ECCO L’UOMO SEMPRE VIVO NELLA PASSIONE

PASQUA 2022

LA PASSIONE DELL’UOMO

E’ LA PASSIONE DI CRISTO

COME GESU’ VIVE LA PASSIONE

La Passione di Gesù non finisce mai, anche quando finisce il suo soffrire fisico. La passione che deve animare il vivere umano non finisce mai, anche quando il singolo muore, e, a quel punto, non soffre più. Si trasmette invece quella forma del patire che deve essere l’anima di ciascuno nella sua esistenza, non perché dobbiamo soffrire – bisogna sempre combattere con tutte le forze il dolore che attacca il nostro essere e lo consuma! – ma perché non devono venir meno l’impegno e la responsabilità. Col tempo abbiamo affievolito quel genere di “passione” che dovrebbe accompagnare sempre il nostro vivere, sapendo che in ogni circostanza siamo chiamati a dare “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente”: dovunque, sempre, con tutti, dobbiamo metterci tutto di noi stessi, dobbiamo “giocare” le nostre risorse umane, dobbiamo impegnare quanto di meglio abbiamo e di meglio noi siamo. Se viene a mancare questa passione, e ogni cosa viene fatta senza più quel genere di entusiasmo che ci fa anche patire, non passa, a chi ci segue, un vivere che sia degno di essere vissuto. E così in quel “male di vivere” che diventa noia, stanchezza, adattamento al “particulare” si trascina l’esistenza che non si qualifica mai. Magari “non facciamo niente di male”, ma non c’è neppure la ricerca di qualcosa di meglio, che – se ci pensiamo – deriva dalla passione che abbiamo e che ci mettiamo. Guai se manca la passione, quella che si esercita come entusiasmo, impegno, generosità, anche se c’è di mezzo una malattia, se c’è da far fronte al male in ogni sua manifestazione. Senza l’esercizio della passione vera, in presenza di un momento doloroso e difficile, facciamo fatica a far fronte al male, non siamo in grado di tener testa ad un problema che si fa pesante e aggrovigliato. Se la passione viene vissuta sempre, nelle ore prospere come in quelle avverse, essa permetterà di far fronte al male, anche ad aver la sensazione di esserne talmente travolti da venirne schiacciati. La passione, che ha vissuto Gesù in ogni momento, ha permesso a lui di essere il vero protagonista della scena, anche nelle ore drammatiche in cui sembrava fosse travolto da una serie di avvenimenti che apparivano imprevisti e imprevedibili. Ma lui in quei frangenti ha continuato ad amare, a servire, a rendersi disponibile, a comunicare il meglio di sé e sempre vivendo la passione. Noi ci siamo soffermati a considerare il lato visibile delle sue sofferenze fisiche, pensando che fosse questo il suo patire, quello che lui voleva indicarci. Gesù voleva invece offrire l’esempio di chi, anche ad essere bersaglio di violenze inaudite, non viene meno alla sua passione, quella che lo fa amare sempre, “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente”, proprio come ama Dio e come Dio vuol essere amato da parte nostra. Il risvolto delle sofferenze fisiche, delle violenze che si sono accanite su di lui, non è da sottacere; e tuttavia non deriva di qui la passione che il Signore vuole considerare per noi e vuole proporre a noi come insegnamento. Proprio perché si tratta di un “mistero”, dentro quel fatto drammatico, dobbiamo leggere più in profondità l’impegno con il quale Gesù affronta quella situazione, insegnando all’uomo a fare altrettanto, e quindi non propriamente a soffrire, ma a vivere, dentro anche tanto dolore, l’impegno per superare il patire con l’amore che si dona.

COME L’UOMO VIVE OGGI LA PASSIONE

Questa proposta va considerata proprio sullo sfondo delle situazioni di disagio e di sofferenza, che si sono accumulate in questi anni e che ora sembrano assommarsi in una valanga dirompente e travolgente. Anche solo a considerare questo scorcio di nuovo millennio, abbiamo conosciuto un susseguirsi di crisi che ha lasciato dietro di esse morti e devastazioni. Siamo divenuti bersaglio del terrorismo internazionale che ha fatto scatenare la guerra contro i “santuari” di gruppi armati: per i tanti morti nei diversi attentati compiuti nel nostro Occidente, l’Occidente ha risposto con altri morti fra la gente civile nei paesi considerati “canaglia”. Sono scoppiate guerre locali, che hanno fatto sorgere la “terza guerra mondiale a pezzi”: morti e profughi a migliaia senza mai riuscire ad arrivare ad una intesa che possa dare sicurezza per il futuro; anzi, nell’impotenza dell’ONU e di altre organizzazioni, abbiamo assistito a tentativi di pulizie etniche. Non sono mancate malattie epidemiche disseminate un po’ ovunque fino all’ultima, non ancora del tutto debellata. Non sono mancate le crisi economiche che hanno ulteriormente divaricato le distanze fra ricchi e arricchiti e la massa sempre più ampia di poveri e di impoveriti. Evidentemente tutto questo impone una visione diversa rispetto agli schemi elaborati e attuati negli scorsi decenni, ma più ancora che si costruisca, non una logica di contrapposizione, ma un percorso che veda i diversi raggruppamenti umani convergere in un disegno di integrazione e non di assimilazione. Non per nulla la crisi attuale ha rivelato l’impotenza di quella istituzione che avrebbe dovuto mantenere e costruire la pace: l’ONU va evidentemente rifondata, ma più ancora va chiarito che le varie crisi “umanitarie”, devono mettere al centro la persona, le singole persone, per la cui realizzazione tutte le istituzioni sono a servizio. Ogni sistema di aggregazione sociale deve considerare la persona umana come il bene principale, quello per cui, secondo la visione evangelica, Dio si è messo a disposizione e lo ha fatto con la sua passione, quella vissuta dal Figlio di Dio, non solo nel momento culminante del suo sacrificio. 

La passione per l’uomo deve dunque diventare l’obiettivo da perseguire, mentre dobbiamo constatare che ancora si fanno patire le persone, perché ci sono, prima e più di queste, altri obiettivi.

NELLA PASSIONE EVANGELICA VIENE MOSTRATO L’UOMO

Nella Pasqua cristiana viene sempre presentato l’Uomo: è colui che pende dalla croce, colui che è messo nel sepolcro, colui che, risorto, si aggira in cerca dei suoi amici perché lo vedano, lo tocchino, lo riconoscano. In quella sua umanità egli si rivela Figlio di Dio e ci rivela Dio. Succede così anche a Natale, quando non c’è altra indicazione data ai pastori circa il Salvatore, se non un bambino avvolto in fasce, quasi a ricordarci l’essenziale da riscoprire, che, forse, anche in certe considerazioni di natura religiosa, abbiamo perso di vista. Nella lettura dei testi evangelici della Passione i momenti culminanti sono quelli in cui si dichiara la vera natura di colui che è sottoposto al giudizio degli uomini e che non viene riconosciuto per quello che veramente è. Il Vangelo, con espressioni significative, cerca di andare oltre quanto succede nella cronaca di quelle ore drammatiche, e fa risaltare la persona, che, pur condannata, pur colpita con le percosse, pur torturata con i flagelli, pur devastata nello sfinimento, appare sempre nella grandezza della sua fisionomia umana. Anche se non ha più quelle sembianze, tanto è abbruttito dalle violenze, di lui si dà sempre questa immagine: “Ecco l’uomo!”. E questa immagine dobbiamo imparare a vedere nei tanti uomini e nelle tante donne che ancora si vorrebbero abbruttire e che invece, soprattutto se si fa loro tanto male, devono essere sempre riconosciute per ciò che sono e per ciò che hanno di essenziale.

Quando Gesù è sottoposto al giudizio del Sinedrio, dichiara pubblicamente chi egli è: il Figlio dell’Uomo. Proprio per questo viene condannato.

Matteo 26,63-64

Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».

Marco 14,61-62

Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».

Bastano queste due testimonianze per dire che se i capi volevano a tutti i costi la confessione, definendosi Figlio di Dio, Gesù risponde con la citazione di Daniele, il quale in realtà riconosce nel Messia venturo la fisionomia umana, quella che lo fa essere “Figlio dell’uomo”. Ovviamente questo figlio d’uomo, e dunque “uomo”, per il fatto che è seduto alla destra della Potenza, ha pure in sé la natura divina.

Non di meno succede davanti all’autorità politica romana, come se, oltre alla condanna di tipo religioso, si dovesse dare spazio alla condanna di natura politica, quella che lo porta al patibolo perché ha voluto farsi re. Pilato dovrà trovare in questo l’appiglio per giustificare la sua condanna, come appare nel testo di Giovanni, dove però Pilato fa pure una dichiarazione con la quale noi possiamo dire che qui viene sempre messo al centro un uomo, anzi colui che viene definito “l’uomo”, come se divenisse qui il prototipo, colui che rappresenta ogni uomo.

Giovanni 19,5

Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

Proprio questa fisionomia, per quanto sfigurata nel contesto di una tortura che mortifica la persona fino a renderlo uno davanti al quale si rimane disgustati e non si può più considerarlo un uomo degno di stima, merita invece attenzione, rispetto e ammirazione. Eppure il profeta lo aveva già raffigurato così:

Isaia 53,3

Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

La Pasqua di quest’anno è segnata dai rumori di guerra, ma soprattutto dalle notizie dell’ennesima violazione del rispetto della persona con i tanti atti di violenza. Fanno orrore le brutalità che affiorano negli scontri armati e che aumentano, quando la violenza viene esasperata fino al disprezzo dell’altro, soprattutto se inerme, soprattutto se non ha colpa alcuna, se non quella di passare o di trovarsi nel bel mezzo degli scontri e naturalmente di essere considerato il nemico su cui prevalere. Quando si arriva a queste nefandezze, in una guerra che è già nefanda per se stessa, allora veramente si calpesta l’uomo, togliendo, insieme con la vita, la sua dignità, il rispetto che gli è dovuto, sempre. Si vuole dunque, cancellare la persona, mortificarla, vanificarla. Ma essa si afferma sempre più, anche dentro questo orrore.

Se Gesù appare sempre più come l’uomo, nel momento in cui Pilato lo presenta alla folla, che lo vuole morto, e lo definisce così; se nel momento della morte, ma soprattutto nel modo stesso con cui muore, il centurione, secondo la testimonianza evangelica, lo riconosce pienamente, allora proprio in simili circostanze va cercato e va riconosciuto l’uomo, pur risultando umiliato e spento per sempre.

Marco 15,39

Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».

Luca 23,47

Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto».

Chissà se davvero il centurione ha detto queste parole. Quello che conta è il fatto che l’evangelista vuol dare risalto a una simile lettura, perché chi legge, impari a vedere quell’uomo così, e lo faccia a partire proprio dal modo con cui quell’uomo muore.

Così dovremmo anche oggi “guardare” queste fisionomie umane che sono individui ben definiti, persone con una storia particolare: la loro “passione”, quella vissuta tutti i giorni nell’anonimato e quella ultima della loro morte che le vorrebbe cancellare per sempre, fa emergere un essere umano, che pur si è voluto umiliare e annichilire, come spesso si è fatto nel corso della storia.

Anche la tragedia della Shoah, come pure i tanti genocidi perpetrati in questi ultimi anni, ci avevano già messo in guardia a proposito dell’uomo ridotto ad una larva da schiacciare e da mandare in fumo, perché nessuno se ne ricordi mai. Ed in effetti quell’immagine spesso viene rimossa, da qualcuno addirittura negata, come se non ci fosse mai stata, per qualcuno non è tale da suscitare quel tipo di interesse e di attenzione che spinge a meditare, a considerare, a ritrovare proprio lì la figura dell’uomo che non deve mai scomparire dal nostro orizzonte.

PRIMO LEVI (1919-1987) ci ha lasciato nel suo testo più famoso l’impegno di ricercare anche dentro le fisionomie abbruttite di chi cercava la sopravvivenza nel lager di Auschwitz ciò che rimane di un uomo.

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo,

che lavora nel fango

che non conosce pace 

che lotta per mezzo pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi alzandovi:

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

Senza essere mai stato un credente e sentendosi piuttosto un ricercatore, anche per la sua natura di studioso di chimica, l’autore ci interpella, perché dal nostro vivere bene, sicuri e appagati, ci domandiamo, davanti al sopravvissuto del campo di concentramento “se questo è un uomo”, se, anche a vederlo nella sua magrezza, nella sua fragilità, nel suo smarrimento, si possa ancora definire un uomo. I toni espressi e le immagini usate hanno un forte sapore biblico, perché le potremmo ritrovare nella Scrittura, compresa la “chiusa” del testo dove si fa strada una sorta di maledizione, se l’appello alla meditazione viene disatteso.

Con una lettura che tiene conto di quanto il vangelo dice a proposito dell’uomo della croce, da riconoscere come l’uomo realizzato, come l’uomo che può risultare, in quella sua condanna, il solo giusto, in quella sua posizione colui che appartiene a Dio e che ci richiama Dio, anche qui dobbiamo imparare a vedere e a riconoscere che dall’inferno del lager nazista, come dai tanti altri campi di concentramento di molte parti del mondo e degli anni recenti, dobbiamo far riaffiorare l’uomo, ciò che di umano si voleva far sparire e che invece resiste più che mai. Anzi, proprio in quel genere di passione, la medesima vissuta dal Signore Gesù nei suoi giorni di dolore, deve emergere quel lato umano che si vorrebbe offuscato e da lasciare all’oblio: noi spesso siamo incapaci di vedere, di leggere, di considerare anche in quella “valle di lacrime” ciò che dell’essere umano, non solo è sopravvissuto, ma – si potrebbe dire – è quanto mai affiorato ed è quanto mai da conservare come l’acquisto più prezioso, perché il futuro sia ancora umano, sia e diventi sempre più umano. Nella passione di Gesù noi dobbiamo riconoscere il Figlio dell’Uomo e di conseguenza, dalla croce, per il modo con cui egli, morendo, dà il meglio di sé, noi dobbiamo vedere il Figlio di Dio. Altrettanto dobbiamo fare circa le persone che ancora vivono la passione, un dolore immenso e disumano, una violenza brutale e annientatrice; mai tale, comunque, da impedire che anche lì si possa ritrovare l’essere umano e ritrovare noi un po’ più umani.

LA CROCE, SCANDALO O STOLTEZZA?

Eppure l’immagine del Cristo morto non sempre ci conduce a cercare e a trovare l’uomo pienamente realizzato, quello che il vangelo definisce come la sua “glorificazione”. Anzi, la croce e, soprattutto, il crocifisso sono immagine dell’apice della violenza e nello stesso tempo della sconfitta più umiliante e della morte più vergognosa. Anche Paolo segnala la croce come scandalo per gli Ebrei e stoltezza per i pagani, perché così è sentita al di fuori del mondo cristiano, mentre al suo interno la si dovrebbe considerare sorgente di vita e di vittoria. C’è in effetti chi rimane scandalizzato dall’immagine del Cristo morto, soprattutto quando si pensa che, ormai chiuso nel sepolcro, sia lasciato al suo destino, che è il destino di tutti e cioè la sua decomposizione, il suo annientamento. Se già la morte in croce appare come l’annullamento di quell’uomo, la sua riduzione a larva d’uomo, a uno che non ha più un’immagine difendibile, la sua stessa collocazione nel sepolcro, per giunta affrettata, deve far pensare ad un inesorabile sfacelo. E così è nel dipinto di Holbein, citato nel romanzo, L’idiota, di FEDOR DOSTOEVSKIJ (1821-1881). Questa sua opera, segnata, come le altre, dall’azione negativa del male, che corrompe e distrugge l’uomo, vede come protagonista colui che è definito “l’idiota”, per la sua semplicità e bontà d’animo. Così lo scrittore presenta la sua opera e il suo protagonista:

L’idea fondamentale del romanzo è quella di raffigurare un uomo positivamente bello. Non c’è niente di più difficile al mondo, soprattutto ora. Tutti gli scrittori, non solo i nostri, ma anche quelli europei, che si sono cimentati nella raffigurazione di un uomo positivamente bello, hanno dovuto lasciare. Perché si tratta di un compito smisurato. Il bello è un ideale, e l’ideale non è nostro e anche la civilizzata Europa è ben lontana dall’elaborarlo. Al mondo c’è soltanto una persona positivamente bella: Cristo, così che l’apparizione di questa persona smisuratamente, infinitamente bella è, naturalmente, un miracolo infinito (Tutto il Vangelo di Giovanni è in questo senso: egli trova il miracolo tutto nella sola incarnazione, nella sola apparizione del bello). Ma mi sono spinto troppo in là. Ricorderò soltanto che di tutte le persone belle della letteratura cristiana, la più compiuta è Don Chisciotte. Ma lui è bello esclusivamente perché allo stesso tempo è anche ridicolo … Entra in gioco la compassione per il bello deriso e che non conosce il proprio valore: e, dunque, anche nel lettore entra in gioco la simpatia. Questo risvegliare la compassione è il segreto dell’umorismo.

(Ghidini, p. 193)

Non è facile per noi entrare in questa logica, soprattutto per il fatto che qui lo scrittore persegue ciò che nella spiritualità ortodossa è l’apice della santità: il solo e vero santo è dominato dalla “stoltezza”, quella della croce; è il folle per Cristo, così come appare folle lo stesso Cristo, soprattutto nelle ore concitate della sua passione. Ma proprio lì emerge l’uomo vero, l’uomo giusto, l’uomo santo. Ecco perché il protagonista del romanzo non può che essere “l’idiota” per eccellenza: questo è per lui l’uomo da considerare; è da valorizzare per quella sua condizione, che, anche a farlo apparire “menomato”, ha comunque una sua intrinseca bellezza e questa bellezza, cioè l’uomo stesso per ciò che è, salverà il mondo. Perciò, proprio considerando il Cristo nella follia della croce, noi abbiamo l’uomo, così come lo riconosciamo in chi viene giudicato “idiota”, mentre possiede la sola vera sapienza del vivere. Anche ROMANO GUARDINI (1885-1968), teologo tedesco, coglieva questo messaggio di Dostoevskij:

Ora qui Dostoevskij sembra essersi accinto al compito immenso, e non potrei dire con certezza fino a che punto ne fosse consapevole, non di narrare la vita di Cristo direttamente e in se stessa, o raccontando come un uomo abbia cercato di riviverla nella fede e nell’imitazione, ma di far apparire l’immagine dell’Uomo-Dio nella trasparenza di una personalità umana. Può la vita dell’Uomo-Dio essere tradotta in una vita d’uomo ed esservi raccontata senza che quest’uomo cada nel ridicolo o il Figlio di Dio venga spogliato della sua divinità? Se la nostra interpretazione non è errata, a Dostoevskij è stato concesso di risolvere questo problema (Ghidini, p. 198)

La pagina più emblematica de “L’idiota”, per cercare di comprendere il pensiero di Dostoevskij circa la bellezza che traspare da Cristo, soprattutto a partire dalla sua umanità, è quella in cui si parla dell’immagine che lo stesso scrittore ha avuto la possibilità di vedere a Basilea e che lo ha fortemente impressionato. Quel corpo, già sfatto dalla violenza brutale che si è accanita su di esso, si sta avviando alla necrosi, e quindi ad un ulteriore disfacimento. Come è possibile continuare a credere in colui che oltre ad essere stato sconfitto nella vita, si avvia a sparire del tutto nella morte?

Normalmente, gli artisti che affrontano questo soggetto fanno in modo di dare a Cristo un viso bellissimo: un viso che gli orrendi supplizi non sono riusciti a deformare. Invece, nel quadro di Rogožin, si vede il cadavere di un uomo che è stato straziato prima di essere crocifisso, un uomo percosso dalle guardie e dalla folla, che è stramazzato sotto il peso della croce e che ha sofferto per sei ore (secondo il mio calcolo) prima di morire. Il viso dipinto in quel quadro è proprio quello di un uomo appena tolto dalla croce; non è irrigidito dalla morte ma è ancora caldo e, starei per dire, vitale. La sua espressione è quella di chi sta ancora sentendo il dolore patito. Un viso di un realismo spietato. Io so che, secondo la Chiesa, fin dai primi secoli, Cristo, fattosi uomo, soffrì realmente come un uomo e che il suo corpo fu soggetto a tutte le leggi della natura. Il viso del quadro è gonfio e sanguinolento; gli occhi dilatati e vitrei. Ma, nel contemplarlo, si pensa: «Se gli Apostoli, le donne che stavano presso la croce, i fedeli, gli adoratori e tutti gli altri videro il corpo di Cristo in quello stato, come potevano credere all’imminente resurrezione? Se le leggi della natura sono così potenti, come farebbe l’uomo a dominarle quando la loro prima vittima è stato proprio Colui che, da vivo, impartiva i suoi ordini alla stessa natura, Colui che disse: “Talitha cumi!”, e la bambina morta resuscitò; Colui che esclamò: “Alzati e cammina!”, e Lazzaro, che era già morto, uscì fuori dal suo sepolcro?». Guardando quel quadro, si è presi dall’idea che la natura non sia altro che un mostro enorme, muto, inesorabile, una macchina immensa ma sorda e insensibile, capace di afferrare, lacerare, schiacciare e assorbire nelle sue viscere un Essere che, da solo, valeva come la natura intera con tutte le sue leggi e tutta la terra che, forse, fu creata solo perché potesse nascere quell’uomo! Il quadro dà proprio l’impressione di questa forza cieca, crudele, stupida, alla quale tutto è fatalmente soggetto. Dentro di esso, non c’è nessuno fra quelli che erano soliti seguire Gesù. In quella sera, una sera che annientava tutte le loro speranze e forse anche tutta la loro fede, coloro che seguivano Gesù dovettero provare un’angoscia senza nome. Atterriti, si dileguarono, sostenuti soltanto da una grande idea, un’idea che nessuno avrebbe più potuto togliergli o cancellargli: se il Maestro, alla vigilia del supplizio, avesse potuto vedere la propria immagine, sarebbe salito lo stesso sulla croce? Sarebbe morto nel modo in cui morì? Le parole di Ippolit non fanno altro che avvalorare la tesi inizialmente accennata dal principe Myškin, insinuando alla fine una spaventosa ipotesi: se Cristo, il giorno prima della sua morte, avesse visto il suo corpo ridotto in questo macabro stato, probabilmente, non avrebbe avuto la forza di salire su quella croce, gli sarebbe mancato il coraggio necessario. Lo stesso Gesù, nonostante i miracoli, avrebbe dubitato di se stesso, della sua natura divina, dell’esistenza di suo Padre. Attraverso questi due giudizi, Dostoevskij dimostra di avere colto tutta la grandiosità del dipinto del pittore tedesco. E non è certo un caso che a possederne una copia sia proprio Rogožin. Quello stesso Rogožin che, alla fine de L’idiota, uccide la meravigliosa Nastas’ja Filippovna trafiggendola con un coltello. (Simone Germini)

Ecco l’immagine del cadavere di Gesù come lo vede HANS HOLBEIN il Giovane (1497-1543). Indubbiamente sembra uno spettro, anche se la descrizione è quella realistica di un uomo morto, e quindi di un cadavere non ancora in decomposizione, ma già avviato ad essa, come si vede nelle estremità degli arti. Proprio questa fisionomia realistica porta a immaginare che qui non si possa affatto attendere la futura risurrezione, o che comunque questo corpo già scavato dalle vicende della passione, non possa dare alcuna speranza di vita ulteriore.

Gli stessi dettagli rendono sempre più evidenti i segni di un disfacimento avviato e, dunque, di un quadro umano, che non permette di avere qui il prototipo della bellezza, ma neppure di offrire quel tipo di umanità che la corrente culturale dell’Umanesimo quattrocentesco consegnava come il prodotto migliore. Non abbiamo qui le belle fisionomie di archetipi di uomo, come poteva essere l’Uomo di Vitruvio di Leonardo, con una fisionomia bella, ideale, costruita con l’equilibrio delle dimensioni; abbiamo invece l’uomo che si va decomponendo e che dunque non può restare. Eppure anche qui si dovrebbe imparare a leggere ciò che di essenziale l’uomo è, e comunica, anche a venir “maltrattato”. 

La stessa immagine del particolare della mano, resa sempre più livida dal sangue che si è fermato, e come disseccata dalla carne che già sfiorisce, serve ad accentuare il venir meno di quell’Umanesimo che ormai appartiene al passato e che non è più riproponibile in un tempo segnato da forti tensioni a causa dei conflitti religiosi. In effetti in quel periodo tante persone vengono travolte e tolte di mezzo senza più rispetto, senza onore, senza amore. Eppure proprio questo dramma richiede un soprassalto di attenzione e di cura per la fisionomia umana, che si continua a credere con la possibilità di redenzione, con la possibilità di una risurrezione, la quale è sempre da considerare, secondo la fede cristiana, come risurrezione della carne.

Tenendo sullo sfondo questa immagine, senza la quale non è neppure comprensibile il brano del romanzo, dovremmo pensare che anche per lo scrittore russo, si pone la questione di risvegliare quel senso di umanesimo, piuttosto disatteso un po’ ovunque, ma soprattutto in quel mondo europeo, da cui la Russia si lascia conquistare, seguendone le ideologie che Dostoevskij giudica diaboliche. Il recupero dell’umanesimo è quanto mai necessario se non si vuole la catastrofe, che è sull’orizzonte.

L’IDIOTA, Parte II, Capitolo IV

Ripassarono per le stanze che il principe aveva già attraversato: Rogòžin faceva da guida. Entrarono nel salone, ornato dai soliti quadri anneriti e poco decifrabili: paesaggi e alti dignitari ecclesiastici, per lo più. Sulla porta della stanza confinante si vedeva una tela molto particolare, lunga e sottile. 

Era una Deposizione dalla croce. Il principe, osservandola, parve ricordarsi di qualche cosa; ma aveva fretta di uscire da quella casa, dove si sentiva a disagio, e non volle fermarsi.

Tutte queste cose – disse – sono acquisti fatti da mio padre nelle aste pubbliche. Provava un gusto speciale nel fare simili acquisti, sempre a patto che un dipinto non gli dovesse costare più di due rubli. Un intenditore ha detto che si tratta di robaccia, tranne questa qui sulla porta, che pure non fu pagata più di due rubli. A mio padre, non so più chi, offrì trecento cinquanta rubli, e Ivan Dmitric Saval’ev, un mercante d’arte, arrivò fino a quattrocento.”.

E’ una copia di Hans Holbein – disse il principe – una copia eccellente, per quanto io non sia certo un intenditore. Ho visto l’originale all’estero e non me ne scorderò mai. Ma … che ti succede?”.

Senza più pensare al quadro, Rogòžin andò avanti. Distratto e irritabile com’era, il suo comportamento poteva pure essere preso per normale; ma il principe trovò strano che Rogòžin, appena iniziato un discorso, troncasse di botto la conversazione.

Da un pezzo volevo chiederti una cosa, Lev Nikolaevic. Tu credi in Dio, sì o no?” domandò Rogòžin che aveva già fatto alcuni passi avanti.

Che strana domanda! E in che modo, mi guardi, poi!”.

Mi piace restare davanti a quel quadro molto a lungo” mormorò Rogòžin dopo un po’, dimenticando la domanda fatta.

Quel quadro! – esclamò il principe, colpito da un’idea subitanea -. Osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede”.

E infatti si perde” confermò Rogòžin.

Intanto, erano arrivati alla porta di uscita.

Come? Che hai detto? Io ho quasi scherzato, e tu la prendi in un modo così serio. E perché mi hai domandato se credo in Dio?”.

Così, per niente. Sono sempre stato curioso di saperlo. Al giorno d’oggi c’è un sacco di gente che non crede in Dio. Una volta, non mi ricordo più chi, un mezzo ubriaco, forse … mi disse che qui in Russia gli atei sono più numerosi che dalle altre parti. È vero? Tu che sei vissuto all’estero dovresti saperlo. Qui in Russia, diceva quell’ubriaco, siamo più progrediti in tutti i campi”.

Così dicendo, Rogòžin aprì la porta e, tenendo una mano appoggiata alla maniglia, aspettò che il principe uscisse. Poi lo seguì sul pianerottolo, si tirò dietro la porta, e si fermò davanti a lui, confuso.

Addio dunque” disse il principe, porgendogli la mano. 

Rogòžin, meccanicamente, gliela strinse forte.

Addio”.

Il principe scese il primo gradino e si voltò indietro. Non voleva separarsi da Rogòžin così bruscamente.

A proposito di fede – disse sorridendo – io, la settimana scorsa, in due soli giorni, ho fatto quattro incontri che mi hanno dato da pensare. La mattina, in treno, percorrendo un nuovo tratto di ferrovia, feci conoscenza con il signor S. e rimasi a parlare con lui per quattro ore di fila. Avevo sentito raccontare molte storie sul suo conto, aveva la fama di essere un ateo perfetto, uno scienziato autentico, e io ero lietissimo di poter discorrere con lui. Educatissimo, mi rivolgeva la parola come a un suo pari. In Dio non crede. Una cosa però mi colpì, cioè che, parlando di fede, pareva che parlasse di tutt’altro; e mi colpì, perché anche prima, discorrendo con atei e leggendo i loro libri, avevo sempre avuto la stessa impressione. In apparenza trattano l’argomento, ma in realtà, lo lasciano da parte. Glielo dissi sinceramente, ma forse non molto chiaramente, perché il signor S. non mi capì. La sera mi fermai a dormire in una cittadina di provincia, e capitai in una locanda dove, la notte precedente, era stato consumato un omicidio; e, naturalmente, se ne discorreva ancora quando io arrivai. Due contadini, attempati, non ubriachi, vecchi amici, avevano bevuto il tè e domandato una camera per passarvi la notte. Uno di loro si era accorto solo da tre giorni che il compagno possedeva un orologio d’argento, attaccato a un nastro giallo con gemme di vetro. Non ci aveva mai fatto caso prima. Quest’uomo non era un ladro, anzi, era molto onesto e, per essere un contadino, abbastanza agiato. Ma quell’orologio gli piacque tanto che alla fine non poté più resistere alla tentazione. Prese un coltello e, mentre l’amico era voltato di spalle, gli si accostò in punta di piedi, alzò gli occhi al cielo, si fece il segno della croce e recitando mentalmente un’ardente preghiera: “Signore, per-donami per amore di Cristo!”, con un colpo secco ammazzò l’amico come si ammazza un montone e gli tolse l’orologio”.

Rogòžin si teneva la pancia dal ridere: era in preda a delle vere e proprie convulsioni: una strana ilarità, la sua, dopo l’umore nero di poco prima.

Questa sì che è buona! Questa è impagabile! – gridava, quasi soffocando. – C’è chi non crede a Dio, e va bene, lasciamo stare: un altro invece ci crede fino al punto da scannare il prossimo recitando le preghiere. No, dite quel che volete, ma non si può inventare niente di più bello, di più originale, drammatico e comico allo stesso tempo. Ah, ah, ah!”.

La mattina dopo, ero uscito a fare due passi – proseguì il principe, non  appena Rogòžin riuscì a calmarsi un po’ (il riso gli faceva ancora tremare convulsamente le labbra), – vedo camminare barcollando sul marciapiede un soldato ubriaco. Mi si accosta. “Signore, comprami questa croce d’argento: te la do per pochi spiccioli”. Aveva in mano una crocetta appesa a un nastrino azzurro, che si era appena tolto dal collo: una croce bizantina … e si capiva subito che non era d’argento ma di stagno. Io gli diedi i soldi che chiedeva, presi la croce e me la misi al collo. Seguendolo con gli occhi, lo vidi allontanarsi, tutto soddisfatto per aver gabbato il signore, e di sicuro se n’andò immediatamente a bersi la sua croce d’argento all’osteria. Io, allora, ero sempre suggestionato dal nuovo; perché tutto, in Russia, mi sembrava una novità. Ero cresciuto come uno che non capisce niente della vita che gli si svolge intorno; e durante i cinque anni passati all’estero, mi ricordavo della patria come in un sogno fantastico. “Ebbene – dissi fra me – andiamo piano, non ci affrettiamo a condannare questo venditore di Cristo. Dio solo sa quello che si nasconde in queste deboli creature ubriache”. Dopo un’ora, tornando alla locanda, incontrai una donna con in braccio un bambino lattante. La donna era giovane, il bambino non aveva più di sei settimane. Il bimbo le sorrideva, forse per la prima volta da quando era venuto alla luce. E io la vidi commossa e compita che si faceva il segno della croce. Le dissi: “Perché fai questo, brava donna?”. A quei tempi non facevo che domandare. “Ah, signore! – mi rispose – non c’è gioia più grande per una madre del vedere per la prima volta un sorriso sulle labbra del suo bambino. La stessa gioia deve provare Dio ogni volta che vede dal cielo un peccatore che gli s’inginocchia davanti e con tutto il cuore gli rivolge una preghiera”. La giovane madre parlò proprio in questo modo, esprimendo un sentimento così profondo, così delicato e così autenticamente religioso da racchiudere dentro di sé la sostanza stessa del Cristianesimo, cioè il vero concetto di Dio. Un Dio che è padre, un padre che prova gioia nel contemplare il proprio figliolo, proprio come ha fatto Gesù Cristo. E una simile profondità veniva da una donna tanto semplice! Era anche madre, certo … e, forse, chi sa, era la moglie del soldato che mi aveva imbrogliato con il trucchetto della croce di stagno. Senti, Rogòžin, ecco la risposta alla domanda che mi hai rivolto poco fa: il sentimento religioso è completamente estraneo a tutti i sillogismi, a tutte le colpe, a tutti i delitti, a tutti gli ateismi. Nel sentimento religioso c’è qualcosa di indefinibile che gli atei sfiorano appena, discorrendo di tutt’altro e divagando. Ma il fatto più importante è questo, che il sentimento religioso è la caratteristica più importante del cuore russo: questa è la mia conclusione, una delle prime idee che mi sono fatto della Russia. C’è molto da fare nella nostra Russia, credimi Rogòžin … Ricordati di quello che ci siamo detti a Mosca … E io non volevo, proprio non volevo tornare qui adesso; né pensavo che ci saremmo incontrati in questo modo … Ma lasciamo perdere … Addio. E che Dio ti protegga!”. (L’idiota, p. 193-196)

Papa Francesco richiama il dipinto e il passo del romanzo di Dostoevskij nella sua prima enciclica “Lumen Fidei”: lo fa ricordando che in realtà proprio l’immagine del Cristo nella passione, l’immagine spesso così cruda e così dura da accettare e da sostenere, è invece quella da contemplare per riconoscervi l’amore vero e quindi il modo con il quale l’uomo può diventare più autentico, più vivo, più credibile.

LUMEN FIDEI (29 giugno 2013) n. 16

La prova massima dell’affidabilità dell’amore di Cristo si trova nella sua morte per l’uomo. Se dare la vita per gli amici è la massima prova di amore, Gesù ha offerto la sua per tutti, anche per coloro che erano nemici, per trasformare il cuore. Ecco perché gli evangelisti hanno situato nell’ora della Croce il momento culminante dello sguardo di fede, perché in quell’ora risplende l’altezza e l’ampiezza dell’amore divino. San Giovanni collocherà qui la sua testimonianza solenne quando, insieme alla Madre di Gesù, contemplò Colui che hanno trafitto: « Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate » (Giovanni 19,35). F. M. Dostoevskij, nella sua opera L’Idiota, fa dire al protagonista, il principe Myskin, alla vista del dipinto di Cristo morto nel sepolcro, opera di Hans Holbein il Giovane: «Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno». Il dipinto rappresenta infatti, in modo molto crudo, gli effetti distruttivi della morte sul corpo di Cristo. E tuttavia, è proprio nella contemplazione della morte di Gesù che la fede si rafforza e riceve una luce sfolgorante, quando essa si rivela come fede nel suo amore incrollabile per noi, che è capace di entrare nella morte per salvarci. In questo amore, che non si è sottratto alla morte per manifestare quanto mi ama, è possibile credere; la sua totalità vince ogni sospetto e ci permette di affidarci pienamente a Cristo.

LA RISURREZIONE DI CRISTO

E’ LA RISURREZIONE DELL’UOMO

L’abbruttimento a cui è sottoposto l’uomo, soprattutto nelle tante tragedie che si compiono lungo il cammino storico, non è mai tale da impedire all’uomo stesso di risultare sempre grande e di valore. Chi pensa di mostrare la propria superiorità, facendo del male, e magari anche avendola vinta, in realtà mortifica se stesso e quanto potrebbe mostrare di sé autenticamente umano; e chi, brutalizzato, scompare nella totale desolazione della fisionomia umana, quando viene cancellato e, soprattutto, viene annientata la sua immagine, data dal volto, in realtà noi possiamo ritrovarlo nello spirito. Lì avvertiamo che una persona, anche se tolta di mezzo, e magari pure in modo brutale, continua a vivere, continua ad esserci; e quindi è con noi, davvero risorta, soprattutto se è in grado di far risorgere noi da quella mortalità che ci abbruttisce, quando ci lasciamo andare ad un vivere sopportato e non appassionato. Abbiamo bisogno di ritrovare chi non c’è più con quella vitalità che abbiamo conosciuto in vita o che troviamo negli scritti rimasti, dove lo Spirito appare “disseppellito” e il vero senso di umanità è ritrovato anche da quelle situazioni dentro le quali noi potremmo pensare che esso non esista più. Ma l’amore, che è sempre più forte della morte, fa riemergere la vita; e così la risurrezione è possibile. E lo è già fin da ora! Se nella passione di Cristo vediamo la passione dell’uomo e quindi troviamo ancora l’uomo per quanto brutalizzato, nella sua fisionomia di risorto sentiamo che chi non vediamo più continua a vivere, quando noi ne assorbiamo lo spirito, cercato nella passione, nelle piaghe, nel dolore, nella morte.

Lettera di Etty Hillesum al suo amato Julius Spier (luglio 1942)

Sulle cose ultime e gravi della vita e della sofferenza non si può parlare, la voce non ce la fa. Comprendo tutto di te e con te condivido ogni peso, e ho di nuovo ringraziato Dio che ci sia nella mia vita una persona come te. Devi aver cura della tua salute: se vuoi aiutare Dio, questo è il tuo primo, sacrosanto dovere. Una persona come te, una delle poche ancora in grado di dare autentico ricetto a un po’ di vita, di sofferenza e di Dio – i più hanno già da tempo rinunciato, e per loro “vita”, “sofferenza” e “Dio” sono solo parole vuote – ha il sacrosanto dovere di mantenere il più possibile in buona salute il proprio corpo, la propria “casa terrena”, per poter offrire ospitalità a Dio quanto più a lungo possibile. La fine è ancora lontana. Anch’io avrò buona cura di me. Ho tante energie. Puoi prenderle tutte, e in me ne sorgeranno di nuove. Ti voglio un bene immenso, la mia anima vuole un bene immenso alla tua anima. A poco a poco non ha più nulla a che fare con il desiderio che una donna può provare per un uomo. A volte vorrei poter distendere il mio corpo nudo, così come Dio l’ha creato, accanto al tuo corpo nudo, così come Dio ti ha creato – e in questo modo avrei solo la sensazione che la mia anima potrebbe distendersi accanto alla tua. Se in un’epoca come questa non si crolla per la tristezza o non ci si indurisce e si diviene cinici, o non si tende alla rassegnazione – e tutto ciò per proteggere se stessi –, allora si diventa sempre più teneri e dolci, e sciolti, comprensivi e affettuosi. So come questo accade dentro di te, e tu mi hai accolta nel tuo percorso e io vivo con te – in tutto, fino al tuo ultimo respiro. Sono sempre con te e vicino a te e, se mai qualcuno ci separerà, continuerò a seguire il tuo stesso cammino sino alla fine. La mia fermezza e il mio amore hanno mille anni, e di mille anni invecchiamo ogni giorno. Questo momento storico, così come lo stiamo vivendo adesso, io ho la forza di sostenerlo, e di portarlo tutto sulle spalle senza crollare sotto il suo peso, e posso perfino perdonare Dio, che le cose vadano come devono andare. Il fatto è che si ha tanto amore in sé, da riuscire a perdonare Dio!! (p. 27-28)

Così, nonostante i tanti dolori, nonostante le numerose vittime della storia, la vita continua, sempre più forte della morte, se evidentemente continua ad esserci l’amore che è più potente dell’odio. La risurrezione è sempre possibile, come vediamo anche dopo ogni terremoto, ogni cataclisma, ogni disastro, ogni guerra. Il flusso della vita procede, appunto perché è sostenuto dallo Spirito, che dà la vita. I segni delle ferite prodotte dal male rimangono ed è giusto che vengano considerati, se vogliamo continuare questa esistenza, fatta anche di situazioni dolorose, sempre affrontate con il desiderio di superarle grazie ad un surplus di umanità, di passione autentica, di vero spirito nuovo. Il Cristo risorto compare in mezzo ai suoi e mostra loro le ferite, che ora non lo fanno più soffrire. Ma così facendo egli indica loro la via da seguire, perché la sua passione possa continuare nella loro passione, perché la sua vita risorta possa continuare in loro che pure risorgono, appassionandosi ad una vita più vera di quella che si lascia condizionare dal male. Noi vorremmo indagare come novelli Tommaso che non credono fino a quando non vedono le ferite, prodotte dal male; eppure siamo circondati da tante sofferenze, o, meglio, da tante persone sofferenti, dentro le quali continua la passione di Cristo, e dunque il suo vivere, e anche il suo amore. Se le consideriamo, se le curiamo, se le accompagniamo, possiamo scoprire, ben oltre le pur doverose diagnosi e le pur necessarie terapie, che in esse ci sono persone, la cui esistenza è di valore ed è tale da far crescere in umanità anche la nostra. Ecco il senso di questa immagine che è la XVI stazione della Via Crucis del III millennio, elaborata dall’artista polacco JERZY DUDA GRACZ (1941-2004) per Jasna Gora presso Częstochowa. Oltre le tradizionali egli ne ha elaborate altre quattro, che propongono alcuni episodi della Risurrezio-ne. Qui avendo sullo sfondo la torre di Babele, da cui è derivata la confusione delle genti e quindi la loro incomprensione, si descrive quella particolare lettura della Risurrezione, per la quale Cristo si fa presente in mezzo a tanti malati (piccoli e anziani, in prevalenza), perché con le cure mediche e l’assistenza religiosa, possano avere tutti i conforti umani che li aiutino a vivere, a trovare, soprattutto nella solidarietà dentro il dolore, la forza di continuare. Il medico in prima fila che mette il dito nella piaga, come Tommaso, e vuol credere così, è chiamato a dare la sua parte per far trionfare sempre la vita.

BIBLIOGRAFIA

Fedor Dostoevskij – L’IDIOTA – Newton Compton, 2021

Maria Candida Ghidini – DOSTOEVSKIJ – Salerno Editrice, 2017

Etty Hillesum – LETTERE – Adelphi, 2013

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PREGHIERA

Signore Gesù, tu sei davvero glorioso sulla croce,

dove la tua umanità risplende nel dono supremo della vita.

Ridotto in condizioni pietose nel tuo corpo martoriato,

ti riveli grande e dignitoso, forte e nobile,

nel grido accorato verso il Padre che ti abbandona,

nella parola delicata e amorevole verso il ladro pentito,

nel consegnare a tutti noi tua madre.

Non hai nulla da dire a quanti ti hanno condannato ingiustamente:

li perdoni, perché non sanno quello che fanno!

Non hai nulla da lasciare, perché tutto ti è stato tolto:

comunichi a noi il tuo Spirito nell’ultima consegna!

Non hai nulla da operare in quell’ora,

se non aprire il cuore e dare davvero tutto di te!

Lì ti vediamo vero Dio, perché hai solo da dare.

Lì ti vediamo vero uomo, realizzato nel dono supremo della vita.

Adesso comprendiamo perché questo è il tuo insegnamento:

ci hai voluto segnare così,

perché anche noi ci dimostriamo veri uomini nel dono della vita,

per essere partecipi della vita di Dio, che ci fa più umani.

Considera, Signore, questo mondo che tu ami,

che tu vuoi rendere più umano con la tua presenza,

che tu vuoi salvare, ancora crocifisso e ancora risorto,

che tu vuoi elevare dalle miserie che lo rovinano.

Aiutaci a vedere il bene ancora possibile e ancora realizzato,

aiutaci a costruire una umanità migliore, e un mondo più libero,

aiutaci a coltivare con te la speranza per un futuro più pacifico,

aiutaci a risorgere dalla mortalità che ci attanaglia.

Come hai cercato uno ad uno i tuoi amici dopo la risurrezione,

cerca anche noi, che ci siamo allontanati da te,

e che inseguiamo vie distorte e verità insensate,

per farci riscoprire un vivere migliore,

nella verità che sei tu e nella libertà che dai tu!

La tua presenza di Risorto, con i segni del dolore sempre impressi,

ci incoraggi a dare il meglio di noi stessi,

per una pace vera e per una fraternità più grande e più forte.

EPIFANIA 2022: IL SOGNO DI DIO

 EPIFANIA 2022

RIFLESSIONI DELL’ALTRO MONDO

ALL’APPARIRE DI DIO CHE SOGNA UN ALTRO MONDO

Il racconto natalizio di Matteo, quello che noi usiamo soprattutto in occasione dell’Epifania, ci parla di grandi sognatori: c’è Giuseppe, che, per capire bene ciò che sta succedendo attorno a sé, deve sognare e quindi avvertire il disegno che ha Dio, sempre costruttivo, anche quando gli uomini mettono in campo il male. Il “suo” bambino è minacciato, e lui non ha dubbi nel rifugiarsi in Egitto, anche a sentire tutto il disagio di quel trasferimento e della permanenza in terra straniera. Si fa migrante con suo figlio, perché cerca un vivere migliore, che non necessariamente deve essere più facile. Dal sogno che ha avuto e che ha seguito, deriva a lui una visione positiva che gli dà speranza, anche a trovarsi in mezzo a un mare di pericoli e a una montagna di problemi. Il suo sogno viene da Dio, che continua a sognare in questo modo anche oggi, anche se spesso nel mondo c’è gente che delude le sue aspettative e va in un’altra direzione rispetto al suo progetto di vita: Lui invece indica nel Bambino e nei bambini la vera e sola salvezza per noi. Nei tanti bambini, che vengono in luoghi dove i bambini sembrano sparire dal nostro orizzonte, Dio ci offre il suo sogno e ci chiede di condividerlo, suggerendo che proprio lì stanno le nuove risorse, quelle giuste, per far rinascere il mondo. Guardiamo negli occhi questi bambini perché lì si rispecchia l’umanità che ci fa trovare il meglio per noi e ci fa vedere Dio. Sono anche i bambini che non vivono più in terre lontane, come un tempo si pensava: il mondo si è fatto piccolo, è entrata in casa nostra, ci appartiene e noi dobbiamo appartenere a questo mondo, come fa Dio, venendo ancora oggi dentro le fattezze di questi bambini. Qui ci sono immagini di bambini della Tanzania, dove opera sr. Agnes Muthoni, suora del Cottolengo: mi ha inviato recentemente alcune immagini del centro dove lei opera, da africana per gli africani, per dare speranza, anche là dove essa sembrerebbe mancare. Ma questi volti, pur dentro tanta povertà, sono l’emblema della speranza che si alimenta ancora in questo mondo, segnato da tanto male. Anche ad essere sgomento per il male incombente sul Bambino, Giuseppe, sempre in sogno, non esita a intraprendere il cammino rischioso della migrazione, allo stesso modo con cui lo fanno in tanti ancora oggi. Lì troviamo i grandi sognatori di oggi.

Tra questi sognatori dobbiamo mettere anche i Magi, che consultano il cielo per cercare poi … un Bambino. Non inseguono miti, idee, astruserie, ma una stella luminosa, che poi riconoscono viva e chiara in quel bambino, povero e pure sempre autentica risorsa di bene per l’umanità, vero tesoro da riconoscere, da adorare, da tenere sempre in considerazione, da seguire. Lo trovano in un ambiente povero e squallido, come lo sono queste abitazioni africane; lo trovano senza addobbi e senza decorazioni fantasiose. Eppure essi sono la vera ricchezza non solo per chi li ha generati e li ha nutriti perché così li sentono; lo sono anche per noi che insistiamo nel voler pensare ai beni materiali come l’obiettivo per vivere, quando piuttosto sono le persone il tesoro inestimabile su cui puntare, sapendo che, proprio dove c’è povertà di mezzi, si fa strada l’ingegno per costruire sempre il meglio, quello che serve ancora oggi per tutti noi. questi occhi puntati su di noi, senza chiedere nulla, devono diventare così penetranti da farci sognare per loro un futuro diverso, un futuro che può essere migliore, se anche a loro è data la possibilità di esprimere al meglio le loro risorse. E allora mettiamoci a sognare anche noi con loro e per loro …

Quei bambini, che spesso noi consideriamo più una sorta di fastidio, di costo, di continuo motivo di preoccupazione, qui sono la sola risorsa che garantisca il futuro. È così anche nel “sogno di Dio”, quello che lui alimenta in Gesù, mandato fra noi a portarci il vivere di Dio. Perché allora non dovrebbe diventare pure il nostro sogno, riprovando a investire in loro le nostre risorse? Queste sono sempre spese bene, perché non costruiscono solo cose, mezzi, altri beni materiali, ma soprattutto persone con potenziale umano che può diventare qualcosa di nuovo, di geniale, di creativo. In essi ci appare la grazia di Dio, come ci viene detto nel giorno dell’Epifania, rivelatrice di Gesù come vero tesoro dato all’intera umanità, e in essi scopriamo che c’è davvero ancora futuro, in essi c’è il vero e migliore futuro. È proprio il caso di riconoscerlo: da un altro mondo, non più solo dal nostro, si aprono prospettive nuove e diverse per un mondo che ci auguriamo differente da quello attuale, nella misura in cui si fa più attento alle risorse umane e in esse trova il vero tesoro, ciò che dà speranza. Lo avevano intuito i Magi in quel Bambino che hanno colmato dei loro doni significativi per la sua missione; lo dobbiamo intuire anche noi, perché anche le nostre risorse per loro siano investite bene per la rinascita di tutti e per il rinnovamento di questo mondo.

Un Salvatore da salvare

L’ANNUNCIO DEL VANGELO: È NATO IL SALVATORE! È UN BAMBINO!

La notizia che noi ricaviamo dal Vangelo non è propriamente la nascita di un bambino, ma la venuta al mondo del Salvatore: così viene presentato ai pastori dall’angelo che ne dà loro l’annuncio.

Non temete:

ecco, vi annuncio una grande gioia,

che sarà di tutto il popolo:

oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore,

che è Cristo Signore.

Questo per voi il segno:

troverete un bambino avvolto in fasce,

adagiato in una mangiatoia.

(Luca 2,10-12)

Sarebbe stato più logico riferire loro la nascita di un bambino, e dare per questa notizia una serie di elementi straordinari da giustificare il richiamo a gente che non era abituata ad avere segni clamorosi. Invece nelle parole dell’evangelista, che già era stato piuttosto essenziale nel dare relazione di quel parto, scopriamo che il segno di riconoscimento per cogliere il salvatore di tutta quella gente, povera e senza futuro, stava proprio in un bambino, deposto dentro una mangiatoia. Un tal segno avrebbe dovuto scoraggiare quella gente, che forse era già abituata ad avere bambini così, se quel loro vivere era all’insegna della continua precarietà, per la quale un bambino poteva arrivare al mondo in quella stessa maniera.

Che nascesse ancora un bambino non era affatto una novità. Che trovasse posto in una capanna di fortuna, o in una stalla, non era neppure questo un caso raro. E soprattutto non poteva essere portato come un segno di riconoscimento per qualificare quel bambino come un salvatore. Anzi, il “loro” salvatore! Semmai, nato in quella circostanza, lo si doveva ritenere un bambino … da salvare, e non viceversa. La sua debole condizione non era solo quella di essere nato da poco, ma di aver trovato un alloggio di fortuna per questa sua comparsa, che non poteva risultare di buon auspicio. Leggi tutto “Un Salvatore da salvare”

PASQUA DI LUCE

Non è facile parlare della risurrezione di Gesù, perché nessuno ha potuto vedere l’evento nel suo svolgersi, nessuno potrà mai raccontare che cosa sia veramente successo in quella tomba nell’attimo in cui il cadavere riprendeva vita.

Nessuno lo ha visto rialzarsi, aprire l’imboccatura della porta con la lastra fatta rotolare davanti e addirittura sigillata. Nessuno lo ha visto uscire. Nessuno ha ricevuto la rivelazione di come si sono svolti i fatti …Tanti però possono dire di averlo visto vivo, di averlo incontrato. Solo perché lui si è fatto presente, si è fatto riconoscere, si è fatto toccare.

E da allora il “passa-parola” è proprio questo: il Signore è risorto e io l’ho visto perché lui si è fatto vedere a me. La Pasqua da vivere è l’esperienza di vederlo negli occhi stupiti e folgorati di quanti hanno avuto il dono di essere raggiunti da Lui. Non per nulla si parla anche di una specie di illuminazione, come se nello sguardo rimanesse questa luce intensa che sfolgora, che affascina, che abbacina.

LA PASQUA VISSUTA

IN UNA COMUNICAZIONE DI LUCE

I RACCONTI DEI VANGELI E DEI TESTIMONI

Naturalmente questa luce avvolgente non appare come una esperienza diretta, quella che le donne e i discepoli possono dire di aver provato davanti al sepolcro o nel momento dell’apparizione del risorto. Non risulta mai che il Risorto sia visto da loro avvolto di una luce abbagliante. Pur pensando di avere a che fare con un fantasma, perché sapevano amaramente che era morto, questa sua apparizione non risulta esserci in un alone di luce. Non lo vedono, come alcuni di loro lo hanno visto in occasione della Trasfigurazione, dentro un fenomeno che non riescono neppure a descrivere dettagliatamente. Qui non c’è nulla di clamoroso a segnalare il risorto, che del resto faticano a riconoscere. Leggi tutto “PASQUA DI LUCE”

Meditiamo la Passione di Cristo

«La “Via Crucis” è una devozione molto popolare, che si è affermata da noi sull’esempio di quanti, andando in Terra Santa, camminano per le vie di Gerusalemme sulle quali sono segnate le tappe del percorso fatto da Gesù, …  Oggi si tende ad ampliare la meditazione su altri momenti delle ore drammatiche della Passione di Gesù, … perché il nostro cammino, sempre più virtuale e non più esercizio fisico, sia un autentico accompagnamento ai dolori del Signorema soprattutto al suo messaggio di vita e d’amore che deve risultare più evidente.

Il Signore non vuole che noi soffriamo, ma vuole che nelle nostre immancabili sofferenze, ci dimostriamo, come lui, capaci di continuare ad amare, a servire il disegno del Padre, a rivelare da noi lo Spirito, a manifestare un vivere all’insegna del bene, del dono, della generosità, della vera passione.  Ciò che contempliamo, ciò che meditiamo, ciò che riviviamo deve aiutarci a concepire la sua e la nostra passione come il modo migliore di vivere.

Tutte le volte che facciamo la Via Crucis entriamo in questa sua Passione, che dobbiamo fare anche nostra, sapendo che essa è il vivere di Dio e deve diventare il vivere dell’uomo. 

Qui ci lasciamo condurre  da “Una vita di Cristo”, scritta dal romanziere milanese, Luigi Santucci (1918-1999), con cui egli ci offre una rilettura dei vangeli, in chiave moderna. »

Don Ivano ci propone quattro momenti:

  1. L’ULTIMA CENA: Prendete e mangiate Questo è il mio corpo Offerto Per voi
  2. NEL GETSEMANI: Padre, se possibile, passi da me questo calice! la tua volontà sia sempre fatta!
  3. TU SEI IL RE DEI GIUDEI? – TU LO DICI: IO LO SONO! -ECCE HOMO!
  4. Nelle tue mani rimetto lo spirito! E chinata la testa, Emise lo spirito!

Per continuare a leggere, cliccare QUI : 210326 SANTUCCI – LA PASSIONE

DANTE NELL’ITALIA DEL SUO TEMPO

DANTE E LA POLITICA

Il canto VI di ogni cantica del suo poema ha un contenuto politico. Questo rivela, se già non si aveva a sufficienza da quanto Dante ha coltivato e ha fatto nella sua giovinezza, che l’argomento sta particolarmente a cuore al poeta. Del resto egli fu parte in causa nei giochi politici che poi lo travolsero, e dedicò alla politica molte delle sue energie, sia quando era nell’agone, sia quando ne fu estromesso.

Per Dante la politica è partecipazione diretta alla società, in quella forma di governo che non è solo direzione degli affari, ma è soprattutto corresponsabilità, in qualunque posizione sociale uno si trovi e qualunque sia il lavoro che uno svolga. Dante ha pure esercitato funzioni direttive, essendo stato priore a Firenze; ma la sua politica non è vissuta solo in quelle che noi chiameremmo oggi “le stanze dei bottoni”, dove si prendono decisioni; è vissuta sul campo e nelle discussioni anche animate. Anche quando ne risulterà estromesso – e lo sarà in modo drammatico e infamante – egli avverte sempre la sua responsabilità nel contribuire alla “cosa pubblica”. E ci sarà sempre, anche se poi i giochi si fanno duri ed egli sarà costretto, un po’ sdegnosamente, a “far parte per se stesso”, fuori dagli schemi di partito, fuori dalle leve di comando, mai del tutto fuori da quell’amor di patria, che lo farà sentire sempre fiorentino, pur a darne giudizi feroci, sempre italiano, pur a provare amarezza e sdegno per le condizioni in cui si trova la “serva Italia”.

FLORENTINUS O YTALUS

Se Firenze lo mette al bando e lui rimarrà “bandito”, Dante amerà sempre la sua “Fiorenza”, anche da esule ferito nel suo onore, sempre firmandosi come exul inmeritus perché egli ritiene di non aver mai “meritato” quel genere di condanna. Per lui essere fiorentino è invece un titolo di merito e come tale e gli si ritiene sempre, dovunque si troverà a vivere. Solo quando deve richiamare l’attenzione nei confronti dell’Italia, si firmerà con il titolo di “ytalus”. E tale Dante è non perché abbia a cuore un’Italia unita, come noi oggi la intendiamo, ma perché in essa riconoscerà la presenza più unificante possibile dalla lingua volgare, che naturalmente è tutta da costruire e che indubbiamente gli contribuisce a creare

Andando ramingo per tante città italiane, senza mai trovare un’ospitalità sicura, se non in modo temporaneo, egli più che mai avvertirà lo stato miserevole di queste città, divise al loro interno: ciò sarà motivo di tanta miseria, anche in presenza di cospicui guadagni negli affari. E perciò il suo disegno politico si amplierà anche oltre le mura cittadine per cercare di costruire con una doverosa purificazione un mondo diverso da quello in cui c’è solo da perdersi, come si è perso lui, come è smarrito ogni uomo, incapace di risorgere in presenza delle belve affamate che impediscono la salvezza. Solo la guida della ragione, rappresentata da Virgilio; solo la guida della grazia, rappresentata da Beatrice, può condurre alla purificazione e alla beatitudine. È questo il percorso che ritiene di dover fare lui, come rappresentante dell’umanità smarrita, perché tutti possano ricostruirsi in un mondo davvero quanto mai desolato. Leggi tutto “DANTE NELL’ITALIA DEL SUO TEMPO”

MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI

NEL GETSEMANI: Padre, se possibile, passi da me                       questo calice! La tua volontà sia sempre fatta!

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INTRODUZIONE1

Il percorso tradizionale della “Via Crucis” teneva presente la strada percorsa da Gesù per arrivare al Calvario e dunque solo il momento finale della sua Passione. Ma la Passione per Gesù ha richiesto anche altri momenti non meno dolorosi. E comunque essa non si riduce alle sole ultime ore di vita, come se il Signore avesse sofferto solo in quei momenti. Certamente quelle ore di violenza, che si potrebbero definire senza senso, come lo sono le tante ancora presenti nelle vicende di molte persone, hanno rivelato un uomo che, a fronte di tanto accanimento ingiusto, risponde sempre con dignità e soprattutto con l’amore di chi si dona, manifestando così l’amore di Dio che è possibile all’uomo. E noi dobbiamo considerare la sua passione soprattutto a partire dall’amore, che in una cornice di violenza brutale, Gesù continua ad esprimere: questo suo insegnamento deve essere raccolto come vita secondo lo Spirito, quanto mai necessaria alla nostra esistenza perché sia davvero più umana. Più che piangere o disperare per queste violenze che lo travolgono, noi dobbiamo cogliere come “vangelo”, e quindi come bella ed edificante notizia, la sua volontà di andare fino in fondo nel disegno del Padre, che lo vuole come espressione della sua “giustizia”, per noi uomini e per la nostra salvezza. La giustizia di Dio non è affatto quella forma di castigo con cui noi vorremmo vedere l’intervento di Dio che volendo riportare le cose a posto, punisce gli avversari, riversando su di loro la sua giusta ira. Dio invece esprime la sua giustizia tendendo la mano all’uomo, compreso colui che fa del male e lo fa anche alla sua persona, perché si ravveda, si converta, si rinnovi. Già nell’atto del tradimento di Giuda e nel rinnegamento di Pietro e dell’abbandono da parte dei discepoli, Gesù ha una parola amichevole per colui che lo consegna, ha uno sguardo pietoso per colui che dice di non conoscerlo, ha un intervento di difesa per i discepoli che si disperdono senza essere inseguiti e colpiti, mentre il pastore va a morire per loro. Così l’esercizio della “Via Crucis” non deve essere solo una lamentosa considerazione dei dolori di Gesù, ma una riflessione salutare sul suo modo di affrontare il male e le cattiverie, mediante l’amore che si dona, mediante la risposta coraggiosa alla volontà di Dio, che chiede sempre il dono d’amore come risposta al male dell’uomo, perché l’uomo conosca un’altra maniera di vivere. Impariamo allora a considerare la passione di Gesù, che è pure la passione di tante persone, come il momento nel quale ci viene rivelato il vivere di Dio che può diventare il miglior vivere per l’uomo ….

Continuiamo la lettura del testo di LUIGI SANTUCCI, addentrandoci in uno dei momenti più significativi della Passione di Gesù, quello che in genere noi definiamo la sua “agonia”. Essa è il combattimento, tutto interiore, che può prendere ciascuno di noi, quando, attorno, il male e la violenza, l’inganno e la cattiveria hanno il sopravvento e sembrano schiacciare. Allo sconforto, allo smarrimento, può subentrare l’angosciosa prospettiva di non farcela e magari anche la dolorosa reazione di chi si sente abbandonato da Dio e di finire disperato nella propria solitudine amara. Anche Gesù nei momenti di preghiera che precedono le ore drammatiche del processo e della esecuzione della condanna, avverte il completo abbandono dei suoi e soprattutto quel silenzio misterioso del Padre, che non gli rinnova, come in altre occasioni, il suo compiacimento, il suo appoggio. La mano, tesa a sostegno, sembra mancare; la risposta alla sua implorazione d’aiuto non si fa sentire; solo un angelo compare con il calice da bere, a confermare che non c’è altra strada se non quella del sacrificio personale. Seguendo attentamente Gesù in questa sua preghiera, ci rendiamo conto del vero significato della preghiera: non viene avanzata per chiedere qualcosa a Dio, ma per disporre la propria volontà alla volontà di Dio, in un esercizio che lo porta ad essere davvero Figlio, cioè “tutto suo Padre”. E poi davanti al traditore, davanti a chi lo cattura, vien fuori ancora colui che si rivela disponibile, come è sempre Dio con noi. Gesù sembra preso nel vortice di avvenimenti che lo risucchiano; in realtà il vero vangelo si riconosce laddove si dice che è lui a consegnarsi nelle mani, perché è lui a vivere quel momento in piena disponibilità. Noi ci lasciamo impressionare da quanto succede, per sottolineare la perfidia di Giuda, la debolezza dei suoi, la brutalità di gente che pensa di essere forte solo perché, in gruppo e col favore delle tenebre, riesce ad avere la meglio su di uno. Ma il più grande è Lui e lo è nel dono che fa di sé!

                                                   1- GESU’ E’ TUTTO SOLO

Qui lo scrittore vuole mettere in risalto la completa solitudine di Gesù nelle ore notturne della preghiera. Gli amici non ci sono perché dormono. Il Padre non si fa sentire in quel momento. Gesù è davvero solo, con la sua angoscia!

IL SILENZIO

Incominciò ad aver paura e a rattristarsi. Leggi tutto “MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI”

MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI

A CENA: Prendete e mangiate,

questo è il mio corpo offerto Per voi1

INTRODUZIONE

La “Via Crucis” è una devozione molto popolare, che si è affermata da noi sull’esempio di quanti, andando in Terra Santa, camminano per le vie di Gerusalemme sulle quali sono segnate le tappe del percorso fatto da Gesù, una volta uscito dal palazzo del Pretorio, per salire la collinetta del Calvario. Quando questo cammino non è più possibile là, si diffonde da noi la stessa cosa, con la creazione, soprattutto in alcune zone montuose, dei percorsi che altri pellegrini possono fare, meditando sulla Passione di Gesù. E poiché l’itinerario è faticoso, si creano delle fermate, chiamate stazioni, durante le quali si eleva il pensiero ai dolori di Cristo. Le stazioni, poi, vengono segnalate da alcune immagini capaci di suscitare la compunzione e di favorire la meditazione e la preghiera. In genere queste fermate richiamano alcuni episodi evangelici, ma non vengono mai a mancare anche altri che il vangelo ignora e che la devozione popolare evoca, come possono essere le probabili cadute, come può essere l’incontro con la Madre, come è il particolare della Veronica, legata all’immagine sul panno, che si dice proveniente come reliquia dalla Palestina. Di fatto, trattandosi del cammino che conduce Gesù verso il Calvario, le stazioni mettono in risalto questi momenti. Oggi si tende ad ampliare la meditazione su altri momenti delle ore drammatiche della Passione di Gesù, facendo sempre affidamento alle immagini, che noi possiamo ricavare non solo dalla figure dei quadri appesi alle pareti della chiesa, ma anche alle opere d’arte, e, ultimamente, anche alle espressioni di altri generi, come sono le musiche, le immagini da film, le opere di letteratura e di poesia. Se tutto concorre al bene e alla edificazione spirituale, anche queste espressioni possono servire perché il nostro cammino, sempre più virtuale e non più esercizio fisico, sia un autentico accompagnamento ai dolori del Signore, ma soprattutto al suo messaggio di vita e d’amore che deve risultare più evidente. Il Signore non vuole che noi soffriamo, ma vuole che nelle nostre immancabili sofferenze, ci dimostriamo, come lui, capaci di continuare ad amare, a servire il disegno del Padre, a rivelare da noi lo Spirito, a manifestare un vivere all’insegna del bene, del dono, della generosità, della vera passione. Ciò che contempliamo, ciò che meditiamo, ciò che riviviamo deve aiutarci a concepire la sua e la nostra passione come il modo migliore di vivere. Tutte le volte che facciamo la Via Crucis entriamo in questa sua Passione, che dobbiamo fare anche nostra, sapendo che essa è il vivere di Dio e deve diventare il vivere dell’uomo..

Qui ci lasciamo condurre da “Una vita di Cristo”, scritta dal romanziere milanese, Luigi Santucci (1918-1999), con cui egli ci offre una rilettura dei vangeli, in chiave moderna. Lo scrittore ripercorre la vita di Gesù, come se si trovasse anche lui in quelle situazioni e ci fa sentire presenti in quei momenti, anche perché il Signore è sempre con noi e vive ogni giorno il suo vangelo che trova carne nella nostra carne e diventa spirito e vita nel nostro spirito e nella nostra vita. Dovendo fare il percorso della Passione, andiamo a cercare alcune pagine che riguardano quei momenti. Non sono state scritte per un esercizio come quello della Via Crucis, ma noi ce ne possiamo avvalere per trovare nelle sue parole qualche suggestione che ci faccia desiderare sempre più l’incontro umano con colui che è Dio, essendo uomo, e che fa diventare sempre più figli di Dio, coloro che da soli resterebbero sempre poveri uomini, gravati dal male. Queste parole, molto umane, possono elevare lo spirito a farci desiderare sempre più lo Spirito del Signore. Di fatto in questo primo momento ci fermiamo dentro il Cenacolo, dove si consuma il mistero eucaristico, che è già introduzione al grande evento pasquale: Gesù ci prepara al trauma della violenza successiva, insegnandoci a leggere in quei momenti drammatici più che il tradimento di Giuda, la consegna che Gesù fa di sé; più che l’abbandono e il rinnegamento dei suoi, il desiderio che lui ha di vivere per noi; più che la cattiveria degli uomini, la bontà di Dio che sacrifica suo Figlio..

1 – GESU’ DESIDERA STARE CON I SUOI AMICI

Lo scrittore insiste sul desiderio che ha Gesù di stare a tavola con i suoi, senza nulla nascondere della passione imminente. E su questo non vuole essere contraddetto. Noi lo dobbiamo seguire su questa strada. Ma ce la faremo? Almeno fino a quando è possibile resistere … Leggi tutto “MEDITIAMO LA PASSIONE con: – UNA VITA DI CRISTO “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?” – di LUIGI SANTUCCI”

I PATTI LATERANENSI

La questione romana: affare italiano o internazionale?

Se la questione romana si accompagna al Risorgimento italiano e ne diventa un elemento determinante, sia per il raggiungimento dell’unità nazionale, sia per avere la capitale del nuovo Stato, poi tuttavia essa rimane sul tavolo, anche quando scompare lo Stato Pontificio e sembra che lo Stato italiano ne venga fuori più consolidato e più che mai sicuro di aver affrontato al meglio il problema. Ma questo sussisteva, sia per le continue rimostranze da parte del Vaticano, in ragione del sopruso che era stato perpetrato nei confronti del Papa, sia per la tensione interna alla società italiana con il divieto ai cattolici da parte delle autorità religiose di partecipare alla vita nazionale, sia per i risvolti che se ne avevano a livello internazionale, dove il governo italiano non voleva nessun riconoscimento politico e nessuna partecipazione si rappresentanti del Papa, soprattutto per la paura che lì venisse sollevata la questione romana. Occorreva dunque mettere mano alla questione, che non era affatto risolta neppure con le Leggi delle Guarentigie, mai riconosciute dal Vaticano e tutte interne allo Stato italiano. Queste leggi sembravano riconoscere una certa sovranità diplomatica al papa stesso per l’esercizio della sua autorità religiosa, ma in esse si negava che questa autorità avesse anche risvolti di tipo politico. Così il Papa conservava la sua libertà dentro i palazzi, in cui si sentiva comunque prigioniero e defraudato del suo secolare potere temporale; e conservava pure un riconoscimento diplomatico che permetteva di mantenere ambasciatori dei Paesi che lo riconoscevano e nunzi apostolici con gli stessi Paesi. In questo lungo periodo (una sessantina d’anni) vissuto in una sorta di “limbo diplomatico”, non mancarono comunque i rapporti con altri Stati da parte della Santa Sede, la quale firmò con molti di essi dei Concordati, che erano indubbiamente accordi per le questioni religiose, ma di fatto risultavano patti internazionalmente riconosciuti.

E tuttavia, quando la Santa Sede cercava di presenziare a Conferenze in cui erano in gioco i rapporti fra gli Stati per cercare soluzioni diplomatiche ed evitare contenziosi armati, in assenza di una più stabile organizzazione (come sarà la Società delle Nazioni, prima, e l’ONU, poi), il governo italiano bloccò ogni forma di partecipazione ad esse del Vaticano.

Insomma, la situazione era bloccata e non sembrava che si potesse addivenire ad un accordo, pur sempre tentato, anche per certe forme di irrigidimento su entrambi i fronti. La stessa soluzione trovata nel 1929 risultava spesso precaria e sul punto persino di essere rimessa in discussione … Comunque la soluzione richiedeva un accordo che fosse trovato e sancito fra le due parti, e che godesse dell’avallo internazionale. La prova se ne ebbe in occasione della guerra (1940-45), quando la neutralità e la libertà del territorio vaticano vennero rispettate, pur con le tante incognite circa la tenuta nel tempo di questo rispetto.

Va altresì rilevato che i Patti lateranensi, siglati in un Palazzo riconosciuto come territorio vaticano e ancora oggi tale, erano di fatto due. Con il primo, il Trattato, si prendeva atto della nascita di un nuovo Stato con un suo territorio e una sua organizzazione; con il secondo, il Concordato, si disciplinavano le questioni di comune spettanza allo Stato e alla Chiesa sul territorio italiano e per i cittadini italiani. Se il primo rimase – e rimane – in vigore, anche dopo la trasformazione istituzionale dell’Italia, che da monarchia divenne Repubblica, il secondo fu sottoposto a revisione ed è passibile di questo anche per il futuro.

Il cammino per giungere alla Riconciliazione

Come si è arrivati a questo passo?

Il cammino di questa riconciliazione non è stato facile e ci sono state resistenze da ambo le parti, sia perché il Papa considerava l’occupazione del suo “Patrimonio” come una usurpazione, sia perché lo Stato italiano con le Leggi delle Guarentigie riteneva già sufficientemente garantito l’esercizio del magistero pontificio e della sua sovranità, anche senza un territorio su cui governare. Di fatto nessuno entrò nei Palazzi Vaticani e tuttavia essi erano comunque considerati territorio italiano.

Pio IX (1846-1878) così si esprimeva nella sua enciclica “Respicientes ea” del 1 novembre 1870

È noto inoltre che Noi, adempiendo al Nostro dovere, non solo Ci opponemmo sempre ai replicati consigli e alle domande fatteci, con cui si voleva che Noi, vergognosamente, tradissimo l’ufficio Nostro abbandonando e consegnando i diritti e i domini della Chiesa, o stipulando con gli usurpatori una nefanda conciliazione, ma, di più, Noi, a questi iniqui ardimenti e misfatti perpetrati contro ogni diritto umano e divino, opponemmo solenni proteste davanti a Dio e agli uomini, e dichiarammo incorsi nelle censure ecclesiastiche i loro autori e fautori, e, quando fu necessario, li fulminammo con le stesse censure.

Noi ritenemmo che non Ci fosse assolutamente lecito abbandonare un’eredità tanto sacra e tanto antica (ossia il temporale dominio di questa Santa Sede, posseduto non senza un evidente disegno della Divina Provvidenza in così lunga serie di secoli dai Nostri Predecessori) né accettare col silenzio che qualcuno s’impadronisse della principale città del mondo cattolico per poi (una volta sovvertita e distrutta la santissima forma di governo che Gesù Cristo affidò alla sua Chiesa, e che fu strutturata sui sacri canoni emanati dallo Spirito di Dio) introdurvi un codice contrario e ripugnante non solo ai sacri canoni ma agli stessi precetti evangelici; insomma, trasferirvi, come è d’abitudine, un nuovo ordine delle cose che tende palesemente ad uniformare e a confondere la Chiesa Cattolica con tutte le altre sette e superstizioni.

Qui il Papa si riferisce al testo di S. Ambrogio circa la vigna di Naboth e soprattutto alla sua resistenza al potere politico del tempo che voleva impadronirsi di alcune chiese milanesi per affidarle agli Ariani. Il vescovo milanese si oppose decisamente in nome di questa eredità e si rinchiuse in chiesa per evitare alla polizia di entrarvi …

Infine, obbedendo a quell’avvertimento di San Paolo “Quale comunanza della giustizia coll’iniquità? O quale società fra la luce e le tenebre? Quale patto tra Cristo e Belial?” (2Cor 6,14-15) apertamente e chiaramente manifestiamo e dichiariamo che Noi, memori del Nostro ufficio e del solenne giuramento che Ci lega, non prestiamo, né mai presteremo, l’assenso a qualunque conciliazione, che in qualunque modo distrugga o scemi i diritti Nostri, e quindi di Dio e della Santa Sede; parimenti proclamiamo che, pronti certamente con l’aiuto della Divina grazia nella Nostra grave età a bere sino alla feccia per la Chiesa di Cristo il calice che Egli per primo si degnò di bere per la medesima, mai sarà che Noi aderiamo e Ci pieghiamo alle inique domande che Ci faranno. Infatti, come il Nostro predecessore Pio VII diceva: “Far violenza a questo supremo dominio della Sede Apostolica, separare la sua temporale potestà dalla spirituale, disgiungere, svellere, scindere gli uffizi del Pastore e del Principe, null’altro è che voler distruggere e rovinare l’opera di Dio, nulla fuorché sforzarsi che la Religione abbia un danno grandissimo, nulla fuorché spogliarla d’un efficacissimo aiuto, affinché il suo sommo Rettore, Pastore e Vicario di Dio non possa conferire ai cattolici, sparsi in ogni angolo della terra e di là bisognosi di forza e di aiuto, quei soccorsi che si chiedono dalla spirituale potestà di lui, e che nessuno deve impedire” [Alloc. 16 marzo 1808]..

Anche con il suo successore, Leone XIII (1878-1903) le cose non cambiano: rimane il “Non expedit” per i cattolici in Italia, che impedisce loro la partecipazione alla politica attiva e quindi ai ruoli decisionali di governo nazionale, non invece a quello locale. Ma soprattutto in seguito alla Enciclica sociale più famosa, la Rerum Novarum del 1891, si aprono nuove prospettive di carattere sociale, che vengono quanto mai auspicate per una presenza più capillare e più incisiva nelle realtà locali, mentre rimane l’opposizione ad ogni forma di partito dei cattolici.

Leone XIII infatti, che pur ammirava l’entusiasmo dei giovani per i problemi sociali, ma non voleva sconfessare la trentennale operosità degli intransigenti, il 18 gennaio 1901 interveniva con l’enciclica Graves de communi, la quale proibiva ancora una volta ai cattolici di svolgere azione politica, concedendo loro di impegnarsi solo nel campo sociale. L’enciclica aveva lo scopo di chiarire il concetto di democrazia cristiana e di sedare così le discordie, divenute in proposito sempre più profonde, tra i cattolici italiani; si conservava quella espressione, ma si intendeva che essa indicasse essenzialmente una “azione benefica verso il popolo”. (Penco, p.477).

Gli anni tra i due secoli furono particolarmente vivaci soprattutto per il dibattito e per l’azione dei cattolici dentro la società e dentro il dibattito politico italiano, senza mai trovare comunque la possibilità concreta di giungere ad una conciliazione. Lo stesso Giolitti che raggiunse un’intesa con il cosiddetto “Patto Gentiloni”, per avere il sostegno dei cattolici in politica, non ne voleva sapere di scendere a patti con la Chiesa, anche per la sua formazione fortemente liberale che voleva la Chiesa relegata nelle sacrestie con la sola possibilità di animare opere benefiche nel campo sociale. Solo alla vigilia della guerra si faceva strada l’ipotesi di ottenere l’internazionalizzazione della Legge delle Guarentigie. Ma non si andò molto oltre ….

Anche il pontificato di Benedetto XV (1914-1922) non fu sottratto alle asprezze polemiche legate alla questione romana: la sua neutralità nella guerra appariva come una presa di posizione ostile all’Italia e favorevole alle Potenze degli Imperi centrali; e negli Accordi di Londra per l’entrata dell’Italia in guerra a fianco dell’Intesa, all’articolo 15 si faceva proprio riferimento alla Santa Sede per impedirle di partecipare alla Conferenza di pace, come avvenne …

Patto di Londra (26 aprile 1915)

L’articolo 15 affermava: “La Francia, la Gran Bretagna e la Russia appoggeranno l’opposizione dell’Italia a tutte le proposte tendenti ad introdurre un rappresentante della Santa Sede in tutti i negoziati per la pace e per il regolamento delle questioni sollevate dalla presente guerra“.

Questo articolo provocò un profondo risentimento nel mondo cattolico. Secondo il filosofo Georges Sorel forse gli americani non si sarebbero così facilmente lasciati trascinare ad abbracciare la causa jugoslava, se i numerosi cattolici degli Stati Uniti non fossero stati ostili all’Italia per colpa di questo articolo. La ragione di fondo dietro l’azione del governo italiano e soprattutto del Ministro degli Esteri Sonnino di voler impedire che la Santa Sede superasse l’isolamento politico partecipando a negoziati di pace, era il timore che la diplomazia vaticana potesse risollevare la Questione Romana ponendola come problema internazionale.

Quella a Versailles fu un’assenza senza precedenti, vista la costante presenza della Santa Sede ad incontri di tal genere, incaricati cioè di porre fine a periodi di conflittualità e a definire nuovi assetti delle relazioni internazionali …

È noto che la stretta connessione tra una partecipazione della Santa Sede alla SdN e la Questione romana era emersa già durante i lavori della Conferenza di Versailles, nei famosi colloqui che si tennero a Parigi fra il maggio e il giugno 1919, tra il capo del Governo italiano Vittorio Emanuele Orlando e l’allora segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari Bonaventura Cerretti, allo scopo di formulare proposte concrete per la soluzione della controversia tra la Santa Sede e l’Italia. In proposito, la posizione vaticana chiedeva, quasi come condizione pregiudiziale, la costituzione di un’entità statuale sotto la sovranità della Santa Sede garantita da una presenza di questa nella SdN, una membership che proprio la sovranità territoriale effettivamente esercitata avrebbe reso possibile. (Buonomo, p. 49.50)

Di fatto la Santa Sede, che pur era tenuta lontana dalle assise internazionali di quell’epoca, vedeva comunque accrescere la sua posizione, sia perché aumentavano le relazioni diplomatiche sia perché venivano stipulati nuovi Concordati, in un periodo del resto piuttosto burrascoso. In effetti erano nati in Europa nuovi Stati, e questi assumevano particolari caratterizzazioni con più o meno manifeste tendenze di tipo autoritario, che richiedevano, se non privilegi, comunque più ampi spazi di libertà di movimento per la Chiesa e per i cattolici.

E va pure riconosciuto che nel periodo postbellico la Santa Sede interviene ed è pure richiesta negli interventi per segnalare o per sentirsi coinvolta in alcune questioni e in alcune situazioni, che vanno anche ben oltre gli interessi di parte o dei suoi fedeli.

Il testo citato ricorda alcuni problemi che vedono l’attività diplomatica della Santa Sede e la vedono impegnata a sostenere anche situazioni dove non erano in gioco solo interessi legati al mondo cattolico …

La fame in Russia durante il periodo della guerra civile: la richiesta di Benedetto XV è di intervenire per lenire le sofferenze della popolazione russa.

La situazione delle minoranze e dei rifugiati: il caso dell’Ungheria che si vedeva privata dei suoi territori e di popolazione ungherese che veniva inglobata nella Romania e nella Jugoslavia, rivela una Santa Sede attenta alle questioni che poi esploderanno in seguito.

Le popolazioni dell’Asia Minore: l’azione messa in campo per i numerosi profughi che la guerra greco-turca aveva creato da ambo le parti, fa della Santa Sede un partner privilegiato.

Un’azione che mostra non solo la capacità della Santa Sede di operare sul piano internazionale, bilaterale e multilaterale, prima del 1929, ma come pure in quel momento storico essa fosse attenta alle questioni di rifugiati e profughi, operando in loro favore indipendentemente dall’appartenenza religiosa. (Buonomo, p. 61)

La questione dei Luoghi Santi in Palestina rivelava un interesse della Santa Sede, che faceva presente alla Società delle Nazioni alcune questioni, non solo e non tanto di difesa dei propri privilegi acquisiti, quanto piuttosto come si dovesse agire a livello internazionale, tenuto conto che molti luoghi santi in Terra Santa avevano un carattere particolare, che non si poteva definire sulla base della nazionalità.

La riforma del calendario gregoriano veniva avanzata per motivi di ordine commerciale, in riferimento alla questione della data della Pasqua da rendere fissa e non mobile, come succedeva e succede tuttora. Non se ne venne a capo di nulla. Ma è interessante sapere che la Società delle Nazioni sentiva la necessità di avere il parere della Santa Sede …

Ciò significa che, anche ad aver perso i territori e la sua immagine di Stato fra gli Stati, anche a trovarsi in difficoltà per l’opposizione italiana a dare spazio nel contesto internazionale, con la paura che si potesse sollevare la “ questione romana”, non solo a livello di alcuni Stati, ma anche di organizzazioni al di sopra delle nazioni stesse, la Santa Sede veniva presa in seria considerazione, segno inequivocabile che si conservava per essa una immagine che la metteva sullo stesso piano degli Stati. La cosa poi divenne scontata con il riconoscimento giuridico che emerse dai Trattati lateranensi.

I prodromi dell’evento

Non sono mai mancate le trattative per arrivare alla conciliazione, pur in presenza di discorsi pubblici che alimentavano invece la polemica.

Da parte delle autorità ecclesiastiche si continuava a sottolineare il sopruso commesso dalle autorità italiane e continuava ad essere in vigore la condanna ferma di Pio IX. Veniva pure raccomandato ai vescovi di non avere a che fare con le autorità in certi momenti, come potevano essere le visite del Re o di altri capi di Stato alle autorità italiane.

Da parte dei governi che si sono succeduti, non solo mancava l’autorità per addivenire ad una forma di soluzione; altre volte si manifestavano veri e propri ostacoli ad ogni forma di riconoscimento della Santa Sede come interlocutrice a livello internazionale.

Era evidente che con i governi di stampo liberale non era possibile alcun forma di conciliazione, per quanto se ne parlasse, anche perché, oltre alle componenti massoniche decisamente anticlericali, occorreva superare l’ostacolo delle diverse anime dei partiti di governo.

Anche quando compare Benedetto XV, già nella sua prima enciclica “Ad beatissimi Apostolorum” del 1 novembre 1922 diceva chiaramente

Ed ora, Venerabili Fratelli, al termine di questa lettera, il Nostro cuore torna spontaneo colà, donde volemmo prendere le mosse. È la parola di pace che Ci ritorna sul labbro; per questo con voti fervidi ed insistenti invochiamo di nuovo, per il bene tanto della società che della Chiesa, la fine dell’attuale disastrosissima guerra. Per il bene della società, affinché, ottenuta che sia la pace, progredisca veramente in ogni ramo del progresso; per il bene della Chiesa di Gesù Cristo, affinché, non trattenuta da ulteriori impedimenti, continui fin nelle più remote contrade della terra ad apportare agli uomini conforto e salute. Purtroppo da lungo tempo la Chiesa non gode di quella libertà di cui avrebbe bisogno; e cioè da quando il suo capo, il Sommo Pontefice, incominciò a mancare di quel presidio che, per disposizione della divina Provvidenza, aveva ottenuto nel volgere dei secoli a tutela della sua libertà.

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La mancanza di tale presidio è venuta a cagionare, cosa d’altronde inevitabile, un non lieve turbamento in mezzo ai cattolici: coloro difatti che si professano figli del Romano Pontefice, tutti, così i vicini come i lontani, hanno diritto d’essere assicurati che il loro Padre comune nell’esercizio dell’apostolico ministero sia veramente libero da ogni umano potere, e libero assolutamente risulti.

Al voto pertanto d’una pronta pace fra le Nazioni, Noi congiungiamo anche il desiderio della cessazione dello stato anormale in cui si trova il Capo della Chiesa, e che nuoce grandemente, per molti aspetti, alla stessa tranquillità dei popoli. Contro un tale stato Noi rinnoviamo le proteste che i Nostri Predecessori, indottivi non già da umani interessi, ma dalla santità del dovere, alzarono più di una volta; e le rinnoviamo per le stesse cause, per tutelare cioè i diritti e la dignità della Sede Apostolica.

Qui non si parla più di usurpazione e, di conseguenza, della condanna verso i governanti italiani. Qui è accorata invece la richiesta di poter contare ancora su una libertà di movimento, che consenta al Papa di essere al di sopra delle parti. Si tenga presente che siamo in un momento particolarmente grave, come quello della guerra in atto, durante la quale la Santa Sede poteva e doveva svolgere la sua missione senza dover risultare assolutamente di parte, come poi verrà accusato lo stesso Papa nei suoi interventi, compreso quello dell’agosto 1917, quando definì la guerra “un’inutile strage”.

Benedetto XV chiede chiaramente che si ponga fine a questo “stato anormale in cui si trova il Capo della Chiesa”: è evidente che si tende la mano affinché la anormalità venga sistemata … Non risulta che ci siano richieste di tornare allo stato precedente con il ripristino del potere temporale e con la restituzione dei territori usurpati. Si esprime invece il desiderio che il Papa possa essere davvero indipendente per svolgere la sua missione soprattutto a favore della pace.

Non sembrava possibile neppure con Mussolini, che era stato in gioventù un acceso anticlericale e che tale era rimasto anche dopo la sua espulsione dal partito socialista. Ciò che lui rappresentava dopo la guerra era l’anima nazionalista, che si faceva strada anche attraverso le forme violente e non faceva mistero del suo modo di concepire e di esercitare il potere. Ma non sono mancate affermazioni sulla questione romana che potevano far sperare in un esito come quello poi raggiunto nel 1929.

In un discorso al parlamento del 21 giugno 1921 si espresse in tal modo: “Affermo che la tradizione latina e imperiale di Roma oggi è rappresentata dal cattolicesimo. Se, come diceva Mommsen … non si resta a Roma senza un’idea universale, io penso e affermo che l’unica idea universale, che oggi esiste a Roma, è quella che s’irradia dal Vaticano. Penso … che se il Vaticano rinuncia definitivamente ai suoi segni temporalistici – e credo che sia già su questa strada – l’Italia profana e laica dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per le scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza sovrana ha a sua disposizione. Perché lo sviluppo del Cattolicesimo, nel mondo … è di un interesse e di un orgoglio anche per noi che siamo italiani”. (Nacci, p. 86-7)

Ovviamente ci vollero gli anni del consolidamento al potere da parte di Mussolini, il cui regime si può dire inizia con il discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, dopo la crisi dovuta all’assassinio di Matteotti. Con l’assetto dittatoriale entrano in vigore anche leggi che vogliono estirpare la pluralità dei partiti, ma anche le società segrete di stampo massonico. Così le due parti appaiono più libere nell’intavolare trattative.

Queste “basi” furono poste il 6 agosto del 1926 quando il Papa autorizzò l’avvocato fiduciario del Vaticano Francesco Pacelli, fratello del futuro Pio XII, a conferire con il consigliere di Stato, Domenico Barone, circa la soluzione della Questione romana; colloqui che iniziarono due giorni dopo nella casa di Barone (Nacci, p. 89)

La discussione richiese tempo anche perché nel frattempo sorgevano problemi che rischiavano di far naufragare l’intesa: la dittatura non poteva permettere che la Chiesa avesse campo libero per iniziative di carattere formativo nei confronti della gioventù; non si metteva in discussione il catechismo, ma non si potevano accettare forme di attività diverse, come i gruppi Scout o l’Azione Cattolica, e naturalmente la Chiesa riaffermava in continuazione la sua imprescindibile azione educativa. C’era poi la questione del Concordato, che già la Chiesa andava realizzando con i vari Stati europei e del mondo in quel periodo, e che si voleva abbinare alla soluzione della questione romana.

Due relazioni del consigliere di Stato Domenico Barone del 12 aprile e dell’agosto 1928 fanno luce non solo sulla buona volontà di quell’esemplare funzionario, ma anche sugli argomenti verso cui le due parti erano più sensibili. Le difficoltà non mancavano. In Vaticano, infatti, si era urtati per la presenza di spie fasciste; a Mussolini d’altra parte, continuavano a giungere proteste – anche da parte di D’Annunzio – per i progetti di conciliazione ormai nell’aria. Il consigliere Barone svolse quindi, a questo proposito, un’attività intensissima fino a compromettere la propria salute, mentre Pio XI già nel marzo sembrava disposto a non irrigidirsi per questioni di territorio, pur protestando, il 25 marzo, contro il tentativo di monopolizzare l’educazione della gioventù e contro le persistenti vessazioni ai danni dell’Azione Cattolica. (Penco, p. 527)

La firma e la ratifica dei Trattati

Alla firma si arriva l’11 febbraio 1929, anche se poi la ratifica avviene il 7 giugno dello stesso anno. Nel momento stesso in cui la firma avveniva nel Palazzo Apostolico Lateranense, il Papa teneva un discorso in cui affiorano anche i problemi che accompagnano questa decisione …

Dall’allocuzione di Pio XI ai parroci romani e ai predicatori della Quaresima

(11 febbraio 1929)

Ed ora accenniamo a quell’altra circostanza che Ci fa tanto più cara ed opportuna la vostra assistenza e che rende questa adunanza ben altrimenti memorabile e storica che non per le circostanze pur belle e solenni del settimo anniversario dell’incoronazione e dell’anno giubilare. Proprio in questo giorno, anzi in questa stessa ora, e forse in questo preciso momento, lassù nel Nostro Palazzo del Laterano (stavamo per dire, parlando a parroci, nella Nostra casa parrocchiale) da parte dell’Eminentissimo Cardinale Segretario di Stato come Nostro Plenipotenziario e da parte del Cavaliere Mussolini come Plenipotenziario di Sua Maestà il Re d’Italia, si sottoscrivono un Trattato ed un Concordato.

Un Trattato inteso a riconoscere e, per quanto « hominibus licet », ad assicurare alla Santa Sede una vera e propria e reale sovranità territoriale (non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale) e che evidentemente è necessaria e dovuta a Chi, stante il divino mandato e la divina rappresentanza ond’è investito, non può essere suddito di alcuna sovranità terrena.

Un Concordato poi, che volemmo fin dal principio inscindibilmente congiunto al Trattato, per regolare debitamente le condizioni religiose in Italia, per sì lunga stagione manomesse, sovvertite, devastate in una successione di Governi settari od ubbidienti e ligi ai nemici della Chiesa, anche quando forse nemici essi medesimi non erano.

Non vi aspetterete ora da Noi i particolari degli accordi oggi firmati: oltre che il tempo, non lo permetterebbero i delicati riguardi protocollari, non potendosi chiamare quegli accordi perfetti e finiti, finché alle firme dei Plenipotenziari, dopo gli alti suffragi e colle formalità d’uso, non seguano le firme, come suol dirsi, sovrane: riguardi che evidentemente ignorano o dimenticano coloro che attendono per domani la Nostra benedizione solenne «Urbi et orbi » dalla loggia esterna della Basilica di San Pietro.

Vogliamo invece solo premunirvi contro alcuni dubbi e alcune critiche che già si sono affacciati e che probabilmente avranno più largo sviluppo a misura che si diffonderà la notizia dell’odierno avvenimento, affinché voi, a vostra volta, abbiate a premunire gli altri. Non conviene che portiate queste cose, come suol dirsi, in pulpito; anzi, non dovete portarvele per non turbare l’ordine prestabilito alla vostra predicazione; ma anche all’infuori di questa, molti verranno a voi, sia per trarre particolare profitto dalla vostra eloquenza, con conferenze e simili, sia per avere anche sull’attuale argomento pareri tanto più autorevoli ed imparziali quanto più illuminati.

Dubbi e critiche, abbiamo detto; e Ci affrettiamo a soggiungere che, per quel che Ci riguarda personalmente, Ci lasciano e lasceranno sempre molto tranquilli, benché, a dir vero, quei dubbi e quelle critiche si riferiscano principalmente, per non dire unicamente, a Noi, perché principalmente, per non dire unicamente e totalmente, Nostra è la responsabilità, grave e formidabile invero, di quanto è avvenuto e potrà avvenire in conseguenza.

Come si avverte da queste parole c’è la coscienza che l’atto è grande e solenne e comunque foriero di critiche e di prese di distanza che si muovono contro la sua persona e le sue scelte. Ne è consapevole (e un po’ amareggiato), ma nel contempo appare quanto mai deciso ad andare fino in fondo per cogliere questa opportunità e mettere fine al contenzioso che non si poteva trascinare oltre con grave pregiudizio per la Chiesa stessa. Le critiche che gli venivano mosse non riguardavano solo il riconoscimento dell’Italia fascista, visto che il Trattato veniva fatto con Mussolini, ma anche per la rinuncia ai possedimenti territoriali che da secoli appartenevano alla Chiesa.

Se con Mussolini fu più facile ottenere la Conciliazione, non per questo il Trattato aveva le garanzie di quel governo, perché il Trattato, di natura internazionale, avveniva con lo Stato Italiano e quindi, propriamente con la persona del Re, di cui Mussolini era solamente il plenipotenziario, come lo era alla firma per il Vaticano il Card. Gasparri e non il Papa stesso. Se poi esso rimane vincolato alla Costituzione repubblicana, ciò significa che davvero questo Trattato è con lo Stato e non con un regime che è pur sempre transeunte. Per quanto riguarda la rinuncia al territorio “usurpato”, ora si riconosceva che era sufficiente al Papa una vera indipendenza, garantita con un minimo di possedimenti che permettessero l’assoluta estraneità allo Stato italiano. Col tempo la cosa si rivelò una autentica liberazione da una zavorra pesante: il Papa era libero, senza avere le incombenze di un governo temporale, che richiede particolari organismi e leggi …

Maggior entusiasmo Pio XI esprime al Corpo diplomatico qualche giorno dopo, riconoscendo che è nato un nuovo soggetto politico destinato a salvaguardare la missione della Chiesa e del magistero petrino, più ancora di quanto non lo si poteva pensare con la forma precedente del Patrimonio di S. Pietro, ereditato dalla storia.

Discorso di Pio XI al Corpo diplomatico (9 marzo 1929)

Ce n’è un’altra che continua dall’11 febbraio a riempire i paesi e il mondo intero. È questo grande, incomparabile (e forse finora mai verificato) plebiscito, non solo d’Italia, ma di tutte le parti del mondo. Non c’è, in questa parola, esagerazione alcuna. Noi stiamo ricevendo lettere e telegrammi non solo da tutte le città e villaggi d’Italia, non solo da tutte le città e da molti villaggi di tutti i paesi di Europa, ma anche dalle due Americhe, dalle Indie, dalla Cina, dal Giappone, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda, dal Nord, dal Centro, dal Sud dell’Africa, dall’Alaska, dal Mackenzie, dall’Hudson, come se si trattasse di un avvenimento del luogo.

Fatto veramente impressionante e che Ci autorizza a dire che non solo il popolo, tutto il popolo d’Italia, ma che i popoli del mondo intero sono con Noi: un vero plebiscito non solamente nazionale, ma mondiale. Ecco la garanzia, la più imponente che si possa pensare ed immaginare. In questo vasto e immenso plebiscito non possiamo non cogliere e rilevare alcune voci che Ci hanno profondamente commossi. È anzitutto la voce del piccolo numero dei sopravvissuti, nei vostri vari paesi, tra i valorosi che, nel corso degli anni, in spirito di fede cattolica hanno messo la loro vita a disposizione e a difesa della Santa Sede. Voi direte a questi valorosi che il Santo Padre ha pregato e applica delle Messe per tutti i loro morti, che sono anche i Nostri morti, indimenticabili.

Appare chiaro, a proposito dei Trattati, che si tratta di due documenti molto diversi, a cui poi si deve aggiungere anche la Convenzione finanziaria, con la quale si fissa l’indennizzo alla Santa Sede da parte dell’Italia, che pur aveva garantito con le Guarentigie un compenso annuale, sempre rifiutato da parte del Papa.

Il Trattato fa nascere di fatto un nuovo Stato del tutto sovrano, la cui indipendenza viene garantita a livello internazionale.

Il Concordato ovviamente riguarda i due Stati in riferimento all’esercizio religioso sul territorio italiano. Questo è stato sottoposto a verifica e ad una nuova intesa nel 1984.

L’impressione suscitata da un accordo così importante e così lungamente atteso fu senza dubbio di grande risonanza, in Italia e all’estero, come dimostrò la vasta eco nella stampa nazionale e internazionale. Altrettanto grande fu ovviamente, secondo i diversi punti di vista, la disparità di giudizi, per quanto prevalessero decisamente quelli positivi. A distanza di un sessantennio dall’occupazione italiana di Roma e della definitiva cessazione del potere temporale, i rapporti tra Stato e Chiesa ricevevano una regolamentazione che poteva dirsi soddisfacente. Vi fu, naturalmente, chi volle andare anche oltre l’intenzione della parti contraenti e dello stesso Pio XI: così, si parlò di un avallo senza riserve dato dalla Chiesa al regime fascista. (Penco, p. 529)

La Conciliazione venne disapprovata da quegli antifascisti – in Patria e all’estero – che deprecarono le trattative intercorse tra la Chiesa e un regime totalitario … Ma di fatto, cessata la dittatura, i Patti Lateranensi vennero accolti tali e quali, come trascendenti nettamente le circostanze e le persone che vi avevano avuto parte, nella costituzione stessa del nuovo Stato democratico e repubblicano e ciò con l’appoggio degli stessi partiti di sinistra (Penco, p. 530).

7

Conclusioni

Di fatto noi abbiamo nella lettura storica di questi Patti lo stretto legame fra il Trattato, costitutivo dello Stato Vaticano, e il Concordato che regola invece i rapporti fra Chiesa e Stato in Italia. “Simul stabunt, simul cadent” – si diceva allora. E c’è pure chi supporne che il giorno della morte di Pio XI (10 febbraio 1939), che era vigilia del decimo anniversario dei Patti, ci fosse già un documento pontificio scritto, con cui, prendendo le distanze dal regime fascista, anche per le sue leggi razziali, si volesse far cadere il Trattato. Ovviamente il documento con c’è ed è da verificare che possa essere stato scritto, anche se non entrò mai in vigore con la morte del suo estensore. Penso che l’impugnazione del Concordato non volesse dire che si dichiarava nullo anche il Trattato con il quale nasceva lo Stato della Città del Vaticano. Questo Trattato ha dimostrato la sua forza anche a livello internazionale in occasione della guerra, quando anche nei mesi di occupazione nazista, i territori dello Stato pontificio, per quanto ristretti, non sono stati invasi e sono diventate isole di libertà per quanti trovarono rifugio e scamparono al pericolo di cadere sotto la polizia politica o sotto le SS naziste. Sta di fatto che nella discussione all’Assemblea Costituzionale, i Patti, nel loro insieme, entrarono a far parte della Costituzione stessa, a dimostrazione che essi non venivano considerati come l’espressione di un regime, ma come un vero e proprio trattato fra due Stati, ben oltre la contingenza storica di un governo oggi sottoposto alla damnatio memoriae.

Ma se il Trattato non è mai caduto, il Concordato è stato sottoposto a revisione. Non poteva essere diversamente per lo Stato italiano che si trovava in presenza di accordi costruiti, qui sì, secondo un sistema totalitario. La revisione era ritenuta necessaria per conformarsi alla legge fondamentale dello Stato, che si presenta democratico. Nel momento più delicato della sua storia non si volevano aprire ulteriori ferite e anche il Partito comunista si adeguò ad accettare entrambi i documenti dei Patti. Se poi si addivenne alla revisione, questa fu pure voluta dalla Chiesa che voleva anch’essa rileggere il Concordato sulla base delle suo nuove Costituzioni redatte con il Concilio Vaticano II.

In genere nelle considerazioni di carattere storico che si fanno sui Patti lateranensi si tende a sottolineare che essi mettono la parola fine al contenzioso tra Italia e Vaticano in seguito alla questione romana, come se si trattasse di un problema bilaterale. Certamente è così per il Concordato. Ma per il Trattato esso ha di fatto l’avallo internazionale, perché da allora viene riconosciuto nel concerto delle nazioni, che c’è pure spazio per una realtà politica e giuridica come lo Stato del Vaticano. Ora esso, anche con un porzione minima di territorio, ha in realtà un grande peso nel sistema internazionale e ce l’ha in forza della sua assoluta indipendenza e sovranità. Se questa era di fatto sospesa nel periodo fra il 1870 e il 1929, nonostante le leggi delle Guarentigie che volevano in maniera unilaterale garantire una sovranità di fatto limitata, ora invece essa viene universalmente riconosciuta. Ciò che oggi esiste è ben diverso da ciò che la storia aveva consegnato al Papa nel corso dei secoli, certamente per l’assetto territoriale, ma anche per il tipo di esercizio di potere che poneva il Papa accanto ad altri Stati, con i loro medesimi problemi di natura sociale e strutturale. Oggi il Papa possiede ancora un territorio su cui governa in maniera totalmente autonoma, ma questo tipo di Stato non ha bisogno di quel genere di infrastrutture che sono invece necessarie altrove. Perciò il Vaticano è ben diverso da quello che era prima del 1870; ma la sua autorità e il suo peso è di gran lunga superiore al precedente e la storia recente ha dimostrato che questa indipendenza ha giovato certamente all’esercizio della sua missione, soprattutto senza l’onere di dover svolgere compiti non propriamente suoi e non propriamente necessari a questa sua missione.

BIBLIOGRAFIA

Pontificio Comitato di scienze storiche- I PATTI LATERANENSI in occasione del XC anniversario (1929-2019)- Libreria Editrice Vaticana – 2019 – 

Gregorio Penco – STORIA DELLA CHIESA IN ITALIA (volume II) Jaca Book – 1977