Come un forte inebbriato il Signor si risvegliò….

Introduzione: dalla conversione religiosa alla poesia religiosa

È il primo degli Inni Sacri. Risulta composto tra l’aprile e il giugno del 1812.

Secondo una voce registrata da Giacomo Zanella, quando Manzoni si era rialzato credente nella chiesa di San Rocco, pensò “sin d’allora l’Inno della Resurrezione”. È una testimonianza che pare accettabile … Per capire la genesi, nel 1812, del primo degli “inni”, si deve – però – considerare qualcosa che si era svolto, di molto soggettivo, e che Manzoni aveva dovuto relegare nel fondo segreto della propria ispirazione. Stando alla cronologia, avremmo la conversione religiosa, seguita a distanza da quella poetica. Così in genere si pensa”. (Ulivi p. 146)

Trattandosi del primo esperimento di poesia religiosa, in un contesto in cui l’autore era fresco di conversione, si tende a ritenere che qui l’ispirazione poetica sia di fatto compressa e compromessa da un’adesione entusiasta alla fede cristiana, a cui egli mette a disposizioni le sue doti di scrittore e di poeta. In effetti qui si respira l’entusiasmo del credente, ma non ancora quel tipo di espressività che in anni successivi consentiranno qualcosa di più significativo. E tuttavia egli vuole prestare i suoi mezzi, ancora tutti da consolidare, alla causa di quella fede religiosa che è adesione convinta. Di solito qui si vuol penetrare nella vicenda della sua conversione, che però non si riesce mai a descrivere e a capire fino in fondo, trattandosi di qualcosa di molto personale, su cui non si lascia sfuggire molto, se non il fatto che la presenza e l’azione di Dio si siano fatte sentire, divenendo la ragione del vivere da uomo e da poeta. È interessante il fatto che inizi questa serie di inni, definiti poi sacri, quasi a volere dare un contributo personale a quell’espressione di fede che egli avverte di dover compartecipare: scrive inni in modo molto popolare con l’intento di favorire tutto questo presso la gente comune e rendere ad essa accessibili i grandi misteri cristiani. Comincia con l’inno che parla della Risurrezione, non solo perché qui entriamo nel cuore della fede cristiana, ma perché mediante questa lettura egli vuole sottolineare che a partire da quella risurrezione anche l’uomo incomincia il suo nuovo cammino.

Note tecniche

Proprio per avviare il comune credente alla scoperta del mistero cristiano, la poesia si presenta con una struttura di facile accesso, grazie ad una disposizione di parole e di concetti che vorrebbero muoversi con facilità secondo un’andatura che favorisca l’apprendimento. Si tratta di 16 strofe, composte, ciascuna, di sette versi, che vanno definiti ottonari, essendo costituiti da otto sillabe, anche nel caso dell’ultimo verso di ogni strofa che è tronco, e quindi composto di sette sillabe, a cui, per la regola della poesia italiana, va sempre aggiunta una sillaba, anche a non esserci. Il poeta ricorre alla rima, legando fra loro i primi quattro versi con la rima alternata, mentre il quinto e il sesto sono in rima baciata. L’ultimo verso, quello tronco, rima con il verso tronco della strofa successiva. Si crea così una cadenza che lega versi e strofe e fa scorrere immagini e ragionamenti, quasi a far crescere stupore, meraviglia, gioia e vitalità continua per un evento che suscita sentimenti crescenti di soddisfazione per quello che è successo, per quello a cui la fede conduce. Il ricorso, poi, di quei numeri fa sempre pen-sare all’infinito (il sette per i versi) e all’eternità (l’otto per le sillabe) entro cui ci spingono il pensiero e l’esperienza della risurrezione.

Il tema della risurrezione

L’argomento scelto è naturalmente quello della risurrezione di Cristo, che viene proposta come evento evangelico, come celebrazione liturgica, come festa popolare. Questa comporta il passaggio dal tempo penitenziale a un clima davvero gioioso tutto da godere. Di fatto i contenuti sono organizzati attorno alle 16 strofe, sempre tra loro collegate, secondo il ritmo ben cadenzato e secondo la scorrevolezza che deriva anche dai legami della rima. Si potrebbe raccogliere l’unico discorso sulla risurrezione attorno a quattro momenti, ciascuno caratterizzato da quattro strofe.

C’è innanzitutto l’annuncio della risurrezione, come viene anche detto nel bel mezzo della liturgia della veglia pasquale: ciò che viene spiegato dell’evento, da nessuno registrato nel momento stesso in cui si compiva, è il fatto che nel sepolcro non c’è più il corpo di chi vi è stato deposto, mentre la pietra appare tolta e messa da parte. Questo dettaglio viene ripreso mediante il paragone di chi si toglie una foglia dalla testa, quasi a dire che il masso posto a chiusura della tomba viene gettato via come un fuscello, per nulla pesante.

Nel secondo gruppo di quattro strofe si fa cenno alla “discesa agli inferi” di Gesù, per portare la salvezza agli antichi padri, i quali avevano atteso e sperato questo evento secondo le antiche promesse e profezie qui ricordate.

Il terzo gruppo di strofe riprende il racconto dell’evento secondo quanto è narrato dal vangelo: l’annuncio alle donne, le guardie tramortite, l’angelo sulla tomba, ma anche secondo l’annuncio della Chiesa nella sua liturgia, che cambia il colore delle vesti sacre, e che tra i ceri accesi fa la proclamazione per bocca del sacerdote, a cui segue il canto del Regina coeli.

A partire da questo annuncio di gioia l’inno si conclude con le esortazioni finali che devono condurre i cristiani ad esultare nel giorno pasquale, perché l’annuncio si propaghi nel mondo.

Volendo rimanere nell’essenziale del mistero, il poeta offre indubbiamente ciò che vale per il messaggio pasquale, e così dà conto dell’evento per le cose che sono dette nel vangelo e per ciò che pur si dice, abbondando nei segni, dentro la liturgia. Il bravo neofita non sa andare oltre, come se l’esigenza dottrinale e liturgica impedisse guizzi fantastici che sono propri di chi ha l’animo poetico. Qui prevale il credente che deve far conoscere il mistero, e il poeta si riduce a elaborare un testo in cui la poesia viene avvertita per gli elementi tecnici della versificazione.

Indubbiamente non è facile entrare nell’argomento: da una parte noi dovremmo dire che per il credente questo fatto, cioè il risveglio dalla morte e la conseguente uscita dal sepolcro, non è registrabile come un qualsiasi altro evento storico; le uniche cose che si possono sostenere è che chi è tornato al sepolcro, dopo le ore della passione, lo ha trovato vuoto, con i teli ripiegati, e che parecchi testimoni insistono nel dire di averlo visto vivo, o, meglio, che a loro si è presentato vivo. Questo fatto appartiene dunque al terreno del credente più che non dello storico, e Manzoni, da poco tempo credente senza alcun dubbio, vuol rimanere su questo orizzonte di evento da affermare sulla scorta del fatto che nessuno ha potuto ritrovare un cadavere, mentre alcuni, in tempi e luoghi e con modalità personali, dicono che lui si è fatto vedere. Volendo sostenere questo e volendo sostenerlo in poesia, più che al ragionamento egli si affida a quel genere di fede che avverte qui come un sentimento. Sta in effetti cambiando la temperie culturale e spirituale e anche lui cambia non solo in quella forma di conversione che lo avvicina al mondo religioso cristiano, ma anche per quel sentire poetico, che lo fa trapassare dal gusto per il mondo classico, imperante in quel periodo, e il nuovo mondo, ancora tutto da costruire, grazie ad un nuovo modo di intendere la vita e la poesia.

Qui egli non ha da dimostrare nulla, non ha da giustificare nulla, perché il dato della fede è solo da accettare, soprattutto in riferimento a ciò che è essenziale nel Cristianesimo e cioè la risurrezione di Cristo, per la quale è possibile un reale cambiamento. Qui egli proclama il dato fondamentale della fede con l’affermazione che riscontra nel vangelo e nella liturgia, anche se di questo evento non c’è testimone oculare, se non coloro che non hanno visto nulla di quel momento, ma dicono di averlo visto vivo, una volta uscito dalla tomba dove era stato messo. E questo viene insistito, così come lo trova negli scritti e nelle parole di coloro che hanno avuto l’annuncio e lo hanno lasciato in consegna. Questa fedeltà alla fede ricevuta e alla fede da consegnare consente all’autore di essere molto preciso nei termini da usare, dimostrando un fervore di fede che non corrisponde comunque ad un fervore poetico. In questo momento e per questo Inno Manzoni ritiene che il fervore del neofita venga a coincidere con la sensibilità poetica, che tuttavia appare essere legata più alle forme esteriori che non alle parole e alle immagini di cui si deve servire la poesia stessa. In questo momento è più importante che Manzoni dica la sua fede e la dica con il fervore che gli è proprio, quello della poesia, rimanendo comunque fortemente ancorato a ciò che è essenziale alla fede cristiana. Senza la fede nella risurrezione e nel Risorto non ha senso il vivere cristiano. Questo viene detto con chiarezza da S. Paolo e da allora è ribadito nella Chiesa e da chi-unque vi appartiene.

Sì, si poteva, anzi si doveva credere: Cristo è davvero risorto. E la credibilità umana? La fede a quel punto interveniva ricacciando ogni principio di ragione. Con la fede è nato l’uomo nuovo: il quale con un’irriducibile tautologia, attesta un convincimento al di là della ragione, al di là dello stesso pensiero umano, in nome dell’Assoluto sovrastante: “Io lo giuro per Colui / che da’ morti il suscitò”. Tutto il nocciolo del discorso stava lì. E Manzoni poeta sente di doverlo sigillare, dopo il rinvio a Isaia, con un’altra, non meno solenne, citazione paolina (dalla lettera ai Galati): “Colui che lo risuscitò dai morti”. Cioè, fin dall’episodio di san Rocco Manzoni ha aderito testualmente alla dichiarazione di fede della lettera di san Paolo ai Corinzi, che è la cosa fondamentale che gli preme. Non più il dilemma di una crisi, ma una proclamazione di verità; non – nei versi – la sacra rappresentazione dialogata di un contrasto, ma lo svilupparsi in atto della coscienza dal dubbio, dai rifiuti dell’incredulità. È con queste parole idealmente sulle labbra che Manzoni ha potuto levarsi dal pavimento della chiesa di san Rocco, do-ve forse si è davvero trovato una sera parigina. Tanto in lui domina anche nel momento di far poesia la professione di fede che il significato – poetico – della parola resta nettamente al di sotto. Non è la sfolgorante rivelazione verbale della poesia che ci colpisce. Bisogna anzi aggiungere che le parole sono fruste, grezze, viete. La sola efficacia poetica sta in quella virtù comunicativa di fede, di acquisita certezza. (Ulivi p. 147-8)

ANALISI DEL CONTENUTO DELLE STROFE

La prima quaterna di strofe

E’ RISORTO

Ritorna in maniera enfatica l’annuncio della risurrezione: sembra che qui si voglia fare eco alla triplice proclamazione che si ha nella liturgia, quando ai tre lati dell’altare (e forse un tempo ai diversi angoli delle chiese …) si ripeteva con toni sempre più elevati questo annuncio, proprio nel momento centrale della liturgia della Veglia, facendo sciogliere poi il suono dell’organo, il canto dell’Alleluia, il tripudio dei campanelli e delle campane delle chiese. A ben considerare, anche questo triplice annuncio fatto in chiesa, esso non avrebbe senso alcuno in una liturgia tutta costruita sui segni della risurrezione (luce del cero pasquale, parola annunciata con diverse letture per tutta la notte, acqua del battesimo, pane spezzato che rivela il gesto del sacrificio e della donazione, ma anche della rivelazione che è ancora vivo, come succede ai discepoli di Emmaus): se a un certo punto del cammino storico, lo si fa è solo per una sorta di concessione alle esigenze popolari di avvertire un momento nel quale si possa dire che lì Gesù riprende a vivere. In realtà nessuno ha visto e udito qualcosa di quell’istante, perché i discepoli possono avere solo i segni esteriori di qualcosa che è successo e che a loro non è dato di registrare in diretta; altrettanto deve valere per la liturgia che è a servizio della fede e non tanto della ricostruzione storica.

In effetti il poeta registra domande senza risposta circa il fatto, con cui solo i vangeli apocrifi descrivono la fuoriuscita del morto tornato in vita dal sepolcro con il labaro, mediante il quale viene rappresentato poi dagli artisti, quasi eroe vittorioso. Manzoni si domanda solo come sia avvenuto tutto questo: non ha altra attestazione che quello di un giuramento, quasi affermazione perentoria e senza possibilità di spiegazioni che trovano il fondamento solo su Dio. Ciò che segue è la presentazione degli indizi della risurrezione, mancando la visione in diretta dell’evento, e cioè il sudario rimasto, la pietra rovesciata fuori dell’imboccatura. E conclude con la citazione del salmo 77 che la stessa liturgia pasquale usa riferendola a questo momento, anche se l’autore del salmo non voleva affatto parlare della risurrezione di Cristo, ma solo del risveglio di Dio che viene incontro al suo popolo abbandonato a se stesso nel suo cammino storico, quando si aveva come l’impressione che Israele fosse abbandonato al suo destino per una sorta di assopimento di Dio che sembrava trascurarlo. L’unica possibilità che il poeta ha di raccontare il momento del risveglio è quello di ricorrere ad un paragone, la classica licenza poetica che vuol segnalare l’uscita dal sepolcro del risorto, il quale col solo gesto di una mano muove il masso per uscire, analogamente all’uomo che toglie dal capo una foglia staccatasi dal ramo, ormai inaridita, e posatasi sul capo, in un momento di riposo dal suo cammino. È indubbiamente un momento di poesia e quindi di libera i-spirazione che non deve ricavare da testi precedenti e che rivela l’estro manzoniano di ricorrere ad immagini per spiegare quanto non gli è possibile fare altrimenti. Il tutto si conclude rientrando con una citazione di testi liturgici, perché l’affermazione dell’anima che risveglia il morto e lo fa uscire è proprio tratta dall’antifona di ingresso alla messa pasquale con cui si dice: “Resurrexi, et adhuc tecum sum!”.

È risorto: or come a morte

la sua preda fu ritolta?

Come ha vinte l’atre porte,

come è salvo un’altra volta

quei che giacque in forza altrui?

Io lo giuro per Colui

che da’ morti il suscitò.

È risorto: il capo santo

più non posa nel sudario.

È risorto: dall’un canto

dell’avello solitario

sta il coperchio rovesciato:

come un forte inebriato

il Signor si risvegliò.

Come a mezzo del cammino,

riposato alla foresta,

si risente il pellegrino,

e si scote dalla testa

una foglia inaridita,

che dal ramo dipartita,

lenta lenta vi risté:

tale il marmo inoperoso,

che premea l’arca scavata,

gittò via quel Vigoroso,

quando l’anima tornata

dalla squallida vallea,

al Divino che tacea:

Sorgi, disse, io son con Te.

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La seconda quaterna di strofe

DISCESE AGLI INFERI

Il richiamo a ciò che è successo nel sepolcro, quando l’anima di Gesù torna a risvegliarlo e a farlo uscire di lì, serve al poeta a soffermarsi un attimo sul mistero della cosiddetta “discesa agli inferi”, che il testo del Simbolo apostolico richiama come evento su cui lo storico non ha nulla da dire, non può nulla affermare, nella logica del suo lavoro, nulla raccontare o chiarire, essendo di un mondo e di un momento che non appartiene all’esperienza sensibile e razionale dell’uomo. Noi ricorriamo alla formula del “discese”, perché immaginiamo il mondo dei morti nei sotterranei, in quanto lì non c’è luce e calore, e definiamo luogo degli “inferi”, perché, secondo il termine, noi andiamo a pensare alle profondità della terra, dove ci si deve trovare sempre “più in basso”. Di fatto il poeta si dilunga in questo regno dei morti ormai scardinato da chi ha vinto la morte e ha portato con sé l’anima degli antichi padri: dilungandosi, si lascia andare a continue ripetizioni che vorrebbero esprimere lo stupore di un uomo che penetra nel regno abissale dei morti e nello stesso tempo arretra al passato volendo recuperare quel mondo che sembrava procedere senza speranza, coltivata in realtà grazie ai profeti, anche se nessuno poteva immaginare ciò che è successo con la risurrezione di Cristo. Il richiamo ad alcuni di costoro è per sottolineare che i profeti hanno il compito di presagire il futuro allo stesso modo con cui i padri invece ricordano alle nuove generazioni gli eventi passati per conservarne la memoria. Di fatto qui il poeta si perde in questo mondo dell’al di là e del passato seguendo una strada che lo fa deviare da quanto si era prefisso di illustrare. Questa evocazione dei padri del cosiddetto Limbo e degli antichi Patriarchi e profeti appartiene ancora al tema della fede professata che di fatto rivela la caduta dell’ispirazione nonostante il ricorso ad un mondo che dovrebbe più che mai appartenere, se non al mito, ad una rappresentazione metastorica, che va oltre i dati della storia.

Che parola si diffuse

tra i sopiti d’Israele!

Il Signor le porte ha schiuse!

Il Signor, I’Emmanuele!

O sopiti in aspettando,

è finito il vostro bando:

Egli è desso, il Redentor.

Pria di Lui nel regno eterno

che mortal sarebbe asceso?

A rapirvi al muto inferno,

Vecchi padri, Egli è disceso;

il sospir del tempo antico,

il terror dell’inimico,

il promesso Vincitor.

Ai mirabili Veggenti,

che narrarono il futuro

come il padre ai figli intenti

narra i casi che già furo,

si mostrò quel sommo Sole

che, parlando in lor parole,

alla terra Iddio giurò;

Quando Aggeo, quando Isaia

mallevaro al mondo intero

che il Bramato un dì verria,

quando, assorto in suo pensiero,

lesse i giorni numerati,

e degli anni ancor non nati

Daniel si ricordò.

La terza quaterna di strofe

REGINA COELI, LAETARE

Il ripiegamento sul mondo sotterraneo, inseguendo i temi della fede, lungi dall’elevare l’afflato poetico, lo ha di fatto esaurito, anche a conservare il ritmo dei versi e della metrica adottata. Occorre ritornare al racconto, alla storia, alla realtà che è possibile esporre secondo le testimonianze lasciate da chi l’ha visto vivo. E qui si riprende la narrazione evangelica, con dei tocchi narrativi che sanno di poesia, anche per il ricorso a suoni che rendono in modo efficace la situazione dei protagonisti del fatto. Il ricorso di consonanti nasali permette di avvertire il peso di una mortalità che deriva dal sonno, ma anche dalla costatazione che con la morte tutto è finito; ad esse si accompagna il dolore espresso con le lacrime rese efficacemente dalle lettere liquide: qui i versi si susseguono con un andamento che, da una parte sembra appesantito da chi sta soffrendo e non ha più la forza di continuare e dall’altra si avverte un parlare che procede più spedito, in modo particolare con la finale che accenna ai soldati di scorta tramortiti e quindi gettati a terra come se fossero loro i morti nel momento in cui il morto esce vivo. E altrettanto più concitato appare l’episodio dell’angelo che si fa vedere alle donne: bisogna riconoscere che anche in questo caso la narrazione, pur provenendo dal vangelo, appare molto efficace nelle espressioni usate dal poeta che rende in maniera appropriata quest’attimo folgorante. Brusca è invece l’entrata in scena degli elementi dedotti dalla liturgia, come se l’autore non sapesse più che cosa dire a proposito di quanto è successo alla tomba di Gesù, dopo che il suo corpo è risorto: dalla realtà narrativa si passa ai simboli, ai segni liturgici, alla cerimonia pasquale che tale è per il ricorso alle luci, alle cose dorate, al canto melodioso. 

E questo viene introdotto con la parafrasi del Regina Coeli che la Chiesa utilizza nel tempo pasquale, con il riferimento all’esultanza della Chiesa stessa partecipata a quella che si immagina abbia toccato il cuore di Maria, di cui il vangelo non dice nulla a proposito di un possibile incontro di lei con il Risorto. Qualche licenza il poeta se la prende, discostandosi dal testo liturgico per rappresentare la Madre che ha tenuto nel suo utero materno il Figlio e gli ha dato vita; così ora il Cristo rinasce, risorge, uscendo dall’utero della terra dove è stato messo come un seme per far rifiorire la vita. È indubbiamente un tocco poetico da riconoscere, anche ad essere come uno svolazzo in un testo tutto legato agli schemi della dottrina, della Parola, della Liturgia.

Era l’alba; e molli il viso

Maddalena e l’altre donne

fean lamento sull’Ucciso;

ecco tutta di Sionne

si commosse la pendice,

e la scolta insultatrice

di spavento tramortì.

Un estranio giovinetto

si posò sul monumento:

era folgore l’aspetto,

era neve il vestimento:

alla mesta che ‘l richiese

diè risposta quel cortese:

È risorto; non è qui.

Via co’ palii disadorni

lo squallor della viola:

l’oro usato a splender torni:

Sacerdote, in bianca stola,

esci ai grandi ministeri,

tra la luce de’ doppieri,

il Risorto ad annunziar.

Dall’altar si mosse un grido:

Godi, o Donna alma del cielo;

godi; il Dio cui fosti nido

a vestirsi il nostro velo,

è risorto, come il disse:

per noi prega: Egli prescrisse,

che sia legge il tuo pregar.

La quarta quaterna di strofe

COL SIGNOR RISORGERA’

Potrebbe essere definita la parte “morale”, quella dove si invita a tradurre in opere la fede espressa nei riti pasquali. Dai riti, insomma, bisogna passare al vivere quotidiano, dove deve esserci la gioia autentica, quella che il poeta immagina in famiglia, dentro le case, dove non è più tempo di astinenze e digiuni, ma occasione per condividere insieme il pasto della gioia. Le immagini usate sono comunque sempre piuttosto stridenti con la realtà e anche fin troppo idilliache, come se sconfinassero nell’ideale poco realistico, forse anche per il ricorso a quel genere di linguaggio poetico che allontana dal mondo concreto. E questo vale non solo per il nostro tempo, ma anche per quello del mondo in cui si è trovato a vivere l’autore. Il desiderio di apparire popolare, di voler adeguare alla gente comune il grande mistero pasquale lo ha portato a considerazioni che oggi possono apparire un po’ artefatte, un po’ ideali e irreali: fra tutti gli aspetti che si potevano considerare in riferimento al vivere secondo la fede pasquale, come può essere il tema della missionarietà, nella comunicazione ad altri dell’esperienza del Signore risorto, il poeta punta l’attenzione sul desco familiare, su ciò che deve essere vissuto fra le mura domestiche con quell’immagine di povertà che non rinuncia alla condivisione e che troverà più avanti, con il romanzo, nella figura del sarto una traduzione meno enfatica, ma anche più realistica e proprio per questo molto più lirica di quanto qui si vuol offrire. Verrebbe da chiedersi quanto sia effettivamente messaggio pasquale questo invito a vivere il pranzo familiare nella condivisione del poco con chi non ha neppure lo stretto necessario, se effettivamente questo tipo di carità, fra le tante modalità con cui renderla operativa, può essere indicato come il modo più efficace per vivere la Pasqua. Prendiamo atto che Manzoni la vuole considerare a partire da questo quadro, forse anche perché egli sta ormai costruendo la sua casa a Milano e sente il bisogno che questa sia l’immagine più vera che egli vuole dare di sé e che egli avverte indispensabile per ricostruire il tessuto sociale nel suo mondo e nel suo tempo già sconvolto da rivoluzioni, rivolgimenti sociali, guerre e tensioni che mettono in discussione gli elementi primordiali della convivenza civile. Sembra in corso un ritorno all’antico, a schemi sociali che sono stati facilmente travolti e che lo stesso giovane Manzoni ha dovuto sperimentare tra Milano e Parigi in quella giovinezza che vuol assaporare ogni piacere e che però lascia spesso disgustati. Effettivamente riesce nell’intento di recuperare i tempi andati? Con queste modalità non sembra. Deve evidentemente rielaborare con più matura e profonda riflessione ciò che poi apparirà con il linguaggio in prosa, ma con uno spirito più poetico, rispetto a questo, troppo formale e tecnico. E ne verrà fuori una storia più realistica, in cui i poveri diventano i veri eroi, le figure di riferimento per un vivere più degno. Per il momento ci si deve accontentare di una certa retorica moralistica che coinvolge chi si è mosso, come ha fatto lui, sui passi dell’errore, facendosi ribelle alle leggi sante, alle sane tradizioni, ai richiami di Dio: eppure anche il ribelle può risorgere a vita nuova, se confida in Dio!

O fratelli, il santo rito

sol di gaudio oggi ragiona;

oggi è giorno di convito;

oggi esulta ogni persona:

non è madre che sia schiva

della spoglia più festiva

i suoi bamboli vestir.

Sia frugal del ricco il pasto;

ogni mensa abbia i suoi doni;

e il tesor negato al fasto

di superbe imbandigioni,

scorra amico all’umil tetto,

faccia il desco poveretto

più ridente oggi apparir.

Lunge il grido e la tempesta

de’ tripudi inverecondi:

l’allegrezza non è questa

di che i giusti son giocondi;

ma pacata in suo contegno,

ma celeste, come segno

della gioia che verrà.

Oh beati! a lor più bello

spunta il sol de’ giorni santi;

ma che fia di chi rubello

torse, ahi stolto! i passi erranti

nel sentier che a morte guida?

Nel Signor chi si confida

col Signor risorgerà.

RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Già si è detto dei limiti notevoli che si colgono in quest’opera da neofita nell’ambito religioso, ma anche nello sperimentare una nuova vena poetica, che deve molto maturare per qualcosa di più libero, di più sentito, di più efficace. Da una parte dobbiamo rilevare che qui si sta schiudendo un nuovo vivere, un uomo davvero cambiato e che deve risorgere dalle esperienze precedenti per una visione non solo delle verità religiose, ma anche del vivere umano, che consentirà alla sua missione poetica e sociale di risultare vincente, significativa, utile al processo di rinnovamento che è sempre da fare, da produrre per sé e per gli altri. Intanto Manzoni si convince di avere un ruolo, una missione, una vocazione, che qui appare fin troppo legata alla componente religiosa secondo gli inviti che potevano provenire dai consiglieri spirituali di Parigi e di Milano, decisi a cogliere l’opportunità di un uomo dotato, per farlo divenire paladino della religione da riscoprire e da far rivivere in una società scristianizzata. Questo Inno sembra rientrare in questa ottica, proprio per il tipo di ispirazione che vi si coglie. Ma l’enfasi e la retorica spesso giocano male e lo scopo che si prefigge non viene raggiunto. Comunque il lavoro serve a sperimentare un linguaggio, una tecnica e uno spirito che potranno dare in seguito ben altro, anche se rimane ormai acquisito questo modo di intendere la poesia e il compito che deve avere il poeta nella realtà che lo circonda.

Sono quanto mai pertinenti le osservazioni di Ferruccio Ulivi sul modo che ha Manzoni di mettersi nel campo della poesia a partire da questo suo primo lavoro, ancora molto acerbo.

Manzoni ha scoperto, non c’è dubbio, il suo terreno poetico. Ma in quel momento stesso ha dovuto dimenticare di essere soltanto un letterato esperto della parola. Si dovesse definire quest’arte che ora si svela, la diremmo mediata tra la testimonianza personale nel dichiarare una fede e la volontà di esprimersi in modo degno di riscuotere fiducia: dilettare sì, e anche insegnare. Una volta garantito di ciò, Manzoni si sente libero di effondersi, e sarebbe assurdo trarne illazioni sulla sua estetica: domandandosi ad esempio (e lo si è fatto) se voglia far dell’arte o della propaganda, senza accorgersi che “far dell’arte” e “far della propaganda” non sono che delle esplicitazioni soggiacenti all’unico quid: la poesia. “Egli è vero” dirà un giorno lui stesso “che l’evidenza della religione cattolica riempie e domina il mio intelletto; io la vedo da capo e in fine di tutte le questioni morali …”; “Un tale convincimento dee trasparire naturalmente da tutti i miei scritti, se non fosse altro perciocché, scrivendo, si vorrebbe esser forti, e una tale forza non si trova che nella propria persuasione”; ma “non vorrei aver a confessare di non sentirla mai così vivamente (la fede) come quando si tratta di cavarne delle frasi …”; per lo meno, concludeva, così non ingannava nessuno. Della fede confessava di non saper dare altro che una rappresentazione inadeguata, sottoposta al suo e all’altrui arbitri. Un medio termine, perciò, la sua pagina, un’acquisizione cristiana parziale simile a una luce riflessa: un sentore, un gusto; il sentore, religioso, del pane spezzato in famiglia, la speciale intonazione di certe parole in certe ricorrenze, la sensazione di ritrovarsi affratellati grazie alla comunione cristiana, noti e ignoti, vicini e lontani e dissimili. Di qui l’inno. (Ulivi p- 148-9)

Il richiamo che anche Ulivi fa al gesto del pane spezzato e al desco familiare come luogo privilegiato della Pasqua, perché diventi il cenacolo da cui ricostruire l’intera società dopo la dissoluzione degli anni rivoluzionari, coglie nel segno come l’eucaristia liturgica e quella familiare siano in stretta correlazione fra loro e come la Pasqua, quella annuale e quella settimanale, secondo la tradizione e secondo il fervore di chi aderisce alla vita cristiana con una conversione sentita e perseguita, si viva soprattutto così. Lo spezzare il pane non è solo gesto liturgico e segno evocativo di una celebrazione, ma è la concreta visione del Risorto ed è, nella traduzione operativa dentro la società, l’annuncio di una risurrezione reale a cui lo scrittore teneva per la sua recente conversione e per mettersi dentro la rinascita della società, che invece ebbe, non solo sotto il profilo politico, una vera e propria involuzione. Se tutto questo è ben compreso in ciò che Manzoni dice, bisogna riconoscere che le modalità espressive appaiono invece insufficienti perché sia capito e recepito nella società, secondo le finalità che egli si prefigge con queste opere di contenuto religioso. Soprattutto qui, soprattutto con questo primo testo Manzoni non raggiunge l’obiettivo; ci riprova con i testi successivi, anche se poi l’ispirazione poetica lascia il posto ad altro genere di operazione culturale, che avrà indubbiamente più presa, più incidenza. Anche ad essere molto acerbo il tentativo, e quindi non riuscito, rimane pur sempre di valore l’operazione messa in campo e il riconoscimento che una liturgia non è semplice cerimonia da eseguire secondo le rubriche o le tradizioni, ma da riconoscere per la sua incidenza nel vissuto quotidiano a cui deve mirare. Il pane spezzato e condiviso non è solo celebrazione festiva, ma è il segno inconfondibile di un impegno sociale che richiama il grande valore della condivisione, con cui è possibile non la restaurazione, ma una continua risurrezione. Prosegue e conclude Ulivi:

Una gioia discreta, cresciuta nell’intimo, allude a velate simbologie, mentre l’animo si schiude a una speranza tranquilla. La metrica stessa che adotta non è che un’eco rimodulata di canti, mottetti, accenti d’organo percepiti durante una cerimonia pasquale. Le parole scorrono via quasi mormorate senz’altra preoccupazione che quella di ripetere un’eco. Forse domani seguirà tutt’altro: ma che cosa può esprimere di più importante e coinvolgente l’essere umano su questa terra?

BIBLIOGRAFIA

Ferruccio Ulivi, MANZONI, Rusconi, 1984

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