DANTE NELL’ITALIA DEL SUO TEMPO

DANTE E LA POLITICA

Il canto VI di ogni cantica del suo poema ha un contenuto politico. Questo rivela, se già non si aveva a sufficienza da quanto Dante ha coltivato e ha fatto nella sua giovinezza, che l’argomento sta particolarmente a cuore al poeta. Del resto egli fu parte in causa nei giochi politici che poi lo travolsero, e dedicò alla politica molte delle sue energie, sia quando era nell’agone, sia quando ne fu estromesso.

Per Dante la politica è partecipazione diretta alla società, in quella forma di governo che non è solo direzione degli affari, ma è soprattutto corresponsabilità, in qualunque posizione sociale uno si trovi e qualunque sia il lavoro che uno svolga. Dante ha pure esercitato funzioni direttive, essendo stato priore a Firenze; ma la sua politica non è vissuta solo in quelle che noi chiameremmo oggi “le stanze dei bottoni”, dove si prendono decisioni; è vissuta sul campo e nelle discussioni anche animate. Anche quando ne risulterà estromesso – e lo sarà in modo drammatico e infamante – egli avverte sempre la sua responsabilità nel contribuire alla “cosa pubblica”. E ci sarà sempre, anche se poi i giochi si fanno duri ed egli sarà costretto, un po’ sdegnosamente, a “far parte per se stesso”, fuori dagli schemi di partito, fuori dalle leve di comando, mai del tutto fuori da quell’amor di patria, che lo farà sentire sempre fiorentino, pur a darne giudizi feroci, sempre italiano, pur a provare amarezza e sdegno per le condizioni in cui si trova la “serva Italia”.

FLORENTINUS O YTALUS

Se Firenze lo mette al bando e lui rimarrà “bandito”, Dante amerà sempre la sua “Fiorenza”, anche da esule ferito nel suo onore, sempre firmandosi come exul inmeritus perché egli ritiene di non aver mai “meritato” quel genere di condanna. Per lui essere fiorentino è invece un titolo di merito e come tale e gli si ritiene sempre, dovunque si troverà a vivere. Solo quando deve richiamare l’attenzione nei confronti dell’Italia, si firmerà con il titolo di “ytalus”. E tale Dante è non perché abbia a cuore un’Italia unita, come noi oggi la intendiamo, ma perché in essa riconoscerà la presenza più unificante possibile dalla lingua volgare, che naturalmente è tutta da costruire e che indubbiamente gli contribuisce a creare

Andando ramingo per tante città italiane, senza mai trovare un’ospitalità sicura, se non in modo temporaneo, egli più che mai avvertirà lo stato miserevole di queste città, divise al loro interno: ciò sarà motivo di tanta miseria, anche in presenza di cospicui guadagni negli affari. E perciò il suo disegno politico si amplierà anche oltre le mura cittadine per cercare di costruire con una doverosa purificazione un mondo diverso da quello in cui c’è solo da perdersi, come si è perso lui, come è smarrito ogni uomo, incapace di risorgere in presenza delle belve affamate che impediscono la salvezza. Solo la guida della ragione, rappresentata da Virgilio; solo la guida della grazia, rappresentata da Beatrice, può condurre alla purificazione e alla beatitudine. È questo il percorso che ritiene di dover fare lui, come rappresentante dell’umanità smarrita, perché tutti possano ricostruirsi in un mondo davvero quanto mai desolato.

Potremmo dire che il cammino fatto all’indomani della sua tragedia personale, culminata con il bando da Firenze e poi con la condanna a morte in contumacia, gli fa attraversare varie città italiane in cui si fa strada questa sua missione “salvifica”, che egli segnala nella Commedia, ma che soprattutto si fa sentire con questi accenti in altre opere non meno importati, scritte proprio in questa stagione amara. Proprio in esse, e cioè nel De Vulgari Eloquentia e nel Convivio, prima che si arrivi al disegno politico finale descritto nella sua opera politica per eccellenza, De Monarchia, si può vedere la sua posizione dentro il giardino d’Italia, ormai desolato, ridotto ad un … “bordello”! Sono gli anni tra il 1302 e il 1308 quelli nei quali egli si ritrova come un’anima in pena alla ricerca di un’ospitalità sicura e nel contempo come un uomo che sta cercando di elaborare il suo contributo per una politica più costruttiva, nella quale coinvolgere l’Italia, quando a Firenze non è più possibile rientrare e non potrà essere “salvata” dai suoi mali.

L’ITALIA DANTESCA

Tentiamo di capire la sua visione dell’Italia, che culmina nell’invettiva del canto di Sordello, il VI del Purgatorio. Questa invettiva non è affidata al poeta mantovano, ma scaturisce dallo stesso Dante. Costui, mentre vede Virgilio e il suo conterraneo abbracciarsi come fratelli, per quanto vissuti in epoche diverse, si lascia andare in una lunga requisitoria (ben 25 terzine), segnata da una grande amarezza. Questa sua visione dipende anche da quanto ha vissuto negli anni immediatamente successivi al suo bando, quelli che lo portano a vivere in prossimità della Toscana, fino all’arrivo di Enrico VII, da cui si aspetta, illudendosi, la rinascita dell’Impero, come unica soluzione per una politica nuova e più giusta.

Il quadro politico: città divise e violente

Per capire il quadro desolante in cui egli si vede immerso, bisogna mettersi nella sua condizione di exsul inmeritus: quando è “bandito” Dante è già fuori Firenze e di fatto non vi metterà più piede. Ne va della sua stessa incolumità fisica, perché lo scontro, non solo a Firenze, è caratterizzato da faide e violenze che non permettono alcun accomodamento, alcuna forma di dialogo. L’avversario è ritenuto un nemico, più di coloro che stanno fuori città, e come tale va eliminato fisicamente per non rischiare di finire massacrato dalla controparte. Lo scontro fra le parti è divenuto di fatto una guerra civile, per la quale neppure le mediazioni esterne possono fare qualcosa.

Essere improvvisamente scacciato con la violenza dalla propria città non era un avvenimento inatteso per un italiano che faceva politica. La ferocia dello scontro all’interno dei comuni implicava ormai da tempo la delegittimazione degli avversari, visti non come una controparte, ma come nemici pubblici, delinquenti da annientare … (Barbero, p. 172)

A questo punto quanti sono fuoriusciti si saldano insieme anche ad essere stati su fronti avversi. E anche qui non è facile l’intesa, pur avendo un nemico comune. Anzi è pur facile l’accusa reciproca di giochi oscuri e di tradimenti, quando prevalgono interessi immediati da raggiungere, e viene a mancare il senso di lealtà, come manca la coerenza. All’inizio, Dante spera proprio di poter tornare, appoggiandosi alla sua parte politica e alle alleanze che questa cercava di instaurare con le città nemiche di Firenze; ma così facendo, entra nel novero di coloro che vogliono la rovina della città, e, come tali, costoro possono essere tacciati di infamia. Poi, egli cerca altre strade, per costruire un disegno politico, in nome della sua fama di scrittore, di poeta, di uomo della ricerca filosofica e come tale di saggio. Ma anche qui la sua notorietà non gli gioverà per nulla, pur avendo abbandonato la sua parte, per risultare al di sopra o al di fuori delle parti.

Inizialmente la sua è una “cattiva compagnia”. Ma da questa presto si dissocia, non cavandone alcun frutto.

Con le Epistole si rivela scrittore “politico”

Cerca appoggi di altro tipo, facendo leva sulle sue qualità di scrittore e di diplomatico, doti che si rivelano in modo particolare nelle sue lettere, con le quali ha modo di farsi notare laddove può contare su appoggi più concreti e laddove può manifestare le sue eccellenti qualità nell’ambito politico. Sempre più i Signori o i podestà, che avevano ruoli di primo piano nella politica delle città toscane, e anche oltre, avevano bisogno di chi, non solo sapesse scrivere, ma soprattutto avesse spiccate doti diplomatiche nello scrivere.

Qui noi possiamo meglio cogliere la passione politica di Dante, considerata nel suo vissuto immediato, dove era necessario intervenire per cogliere l’opportunità di inserirsi ancora nel gioco non facile di quegli anni. Spesso questo carteggio epistolare è il meno noto e considerato, perché nell’ambito scolastico si punta sulle opere che lo rendono famoso come poeta o come erudito, studioso di lingua e di una certa filosofia del vivere. Eppure anche nell’epistolario è possibile cogliere aspetti dell’uomo non meno di valore. Soprattutto si deve riconoscere che proprio nelle lettere rimaste si vede il suo lavoro diplomatico negli anni che vanno tra il suo “bando” da Firenze e la scelta di parteggiare per Enrico VII, che sembrava raccogliere il vessillo dell’aquila imperiale, come il solo mezzo per superare i particolarismi deleteri di quel periodo.

Il Villani, nella breve, ma succosa vita di Dante, inserita nella sua Cronica, parlando delle maggiori opere del poeta, dice: “Intra l’altre fece tre nobili pìstole: l’una mandò al reggimento di Firenze, dogliandosi del suo esilio senza colpa; l’altra mandò allo ‘mperatore Arrigo, quand’era all’assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza, quasi profetizzando; la terza a’ Cardinali italiani, quand’era la vacazione dopo la morte di papa Clemente, acciocché s’accordassono a eleggere un papa italiano; tutte in latino, con alto dittato e con eccellenti sentenzie e autoritadi le quali furono molto commentate da’ savi intenditori 

Nel pensiero del Villani, dunque, Dante non fu solo “grande letterato” e “retorico perfetto, tanto in dettare e in versificare”, ma anche “filosofo” e uomo di dottrina, “tutto (che) fosse laico”; e specialmente nelle epistole politiche espresse, non solo le passioni e i propositi dell’uomo di parte, ch’era stato “de’ maggiori governatori” di Firenze, al tempo dell’ultimo priorato di parte Bianca, ma anche dette vigore di pensiero e di fede civile e religiosa a quella forma di pubblicistica politica che, al tramonto dei grandi fattori della civiltà medioevale e degli ideali e delle tradizioni dell’Impero e del Papato, ebbe esempi famosi nelle Lettere di Pier della Vigna, nel Manifesto di Manfredi ai Romani, nell’Epistolario di Cola di Rienzo. (Morghen, p. 90)

L’isolamento di Dante

Se però vuole continuare a fare politica, anche a non risultare parte attiva, per la sua condizione di fuoriuscito, Dante decide di staccarsi dalla sua parte politica, che vede incapace di programmi concreti e soprattutto di risultati credibili per dare una prospettiva alla loro condizione di esiliati e di condannati. È inevitabile che si arrivi ad una rottura …

È con la battaglia detta “della Lastra” (20 luglio 1304) che la parte bianca rimane sconfitta ormai senza alcuna speranza. Dante non vi partecipa, ma da questo momento decide di stare sulle sue e di cercare altri appoggi.

Se dobbiamo dar retta al Bruni, Dante era ancora con i Bianchi al momento del disastro, anzi era uno dei dieci “consiglieri” che dirigevano il partito, e solo dopo la giornata della Lastra decise che non c’era più speranza, e se ne andò a cercare ospitalità a Verona: “Fallita dunque questa tanta speranza, non parendo a Dante più da perder tempo, partì d’Arezzo e andossene a Verona, dove, ricevuto molto cortesemente da’ Signori della Scala, con loro fece dimora alcun tempo”. (Barbero, p. 180)

Dante, anni dopo, ricorderà tutto questo nella profezia di Cacciaguida al canto XVII del Paradiso:

E quel che più ti graverà le spalle,

sarà la compagnia malvagia e scempia

con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia

si farà contr’a te; ma poco appresso,

ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.

Di sua bestialitate il suo processo

farà la prova; sì che a te fia bello

averti fatto parte per te stesso. (Paradiso XVII, 61-69)

Parlando della “tempia rossa” di sangue che colpisce il gruppo, non il poeta, Dante fa proprio riferimento a questa battaglia, conservando di quei tempi una visione davvero molto negativa e un giudizio spietato anche nei confronti di coloro che furono fin lì i suoi compagni di sventura. Ma ora li considera sprovveduti e senza futuro, stupidi e ingrati … Per questo motivo si distacca da loro, e lo fa in uno sdegnoso ritiro che sa molto di rottura definitiva e soprattutto di isolamento totale.

Alla ricerca di una stabile ospitalità

Aveva già cercato ospitalità a Verona presso il “gran Lombardo”, Bartolomeo della Scala, morto il 7 marzo 1304. Ma se ne era dovuto andare, perché il successore, il fratello Alboino, non era, a suo giudizio, di animo nobile. Gli alti e bassi vissuti con la morte di Bonifacio VIII (11 ottobre 1303) e del suo immediato successore, Benedetto XI (1303-1304) non gli davano speranza di vedere un possibile rientro a Firenze. Di qui la necessità di trovare appoggi altrove, fuori anche della Toscana, presso Signori ai quali dare i suoi servigi nel campo diplomatico …

Solo adesso il Poeta è davvero espulso dalla dimensione municipale … Solo adesso si perfeziona lo sradicamento di Dante dalla sua originaria posizione sociale di piccolo proprietario terriero: escluso il mestiere delle armi, inaccessibili per ragioni diverse la carriera podestarile o la docenza universitaria, rimane al Poeta di proporsi come libero professionista del dictamen – con le annesse funzioni politico-diplomatiche – ai soli enti che di tale servizio volessero e potessero giovarsi: le corti signorili medio-piccole dell’Italia padana e appenninica. (Inglese, p. 82)

Ecco, l’Italia che Dante conosce è quella delle città di questa area geografica, molto limitata, e che gli si rivela nei limiti di piccole signorie, incapaci comunque di reggere nel tempo, perché queste realtà sono destinate presto a sfiorire. Ma intanto egli si deve misurare con esse e sperimentare che la divisione non è solo interna alle città, dove risulta impossibile un governo autorevole: essa viene sperimentata anche laddove ci sono poteri più forti, ma resi comunque deboli dagli scontri con i vicini per la affermazione del proprio prestigio, che viene affidato alle armi. Questo è ciò che sperimenta a Verona, e che deve pure provare a Treviso …

STUDI ED ESPERIENZE IN VARIE CITTA’

Negli anni 1304-1308, prima che si affacci la figura di Enrico VII, su cui farà affidamento Dante a partire dalla sua elezione e più ancora dalla sua venuta in Italia per riaffermare l’autorità imperiale, il poeta ha modo di considerare l’Italia a partire dalle sue esperienze politiche nel giro delle città in cui è ospite, ma soprattutto a partire dalle opere di cui avvia la composizione per offrire il suo contributo culturale ala marasma sociale e politico in cui sta sprofondando la penisola nel suo insieme.

Tra il 1306 e il 1309, mentre nel contatto continuo con i maggiori esponenti della vita politica e culturale del tempo, seguiva con vigile attenzione le mutevoli vicende politiche d’Italia e di Firenze, Dante doveva tornare in pieno a maturare, negli studi severi, i frutti più ricchi del suo pensiero, mentre doveva prendere sempre più corpo nel suo spirito quella visione del mondo e della realtà umana, dalla quale dovevano trarre origine le sue più significative opere dottrinali e l’alta ispirazione del suo messaggio religioso. È da assegnarsi infatti a quegli anni la composizione dei primi libri del De Vulgari Eloquentia e del Convivio, lasciati, a un certo momento in tronco … (Morghen, p. 98)

Evidentemente non possiamo pensare che Dante si fosse proposto di far superare queste tensioni presente un po’ dovunque nel territorio italico: l’incapacità a dirimere le contese in Firenze e l’amarezza seguita alla incomprensione con quelli della sua parte politica, divenuta sempre più stolida nella sua incapacità a reggere nel confronto con la parte Nera, rendeva sempre più pessimista la sua visione del mondo e dell’Italia in particolare. E perciò in un giudizio assai negativo della realtà da cui è circondato non poteva esserci spazio per nessuna figura e nessuna forza capaci di risanare quello che risultava ingovernabile.

Poi maturerà l’idea dell’Impero con il tentativo, presto naufragato, di Enrico VII.

A Bologna

Per il momento non c’è altro spazio se non per un genere di studi che sembrano “di nicchia” e “di consolazione” e che invece costituiscono anch’essi un contributo concreto a far uscire nella penisola una ricerca utile all’obiettivo di un denominatore comune nel sistema frantumato. La ricerca linguistica non è solo qualcosa di legato alla sola forma espressiva: evidentemente essa deve servire anche a quel genere di comprensione che può far superare i particolarismi e le divisioni sempre più radicate.

È interessante il fatto che il trattato sulla lingua volgare, che riguarda di fatto quanto si parla nelle terre italiche, pur con dei richiami anche a territori d’oltralpe, venga pensato, elaborato e fatto conoscere soprattutto a Bologna, dove Dante aveva studiato. Lì si era formato, già da giovane, in un contesto molto aperto, perché lo Studio bolognese era frequentato da giovani provenienti un po’ da varie regioni d’Europa. La lingua usata a scuola è quella latina; poi però, nel vivere quotidiano degli studenti, è necessario trovare una base comune per intendersi, tenuto conto che già nei quartieri della città si potevano sentire modi diversi di comunicare come lui stesso annota.

In De Vulgari Eloquentia (I, IX, 4) dopo aver sottolineato che l’Appennino fa da divisione fra due mondi, diversi anche per la lingua … nam aliter Paduani et aliter Pisani locuntur; et quare vicinius habitantes adhuc discrepant in loquendo, ut Mediolanenses et Veronenses, Romani et Florentini Dante accenna al fatto che nella stessa Bologna si parlano dialetti diversi (et quod mirabilius est, sub eadem civilitate morantes, ut Bononienses Burgi sancti Felicis et Bononienses Strate Maioris).

Era una città piena di studenti forestieri, di botteghe in cui si copiavano libri a pagamento, di librai capaci di far venire libri da lontano su richiesta; ma anche di mercanti, moltissimi dei quali provenienti da Firenze e dal suo contado, che avevano in uso quasi esclusivo certi alberghi e fondaci concentrati presso le due torri e gestiti per lo più da osti fiorentini. E fra tutte le città italiane Bologna era la più simile a Firenze anche per il regime politico, con il popolo al governo, le grandi famiglie nobili in parte all’opposizione o in esilio, e una ferrea fedeltà all’ortodossia guelfa. (Barbero, p. 197-198)

Dante scrive questo trattato, che risulta in latino, perché parla a gente di studio, pur volendo disquisire della lingua volgare, in uso fra la gente e ormai destinata a divenire importante anche nell’ambito politico, se di fatto è il popolo (nella sua parte borghese, fatta di artigiani e di mercanti …) a contare nelle forme di governo. Vuole così servire, in modo particolare, in questa città, che appare cosmopolita con la presenza di tanti giovani studenti; ma con la medesima funzione vuole servire pure altrove, nella speranza che questo suo contributo alla lingua volgare, ormai in uso, ma soprattutto ormai affermata anche ai più alti livelli, permetta l’affermarsi di un parlare comune che consenta un modo migliore di intendersi. La proposta delle lingua volgare è fatta anche e soprattutto per contribuire nella politica ad un linguaggio comune …

Proprio a Bologna vorrebbe che si facesse avanti questo volgare comune e che, con le sue indicazion, questo volgare divenisse pure la lingua della politica, nella quale era necessaria la comunicazione più piana e soprattutto l’intesa. Nello stesso tempo Dante si augura con la pubblicazione dell’opera di avere spazio a Bologna, nell’ambiente universitario, e che questo suo modo di porre le questioni sia ritenuto di valore per godere di quel riconoscimento che gli avrebbero aperte le porte, laddove i governi necessitavano di esperti di diplomazia e di dottrina politica, insieme con una buona padronanza della lingua, quella latina, ma anche quella volgare. Quello che poteva sembrare un campo di ricerca salutare sia perché Dante potesse trovare una occupazione stabile e con essa un reddito, sia perché venisse favorito un modo di parlare utile a migliorare anche la comprensione, si rivelerà presto un altro fallimento: già nel febbraio 1306 Dante deve riprendere il cammino dell’esilio, perché al comune di Bologna arriva a comandare la parte Nera. Ma quello studio in parte è servito.

Tra i Signori in località appenniniche

Dante cerca ora ospitalità in zone montuose, dove ci sono dei Signori lontani dai centri cittadini, ma pur sempre bisognosi di personale da adibire nelle cancellerie. E tra costoro ricordiamo i Malaspina, Signori della Lunigiana!

Sia come sia, non c’è dubbio che in questi anni Dante frequentò le grandi famiglie nobili che dominavano le aree montuose dell’Italia centrale, e poté anche illudersi che lì, anziché nelle città affogate nella corruzione, sopravvivesse il seme di una virtù capace di risollevare le sorti d’Italia: si spiega così la sua dichiarazione che il Convivio è indirizzato a coloro che più di tutti possono trarne profitto, “e questi nobili sono principi, baroni, cavalieri, e molt’altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine”. E si spiega la gelida affermazione per cui, invece, è inutile rivolgersi a chi è impegnato negli affari, perché non sarebbero comunque in grado di capire (“le populari persone … occupate dal principio della loro vita ad alcuno mestiere, dirizzano sì l’animo loro a quello … che ad altro non intendono”). Anche se rimaneva fedele all’affermazione delle Dolci Rime per cui la vera nobiltà è quella dell’animo, Dante stava comunque elaborando una visione del mondo in cui rimaneva poco spazio per la folla di trafficanti, cambiatori, usurai e appaltatori, in gran parte villani inurbati e arricchiti da poco, che formavano il popolo dei comuni. E anche questo, a suo modo, è un pentimento, e più duraturo: se il pentimento che ostenta quando si rivolge ai fiorentini chiedendo la grazia ha tutta l’aria d’essere strumentale, e non sopravviverà alle nuove speranze suscitate dalla venuta di Enrico VII, l’allontanamento dall’ideologia popolare e comunale da parte dell’antico membro del Consiglio dei Cento è radicale e definitivo.

(Barbero, p. 218-219)

APOSTROFE ALL’ITALIA

Il quadro di questo primo periodo d’esilio è davvero desolante, perché, se Dante non ha speranza di rientrare a Firenze e neppure di ricostituire un’alleanza di sostegno con la parte politica, a cui era affiliato nel periodo in cui avviava i primi passi dentro la politica, non ha neppure una prospettiva di lavoro e di vita in un quadro sempre più scompaginato e in una Italia quanto mai divisa e senza alternative.

È a partire da questa sua dolorosa esperienza che si fa strada la sua amara considerazione sul Paese nel suo insieme, che proprio nel canto VI del Purgatorio non viene affidato ad alcun personaggio, ma allo stesso Dante, il quale esce con la sua nota dolente, alla vista dei due mantovani abbracciati.

Lui, non altri si sente di lasciare libero sfogo ad una visione dell’Italia particolarmente triste. Il fatto stesso che sia personalmente Dante a trattare dell’Italia in questo canto “politico” è molto significativo della considerazione che il poeta ha per il “bel Paese”, non certo in termini nazionalisti, come si è sempre tentati di fare in una visione romantica e condizionata dagli schemi di tipo ottocentesco. Dante non aveva affatto questo sentire e non fa certo un intervento con il quale aspiri a favorire la costituzione di un Paese unitario sotto il profilo politico.

C’è sempre da pensare che il suo ideale rimane l’Impero e che l’Italia ne è un elemento indubbiamente importante. Non c’è e non può esserci la rivendicazione di una unità territoriale, ma solo il superamento di quelle forme di particolarismo molto deleterio, che deriva dalla divisioni sanguinose che lo amareggiano anche perché lo coinvolgono. Perciò dovremmo ritenere che per lui l’Italia non è un’espressione politica, non è neppure una nazione, come già si potevano vedere certi segnali in Francia, quella che proprio con la questione albigese prima e poi con la questione dei Templari, cerca di costruire un regno unitario, anche in nome di una lingua comune, che sacrifica comunque la langue d’oc, delle zone provenzali. Dante non pensa e non può affatto pensare a qualcosa del genere, anche a riconoscere la presenza di una lingua comune, che è pur sempre da costruire e da consolidare. Ciò che lo sconcerta è che il facile arricchimento in varie città comporta divisioni sanguinose, che devono essere superate. Sembra quasi che il solo modo sia quello di aspettare la salvezza proveniente da forze estranee … L’appello, che qua e là affiora ed esplode, viene lanciato a tutte le forze in campo, nella vana speranza che possa essere accolto e che possa andare a buon fine. Ma anche qui Dante raccoglie una forte delusione!

L’Italia … in Purgatorio!

A partire, dunque, dall’esperienza vissuta in quegli anni, peregrinando per varie città in cerca di un rifugio, di pace, di libertà espressiva, Dante si rende conto di vivere in una situazione fortemente conflittuale e in un momento particolarmente tragico. E tuttavia, proprio perché la sua visione dell’Italia, malata, maltrattata, malintenzionata, è collocata nel Purgatorio, si deve pensare che egli riconosca la possibilità di una purificazione che le permetta di risorgere.

Non così è per Firenze, dannata all’Inferno.

Se nella sua amara invettiva sembra denunciare solo i mali, in realtà, proprio per queste accorate affermazioni, ci si deve aspettare una possibilità di rinascita. Occorre però avere coscienza di questi mali e cercare i rimedi nella giusta direzione.

Quali sono i mali dell’Italia? Non sono dissimili da quelli di Firenze, dove affiorano in modo esasperato.

Se la degenerazione del sistema appare nell’ambito politico, mediante la contrapposizione violenta delle parti, in realtà il virus malefico è affiorato e si è sparso nella società, a partire da quelle forme di “discordia ordinum”, per cui le diverse parti del corpo sociale non operano per il bene comune, ma per un bene parziale. La nobiltà non può essere “cosa del sangue”, ma si acquisisce come espressione di uno spirito.

Così pure la classe intermedia, che noi definiamo borghese, appunto perché si è sviluppata nei borghi mediante l’arricchimento con la finanza, raggiunto con i traffici, non si regge solo sull’accumulo, ma sull’uso intelligente del denaro stesso, che serve all’investimento.

Il cosiddetto popolo minuto non può essere ammasso informe, perché anche lì ci sono persone con un proprio pensiero e una propria responsabilità.

Le disparità sociali, che hanno seminato la discordia, sono dovute al male della lussuria, che deriva dal lusso e dalla lascivia, cioè da un uso smodato dei beni e del piacere, ricercati per un bene parziale ed egoistico. Occorre un’autorità morale superiore che richiami ad un bene più alto e più ampio. E Dante la cerca e la trova nell’autorità imperiale, la sola a cui ci si può riferire per sanare i contrasti sociali, che poi degenerano in quelli politici. Se la stessa Firenze non è stata in grado di superare i suoi mali, con il ricorso all’autorità morale del Pontefice (come era successo con l’intervento di Bonifacio VIII a dirimere le controversie fra Bianchi e Neri), questo dipende anche dal fatto che tale autorità risulta essa pure degenerata, con gli attaccamenti illeciti al denaro e ai piaceri della carne di coloro che dovrebbero invece esprimere la povertà e la castità evangelica. Il riferimento all’Impero, e concretamente alla figura di colui che ne potrebbe incarnare gli ideali, affiora negli anni successivi. Qui c’è da constatare l’amarezza di un quadro fortemente degenerato.

Nel suo grido amaro, emerso davanti all’immagine dei due poeti, Virgilio e Sordello, abbracciati, come non è più possibile vedere neppure all’interno delle medesime mura, Dante ricorre ad immagini che colgono la desolante situazione dell’Italia.

Essa è una “serva”, perché, anche ad affermare di essere costituita da liberi comuni, che ritengono di esprimere libere istituzioni, deve amaramente constatare quelle lotte intestine che rovinano la convivenza.

Essa è un “ostello” , per il quale l’ospitalità, anche quella sperimentata dal poeta qua e là, non dà mai pace e serenità al vivere, perennemente precario.

Essa è una “nave”, che manca di guida, proprio quando la situazione si fa più tempestosa e nei conflitti civili si rende necessaria una autorità superiore che sia da tutti ricercata e rispettata.

Essa non è un “donna”, cioè una signora di territori diversi, in cui non si vive secondo la “signoria”, e quindi il dominio e il controllo di sé, per lasciare invece spazio ad uno smodato piacere che la rende un … “bordello”.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

di quei ch’un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

s’alcuna parte in te di pace gode. (Purgatorio, VI, 76-87)

I mali che investono l’Italia sono i medesimi che il poeta riscontra in Firenze, dove la società divisa, ma soprattutto corrotta dal denaro, la fa sprofondare in un vivere che giustamente si può definire “infernale”. Non dovrebbe essere allora così anche per il resto d’Italia? Qui esistono delle Signorie, la cui autorità deriva dal riconoscimento imperiale, che invece non si trova nei liberi comuni, altezzosamente eretti nella propria identità a partire dalla lotta aperta nei confronti di colui che è l’autorità somma, non riconosciuta. E allora è possibile su queste figure di “Signori”, quando non siano ancora corrotte essere pure dal denaro, ricostruire quell’autorità imperiale che è, per Dante, la sola garanzia di vera libertà e di vera pacificazione. Perciò è a partire da loro che si può sperare in una purificazione rigeneratrice.

Da questi Signori, come pure dai tanti “di buona volontà”, che sono presenti sul territorio italiano il poeta si aspetta il cammino della rinascita e a loro Dante si rivolge quando gli sembra di vedere l’alba di questa risurrezione vedendo arrivare sull’orizzonte il vessillifero dell’aquila imperiale nella figura di Enrico VII.

La lettera ai Signori d’Italia

È dell’autunno 1310 (non è sicura la data della composizione) l’epistola V rivolta a “Universis et singulis Ytalie Regibus et Senatoribus alme Urbis (si deve ricordare che in questo periodo il Papa, Clemente V (1305-1314), si trova ad Avignone) nec non Ducibus Marchionibus Comitibus atque Populis, dove sono i Grandi ad essere richiamati, non senza aver interpellato anche i popoli. Restano escluse quelle autorità “popolari”, che presiedono i vari comuni, a cui sembra che non sia riconosciuta sufficiente autorevolezza, perché possano far qualcosa per l’Italia. Essa invece viene affidata a chi la potrebbe salvare, solo riconoscendo l’autorità imperiale. In questa lettera lo scrivente si firma come «humilis ytalus Dantes Alagherii Florentinus et exul inmeritus», avendo come suo intendimento quello di supplicare la pace, bene supremo e assolutamente necessario all’Italia. Anche ad essere un fiorentino, oltretutto esiliato, e quindi senza poter fregiarsi di questa appartenenza, proprio perché si sta appellando a vari Signori d’Italia, si qualifica come “italico”, quasi a voler assumere una nuova cittadinanza, per superare quella che gli è stata tolta per quanto non colpevole.

La lettera, scritta in latino, inizia con belle immagini suscitate dalla speranza di veder sorgere finalmente l’aurora di un nuovo giorno, dopo aver provato l’amarezza delle tenebre: le figure bibliche, che si delineano all’orizzonte, del Leone di Giuda e di un altro Mosè aprono una prospettiva davvero rosea. Così almeno, con eccessiva enfasi, il poeta vuol far credere con questa lettera.

Splende ora un nuovo giorno, che dall’inizio mostra l’aurora dalla quale sono diminuite le tenebre della lunga disgrazia; già aumentano le brezze orientali; rutila il cielo all’orizzonte, e conforta dolcemente, serenamente, le speranze delle genti. E anche noi assisteremo alla festa tanto attesa, noi che abbiamo passato lunghe notti nel deserto … Saranno saziati nella luce dei suoi raggi tutti coloro che hanno brama e sete di giustizia, e saranno confusi dallo splendore del suo aspetto coloro che amano l’iniquità. Drizzò infatti pietosamente le orecchie il forte Leone della tribù di Giuda; e commosso dal lamento dell’universale schiavitù ha suscitato un altro Mosè, che sottrarrà il suo popolo dall’oppressione degli Egiziani, guidandolo alla terra che stilla latte e miele.(Epistola V, 2-4)

L’Italia tutta è invitata a ridestarsi e ad esultare …

Esulta ormai, o Italia che fai pietà anche ai Saracini, giacché presto apparirai invidiabile a tutta la terra. Il tuo sposo, sollievo del mondo e gloria del tuo popolo, il clementissimo Enrico, legittimo imperatore (divo e Augusto Cesare) s’affretta alle nozze. Asciugati le lacrime e cancella le tracce del dolore, o bellissima, perché s’avvicina chi ti libererà dai lacci degli empi. Egli distruggerà i malvagi a colpi di spada, e distribuirà la sua vigna ad altri cultori, che al tempo della messe rendano il frutto della giustizia …(Epistola V,5-6)

Come si può notare l’autore ha una visione particolarmente enfatica dell’Italia: la vede come una sposa, che finalmente ha chi si congiunge ad essa come uno sposo, diversamente dai precedenti che l’avevano abbandonata a se stessa. Vede pure il suo futuro migliorare grazie a queste nozze che le ridanno vigore e valore e la rendono “bellissima”, secondo la sua espressione, in grado di rivelare l’amore che il poeta porta a questa realtà, per lui carissima. C’è pure l’immagine evangelica della vigna – così appare ancora l’Italia – che viene sottratta a chi l’ha devastata, analogamente a ciò che succede ai vignaioli omicidi della parabola evangelica, i quali raffigurano le autorità ebraiche responsabili della morte di Cristo. Questa vigna viene affidata a chi la saprà meglio coltivare. Ci si augura che questi siano i Signori interpellati con la lettera e che i precedenti vignaioli, identificati con i cittadini litigiosi, siano meritatamente puniti “a colpi di spada”.

Ciò che qui interessa mettere in evidenza è questa visione che Dante ha dell’Italia: le stesse immagini lasciano trasparire molta retorica e poco senso della realtà, in un’attesa palingenetica che si rivelerà illusoria. La fiducia è di fatto mal riposta; ma prima ancora non appare una misurata lettura della realtà, perché gli stessi Signori a cui egli si appella non sembrano affatto così integri da comprendere la posta in gioco. Ognuno di loro è comunque legato ai propri interessi e la prospettiva con cui viene letta la penisola è solo quella di una vigna da conquistare, da possedere e da spremere, non certo da liberare, secondo questa visione un po’ troppo epica, retorica, e fin troppo altisonante.

Scrive tutto questo in un latino, che userà anche per le lettere successive, in cui un respiro biblico, una tonalità eccessiva, debitrice della colorita enfasi delle prediche dal pulpito sui premi e sui castighi dell’oltretomba, testimonia l’altezza della speranza riposta in quel “conforto del mondo” che gli appare Arrigo. Si avverte infatti, nell’entusiasmo sollevato dalla sua presenza in Italia, un carico di fede dove non sono più in gioco soltanto i sentimenti dell’esule ma del profeta di un nuovo ordine. E come in ogni profeta, non tarda ad affacciarsi l’invocazione: “Rallegrati ormai o Italia … Asciuga le lacrime e cancella le vestigia del dolore, o bellissima, ché è vicino chi ti libererà dal carcere degli empi; il quale colpendo di spada i malvagi li distruggerà, e locherà la sua vigna ad altri coltivatori che rendano il frutto di giustizia al tempo della messe”. In tal modo, cancellati i partiti, gli alleati e gli avversari politici, il discorso del profeta si muove – e non potrebbe essere diversamente – sul terreno della colpevolezza dinanzi all’eterno. Non più guelfi e ghibellini, ma devoti e empi, coltivatori e no della vigna delle buone intenzioni, verso i quali, come un dio terribile e giusto, il Dio dell’Antico Testamento, l’imperatore si comporterà a seconda dei meriti. Puntuale perciò, dopo l’invocazione, un altro espediente tipico del predicatore, la spinta che ridà abbrivio alle sue parole: l’interrogativo retorico. “Non avrà pietà di nessuno” l’imperatore? No, tutt’altro: “perdonerà a tutti quelli che implorano misericordia, poiché è Cesare e la sua maestà sgorga dalla Fonte di pietà”… (Altomonte, p. 326)

Se è fallimentare il suo approccio a Firenze, non solo per il suo rientro in quel “nido” a cui è legato da un amore viscerale, ma anche per il recupero del “buon tempo antico”, altrettanto si deve dire nei confronti di una Italia come lui la immagina nelle sue peregrinazioni: lui pensa di conoscerla e invece gli appare quanto mai deformata, sia per l’animo disgustato che ha, come anima sdegnosa, incapace di rapportarsi con la realtà che lo circonda, sia per le scelte non sempre ben valutate dei luoghi nei quali rifugiarsi dentro il suo peregrinare inquieto. L’analisi che egli fa è ricavata dunque dalle sue esperienze, ma è anche legata al suo animo, particolarmente inquieto in questi anni per nulla sereni, se vede sempre più ostile il suo mondo fiorentino, sia quello della città sia quello dei suoi compagni di sventura, da lui respinti come per la loro litigiosità distruttiva, “matta ed empia”. E per quanto si appelli alle cosiddette forze migliori, la salvezza d’Italia è immaginata proveniente dall’esterno, più che non dalla responsabilità dei suoi cittadini. Di fatto bisogna solo disporsi a ricevere questo aiuto, ad accogliere l’Impero come garanzia di un bene che da sé l’Italia stessa sembra incapace di produrre.

CONSIDERAZIONI FINALI

Insomma, anche a presentarsi come profeta o come vate, che prospetta tempi migliori, Dante risulta di fatto il sognatore che non coglie nella loro complessità i problemi del suo tempo.

Anche a riconoscere fortemente i mali, egli li presenta con l’enfasi di un predicatore e di un moralista, che pur parlando con chiarezza e con forza, non riesce a costruire una coscienza più viva, un senso di responsabilità stringente e stimolante.

Anche ad essere efficace nella denuncia, forse proprio perché è preso dalla foga, dal ribollire dei sentimenti, può essere magari ammirato, senza offrire la capacità di scuotere nella maniera giusta gli animi e muoverli ad un impegno più costruttivo.

Nel fustigare i mali è particolarmente graffiante; nel costruire i disegni alternativi non risulta adeguato.

L’Italia che lui conosce è di fatto limitata a quell’area geografica che percorre senza trovare pace e sicurezza. Quella che immagina di costruire, perché sia libera e non “serva”, perché sia “signora” e non bordello, è affidata ad una forza esterna, che tale non sarà nonostante le buone intenzioni; è affidata a “Signori”, che sono legati a interessi particolari allo stesso modo con cui gli appaiono i Comuni toscani; non potrà mai essere di quei “cittadini”, che egli non vede affatto in grado di assumersi responsabilità, dovendo essi coltivare quel tipo di nobiltà d’animo, quel tipo di cultura, possibile ad anime elette.

Ciò che per noi moderni potrebbe essere considerato un discorso quanto mai pertinente per richiamare il senso di appartenenza, il senso di responsabilità, il senso di partecipazione, esula propriamente dalle considerazioni dantesche, anche se gli va riconosciuto il merito di segnalare i mali di una società, che in diverse epoche possono affiorare e che debbono essere considerati e affrontati. Se poi gli stessi mali si riproducono, ciò significa che ad ogni generazione occorre risvegliare la coscienza, per una più adeguata lotta ai mali stessi e soprattutto per un vivere sociale più attento ai singoli, più attento al bene comune, più attento al rispetto reciproco, anche quando le idee sono diverse ed è opportuno che siano convergenti.

D’altra parte non possiamo prendere il poeta come un cantore universale per tutti i tempi. Egli è profeta e poeta tipicamente medievale, che legge i problemi sociali e politici secondo la visuale propria di quel momento storico, irripetibile. E tuttavia, proprio perché è profeta, noi vi possiamo attingere quella visione più ampia della vita e della storia, che fa superare i particolarismi e i “nazionalismi”, per puntare decisamente ad una prospettiva di più grande respiro, che lui chiamava Impero, secondo l’eredità classica, e che oggi possiamo cercare in sistemi sovranazionali dentro i quali è possibile superare forme di gretto egoismo o di meschino “particulare”. Se anche il disegno politico vagheggiato nell’Impero di Enrico VII risulta fallimentare, il bisogno del superamento di lotte intestine per interessi di corto respiro è l’eredità più bella e più alta del pensiero sviluppato in un momento particolarmente difficile e tormentoso, come quello che Dante visse nei primi anni del suo esilio destinato a durare l’intera sua esistenza.

BIBLIOGRAFIA

1.Antonio Altomonte – DANTE – UNA VITA PER L’IMPERATORE – Rusconi, 1985

2. Raffaello Morghen – DANTE PROFETA – tra la storia e l’eterno – Jaca Book, 1983

3.Alessandro Barbero – DANTE – Laterza, 2020

4. Giorgio Inglese – VITA DI DANTE – Una biografia possibile – Carocci, 2015

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