelli che arrivano da Lecco e dai paesi vicini. Perché a Chiuso, come ad Ars, si fa la fila per andarsi a confessare dal “beato Serafino”, come lo chiamano i contemporanei, mentre lui si considera solo un povero peccatore, infinitamente bisognoso della misericordia di Dio e delle preghiere del prossimo. Le sue ottengono miracoli, ma lui non se ne accorge, impegnato com’è a non trascurare neppure uno dei suoi parrocchiani: raccontano che i malati li va a trovare anche di sera o di notte, se non è riuscito a farlo di giorno, e così tutti i giorni, fino a quando si ristabiliscono o chiudono gli occhi per sempre. E non solo per portare loro i conforti della religione: dicono che i bocconi migliori e tutto quello che gli viene regalato siano per i suoi poveri, per i suoi malati. Ad uno, piuttosto male in arnese,  finisce per regalare anche il suo materasso, di cui per un bel po’ deve fare a meno, perché nessuno si è accorto del suo gesto di carità. Ai ragazzi, oltre al catechismo, insegna a leggere e a contare, in una specie di scuola che ha aperto in canonica, forse ricordando quanto anche lui ha faticato a studiare. Muore il 13 aprile 1822 e un piccolo giallo avvolge la sua sepoltura, quando ci si accorge che di lui non c’è traccia nella fossa che dovrebbe essere la sua. Il giallo si risolve grazie alla testimonianza di un anziano: i parrocchiani, che non si rassegnavano a saperlo nella nuda terra del cimitero, lo avevano esumato la notte stessa del funerale, adagiandolo sotto il pavimento della chiesa, in barba a tutte le disposizioni di legge. Leggi tutto “9 maggio: memoria del beato Serafino Morazzone”

I MALAVOGLIA TRA VERISMO E IMPERSONALITA’ NARRATIVA

Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di Mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dire nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina,a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto barche in acqua, e delle tegole al sole. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quella della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarata sul greto, sotto il lavatoio … (I Malavoglia, capitolo I, p. 39)

INTRODUZIONE

Verga e il Verismo

Nelle antologie scolastiche e nelle catalogazioni di carattere scolastico Giovanni Verga (1840-1922) è considerato lo scrittore per antonomasia del fenomeno letterario denominato “Verismo”. La particolare visione dell’uomo e della società che si è sviluppata con alcuni dei suoi scritti, e con autori che hanno seguito la sua scuola, ha portato a voler descrivere la realtà, soprattutto quella sociale, mettendo in evidenza gli aspetti che si volevano assolutamente realistici, obiettivi, e quindi senza l’apporto critico del narratore, che deve scomparire dal suo stesso lavoro, perché esso possa risultare “scientifico”. Ciò che già si era sviluppato in altri paesi europei, soprattutto in Inghilterra e in Francia, allettava ora la letteratura della nuova Italia, appena uscita dai fasti epici del suo Risorgimento. A noi oggi i testi significativi di Verga, che sono il manifesto del Verismo, la concreta attuazione dei nuovi canoni letterari, appaiono come opere dal forte sapore regionalistico, sia perché le storie sono ambientate nel profondo sud, nell’ancor più profonda provincia meridionalistica italiana, sia perché lo stesso linguaggio usato deriva da quell’ambiente molti vocaboli, sconosciuti al fiorentino popolare, ma soprattutto molte espressioni gergali e molte immagini che costruiscono un nuovo linguaggio. Eppure la sua produzione migliore emerge quando egli è lontano dalla terra d’origine, e sa far diventare quel contesto lontano non solo un angolo periferico, ma l’espressione di un mondo, che seppur stantio, conservatore, bloccato nei suoi schemi ancestrali, aspira ad un rinnovamento che è insito nel percorso storico. E questo non è solo l’aspirazione di alcuni, di gente isolata, ma corrisponde a quel processo storico, che va ben oltre la fase risorgimentale.

Questione meridionale, sociale … o un nuovo umanesimo? Leggi tutto “I MALAVOGLIA TRA VERISMO E IMPERSONALITA’ NARRATIVA”