Dante e l’Europa (Impero)

IMPERO, NON EUROPA

Dante non pensa all’Europa; pensa all’Impero …

Sarebbe anacronistico e fuorviante considerare Dante un europeista convinto per la sua difesa ad oltranza della visione mitica di Impero, come Istituzione, considerata da lui assolutamente necessaria per contrastare i mali del suo tempo, imperversanti e per lui quanto mai dannosi. Il “suo” Impero non è certo ciò che noi oggi possiamo considerare la “Comunità europea”, ancora tutta da costruire, ben oltre le strutture istituzionali che oggi funzionano con molta fatica. L’Impero che Dante vagheggia, soprattutto con la figura piuttosto scialba di Arrigo VII, non è affatto una comunità di popoli e di Stati, come oggi si sta cercando di creare, senza riuscire ancora a trovare una base comune. Anche l’Impero pensato da Dante non appare con una base condivisa; e proprio per questo ciò che si vorrebbe mettere in campo non riesce a costituirsi, e naturalmente non riesce neppure a durare nel tempo.

L’avventura tentata da Arrigo VII dura lo spazio di pochi anni: dalla morte di Alberto d’Asburgo, il 1 maggio 1308, alla morte dello stesso Arrigo VII, il 24 agosto 1313.

L’Istituzione imperiale nel XIII secolo

Certo, l’Istituzione imperiale c’era anche prima; ma, dai tempi della morte di Federico II di Svevia (1250), mancava una figura forte e coraggiosa di riferimento. E dopo la breve parentesi di Arrigo VII non ci sarà altro spazio se non per qualcosa di puramente nominale, con la progressiva germanizzazione di questa struttura, che voleva presentarsi come l’erede dell’Impero romano, già da tempo decaduto.

L’ammirazione che Dante nutre per l’Impero non è certo riposta in una forma istituzionale, come di fatto si presentava in quegli anni: essa appariva indubbiamente già superata; e si presentava come un ideale non più proponibile, anche perché l’ultimo erede, Federico II, l’aveva di fatto modificata radicalmente con una impostazione che gli derivava dalla educazione normanna ricevuta. Lo Svevo continuava, certo, a fregiarsi di quel titolo, e quindi a presentarsi come un’autorità al di sopra delle parti, come colui che avrebbe dovuto comporre gli attriti fra le nuove forze politiche ed economiche venute a galla. Ma lui stesso si era trovato a dover contrastare chi nel lungo periodo medievale aveva svolto di fatto un ruolo di supplenza, quando veniva a mancare l’autorità imperiale, e cioè il Papa; e aveva trovato sul suo cammino un vecchio Papa, Gregorio IX, dotato di notevole energia.

Le due autorità spesso erano venute a conflitto; o, se una avanzava sull’altra, questo era dovuto alla insufficienza rappresentata da chi rivestiva quel ruolo in quel dato momento. I duri scontri, che ogni tanto scoppiavano, avevano finito per esaurire le due autorità, che apparivano sempre più un simulacro, una diafana immagine del prestigio di un tempo.

Il bisogno di una “via salutis”

Dante, uomo di un’epoca ormai al tramonto, non si rende conto (o non vuole rendersi conto) del cambiamento epocale a cui si stava assistendo. Già l’anno stesso del Giubileo, il 1300, che sembrava vedere il trionfo dell’autorità papale con l’indizione della “gran perdonanza”, rivelava che il rinnovamento della Chiesa e della società veniva, come richiesta, dal “basso”, dalla gente, accorsa a Roma per avere l’Indulgenza. Proprio in quello stesso anno avveniva, nel mezzo del cammino di sua vita, il viaggio di Dante nell’oltretomba, ideale processo che l’uomo sta facendo, per trovare, nel suo disorientamento, la via sicura da intraprendere. Ma per quanto il poeta, rappresentando l’uomo, voglia trovare una via salutis, essa non è certo data dalla istituzione imperiale, così come la trova nel periodo storico in cui vive, e neppure in quella sua auspicabile ricostruzione immaginata con l’avvento di Arrigo VII.

Le posizioni politiche di Dante

Dante non era mai stato un filo-imperiale, se non altro perché fiero avversario dei Ghibellini, a cui si era opposto, e di cui non aveva affatto condiviso l’ideale politico. Se di fatto si ritrova ad essere un “Ghibellin fuggiasco”, è solo per una visione fin troppo manichea della realtà politica del suo tempo, per cui, ad essere stato esiliato e condannato in contumacia, perché appartenente ai Guelfi di parte Bianca, non aveva altre risorse, per rientrare in Firenze, se non appoggiandosi, prima, ai suoi sodali in politica, e poi, a tutti coloro che, fuoriusciti, erano fieramente avversi alla parte Nera che dominava in città. E questi fuoriusciti erano Ghibellini! E allora l’ideale imperiale, più che un principio da indicare come la forma migliore di governo, quella che era in grado di assicurare la pace e con essa la tranquillità del vivere e il progresso economico e civile, appariva come il solo strumento per far superare al “bel giardino” d’Europa la tragedia in cui era caduto con gli appetiti corrosivi, che erano alla base delle faide e delle lotte mortali dentro e fuori le città italiane. Dante, insomma, arriva a costruire questo ideale, che era ben lontano dall’essere ciò che lui auspicava e che non sarebbe mai potuto diventare realtà, in un mondo che stava cercando ben altro.

La visione dell’Impero nel Trattato e nel Poema

L’elaborazione del suo pensiero politico trova una forma dottrinaria nel trattato, scritto in latino proprio negli anni dell’avventura di Arrigo VII, e una forma idealizzata nel grande poema, in cui l’Impero assume i connotati della città celeste, della città ideale, ben lontana dalla realtà, sia quelle storica, sia quella contingente del tempo in cui vive Dante. Si deve riconoscere che questo suo “progetto politico” risente del dramma umano in cui il poeta è immerso, e da cui non troverà affatto una “via salutis” né per sé, né per la sua generazione. L’elaborazione del suo pensiero emerge proprio nel breve periodo dell’astro nascente di Arrigo VII, velocemente apparso sull’orizzonte politico e ben presto tramontato, prima ancora di poter verificare la bontà e soprattutto la fattibilità e la tenuta delle sue idee. Anche a dover constatare il fallimento, Dante insiste su questa sua visione che fa supporre un rilancio in tempi migliori, o comunque che ci possa essere ben altro rispetto alla formula dell’Impero come ideale politico da costruire e da perseguire.

Non una visione d’Europa

Ma sembra che debba essere considerata una esagerazione una visione di tipo “europeista”, come se la parola “Impero” volesse far pensare ad un’altra realtà, oggi in primo piano. Per Dante l’Impero non coincide con quella visione di Europa che noi oggi coltiviamo; per lui questa Istituzione deve servire a superare il triste spettacolo delle forme faziose e violente con cui le città e i territori da lui conosciuti si reggono.

È dunque, la sua, una visione di corto respiro, nonostante la ricerca di una “salvatore” in qualcosa o in qualcuno da collocare più in alto per superare le miserie di città, ricche di mezzi, ma povere di disegni politici, e sempre più dilaniate da antagonismi insuperabili, se lasciate alle sole modalità violente e non alle arti della diplomazia, più che alle armi.

Egli, che pur voleva fregiarsi degli onori derivanti dalla armi, per la sua partecipazione alla battaglia in campo aperto contro i ghibellini di Arezzo, aveva però preferito proporsi come l’uomo della diplomazia e delle ambascerie, anche durante il lungo periodo dell’esilio. Questo genere di lavoro era per lui lo strumento con cui avere una paga per continuare a vivere; ma era anche il suo modo di proporsi in quel periodo di violenze nella vana speranza di far nascere un modo diverso di intendere la politica e di esercitarla. Non ha molto successo e soprattutto non conosce in questo periodo quella stabilità che gli consentirebbe di presentarsi con una proposta più accettabile e più accettata.

Dante ha viaggiato in Europa?

A proposito della sua visione d’Europa, che non traspare comunque dalle sue opere, se non per l’enciclopedica cultura che Dante possiede circa i tanti personaggi che popolano la sua Comedìa, e che appartengono allo scenario del mondo non solo del suo tempo, qualcuno ha pure ipotizzato frequentazioni di Dante nelle più famose università del tempo, e quindi alla Sorbona di Parigi e ad Oxford in Inghilterra. Non abbiamo dati sicuri a questo riguardo e comunque sembra abbastanza improbabile che egli sia uscito dal territorio del centro e del nord Italia.

L’università parigina si trovava nel Vicus Straminum, la Contrada degli Strami, presso il Boulevard Saint-Germain. Nella zona c’è tuttora una Rue Dante. L’appellativo “degli strami” derivava dall’abitudine degli studenti di portarsi a scuola, in mancanza di banchi, stuoie di paglia o mucchi di fieno, con l’aggiunta di erbe odorose nei giorni particolarmente solenni. A Parigi avevano insegnato i più grandi filosofi del secolo, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino e, in polemica con questo, Sigieri di Brabante, formidabile professore di dialettica, ucciso a coltellate da un fanatico. (Marchi, p. 89)

Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,

è ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri

gravi a morir li parve venir tardo:

essa è la luce etterna di Sigieri,

che, leggendo nel Vico de li Strami,

silogizzò invidiosi veri.  (Paradiso , X, 133-138)

Durante il soggiorno parigino il poeta arricchì la sua poderosa cultura filosofica e teologica. Parigi, anche allora, era sempre Parigi, un faro dell’intelligenza europea. Non sappiamo se Dante abbia avuto i soldi sufficienti per acquistarsi i libri, dato l’astronomico prezzo delle dispense, copiate dagli amanuensi. Probabilmente aveva appena di che mangiare e vestirsi. A scuola lo aiutava la prodigiosa memoria. (Marchi, p. 89)

Dalla Francia passò in Inghilterra? Il Boccaccio dice di sì, Giovanni da Serravalle addirittura specifica che studiò sacra teologia a Oxford: affermazioni fragili, non più raccolte da nessuno. Della Germania ebbe scarse nozioni, il mondo tedesco non eccitava la sua curiosità intellettuale; liquida i tedeschi con un aggettivo, lurchi. (Marchi, p. 90)

(Lurco significa ghiottone, mangione e beone ingordo. Si trova in Inferno XVII, 21: E come là tra li Tedeschi lurchi …)

Non c’è bisogno comunque di vederlo in giro per l’Europa, perché egli possa essere a conoscenza di questo vasto mondo. Qui interessa piuttosto considerare il suo disegno politico che vede al centro l’Impero, non tanto come l’espressione del mondo tedesco, quanto piuttosto come l’erede di quell’Impero romano, che di fatto non esisteva più, se non come ideale improponibile e inattuabile.

Questa sua idea affiora, con la speranza coltivata all’affacciarsi sull’orizzonte della figura di Arrigo VII.

L’IMPERO DI ARRIGO VII

Alla morte di Alberto d’Asburgo, il quale era quanto mai in difficoltà a conservare l’eredità ricevuta dal padre Rodolfo I, e che viene ucciso dal nipote, figlio del fratello Rodolfo II, si doveva trovare l’erede dell’Impero, realtà che tuttavia non risultava da tempo in grado di affermarsi sia in Germania, sia nel resto d’Europa. I principi tedeschi elessero Enrico, duca di Lussemburgo. L’affacciarsi di quest’uomo sulla ribalta politica, con la sua deliberazione di voler venire in Italia per l’incoronazione sia a Milano, sia a Roma, dava qualche speranza ai Ghibellini, e soprattutto a Dante, di poter risolvere il contenzioso con Firenze. Se i suoi predecessori avevano trascurato i loro interessi nell’Impero, anche perché erano occupati nel cuore dei Paesi a confine con il mondo tedesco e con il mondo slavo, nei conflitti con i signori e i re locali, costui invece rivendicava di fatto la sua autorità con il riconoscimento in Italia e soprattutto a Roma, nonostante che a Roma il Papa non ci fosse più, essendo già iniziato il lungo periodo avignonese.

A seguire il percorso e i tempi della carovana, più che dell’esercito imperiale, si rimane perplessi per la modalità di questa discesa, che stupisce anche Dante, il quale si aspettava tempi più brevi e obiettivi più chiari, più precisi, più decisi. Se l’elezione avviene nel 1308, ci volle più di un anno per avviare il cammino. A Milano per l’incoronazione Arrigo è presente il 6 gennaio 1311.

Clemente V con la bolla Divinae Sapientiae del 26 luglio 1309 si spingeva a dichiarare apertamente il suo consenso alla scelta della dieta, assicurando di voler incoronare Arrigo di propria mano, a Roma … Per quasi due anni comunque Arrigo non si muove dalla Germania. Sembra che anche lui intenda rinunciare alle altre due incoronazioni che potrebbe pretendere: quella di re d’Italia, a Milano (con la corona custodita a Monza, d’oro e pietre preziose, ma detta di ferro per una lamina all’interno che si voleva ricavata da uno dei chiodi della crocifissione di Gesù), e quella di re dei romani, a Roma: una vera ufficializzazione, quest’ultima, della potestà imperiale. Ma ecco che nel ’10 si affaccia in Piemonte, dopo aver trascorso l’estate a Losanna … Dopo di che aveva attraversato la contea di Savoia, varcato il Moncenisio, era sceso a Susa. In ottobre era a Torino. E intanto nuova bolla di Clemente V, che adesso presenta Arrigo agli italiani come il restauratore della giustizia e della pace. La bolla annuncia il suo contenuto fin dal titolo Exultet in gloria. Il papa che presentava l’imperatore come restauratore dell’ordine! (Altomonte, p. 323-324)

Ma anche Dante non è da meno nell’intervenire perché il novello Imperatore sia ben accolto e perché possa effettivamente portare a termine il compito che si prefiggeva. Per il poeta era una vera e propria missione divina, una sorta di restaurazione dell’età dell’oro, come era già stato per l’antico Impero al suo apogeo! Ecco allora il suo impegno diplomatico assolto mediante le lettere scritte per la circostanza …

Fra l’estate e l’autunno del 1310 pubblicò il manifesto noto come Epistola V, che annuncia all’Italia la venuta dell’imperatore e invita tutti a sottomettersi alla sua giustizia. La lettera, in latino, è indirizzata “a tutti i re d’Italia” (ce n’erano due, nemici morali ed entrambi col titolo di re di Sicilia, l’angioino a Napoli e l’aragonese a Palermo), “ai senatori dell’alma Urbe” (il comune di Roma era l’unico che si piccava di chiamare i suoi magistrati senatori, anziché consoli o podestà come facevano tutti), “nonché ai duchi, marchesi, conti e ai popoli”, cioè ai comuni. A tutti l’humilis ytalus Dantes Alagherii florentinus et exul inmeritus”, esule cioè senza colpa, come ormai da tempo amava definirsi, augurava la pace; li invitava a rallegrarsi per il sorgere di un nuovo giorno e l’arrivo di un nuovo Mosè … (Barbero, p. 230)

Il 31 marzo “del primo anno della faustissima venuta di Enrico Cesare in Italia”, cioè del 1311, Dante indirizzò un’altra lettera aperta “scelestissimi Florentinis intrinsecis” (Barbero, p. 231)

Due settimane dopo, il 17 aprile, scrisse dagli stessi luoghi una nuova lettera aperta, indirizzata stavolta a Enrico VII, che stava assediando Cremona, per spiegare al sovrano che sbagliava a restarsene nella pianura padana, dove piegata Cremona si sarebbe certo ribellata Brescia, o Pavia, o Bergamo, o Vercelli … (Barbero, p. 232)

Si avverte in questa come in altre lettere del tempo e sul medesimo argomento quello stile aulico che il poeta assume nel trattare di particolari questioni e nel rivolgersi ai suoi interlocutori, che vuole ben consapevoli dell’ora fatale e del problema capitale. Lo fa qui, perché parla alla maestà imperiale, e perché parla degli obblighi che ha l’imperatore. Dante ricorre ad immagini tratte dalla Scrittura e dalla mitologia classica, e utilizza un linguaggio che sta fra il profetico e l’apocalittico, nella piena consapevolezza del compito che egli si prefigge di assumere dentro la missione che egli vede realizzarsi con questo sovrano, qui mitizzato.

DE MONARCHIA

Probabilmente nasce in questo contesto l’elaborazione del trattato sulla Monarchia, che rivela uno scrittore impegnato sul fronte politico con un disegno che gli sta particolarmente a cuore. Anche in quel testo latino gli si riconosce un linguaggio tra il profetico e l’apocalittico, per un argomento e un progetto politico a cui tiene tanto e da cui si aspetta prospettive di rinascita. Qui, in effetti, si avverte che quanto vorrebbe vedere realizzato nel sogno rappresentato da Arrigo VII non sia soltanto un sistema di governo fatto per quei tempi e capace di offrire un’autentica svolta alla sua vita e alla vita di Firenze. Dante concepisce un progetto che deve guardare ben oltre il contingente. Così scrive lui stesso nel proemio al primo libro …

Omnium hominum quos ad amorem veritatis natura superior impressit, hoc maxime interesse videtur ut, quemadmodum de labore antiquorum ditati sunt, ita et ipsi posteris prolaborent, quatenus ab eis posteritas habeat quo ditetur.

Il principale officio di tutti gli uomini, i quali dalla natura superiore sono tirati ad amare la verità, pare che sia questo: che come eglino sono arricchiti per la fatica dagli antichi, così si affatichino di dare delle medesime ricchezze a quelli che dopo loro verranno …

Hoc igitur sepe mecum recogitans, ne de infossi talenti culpa quandoque redarguar, publice utilitati non modo turgescere, quin ymo fructificare desidero et intemptatas ab aliis ostendere veritates.

Pensando io questo spesse volte, acciocché mai io non fussi ripreso dal nascoso talento, ho desiderio di dare a’ posteri non solamente copiosa dimostrazione, ma eziandio frutto, e dimostrare quelle verità che non sono dagli altre tentate …

Cumque, inter alias veritates occulta et utiles, temporalis Monarchie notitia utilissima sit et maxime latens et, propter se non habere inmediate ad lucrum, ab omnibus intemptata, in proposito est hanc de suis enucleare latibulis, tum et utiliter mundo pervigilem, tum etiam ut palmam tanti bravii primus in meam gloriam adipiscar.

E come, tra l’altre verità occulte e utili, la notizia della temporale monarchia è utilissima e molto nascosa, e non mai da alcuno tentata, non si vedendo dentro guadagno; però il proposito mio è di trarre questa dalle tenebre alla luce, acciò che io m’affatichi per dare al mondo utilità, e primo la palma in questo esercizio a mia gloria conseguiti.(MONARCHIA, I,I,1.3.5)

Che cosa si intende per “Monarchia”

Quando si considera la parola “Monarchia” si intende il governo di un solo, e, secondo la concreta attuazione di questo “regime”, un potere che non ha limiti, che si lascia per eredità, che assomma in sé diverse funzioni: in genere queste sono riconosciute in quella sacrale, in quella militare, in quella giudiziaria. Un po’ dovunque e un po’ sempre, questo potere, esercitato anche nell’ambito religioso (il re è spesso anche “sacerdos”), viene considerato in un alone sacro, come se il suo potere derivasse dalla divinità e quindi fosse espressione della divinità. Nel caso del trattato dantesco questo potere monarchico ha indubbiamente anche questi connotati e nello stesso tempo viene considerato l’erede di quell’Impero romano che risultava storicamente come l’espressione più alta e più duratura di potere, mediante il quale veniva assicurata la pace e la tranquillità al suo interno, e nel contempo anche forme diverse di governo locale, nella salvaguardia delle diversità di popoli e di territori. Non è propriamente un potere “locale”, cioè un governo che ha un suo territorio secondo una definizione di tipo geografico o “nazionale”, come in genere si ritiene. Perciò possono esistere diverse forme di governo locale all’interno di questo Impero, che ha il potere di ordinare tutto al bene comune. E quindi il suo ruolo è di costituire una specie di autorità sopra le parti, perché esse non entrino in conflitto, ma possano concorrere a costruire la pace e la tranquillità del vivere.

La concreta realizzazione della “Monarchia” al tempo di Augusto

Tutto questo, ovviamente, a partire da ciò che era avvenuto storicamente con l’Impero romano, soprattutto quando questo si era costituito al tempo di Augusto. Esso appariva ormai in pace, dopo il conflitto civile, ed era anche in grado di tenere a bada popoli diversi, e nel contempo di stabilire quell’ordine compiuto che rappresentava il compimento dei tempi nuovi. Non per nulla “nella pienezza del tempo” (come scrive Paolo nella lettera ai Galati), appunto quello creatosi con Augusto, è stata possibile la missione salvifica del Verbo incarnato.

Dante legge tutto questo con l’immagine idilliaca che scopre nell’ecloga IV di Virgilio, in cui si preannuncia la nascita di un “puer” ad opera di una “virgo”, in grado di aprire una nuova età dell’oro. Il tono profetico nel testo virgiliano ha fatto supporre nel Medioevo che qui si preannunciasse ormai l’imminente apparizione del Verbo promesso nelle Sacre Scritture, ad opera di una vergine che tutti potevano riconoscere in Maria.

Ecco il testo virgiliano.

Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna;

iam nova progenies caelo demittitur alto.

Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum

desinet ac toto surget gens aurea mundo,

casta, fave, Lucina: tuus iam regnat Apollo. (Bucolica IV, 6-10)

Lo stesso afflato profetico si respira nelle parole del trattato dantesco. Esso appare come un manifesto politico, con il quale Dante dava corpo alle sue idee circa una nuova età dell’oro, che si sarebbe potuta realizzare con la pacificazione introdotta da colui che si assumeva il compito delicato di ricostituire l’Impero romano. Operazione quanto mai difficile e destinata all’insuccesso, proprio perché non aveva una sua sostenibilità. Eppure Dante persegue il suo obiettivo con enfasi, spesso molto retorica, e nello stesso tempo come se si trattasse di una definizione che ha senso e fattibilità, proprio perché appare ragionevole e razionale.

Che cosa intende Dante per “Monarchia”

Dopo di aver dato la sua definizione, Dante vuol provare, in presenza di dubbi (come se sapesse già le obiezioni messe in campo), che tale Monarchia è assolutamente necessaria per il benessere del mondo, che tale Istituzione è responsabilità del Popolo romano e che, in una visione metastorica, simile monarchia deriva direttamente da Dio e non può essere esercitata con l’ausilio di altra autorità e per derivazione da altra autorità. È chiaro il riferimento alla Chiesa, la quale nel corso del Medioevo si era elevata come contraltare politico all’Impero. Essa faceva derivare da sé lo stesso potere imperiale, in quanto le due spade, di cui si parla nel vangelo (Luca 22,38: Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!»), e che sono in mano a Pietro al momento della notte del tradimento di Gesù, sarebbero il simbolo del potere religioso e civile. Così la spada del potere civile viene delegata dal potere ecclesiastico. Dante è assolutamente contrario a questa visione, su cui Bonifacio VIII aveva costruito l’esercizio del suo potere, ed interviene a smentire questa interpretazione del passo evangelico. Lo dice con molta chiarezza nel corso del trattato.

Primum igitur videndum quid est quod temporalis Monarchia dicitur …

Est ergo temporalis Monarchia, quam dicunt Imperium, unicus principatus et super omnes in tempore vel in hiis et super hiis que tempore mensurantur.

Maxime autem de hac tria dubitata queruntur :

primo namque dubitatur et queritur, an ad bene esse mundi necessaria sit;

secundo, an Romanus popolus de iure Monarche officium sibi adsciverit;

et tertio an auctoritas Monarche dependeat a Deo inmediate, vel ab aliquo Dei ministro seu vicario.

Prima è da vedere brievemente che cosa sia la temporale monarchia …

La monarchia temporale, la quale si chiama Imperio, è uno principato unico, e sopra tutti gli altri principati nel tempo, ovvero in quelle cose che sono nel tempo misurate.

Nella quale tre dubbi si muovono:

primo: si dubita e domandasi, s’ella è al bene essere del mondo necessaria;

secondo, se il Romano popolo ragionevolmente s’attribuì l’ufficio della monarchia;

terzo, se l’autorità della monarchia dipende senza messo da Dio, o da alcuno ministro suo, ovvero vicario. (MONARCHIA I,II,1-3)

Questi tre “dubbi” costituiscono l’ossatura dell’opera, che è divisa in tre libri.

Ciò che maggiormente preme all’autore è soprattutto enucleato nel terzo libro, dove confuta l’idea che sia la Chiesa a delegare all’Imperatore il suo potere, in forza della cerimonia di investitura. La Chiesa pensa di possedere tale potere a partire dal testo evangelico già citato, in cui si dice che Pietro è in possesso di due spade, che nella interpretazione simbolica medievale rappresentano la duplice potestà, quella in campo spirituale e quella in campo temporale o civile. Ma questo riconoscimento avrebbe anche il supporto nella famosa Donatio Constatiniana, con cui l’imperatore Costantino avrebbe affidato a Papa Silvestro il compito di governare Roma in assenza dell’Imperatore che aveva costruito e costituito la sua capitale a Costantinopoli. Sappiamo che solo con Lorenzo Valla, nel secolo successivo a quello di Dante, si arriverà e dimostrare il falso di quel testo; e quindi tutta la costruzione, su cui si voleva far reggere la supremazia papale rispetto a quella imperiale, poggiava su un testo costruito ad hoc in tempi successivi.

In ragione di queste sue idee, l’opera dantesca sarà continuamente tenuta all’Indice, una volta che vi è entrata in quell’elenco di libri proibiti.

Considerazioni finali sul “De Monarchia”

Merita comunque qualche considerazione questo suo trattato, se non altro perché in esso, al di fuori delle polemiche contingenti, legate alla particolare situazione di quegli anni in cui il testo veniva scritto, si dichiara una cosa ancora oggi ricercata: la divisione, particolarmente acuta e radicata, ma soprattutto rovinosa, nella famiglia umana, richiede qualcosa di sovranazionale, perché i contenziosi siano discussi e risolti, al fine di garantire una vita tranquilla, giusta, operosa e pacifica.

Dante continua a considerare che tutto questo è possibile con il sistema imperiale, escogitato nell’ambito della storia romana, e che lui ritiene si sia realizzato in modo pieno e soddisfacente al tempo di Augusto, proprio quando si realizza il disegno salvifico di Dio. Se quella è davvero la pienezza del tempo, allora è necessario tornare a quell’età dell’oro, mettendo in campo una Istituzione che ne sia la continuità.

E tuttavia nei tempi in cui Dante vive, quell’idea di Impero è già affossata; e ciò che ancora si definisce Impero romano, da secoli ormai non esiste più, né mai più sarà possibile far risorgere.

Semmai appare indubbiamente necessaria una Istituzione sopra le parti a cui ultimamente si guarda per comporre o evitare i conflitti, e per realizzare nella pace quel senso di giustizia che dia benessere a tutti i popoli. Ciò che faticosamente si sta cercando di costituire, si rivela quanto mai fragile e ancora insufficiente.

Dante certo non pensava a quelle forme, oggi in costruzione, come possono essere le Nazioni Unite o la Comunità Europea. E tuttavia egli riconosce la necessità – è la parola usata! – di mettere in campo una Istituzione che permetta ai particolarismi e alle forme di individualismo di superare quelle tensioni dannose che impediscono il benessere, la pace, la giustizia. Ciò che lui elabora è naturalmente legato alla sua riflessione sulla storia, dentro la quale individua nell’Impero, più ideale che reale, quanto di meglio sia possibile per superare il male dominante nella sua epoca e non solo.

Può essere d’aiuto a comprendere meglio il suo pensiero e la sua proposta quanto dice il teologo svizzero Hans Urs Von Balthasar (1905-1988) nel suo saggio “Dante”.

la sua maggiore attenzione è dedicata … alla totalità storica che per lui è duplice: l’Impero e la Chiesa. La fedeltà incrollabile di Dante all’idea di Impero – nel Convivio, nella Monarchia, nella Commedia – contro tutte le tendenze nazionali del tardo medioevo, specialmente italiane, dovrebbe apparire come un’utopia o per lo meno come un atteggiamento nostalgico, se non fosse accoppiato con un’idea di Chiesa, che ha la sua fonte vitale in san Francesco e negli spirituali ed esige per ciò una distinzione dei due poteri assai più rigorosa di quella accettata, in genere, dal medioevo. Si deve anzi dire questo: ciò che Dante ha di mira nella sua Monarchia è una unione soprannazionale dell’umanità – ovviamente pensata ed espressa ancora in categorie medievali – ma più moderna di tutti i nazionalismi contemporanei …

L’Impero è la perfetta attuazione e rappresentazione dell’ordine terreno e del diritto umano … Il diritto dell’uomo si fonda però su ciò che, nell’uomo, è, in sommo grado, positivo, su ciò che è giusto, e ciò che è giusto nell’uomo è la sua rinuncia all’egoismo, la sua apertura all’universale, è amore …

Come il singolo uomo è ordinato, al di là di se stesso, alla famiglia, e le famiglie si uniscono in villaggi o quartieri, e questi trovano unità nella città-stato, e le diverse città in un regno particolare, così i diversi regni particolari devono integrarsi in un regno unico che abbracci l’umanità, poiché totum humanum genus ordinatur ad unum. Questo unum non è certamente una vuota forma di astratto potere, ma, evidentemente, integrazione …

Le autorità particolari subordinate sono essenzialmente dominate dalla concupiscenza, dall’invidia, dall’avidità di potere, dallo spirito partigiano, ma l’imperatore, che tutto possiede e non ha rivali, è in se stesso fondamentalmente disinteressato e, in quanto somma giustizia, sta in piena libertà, al di sopra di tutto, poiché governa gli uomini in quanto uomini e può perciò incarnare l’amore disinteressato, la caritas – dice Dante espressamente. Il suo potere è, nella sua totalità, servizio ed è al tempo stesso, rappresentanza della totalità davanti a Dio. (Von Balthasar, p. 15-16)

L’epilogo dell’avventura di Arrigo VII

Di fatto questa sua costruzione teorica appare sempre più una utopia, anche perché concretamente e realisticamente quell’Impero che lui vagheggia non esiste più, se mai è esistito, come lui vorrebbe “nella pienezza dei tempi”. Anzi, è esso stesso parte in causa sullo scenario politico e, soprattutto in quel periodo, appariva più che mai al tramonto, per divenire esso pure un elemento alla pari con gli altri Stati che stavano emergendo sullo scenario politico. Si tratta di Stati che noi definiamo “nazionali”, cioè caratterizzati dalla loro precisa territorialità; e lo stesso Impero, come dimostrerà il successore di Arrigo VII, e cioè Ludovico il Bavaro, apparirà sempre più ridotto alla sua componente germanica.

Intanto l’avventura di Arrigo VII, su cui Dante aveva puntato tutto, naufragava, anche per l’indecisione del protagonista, come pure per la sua insistente ricerca di trovare sui suoi passi città a lui fedeli o a lui sottomesse. Il richiamo del poeta a non perdersi per strada, soprattutto a non fermarsi nella pianura padana, e a voler intervenire con forza e tempestività contro Firenze, non sortì alcun effetto. Mentre l’imperatore si perdeva fra una città e l’altra, sempre più rovinato in salute, Dante si dedicava alla “Monarchia” …

Era immerso nella stesura della Monarchia, il grande trattato politico in cui il guelfo diffidente verso la curia romana e l’uomo di comune atterrito dalle lotte fratricide che dissanguano l’Italia esalta il governo dell’imperatore come l’unica garanzia di pace …

L’idea di fondo e la prima stesura della Monarchia risalgono certamente agli anni in cui l’imperatore, venuto in Italia per portare la pace, scopriva d’essere in guerra con tutti, e Dante, fiducioso che la sua venuta fosse un regalo di Dio, crepava di rabbia, come scrive lui stesso, “vedendo che i re e i principi sono d’accordo solo in questo, nell’opporsi al loro signore, al loro unto, il principe romano”. (Barbero, p. 239-240)

L’avventura ha il suo epilogo a Buonconvento presso Siena, il 24 agosto 1314, con la morte per malaria (ma qualcuno ha pure ipotizzato l’avvelenamento) di Enrico VII, che poi sarà sepolto nel duomo di Pisa.

L’IMPERO IDEALE IN PARADISO!

Ciò che non si realizza in terra Dante lo vede esaltato … in cielo! Il suo ideale rimane sempre presente ed è talmente alto da venir celebrato come l’apice della costruzione politica, che egli vede in un’aura celestiale.

Anche a scomparire colui che avrebbe dovuto incarnare questo ideale, l’ideale stesso permane.

Anzi, si innalza ancor di più, come sta a dimostrare l’esaltazione che il poeta fa dell’Impero nel canto VI del Paradiso. Non poteva che essere al vertice quel sistema politico che egli ritiene necessario per la “salvezza”: come esso fu realizzato nella pienezza dei tempi, perché lì avesse il suo corso il disegno salvifico di Dio, così ora, nella solenne celebrazione giubilare dell’Incarnazione, si ripresenta questo mirabile progetto che sembrava realizzarsi e che invece si rivelò una illusione.

Se nel trattato in latino Dante cerca una costruzione ragionata di questo suo progetto, nella Commedia, quando ormai l’illusione si era rivelata tale, questo suo disegno si eleva e diventa un alto ideale.

Da Arrigo VII, che non riesce a diventare un mito, si trapassa a Giustiniano, vero ideale, perché nella sua persona e nel suo nome, così evocativo della divina giustizia, si rivelano i vertici del potere imperiale.

Giustiniano (482-565) è infatti uomo della giustizia, perché la sua fama deriva dal Corpus Juris civilis, a lui attribuito. Egli è pure il difensore della fede a cui si è dedicato con tutte le sue forze. Ed è anche l’uomo d’armi, per quanto abbia affidato ad altri (Belisario) la riconquista dell’Italia per riunificare l’Impero stesso.

Cesare fui e son Iustinïano,

che, per voler del primo amor ch’i’ sento,

d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento,

una natura in Cristo esser, non piùe,

credea, e di tal fede era contento;

ma ‘l benedetto Agapito, che fue

sommo pastore, a la fede sincera

mi dirizzò con le parole sue.

Io li credetti; e ciò che ‘n sua fede era,

vegg’io or chiaro sì, come tu vedi

ogne contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,

a Dio per grazia piacque di spirarmi

l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai l’armi,

cui la destra del ciel fu sì congiunta,

che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. (PARADISO, VI, 10-27)

Già in questa rapida ed efficace rappresentazione del grande Imperatore, il cui nome risulta scandito con la dieresi e soprattutto proposto con il verbo al presente, come se la sua fisionomia debba travalicare i secoli e permanere, si dà in maniera sintetica che cosa si debba intendere per Impero: non solo una Istituzione, ma concretamente una persona, la quale assomma in sé l’ideale di giustizia, l’unità di fede religiosa, la pacificazione e l’unificazione delle terre.

Così ciò che nel trattato è un ideale, qui, nel Paradiso, è una persona! E tuttavia egli è pure un segno, un sacrosanto segno, di cui Giustiniano parla offrendo anche qui una sintetica storia, che sembra un volo d’aquila: questo volo raccoglie in sé tempi e luoghi e un susseguirsi di personaggi e di episodi storici che hanno come punto di arrivo la redenzione attuata con il “terzo Cesare” (Tiberio).

È un incalzare di terzine, dove, anche con pochi accenni, molto mirati, Dante riesce a sintetizzare secoli di storia, tenuti insieme dall’unico volo che ha portato a compimento la divina giustizia.

E qui esplode la giusta ira nei confronti di un presente che ha vanificato questo ideale: non poteva non debordare questa amarezza che Dante mette in bocca a Giustiniano, quando deve ricordare i Guelfi che si oppongono all’Impero, e nel contempo i Ghibellini che ne fanno il segno di una parte, di un partito, mentre l’Impero è al di fuori e al di sopra delle diverse parti.

Se una simile visione delle cose amareggia, la consolazione può solo derivare dal fatto che pur esistono spiriti beati, come ben si vede nella luce di Romeo, il savio amministratore del Signore di Provenza, costretto a peregrinare e a vivere di poco mendicando. Né più né meno di ciò che succede a Dante … Insomma l’ideale politico deve essere affidato a chi, semplice, povero, senza sogni di ricchezza e di forza, ma retto da saldi ideali, sa indicare la via da seguire per compiti di responsabilità che costruiscano un tessuto sociale e politico quanto mai necessario e quanto mai salvifico. Se nel canto “luce la luce di Romeo”, ancor più risplende luminoso l’astro dello stesso Dante, che si identifica in questo uomo con le parole finali del canto stesso …

Indi partissi povero e vetusto;

e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe

mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe». (PARADISO, VI, 139-142)

L’elogio vale per Romeo di Villanova (1170-1250), ministro di Raimondo Berengario, conte di Provenza; ma ciò che si dice di lui, vale pure per l’esule Dante, tutto votato alla causa politica e quanto mai incompreso …

CONCLUSIONE

Naturalmente è improponibile per noi il modo che ha Dante di concepire l’Istituzione politica, anche se va riconosciuta la necessità da lui espressa di una autorità “super partes”. Essa è necessaria per richiamare l’obiettivo sempre alto dell’unità, intesa non come uniformità, ma come convergenza “ad unum”, in cui le particolarità degli organismi locali consentano una amministrazione a beneficio di tutti, compresi coloro che risultano più deboli, nei mezzi e nelle risorse.

In fondo su questo orizzonte ci stiamo muovendo ancora oggi alla ricerca non facile della composizione tra particolarismi e universalità. Potremmo dire che Dante pone, sì, il problema; ma la soluzione prospettata appare ormai superata o comunque improponibile. Allora, come oggi. E comunque è da escludere che egli voglia quella forma di Unità europea, che noi oggi stiamo faticosamente costruendo, e che non apparteneva agli ideali e agli obiettivi della politica di allora, sia quella dei trattati elaborati per iscritto, sia quella dei programmi operativi da parte di coloro che detenevano il potere.

Sembra addirittura difficile ipotizzare che Dante avesse una visione “europeistica”, che risultava ancora impensabile. E tuttavia non va dimenticato che, se pur non si discuteva come oggi di una sorta di federazione di Stati, esisteva comunque, come eredità del passato, una concezione del vivere che aveva in comune alcuni elementi, mediante i quali poter riconoscere l’uomo europeo.

Nel momento stesso in cui si frantuma la lingua e il linguaggio con la divaricazione in “volgari”, si riconosceva come espressione comune il latino, che pur non era quello del passato classico, e che rimaneva basilare nei rapporti fra gli Stati, ma anche nel commercio e nella scuola. E proprio parlando e scrivendo in latino ci si sentiva appartenenti ad un mondo più ampio, riconoscendo in comune un linguaggio che consentiva la comunicazione.

E non di meno c’era in comune il sentire religioso e quindi l’appartenenza ad una Chiesa comune.

Per questo motivo l’eresia estrometteva dalla partecipazione alla Res Publica Christianorum, (come si definiva allora l’Impero medievale); ed era sentita come una violazione del bene comune, del senso di appartenenza ad una famiglia comune.

Così cultura e religione diventavano il denominatore comune per un vivere, che andava ben oltre i particolarismi dell’appartenenza ad un territorio, ad un gruppo, ad una città; e proprio queste frantumazioni si volevano evitare e superare, mediante sistemi sociali e politici che creavano il senso di appartenenza.

È tipico di questo periodo la costituzione di “Communitas”, all’interno delle quali si creavano ulteriori forme di appartenenza con le Corporazioni “delle Arti e dei mestieri”.

Come pure si aveva la costituzione delle “Universitas”, luoghi di ricerca, più che di semplice studio, che erano veri centri culturali aperti a tutto il continente europeo, dove venivano a trovarsi insieme insegnanti e alunni provenienti da vari Paesi.

Altrettanto avveniva anche nell’ambito religioso, dove nel XIII secolo si erano sviluppati, in alternativa ai cenobi e ai monasteri di stampo benedettino, i “conventi”, cioè luoghi dove potevano convenire quei “fratres”, che abitualmente si disperdevano nel mondo mandati a due a due, come suggeriva il Vangelo per una predicazione itinerante, capaci di risvegliare il sentimento religioso con un ritorno più radicale al Vangelo stesso. Anche qui si costituiva la “Fraternitas”.

Su questi poli si creava una nuova Europa. Ma tutto questo avveniva nell’ambito delle comunità locali, laddove insomma pulsava la vita concreta, fatta di nuovi commerci, di nuova spiritualità, di nuovi studi, di un modo nuovo di concepire e di vivere la vita. Ciò che invece appariva ormai retaggio del passato era l’impianto medievale di un potere feudale o di un sistema di Chiesa che richiedeva forme di aggiornamento più radicali. Anche il sistema religioso tutto centrato sull’autorità papale conosce a partire da questi anni un cambiamento che si renderà necessario, se si vuole salvaguardare il futuro stesso della Chiesa, e con la cattività avignonese si metteranno in campo nuove risorse.

Dante in tutto questo fatica a trovare il bandolo di una matassa aggrovigliata, se non altro perché, come parte in causa con il suo problema personale, non vede la possibilità di mettere a tacere gli appetiti smodati presenti a Firenze, se non ricorrendo all’unica autorità ancora in campo, quella imperiale, che sembrava la sola capace di tenere a freno i cosiddetti “villan rifatti”, gente raccogliticcia, che si era fatta forte con i notevoli introiti finanziari e non più con i grandi latifondi terrieri.

Dante escludeva la Chiesa, proprio perché la vedeva “degenere” un po’ in tutti i campi, non solo nei suoi vertici sommi, avendo avuto in Bonifacio VIII l’incarnazione di un male che aveva portato alla rovina Firenze. Questa sua visione “particolare”, legata al problema di Firenze, impedisce a Dante di guardare ben oltre il contingente. Se già uscendo da Firenze, in giro per l’Italia, egli vede nel piccolo mondo che circonda la Toscana, qualcosa di analogo a quello che lo tormentava dentro le mura fiorentine, altrettanto si può dire di quel mondo europeo, che egli sembra conoscere per quello che scrive, ma che di fatto non coglie pienamente nel suo inesorabile cambiamento.

L’impero, il “suo” impero, trascendeva il concetto di nazionalità, e proprio questo vagheggiare un’istituzione storicamente arrivata al tramonto, questo anacronistico sperare in forme politiche appartenenti al passato, senza vedere gli aspetti positivi della nuova realtà comunale, degli albeggianti Stati nazionali, della borghesia trafficante e delle plebi insorgenti, stende una luce patetica sul suo impossibile sogno.

Dante fu un precursore, un “moderno” in molte cose: nel sostenere la fine del latino lingua universale e la necessità storica delle lingue romanze; nell’anticipare dottrine che più tardi proclameranno la separazione del potere temporale da quello spirituale.

(E noi potremmo aggiungere anche, che egli fu, mediante la figura del “suo Ulisse” e del suo folle volo, un anticipatore di quel nuovo umanesimo che vuole l’uomo incamminato a cercare ben oltre i suoi limiti; come pure ebbe una visione di Chiesa e di spiritualità che riconosce soprattutto nel laico la spinta innovativa, quella ben rappresentata dal poverello di Assisi …)

Quanto alla politica, restò ferreamente medioevale. Lungo la via dell’esilio salì a ritroso dalla municipalità all’impero, dalla democrazia al totalitarismo, dall’insanguinato tormento delle repubbliche alla pace sotto il manto del monarca universale. (Marchi, p.99-100)

BIBLIOGRAFIA

Antonio Altomonte – DANTE – UNA VITA PER L’IMPERATORE- Rusconi, 1985

Cesare Marchi – DANTE IN ESILIO – Longanesi, 1976

Alessandro Barbero – DANTE – Laterza, 2020

Hans Urs Von Balthasar – DANTE:viaggio attraverso la lingua, la storia, il pensiero della Divina Commedia – Morcelliana, 1973

 

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