I compagni del crocifisso: il centurione.

UOMO SOLO, SOLO UOMO

Solitamente nella crocifissione di Gesù balza all’occhi la totale solitudine di Cristo, che viene, sì, innalzato da terra ed elevato al cielo, ma di fatto, in quanto pontefice, appare come il naturale ponte fra Dio e gli uomini, in una posizione che sembra vederlo reietto dagli uomini e abbandonato da Dio. Eppure, proprio per questo, egli diventa il prediletto di Dio e diventa il Salvatore degli uomini. Questa sua posizione dobbiamo imparare a riconoscere, volendo esprimergli riconoscenza per quello che ha fatto e per quello che ha vissuto, lui solo. Per quella particolare collocazione in croce si potrebbe dire che egli ci rappresenta tutti davanti a Dio nell’offerta della nostra umanità salvata, e ci rappresenta Dio che per raggiungere noi assume questa stessa umanità segnata dal peccato, anche a non aver, lui, commesso nessun peccato. Nella sua solitaria posizione egli è il solo uomo che si eleva a Dio e che ci eleva tutti a Dio; egli è anche l’uomo solo in cui Dio, mettendo le sue compiacenze, investe il suo vivere e fa diventare divino il nostro vivere umano. Nel momento della morte, con le parole che gli evangelisti mettono in bocca al centurione, egli viene riconosciuto come l’uomo di Dio e come il solo giusto fra gli uomini, che sono, in realtà, tutti colpevoli. Questa sua fisionomia dobbiamo cercare di cogliere meditando su colui che, testimone del suo morire o del suo vivere la morte, ce lo rappresenta come il solo vero uomo, che proprio per questo è anche vero Dio!

UN VERO COMPAGNO DI DIO

Nel momento estremo, quando tutto sembra finito e finito per sempre, arriva il riconoscimento pieno della persona di Gesù e del senso vero della sua esistenza. Anche a questo punto compare un “compagno”, cioè uno che, arrivando a capire quanto è successo, si mette dalla parte di Gesù e ne condivide l’ora, partecipa alla sua posizione davanti a Dio, ne riconosce la gloria. Anche se noi siamo portati a pensare che lui, il centurione, sia un “avversario”, perché è dalla parte di coloro che lo hanno crocifisso, che hanno vegliato sul Calvario perché “giustizia fosse fatta”, che hanno accertato la morte fino a quello che poteva essere definito il “colpo di grazia” con la lancia che squarcia il petto, non sembra che quest’uomo possa essere definito un “compagno del Crocifisso”. E tuttavia lo diventa nel momento in cui si esprime con le parole che sono registrate nel vangelo e che forse sono affiorate in maniera spontanea per uno che era abituato a queste scene e che evidentemente ha la sensazione che qui c’è qualcosa di diverso, di strano, di più autentico. Così, da esecutore della sentenza, si trova a dare una sua sentenza che ribalta totalmente quella del tribunale umano, per far affiorare il giudizio di Dio, che qui, in questo uomo crocifisso, offerto, sacrificato, donato, riconosce suo figlio, riconosce la realizzazione della sua giustizia. La voce del centurione è molto umana, ma quanto egli dice è molto divino, perché riflette ciò che il Padre ha sempre riconosciuto di suo Figlio e che ora vuole sia riconosciuto anche da noi. Così ritroviamo sempre più quell’uomo, il centurione, immaginato lontano da Dio, come colui che più gli è vicino, gli è davvero “compagno”!

CANTO

Se tu mi accogli, Padre buono, prima che venga sera;

se tu mi doni il tuo perdono, avrò la pace vera:

ti chiamerò, mio Salvatore, e tornerò, Gesù, con te.

SALUTO

Ci troviamo in piena comunione con Dio,

nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Amen.

Dio Padre riconosce Gesù suo Figlio prediletto e ce lo indica:

vogliamo ascoltare lui, o Padre, e vogliamo seguirlo!

Gesù, morendo in offerta sacrificale, ci eleva a Dio:

vogliamo vivere in tua compagnia, Gesù, per salire al Padre!

Lo Spirito esce da Gesù che muore e viene a noi:

vogliamo assumerti, o Spirito,

per comunicare quanto di meglio abbiamo!

La fede sincera, con cui il centurione

ha riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio e l’uomo giusto,

sia pure in noi, o Padre,

perché in mezzo alle numerose prove non ci perdiamo d’animo,

ma impariamo a testimoniare l’amore vero

che solo nelle difficoltà emerge in tutta la sua forza e chiarezza

e donaci di perseverare in uno stile di vita

che sia sempre più conforme a quello di Gesù, tuo Figlio,

nostro Signore e nostro Dio, che vive e regna con te

nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

IL VANGELO DEL CENTURIONE

Solo nel Vangeli sinottici si parla di un centurione che sotto la croce esprime il suo stupore davanti all’accaduto. Gli evangelisti gli mettono in bocca parole, che non sembrano coerenti con il personaggio e gli fanno esprimere quella fede che è necessaria in un simile frangente. Di per sé non è né il luogo né il momento per arrivare a dire ciò che il soldato romano direbbe, secondo ciò che riferiscono i vangeli; ma per chi scrive  a distanza di tempo questa affermazione serve perché poi chi rilegge questa storia arrivi alla medesima dichiarazione di fede: così, in effetti, va letto e interpretato l’evento che sarebbe drammatico e senza senso, se lo si dovesse leggere come un tragica fatalità, come una piega malefica, inaspettata e traumatica. Ma questo è l’approdo vero del vivere di Gesù, che può essere ri-conosciuto Dio solo così; questo è il Vangelo nella sua essenzialità e quindi “buona notizia”, anche se il fatto è di una violenza inaudita e di una ingiustizia sconcertante.

Non possiamo dire che il centurione e il soldato della lancia siano la medesima persona; ma a volte nei racconti popolari si tende a creare questa simbiosi e a individuare addirittura una figura ben precisa a partire dal suo nome, che in realtà è molto simbolico. Forse a partire dalle espressioni usate da Giovanni in questa circostanza, quel gesto, lungi dall’essere offensivo e violento, diventa una testimonianza del dono totale che Gesù ha fatto del suo vivere, appunto perché il cuore viene aperto e dal cuore esce tutto …

Matteo 27, 54

Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Marco 15,39

Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».

Luca 23,47

Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto».

Giovanni, come sempre, si discosta dai sinottici, perché non fa comparire il centurione, ma parla di un soldato che mediante un colpo di lancia lacera il costato ed apre il cuore di Gesù, ormai già morto. Nella tradizione popolare questo soldato assume anche un nome, Longino.

Giovanni 19,31-34

Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.

Atti di Pilato (vangelo apocrifo)

E il centurione, vedendo ciò che era accaduto, glorificò Dio, dicendo: “Quest’uomo era giusto”. E tutte le turbe che si erano radunate a questo spetta-colo, vedute le cose che erano successe, se ne tornavano, battendosi il petto. 

Longino probabilmente è un nome fittizio che deriva dal greco (logch = lonche), lancia. Nessuno dei Vangeli canonici nomina la figura di Longino, ma Giovanni parla di un soldato che, prima che il corpo di Cristo fosse concesso a Giuseppe di Arimatea e Nicodemo per la sepoltura, per assicurarsi che Gesù fosse morto gli colpì il fianco con la lancia, da cui “uscì sangue e acqua”. Secondo una tradizione orientale e greca, passata poi anche in occidente, si trattava di un soldato cieco da un occhio o comunque afflitto da un grave disturbo agli occhi, che sarebbe guarito al contatto col sangue sprizzato. Se ne parla anche nella “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze, scritta nel 1273, che è alla base dell’agiografia corrente. 

Riflessione

Potremmo dire che la bella notizia nella morte di Gesù sta proprio in questa affermazione del soldato: i sinottici la registrano con espressioni diverse, ma sempre nell’intento di offrire qui una sorta di dichiarazione di fede. Matteo e Marco gli fanno dire che Gesù viene riconosciuto come Figlio di Dio: per Matteo, perché gli eventi naturali che accompagnano la sua morte  potrebbero aver indotto questo uomo, forse anche scrupoloso, a lasciarsi influenzare da segnali prodigiosi che in questo caso sono catastrofici; per Marco, invece, la medesima affermazione dipende dal fatto che il centurione è rimasto colpito dal modo con cui Gesù è morto, e la modalità qui va interpretata nel fatto che Gesù muore da giusto, che si dona senza disperare, senza accusare, senza inveire … Il centurione fa dunque un atto di fede, come lo dovrebbe fare chiunque, perché il modo di vivere e di morire di questo uomo lo rivela come proveniente da Dio, come uno che in effetti vive da Dio. Per Luca invece, più coerente con l’impostazione del suo vangelo, qui si deve leggere la grande umanità di quest’uomo che viene riconosciuto giusto, mentre la crocifissione dovrebbe dire che egli è un ingiusto, un empio, un malfattore. Luca sottolinea anche che con queste parole il centurione dà gloria a Dio, cioè comunque esprime lui pure un atto di fede, il riconoscimento che la croce è strumento e segno di gloria, non affatto di disonore o di infamia. Qui abbiamo l’autentico messaggio evangelico, perché, più che la registrazione esatta di come sono andati gli avvenimenti, qui si vuol indurre chi legge ad esprimere la propria convinzione sulla figura di Gesù, che qui deve essere individuato per la sua vera natura.

Preghiera

Ti ha dato gloria, Signore, quest’uomo che forse neppur sapeva come è il Dio del cielo che si china pietoso sugli uomini; eppure ha saputo riconoscere che la tua gloria si manifesta in questo tuo piegarti su di noi, in questa tua offerta sacrificale per noi. Vorremmo anche noi apprendere da lui come si dà vera gloria a un Dio che diciamo di conoscere e del quale però non abbiamo ancora imparato a capire e a seguire la proposta di vita. Aiutaci, Signore, a comprendere che proprio dalla croce viene a noi l’immagine più vera di Dio e dell’uomo che vuol essere come Dio; aiutaci soprattutto a vivere il tuo messaggio d’amore perché dal nostro modo di essere altri possano riconoscere te e seguirti come colui che merita davvero una risposta d’amore all’amore che si dona completamente.

Canto

Signore, dolce volto di pena e di dolor.

O volto pien di luce, colpito per amor.

Avvolto nella morte, perduto sei per noi.

Accogli il nostro pianto, o nostro Salvator.

LA FISIONOMIA UMANA DEL CENTURIONE 

Nel vangelo il centurione è una figura anonima, e probabilmente serviva così, perché il lettore, altrettanto anonimo, doveva mettersi nella sua posizione per arrivare davanti al crocifisso a far affiorare la propria dichiarazione di fede. Poi però si sente il bisogno di trovare un nome, e con questo una sua precisa fisionomia, proprio perché la fede non deve risultare generica, ma una esperienza personale da condividere. Si rimane del tutto stupefatti che un simile personaggio, un soldato romano, sia in grado di arrivare ad una fede così, e probabilmente, come già del centurione a cui Gesù guarisce il figlio malato, partendo da un uomo del mondo pagano, uno non abituato alla religiosità orientale, bisogna cercare e prendere chi va segnalato come esempio di una fede genuina, non legata a schemi religiosi già consolidati. A voler trovare qualcosa di analogo dovremmo ricercare autori che senza questo preciso riferimento, cercano, come a tentoni, Gesù, per dare di lui una configurazione umana, ma tale da suscitare interesse, attenzione, imitazione; oppure cercare chi non è del nostro mondo e della nostra civiltà ed è pur sempre in grado di offrirci una sensibilità umana, di parlarci di giustizia autentica, di segnalare un bisogno di spiritualità ….

CINGIZ AJTMATOV, scrittore kirghiso (1928-2008)

Tra i vari autori che Ferdinando Castelli SJ ha proposto nella sua antologia di scrittori che sanno offrire un volto di Gesù nella letteratura, va annoverato questo scrittore Kirghiso, cresciuto in una visione marxista atea, il quale avverte e segnala come manchi nel mondo quel tipo di spiritualità che non può essere così facilmente negato o mortificato.

“Il suo romanzo Il patibolo non solo afferma l’urgenza dei valori cristiani per una società degna dell’uomo, ma mette in scena Gesù Cristo e lo addita come il simbolo più alto dell’umanità … Il romanzo … denunzia alcune piaghe sociali della società sovietica – droga, alcolismo, violenza, scempio ecologico –; perché intende infrangere e superare le barriere dell’ideologia marxista e mostrare l’anacronismo del principio che induce a interpretare ogni cosa da posizioni di classe; perché è pervaso da un forte senso religioso; perché esalta la figura di Gesù Cristo … Il patibolo è composto di tre quadri che narrano tre storie, legate da un comune destino: la storia della lupa Akbara, del giovane Avdij e del pastore Boston. Esse trovano il loro profondo significato in una quarta storia, quasi fuori del tempo, quella di Gesù Cristo. (p. 660-661)

Il giovane Avdij Kallistratov è il “personaggio centrale del romanzo ed è portavoce delle idee di Ajtmatov. Figlio di un diacono, dopo la morte del padre era entrato in seminario, ma ne era stato cacciato per eresia. Pur staccato dalla Chiesa ufficiale, nell’anima restava un predicatore, votato alla grande missione di portare tra la gente la parola della verità, così come la concepiva, con amorosa dedizione. A tale missione Avdij era sospinto dalla “volontà del cuore e della mente”: il bene non può essere imposto dall’esterno, ma dev’essere un’esigenza dell’anima”. (p. 664). Nel suo percorso il giovane sembra quasi svolgere il medesimo itinerario di Gesù e divenire nel racconto uno come lui fino al sacrificio di sé. “Tutti e due martiri dell’amore per l’uomo, assertori del bene, apostoli del pentimento in prospettiva di una vita dignitosa, nemici dell’egoismo, del baratto e del denaro sporco. Avdij come Gesù. Come se la vicenda dell’ex seminarista – profeta di Dio e del bene – riflettesse quella di Gesù di Nazareth, Ajtmatov trasferisce l’azione a Gerusalemme, nel palazzo di Erode, dove il procuratore Ponzio Pilato ha fatto sistemare il suo seggio per interrogare il prigioniero della Galilea …. Le parole di Gesù sono perentorie quando si tratta di affermare il primato di Dio e della coscienza, l’ansia secolare di giustizia, il senso della sofferenza, la superiorità dello spirito anche nei confronti della morte, le esigenze della verità e della giustizia, l’assoluta volontà del Signore. Pur avendo paura della condanna che lo attende, non acconsente minimamente all’invito di Pilato di rinunziare alle sue idee e di scomparire. “E quel Nazareno s’intestardiva con la sua dottrina che rendeva tutti uguali l’imperatore e lo schiavo, giacché, diceva, Dio è uno e tutti gli uomini sono uguali davanti a Lui. Il regno della giustizia sarà lo stesso per tutti … Che razza di uomo era? Per quanto disperata fosse la sua situazione, si comportava come se non fosse lui lo sconfitto, ma quelli che lo condannavano. … Incatenato, la croce sulle spalle, il condannato è condotto al Calvario. È solo. Solo? No, c’è Avdij che lo insegue per ripercorrere la stessa strada, per metterlo al sicuro … e così permettergli di ripetere all’uomo di ogni tempo la sua parola di verità. Ma la gente preferisce ignorare Gesù e abbandonarlo al destino che egli stesso si è procurato. “Avdij ascoltava disperato quei discorsi. Come osavano parlare in quel modo, miserabili ignoranti! Profanare e involgarire la grande lotta dello spirito umano con se stesso. Invece di ammirarlo e di seguirlo. I suoi occhi erano pieni di lacrime, in mezzo a quella folla di gente concitata a Gerusalemme. Ma nessuno lo sentiva né lo voleva. Non era ancora nato, doveva ancora aspettare il lontano ventesimo secolo … Quel Gesù morto sulla croce rappresentava tutti coloro che, come lui, avrebbero sofferto per la causa del bene, lungo tutti i secoli. Ajtmatov è affascinato dalla persona di Gesù. In una intervista ha dichiarato di considerare Avdij e le sue ricerche “come la linea portante del romanzo”, e di aver scelto un personaggio russo, anzi cristiano, per un preciso motivo.

Mi sono proposto di percorrere la strada che attra-verso la religione porta all’uomo. La religione cristiana acquista molto grazie alla figura di Gesù Cristo.  La religione islamica, a cui appartengo per tradizione, non ha figure che le si possano accostare. Maometto non è un martire. Dovette sopportare prove e sofferenze, ma non esiste niente di simile al concetto di crocifissione per un’idea, e di perdono all’umanità per sempre. Gesù Cristo mi dà modo di svelare all’uomo contemporaneo un messaggio recondito. Per questo, pur essendo ateo, mi sono imbattuto in lui nel mio iter artistico. (p. 666-668)

Riflessione

Non c’è riferimento esplicito al centurione in questo racconto. Ma possiamo ravvisare nella figura del protagonista del racconto qualcosa di simile a ciò che il centurione dice sotto la croce. Anche a non aver fede (quella fede che si riscontra in chi pratica una certa religione e i suoi precetti), emerge pur sempre un anelito allo spirito con riferimento a quel genere di giustizia, che non è solo distribuzione in parti eguali delle risorse, ma è soprattutto la valorizzazione di ciascuno per quello che è e che sa, in modo tale che se ne avvantaggi la società nel suo insieme, poiché ogni uomo è e deve essere al servizio degli altri. Così l’uomo non può prescindere da quella religione innata, che è espressione del suo spirito, e non può prescindere dal percorso che lo porta a cercare l’uomo stesso, il suo bene, il suo vivere. L’autore deve riconoscere che la religione cristiana ha molto da dire appunto perché tutta costruita sulla fisionomia di un Dio che si è fatto uomo e di un uomo che rivela Dio grazie alla sua umanità. E questo uomo, Gesù, si manifesta davvero tale nel suo momento apice, quello della croce, proprio come fa il centurione che in quella scena riconosce il Figlio di Dio nell’uomo che è davvero un giusto..

MARIO POMILIO (1921-1990)

Lo scrittore abruzzese è autore di molti romanzi e racconti. Egli, seguendo talvolta vicende d’amore, non vuole solo scandagliare l’animo umano per indagare come siano vissute le relazioni, fondamentali per riempire di senso l’esistenza, ma soprattutto si prefigge di leggere nel tempo che passa quanto è necessario che rimanga e si sviluppi di umanesimo perché la società rinasca, continui il suo cammino, risvegli il meglio nel cuore umano. Proprio la tragedia europea di due guerre che hanno brutalizzato gli animi richiede, oggi sullo stesso territorio e nella comune condivisione della civiltà qui sviluppata, che si ritrovino i valori su cui impostare il vivere e questi non sono concetti astratti, ma persone concrete, soprattutto coloro che anche ad aver molto sofferto non hanno perso il senso di umanità e di fraternità. 

IL CIMITERO CINESE

È un breve romanzo che racconta la storia d’amore di una ragazza tedesca e di un giovane italiano, i quali si trovano a fare un viaggio tra Bruxelles, dove risiedono per studiare, e le coste settentrionali della Francia. Il passaggio della dogana fa loro intendere che l’Europa è ancora divisa e che gli odi rimangono, anche a non dover essere loro personalmente responsabili delle guerre. Gli incontri fatti servono a far riflettere e a raggiungere il convincimento che proprio la memoria viva dei morti è necessaria perché ci si scopra accumunati dalla stessa fragilità dentro il medesimo percorso di vita. Ed è il custode del cimitero cinese, dove sono sepolti quei cinesi che erano stati portati in Europa a combattere e sono morti, ad offrire loro la riflessione che li rende più forti nel coltivare la speranza di un mondo nuovo e migliore.  

Mi fissava, parlando, con una sua impersonale dolcezza, che era come il sigillo d’un’antica dignità e sembrava escludere qualsiasi altro sentimento che non fosse d’umile e inespressa fedeltà a quel semplice cimitero che le sue mani avevano curato e modellato per tanti anni fino a lasciarvi un’impronta di lui, della sua pazienza e perfino, si sarebbe detto, della sua tenerezza. Per cui, quando gli chiesi: “E non vi siete mai mosso di qui? non siete mai stato altrove?”, prima che lui mi rispondesse: “Altrove? E perché?” (e lo disse con un tono che poteva significare tanto “E dove altro potrei andare?” quanto “Vi pare possibile che potrei andare altrove?”), io avevo già avvertito quanto fosse insulsa la mia domanda e che cosa invece dovesse significare, per un uomo solo e sradicato, sbattuto a tale distanza dalla sua terra e fors’anche dai ricordi d’una giovinezza troppo lontana perché nel suo animo ne restassero vivi gli affetti, quel breve recinto verde incorniciato di fiori, che era bastato da solo a radicarlo a un’altra terra e a fargliela amare; o per lo meno a sostituire ai suoi ricordi e ai suoi affetti, piuttosto che altri affetti, quel senso di devozione fraterna ai simboli di morte, che è antico e irrazionale quanto l’uomo e che tanto ci avvicina, rendendoci così mitemente rassegnati ad amarci l’un l’altro, da qualsiasi parte veniamo o qualsiasi lingua parliamo o qualsiasi cosa abbiano fatto gli altri per dividerci. Questo almeno stavo provando io stesso in quel momento con una forza e un trasporto a me sconosciuti. Il vecchio frattanto s’era messa una mano nella tasca della sua casacca e s’ostinava a frugarvi dentro. Ed io pensando che cercasse le sigarette, tirai fuori istintivamente il mio pacchetto e glielo porsi. Lo osservò, poi sorrise e mi fece cenno che non fumava.

“Delle sigarette belghe” disse invece. “Siete belgi?”

“Per l’appunto” risposi involontariamente e avvertendo subito, a quella nuova menzogna, un moto violento di pudore. “Conoscete il Belgio?”

“Ci sono stato. È là che sono stato durante la prima guerra mondiale. E anche questi sono morti quasi tutti sul fronte belga. Scavavamo le trincee. Ci avevano assoldati per lavori di retrovia, e poi invece ci portarono a scavare le trincee … Oh, ma non sono tutti qui” soggiunse notando che i miei occhi s’erano spostati e andavano come esaminando a una a una le lapidi.

“Molti, dopo la guerra, non li abbiamo più ritrovati. Che volete: cadevano prigionieri, e i tedeschi li fucilavano come irregolari.”

In quel momento udii un fruscio alle mie spalle e mi voltai; e vidi che Inge s’era fatta avanti e guardava in viso il vecchio: “Tutti?” domandò con una voce che non era la sua.

“Tutti? Non so. La maggior parte, certo.”

“E suppongo che li odiate, per questo: non è vero?”

Per qualche istante l’altro restò perplesso, quasi che per la prima volta stes-se riflettendo a una cosa del genere e fosse sorpreso di dovervi riflettere. “Oh, no” disse alla fine. “Non credo. In fondo, era la guerra, che volete. E poi, anche di loro ne ho visti morire tanti.”

Nell’udire quelle parole io mi voltai nuovamente verso Inge e m’accorsi che negli occhi aveva un velo di lagrime e che ormai bastava un nulla perché s’incrinasse come fa un cristallo.

“Coraggio, su, coraggio” dissi io stupito e felice di saperlo dire mentre le passavo, piano, il braccio attorno alle spalle. “In fondo anche noi abbiamo avuto i nostri morti …”

“Sì,” mormorò “sì.” E dovettero essere così consolanti per lei quelle mie parole, che tutt’a un tratto si strinse a me, e le sue labbra, dolcissime e ferme, si serrarono contro le mie. (p. 75-7)

Riflessione

Il custode del cimitero, che in modo disarmato e disarmante non coltiva nessun risentimento, anche a dover conservare la memoria di uomini caduti per una guerra non loro e uccisi senza pietà dal nemico come non meritevoli di considerazione, sembra come il centurione che riconosce nel condannato una persona degna di stima e di fede per essere un uomo che sulla croce ha dato il meglio di sé. Proprio questo va riconosciuto come essenziale perché si recuperi la giustizia vera in questo mondo segnato da tanto male e odio e si recuperi umanità in presenza di brutalità!

Preghiera

Il soldato romano, forse neppure credente, rivela sotto la sua corazza un cuore grande, che sa riconoscere in te, Signore, condannato ingiustamente, il Dio d’amore e l’uomo giusto, colui che ha lo Spirito e lo dona, perché l’uomo non perda mai la sua dignità, non rinunci mai al senso di umanità. Con la sua dichiarazione pronunciata sotto la croce davanti alla tua morte e riconoscendola come espressione d’amore supremo, noi vogliamo imparare a rivelare la nostra fede in te e il nostro amore per il prossimo, perché con la memoria di coloro che ci hanno prece-duto nella morte, credendo nella giustizia, possiamo rendere più uma-no questo mondo che tu ci affidi.   

Canto

Nell’ombra della morte resistere non puoi.

O Verbo, nostro Dio, in croce sei per noi.

Nell’ora del dolore ci rivolgiamo a te.

Accogli il nostro pianto, o nostro Salvator.

L’IMMAGINE DEL CENTURIONE

Nelle rappresentazioni altamente drammatiche della Crocifissione, tra la folla di chi era presente a quel genere di “spettacolo”, non dovevano mancare i soldati e neppure colui che, in forza del suo ruolo di centurione, doveva guidare il drappello messo a disposizione per fare giustizia. Eppure non sempre il centurione compare nelle scene di crocifissione, o comunque all’artista non interessa segnalare quella presenza. Se lo si trova è più facilmente confuso con quello che la tradizione vuole indicare come Longino, il soldato che colpisce il corpo morto di Gesù ferendolo in corrispondenza del cuore. D’altra parte questa immagine, oltre ad essere davvero impressionante, è quanto mai caricata dall’evangelista Giovanni, che ne dà una testimonianza diretta, in quanto era presente alla scena tenendoci oltremodo a dirlo e a darne già una sorta di interpretazione. È più facile trovare il Crocifisso con la ferita nel costato e quindi ad operazione eseguita, che non mostrare il soldato nell’atto di colpire, un atto che poi si interpreta come una sofferenza in più, come un oltraggio ulteriore. Ma va riconosciuto che nel vangelo questo dettaglio non viene offerto per calcare la mano sulle sofferenze, ma per far capire che così è davvero un agnello completamente svenato. Perciò la figura del centurione, anche in questo gesto, non è il malvagio che compie un’ennesima crudeltà, quanto piuttosto il testimone di fede, che riconosce in quell’uomo un giusto e riconosce in quella morte la donazione totale.  

BEATO ANGELICO (1395-1455)

Ciò che l’Angelico propone nel convento di san Marco è una serie di immagini che, poste ciascuna in ogni cella, devono servire alla contemplazione del domenicano che vi abita e che deve coltivare la lettura del vangelo per immagini, abituandosi alla meditazione. Per questo motivo le scene sono ridotte all’essenziale, senza tanti motivi di decorazione all’intorno, con pochi personaggi e con la presenza di un santo domenicano in cui ciascun frate deve come identificarsi per sentirsi lui pure presente alla scena che in tal modo diventa “attuale”. Anche qui si vede il Crocifisso proprio nel momento in cui viene toccato dalla lancia nel costato, mentre sotto le donne sono affrante dal dolore, Giovanni sta indicando la scena come lui stesso dice nel vangelo.

Qui interessa considerare il soldato romano che sta immergendo la punta della lancia nel corpo di Gesù, mentre ai piedi della croce già si sono formati rivoli di sangue. Verrebbe da sottolineare che il gesto del soldato, da tutti esecrato, sia in realtà qui accompagnato da Giovanni e come tale più che caricarsi di brutalità diventa la prova evidente di un amore grande che arriva a dare proprio tutto. Per questo motivo possiamo pensare a questo soldato come al centurione che nelle sue parole ricordate dai sinottici e non da Giovanni dà la sua testimonianza di fede nei confronti di Gesù. Insomma, questa scena inserita nella cella conventuale non deve affatto rattristare, ma portare ad una religiosità più forte per pronunciare un atto di fede e per riconoscere un atto di amore.

CENTRO ALETTI

In questa crocifissione ridotta all’essenziale nei suoi personaggi, troviamo al centro Gesù già morto e quindi con gli occhi chiusi, abbracciato da Maria che lo indica e nello stesso tempo ne raccoglie il sangue versato proprio dalla ferita laterale. La Madonna sembra guardare il soldato romano che è come in posa davanti al crocifisso con ben salda nel pugno la lancia per nulla insanguinata, come se stesse contemplando la scena e da qui misteriosamente attratto volesse dare il suo assenso di fede, secondo quanto fa capire Marco nel suo vangelo. Non per il terremoto, non per l’oscurità dovuto all’eclissarsi del sole, ma proprio per il modo di morire da parte di Gesù, il soldato lo dichiara Figlio di Dio. Le pietre del mosaico per il modo con cui sono disposte dietro il centurione e dietro Gesù, sembrano essere le parole stesse che salgono dalla terra verso il cielo a riconoscere da parte dell’uomo che in quell’Uomo ben piantano nella terra e sulla croce, c’è da vedere l’immagine piena di Dio.

Sembra quasi che nel centurione debba essere identificato lo stesso spettatore, il quale davanti al gesto di Maria deve essere condotto a dire le stesse parole di fede scritte nel vangelo e messe in bocca al soldato: proprio per il modo con cui muore e quindi dona tutto, egli va riconosciuto come l’uomo giusto, come Dio che solo qui dice la sua identità.

Riflessione

Le immagini, più che descrittive di una scena, svolgono la funzione di suggerire allo spettatore una particolare letture spirituale, che permette di considerare questo momento non come qualcosa di tragico per cui soffrire e disperare, ma qualcosa di ammirevole e amabile da contemplare. Il soldato, allora, non è più l’immagine dell’uomo armato e proprio per questo del violento o del giustiziere, ma di colui che anche a portare le armi arriva ad una disarmante e rasserenante lettura di fede, che invoglia a sostenere il medesimo compito di quell’uomo, non più giustiziere, ma testimone di una amore grande che ora vuol riconoscere con la sua fede.

Preghiera

Davanti alla tua morte, Signore, davanti alla testimonianza di tanti martiri nel corso della storia, vogliamo raccogliere questo insegnamento di vita, perché tu ci fai capire che solo così la vita merita di essere vissuta, solo nel dono fino all’estremo, solo in un’offerta che rivela forza, saggezza, amore autentico. Spesso, travolti dalle tante miserie che la vita ci riserva, che noi pure compiamo o lasciamo che si compiano, diventiamo pessimisti, iracondi, incattiviti e arrabbiati, e non sappiamo opporre al male la bontà del perdono e la forza della giustizia vera. Fa’ che il richiamo costante di quest’uomo ci sollevi ad una visione più positiva e incoraggiante nell’affrontare le tante prove della vita.

Canto

O capo insanguinato di Cristo, mio Signor;

di spine coronato, colpito per amor.

Perché sono spietati gli uomini con te?

Tu porti i miei peccati: Gesù, pietà di me! .

IL CENTURIONE DI OGGI

Il centurione sotto la croce fa la dichiarazione più stupefacente: come si fa a pensare in quel momento che uno, finito così, possa essere riconosciuto come un uomo giusto, addirittura come Dio? Eppure costui non si lascia turbare dalla crudezza della scena, né si lascia trascinare dalle emozioni che lo potrebbero portare come i tanti in quel posto a inveire con un disgraziato messo a tacere così perché qualcosa di grave deve aver fatto. Non si lascia neppure coinvolgere dalla commozione di chi invece è dalla parte del condannato e ne piange la scomparsa avvenuta in mezzo a tanta atrocità. Per ciò che noi possiamo intuire dai vangeli dobbiamo dire che egli in mezzo a tanti sentimenti contrapposti arriva a dare il suo giudizio obiettivo e sereno, capace di far emergere in mezzo a tanto male quell’equilibrio che gli fa riconoscere ciò che è giusto, ciò che è vero, un uomo, in effetti, giusto, e veramente colui che può apparire più che mai dalla parte di Dio. Questa fede viene suggerita in modo che vada raccolta e vissuta soprattutto quando ci si trova in mezzo a situazioni estreme, a problemi non indifferenti che possono far affiorare sentimenti contrapposti e che invece meritano giudizi più assennati, giudizi che possiamo ritenere autenticamente di fede. Ci sono persone che indubbiamente hanno questa capacità di credere fortemente e continuare a credere ancor di più nonostante ci sia intorno l’oscurità di un mondo impazzito, di una crudeltà senza senso, di una follia bestiale che non sembra avere argini. Eppure anche qui affiorano i testimoni di una fede viva, di una speranza a tutta prova, di un amore che disarma l’odio più inveterato. Su queste figure e sulle loro dichiarazioni coraggiose e ammirevoli, soprattutto per il contesto in cui sono dette, dobbiamo puntare per proseguire il nostro cammino e far sì che si possa risorgere, sempre. 

SALVO D’ACQUISTO (1920-1943)

Per associazione di idee il centurione richiama una altra figura di militare dei nostri tempi, un giovane carabiniere divenuto famoso per questo suo atto di generosità fino al sacrificio personale giunto al momento in cui il servizio militare non è quello di far morire, ma di essere pronto a morire, avendo ben presente che cosa significhi il martirio vero, quello che non fa mai del male e neppure vuole il male per sé, ma vuole un vivere migliore, contrassegnato dalla giustizia. Di lui si può dire che è veramente un uomo giusto.  

Per capire meglio la vicenda di SALVO D’ACQUISTO bisogna ricostruire l’episodio accaduto il 23 settembre a Palidoro, una località sulla costa tirrenica a pochi chilometri da Roma. I tedeschi avevano occupato la zona e un loro reparto, verso sera, dopo una gran cena e molte bottiglie di vino, sfondò la porta della casermetta deserta della guardia di finanza, che era in un’antica torre saracena sulla riva dei mare. Quel che accadde non si sa bene: ma pare che i tedeschi, nel rovistare dentro una cassa piena di stracci, di vecchie divi-se e di coperte da casermaggio, avessero fatto esplodere una bomba a mano: un morto e due feriti gravi. Nella zona nemmeno un partigiano ma soltanto pochissima gente preoccupata, che viveva tra un bombardamento e l’altro. Ogni tentativo di spiegazione fu impossibile: la compagnia che presidiava la zona era delle  SS, e questo spiega molte cose. I nazisti prelevarono 22 ostag-gi tra la popolazione della borgata, assolutamente presi a caso. Poi andarono in cerca del «carabiniere più elevato in grado». A Palidoro non c’era stazione, il comando più vicino era a  Torre in Pietra. Partì una camionetta e ritornò con  Salvo D’Acquisto, vicebrigadiere in sottordine, appunto il più elevato in grado perché il maresciallo era assente. Al sottufficiale venne detto di individuare tra i prigionieri l’autore dell’attentato nella torre. D’Acquisto dimostrò che nessuno poteva essere responsabile dell’accaduto. Lo presero a pugni e a calci: non servì a niente. D’Acquisto aveva soltanto 23 anni, ma già una personalità decisa, anche se «prima» appariva perfino timido e incolore. «Se il colpevole non salta fuori, morirete tutti», urlò l’ufficiale tedesco e li fece Salire su di un camion che li portò ai piedi della torre di Palidoro. Sulla sabbia erano già piantate, rigorosamente in fila, cinque vanghe di modello militare; dietro di esse un drappello di SS coi mitra  imbracciati. Il senso tragico della crudeltà tedesca esigeva un alibi grottesco: l’ufficiale passò davanti agli ostaggi allineati e a ciascuno domandò se era l’autore dell’attentato. Ottenne evidentemente una serie di «no» terrorizzati. Dopo quest’ultima parodia di processo, il tenente nazista tracciò una lunga riga sulla sabbia col frustino e disse: «Va bene. Scavatevi la fossa». Il lavoro durò quel tanto da far maturare  nella coscienza di Salvo D’Acquisto la sua decisione. Fece chiamare l’uffi-ciale e barattò la sua vita contro quella dei ventidue «borghesi» innocenti co-me lui: si proclamò autore dell’attentato e unico responsabile di tutto. Una lunga raffica di mitragliatore, un corpo che cade stroncato nella fossa già a-perta, un maresciallo che si china e che spara ancora un colpo su quel viso giovane, tre soldati che spingono un po’ di sabbia sul cadavere.

ETTY HILLESUM (1914-1943)

Questa giovane ebrea olandese, di cui abbiamo, con le lettere, un diario dei suoi ultimi anni di vita, ormai nel campo di smistamento di Westerbork in attesa del trasferimento ad Auschwitz, dove finirà nella camera a gas e nel forno crematorio, non sembra aver niente in comune con il centurione evangelico. Ma se si scorrono le pagine del suo diario, si scopre che lei arriva all’intuizione di Dio dentro la tragedia di una guerra disumana, che fa pensare alla medesima dichiarazione del romano sotto la croce. Ha davanti a sé tante vittime sacrificali, è in presenza di una violenza inaudita, ma lei non si lascia prendere né dalla disperazione, né dalla rabbia, lasciando trasparire invece una fede profonda, una serenità straordinaria, una energia che le fa dire di vivere una vita meravigliosa: così Etty esprime una fede in tutto simile a quella di colui che riconosce nella scena tragica della crocifissione l’uomo giusto, la presenza di Dio in persona! Leggiamo qualche tratto di questo suo diario, dove si evince la sua fede religiosa, tutta particolare …

20 luglio 1942

Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare  questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senz’alcuna amarezza e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me, ogni giorno? Stamattina ho pregato pressappoco così. M’è venuto spontaneo d’inginocchiarmi su quella dura stuoia di cocco del bagno e le lacrime mi scorrevano sul volto. E credo che quella preghiera mi abbia dato forza per tutto il giorno.

21 luglio 1942

Oggi pomeriggio, durante quella lunga camminata per tornare a casa, quando le preoccupazioni volevano assalirmi un’altra volta e sembrava che non mi dessero più pace, mi sono detta d’un tratto: Se tu affermi di credere in Dio devi anche essere coerente, devi abbandonarti completamente e devi aver fiducia. E non devi neppure preoccuparti per l’indomani. Poi, mentre facevamo quattro passi lungo il canale – e ti ringrazio mio Dio che questo sia ancora possibile, e mi sembra che varrebbe la pena di sgobbare tutto il giorno per stare cinque minuti con lui –, S. (Julius Spier) ha detto: Ah, quante preoccupazioni abbiamo tutti. Gli ho ripetuto: Dobbiamo essere coerenti, se abbiamo fiducia dobbiamo averla fino in fondo. Mi sembra di custodire un prezioso pezzo di vita, con tutta la responsabilità che me ne viene. Mi sento responsabile per quel grande e bel sentimento della vita che mi porto dentro, devo cercare di mantenerlo intatto in questo tempo per poterlo trasmettere a un tempo migliore. È l’unica cosa che conta e ne sono pienamente cosciente. Ci sono dei momenti in cui penso che dovrei rassegnarmi e soccombere, ma ogni volta mi ritrovo quel senso di responsabilità nei confronti della vita che in me va veramente tenuto vivo.

22 luglio 1942

… Ora invece è importante che io ti porti con me, intatto attraverso tutte  queste vicissitudini, e che ti rimanga fedele così come ti ho sempre promesso. Camminando per le strade ho da riflettere molto sul tuo mondo; “riflettere” non è la parola giusta, è piuttosto un tentativo di approfondire le cose con un nuovo organo o senso. Spesso ho la sensazione di vedere questo tempo in prospettiva, come una fase della storia di cui conosco già l’inizio e la fine e che posso inquadrare nel tutto. Sono riconoscente di non provare nessun odio o amarezza, ma di avere una così gran calma che non è rassegnazione, bensì una sorta di comprensione per questo tempo, per quanto strano ci possa sembrare! Si deve poter capire questo tempo se si capiscono gli uomini, è infatti opera nostra. Il presente è quello che è e come tale bisogna riuscire a capirlo, malgrado lo sconcerto che si prova ogni tanto. In qualche modo io seguo la mia via interiore, che diventa sempre più semplice ed è lastricata di benevolenza e di fiducia.

Preghiera

In mezzo ai drammi della vita, Signore, non ci venga meno la fede di tanti che ti hanno riconosciuto nell’oscurità e ti hanno seguito fiduciosi anche passando attraverso mali indicibili. Saremo anche noi più giusti e più autentici, se sapremo far fronte al male senza mai adattarci ad esso o cadere in esso: il tuo soccorso e la tua grazia ci sostengano perché sia viva in noi la fede e sempre accesa e appassionata la carità, in modo tale da opporre ad ogni male quel bene che viene da te e che tu ci richiami in continuazione con la tua presenza e con l’esempio di tanti operatori di giustizia e di servizio generoso.

Canto

Nell’ora della morte il Padre ti salvò.

Trasforma la mia sorte: con te risorgerò.

Contemplo la tua croce, trionfo del mio re,

e chiedo la tua pace: Gesù pietà di me.

 

CONCLUSIONE :(Karekin I, Catholicos di tutti gli Armeni)

Signore, morto per noi, umilmente ti preghiamo: resta con noi, rimani in noi, soffia dentro di noi il tuo ” ultimo respiro “; esso divenga il primo respiro della nuova vita in te. Infondi in noi i sentimenti del centurione, che con il tuo “ultimo respiro” sperimentò l’inesauribile alito del tuo Santo Spirito, e coraggiosamente confessò: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”. In ginocchio davanti alla tua croce, noi ripetiamo: ” Veramente tu sei il Figlio di Dio”.

Invocazioni

Davanti al Signore crocifisso e contemplando tutti coloro che, seguendolo nel martirio, hanno dato degna testimonianza di sé in una esistenza gloriosa, ravviviamo la nostra fede, perché risplenda sempre e dovunque.

Diciamo: Risveglia una fede viva e gioiosa!

In tutti coloro che sono perseguitati nel mondo a causa della fede …

In tutti coloro che soffrono nella incomprensione e nel rifiuto totale …

In tutti coloro che non sanno resistere nel momento del dolore …

In noi per aiutare chi è avvilito e scoraggiato dalle cattiverie …

In noi per sostenere chi vive nel dubbio e nello sconforto …

In noi per incoraggiare al bene chi è tentato di operare il male …

Nei giovani che sono alla ricerca del senso della vita …

Negli adulti che si sono allontanati dalla fonte della vita e della grazia …

Negli anziani che non sanno più rinnovare la loro testimonianza di fede ..

Perché la Chiesa si converta continuamente nella sua missione …

Perché il mondo ritrovi le vie della giustizia a favore dei più deboli …

Perché nell’animo di tutti ci sia il desiderio di glorificare Dio …

Con l’animo dei figli che rendono gloria a Dio, diciamo: Padre nostro …

 

Benedizione

La gloria di Dio si manifesta nella croce di Cristo,

che da vero uomo si dona al Padre e a tutti gli uomini:

da tutti noi sia resa gloria alla Trinità santissima per il suo amore!

Ci benedica la Trinità: il PADRE, il FIGLIO e lo SPIRITO SANTO. Amen. 

Canto finale

Nella memoria di questa tua morte noi ti chiediamo coraggio, Signore,

per ogni volta che il dono d’amore ci chiederà di soffrire da soli.

Noi ti preghiamo, Uomo della croce: figlio e fratello, noi speriamo in te.

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