PASQUA.

IL RISORTO: ABBIAMO VISTO E UDITO …

Ci accostiamo al grande mistero pasquale consapevoli che un evento simile ci sfugge in continuazione, perché noi possiamo solo considerare la tomba rimasta vuota e i discepoli in giro per il mondo a sostenere che Lui si è fatto vedere a loro, ancora vivo, più vivo che mai con i segni della sua passione, e che il suo Spirito si è trasferito in loro per farli uscire con una passione irrefrenabile, con una gioia incontenibile, con un ardore sempre più infiammato. Se per loro sono bastate le parole ricordate dall’angelo alle donne e le parole delle donne riferite con lo stupore crescente di chi ha visto ciò che non si immaginava di vedere, ora queste stesse parole che hanno fatto il giro del mondo e che, valicando i secoli, si sono conservate con la medesima forza di convincimento, hanno bisogno di immagini, di persone credibili, di quel gusto della meraviglia che apre il desiderio di sapere, di conoscere, di vedere, di incontrare. Oggi la risurrezione è da noi sperimentata, come allora, per le parole che non troviamo più soltanto nei libri dei vangeli, ma anche in quel vangelo, il quinto, che è scritto nella vita di quanti possono dire: “A me si è fatto vedere! Io l’ho visto e incontrato negli occhi e nel cuore di chi, passando dal dolore, l’ha proprio conosciuto e assimilato”. Oggi quel fatto appare credibile in coloro che, avendo vissuto questa esperienza di incontro con quanti dicono di averlo visto vivo, si sono entusiasmati e appassionati, per cui possono intraprendere la vita con la sua medesima passione: adesso la portano con sé come qualcosa di vivo e che vivifica. Anche noi abbiamo visto negli occhi di altri l’esperienza dell’incontro con il Risorto e proprio da questi occhi possiamo immaginarci qualcosa di ciò che troviamo scritto nei vangeli. E come ognuno può raccontare qualcosa di diverso, così anche noi abbiamo da consegnare una nostra visione del Risorto. C’è chi la immagina e ne offre la sua visuale, che proprio nella rappresentazione pittorica può trovare la giusta sintesi. C’è chi la risente nel cuore e ne offre la risonanza con le note della melodia o della poesia. E c’è chi la custodisce interior-mente offrendone, per quello che vive e per il modo con cui vive, la sin-golarità della sua esperienza. Ecco perché è sempre possibile ricercare nelle immagini, nelle parole, nelle melodie dei suoni e dei versi di poesie una scintilla di quella Pasqua che continua a ravvivare nella speranza il nostro vivere. LA PASQUA SECONDO DUCCIO DI BUONINSEGNA(1255-1319)

Prendiamo in considerazione la figura e l’opera di DUCCIO di BUONINSEGNA, celebrando i 700 anni dalla sua scomparsa, per il fatto che egli risulta non più in vita fra il 1318 e il 1319. Ha lasciato una buona traccia di sé in una pittura che non raggiunge la notorietà del suo contemporaneo Giotto, ma è pur sempre singolarissima, volendo contemperare la tradizione e la novità. A Siena, dove è nato e dove in gran parte è vissuto, si trova la Maestà del Duomo, che dobbiamo collocare tra il 1308 e il 1311. In quell’anno la pala maestosa venne portata in processione dallo studio del maestro in Duomo con una cerimonia fastosa, così descritta da un testimone: Ed il giorno che (la Maestà) fu portata nella cattedrale, tutte le botteghe rimasero chiuse e il vescovo guidò una lunga fila di preti e monaci in solenne processione. Erano accompagnati dagli ufficiali del comune e da tutta la gente; tutti i cittadini importanti di Siena circondavano la pala con i ceri nelle mani, e le donne e i bambini li seguivano umilmente. Accompagnarono la pala tra i suoni delle campane attraverso la Piazza del Campo fino all’interno della cattedrale con profondo rispetto per la preziosa pala. I poveri ricevettero molte elemosine e noi pregammo la Santa Madre di Dio, nostra patrona, affinché nella sua infinita misericordia preservasse la nostra città di Siena dalle sfortune, dai traditori e dai nemici. Il lato anteriore riporta la Madonna in trono con il Bambino, attorniata dagli angeli e dai santi: qui ci stanno pure delle formelle nelle quali sono riprodotte scene della vita della Vergine. Nel lato posteriore, quello che sull’altare poteva essere osservato dal clero, c’è un susseguirsi di formelle illustranti la vita di Gesù, con al centro la scena della Crocifissione. Ci soffermiamo su quelle riguardanti la Pasqua per lasciarci guidare da lui nell’accostare il testo evangelico, ma soprattutto lo spirito del Risorto. L’analisi dell’opera, più che uno studio per le questioni d’arte, è un invito alla riflessione e alla meditazione, per meglio comprendere il mistero pasquale, che è appunto un prodigio divino affidato alla fede dell’uomo, il quale viene interpellato anche in questo modo. Potremmo dire che l’artista ci accompagna per mano a ripercorrere gli episodi salienti del ciclo pasquale in modo tale che il testo si imprima ancor di più grazie alle immagini che anche gente comune può ben comprendere e penetrare, tenendo conto che siamo in presenza di misteri che esigono una fede illuminata ed illuminante. Se da una parte compaiono stilemi di origine orientale per la dipendenza dall’arte bizantina, dall’altra qui si tentano vie nuove secondo l’arte moderna che esige maggior naturalismo

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LA PASQUA

SECONDO DUCCIO DI BUONINSEGNA

(1255-1319)

Prendiamo in considerazione la figura e l’opera di DUCCIO di BUONINSEGNA, celebrando i 700 anni dalla sua scomparsa, per il fatto che egli risulta non più in vita fra il 1318 e il 1319. Ha lasciato una buona traccia di sé in una pittura che non raggiunge la notorietà del suo contemporaneo Giotto, ma è pur sempre singolarissima, volendo contemperare la tradizione e la novità. A Siena, dove è nato e dove in gran parte è vissuto, si trova la Maestà del Duomo, che dobbiamo collocare tra il 1308 e il 1311. In quell’anno la pala maestosa venne portata in processione dallo studio del maestro in Duomo con una cerimonia fastosa, così descritta da un testimone: Ed il giorno che (la Maestà) fu portata nella cattedrale, tutte le botteghe rimasero chiuse e il vescovo guidò una lunga fila di preti e monaci in solenne processione. Erano accompagnati dagli ufficiali del comune e da tutta la gente; tutti i cittadini importanti di Siena circondavano la pala con i ceri nelle mani, e le donne e i bambini li seguivano umilmente. Accompagnarono la pala tra i suoni delle campane attraverso la Piazza del Campo fino all’interno della cattedrale con profondo rispetto per la preziosa pala. I poveri ricevettero molte elemosine e noi pregammo la Santa Madre di Dio, nostra patrona, affinché nella sua infinita misericordia preservasse la nostra città di Siena dalle sfortune, dai traditori e dai nemici. Il lato anteriore riporta la Madonna in trono con il Bambino, attorniata dagli angeli e dai santi: qui ci stanno pure delle formelle nelle quali sono riprodotte scene della vita della Vergine. Nel lato posteriore, quello che sull’altare poteva essere osservato dal clero, c’è un susseguirsi di formelle illustranti la vita di Gesù, con al centro la scena della Crocifissione. Ci soffermiamo su quelle riguardanti la Pasqua per lasciarci guidare da lui nell’accostare il testo evangelico, ma soprattutto lo spirito del Risorto. L’analisi dell’opera, più che uno studio per le questioni d’arte, è un invito alla riflessione e alla meditazione, per meglio comprendere il mistero pasquale, che è appunto un prodigio divino affidato alla fede dell’uomo, il quale viene interpellato anche in questo modo. Potremmo dire che l’artista ci accompagna per mano a ripercorrere gli episodi salienti del ciclo pasquale in modo tale che il testo si imprima ancor di più grazie alle immagini che anche gente comune può ben comprendere e penetrare, tenendo conto che siamo in presenza di misteri che esigono una fede illuminata ed illuminante. Se da una parte compaiono stilemi di origine orientale per la dipendenza dall’arte bizantina, dall’altra qui si tentano vie nuove secondo l’arte moderna che esige maggior naturalismo.

LA DISCESA AGLI INFERI

Non abbiamo nei testi evangelici riferimento alcuno a ciò che invece la professione di fede nel Simbolo, detto apostolico, contiene in modo esplicito, e cioè la sua “discesa agli inferi”. Questo evento è narrato nel Vangelo apocrifo di Nicodemo, che si sofferma a lungo su ciò che è avvenuto nel luogo considerato

Non abbiamo nei testi evangelici riferimento alcuno a ciò che invece la professione di fede nel Simbolo, detto apostolico, contiene in modo esplicito, e cioè la sua “discesa agli inferi”. Questo evento è narrato nel Vangelo apocrifo di Nicodemo, che si sofferma a lungo su ciò che è avvenuto nel luogo considerato

Prendiamo in considerazione la figura e l’opera di DUCCIO di BUONINSEGNA, celebrando i 700 anni dalla sua scomparsa, per il fatto che egli risulta non più in vita fra il 1318 e il 1319. Ha lasciato una buona traccia di sé in una pittura che non raggiunge la notorietà del suo contemporaneo Giotto, ma è pur sempre singolarissima, volendo contemperare la tradizione e la novità. A Siena, dove è nato e dove in gran parte è vissuto, si trova la Maestà del Duomo, che dobbiamo collocare tra il 1308 e il 1311. In quell’anno la pala maestosa venne portata in processione dallo studio del maestro in Duomo con una cerimonia fastosa, così descritta da un testimone: Ed il giorno che (la Maestà) fu portata nella cattedrale, tutte le botteghe rimasero chiuse e il vescovo guidò una lunga fila di preti e monaci in solenne processione. Erano accompagnati dagli ufficiali del comune e da tutta la gente; tutti i cittadini importanti di Siena circondavano la pala con i ceri nelle mani, e le donne e i bambini li seguivano umilmente. Accompagnarono la pala tra i suoni delle campane attraverso la Piazza del Campo fino all’interno della cattedrale con profondo rispetto per la preziosa pala. I poveri ricevettero molte elemosine e noi pregammo la Santa Madre di Dio, nostra patrona, affinché nella sua infinita misericordia preservasse la nostra città di Siena dalle sfortune, dai traditori e dai nemici. Il lato anteriore riporta la Madonna in trono con il Bambino, attorniata dagli angeli e dai santi: qui ci stanno pure delle formelle nelle quali sono riprodotte scene della vita della Vergine. Nel lato posteriore, quello che sull’altare poteva essere osservato dal clero, c’è un susseguirsi di formelle illustranti la vita di Gesù, con al centro la scena della Crocifissione. Ci soffermiamo su quelle riguardanti la Pasqua per lasciarci guidare da lui nell’accostare il testo evangelico, ma soprattutto lo spirito del Risorto. L’analisi dell’opera, più che uno studio per le questioni d’arte, è un invito alla riflessione e alla meditazione, per meglio comprendere il mistero pasquale, che è appunto un prodigio divino affidato alla fede dell’uomo, il quale viene interpellato anche in questo modo. Potremmo dire che l’artista ci accompagna per mano a ripercorrere gli episodi salienti del ciclo pasquale in modo tale che il testo si imprima ancor di più grazie alle immagini che anche gente comune può ben comprendere e penetrare, tenendo conto che siamo in presenza di misteri che esigono una fede illuminata ed illuminante. Se da una parte compaiono stilemi di origine orientale per la dipendenza dall’arte bizantina, dall’altra qui si tentano vie nuove secondo l’arte moderna che esige maggior naturalismo.

LA DISCESA AGLI INFERI

Non abbiamo nei testi evangelici riferimento alcuno a ciò che invece la professione di fede nel Simbolo, detto apostolico, contiene in modo esplicito, e cioè la sua “discesa agli inferi”. Questo evento è narrato nel Vangelo apocrifo di Nicodemo, che si sofferma a lungo su ciò che è avvenuto nel luogo considerato “sotterraneo”, dove ci si immagina siano tenute prigioniere le anime degli antichi padri, i quali sono in attesa della risurrezione. Ecco come il testo racconta ciò che è riprodotto qui: Allora venne di nuovo una voce che diceva: “Alzate le porte!”. E l’Inferno, udendo per la seconda volta quella voce, rispose, come se fino allora non avesse capito: “Chi è questo Re della gloria?”. Dissero gli angeli del Signore: “Il Signore forte e possente, il Signore possente in battaglia”. E subito, a queste parole, le porte di bronzo caddero infrante e si spezzarono i chiavistelli di ferro e tutti i morti che erano legati furono sciolti dalle loro catene, e noi con loro. E il Re della gloria entrò, in fugura di uomo, e tutte le tenebre dell’inferno furono illuminate …

Allora il Re della gloria, afferrato per la sommità del capo il gran satrapo Satana, lo consegnò agli angeli e disse: “Legate con catene di ferro le sue mani, i suoi piedi, il suo collo e la sua bocca”. Poi lo affidò all’Inferno, dicendo: “Prendilo e custodiscilo bene, fino alla mia seconda venuta. E l’Inferno, preso Satana, disse: “ … Quale male avevi trovato in Gesù, per macchinare la sua rovina? Come hai osato compiere un simile delitto? Perché hai desiderato condurre in queste tenebre siffatto uomo, da cui sei stato spogliato di tutti i morti dal principio del mondo?”. Mentre l’Inferno apostrofava così Satana, il Re della gloria stese la mano destra e prese e destò il progenitore Adamo. Poi, rivolto a tutti gli altri disse: “Venite tutti qui con me, voi che a causa dell’albero che costui ha toccato siete caduti nella morte, perché per mezzo della croce, ecco, io di nuovo vi risollevo tutti”. E con questo li mise tutti fuori.

Proprio questo racconto troviamo descritto in genere nelle opere bizantine, a cui Duccio si ispira. Sullo sfondo oro, che vuol rappresentare il mondo divino, si erge la montagna del Limbo, la cui porta è stata completamente scardinata dal Signore, vittorioso per il fatto che tiene in mano il labaro del suo trionfo. Entrando sulle porte sfondate e gettate a terra, egli cammina sul diavolo atterrato e perciò sconfitto. Dalla cavità della montagna appare la folla dei santi padri con alla testa, inginocchiati, i progenitori, Adamo ed Eva. Gesù tende la mano all’uomo per risollevarlo. È questa la prima scena della risurrezione, perché qui il Signore appare vivo in tutta la sua energia, capace come Re della gloria di aprire le porte, affinché possano finalmente uscire alla vita coloro che erano stati immersi negli inferi e che giacevano nell’oscurità e nell’ombra della morte. Continua il testo apocrifo: E il progenitore Adamo, apparendo pieno di felicità: “Io ringrazio, o Signore, la tua magnificenza – disse – perché mi hai tolto dal più profondo dell’Inferno”. Parimenti anche tutti i profeti e i santi dissero: “Noi ti ringraziamo, o Cristo, salvatore del mondo, perché hai portato la nostra vita fuori della corruzione”. Possiamo dire che a partire da questa immagine l’artista vuole condurre i credenti a immaginare ciò che la fede professa e che il racconto storico non può dare, se questo evento appartiene all’al di là, dove non può accedere un comune mortale, se non dopo la morte. Qui del resto si celebra il trionfo della vita e dell’umanità, perché dalle tenebre si profilano le figure umane, molto eloquenti nei loro gesti e quindi vive ed esultanti. Ancora di più si deve leggere il trionfo dell’umanesimo, con la figura di Cristo, l’uomo per eccellenza, solenne e dignitoso, che passa sopra la bestia pelosa e tende la mano, quasi a ridar vita e calore, alla mano dell’uomo, bisogno di risollevarsi. Quando essi ebbero così parlato, il Salvatore benedisse Adamo con il segno della croce sulla fronte. Poi fece lo stesso anche con i patriarchi e i profeti e i martiri e gli antenati, e prendendoli con sé, uscì dall’Inferno..

L’ANNUNCIO DELLA RISURREZIONE

Nessuno può dire di aver visto Gesù risorgere ed uscire dalla tomba con lo stendardo della vittoria in mano, come a volte si descrive la scena. I vangeli non ne parlano e non ne potrebbero parlare. Possono solo riferire ciò che le donne hanno visto al mattino quando sono andate con gli unguenti per fare ciò che non avevano potuto esprimere nelle ore serali del venerdì. L’artista riporta ciò che trova scritto nel vangelo di Marco, anche a dover proporre una tomba secondo gli schemi del suo tempo. Sullo sfondo sta una montagna, scoscesa e con il fianco scavato, che potrebbe essere il Calvario, ben stagliato su un cielo, che ha sempre il colore dell’oro. Isolato nel candore del suo vestito luminoso, è collocato il giovane, con le ali angeliche, seduto sulla pietra tombale che appare ribaltata, lasciando intravedere il vuoto del sepolcro marmoreo. Il dito della mano destra indica il luogo dove era stato deposto Gesù, per dire che lì non c’è più. “Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto” (Marco 16,5-6). Le donne che sembrano entrare in scena, sono le cosiddette “mirofore”, cioè le portatrici dei vasetti d’unguento, tenuti sul petto con le mani nascoste dal mantello. Appaiono leggermente inclinate, come se si ritraessero dalla scena, avendo avuto questa apparizione inaspettata. Con il gesto della mano esprimono uno stupore, che sulla base del vangelo dovremmo meglio intendere come smarrimento per un evento nient’affatto previsto o atteso. “Erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura” (Marco 16,8). Così Duccio vuole creare in noi la medesima sensazione, necessaria perché il mistero pasquale ci sia offerto come dono e non invece quasi preteso dal fanatismo che costruisce ad arte ciò che umanamente sembra impossibile. Il lieto annuncio è dato e va poi comunicato come una consegna ricevuta. È strano allora che il vangelo di Marco si concluda con la paura delle donne, bloccate nel parlare di ciò che hanno visto, come se toccasse a ciascuno fare la medesima esperienza di ricevere la bella notizia, ma soprattutto di fare poi l’esperienza dell’incontro con il Risorto. Questa esperienza deriva comunque da ciò che altri hanno provato, non perché abbiano voluto parlare sulla base dei loro convincimenti, ma proprio perché Gesù stesso si è fatto vedere a loro. L’aggiunta al vangelo di Marco, successiva a questo episodio delle donne, dice che Gesù risorto “alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” (Marco 16,14). Questo particolare mette in risalto che la notizia dell’evento ebbe un effetto dirompente, perché i suoi discepoli non avevano aderito subito a ciò che si diceva; e non fu facile neppure che se ne parlasse apertamente come una cosa a cui credere con estrema sicurezza. Anzi, la paura, lo sconcerto, il disorientamento era diffuso e ne dà prova il vangelo. È necessario che ciascuno, personalmente venga accostato dal Risorto perché ciascuno possa credere e da quella fede possa uscire … risorto, rinnovato, cambiato radicalmente. Non basta dunque segnalare che il sepolcro è vuoto, anche se questa segnalazione è utile, perché ci si metta a cercare altro, a cercare altrove, a cercare uno che è vivo e persone vive che sentono la loro esistenza qualificata e ricaricata proprio dall’esperienza dell’incontro con colui che ha proprio dato tutto di sé. 

NOLI ME TANGERE

Proprio perché l’incontro personale con il Risorto è necessario alla fede, i vangeli riportano alcuni episodi con esperienze particolari, sulla base delle quali si costruisce la fede di ciascuno; e soprattutto essa viene comunicata come qualcosa di originale, di personale, di assolutamente singolare. Marco, nella parte aggiuntiva al suo vangelo, segnala che la prima ad avere questa esperienza è Maria di Magdala: “Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni” (Marco 16,9). L’episodio viene sviluppato nella testimonianza di Giovanni, per il quale si stabilisce tra i due un dialogo che l’artista ha qui riprodotto nei gesti molto eloquenti. Siamo ancora nel contesto del Calvario dove sta il sepolcro, ma questa volta la montagna, sempre rocciosa e scoscesa, appare con qualche traccia di vita, come se rifiorisse per la presenza del Risorto: attorno a Gesù stanno due piante rigogliose e accanto a lui, ai suoi piedi, spuntano fra le rocce delle erbe. Gesù è nel suo abbigliamento consueto, rivestito della sua umanità (il blu) e divinità (il rosso) e con il labaro ben piantato a terra, simbolo della sua vittoria. Con il gesto della mano destra sembra accennare a volersi distaccare per non essere toccato dalla donna, la quale si dispone a chinarsi con le mani protese a toccarlo, ad abbracciarlo. È piegata, quasi seguendo il profilo della montagna, e quindi intenzionata a risalire la china di una vita segnata dalla presenza dei demoni, come dice Marco, e dal bisogno di una conversione continua, come vuol far capire Giovanni, accennando al suo continuo voltarsi, mentre cerca il suo Signore e trova uno che lei immagina sia il giardiniere. Il volto denota il suo dolore per la scomparsa del Maestro, il suo sconcerto per non averlo trovato nel sepolcro, la sua amarezza nel non sapere dove sia stato portato, la paura che sia stato trafugato e sottratto di nuovo al suo amore. Ora, però, avendo davanti colui che riconosce dalla voce, dall’affetto con cui la chiama, il volto si atteggia a richiesta di non lasciarla più, di farsi toccare, di rimanere lì a condividere l’amore. C’è dunque una vasta gamma di sentimenti che il vangelo lascia intuire, anche se essi non costituiscono l’essenziale per il vangelo; qui l’artista può invece puntare su di essi, perché chi si raffronta con la sua analisi possa coltivare un’esperienza del Risorto che passi un po’ da tanti stati d’animo, allo stesso modo con cui Maria, la prima dei discepoli, si è messa davanti a colui che lei chiama il suo Signore e che finalmente può riconoscere in modo familiare come il Maestro. Perciò la sua testimonianza, quella che noi immaginiamo stia nelle parole che comunica ai discepoli, quando va a riferire loro la propria esperienza, è tutta racchiusa in ciò che i suoi occhi vedono, perché lei non dice altro che quanto riferisce Giovanni: “Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai suoi discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto” (Giovanni 20,18). Perciò questo suo “vedere” dice la sua fede, dice la sua esperienza del Risorto. Ed un artista che deve far vedere con la sua immagine pittorica, tende a mostrare uno sguardo ricco di emozioni varie, dentro le quali noi dobbiamo cercare di leggere il suo percorso di fede che deve pure diventare nostro. Se anche il cielo colorato d’oro fa supporre secondo gli schemi bizantini che noi qui siamo nel mondo divino, appunto perché siamo nel vangelo, l’attenzione agli stati d’animo espressi negli sguardi e nei gesti, dice che la nuova pittura deve introdurci in quel mondo umano in cui si è messo Dio in persona, il quale vuole essere raggiunto e riconosciuto con i nostri sentimenti che danno alla risposta di fede una connotazione veramente umana.

I DISCEPOLI DI EMMAUS

Un’altra esperienza singolare è quella dei due discepoli, definiti di Emmaus, perché erano in cammino per quel villaggio, volendo ormai prendere le distanze da quanto era successo, dalla delusione che ne era derivata. Solitamente gli artisti colgono l’attimo nel quale i due vivono la loro esperienza del Risorto, riconoscendolo vivo ancora, proprio dal gesto dello spezzare il pane: in effetti lì essi lo vedono, anche se nel medesimo istante egli sparisce. Ma proprio questo essi vanno a dire agli altri, perché essi possono dire di averlo riconosciuto nello spezzare il pane. Eppure c’è qualcosa di particolare anche durante il viaggio, quando il parlare di quel pellegrino accende l’ardore nel cuore: essi sentono di rivivere e di ritrovare la carica d’un tempo, proprio per le parole dette, anche se non ancora lo vedono, pur essendo davanti ai loro occhi. Qui Duccio ha fotografato il momento nel quale i tre, al termine del cammino d’una giornata, si trovano nei pressi del villaggio: uno dei due accenna a voler sostare. Anche questo è un attimo significativo: i due hanno capito che quest’uomo ha qualcosa di speciale e perciò merita la loro attenzione, ma soprattutto riconoscono la necessità che egli si fermi, che egli si trattenga con loro. Duccio ha collocato Gesù all’estremità della scena, come se lo si debba ancora portare al centro, dove sta la via che conduce alla città, visto che egli è la via da seguire. Gesù è vestito da pellegrino e quindi come un uomo qualsiasi, senza le vesti che lo farebbero riconoscere. Il suo gesto indica la via in risposta a quella indicata dal discepolo, ma per sottolineare che egli è la strada da seguire. E che si tratti di un percorso faticoso e angusto lo fa pensare la strada lastricata che sta davanti alla porta, indicata da quelle paratie, che rendono stretto il passaggio. I due discepoli, chiusi nei loro mantelli, indicano il villaggio con l’evidente intento di andare a fermarsi. Hanno però gli sguardi volti all’indietro, fissando gli occhi sul misterioso viandante, perché ormai per loro quell’uomo è da trattenere, non è da lasciare andare oltre: grazie a quell’incontro, essi che si stavano allontanando come se avessero perso la via, ritrovano il percorso giusto, quello che passa da un nuovo cenacolo. Ora però il cenacolo può essere dovunque, purché nella cena si continui a spezzare il pane e di lì venga, con il fervore nel cuore suscitato dalla parola, la passione giusta per proseguire il cammino della vita. “Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se doves-se andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò, per rimanere con loro” (Luca 24, 28-29). Anche in questo caso contano molto gli sguardi dei protagonisti, perché la vicenda che interessa all’artista è soprattutto quella segnalata dall’interiorità delle figure. Lo sfondo oro vuol quasi disincarnare quella vicenda, appunto perché vangelo; ma l’analisi psicologica che l’artista si premura di fare umanizza questa scena, perché lì ci deve essere il confronto con lo spettatore. I due stanno cercando di convincere il pellegrino a divenire loro ospite; costui, guardando al di sopra di loro, verso il villaggio, sembra indicare la via, quella del nuovo cenacolo, in cui il gesto rinnovato fa ritrovare l’amicizia che riporta a intraprendere la strada già percorsa con lui e da continuare. Con questa scena che sottolinea il camminare dell’uomo insieme con il Risorto, mediante il quale la fatica scompare e invece la passione del cuore prende ad ardere di più, siamo invitati a leggere la Pasqua come il tempo e il luogo nel quale la Passione del Maestro passa in consegna ai suoi discepoli e continua a caratterizzare il vivere dell’uomo che vuol essere sempre più se stesso.

L’INCREDULITA’ DI TOMMASO

Gli incontri del Risorto sono davvero molteplici e coinvolgono sempre più persone: da Maria di Magdala, presso il sepolcro, Gesù si trasferisce sulla strada con i due di Emmaus, per raggiungere un luogo che può divenire il cenacolo dove si continua a spezzare il pane per vederlo vivo e operante. Così a poco a poco i discepoli si aggregano, si ricompongono, si ritrovano insieme, come succede nel cenacolo il giorno stesso di Pasqua. E, se qualcuno manca, occorre che nello stesso giorno ci si ritrovi, e che lì la Chiesa si riunisca per rinascere, per rivivere con il Maestro risorto. Qui Duccio colloca al centro Gesù risorto che offre il fianco al discepolo Tommaso, perché costui lo riconosca, e proprio a partire dalle piaghe: non risulta risorto perché lo si vede luminoso ed incorporeo, ma perché il suo corpo, vivo, conserva vive le piaghe che rappresentano così la passione continua di un uomo, che ha fatto del patire l’opportunità migliore per rivelarsi come uomo e come Dio. Dietro il Cristo c’è una porta chiusa: eppure Gesù è dentro questo luogo; e questo luogo risulta aperto sul davanti come un cuore squarciato perché chi vede riconosca. La casa si presenta con un tetto spiovente, che non solo copre la scena, ma sembra indicare un punto alto verso cui tendere, come è ancor più marcato dal gesto del braccio elevato dal Cristo, gesto necessario perché lui possa scoprire il fianco, ma anche perché possa suggerire di tendere sempre più verso il cielo dorato che sta all’esterno. Tommaso è descritto mentre incede verso il Risorto, mentre mette il dito nella piaga, mentre guarda il maestro: con l’altra mano sembra dire il suo atto di fede, sostenuto dagli altri che partecipano stupiti alla scena e condividere con Tommaso la sua fede. Tutti i volti sono espressivamente protesi a considerare quel gesto e il conseguente atto di fede, perché ciò che sta vivendo Tommaso, sia vissuto da loro, ma anche da chi, guardando ora in quell’immagine, si trova ad esprimere lo stesso stupore, la stessa passione del cuore, lo stesso fervore, che deve essere compartecipato, diffuso, consegnato ad altri, per divenire fede di ciascuno e di tutti insieme, per divenire la passione di uno e la passione di tutti. Da una parte, al centro emergono i due protagonisti: Gesù messo sotto il punto centrale del tetto e Tommaso che si muove per raggiungerlo; defilati ai margini, si assiepano gli altri, ma convergenti per avvicinarsi anche loro al Maestro con la stessa fede del compagno. Viene creata così la sensazione che, se ciascuno deve fare la sua esperienza del Risorto, poi però la medesima esperienza deve coinvolgere altri perché possa nascere e vivere la Chiesa. L’artista ha così descritto il testo evangelico, ma ha detto anche di più con il suo modo di rappresentare ciò che è successo: egli fa divenire la fede di Tommaso come richiamo per la fede di ciascuno, fede resa più viva e vera nella misura in cui diventa una esperienza comune, appunto perché condivisa. Ed è fede pasquale condivisa, se la passione di Gesù, ben rappresentata dai segni della crocifissione, toccati e riconosciuti, fa trasferire quella passione ai discepoli, che ora la continuano, la mantengono viva, la fanno diventare sorgente di risurrezione, di ricarica, di riqualificazione del vivere.

LA PESCA SUL LAGO

L’episodio è narrato nel vangelo di Giovanni, anche se appartiene all’aggiunta di qualcuno tra i suoi discepoli che ha voluto raccontare questa ulteriore manifestazione del risorto, definita la terza, certamente non solo sotto il profilo cronologico, ma soprattutto perché rivelatrice della chiamata e della missione dei discepoli, i quali devono continuare la sua passione e la sua missione. In questo capitolo di appendice i protagonisti sono Pietro e Giovanni, i quali giocano un ruolo di primo piano nella costruzione della prima Chiesa, anche per il particolare modo che ha ciascuno di darne testimonianza, Pietro con il martirio di sangue e Giovanni con la sua lunga permanenza per confortare la Chiesa nel suo continuo martirio. Qui è “fotografata” la scena nel momento in cui la pesca, suggerita dallo stesso Gesù, ha portato frutto con tanti pesci catturati nella rete. Pietro, avendo riconosciuto il Maestro per questo suo intervento, si getta nelle acque (qui lo vediamo come camminare su di esse), mentre sulla barca gli altri faticano a tirare su la rete. Costoro sono sette, come il testo racconta: “Si trovarono insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli” (Giovanni 21,2). Mentre due discepoli sono chinati nello sforzo di sollevare la rete piena di pesci, gli altri stanno volgendo lo sguardo verso il Maestro che, dai gesti eloquenti, sta parlando con Pietro. Si tratta probabilmente dei due che non sono nominati, mentre gli altri risultano individuati e caratterizzati nella loro ricerca di fede, trattandosi dei due figli di Zebedeo che sono sempre vicini al maestro nei momenti importanti, e dei due, Tommaso e Natanaele, che per gli episodi del vangelo sono noti come quelli dalla fede piuttosto problematica, ma nel contempo capaci di un’adesione sincera e generosa. Così si dice di loro nel vangelo: “Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci; infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri” (Giovanni 21,8). Tutto dovrebbe invece puntare sui due, che stanno confabulando fra loro, con Pietro che forse esprime il desiderio di essere chiamato sul lago per muovere incontro al Maestro, e con Gesù desideroso di corrispondergli invitandolo a muoversi sulle acque. Tra i due c’è un breve spazio di separazione, come se ci fosse una distanza tutta da colmare, perché il Risorto è entrato in un’altra dimensione e chiede a Pietro di fare lui pure il passaggio: si tenga presente che l’episodio si inquadra in un contesto dove si sta parlando del martirio di Pietro, evocato dalla triplice professione d’amore con cui sarà chiamato a seguire nella passione il Maestro. Così più che all’evento della risurrezione qui si vuol puntare sul fatto che nella Pasqua la passione di Gesù continua nei discepoli e che perciò costoro sono chiamati a fare il loro passaggio, analogo a quello sul mare che viene evocato con la Pasqua. La Chiesa, dunque, continua la passione del Signore e può sul mare avere una pesca abbondante, nella misura in cui chi governa la nave è pronto al martirio, a dare testimonianza di sé con l’offerta della vita. Gesù sembra essere più che mai defilato sull’altra riva, perché ora tocca ai discepoli fare la loro parte nel governare la barca, simbolo della Chiesa, e nel condurla all’altra riva. Se Gesù è collocato su uno spuntone di roccia come colui che dà solidità a chi si affida, Pietro, la roccia, si trova invece senza la terra sotto i piedi e quindi in un cammino precario, la cui stabilità e continuità è affidata a Gesù, perché lui governa la barca e la riempie, anche a dover chiedere sacrificio, donazione, passione. L’artista ha così condensato il messaggio evangelico che non può essere considerato come la ripetizione della pesca miracolosa narrata da Luca all’inizio del suo vangelo. Qui c’è piuttosto la segnalazione che la Passione di Gesù continua ora nella Chiesa, chiamata al martirio come l’unica possibilità perché il frutto ci sia e il frutto rimanga.

IL RISORTO: IMMAGINE E PAROLA DI DIO

Anche la poesia trova spesso gli accenti giusti per dire in modo suggestivo il grande mistero: le parole con i loro accenti, le frasi con i loro ritmi, i versi con le loro cadenze, le immagini con le loro sfumature offrono un colore e un calore nuovi agli scritti che già conosciamo nei testi evangelici. E così possiamo avere una nota in più, come ci viene rivelata nelle rappresentazioni pittoriche per suggerire al cuore, al sentimento, ma soprattutto alla fede una visione ancor più profonda del grande mistero che ci coinvolge. Arte e poesia, parola e immagine traducono ciò che la grande Parola comunica alla mente e al cuore, perché l’evento si dispieghi e perché nell’evento riusciamo a spiegarci il nostro vivere, fatto di oscurità e di luce, composto di passione che fa soffrire ed entusiasmare, fatto di sconforto che fa disperare e di consolazione che fa guardare con fiducia al futuro. Abbiamo davvero bisogno di contributi illuminanti perché ciò che vediamo e sentiamo, ciò che viviamo e soffriamo si rivelino con un senso e si riconoscano come un valore, in modo tale che l’esistenza, segnata dal dolore e dalla morte, riviva; il presente segnato tante volte dall’oscurità si illumini e illumini il futuro; il mondo con i suoi segni di stanchezza si rinnovi. Perciò il mistero pasquale è decisivo, non solo per quello che ci rivela di un uomo, travolto dal dolore e dalla morte, ma non tenuto prigioniero da essa; lo è anche per noi, che, a partire da lui e dalla sua risurrezione, abbiamo ripreso a sperare che si può vincere la morte, anche a passarvi in mezzo. La parola, soprattutto la sua, e le immagini, soprattutto la sua fisionomia di Figlio, possono divenire per noi strumento di risveglio per tornare a sperare, se coltiviamo parole ed immagini significative per far ridestare in noi una vita più vera, più qualificata, più di spessore. Possiamo averla coltivando il bello, che troviamo nelle immagini d’arte, nelle espressioni di poesia, dove c’è un riflesso, semplice e profondo insieme, di colui che è Parola di Dio per eccellenza, ma che è anche Immagine di Dio, su cui noi possiamo ricostruire la nostra, deturpata dal male. Proprio questa operazione è prodotta in noi nella Pasqua, nella quale la parola che si spegne nella morte rivive e riaffiora, in cui l’immagine che si deteriora rifiorisce.

Accostiamoci allora alle immagini che ci rivelano il mistero; ascoltiamo le parole che ci rivelano nel modo più semplice la grandezza e la bellezza del mistero!

LA PASQUA

SECONDO ROBERTO FUMAGALLI

Prendiamo in considerazione una voce contemporanea che ha riprodotto la parola evangelica in suoni ed accenti che la rendono ancor più vicina, perché la fanno risentire interiormente a partire dal cuore umano, dall’esperienza che è sempre intrisa di dolore e ricaricata dall’entusiasmo di vicende positive ed illuminanti. Noi, forse, non viviamo i grandi eventi della storia, e comunque non ne siamo i protagonisti; perciò non siamo destinati a divenire i grandi personaggi che fanno la storia, e tuttavia anche noi contribuiamo a costruirla. Nella vicenda di Gesù, compreso il grande evento della sua Pasqua, ci siamo anche noi e non siamo solo di contorno, perché lui ci coinvolge. Dobbiamo

Le parole e gli incontri di Gesù, che trovano il loro sigillo emblematico e intensivo nelle parabole del Regno dei cieli e nei miracoli della prossimità di Dio, rimangono aderenti alla superficie calpestabile dell’esistenza comune, incrociano le svolte della vita e della morte che increspano la vita quotidiana e domestica degli uomini, delle donne, delle creature. Tempi e luoghi in cui la nascita o la morte di un figlio, la perdita della casa o la fortuna di un lavoro, la generosità del perdono o la prepotenza dell’egoismo, la presenza che rivela il Signore e l’apertura del cuore alla fede, cambiano la vita. La prossimità di Dio, che ci salva, transita nei pressi delle storie di vita che mettono alla prova la fede di cui siamo fatti e la giustizia dell’amore in cui siamo giudicati e salvati”: sono parole introduttive di don Pierangelo Sequeri, che invitano a leggere la poesia come strumento sempre più efficace perché la Parola, quella di Dio ci arrivi come parola umana, parola che passa dal cuore dell’uomo in quanto venuta dal cuore Dio. Questo passaggio le permette di essere sempre più viva e vivificatrice!

STRADE DI GALILEA

Consideriamo tre poesie della raccolta, che ci portano, come già con le opere d’arte, nei luoghi e nei personaggi propri della Risurrezione: nei pressi della tomba, sulla strada che porta al villaggio dove comunque si può trovare un nuovo cenacolo, e, infine, al cenacolo di partenza, perché di lì dobbiamo tutti ripartire. Qui si ricostituisce il dialogo con Dio: egli non sparisce mai dal nostro vivere, anche a sembrare che sparisca dalla vista.

AL SEPOLCRO

Qui la sua voce appare come quella che ci ha creati, e così ci ricrea. È la voce del Maestro che Maria avverte come la voce dell’Amore. Lui è risorto, ma risorge anche lei e, lei, anche se muore, vivrà, perché l’amore fa vivere, perché a sentirsi raggiunti dall’Amore, con questo Amore si vince tutto!

Il primo giorno dopo il sabato,

vennero al sepolcro al levar del sole.

Arrivano le donne

davanti al tuo sepolcro

di buon mattino, quando l’alba

del giorno che non muore

ancora deve dirsi al Mondo.

– Ed ella, nel giardino,

voltandosi Ti vide,

e Ti conobbe perché il cuore

già Ti aveva visto

di luce trafiggere le bende –

E l’hai chiamata Tu, per nome,

come facesti quella volta

quando l’uomo conobbe la Tua voce,

come farai con noi quel giorno

quando ogni cosa sarà Amore.

PER VIA

Qui la sua presenza nel pane ci dà energia, quella dello Spirito che ha fatto nascere dall’inizio e che continua a far nascere. Ma fa pure rinascere e quindi rinnova per un giorno senza tramonto; anzi con questo Spirito il giorno più tenebroso si rischiara, la notte di un mondo oscurato dal male diventa giorno!

Ed ecco in quello stesso giorno

due di loro erano in cammino

per un villaggio di nome Emmaus,

e conversavano di ciò che era accaduto.

Cade, la sera, duramente

sui Tuoi discepoli sconvolti,

li raggiungi Tu per via

mentre vagano nei campi

come orfani d’un sogno:

E resti Tu con loro,

per loro spezzi il pane,

incendi il loro cuore con un soffio

come aveva fatto il Padre

per generare il primo uomo.

Eppure, non puoi rimanere a lungo

non può più contenerti

la terra, il nostro cosmo,

la tua energia è attratta

da un cielo più profondo:

per questo ci hai donato

il pane della vita

presenza Tua nel Mondo,

finché la notte che ci opprime

in Te diventi giorno.

TOMMASO

Qui gli occhi si aprono e si aprono i cuori: così il mistero viene raggiunto, e nello stesso tempo deve essere sempre toccato, perché solo così l’uomo che Dio ha creato possa ricrearsi e vivere davvero da Dio!

Otto giorni dopo

venne Gesù, a porte chiuse,

stette in mezzo a loro

e disse: “Pace a voi!”.

E’ risorto! E’ risorto!” – dicono –

ma io con i miei occhi non Ti ho visto,

non Ti ho sentito vivo

amico nei dolori,

e non mi hai risparmiato sofferenze

(o forse Tu eri sempre lì con me,

e mi credevo abbandonato

solo perché non Ti speravo

con fede sufficiente?).

Per questo, vorrei tanto

mettere il dito nel costato,

demarcare, circoscrivere

il Mistero che Tu sei

nel piccolo perimetro dei sensi;

ma Tu, come puoi chiedermi

di crederti, o Signore,

quando chiunque, in quel momento,

avrebbe dubitato?

O forse, proprio a questo

di nuovo chiami i Tuoi discepoli:

di osare ancora credere

che possa farci cielo

colui che ha fatto i cieli …

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