S. Ignazio di Antiochia e le sette lettere

PREMESSA:

SCRITTI APOSTOLICI E POST-APOSTOLICI

C’è una copiosa letteratura cristiana antica, ai più poco nota, che rivela una produzione di notevole valore e meritevole di essere conosciuta anche oltre gli addetti ai lavori, anche oltre i credenti, che comunque ben raramente vi si accostano. La produzione scritta si sviluppa già ai primi tempi: si conoscono diverse lettere spedite dagli apostoli alle loro comunità, di cui si conservano quelle che oggi appartengono al “canone” e sono quindi ritenute “ispirate”. Nelle stesso periodo i detti di Gesù venivano diffusi per via orale, attraverso la predicazione dei discepoli, che raccontavano le proprie esperienze e mettevano in luce gli episodi necessari per illustrare meglio la dottrina, cioè gli elementi qualificanti del vivere e dell’operare di chi voleva essere cristiano e voleva testimoniare la propria fede. Poi, forse anche per la congerie di documenti e soprattutto di versioni che potevano anche allargarsi a comprendere pure ciò che non si poteva ritenere uscito dalla bocca del Maestro, si arrivò alla decisione di scrivere quei libri che sono noti come “Vangeli”, in quanto contengono la “bella notizia” che ha come protagonista Gesù di Nazareth. Tra questi libri, scritti probabilmente dopo la catastrofe di Gerusalemme distrutta dai Romani nel 70, e proprio perché di qui si ebbe il distacco dei cristiani dal mondo ebraico, così duramente provato con la rivolta finita male, emergono i quattro considerati “canonici”, perché tutte le Chiese li ritengono tali, mentre altri, poi definiti “apocrifi”, non sono ritenuti ispirati e quindi essenziali per la fede da parte di tutte le Chiese sparse nel mondo occidentale e orientale dell’Impero. La medesima considerazione accompagna i testi attributi a Paolo, e cioè le sue lettere scritte a diverse comunità, che sempre più, già in questo periodo si utilizzano negli incontri di preghiera. Questa fase di valorizzazione di testi scritti, accanto alle comuni-cazioni orali che continuano, non si esaurisce con l’età “apostolica”, cioè quando sono ancora vivi e operanti coloro che sono stati protagonisti con Gesù del vangelo, essendo stati designati da lui. Quando, verso la fine del secolo I, si esaurisce questa età, perché scompaiono gli apostoli e si passa all’età successiva, il posto di guida viene affidato ai collaboratori, che li hanno seguiti e sono diventati i loro successori, con la designazione di “ispettori” (in greco = episcopoi). Anche costoro ricorrono a lettere e ad altro genere di scritti per comunicare la fede e soprattutto dare istruzioni e incoraggiamenti alle comunità non facilmente raggiungibili.

Questa produzione presenta dei testi che, inizialmente, qualcuno considera addirittura ispirati, alla stregua dei testi apostolici, mentre in seguito essi diventeranno fonti di grande valore, ma non necessariamente dotati della medesima ispirazione dei libri divenuti ormai di dominio pubblico sempre più ampio. Soprattutto già alla fine del I secolo, ma più ancora nel II secolo, abbiamo testi definiti “dei Padri apostolici”, in quanto risultano appartenere a quanti hanno conosciuto gli apostoli e sono stati alla loro scuola, continuando la loro opera. Costoro costituiscono il gruppo iniziale della “Patristica”, che è la grande produzione letteraria cristiana, nella quale i grandi scrittori vengono considerati “i Padri della Chiesa”. La scienza che studia tutta questa produzione scritta viene poi definita “Patrologia”.

I PADRI APOSTOLICI

Le figure di alcuni vescovi, i loro scritti, soprattutto nella forma delle lettere e alcuni testi, giunti anonimi, costituiscono il complesso che noi oggi definiamo dei “Padri apostolici”, così segnalati perché vengono considerati strettamente connessi con gli Apostoli, da cui hanno ricavato, più che la dottrina, la testimonianza di fede in Gesù. Sono loro a rappresentare il passaggio ad una nuova epoca, e ad assicurare, in questo passaggio, la sicura continuità con ciò che predicavano gli Apostoli e i discepoli che potevano vantare di essere stati presenti al vivere e all’operare del Maestro, o erano vissuti a stretto contatto con coloro che lo avevano visto vivo e soprattutto risorto. Anche questi “padri” hanno conosciuto qualche apostolo o discepolo, ma di fatto devono essere considerati di una generazione successiva e comunque delegati dai loro maestri a dare continuità alla Chiesa già in pieno sviluppo.

Gli scritti dei Padri apostolici hanno un carattere pastorale. Il loro contenuto ed il loro stile è molto simile a quello degli autori del Nuovo Testamento. Lo stile narrativo prediletto infatti è la lettera, inviata da una comunità ad un’altra comunità. Essi costituiscono un ponte fra l’epoca della rivelazione e quella della tradizione e sono una testimonianza importantissima dei primi anni della fede cristiana. I Padri apostolici provengono da regioni diversissime dell’Impero romano:  Italia,  Asia Minore (attuale Turchia), Siria … Essi scrivono in relazione a circostanze particolari, presentando comunque un insieme di idee, da cui si può desumere quale fosse la dottrina cristiana professata nella loro epoca. I contenuti delle lettere dei Padri apostolici erano a grandi linee i seguenti: l’incoraggiamento all’unità all’interno delle comunità cristiane, alla fede, all’obbedienza al vescovo, l’invito a fuggire l’idolatria e le eresie e praticare la penitenza e l’ascetismo, l’invito alla generosità e alla carità vicendevole. Esse inoltre contenevano anche indicazioni di carattere liturgico. Gli scritti quindi contenevano più dichiarazioni di circostanza che definizioni dottrinali vere e proprie. Un altro carattere comune delle loro opere è quello escatologico: in esse si considera imminente la seconda venuta di Cristo. In generale comunque le opere dei Padri apostolici presentano una dottrina cristologica uniforme: Cristo è il Figlio di Dio preesistente che partecipò alla creazione del mondo. Non fanno parte del canone biblico, cioè non sono inseriti tra i libri della Bibbia. Tuttavia, a differenza dei testi apocrifi, nei primi secoli cristiani godettero di una notevole fortuna al punto che alcuni di essi sono contenuti anche in antichi manoscritti della Bibbia (per esempio nel Codex Sinaiticus e nel Codex Vaticanus). (Wikipedia)

S. IGNAZIO

Tra le figure più significative in questo passaggio d’epoca, che è pure passaggio di secolo, c’è colui che si segnala per le lettere che scrive e per il martirio a cui va incontro, ben consapevole di ciò che gli sta succedendo. Noi lo ricordiamo per questo. E tuttavia egli ricopre nella Chiesa un ruolo di notevole levatura, essendo a capo di una comunità che in quel periodo appariva la più grande e soprattutto la più vivace, la comunità nella quale per la prima volta gli aderenti alla fede in Gesù vengono chiamati cristiani, come troviamo scritto in Atti 11,26. Si tratta di Antiochia di Siria, che in quel periodo era la terza città dell’Impero romano, dopo Roma e dopo Alessandria d’Egitto. Qui, fuori della Palestina, si era formata una comunità con gente che non proveniva solo dall’ebraismo, e proprio per questo era sorto il problema di come avviare l’integrazione, lasciando le prescrizioni israelitiche per far emergere quanto era specifico del nuovo “credo”. La comunità era stata visitata da Barnaba, inviato dagli apostoli che erano a Gerusalemme (Atti 11,22), e poi aveva accolto Paolo, rintanato a Tarso, sua città d’origine, dopo il periodo successivo alla sua conversione sulla via di Damasco. Da questa città era partita la polemica sulla questione dei pagani nella Chiesa e quindi la necessità di discuterne nel Concilio di Gerusalemme (Atti 15). Secondo la tradizione, questa Chiesa diventa successivamente la prima sede episcopale di Pietro, prima che egli raggiunga Roma e la faccia così diventare la sede primaziale e soprattutto la cattedra di colui che poi sarà chiamato il Papa. 

A guidare la comunità di Antiochia, dopo Pietro, fu eletto, forse dall’assemblea degli “anziani”, Evodio, del quale abbiamo solo il nome. Probabilmente nel 69 gli succedette Ignazio, già presente nella città, il cui nome bastava a rendere illustre il suo vescovo. Non abbiamo di lui molte notizie, se non desumendole da quanto lui scrive nelle sue lettere. E quindi non si conoscono le circostanze circa la sua formazione, circa la sua conversione e più ancora circa il suo coinvolgimento nella vita della Chiesa, per assu-mere una responsabilità così importante come quella di essere a capo del-la comunità cristiana di Antiochia, così prestigiosa.

Crebbe in ambiente pagano; fu convertito in età adulta da S. Giovanni evangelista. Secondo la tradizione, nel 69 fu nominato secondo successore di S. Pietro, dopo S. Evodio, alla sede episcopale di Antiochia. (Wikipedia)

Sant’Ignazio fu il terzo vescovo di Antiochia, in Siria, cioè della terza metropoli del mondo antico dopo Roma e Alessandria d’Egitto. Lo stesso San Pietro era stato primo vescovo di Antiochia, e Ignazio fu suo degno successore: un pilastro della Chiesa primitiva così come Antiochia era uno dei pilastri del mondo antico. Non era cittadino romano, e pare che non fosse nato cristiano, e che anzi si convertisse assai tardi. Ciò non toglie che egli sia stato uomo d’ingegno acutissimo e pastore ardente di zelo. I suoi discepoli dicevano di lui che era ” di fuoco”, e non soltanto per il nome, dato che ignis in latino vuol dire fuoco. Mentre era vescovo ad Antiochia, l’Imperatore Traiano dette inizio alla sua persecuzione, che privò la Chiesa degli uomini più in alto nella scala gerarchica e più chiari nella fama e nella santità. (da “Santi e Beati”)

IL MARTIRIO

Ciò che si può raccontare di quest’uomo lo si ricava dalle sue lettere, che sono rimaste fino a noi, anche perché sono state conservate e lette fino ai nostri giorni, non solo dai cristiani della sua Chiesa e non solo nel periodo immediatamente successivo al suo martirio, che ha contribuito a renderlo glorioso e memorabile nella Chiesa universale. Non abbiamo i dettagli esatti di ciò che avvenne nella circostanza del martirio, come succede per altri martiri di cui si conservano o gli atti processuali o il resoconto da parte di cristiani che assistevano. Leggendo le sue lettere, sappiamo che fu arrestato e condotto in catene a Roma per essere sottoposto alla pena capitale, che si può supporre sia già stata decisa prima di partire.

Essa viene eseguita nell’anfiteatro, che si deve supporre sia quello “Flavio”, cioè il Colosseo. L’esecuzione doveva essere pubblica e avveniva nei confronti di chi non risultava cittadino romano: perciò lo spettacolo consisteva nell’essere esposto “ad bestias” e quindi nel finire “sotto i denti” di bestie feroci, in genere leoni o altri animali carnivori provenienti dall’Africa. Le rappresentazioni iconografiche che si conservano ancora oggi presentano Ignazio così.

ICONA CON IGNAZIO DIVORATO DAI LEONI

Il tragico spettacolo si pensa sia avvenuto a Roma nell’anno 107 e secondo la tradizione viene collocato il 17 ottobre, data in cui oggi viene celebrata la memoria liturgica.

LE LETTERE

Durante il percorso che lo porta da Antiochia a Roma, il vescovo, incatenato al suo picchetto di soldati che lo doveva sorvegliare, passa attraverso l’Asia Minore, e lì manda ai suoi confratelli vescovi e ai cristiani di alcune delle città i suoi saluti, nella forma epistolare. Queste lettere vengono conservate e per un certo periodo sono addirittura messe alla pari con quelle di Paolo e degli altri apostoli. Ignazio, evidentemente, conosceva questo metodo di raggiungere le comunità sparse sul territorio ed approfittava di una simile corrispondenza per lasciare una specie di suo testamento, con le tante raccomandazioni che metteva per iscritto ad incoraggiamento della comunità stessa. Abbiamo così anche uno spaccato della Chiesa di allora in quel territorio, con l’evidenza di alcuni dei pro-blemi emergenti; ma più ancora si percepisce in esse l’entusiasmo con cui chi scrive e chi legge vivono la propria fede anche in mezzo a situazioni non facili e addirittura a persecuzioni spesso ingiustificate.

Nel corso del viaggio da Antiochia a Roma scrisse sette lettere alle Chiese che incontrava sul suo cammino o vicino ad esso. Queste ci sono rimaste e sono una testimonianza unica della vita della Chiesa tra la fine del I secolo e l’inizio del II. Le prime quattro lettere furono scritte da Smirne a tre comunità dell’Asia Minore: Efeso, Magnesia e Tralli, ringraziandole per le numerose dimostrazioni d’affetto testimoniate nel suo viaggio travagliato. Con la quarta lettera, inviata a Roma, supplicava quei cristiani di non impedire il suo martirio, perché voleva ripercorrere la vita e la passione del Maestro divino. Partito da Smirne, Ignazio giunse nella Troade, dove scrisse altre lettere: alla Chiesa di Filadelfia e a quella di Smirne, chiedendo che i fedeli si congratulassero con la comunità di Antiochia, che aveva sopportato con coraggio le persecuzioni. Scrisse anche a Policarpo, vescovo di Smirne, aggiungendovi interessanti direttive per l’esercizio della missione episcopale. (da Wikipedia)

Queste lettere sono dominate da una forte passione, perché chi scrive ha davvero il fuoco dentro, ed ogni occasione per lui è propizia per offrire un’immagine di sé che lo renda fortemente credibile agli occhi di coloro che ricevono la lettera ed abbiano conforto e incoraggiamento a tener duro in mezzo a prove non indifferenti, soprattutto quando la tempesta vorrebbe scuotere ogni cosa e annientare tutti. Ma il tema sempre presente nei suoi messaggi incoraggianti è la fede viva in Gesù: pur in presenza di dottrine peregrine a proposito della figura di Cristo da riconoscere nella sua umanità come Dio e nella sua divinità come uomo vero, Ignazio vuol proclamare con estrema chiarezza che egli non è in presenza di un caso, di un problema, di una idea; egli piuttosto segue una persona, vive per u-na persona, è pronto a morire riconoscendo che la sua esistenza è impegnata con la persona di Gesù. Il suo viaggio verso Roma diventa così l’itinerario di una passione, la sua, vissuta in comunione con quella di Cristo, che passa nell’animo e nella vita del credente. Costui può definirsi cristiano nella misura in cui egli vive la vicenda di Gesù fino alla croce e passando dalla croce. Anche a trovarsi in un periodo drammatico, perché la persecuzione è in corso e non dà segnali di esaurirsi, chi scrive non è affatto angosciato ed è sempre dominato da una forte passione. Il quadro della Chiesa che si ha nelle sue lettere fa trasparire le grandi difficoltà causate dalla persecuzione, ma ancora di più dal pullulare delle eresie, e quindi da una certa regressione, causata in primis dalla riduzione della fede a un apparato di dottrine, più che non ad una esperienza di vita che fa sentire vivo, sempre vivo, colui che viene qui predicato e soprattutto testimoniato. Così i testi diventano dei documenti circa la vitalità della prima Chiesa a partire dalla fede che lì viene vissuta e testimoniata. Il suo compito predominante è di fatto quello di salvaguardare la vitalità della fede, che si rivela in comunità cristiane sempre più vivaci al loro interno e bisognose per questo di figure veramente forti e autorevoli nella guida e nella comunicazione della fede. Lo storico Eusebio di Cesarea (265-339) così sintetizza la vicenda del santo: “Dalla Siria Ignazio fu mandato a Roma per essere gettato in pasto alle belve, a causa della testimonianza da lui resa a Cristo. Compiendo il suo viaggio attraverso l’Asia, sotto la custodia severa delle guardie, nelle singole città dove sostava, con prediche e ammonizioni, andava rinsaldando le Chiese; soprattutto esortava, col calore più vivo, di guardarsi dalle eresie, che allora cominciavano a pullulare e raccomandava di non staccarsi dalla tradizione apostolica”. Si potrebbe seguire l’itinerario che lo conduce a Roma, partendo dalle sue lettere, per vedervi i problemi che gli stavano particolarmente a cuore e per capire anche la sua percezione della fede che lo fa essere, per il suo tempo e anche oltre, un personaggio significativo per la costruzione della Chiesa e della vita del cristiano.

Le lettere, oggi riconosciute a lui, sono sette e, nel numero, corrispondono a quelle che troviamo nel libro dell’Apocalisse, in cui l’autore, l’evangelista Giovanni, immagina di scrivere a sette Chiese d’Asia, che rappresentano simbolicamente nel numero tutte le Chiese raggiunte con lo scritto, per risvegliare la fede che qua e là appare assopita. Di fatto quelle lettere sono scritte “all’angelo”, cioè a colui che presiede la Chiesa, ed è quindi il vescovo locale. Altrettanto fa Ignazio, anche se una di queste lettere ha come destinatario l’amico Policarpo; e tuttavia anche qui il discorso si allarga a coinvolgere i cristiani del luogo, proprio perché nei tempi oscuri della persecuzione, analoghi a quelli che si riscontrano nell’Apocalisse, bisogna rispondere sempre con la passione, che è caratterizzata dal sacrificio, ma anche dalla gioia della testimonianza.

LETTERA AGLI EFESINI

La lettera di Paolo ai cristiani di Efeso pone al centro il “mistero” di Dio, rivelato in Gesù, cioè quella sua vicenda terrena che, vissuta da Lui unito a Dio, lo fa essere il punto di incontro dell’uomo con Dio. Il medesimo obiettivo dell’unità è il tema che domina nella lettera inviata da Ignazio alla stessa comunità. Le sue raccomandazioni sono dominate da un tono rasserenante che vuole incoraggiare …

Ho recepito nel Signore il vostro amatissimo nome che vi siete guadagnato con naturale giustizia nella fede e nella carità in Cristo Signore nostro Salvatore. Imitatori di Dio e rianimati nel suo sangue avete compiuto un’opera congeniale. Avendo inteso che io venivo dalla Siria incatenato per il nome comune e la speranza, fiducioso nella vostra preghiera di sostenere in Roma la lotta con le fiere e diventare discepolo, vi siete affrettati da me. In nome di Dio ho ricevuto la vostra comunità nella persona di Onesimo, di indicibile carità, vostro vescovo nella carne. Vi prego di amarlo in Gesù Cristo e di rassomigliargli tutti. Sia benedetto chi vi ha fatto la grazia, e ne siete degni, di meritare un tale vescovo. Per Burro, mio conservo e secondo Dio vostro diacono, benedetto in ogni cosa, prego che resti ad onore vostro e del vescovo. (…) Bisogna glorificare in ogni modo Gesù Cristo che ha glorificato voi, perché riuniti in una stessa obbedienza e sottomessi al vescovo e ai presbiteri siate santificati in ogni cosa. Non vi comanderò come se fossi qualcuno. Se pur sono incatenato nel suo nome, non ancora ho raggiunto la perfezione in Gesù Cristo. Solo ora incomincio a istruirmi e parlo a voi come miei condiscepoli. Bisogna che da voi sia unto di fede, di esortazione, di pazienza e di magnanimità.

Ma poiché la carità non mi lascia tacere con voi, voglio esortarvi a comunicare in armonia con la mente di Dio. E Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, è il pensiero del Padre, come anche i vescovi posti sino ai confini della terra sono nel pensiero di Gesù Cristo.

L’unità dei figli di Dio, bene incommensurabile, è da ricercarsi come il dono più grande, ricevuto da Dio e costruito nella Chiesa. Per vivere in questo dono occorre far capo al vescovo: qui si vede l’impostazione che deve essere costruita dalla Chiesa e per la Chiesa, perché essa sia segno e strumento di costruzione di un mondo futuro. Essa è di natura essenzialmente gerarchica, e quindi si costruisce attorno al vescovo. Ignazio insiste, qui come altrove, sulla stretta connessione che c’è fra il Padre e il Figlio e di conseguenza fra il vescovo e la Chiesa, intesa come corpo di Cristo. Trovandosi incatenato, non ha la pretesa di dover imporre qualcosa, ma è pur consapevole della sua responsabilità come vescovo di dover guidare la sua Chiesa e di responsabilizzare le diverse Chiese a cui si rivolge, indicando comunque le autorità locali come coloro a cui le Chiese devono far riferimento. Emerge così una visione di Chiesa che si vuole sempre più unita in colui che è considerato il capo, e come tale deve comportarsi. A lui Ignazio fa riferimento perché l’unità sia garantita.

Se in poco tempo ho avuto tanta familiarità con il vostro vescovo, che non è umana, ma spirituale, di più vi stimo beati essendo uniti a lui come la Chiesa lo è a Gesù Cristo e Gesù Cristo al Padre perché tutte le cose siano concordi nell’unità. Nessuno s’inganni: chi non è presso l’altare, è privato del pane di Dio. Se la preghiera di uno o di due ha tanta forza, quanto più quella del vescovo e di tutta la Chiesa! Chi non partecipa alla riunione è un orgoglioso e si è giudicato. Sta scritto: «Dio resiste agli orgogliosi». Stiamo attenti a non opporci al vescovo per essere sottomessi a Dio. Quanto più uno vede che il vescovo tace, tanto più lo rispetta. Chiunque il padrone di casa abbia mandato per l’amministrazione della casa bisogna che lo riceviamo come colui che l’ha mandato. Occorre dunque onorare il vescovo come il Signore stesso. Proprio Onesimo loda il vostro ordine in Dio, perché tutti vivete secondo la verità e non si annida eresia alcuna in voi. Non ascoltate nessuno che non vi parli di Gesù Cristo nella verità.

Lo scrivente si appassiona sempre più in presenza di situazioni non facili, per il diffondersi di eresie, ma più ancora nell’indicare la fede viva come il cemento coesivo della Chiesa, che deve sempre crescere. E questa fede è vissuta quando, come indica il suo nome, si diventa portatori di Cristo.

Vi sono alcuni che portano il nome, ma compiono azioni indegne di Dio. Bisogna scansarli come bestie feroci. Sono cani idrofobi che mordono furtivamente. Occorre guardarsene perché sono incurabili. Non c’è che un solo medico, materiale e spirituale, generato e ingenerato, fatto Dio in carne, vita vera nella morte, nato da Maria e da Dio, prima passibile poi impassibile, Gesù Cristo nostro Signore. Nessuno, dunque, vi inganni, come d’altronde non vi fate ingannare, essendo tutti di Dio. Se non vi è nessuna discordia tra voi che vi possa tormentare, allora vivete secondo Dio. Sono la vostra vittima e mi offro in sacrificio per voi Efesini, Chiesa celebrata nei secoli. I carnali non possono fare cose spirituali, né gli spirituali cose carnali, come né la fede le cose dell’infedeltà, né l’infedeltà quelle della fede. Anche quello che fate nella carne è spirituale. Fate tutto in Gesù Cristo. Ho inteso che sono venuti alcuni portando una dottrina malvagia. Voi non li avete lasciati seminare in mezzo a voi, turandovi le orecchie per non ricevere ciò che speravano. Voi siete pietre del tempio del Padre preparate per la costruzione di Dio Padre, elevate con l’argano di Gesù Cristo che è la croce, usando come corda lo Spirito Santo. La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito Santo, in tutto ornati dei precetti di Gesù Cristo. Mi rallegro di essere stato stimato degno delle cose che vi scrivo, per trattenermi con voi e congratularmi perché per una vita diversa non amate che Dio solo.

Un po’ in tutte le lettere compare un linguaggio molto forte nei confronti degli eretici e delle eresie: è il segno che il male sta montando e che diventa preoccupante. Con le espressioni mordaci nei loro confronti egli intende mettere in guardia i cristiani che si lasciano abbindolare da quanti hanno buon gioco per seminare zizzania. Il fenomeno era già presente negli ultimi tempi della presenza degli apostoli, a cui ci si rivolgeva per avere una parola chiarificatrice. Ora, mancando quella generazione, si corre il rischio di non considerare i successori come qualificati a garantire l’unità. Ecco perché Ignazio insiste su questo tema: ed è interessante che alle dottrine inaffidabili egli contrapponga il richiamo allo Spirito. Va rilevato inoltre il fatto che l’autore di queste lettere ricorre spesso a belle immagini per spiegare in modo efficace che cosa voglia dire: è il segno di una grande maestria acquisita sul campo, riconoscendo che è necessario impiegare un linguaggio facile e nel contempo adeguato a chiarire concetti piuttosto impegnativi. 

                     LETTERA AI MAGNESIACI

La presenza a Smirne di Ignazio nel suo viaggio verso Roma spinge i vescovi delle città vicine ad Efeso, Magnesia sul Meandro e Tralli, a far visita al confratello; e costui scrive lettere per le comunità. In questa lettera va segnalato il richiamo che Ignazio fa circa il giorno del Signore. Bisogna ricordare che i primi cristiani continuavano a seguire il culto ebraico, almeno in parte, trovandosi nella sinagoga il sabato per la lettura dei testi; ma la convivenza non era sempre tranquilla, come viene documentato a proposito di Paolo, contestato nelle sue prese di posizione (Atti 13,44-51). Per questo i cristiani si trovavano nelle case per continuare la preghiera con la “memoria eucaristica”, la quale si prolungava dalla sera del sabato a tutta la notte, per consentire poi al mattino di cominciare la settimana con la ripresa del lavoro (Atti 20,7-12). Già nella fase successiva a quella apostolica, forse anche per la rottura con il mondo ebraico in seguito alla dispersione dopo il 70, i cristiani si riuniscono la domenica e non più il sabato. Come attesta qui Ignazio.

Non fatevi ingannare da dottrine eterodosse né da antiche favole che sono inutili; se viviamo ancora secondo la legge ammettiamo di non aver ricevuto la grazia. I santi profeti vissero secondo Gesù Cristo. Per questo furono perseguitati poiché erano ispirati dalla sua grazia a rendere convinti gli increduli che c’è un solo Dio che si è manifestato per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio, che è il suo verbo uscito dal silenzio e che in ogni cosa è stato di compiacimento a Lui che lo ha mandato. Dunque, quelli che erano per le antiche cose sono arrivati alla nuova speranza e non osservano più il sabato, ma vivono secondo la domenica, in cui è sorta la nostra vita per mezzo di Lui e della sua morte che alcuni negano. Mistero dal quale, invece, abbiamo avuto la fede e nel quale perseveriamo per essere discepoli di Gesù Cristo il solo nostro maestro. Come noi possiamo vivere senza di Lui se anche i profeti quali discepoli nello spirito lo aspettavano come maestro? Per questo, quello che attendevamo giustamente, venendo, li risuscitò dai morti.

LETTERA AI TRALLIANI

Si potrebbe dire che molti temi delle lettere si ripetono e anche in questa si insiste sull’unità e sulla lotta alle eresie. Qui Ignazio riconosce la bravura del vescovo locale nel sostenere la fede dei suoi cristiani. Ed ora egli la ribadisce, come fa altrove, mettendo al centro il Cristo …

Gli elementi fondamentali della fede che riguardano la persona di Gesù sono espressi nei modi che poi si ritrovano nelle formule pervenute fino ai nostri giorni.

So che avete un animo irreprensibile e imperturbabile nella pazienza non per abitudine ma per natura. Me lo ha detto il vostro vescovo Polibio, che per volontà di Dio e di Gesù Cristo è venuto a Smirne ed ha gioito tanto con me incatenato in Gesù Cristo, che io vedo in lui tutta la vostra comunità. Avendo dunque ricevuto per mezzo suo la benevolenza nel Signore, l’ho glorificato, avendo constatato, come sapevo, che siete imitatori di Dio. (…) Siate sordi se qualcuno vi parla senza Gesù Cristo, della stirpe di David, figlio di Maria, che realmente nacque, mangiò e bevve. Egli realmente fu perseguitato sotto Ponzio, realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi. Egli realmente risuscitò dai morti poiché lo risuscitò il Padre suo e similmente il Padre suo risusciterà in Gesù Cristo anche noi che crediamo in Lui, e senza di Lui non abbiamo la vera vita.

LETTERA AI ROMANI

Qui siamo in presenza di uno dei testi più importanti tra le lettere che ci sono conservate di Ignazio. Nella considerazione che il vescovo ha di Roma si legge l’ammirazione che egli coltiva per la Chiesa ritenuta madre. Qui più che altrove egli parla del suo martirio, dichiarandosi pronto ad affrontarlo: e addirittura avanza la richiesta che i cristiani locali non intervengano in suo favore per fargli evitare ciò che lui si appresta a vivere come un sacrificio, un’offerta a Dio: ne parla con accenti poetici, in alcuni tratti, avendo piena consapevolezza che egli sta vivendo la medesima passione di Cristo, quella che lui trova presente nell’Eucaristia: così egli vuole essere un pane come Gesù, e, per divenirlo, immagina di venire triturato dai denti dei leoni: è la più alta rappresentazione del valore che ha l’eucarestia nel vivere del cristiano con la sua assimilazione all’offerta che Cristo fa al Padre. Ignazio vive il suo martirio come un’eucaristia; e altrettanto vive l’eucaristia come una offerta di sé: la dottrina si fa vita vissuta! La lettera assume una notevole importanza perché già si fa strada la concezione della Chiesa di Roma con la presidenza da esercitare per dare unità al Corpo di Cristo che è la Chiesa universale. Non siamo ancora al primato petrino, anche perché non si cita il vescovo di Roma, ma si esalta la Chiesa romana nel suo insieme.

Ad essa Ignazio si rivolge, perché i fedeli esprimano un’autentica carità nei suoi confronti, permettendo che il suo martirio si realizzi e senza mai impedire quello che per lui è il suo sacrificio. Stupiscono le parole che egli usa perché rivela di possedere un animo coraggioso con gli accenti più belli nel pregustare un martirio che sa imminente e a cui non vuole affatto sottrarsi.

Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo comandamento piene della grazia di Dio in forma salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo, Dio nostro. Dopo aver pregato Dio ho potuto vedere i vostri santi volti ed ottenere più di quanto avevo chiesto. Incatenato in Gesù Cristo spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia degno sino alla fine. L’inizio è facile a compiersi, ma vorrei ottenere la mia eredità sen-za ostacoli. Temo però che il vostro amore mi sia nocivo. A voi è facile fare ciò che volete, a me è difficile raggiungere Dio se non mi risparmiate. Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio come siete accetti. Io non avrò più un’occasione come questa di raggiungere Dio, né voi, pur a tacere, avreste a sottoscrivere un’opera migliore. Se voi tacerete per me, io diventerò di Dio, se amate la mia carne di nuovo sarò a correre. Non procuratemi di più che essere immolato a Dio, sino a quando è pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo, poiché Iddio si è degnato che il vescovo di Siria, si sia trovato qui facendolo venire dall’oriente all’occidente. È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in lui. Non avete mai insediato nessuno, avete insegnato agli altri. Desidero che resti fermo ciò che avete insegnato. Per me chiedete solo la forza interiore ed esteriore, perché non solo parli, ma anche voglia, perché non solo mi dica cristiano, ma lo sia realmente. Se io lo sono potrei anche essere chiamato e allora essere fedele quando non apparirò al mondo. Niente di ciò che è visibile è buono. Dio nostro Signore Gesù Cristo essendo nel Padre si riconosce maggiormente. Non è opera di persuasione ma di grandezza il cristianesimo, quando è odiato dal mondo. Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna.

Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi, io, tuttora, uno schiavo. Ma se soffro sarò affrancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla. Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati. Beneficati diventano peggiori. Per le loro malvagità mi alleno di più «ma non per questo sono giustificato». Potessi gioire delle bestie per me preparate e m’auguro che mi si avventino subito. Le alletterò perché presto mi divorino e non succeda, come per alcuni, che intimorite non li toccarono. Se incerte non volessero, le costringerò. Perdonatemi, so quello che mi conviene. Ora incomincio ad essere un discepolo. Nulla di visibile e di invisibile abbia invidia perché io raggiungo Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo. Nulla mi gioverebbero le lusinghe del mondo e tutti i regni di questo secolo. È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra. Cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi. Il mio rinascere è vicino. Perdonatemi, fratelli. Non impedite che io viva, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo né seducete con la materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che riceva la luce pura; là giunto sarò uomo. Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio. Se qualcuno l’ha in sé, comprenda quanto desidero e mi compatisca conoscendo ciò che mi opprime. Il principe di questo mondo vuole rovinare e distruggere il mio proposito verso Dio. Nessuno di voi qui presenti lo assecondi. Siate piuttosto per me, cioè di Dio. Non parlate di Gesù Cristo, mentre desiderate il mondo. Non ci sia in voi gelosia. Anche se vicino a voi vi supplico non ubbiditemi. Obbedite a quanto vi scrivo. Vivendo vi scrivo che bramo di morire. La mia passione umana è stata crocifissa, e non è in me un fuoco materiale. Un’acqua viva mi parla dentro e mi dice: qui al Padre. Non mi attirano il nutrimento della corruzione e i piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David e come bevanda il suo sangue che è l’amore incorruttibile.

Non voglio più vivere secondo gli uomini. Questo sarà se voi lo volete. Vogliatelo perché anche voi potreste essere voluti da Lui. Ve lo chiedo con poche parole. Credetemi, Gesù Cristo vi farà vedere che io parlo sinceramente; egli è la bocca infallibile con la quale il Padre ha veramente parlato. Chiedete per me che lo raggiunga. Non ho scritto secondo la carne, ma secondo la mente di Dio. Se soffro mi avete amato, se sono ricusato, mi avete odiato. Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria che in mia vece ha Dio per pastore. Solo Gesù Cristo sorveglierà su di essa e la vostra carità. Io mi vergogno di essere annoverato tra i suoi, non ne sono degno perché sono l’ultimo di loro e un aborto. Ma ho avuto la misericordia di essere qualcuno, se raggiungo Dio. Il mio spirito vi saluta e la carità delle Chiese che mi hanno accolto nel nome di Gesù Cristo e non come un viandante. Infatti, pur non trovandosi sulla mia strada fisicamente mi hanno preceduto di città in città. Questo vi scrivo da Smirne per mezzo dei beatissimi efesini. Con me tra molti altri vi è Croco, nome a me caro. Credo che voi conoscerete coloro che mi hanno preceduto dalla Siria a Roma nella gloria di Dio. Avvertiteli che sono vicino. Tutti sono degni di Dio e di voi: è bene che li confortiate in ogni cosa. Vi scrivo nove giorni prima delle calende di settembre. Siate forti sino alla fine nell’attesa di Gesù Cristo.

È un testo di notevole bellezza, anche ad insistere sul tema del suo martirio, che si prospetta cruento e crudele: viene presentato con accenti che fanno diventare Ignazio un vero eroe, senza che egli voglia mettere in mostra la sua persona. C’è in lui la consapevolezza che proprio con un martirio simile egli diventa in tutto simile al Maestro che ha proposto la sua gloria nella morte di croce.

LETTERA A POLICARPO

Esce dal gruppo delle lettere indirizzate alle comunità locali, perché qui Ignazio si rivolge personalmente al vescovo di Smirne, Policarpo: è suo amico, come si ricava dalla lettera, e probabilmente viene dalla cerchia dei discepoli di Giovanni, l’evangelista. Diversamente da Ignazio, costui vive una lunga esistenza tutta spesa alla causa del vangelo; e però anche lui conclude all’età di 86 anni con il martirio sul rogo. Questa breve lettera serve a testimoniare come vi fosse fraternità tra i vescovi e quel genere di comunicazione che permette di custodire il bene prezioso dell’unità della Chiesa, pur con situazioni molto particolari, che rischiavano di veder trionfare la dispersione in un momento molto delicato di passaggio.

A leggere il poco che ci è pervenuto di questo periodo, si riscontra un grande fervore comunicativo fra i vari vescovi, e sempre la preoccupazione per la salvaguardia dell’unità non solo dottrinale.

Ignazio, Teoforo, a Policarpo vescovo della Chiesa di Smirne, o meglio, che ha per vescovo Dio Padre e il Signore nostro Gesù Cristo, molta gioia. Lodo la tua pietà in Dio, fondata su una roccia incrollabile, e rendo la massima gloria (al Signore), perché sono stato fatto degno del tuo volto irreprensibile. Potessi goderne in Dio. Ti esorto nella carità che hai a proseguire nel tuo cammino e ad incitare tutti a salvarsi. Dimostra la rettitudine del tuo posto con ogni cura nella carne e nello spirito. Preòccupati dell’unità di cui nulla è più bello. Sopporta tutti, come il Signore sopporta anche te; sostieni tutti nella carità, come già fai. Cura le preghiere che non si interrompano; chiedi una saggezza maggiore di quella che hai; veglia possedendo uno spirito insonne. Parla a ciascuno nel modo conforme a Dio. Sostieni come perfetto atleta le infermità di tutti. Dove maggiore è la fatica, più è il guadagno. Se ami i discepoli buoni, non hai merito; piuttosto devi vincere con la bontà i più riottosi. Non si cura ogni ferita con uno stesso impiastro. Calma le esacerbazioni (della malattia) con bevande infuse. In ogni cosa sii prudente come un serpente e semplice come la colomba. Per questo sei di carne e di spirito, perché tratti con amabilità quanto appare al tuo sguardo; per ciò che è invisibile prega che ti sia rivelato, perché non manchi di nulla e abbondi di ogni grazia. Il tempo presente esige che tu tenda a Dio, come i naviganti invocano i venti e coloro che sono sbattuti dalla tempesta il porto. Come atleta di Dio sii sobrio; il premio è l’immortalità, la vita eterna in cui tu credi. In tutto sono per te una ricompensa io e le mie catene che tu hai amate. Non ti abbattano coloro che sembrano degni di fede e insegna-no l’errore. Sta’ fermo come l’incudine sotto i colpi. E’ proprio del grande atleta incassare i colpi e vincere. Dobbiamo sopportare ogni cosa per amore di Dio, perché anche lui ci sopporti. Sii più zelante di quello che sei. Discerni i tempi. Aspetta chi è al di sopra del tempo, atemporale, invisibile, per noi (fattosi) visibile, impalpabile, impassibile, per noi (divenuto) passibile, e sopportò ogni cosa. Non siano trascurate le vedove; dopo il Signore sei tu la loro guida. Nulla avvenga senza il tuo parere e tu nulla fare senza Dio, come già fai. Sii forte. Le adunanze siano molto frequenti. Invita tutti per nome. Non disprezzare gli schiavi e le schiave; ma essi non si gonfino, e si sottomettano di più per la gloria di Dio, perché ottengano da lui una libertà migliore.

Non cerchino di farsi liberare dalla comunità per non essere schiavi del desiderio. Fuggi i mestieri vietati e di più predica contro di essi. Raccomanda alle mie sorelle di amare il Signore e di sostenere i mariti nella carne e nello spirito. Così esorta anche i miei fratelli, nel nome di Gesù Cristo, ad amare le spose come il Signore la Chiesa. Se qualcuno può rimanere nella castità a gloria della carne del Signore, vi rimanga con umiltà. Se se ne vanta è perduto, e se si ritiene più del vescovo si è distrutto. Conviene agli sposi e alle spose di stringere l’unione con il consenso del vescovo, perché le loro nozze avvengano secondo il Signore e non secondo la concupiscenza. Ogni cosa si faccia per l’onore di Dio.

I vari richiami che riscontriamo qui, si comprendono se pensiamo che Policarpo è relativamente ancora giovane rispetto a Ignazio, e perciò costui lo incoraggia a proseguire il lavoro, come se gli lasciasse l’eredità …

S. POLICARPO

ICONA DI S. POLICARPO

Anche Policarpo è una bella figura di questo periodo di passaggio: egli si presenta come discepolo ed erede dell’apostolo Giovanni. Per questa sua familiarità diventa una figura di riferimento nelle Chiese d’Asia ed è nominato vescovo di Smirne. Nel 107 accoglie qui Ignazio nel suo viaggio verso Roma e il martirio. In seguito curò la raccolta e la diffusione delle sue lettere nelle varie Chiese: e lui stesso si cimenta allo stesso modo con una lettera ai Filippesi che si è conservata fino a noi.

Policarpo scrisse una lettera ai Filippesi, esortandoli a servire Dio nel timore, a credere in lui, a sperare nella resurrezione, a camminare nella via della giustizia, avendo sempre innanzi agli occhi l’esempio dei gloriosi martiri e principalmente di Ignazio, di cui egli univa le lettere in suo possesso.

Sul finire della vita fu a Roma per trattare con Papa Aniceto (155-166) diverse questioni, in modo particolare la questione della data della Pasqua, senza riuscire a trovare un accordo: gli orientali la celebravano come gli Ebrei il 14 di Nisan (in aprile), non necessariamente di domenica, e gli occidentali la domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Non per questo ci fu disunione. Appena ritornato da Roma a Smirne, Policarpo subì il martirio, e precisamente il 23 febbraio dell’anno 155, verso le due del pomeriggio. I particolari della sua gloriosa fine ci sono dati dal Martyrium Polycarpi.

Dalla “Lettera della Chiesa di Smirne sul martirio di san Policarpo”.

Portato davanti al proconsole, questi gli chiese se fosse Policarpo. Egli annuì e il proconsole cercò di persuaderlo a rinnegare dicendo: “Pensa alla tua età” e le altre cose di conseguenza come si usa: “Giura per la fortuna di Cesare, cambia pensiero e di’: Abbasso gli atei!”. Policarpo, invece, con volto severo guardò per lo stadio tutta la folla dei pagani, tese verso di essa la mano, sospirò e guardando il cielo disse: “Abbasso gli atei!”. Il capo della polizia insistendo disse: “Giura e io ti libero. Maledici il Cristo”. Policarpo rispose: “Da ottantasei anni lo servo, e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio re che mi ha salvato?”(…) Quando il rogo fu pronto, Policarpo si spogliò di tutte le vesti e, sciolta la cintura, tentava di togliersi i calzari, cosa che prima non faceva, perché sempre tutti i fedeli andavano a gara a chi più celermente riuscisse a toccare il suo corpo. Anche prima del martirio era stato trattato con ogni rispetto, per i suoi santi costumi. Subito fu circondato di tutti gli strumenti che erano stati preparati per il suo rogo. Ma quando stavano per configgerlo con i chiodi, disse: “Lasciatemi così: perché colui che mi dà la grazia di sopportare il fuoco mi concederà anche di rimanere immobile sul rogo senza la vostra precauzione dei chiodi”. Quelli allora non lo confissero con i chiodi ma lo legarono. Egli dunque, con le mani dietro la schiena e legato, come un bell’ariete scelto da un gregge numeroso, quale vittima, accetta a Dio, preparata per il sacrificio, levando gli occhi al cielo disse: “Signore, Dio onnipotente, Padre del tuo diletto e benedetto Figlio Gesù Cristo, per mezzo del quale ti abbiamo conosciuto; Dio degli angeli e delle Virtù, di ogni creatura e di tutta la stirpe dei giusti che vivono al tuo cospetto: io ti benedico perché mi hai stimato degno in questo giorno e in quest’ora di partecipare, con tutti i martiri, al calice del tuo Cristo, per la risurrezione dell’anima e del corpo nella vita eterna, nell’incorruttibilità per mezzo dello Spirito Santo.

Possa io oggi essere accolto con essi al tuo cospetto quale sacrificio ricco e gradito, così come tu, Dio senza inganno e verace, lo hai preparato e me lo hai fatto vedere in anticipo e ora l’hai adempiuto. Per questo e per tutte le cose io ti lodo, ti benedico, ti glorifico insieme con l’eterno e celeste sacerdote Gesù Cristo, tuo diletto Figlio, per mezzo del quale a te e allo Spirito Santo sia gloria ora e nei secoli futuri. Amen”. Dopo che ebbe pronunciato l’Amen e finito di pregare, gli addetti al rogo accesero il fuoco. Levatasi una grande fiammata, noi, a cui fu dato di scorgerlo perfettamente, vedemmo allora un miracolo e siamo stati conservati in vita per annunciare agli altri le cose che accaddero. Il fuoco si dispose a forma di arco a volta, come la vela di una nave gonfiata dal vento, e avvolse il corpo del martire come una parete. Il corpo stava al centro di essa, ma non sembrava carne che bruciasse, bensì pane cotto oppure oro e argento reso incandescente. E noi sentimmo tanta soavità di profumo, come d’incenso o di qualche altro aroma prezioso.

CONCLUSIONE

Queste due figure, e soprattutto i loro scritti, rappresentano l’anello di congiunzione che garantisce la continuità della Chiesa con le sue radici apostoliche: si può dire che la Tradizione abbia inizio qui, e a questa fase si deve richiamare per essere riconosciuta, ancora oggi, come essenziale al percorso che la Chiesa continua a fare nella storia. L’entusiasmo che si riscontra e soprattutto il chiaro riferimento alla figura di Gesù, da scoprire anche nei capi della Chiesa, purché vivano essi pure in comunione con lo Spirito, sono i dati più significativi da far emergere nel richiamare la Tradizione: qui la fede è avvertita soprattutto come piena comunione con il Signore, che i due martiri sentono nelle loro stesse fibre, perché essi vivono nello Spirito la medesima passione, e sentono che essa trasmette lo spirito vitale a coloro che seguono. La fede deve conservarsi, non già solo come dottrina, ma soprattutto come esperienza di vita, nella misura in cui essa viene riconosciuta nella persona e in ciò che le persone stesse vivono. Il fatto, poi, che lo strumento individuato per la comunicazione è quello delle lettere indica modalità concrete per mezzo delle quali può passare, con la parola, lo spirito vivo e vero di persone effettivamente credibili, e come tali degne di considerazione e di una memoria che dura e che cresce nel tempo. E come loro, ben altro e ben altri si succedono nella storia della Chiesa come figure di riferimento da conoscere e da far conoscere.