PASQUA DI LUCE

Non è facile parlare della risurrezione di Gesù, perché nessuno ha potuto vedere l’evento nel suo svolgersi, nessuno potrà mai raccontare che cosa sia veramente successo in quella tomba nell’attimo in cui il cadavere riprendeva vita.

Nessuno lo ha visto rialzarsi, aprire l’imboccatura della porta con la lastra fatta rotolare davanti e addirittura sigillata. Nessuno lo ha visto uscire. Nessuno ha ricevuto la rivelazione di come si sono svolti i fatti …Tanti però possono dire di averlo visto vivo, di averlo incontrato. Solo perché lui si è fatto presente, si è fatto riconoscere, si è fatto toccare.

E da allora il “passa-parola” è proprio questo: il Signore è risorto e io l’ho visto perché lui si è fatto vedere a me. La Pasqua da vivere è l’esperienza di vederlo negli occhi stupiti e folgorati di quanti hanno avuto il dono di essere raggiunti da Lui. Non per nulla si parla anche di una specie di illuminazione, come se nello sguardo rimanesse questa luce intensa che sfolgora, che affascina, che abbacina.

LA PASQUA VISSUTA

IN UNA COMUNICAZIONE DI LUCE

I RACCONTI DEI VANGELI E DEI TESTIMONI

Naturalmente questa luce avvolgente non appare come una esperienza diretta, quella che le donne e i discepoli possono dire di aver provato davanti al sepolcro o nel momento dell’apparizione del risorto. Non risulta mai che il Risorto sia visto da loro avvolto di una luce abbagliante. Pur pensando di avere a che fare con un fantasma, perché sapevano amaramente che era morto, questa sua apparizione non risulta esserci in un alone di luce. Non lo vedono, come alcuni di loro lo hanno visto in occasione della Trasfigurazione, dentro un fenomeno che non riescono neppure a descrivere dettagliatamente. Qui non c’è nulla di clamoroso a segnalare il risorto, che del resto faticano a riconoscere.

Quando deve raccontare l’episodio della Trasfigurazione, Matteo dice che “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. Per la medesima occasione Luca dice che “il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”.

Questi fenomeni non compaiono in occasione della risurrezione e neppure con le apparizioni del Risorto. Gesù, per rassicurarli che non è un fantasma, ci tiene ad essere toccato: così essi possono rendersi conto della sua consistenza.

La Trasfigurazione viene presentata come una sorta di esplosione di luce, per la quale noi abbiamo come l’impressione che i contorni della fisionomia di una persona, non siano più riconoscibili. Il fenomeno si ha in presenza di una luce che noi definiamo accecante …

L’ESPERIENZA DI PAOLO

Succede così a Paolo nella sua esperienza di conversione. Proprio la visione di Gesù risorto è collocata in una luce sfolgorante che priva Saulo della vista per qualche momento.

Per il modo con cui è narrata e poi ricordata dallo stesso Paolo in occasione di due discorsi che Luca riporta in bocca a lui, per ricordare quanto è successo sulla via di Damasco, si deve parlare proprio di una luce accecante, che lascia Saulo a terra e senza la possibilità di vedere

Atti 9,3-5

E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perséguiti!». 

Atti 22,6-8

Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?». Io risposi: «Chi sei, o Signore?». Mi disse: «Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti». 

Atti 26,12-15

In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con il potere e l’autorizzazione dei capi dei sacerdoti, verso mezzogiorno vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio. Tutti cademmo a terra e io udii una voce che mi diceva in lingua ebraica: «Saulo, Saulo, perché mi perséguiti? È duro per te rivoltarti contro il pungolo». E io dissi: «Chi sei, o Signore?». E il Signore rispose: «Io sono Gesù, che tu perséguiti.

Così Paolo può dire di aver fatto esperienza del Risorto, perché lo vede, pur in una luce sfolgorante, e lo sente parlare … Questa sua illuminazione è alla base di quel cambiamento radicale della vita che lo fa diventare un sostenitore di quell’uomo, che lui voleva sradicare, avendo capito che il fanatismo religioso mette in primo piano una legge e una dottrina e non la persona di Dio, quella che lui qui arriva finalmente a scoprire.

Così questa luce è concretamente la persona di Dio che non solo fa capire, ma permette anche di far capire ad altri, che non solo fa vivere, ma permette anche di far vivere ad altri.

L’ANNUNCIO DEI VANGELI

Nei vangeli della risurrezione non si parla mai di Gesù avvolto nella luce, appunto perché ormai lo si vede … a cose fatte: Gesù risorto viene incontrato quando ormai è giù uscito dalla tomba. Solo Matteo e Luca parlano di una luce splendente e sfolgorante riferendosi a figure angeliche, che addirittura Luca vuol presentare con una fisionomia umana.

Matteo 28,2-6

Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto.

Luca 24,1-6

Il primo giorno della settimana, al mattino presto esse si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. 

Chissà, effettivamente, che cosa hanno potuto vedere quanti noi riteniamo così fortunati da aver visto con i loro occhi il Risorto. Certamente quella esperienza è stata folgorante e particolarmente luminosa, non tanto per gli apparati scenici che i vangeli non vogliono affatto far emergere dai testi: non c’è nulla che possa far pensare a qualcuno o a qualcosa di spettacolare. Anzi, si potrebbe dire che i suoi neppure lo riconoscono, al momento: è come se avesse preso sembianze diverse o volesse essere “visto” in una maniera nuova. Gli unici segni del passato sono quelli delle ferite, le sole piaghe lasciate dai chiodi, che evidentemente non comportano alcun disagio, alcuna forma di dolore.

Noi dovremmo ritenere che il Risorto sia la fonte della luce, colui che, uscendo dalla tomba oscura, sfolgora con la sua luminosità, che riempie lo spazio ottenebrato. Ma un fenomeno simile non viene affatto ricordato dal Vangelo. I soli esseri splendenti sono gli angeli che compaiono sulla tomba dopo che lui ne è uscito.

E anche quando lui si fa vedere non risulta affatto che egli sia splendente, che egli sia fonte di una luce vistosa, che egli emani un chiarore sconvolgente. Così almeno non risulta affatto dai racconti evangelici e dall’esperienza che i suoi amici hanno di lui quando parlano di questo evento.

I SEGNI LITURGICI

Eppure nella Chiesa, fin dai primi tempi non si è trovato altro per rappresentare visivamente il momento della risurrezione se non il segno del CERO PASQUALE, che si presenta sempre in maniera molto vistosa e come il segno che apre la celebrazione notturna.

L’accensione del fuoco deve servire poi ad accendere il cero che viene collocato in una posizione centrale e dominante, a ricordare questa presenza viva e luminosa.

Il testo del PRECONIO PASQUALE è un’antica “LAUS CEREI”, con la quale già si dà spazio alla presenza del Risorto mediante questo “simbolo”.

Più avanti si ritiene necessario aggiungere l’annuncio, con il quale poi si tripudia nel canto e nel suono delle campane. Ma in realtà è già l’ingresso del cero a significare questa risurrezione, perché questo evento è segnato fortemente dalla “luminosità”.

Ecco i richiami alla luce nel Preconio di rito ambrosiano:

Si ridesti di gioia la terra inondata da nuovo fulgore;

le tenebre sono scomparse, messe in fuga dall’eterno Signore della luce …

Ecco in questa notte beata la colonna di fuoco risplende e guida i redenti nelle acque che danno salvezza …

Questa notte dobbiamo attendere in veglia che il nostro Salvatore risorga.

Teniamo dunque le fiaccole accese come fecero le vergini prudenti;

l’indugio potrebbe attardare l’incontro col Signore che viene.

Certamente verrà e in un batter di ciglio, come il lampo improvviso che guizza da un estremo all’altro del cielo.

Come ai Magi la stella, a noi si fa guida nella notte la grande luce di Cristo risorto …

La luce è dunque il segno più evidente e più chiaro delle’evento pasquale: noi dovremmo immaginare così il Risorto, come la fonte della luce; e dovremmo rappresentarlo investito di una luce diversa da quella che noi solitamente possiamo cogliere. Ma di fatto con i vangeli non possiamo dare spazio a questo genere di immaginazione, proprio perché i vangeli devono rappresentare il Signore nella sua forma umana, per non lasciare l’impressione che si tratti di un fantasma, e cioè di pura apparenza.

Rimane per noi il richiamo a qualcosa di veramente luminoso, sia perché l’evento si realizza con l’uscita dall’oscurità della morte e della tomba, sia perché esso viene sperimentato con l’azione del “vedere”.

Il Risorto si fa vedere (così si presenta l’evento nei testi evangelici) e i discepoli vanno in giro a dire di averlo visto vivo, anche se inizialmente non ci volevano credere, come racconta Marco nella sua testimonianza:

Marco 16, 9-14

Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto.

Se noi possiamo dire di avere fede nel Cristo risorto, lo possiamo fare solo in questo modo, perché anche noi crediamo a coloro che lo hanno visto vivo. Analogamente altri potranno dire di credere a noi che diciamo di averlo visto vivo. E poiché il vedere passa dagli occhi, sono proprio gli occhi a rivelare quella luminosità che fa parte del mistero della risurrezione.

LA PASQUA IMMAGINATA

NELLO SFOLGORIO DELLA LUCE

Proprio perché la comunicazione migliore del mistero di luce passa dagli occhi, dobbiamo riconoscere che essi vogliono cogliere questo evento così come viene immaginato e, quindi, passando, non dalle parole, ma dalle immagini.

Con le immagini del Risorto, dove gli artisti sono meno legati a schemi narrativi rispetto agli autori dei testi evangelici, lo splendore luminoso passa dagli angeli allo stesso Signore. Costui viene fatto librare al di sopra della superficie del terreno, come se il Risorto fosse di una altro mondo, e dunque capace di elevarsi e di rimanere sospeso. Ma egli è soprattutto descritto come intensamente luminoso e fonte di una luce particolarmente abbagliante. Evidentemente non abbiamo qui la trasposizione in immagini del testo evangelico, proprio perché esso non ne fa cenno alcuno. E tuttavia l’artista, andando ben oltre il testo evangelico, vuole offrire la sua visione dell’evento, come la immagina nella esperienza dei discepoli.

MARKO IVAN RUPNIK

Nel Centro Aletti di Roma, dove si persegue l’incontro fra mondo orientale e mondo occidentale nella visione artistica non è infrequente, come nella tradizione bizantina inserire le figure in uno sfondo oro, proprio perché Dio, pur incarnandosi in Gesù, rivela così la sua vera natura divina, che noi vediamo esplodere nel momento decisivo della Risurrezione, quando Gesù sfolgora in tutta la sua potenza.

Qui c’è un’esplosione di giallo oro e di bianco, secondo la tradizione orientale che volendo collocare in un contesto divino il personaggio e l’evento, utilizza l’espediente di concepire il fatto sullo sfondo immateriale e irreale che fa vivere, in questo caso, il Risorto fuori della condizione terrena ed inserito in un mondo celestiale.

Gli stessi finimenti del vestito, come pure i segni della passione sono rimarcati dall’oro.

Il Risorto viene fatto incedere, come se discendesse dalla alto per venire al nostro livello, mentre indica da una parte il cielo e dall’altra il cuore aperto con la sua piaga che manda riverberi di luce e non fiotti di sangue, come ci si aspetterebbe da una ferita aperta. Ma essa, anche ad essere così non sanguina più e dunque non fa male, ma ricorda quelle ferite che ora sono segni divini e richiami ad una passione che è opera divina, perché lì si è mostrato colui che dona tutto di sé. Perciò questo vivere, indicato e suggerito nel fianco aperto, spiega che solo così l’uomo diventa davvero come Dio, e perciò si eleva all’esistenza senza fine di Lui.

Il giallo dell’oro insieme con le linee rosse che scendono dall’alto su quell’uomo, rivelano la benedizione di Dio che avvolge il Cristo, ormai – come dice san Paolo nella lettera ai Romani – “costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti” (Romani 1,4).

Questa esplosione di giallo e lo svolazzare del vestito bianco immettono la figura del Risorto nello splendore di una luce che lo avvolge e che nello stesso tempo lo investe per far diventare il Risorto stesso una fonte di luminosità..

MATTHIAS GRUNEWALD (1470-1528)

L’artista tedesco, vissuto negli stessi anni di Lutero, rimane affascinato dalla Riforma che solo negli ultimi anni della vita può accostare e condividere. Ebbe fasi alterne di notorietà sia in vita sia nei secoli successivi. La sua opera più famosa è un complesso organismo di pittura, scultura e architettura, fatto di ante apribili, su cui sono disegnate scene evangeliche e personaggi di santi, affidati alla pietà popolare per un monastero di Isenheim in Alsazia, dove si praticava anche l’assistenza ospedaliera. E queste immagini dovevano essere consolatorie per i malati e predisporre i morenti al grande passaggio nell’eternità con lo sguardo sul Cristo. Oggi questo complesso pittorico è conservato a Colmar.

La scena della Risurrezione sembra sintetizzare, in un’unica rappresentazione, altri due momenti della vicenda terrena di Gesù narrati dai vangeli: la Trasfigurazione e l’Ascensione. Non si trovano qui, per chi è abituato alla coeva arte italiana, l’equilibrio e l’armonia dei diversi elementi rappresentati; come pure non c’è uno studio delle proporzioni. Dovendo parlare a gente comune, che si trova tormentata da dolori e malattie, deve vedere rispecchiata la proprio condizione triste e nello stesso coltivare la speranza nella gloria futura, come esplosione di luce e fantasmagoria di colori.

Nell’immagine di Grunewald si nota un spazio tenebroso, che sta sullo sfondo: è come un cielo notturno nel quale si accende, come per una esplosione, il Cristo slanciato a librarsi in quella oscurità. Così in quella luce sono svelati quanti tramavano il male, le povere, malcapitate guardie, abbacinate dallo sfolgorio di quella intensa luminosità diffusa.

La luce sfolgorante del Cristo risorto, che si eleva al cielo, illumina i soldati sottostanti che sono scompostamente atterrati, e non dormienti, come dovevano far credere, secondo le raccomandazioni dei capi. Costoro non possono sopportare la luce davvero intensa ed accecante in cui sono mostrati nelle loro disarticolazioni.

La tomba, perfettamente squadrata, è stata scoperchiata, e, nello stesso tempo, un enorme masso fa da divisorio fra il mondo degli inferi e il cielo ancora stellato e quindi notturno, che tuttavia accoglie, in un sole improbabile, all’alba di un mattino non ancora fatto, la slanciata figura del Cristo a braccia allargate come per mostrare le sue piaghe.

Fra il mondo sottostante e il cielo che si apre vi è il lenzuolo da cui si sta staccando, come se in esso volesse lasciare la sua “prima pelle”, quella umanità, passibile di morte, che invece ora si eleva al cielo per vivere nell’eternità.

Il Risorto, quasi diafano nella sua carnagione estremamente bianca, come se non avesse più sangue, si “inciela” , più che mai divenuto abitante del cielo, dopo essere uscito dalla terra, e, inserendosi nel cerchio che si fa sempre più luminoso al suo interno, rivela un viso irradiante fulgore, in un giallo intenso che viene quasi a confondersi con lo stesso disco solare.

È davvero l’esplosione della luce, che fa sfolgorare nella sua potenza questo risorto, per farlo apparire nel mondo, oscurato dal male, come colui che conduce nella luminosità, divenuto lui stesso pura luce, che emana dal suo viso, ormai senza neppure la “figura” e cioè i segni dei contorni fisionomici, perché appaia tutto il suo splendore di infinita luce.

Essendo un’opera del 1515, non siamo ancora nell’età della Riforma, che non è ancora esplosa. Poi l’artista si lascerà conquistare dalla visione luterana della grazia in mezzo all’oscurità di una vita segnata fortemente dal male. Ma qui già si coglie quanto poi verrà ulteriormente reso più chiaro ed esplicito sulla visione della grazia. Rispetto ai soldati sottostanti che sembrano come burattini disarticolati e incapaci di reggere, sia con le armi di offesa, sia con quelle di difesa, da cui risultano sempre più appesantiti e quindi non messi in grado di reggere e di combattere, il Cristo si slancia dalle sue vesti e sembra voler sgusciare. Le vesti appaiono colpite dal vento e, arieggiando, sembrano prendere più vivaci colori in quella fantasmagoria di luci che accompagnano e danno risalto alla fisionomia umana che sembra trasfigurarsi.

Soprattutto il viso, ormai perso nell’intenso colore giallo di quel sole che lo investe, pur conservando l’essenziale dei lineamenti, appena accennati, risulta come trasfigurato, perché il Risorto è ormai entrato in una dimensione diversa rispetto a quella umana. Lì si riconosce che il Risorto è altro rispetto al mondo umano dove le figure sono rivestite e appesantite, mente costui, elevandosi, si sta svestendo e rendendo leggero ed evanescente..

SIEGER KODER (1925-2015)

È stato un artista tedesco, che nella sua maturità decide di studiare teologia e poi di farsi prete. Da allora il suo lavoro artistico è stato un suo modo originale di “fare pastorale” in mezzo alla gente educando con le sue immagini, molto espressive per certi punti prospettici nella visione dei personaggi e dei fatti e per un uso realistico e simbolico insieme dei colori. È anche autore di una Via Crucis …

Qui lo vediamo proporre in modo davvero originale la scena dei discepoli di Emmaus nella locanda, quando riconoscono il Risorto che li aveva accompagnati nel cammino. Solitamente l’episodio dei due di Emmaus, seduti nella locanda dove sono riusciti a convincere il pellegrino a fermarsi, viene proposto nel momento in cui Gesù sta spezzando il pane, gesto necessario perché finalmente i due si accorgano di essere in presenza del Maestro che loro immaginavano morto senza alcuna speranza di riaverlo vivo. Qui invece l’artista “fotografa” l’attimo successivo, quando Gesù, dopo aver spezzato il pane, che si vede deposto sulla tavola, insieme con il bicchiere di vino ancora pieno, di fatto sparisce alla loro vista. I due rivestiti rispettivamente di un manto rosso e blu, che dovrebbero rappresentare i colori dell’eros e del thanatos (cioè dell’amore e della morte), con cui avevano vissuto e assunto in sé la passione del Maestro, hanno ciascuno in mano i segni di quella passione: uno tiene il suo pezzo di pane e l’altro ha in una mano il bicchiere di vino, ben compresi di questo loro legame con Gesù. Costui aveva spiegato il senso delle Scritture, quelle che si vedono in primo piano e che danno il senso di quanto è successo a tavola, segno di quanto era stato vissuto nei giorni del dolore e della morte. Nella misura in cui Gesù non è solo il loro rivestimento, ma è divenuto il loro abituale modo di vivere, allora Gesù può anche sparire alla loro vista, perché egli rimane con loro nella parola e nei segni sacramentali. Qui la sparizione di Gesù non lascia propriamente un vuoto che fa ricadere nell’oscuriutà, ma assume la connotazione di una esplosione di luce. La luminosità diffusa proprio sopra il bicchiere e il pezzo di pane, lascia intuire la presenza del Risorto, che è dunque fatto avvertire con quella luce che apre finalmente gli occhi dei discepoli: essi li avevano sbarrati fino ad essere incapaci di riconoscerlo. Lo riconoscono invece per quello che è davvero essenziale alla fede dei discepoli.

Se tutti gli altri elementi fanno riconoscere la passione di Gesù, che continua e che si trasferisce ai due, anche mediante il loro gesto di assorbire in sé i segni della passione, quella luce diffusa che ingloba ogni altro colore fa trasparire la risurrezione di Gesù, che viene ora ad abitare nei cuori appassionati dei due; ma soprattutto occupa gli occhi che prima erano chiusi e incapaci di riconoscerlo e che ora si aprono non solo per vedere lui, ma più ancora per fare vedere lui agli altri. E in effetti poi essi si alzano e vanno a riferire quanto avevano visto con i loro occhi, scoprendo che la medesima esperienza era stata comunicata anche agli altri a partire da Simone. Il testo evangelico riferisce la notizia, come deve essere comunicata e trasmessa di generazione in generazione. L’essenziale del Vangelo è racchiuso in queste parole: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. Noi dovremmo dire più chiaramente che il Risorto si è fatto vedere a Simone; ed avendolo egli visto, solo perché lui si è fatto vedere, negli occhi e nel cuore è rimasta la luce della vita e della fede.

LA PASQUA MEDITATA

NEL DESIDERIO DELLA LUCE

Se la vicenda successiva alla morte e alla sepoltura di Gesù (e cioè la sua discesa agli Inferi e la sua risurrezione da morte), non risulta documentabile secondo i criteri storici, proprio perché quei fatti ci rivelano un personaggio che non è più catalogabile dentro i nostri schemi o le coordinate cartesiane di tempo e di spazio, non può essere considerata fuori della storia la vicenda di coloro che dicono di averlo visto vivo, e che, a partire da questa esperienza, hanno impostato la loro esistenza. Così il Risorto irrompe nella storia mediante coloro che, dicendo di averlo visto vivo, e vivendo di conseguenza a quanto hanno vissuto, fino al martirio, dimostrano che questa “luce” apparsa ai loro occhi è diventata ancora più luminosa, passando attraverso gli sguardi ammirati e stupiti, fino a coinvolgere sempre più, e continuando a coinvolgere chi mediante la fede arriva a scoprire questa luce.

La Pasqua viene vissuta nella misura in cui sempre più persone, raggiunte da questa luce, possono vedere il Risorto e possono farlo vedere ad altri, a partire da uno sguardo sempre più sbalordito, perché, purificandosi, esce dalla tenebre, dall’oscurità e raggiunge lo splendore e il fulgore di questo mistero.

Quanto riusciamo ad intendere di questo evento, che è mistero, e di questo mistero, che è sempre un fatto vissuto, in quanto è sperimentato nei secoli da tanti discepoli, è una luminosità che si fa sempre più intensa, si fa sempre più viva, si fa sempre più irradiante. Perciò l’esperienza che noi viviamo della risurrezione è ogni anno una continua penetrazione in questa luce sfolgorante, che ci fa vedere sempre più profondamente non solo che cosa è successo allora, soprattutto nel cuore e nella vita di quanti l’hanno visto vivo e l’hanno comunicato ad altri, ma che cosa sta pure succedendo oggi a chi continua questa esperienza, ogni volta sbalorditiva.

Per questo appare sempre più necessario che la Pasqua non sia vissuta solo come ricordo di un fatto capitato allora. Ovviamente è necessario che quell’avvenimento ci sia stato e che l’avvenimento, oltre allo sbalorditivo risveglio di un morto, è il fatto che altri, vedendolo, si siano essi pure risvegliati in un vivere sempre più appassionato, la vera lezione ricevuta dal Maestro nel suo percorso di vita.

La stessa esperienza succede pure oggi, nella misura in cui ci sono persone che hanno il coraggio e la perseveranza di dire che essi l’hanno visto vivo e che per questa esperienza essi hanno impostato la propria esistenza secondo quella passione che non fa desistere mai, neppure in presenza di turbamenti, di situazioni inestricabili, di drammi, di tragedie, di disastri inimmaginabili. La luce sperimentata è tale che non c’è oscurità tale nella vita da impedire che si possa ancora credere, sperare, amare.

CON DANTE … A RIVEDER LE STELLE

Potrebbe essere particolarmente emblematico il percorso tutto simbolico, vissuto da Dante, proprio nel Triduo pasquale del 1300 e divenuto il suo capolavoro poetico. Costui immagina che proprio nel mezzo del cammino dell’esistenza, per lui, come per tutti, c’è la concreta esperienza di perdersi in una sorta di “selva oscura” da cui è possibile uscire mediante la luce della ragione, incarnata nella figura ideale di Virgilio, a cui va pure abbinata la luce della fede, incarnata nella figura ideale della donna amata col nome simbolico di chi conduce alla beatitudine.

In ogni giorno del Triduo, proprio vivendo la medesima esperienza del Salvatore, morto, sepolto e poi risorto, è possibile trascorrere da una condizione di morte, rappresentato dall’Inferno, per giungere, attraverso il Regno intermedio della purificazione, al Regno, tutto luminoso, del Paradiso, dove c’è la vita eterna, intesa come vita di Dio.

Ogni cantica si conclude con il richiamo delle stelle, che evidentemente compaiono come le guide orientatrici per il vivere umano, quando l’uomo può concretamente rischiare di perdersi dietro le follie a cui si lascia andare nel possesso delle cose.

NELLA CANTICA DELL’INFERNO

Così, quando esce dall’antro oscuro del mondo infernale, raggiunto nello scendere a precipizio nel ventre della terra, il poeta può dire con un respiro di sollievo: “ … e quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139). Queste ultime battute dell’Inferno, dove si piange la vita e si maledice la sorte amara, rappresentano per il poeta, e in lui, per ogni uomo, come il ritrovamento di un senso al vivere che sembrava negato per sempre. Anche a cadere nella morte, anche a finire sepolto, c’è sempre la possibilità di una risurrezione, a cui un po’ tutti tendiamo, volendo dare un senso al vivere, perché esso non cada nel nulla.

Lo duca e io per quel cammino ascoso,

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,

tanto ch’i’ vidi de le cose belle

che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle. (Inferno, XXXIV, 133-139)

Si noti il richiamo al “chiaro mondo”, quello che si vuole caratterizzato dalla luminosità; come pure l’accenno alle “cose belle” che appartengono al cielo e che sono dunque un riferimento per il cammino umano. L’uomo aspira in alto, ma aspira soprattutto alla luce!

Il tono qui comincia a mutare. Alla dura lotta per “disvellersi dall’abisso” subentra una gioiosa ansia d’ascesa – sanza cura aver d’alcun riposo – e una chiarità rasserenatrice pervade l’anima che si protende verso il chiaro mondo, verso la luce, verso il cielo che finalmente, per un pertugio tondo, appare con la purezza dei suoi astri: le cose belle che porta ‘l ciel; come dice Dante con una candida immagine dettata dalla commozione. Quindi – da quel pertugio – i Poeti escono a riveder le stelle; e il verso è tutto vibrante della gioia di quella liberazione e di quella contemplazione. Il viaggio dal centro della terra fin qui è durato dalla mattina precedente fin quasi alla nuova mattina. Infatti è quasi l’alba e il Poeta figge gli occhi alle stelle: immagine con cui chiude le sue cantiche e in cui accentra, pura e luminosa, la sua ansia di cielo.

Qui si comprende il vero significato di un passaggio dalle tenebre della morte, al chiarore di un vivere più alto e più bello, contrassegnato dalla luce. Questa è la Pasqua cristiana che continua ad essere celebrata …

NELLA CANTICA DEL PURGATORIO

Nel regno della purificazione c’è, sì, la pena, e tuttavia essa apre alla speranza di “uscire” e di “salire” in un cielo veramente luminoso. Sembra di assistere ad una immersione, come succede nel Battesimo, da cui l’uomo esce completamente “rifatto”. Potremmo dire che qui il poeta legge un altro segno pasquale, nel momento stesso in cui avviene il passaggio da un regno all’altro, ed è il passaggio definitivo, quello che fa diventare figli di Dio nella perfezione del suo vivere.

Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a riveder le stelle. (Purgatorio XXXIII, 142-145)

Ci sono alcune parole o particolari ripetuti, per insistere in questo rinnovamento che fa uscire l’uomo davvero nuovo, come rifatto, mentre in realtà è divenuto puro in questo percorso che corrisponde all’esperienza pasquale del Cristo nella sua sepoltura. In ogni verso di questa strofa ci sono verbi che iniziano col prefisso “ri-”, come richiamo all’insistenza su una determinata azione. Ripetuta per tre volte è anche la parola che richiama il rinnovamento, divenuto ormai totale. E allora è naturale che egli possa essere considerato davvero puro e che sia disposto a “salire a le stelle”. Esse non sono solo viste da lontano, come all’uscita dall’Inferno; ora possono essere raggiunte, perché dalla montagna del Purgatorio si sale al cielo del Paradiso.

NELLA CANTICA DEL PARADISO

Qui il poeta cerca parole adatte, ma sempre insufficienti, a presentare la realtà che lui immagina in Paradiso. La luce è naturalmente l’aspetto dominante e qualificante, anche a non essere il solo. E questa luce che è emanazione di Dio, gli appare sempre più intensa e sempre più difficile da descrivere, man mano che Dante arriva a … “indiarsi”, come lui dice in un vocabolo tutto suo, cercando di rappresentare questo entrare nella comunione piena e beatificante di Dio. Proprio nell’ultimo canto questa luce divina viene invocata, soprattutto perché egli le possa comunicare a quanti lo leggono, ora e sempre, a dimostrazione che la luce di Dio, la luce pasquale è proprio quella comunicazione che deve passare di generazione in generazione come la sola modalità perché la vita cresca e si compia.

O somma luce che tanto ti levi

da concetti mortali, a la mia mente

ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,

ch’una favilla sol de la tua gloria

possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria

e per sonare un poco in questi versi,

più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi

del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,

se li occhi miei da lui fossero aversi. (Paradiso XXXIII, 67-78)

Sono proprio gli occhi, fissi a quella luce, che risulterebbe così forte da non poter essere sopportata, che permettono di comunicare l’esperienza di Dio, come succede a chi dice di aver visto il Signore risorto e di portarlo negli occhi. Solo fissandoli è possibile quella comunicazione di vita che fa sperimentare la Pasqua e la fa vivere in continuazione in un “passa parola” divenuto ormai una comunicazione di luce a partire dalla luce vista e soprattutto vissuta.

Ed è l’esperienza di un fulgore veramente intenso che rimane a chiusura dell’esperienza del Paradiso:

se non che la mia mente fu percossa,

da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle. (Paradiso XXXIII, 140-145)

In questa sete del divino si sente sempre l’altissima passione dell’uomo, a cui l’infima lacuna – la terra ov’è l’Inferno, la terra ormai trascesa nelle sue miserie – sta pur fitta nel cuore come quella che ha bisogno della divina luce per purificarsi; ed ecco la coscienza del vate che s’accompagna a quella del credente dettando una delle più accese invocazioni alla somma luce, onde poter lasciare una favilla sol de la sua gloria a la futura gente.

Ed eccoci agli ultimi versi del Poema. Dopo la “percossa” di quel “fulgore” … un’improvvisa infinita pace dilaga; e il piccolo uomo, che è giunto fino a Dio col volo delle sue ali di credente e di poeta … s’annega in Dio; e Dio è visto come supremo amore … sì che vedi Lui come fonte eterna di vita nell’immensità del cosmo, di vita mossa da amore. E l’uomo sempre in tormentata lotta con gli altri e con se stesso per la conquista di una pura, irraggiungibile altezza, il peregrino che dovunque, in terra, dove sentirsi esule, si profonda finalmente, con la conquistata armonia della sua anima, in quell’altezza che le stelle richiamano, e non per esteriore simmetria, alla fine delle tre cantiche: come punto fermo al di là del quale è la sospirata luce.

È l’aspirazione più alta che Dante concepisce: non solo riveder le stelle, ma raggiungere quell’amore che muove tutto, proprio a partire dalla luce che qui, in occasione della Pasqua annuale, si riconosce vissuta nel risorto. Il Gesù risorto non ci sfolgora con una apparizione improbabile e impossibile, ma ci comunica questa esperienza a partire da chi, negli occhi, nel cuore e nella vita, dimostra di avere sempre accesa una luce. Questa è la speranza di un vivere diverso, di un vivere più alto, di un vivere più vero, come quello vissuto dal Cristo nella sua passione. A partire dalla risurrezione, e quindi in ben altra luce rispetto alla lettura che ne possiamo fare con mente umana, quella passione viene sentita continuare dentro di noi, perché anche in mezzo a difficoltà e a prove, noi continuiamo a vedere un mondo diverso, un mondo più vero, un mondo più umano.

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