DANTE-DÌ 2021

25 MARZO 2021

Il 25 marzo, festa dell’Incarnazione, perché siamo esattamente a 9 mesi di distanza dal Natale, è sempre stato nel calendario cristiano un giorno molto significativo, assommando in sé i grandi misteri della fede cristiana: soprattutto nel Medioevo qui si collocava la data dell’inizio del mondo, della Creazione, in quanto il rinnova-mento primaverile, legato all’equinozio e nello stesso tempo al plenilunio in corso, fa pensare che qui sia iniziato il ciclo naturale e qui venga continuamente ripreso ogni anno. Proprio nella medesima circostanza viene collocato l’inizio della vita umana del Redentore, che viene concepito all’annuncio dell’angelo nell’utero di Maria. Lo stesso ciclo vitale viene ripreso con la Redenzione, collocata nella medesima data, perché la Pasqua ebraica, che ricorda l’uscita dall’Egitto e il passaggio del Mar Rosso viene collocata in occasione del plenilunio di primavera, così come è rimasta legata ad esso anche nell’ambito cristiano.

Eppure sui calendari liturgici medievali, ancora presenti nei messali manoscritti dell’epoca, indipendentemente dal fatto che la Pasqua cristiana debba essere celebrata di domenica, si indicava il 25 marzo come il giorno delle Redenzione con la morte del Signore.

Proprio per la concomitanza nello stesso giorno dei misteri principali della fede cristiana, Dante aveva collocato idealmente il suo “fantastico” viaggio nell’oltretomba nel Triduo pasquale dell’anno 1300, tra il 25 e il 27 marzo. Ritrovatosi “nella selva oscura, ché la diritta via era smarrita”, deve scendere nell’Inferno nel giorno della morte del Salvatore; deve passare nel Purgatorio il giorno della presenza di Cristo agli Inferi con la sepoltura, e ne esce illuminato dalla luce celestiale del Paradiso il giorno della Risurrezione. Il 1300 è l’anno del Giubileo della “gran perdonanza”, presentandosi esso con i numeri simbolici che richiamano l’Unità e la Trinità di Dio, perché dentro questo mistero l’uomo viva il suo passaggio redentivo. Ciò che succede per Dante, “nel mezzo del cammin di nostra vita”, succede pure per ogni uomo, che è condotto dalla ragione, rappresentata da Virgilio, e dalla fede, rappresentata da Beatrice, a “riveder le stelle”, (Inferno, XXXIV, 139) uscendo dall’Inferno, “puro e disposto a salire a le stelle” (Purgatorio, XXXIII, 145), salito sulla montagna del Purgatorio, così da contemplare e godere “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, 145), quando arriva alla sommità del cielo a godere per sempre Dio. Qui dunque si compie il mistero di Dio e nel contempo il vivere dell’uomo …

LA SUPPLICA ALLA VERGINE

All’apertura dell’ultimo canto del Paradiso si eleva una magnifica preghiera alla Vergine, messa in bocca a S. Bernardo da Dante. Il santo è conosciuto come il cantore di Maria per le stupende omelie e preghiere che ha disseminato nelle sue opere. È una preghiera che il mistico abate medievale innalza a Maria perché Dante, rappresentante di ogni uomo, possa elevarsi a Dio, non senza la grazia che giunge all’uomo per l’intercessione di Maria. C’è tutta l’ammirazione e, insieme, si esprime la devozione con la quale l’animo si eleva a colei che è qui descritta nelle diverse “antinomie” come una creatura impareggiabile, come il prodigio scaturito dalla mente e dal cuore di Dio, vertice vertiginoso di ciò che il Creatore ha fatto, compia-cendosi poi di essere “fatto” lui stesso in lei. La preghiera si snoda in sette terzine (anche se poi continua con la parte dedicata alla supplica particolare per Dante che deve entrare al sommo del Paradiso). Queste distribuiscono l’orazione in tre momenti: le prime tre terzine sono una esaltazione di Maria, la più bella fra le creature di Dio e nel contempo la creatura umana che diventa la terra accogliente perché possa spuntare il fiore di Dio nella valle desolata. La terzina successiva, il cuore della preghiera, dice che lei è pure il punto di incontro fra i beati e quanti sono ancora nell’esilio terreno, come fiaccola di carità per i primi e fontana di speranza per i secondi. La supplica si esprime poi nelle ultime terzine con il riconoscimento che solo da lei ci può essere la garanzia perché la preghiera arrivi a Dio e la grazia di Dio raggiunga la debolezza umana. E così la preghiera con lei può avere le ali per raggiungere Dio, come da lei possono passare all’uomo la misericordia, la pietà e la bontà stessa di Dio, di cui lei è ricolma e che da lei si riversa pienamente in ogni creatura. Questa “è la preghiera di tutti, perenne, rivolta a colei che l’etterno consiglio aveva destinato appunto, con la sua divina maternità, a essere il tramite attraverso cui il divino si umanizza e l’umano, salvandosi, sale al divino. Rivolgendosi a tale Donna, il linguaggio non poteva non essere alto … Maria è colei a cui “ogni loquela serba i più bei nomi” come dirà un altro poeta, il Manzoni …”. E qui, se è grande colei che viene celebrata, pur nella sua umiltà di creatura, è pure grande, nella sua devota ammirazione, Dante che si fa interprete di tutti, mentre lo interpreta S. Bernardo elevando queste sublimi espressioni di filiale e commossa supplica, che viene dal cuore e che tocca profondamente il cuore. Ci sentiamo tutti toccati e coinvolti in una preghiera nient’affatto retorica e davvero molto cristiana e molto umana …

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile ed alta più che creatura,

termine fisso d’eterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che il suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra i mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disianza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

PARADISO XXXIII, 1-21

IL MISTERO DELL’INCARNAZIONE

In quella bella preghiera mariana noi troviamo anche l’accenno a quel mistero che occupa in modo particolare questo giorno, legato al Natale, perché ne prepara il compimento, e nello stesso tempo chiaramente orientato alla Pasqua, perché la correlazione con l’inizio della stagione primaverile, fa pensare al risveglio, alla rinascita, a una vera risurrezione. Il mistero, cioè l’evento tutto interiore e sul quale l’uomo non ha parole sufficienti ad esplorarlo e a comprenderlo, si compie nel “ventre” di Maria, espressione con la quale si definisce l’interiorità fisica (ma non solo), che fa avvertire la totale partecipazione di questa donna all’azione di Dio: la passione che ha Dio per l’uomo diventa passione di questa donna tutta di Dio. In effetti il poeta coglie in quel “luogo”, il ventre della donna, “umile e alta più che creatura” la presenza dell’amore di Dio, divenuto persona, un amore che si riaccende per l’uomo, nel momento in cui la vita umana si accende. E questo avviene grazie al calore proveniente da colei che diventa il terreno fecondo, perché il fiore possa spuntare dal seme, tutto divino, che vi è entrato. Il fiore è indubbiamente Gesù, che tuttavia, nella preghiera più popolare rivolta a Maria, è già divenuto “il frutto delle viscere materne”. Ma, per il momento e il luogo in cui ci troviamo con la supplica di S. Bernardo, questo fiore è la rosa dell’empireo, il cuore del Paradiso: qui si rivela nella Trinità il grande mistero dell’Incarnazione, la più alta manifestazione dell’uscita verso l’umanità da parte di Dio, e il più grande evento che l’umanità possa esprimere per iniziare a risalire a Dio. qui, nell’incontrarsi di Dio con l’uomo e dell’uomo in Dio, Dante, che rappresenta l’intera umanità, può trovare il suo compimento, la sua piena realizzazione. Perciò se l’evento dell’Incarnazione ci rivela Dio nella carne umana, ora, con la Redenzione, che permette all’uomo di “indiarsi”, secondo l’espressione dantesca (cioè di trovarsi completamente inserito in Dio), Dante può vedere la propria umanità realizzata, glorificata, ormai nella piena beatitudi-ne, come in uno specchio, nella medesima Incarnazione, cioè in Gesù in-serito nella Trinità con la sua carne, che ora è finalmente sanata e santa. È una visione da capogiro! E Dante non trova più parole per cercare di illustrare un mistero, che è tale proprio perché le parole umane sono sempre insufficienti. Ma l’unica Parola, quella che veramente conta, non solo è stata pronunciata, ma si è fatta carne, prendendo le fattezze di un uomo, nel quale ciascuno di noi può rispecchiarsi e può trovare il suo modello di riferimento, per avere vita e averla in abbondanza!

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