LEGENDA .

Lo spunto dalla “Legenda” di S. Francesco (5 ottobre 2018)

La figura di S. Francesco, che si celebra come patrono d’Italia, ci viene offerta da una lunga serie di biografie, in ognuna delle quali la fisionomia del santo viene dispiegata sulla base della sensibilità e delle priorità di chi scrive. Le prime biografie hanno il pregio di essere le più vicine ai tempi del santo, perché all’indomani della sua scomparsa si avvertì la necessità di far conoscere i tratti umani e spirituali di colui che ormai tutti riconoscevano come santo, perché vedevano  in lui la fisionomia di Cristo stesso. Del resto si tendeva, anche forzando gli eventi, a dire che ogni episodio della sua vita si potesse ricollegare a ciò che si trova scritto nel vangelo; per questo si arriva a scrivere che lui pure era nato in una stalla e che lui pure porta impressi nella carne i segni della crocifissione.

Le prime biografie vengono definite “LEGENDA”, cioè “cose da leggersi” e quindi erano proposte perché se ne facesse lettura; ovviamente non tutti erano in grado di leggere, ma tutti erano in grado di ascoltare, e, proprio perché si imprimesse la fisionomia del santo, ecco l’utilizzo della grafica pittorica, che a partire da Giotto nella basilica superiore di Assisi ci offre in riquadri episodi della vita di Francesco desunti da quella biografia che allora era in auge e di fatto si era imposta.

Le prime tre biografie, tutte definite “LEGENDA”, compaiono con l’intento di far conoscere la figura del santo sulla base di coloro che sembrano essere i destinatari dell’opera.

La prima biografia è la “LEGENDA TRIUM SOCIORUM”, scritta da tre compagni fedeli del santo, che gli sono stati vicini fin dall’inizio e che cercano di richiamare ciò che per loro è essenziale del santo e quindi il riferimento alla povertà e alla fedeltà al vangelo, tratti inconfondibili e necessari a coloro che vogliono mantenersi fedeli al genuino spirito francescano. Di fatto essa verrà a rappresentare la corrente degli “spiritualisti”, che ben presto appaiono come i radicali, quanti pretendono rigore nell’osservanza dello spirito del santo.

La seconda biografia è la “VITA”, in due edizioni diverse, di Tommaso da Celano, il quale vuole tratteggiare una fisionomia popolare facendo ricorso ad episodi che abbiano un impatto immediato sulla gente comune, come possono essere i miracoli, e quei fatti da cui poi si trarranno, nel secolo XIV, i cosiddetti  “FIORETTI”. Ben presto anche questa opera verrà messa da parte proprio per questo approccio popolaresco al santo.

La biografia, che il movimento francescano imporrà come unico testo a cui riferirsi e da conservare come linea da seguire, è la “LEGENDA”, anche in questo caso in due versioni, di S. Bonaventura, che fu generale dell’Ordine.

Qui mi preme sottolineare che la parola “LEGENDA” esprime il dovere della lettura e che il lettore ad essa si deve adattare: il gerundivo latino ha in effetti queste due componenti: l’obbligo e, nella forma passiva, la disponibilità ad adattarsi. 

Il “dovere” di leggere

Da questo spunto prendiamo l’avvio per la nostra riflessione introduttiva, che vuole richiamare il valore e l’importanza della lettura come esercizio a cui è doveroso che ci sottoponiamo, perché una vera cultura non ne può prescindere.

Di qui la necessità di una riflessione seria sull’argomento perché la lettura di libri appaia essenziale per una conoscenza che non sia mai solo … di risulta, ma semmai … di “riflesso”.

Sta riemergendo, come in altre fasi di decadimento o di stanchezza, quel genere di conoscenza che si pensa di avere mediante il “sentito dire”, spesso manifestazione di pettegolezzo che sconfina nella maldicenza. In un periodo in cui vanno di moda gli strumenti audio e video, si rischia in effetti di credere che si sappia già abbastanza per quello che si è visto o per quello che si è sentito (non necessariamente ascoltato, e quindi meditato con maggior senso critico).

La lettura risulta impareggiabile, se ci pensiamo bene, soprattutto se abbiamo ottenuto la fruibilità di questi segni grafici mediante l’alfabetizzazione, che ha consentito a tutti di poter accedere direttamente a questa operazione, senza dover passare dall’ascolto o dalla visione, a cui si ricorreva, proprio perché a tanti era negato di intendere questi segni. Chi non poteva leggere, evidentemente si metteva all’ascolto o ricorreva alla visione pittorica; proprio per questo aveva anche affinato le tecniche di ascolto (si pensi all’esercizio della partecipazione al teatro, il solo veicolo popolare per interessare in modo particolare alla discussione, al confronto di idee), e anche quelle grafiche, per le quali decorazioni ed immagini risultavano molto più accessibili di quanto lo siano oggi, proprio perché colori e collocazioni di segni avevano pure un valore simbolico, di facile impatto sull’utenza.

Oggi abbiamo perso anche queste tecniche di lettura o di ascolto, sia perché manchiamo di esercizio, sia perché continuiamo a ritenere che l’impatto da seguire sia quello emotivo, quello della pura sensibilità portata al sensazionalismo, che ovviamente non induce di fatto a riflettere. Ho sempre sostenuto che l’impatto della pubblicità, sia con lo slogan orecchiabile, sia con l’immagine accattivante, deve condurre non a pensare, bensì a comprare, finendo, di fatto, per essere … comprati.

Dobbiamo riappropriarci di queste forme comunicative che devono tornare ad essere capaci di far riflettere e quindi  di ripiegarci su noi stessi per interiorizzare, cioè guardare maggiormente in profondità. Uno degli esercizi che può darci maggior profondità, perché ci obbliga a riflettere, è proprio quello di leggere.

L’esercizio della lettura

È un esercizio faticoso, perché impegna non poco ed obbliga a quel tipo di attenzione che deve concentrare sul testo perché sia capito. E se non lo si capisce, sia perché mancano le cognizioni lessicali, le conoscenze minime di base sul linguaggio e quindi sulle forme espressive, sulle tecniche usate, sia perché il terreno non è mai stato esplorato, sia perché manca la sintonia con l’autore, con i suoi tempi, con le questioni dibattute, ovviamente si richiede un surplus di lavoro personale per cercare e trovare il giusto collegamento con il testo, con l’argomento, con l’autore.

Sappiamo quanto sia carente fra noi l’esercizio della lettura e come non vi sia la medesima preoccupazione per questo lavoro, come si ha per l’esercizio fisico necessario alla salute del corpo. Nel corpo ha comunque un ruolo delicato il cervello, che deve essere tenuto vivo anche da questo strumento non indifferente per la sua vitalità. E poi le idee si rinnovano a partire dal confronto con altri, certamente mediante l’interagire nel dialogo fra persone, ma anche mediante questo particolare esercizio che ci mette a confronto con persone e idee che possono appartenere anche al passato. Continuo a sostenere che è oltremodo importante tenere il giusto contatto con il passato e con le persone che fisicamente non ci sono più, ma che nei loro scritti ci comunicano il proprio vissuto e ce lo danno come qualcosa di attuale, in quanto è segnato da uno spirito vivo. Perciò anche nello strumento cartaceo di un libro, si può trovare lo spirito vivo di persone, se sappiamo entrare in comunicazione con ciò che offre a noi l’attualità del passato, un passato, cioè, nel suo proporsi vivo e sempre attuale, proprio perché mette in opera il vissuto.

La lettura deve essere un piacere

Occorre allora ritrovare il piacere, la soddisfazione, il gusto per la lettura di un buon libro; la disaffezione che abbiamo avuto nel tempo, evidentemente ci crea qualche difficoltà, perché riprendere l’esercizio non è facile, così come i muscoli possono indolenzirsi e far provare dolore, se da tempo rimangono inerti. Occorre riprendere e avere costanza, non lasciandoci impressionare dal fatto che questo esercizio richiede tempo, fatica, impegno, soprattutto in presenza di qualcosa che risulta non di facile accesso, per un linguaggio a cui non siamo più abituati, per un lessico, soprattutto in certi campi, che non è di nostro dominio e di nostra frequentazione familiare.

È anche il caso di avvicinarci ai luoghi deputati alla lettura, laddove possono essere forniti i libri, acquisendo anche quelle cognizioni preliminari che consentono un approccio giusto ai libri stessi. Non necessariamente occorre leggere un libro per intero; ma certamente va avvicinato anche per acquisire un metodo di lettura, di analisi, di comprensione e di successiva comunicazione, affinché tra noi torni in auge quel tipo di dialogo che fa crescere la conoscenza non  solo dei problemi, ma anche delle persone. Una conoscenza fatta di slogan o di battute, magari continuamente ripetute, perché di effetto, non favoriscono la crescita intellettuale e non fanno progredire in noi e attorno a noi la conoscenza stessa, come ben possiamo vedere nelle discussioni televisive, dove sappiamo già il “retro-pensiero” di chi compare sullo schermo e dove non si ha di fatto uno sviluppo del pensiero stesso, appunto perché ciascuno rimane sulle sue e difende le sue posizioni, senza mai lasciarsi muovere dal contributo che può venire da altri. Mettiamoci davanti al libro con l’intento di ricercare e quindi di scoprire anche ciò che ora non possediamo, magari per la convinzione di saperne già abbastanza. C’è sempre da cercare e quindi da scoprire e quindi da comunicare e i libri possono servire a far progredire le nostre conoscenze.

Rapporto costante con un libro

Dovremmo mantenere un rapporto costante con il libro, qualunque esso sia: dovremmo avere il libro “da capezzale” per la lettura prima di riposare; dovremmo avere il libro di compagnia nelle nostre soste di cammino e nelle nostre pause da attività varie; dovremmo avere il libro per il tempo della lettura impegnata che riveli il nostro impegno di ricerca e di studio continuo, soprattutto sugli argomenti che richiedono da noi conoscenze più precise nell’esercizio della nostra attività, in modo da sentirci continuamente sollecitati a saperne di più, ma anche libri che ci forniscano sulle diverse questioni che dobbiamo affrontare qualche cognizione più profonda e più aperta, sì da reagire meglio nelle conversazioni e nei dibattiti, che seguiamo o in cui siamo coinvolti. Soprattutto impariamo a riconoscere nel libro la presenza di uno spirito, quello dell’autore o del protagonista, perché in esso non i sono solo idee, ma c’è soprattutto un vissuto e noi dobbiamo imparare a “interagire” con altri vissuti, con diverse esperienze di vita, con lo spirito di coloro che, comunicandoci la propria esperienza, ci arricchiscono nella consegna che fanno di sé, per farci divenire a nostra volta comunicatori di vita nella consegna di noi stessi.

 

Verifica (28 maggio 2019)

Abbiamo iniziato con l’invito a leggere; anzi, a dire il vero, con il richiamo al “dovere” di leggere, vissuto con un atteggiamento di disponibilità, come dice il “gerundivo” della parola usata a mo’ di intestazione. C’è da chiedersi se questo invito è stato assunto o se è rimasta lettera morta. Ci siamo affiancati alla biblioteca, per far diventare quel luogo un po’ più familiare, cercando anche di attuare iniziative che servissero a frequentare quel posto, ma soprattutto a trovare familiarità e godibilità nella lettura di un buon libro, da farlo diventare  l’inseparabile compagno di vita. Lo dobbiamo ritenere un esercizio “vitale” e “salutare” e non semplicemente un elemento decorativo e accessorio, come spesso si ritiene, perché esso è nutrimento e come tale è davvero basilare. L’invito che solitamente troviamo nel testo biblico (il libro per eccellenza) è quello di “ascoltare”, anche perché per molti l’esercizio della lettura era allora impossibile, se mancava la conoscenza primaria dello scrivere, che dà la possibilità di conoscere i segni grafici della scrittura. Ma se oltre a mancare questo, non si dà più spazio neppure alla lettura personale, allora sopraggiunge l’anoressia culturale, che mortifica ogni forma di conoscenza e di vita. Certo, l’esercizio, per chi non vi è abituato, richiede inizialmente molta fatica; ma poi, quando se ne avverte l’efficacia, perché il proprio ragionare è più corposo, perché la propria comunicazione è più ricca, perché il rapporto con gli altri ne trae vantaggio, allora se ne avverte il beneficio. Bisogna naturalmente scegliere bene il compagno di viaggio, per poter creare questa sana abitudine e per poter progressivamente spaziare su vari argomenti conservando sempre il desiderio della lettura. Proviamo comunque ad avventurarci in questo esercizio, privilegiando ciò che effettivamente può suscitare interesse e conservarlo, anche perché non tutto ci può aiutare o può essere utile, sia per il contenuto, sia per il linguaggio, sia per il lessico, sia per l’effettiva crescita culturale di ciascuno.

Quali libri da leggere

Solitamente si parte dalla NARRATIVA, anche perché da piccoli non devono mancare le storie, comprese quelle fantastiche, che il bambino ama ascoltare prima ancora di riuscire a leggerle. E comunque se vede l’adulto leggere, apprende anche che questa è la modalità con la quale accostare i testi da coltivare. Più che romanzi, spesso piuttosto “intrecciati”, è opportuno avviarsi con novelle o racconti brevi: la loro lettura, soprattutto se “teatralizzata” è davvero utile per sviluppare la fantasia. Naturalmente ci sono i generi più svariati, ed è opportuno che se scelga uno, abituandosi poi a privilegiare un autore, anche per lasciarsi conquistare dallo stile, oltre che dai messaggi che lascia trasparire. Nella misura in cui ci si vuole destreggiare nella lingua è sempre opportuno privilegiare l’originale e nel caso in cui sia necessario diventare più esperti della lingua e del linguaggio che ci è naturale e familiare, dobbiamo muoverci nel mondo della nostra cultura. Proviamo allora a farci una biblioteca personale, una conoscenza più approfondita di autori, che naturalmente esigono di essere poi analizzati in profondità. C’è chi si lascia conquistare dalle BIOGRAFIE, per conoscere da vicino personaggi che risultano spesso noti solo per stereotipi: fra tutte sono da cercare quelle che risultano o redatte dagli stessi personaggi o da chi risulta particolarmente vicino. Si tenga conto che spesso su questo terreno si possono riscontrare anche delle esagerazioni o delle letture particolari volendo privilegiare anche alcune tesi dell’autore che si cimenta in questo campo. Uno dei personaggi con il maggior numero di biografie è S. Francesco d’Assisi, su cui in epoche diverse si è ritenuto opportuno marcare l’attenzione circa alcuni aspetti che si pensa di privilegiare. Ritengo che sia quanto mai necessario che, come di uno scrittore sia opportuno cercare di conoscere l’intera sua produzione, così per un personaggio, di cui si conosce la biografia, sia da approfondire anche sulla base degli scritti che ha lasciato, cercando insomma di conoscerlo da vicino. Sono certamente poi da coltivare quelle biografie d’autore, cioè quelle di validi studiosi di storia, che in genere non creano delle figure mitizzate, ma personaggi a tutto tondo con limiti e belle caratteristiche, come si conviene a chi merita di essere conosciuto nella sua autentica personalità. L’interesse per la STORIA non deve riguardare solo momenti o episodi storici, ma pur sempre figure significative e, insieme, il vissuto della gente comune, che spesso viene trascurato per lasciare spazio ai grandi eventi. Ovviamente un buon libro di storia, nella misura in cui diventa “storiografia”, perché analizza i fatti e cerca di spiegarne le ragioni e le conseguenze, non deve limitarsi alla cronaca, ma deve rivelarsi un giudizio, comunque documentato sui fatti stessi: è sempre buona cosa cercare su un momento, un personaggio, un episodio storico ricostruire le vicende a partire da testimonianze diverse, e preferibilmente non di parte, proprio perché il giudizio che ne deve risultare appaia il più documentato e ampio possibile. Vorrei far notare che l’inquadratura storica per ogni problema da analizzare a da affrontare è assolutamente indispensabile e perciò è quanto mai doveroso attrezzarsi in questo campo, soprattutto cercando di coltivare una metodologia che in genere si acquisisce proprio grazie a questi studi e alla lettura di testi concepiti per una simile finalità.

Dai lavori di storia è un po’ giocoforza passare alla SAGGISTICA in generale, quella che punta su alcuni problemi in vari ambiti e di cui viene dato dal competente un’analisi che in genere deve apparire ben documentata e soprattutto accattivante anche nel linguaggio, tale da rendere anche l’argomento, più specifico per gli esperti e più ostico per i lettori comuni, qualcosa di avvincente e nel contempo di chiaro e di ben sostenuto. In genere libri di questo stampo possono capitare quando c’è la segnalazione di qualcuno che ne parla in modo convincente, istillando il desiderio di un approfondimento personale per avviare un approfondimento della materia, in modo tale che qualcuno possa avere materiale su cui discutere con buone ragioni e con un metodo sicuro e documentato. Quando si entra in campi molto settoriali e su cui il dibattito appare ancora controverso o comunque non sufficientemente chiarito, magari anche con posizioni polemiche forti, tali da suscitare perplessità più che chiarimenti, allora è necessario lasciarsi guidare da chi è competente in materia e con cui è possibile nel corso della lettura avere chiarimenti o sostegni per proseguirne la conoscenza.

Come leggere

Questo modo di procedere nella lettura dice che un po’ su ogni testo, di cui i gusti personali, gli stimoli del momento o i suggerimenti di chi ne sa qualcosa in più hanno incoraggiato nella ricerca, dice che in genere è buona cosa parlare del libro che si è letto sia con persone che si conoscono, sia con altri che conoscono l’argomento o l’autore, e soprattutto con chi è considerato valido per averne un giudizio critico. Al di là della soddisfazione che uno può trovare al termine della lettura, è indubbiamente indispensabile trattarne in una conversazione con altri perché almeno alcune idee, il senso del libro stesso, lo sviluppo del pensiero e il taglio particolare che è stato dato all’argomento possano diventare acquisizione che rimane. È dunque quanto mai opportuno farsi un’idea del libro, dei suoi contenuti, del suo autore; ma, più che mai, è necessario che ciascun lettore acquisisca dal libro quel patrimonio di idee che si deve poi travasare nel vivere, nel modo stesso di condurre i propri ragionamenti e i propri impegni in società. Il libro non può essere solo un patrimonio per la propria erudizione, ma deve diventare uno strumento per la trasmissione di un patrimonio da offrire. Nell’esercizio poi della lettura è buona cosa non solo seguire il corso del racconto e del ragionamento sviluppato, cercando di capire il senso delle cose che sono dette; è pure opportuno ampliare il proprio lessico con una cura per i vocaboli, i modi di dire, i termini della questione che a volte richiedono anche una particolare attenzione perché sia ben intesa la modalità con cui lo scrittore affronta le questioni. È opportuno che a volte si possa sottolineare, che si vada a cercare il vero significato dei termini usati, non solo per il comune modo di intendere, ma proprio per quella maniera che ha l’autore di offrire il suo materiale linguistico. Del resto ogni lettura serve anche ad integrare il patrimonio linguistico, che oggi si sta notevolmente riducendo, anche perché si legge poco e meno ancora si intende di ciò che si legge. Non deve neppure mancare un confronto di idee che permetta non solo di conservare qualcosa di quanto si è letto, ma anche di integrarlo nelle proprie conoscenze, cosicché il materiale acquisito sia poi utilizzato anche in altre occasioni come stimoli continui alla conversazione e alla discussione aperta con altre persone. Non devono mancare anche detti e citazioni, che poi si possano riferire direttamente, o perché apprese a memoria o perché scritte e annotate in modo tale da farne tesoro in altre circostanze.

L’esercizio successivo alla lettura

Al di là, poi, della lettura (integrale) di un libro, dobbiamo pure considerare una lettura di parti, di articoli, di capitoli, di sezioni da fonti diverse e a volte anche fra loro contrastanti, proprio perché sul medesimo argomento si abbiano vedute differenti e da integrare, se possibile, o comunque da considerare insieme perché la visione dei problemi sia la più ampia e ricca possibile. Occorre però superare la semplice raccolta di “centoni”, cioè di testi differenti da accostare, come se uno dovesse riferire di tutto senza mai giungere ad una sintesi, ad una composizione, comunque ad un giudizio che diventi una presa di posizione sulle questioni da trattare. Anche per questo lavoro si vede l’operazione di ricerca che deve costituire l’essenziale del lavoro da compiere con la lettura.

UTE di ERBA :biblia LEGENDA – 28 maggio 2019

biblia (= libri)

Eravamo partiti con la “LEGENDA”, per sollecitare l’impegno della lettura, anche mediante una stretta collaborazione con la biblioteca locale, sottolineando che in simile vocabolo si deve intendere l’obbligo, da una parte, e anche la disponibilità interiore, dall’altra, a lasciarsi come coinvolgere dal libro stesso. Il gerundivo è considerato dalla grammatica latina come un aggettivo, e quindi esso va associato ad un nome; in questo caso è d’obbligo pensare al neutro plurale di biblion, che fa pensare ad un insieme di testi, come solitamente viene considerata la Bibbia, nome singolare, ma di fatto collettivo, proprio perché vi si associa la presenza di più testi, di vario genere e di diverse epoche. In effetti il “Libro” per eccellenza si presenta con una pluralità di testi e di generi, che richiedono di essere tenuti insieme e che sono raccomandati tutti, anche a non avere tutti la medesima importanza. Nel mondo ebraico si dà importanza ai primi cinque, che costituiscono il Pentateuco, e che in genere sono considerati come fondamentali, in quanto lì vi si trovano le fondamenta. Essi sono la “Legge” (si noti il termine che sembra collegarsi al “leggere”), anche a presentare racconti storici e testi poetici. Come tali devono essere “letti”, perché l’ignoranza della legge non assolve, non giustifica e comunque la sua scrittura era, in genere affidata alle pietre da esporre, proprio perché si potesse dire che erano irreformabili e comunque visibili e considerate “uguali” per tutti: non solo sul Sinai a Mosè furono scritte su pietra le 10 Parole, ma i codici antichi un po’ dovunque erano affidati alle steli che venivano innalzate un po’ dovunque come richiamo alla legge in quel territorio. Non di meno si ebbe a Roma la redazione della legge delle XII  Tavole, condensato giuridico, affidato sempre a pietre da esporre nel foro. Questa maniera di proporre le leggi doveva servire a dare solidità e durevolezza alla legge stessa, ma anche validità nel tempo e nello spazio in modo che tutti ne fossero convinti. La Bibbia, però, è anche altro rispetto alla legge scritta.

La nostra civiltà di fatto si è costruita su questo libro (o insieme di libri), che, per chi è credente, risulta proveniente direttamente da Dio, e quindi espressione della Parola, che chiede ascolto e lettura in continuità.

Indipendentemente dalla fede, questi libri andrebbero conosciuti e letti, come già i testi classici, che costituiscono il fondamento della civiltà umanistica greco-latina. Anche da questa lettura si può creare l’amore per la lettura in genere, tenendo conto che qui troviamo generi diversi e proprio per questo si possono individuare quelle sensibilità personali che poi suggeriscono di spaziare su diversi argomenti o diversi modi di scrivere. La Bibbia è composta soprattutto di libri storici, che evidentemente pongono al centro i fatti, che possono spaziare dall’epos (con situazioni che non è possibile documentare e proprio per questo possono essere considerati “mitici”, come sono i fatti dei Patriarchi e del primo formarsi di questo popolo nel suo cammino di liberazione) alla cronaca, che invece hanno riscontri nei documenti o in altri testi coevi non appartenenti al mondo ebraico (come riscontriamo nei fatti che riguardano il periodo monarchico, in cui la casa regnante fa redigere annali celebrativi). Oltre ai testi narrativi, che seguono i primi cinque, ci sono i cosiddetti libri sapienziali che presentano essi pure generi diversi, alcuni dei quali con storie ambientate in particolari momenti, anche se non vi possono appartenere (come Giona, Ester, Giuditta, Tobia, Giobbe, Daniele …), altri con considerazioni di ordine filosofico o pedagogico (Giobbe, Qoelet, Siracide …) e altri ancora con espressioni di poesia per l’uso cultuale e personale (Salmi, Cantico, Lamentazioni). Vi è poi la sezione dei profeti, che danno una particolare lettura della storia contemporanea spesso con modalità poetiche che devono mettere al riparo da semplici requisitorie moralistiche sulla contingenza dei tempi.

Dovremmo considerare la lettura di questi libri come essenziale non solo per la fede di chi crede, ma anche per la cultura di chi non crede e tuttavia appartiene a questo mondo e a questa storia di civiltà. Sulla base di questa conoscenza è possibile sviluppare il cammino che ci fa essere “libri” viventi, portatori di una scienza e di una conoscenza che permette all’uomo di progredire; ma ci consente anche di essere “liberi”, cioè capaci di affermare da parte di ciascuno la propria identità mettendosi in relazione con altri, proprio come suggerisce ogni libro, che è fonte di comunicazione fra chi scrive e chi legge o ascolta e quindi diventa ponte di relazione. Non solo a scuola, non solo nella fase formativa di una persona, questi libri vanno conosciuti in una lettura personale e pubblica, per favorire anche l’acquisizione del linguaggio sotteso, senza il quale non è possibile conservare la stessa civiltà alla quale diciamo di appartenere. Manca in effetti questa lettura continuativa della Bibbia!  Ovviamente è necessario che la lettura sia accompagnata da spiegazioni e da introduzioni che consentano una conoscenza adeguata di testi che non rientrano nel nostro contesto storico, linguistico, culturale, anche per la distanza di tempo e di spazio che si devono superare con le conoscenze di chi possiede la familiarità con questi generi e con questi libri, con questo mondo, con queste tematiche …

Dalla Bibbia ai libri da leggere

Il patrimonio che ci deriva dalla nostra “classicità”, cioè da quei tempi che noi definiamo “mitici”, perché lì ci sono le fondamenta della nostra concezione di vita, successivamente sviluppata, deve essere conosciuto e fatto conoscere, perché i libri possono essere colti e raccolti nella misura in cui si opera questo passaggio fra generazioni, nella misura in cui il libro non si riduce ad uno strumento cartaceo (visto che la parola “libro” deriva proprio dalla fibra vegetale che è alla base delle sue pagine), ma è sempre più il segno attraverso il quale giunge un vissuto, un’esperienza, una persona concreta. Il Vangelo, ad esempio, non è più soltanto un libro o l’insieme di quattro; deve essere considerato una persona, quella di cui si parla. Analogamente si potrebbe dire di un qualsiasi libro nel quale l’autore ha messo tanta parte di sé, lasciando trasparire uno spirito che è buona cosa raccogliere e trasmettere a nostra volta. Come per leggere la Bibbia nel suo insieme, occorre avere un’indicazione, un aiuto, un incoraggiamento per meglio comprendere il linguaggio, la lingua, la vicenda, il messaggio …, così per ogni libro è pur sempre opportuno quanto meno un confronto di idee, che aiuti a cogliere ben oltre il primo impatto che si può avere: ogni testo ha pur sempre una ricchezza recondita che è buona cosa sviscerare attraverso progressive analisi e indagini sia in rapporto ai contenuti, sia in rapporto alle forme espressive usate. Quando, insomma, ci mettiamo a leggere, non dobbiamo solo pensare alle idee che vi riscontriamo, alle vicende che ci avvincono per la maniera affascinante con cui esse si sviluppano, ma dobbiamo cercare di immaginare la persona che, scrivendo simili storie e simili considerazioni, ha comunque messo in campo la propria immagine, il proprio vissuto, le proprie idee: se le cose che vi troviamo smuovono anche noi coinvolgendoci direttamente, vuol dire che ci troviamo in presenza di una persona dotata di “spirito profetico”, cioè di quella forma comunicativa che anche nel passare dei tempi lascia intatto il valore delle cose dette, il valore dell’esperienza vissuta. E indubbiamente viene anche il desiderio di riprendere a volte il libro stesso e per alcune citazioni viene il gusto di scoprire qualcosa di affascinante che può servire a meglio comprendere una situazione che si sta vivendo. È opportuno allora annotare, imprimere nella memoria certe espressioni che diventano un patrimonio acquisito e sempre più usato come qualcosa di personale e di eternamente valido. Ecco come si diventa “libri” senza che si possa essere propriamente degli eruditi.

Dalla lettura alla comunicazione

A volte la scuola stessa produce anoressia verso i libri, proprio perché una certa modalità comunicativa di essi ha prodotto l’inappetenza e più spesso anche il disgusto. Occorre invece suscitare un gusto e un fascino che permetta di trovare il piacere della lettura personale, come pure dell’ascolto. Ci sono dei testi che indubbiamente appaiono ancora più credibili, proprio per la particolare lettura che se ne fa (questo vale soprattutto per la poesia, perché il testo si presenta con ritmi e accenti, con versi e cadenze che richiedono anche una certa abilità e musicalità, tenendo conto che il messaggio sotteso diventa ancor più significativo per queste forme espressive che ineriscono al contenuto e che sono fondamentali perché il contenuto stesso sia ancor più interessante e di valore. Ma ci sono anche testi in prosa che rivelano pure nei suoni delle parole, nei fonemi, una sonorità che rende davvero attraente un testo: occorre che qualcuno legga in maniera adeguata, perché possa suscitare in chi ascolta il desiderio di riprendere il testo e di trovarvi una ricchezza espressiva ancora più grande. Se questo vale per la Parola di Dio, che andrebbe nella liturgia soprattutto ascoltata, purché ci sia chi la sa leggere bene, non di meno deve essere per qualsiasi testo, soprattutto se considerato letterario, cioè di grande valore un po’ sempre e un po’ per tutti. Oggi stanno emergendo anche gli audio-libri, che possono avere questa fruibilità in un pubblico non più abituato a leggere e a sentir leggere. Anche a partire da queste esperienze qualcuno potrebbe imparare in tal modo a leggere meglio, non solo per il piacere di chi ascolta, ma anche perché la lettura personale diventi un piacere per sé, qualcosa che si ha il gusto di operare non solo come passatempo, ma soprattutto come momento fondamentale per la crescita personale. Dobbiamo allora imparare a leggere di più, a leggere meglio, a leggere in maniera costruttiva e nel desiderio di affinare in tal modo una comunicazione più autentica fra le persone, per superare una certa propensione all’individualismo e acquisire così un maggior senso sociale nella convinzione che la comunicazione ci fa crescere e ci arricchisce.

 

 

 

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