LO ZARISMO

Lo zarismo è un fenomeno tipico del mondo russo, sia perché questo termine è stato coniato lì, sia perché la sola nazione che l’abbia espresso è appunto la Russia; e questo non solo nel periodo monarchico. Abbiamo visto che il termine emerge al tramonto dell’Impero di Bisanzio, quando, per un matrimonio calcolato, con l’intervento del Papa di allora, Paolo II, il granduca di Mosca, come allora si chiamava il principe della città, mai riconosciuto re, viene definito così, e lui stesso si considera l’erede di un Impero ormai decaduto e sepolto. Non viene ancora celebrato un rito solenne di unzione e di incoronazione ma già il riconoscimento esiste, anche se viene ignorato nel resto d’Europa. Non siamo ancora formalmente all’affermazione di un Impero, anche se, sostenendo di voler continuare il titolo usato a Bisanzio, almeno in Russia un tale potere viene stabilito. Se in precedenza chi aveva un’autorità sulle città e il territorio circostante, lo aveva a partire dall’esercizio delle armi e all’affermazione di sé in campo militare, ora, anche perché era scomparso l’imperatore bizantino da cui si ricavava ogni titolo regale o dignità principesca, questo potere appariva assunto per virtù propria, senza che qualcuno se ne facesse carico di trasferirlo. Così lo zarismo si afferma come un potere autocratico, cioè un’autorità che il titolare affermava di avere da sé, dalle sue stesse virtù, senza riceverlo da qualcuno e, soprattutto, senza doverlo condividere con qualcuno. Di fatto, a Mosca, attorno alla figura dello zar, si forma una aristocrazia terriera, che cerca in ogni modo di condizionare e di limitare il potere assoluto degli zar. È inevitabile che si scateni una lunga e sanguinosa lotta, soprattutto quando lo zar è debole, perché ancora giovane, perché incapace, perché senza risorse adeguate in termini finanziari, militari, strategici. Ovviamente è necessario mettere in campo un esercito ben strutturato e soprattutto fedele, e con questo strumento l’autocrazia è perfetta. Per assicurarsi poi il favore popolare è necessario avere una gerarchia ecclesiastica asservita: essa, anche con la cerimonia religiosa dell’incoronazione garantisce la benedizione divina e dunque una derivazione del potere da Dio stesso. Questo impianto appare ben strutturato con Ivan IV, e, a partire da lui, viene ereditato da chi se ne avvale per dare un ruolo imperiale alla Russia stessa. Questo succede anche oltre la fase monarchica: la stessa rivoluzione bolscevica, attuata da Lenin, togliendo di mezzo l’alone sacrale, si avvale comunque dell’appoggio essenziale dell’esercito, perché il potere è acquisito e gestito con esso.

Non di meno succede anche oltre questo fase: pur in un regime che noi consideriamo “repubblicano”, si fa strada un potere che di fatto risulta autocratico, pur se raggiunto con l’esercizio elettorale. Anche chi comanda oggi, per quanto dica di avere il favore popolare grazie alle elezioni, è riconosciuto con un potere che viene esercitato in modo autocratico, come un novello zar. E così viene definito, anche a non portarne ufficialmente il titolo.

L’UNIFICAZIONE E LA CRESCITA ECONOMICA

Il fenomeno dello zarismo è da noi spesso analizzato come espressione di un potere dittatoriale ed assoluto, secondo certi schemi che tendono a far derivare una simile impostazione dalle modalità in uso nel mondo orientale ben prima del periodo bizantino. Non si può non avvertire in effetti questa dipendenza; e tuttavia nello stesso periodo in cui qui si afferma l’autocrazia imperiale del gran principe di Mosca, destinato a divenire il “Cesare” locale, che si considera erede del mondo bizantino, anche nel mondo occidentale si fa strada una forma assolutista del potere, quella che trova la sua incarnazione nella figura ideale del “Principe” di Machiavelli e che di fatto si instaura in vari Stati. Per essi la raggiunta unità territoriale, come succede alla Spagna di fine secolo XV, viene poi a coincidere con la stagione coloniale, che addirittura fa prospettare un impero, dove, come nel caso di Carlo V, “il sole non tramonta mai”. L’avventura delle scoperte, presto trasformata in avventura coloniale di occupazione, che fa lievitare la stessa economia, non avviene solo in Occidente, dove al controllo del Mediterraneo, occupato per metà dai Turchi, si sostituisce una navigazione nell’Atlantico, dai forti riflessi di natura economica. Anche nel bassopiano russo si cerca una rivincita nei confronti del mondo mongolico, come pure si sente la pressione ad aprire nuove vie commerciali per le città legate ai traffici sul Baltico, che vogliono svilupparsi. Così anche in quest’area geografica, poco considerata dal resto d’Europa, si conosce un certo sviluppo, non certo alla pari con quello dei Paesi sull’Atlantico, e tuttavia da non sottovalutare, in relazione al ruolo che la Russia cercherà di sviluppare nel corso della sua storia.

Alcuni centri urbani – come Mosca, Novgorod e Pskov – erano città vere e proprie e ospitavano comunità mercantili che commerciavano con l’Europa occidentale e il Vicino Oriente. 

Pur rappresentando un’economia fondamentalmente rurale, la Russia non era certo priva di attività artigianali o commerciali, né si deve pensare che fosse abitata da contadini che conducessero una pura vita di sussistenza e che fossero tagliati fuori dai mercati dell’epoca. L’estensione stessa del paese e la sua scarsa popolazione determinavano la necessità di scambi tra le diverse regioni: quasi tutto il sale, per esempio, fino alla fine del XVII secolo era ricavato dalle sorgenti saline della fascia più settentrionale della taiga. Gli imprenditori che gestivano gli impianti di bollitura dell’acqua per estrarre il sale, che veniva poi spedito verso sud, fecero enormi fortune, primi fra tutti gli Stroganov, che ammassarono una tale ricchezza da finanziare le prime spedizioni di conquista della Siberia. Novgorod e la vicina Pskov rimanevano centri importanti del commercio con l’Europa del nord attraverso il Mar Baltico, ma la loro portata commerciale era limitata da vie fluviali insufficienti e dall’assenza di grandi porti al limite orientale del Golfo di Finlandia. (Bushkovitch, p.51)

Questa immagine offerta dallo storico dice che la Russia è e rimane aperta a questo genere di attività che la spinge verso una forma di Stato all’altezza delle prospettive di sviluppo, non sempre dovute alla lungimiranza del capo, ma anche e soprattutto alla intraprendenza di chi cerca una immagine migliore per sé e per la gente. Ovviamente anche l’arricchimento, che non ha certo i livelli di altri Paesi europei, comporta pure un miglior tenore di vita e più ancora uno sviluppo urbanistico che si traduce anche per le città in una edilizia, mai prima sperimentata. Si deve all’età di Ivan III se la stessa città di Mosca cambia la sua immagine e diventa una vera capitale con una architettura rinnovata, che è messa in campo in gran parte da architetti provenienti dall’Italia.

Ivan III si proclamò zar di tutta la Russia, rendendosi conto al tempo stesso che il suo nuovo stato richiedeva una capitale più adeguata e meglio difesa. Rivolse dunque la sua attenzione all’Italia, considerata il centro dell’architettura europea ma anche dell’ingegneria militare e delle fortificazioni … Ivan III fece chiamare a Mosca architetti e ingegneri affinché ricostruissero il Cremlino e le sue chiese. Il risultato fu che il Cremlino, che all’occhio moderno è la quintessenza del carattere russo, con le sue antiche cattedrali e le torri a punta in mattone rosso scuto, non fu affatto opera dell’arte russa bensì – a parte alcune eccezioni – il prodotto di maestri italiani. L’antico Cremlino, del XIV secolo, aveva mura in pietra bianca, secondo la consuetudine indigena delle fortezze russe, entro le quali trovavano riparo le abitazioni in legno di principi e boiari e le chiese in pietra. 

Ivan era ben deciso a non modificare la planimetria basilare delle cattedrali, la cui forma possedeva un significato spirituale che nessun progetto occidentale avrebbe mai potuto avere. L’ingegnere e architetto bolognese Aristotele Fioravanti risolse il problema edificando all’interno del Cremlino una nuova e più grande cattedrale della Dormizione, adottando tecniche italiane forme russe. (Bushkovitch, p.53)

CATTEDRALE DELLA DORMIZIONE

MOSCA – IL CREMLINO

IVAN III E LO SVILUPPO DELLA RUSSIA

Il percorso che vede la nascita di uno Stato nuovo e ben centralizzato è opera di Ivan III. Con lui il principato di Mosca diventa un granducato, come se con simile definizione egli volesse assumere un ruolo di primato sugli altri territori e le altre città abitate da Russi. Tutto questo viene ottenuto non senza scontri e comunque con interventi che servono a definire il suo potere da autocrate, laddove egli interveniva ed affermava il suo primato soprattutto nei confronti della aristocrazia terriera, mentre l’imprenditoria mercantile non veniva toccata. 

L’obiettivo primario venne rivolto nei confronti di Novgorod, che nel 1478, fu sotto il controllo diretto di Ivan, il quale già si riteneva erede di Bisanzio, avendo sposato l’erede degli Imperatori, Zoe Paleologa, e perciò ormai “zar”, anche se il riconoscimento del titolo è da rimandare ad epoche successive. Con il titolo di zar, egli deve presentarsi anche come effettivo capo di uno Stato che ormai si estende dal Baltico al mar Nero e si spinge fino agli Urali, inglobando le diverse città, che nel passato avevano una propria autonomia. L’accentramento, che fa della Russia uno Stato nazionale, territorialmente ben definito, capace di stare alla pari con altri Stati dell’Europa, dà un nuovo volto a questa parte dell’Europa e prepara la Russia ad essere una potenza che tale deve apparire sia per la vivacità e la crescita dei suoi commerci, sia per la grandiosità della sua capitale con i suoi edifici costruiti secondo i canoni rinascimentali. Anche qui il Rinascimento si riconosce perché ci si ispira ai canoni estetici sperimentati in Italia e ormai diffusi in tutta Europa, pur con gli opportuni adattamenti al contesto artistico e religioso locale. Per dare ancora di più un’immagine unitaria e soprattutto potente, occorreva anche controllare direttamente il mondo religioso, che tanta parte ha per il riconoscimento e la trasmissione del potere. Esso però deve risultare asservito e soprattutto non deve conoscere al suo interno divisioni.

Negli ultimi anni del regno di Ivan III, tuttavia, attenersi alla giusta fede era divenuto un serio problema. Per la prima volta dai tempi della conversione di Vladimir al cristianesimo, nel 988, la Chiesa russa si trovava ad affrontare degli oppositori al proprio interno ed era travolta da dispute dottrinali riguardanti il sistema stesso della fede. A Novgorod, una piccola frazione del clero iniziò a contestare l’idea ortodossa della divinità di Cristo, come pure certi aspetti popolari della devozione, tra cui l’iconografia e il monachesimo. (Bushkovitch, p.55)

Si scatena una violenta repressione: c’era il rischio di una divisione che né la Chiesa né lo Stato potevano permettersi, nel momento stesso in cui si stava costruendo un assetto unitario. Il fenomeno è molto simile a quello che succede da noi con la contestazione al Papato corrotto, che dà origine a movimenti di opposizione, come quello di Savonarola, prima, e di Lutero, poi. Anche nel caso della Russia, un mondo intransigente si scatena per scongiurare la divisione. Esso si appoggia al potere politico e questo, intuendo i rischi, fa la sua parte per scongiurare l’irreparabile. 

L’ultima parte del XV secolo è caratterizzato da avvenimenti importanti nell’ambito della Chiesa, che conducono a riforme interne che hanno un influsso preciso e diretto sul consolidamento del potere autocratico … Iosif, al secolo Ioann Sanin (1440-1515) … è espressione del monachesimo della Russia centrale che vuole essere presente nel campo sociale, svolgendo un ruolo dinamico a favore sia della Chiesa che dello Stato … La condotta inflessibile di Iosif, legata a una mentalità legalistica, nella durissima lotta agli eretici (molti di essi saranno messi al rogo a Mosca e a Novgorod) non è affatto condivisa da tutta la Chiesa. (…) Iosif è l’ideologo del monachesimo di Sergij di Radonez, ossia “del monachesimo che costruisce lo Stato (gosustanovitel’nyj, termine molto amato dall’attuale patriarca di Mosca Kirill). (…) Nel conflitto contro i “giudaizzanti”, … gli iosifljane (seguaci di Iosif) si avvalgono dell’aiuto del principe, difensore dell’ortodossia e in tal modo danno un contributo fondamentale all’idea autocratica. Iosif, nella sua opera contro gli eretici … esprime chiaramente il fondamento teocratico dell’autocrazia, quando afferma: “Comprendete, zar e principi, Dio vi ha collocato al suo posto sul proprio trono (…). Lo zar per sua natura è simile a tutti gli uomini, ma per la sua autorità è simile all’Altissimo”, fermo restando che lo zar è un servo di Dio. (…) Con questa sua aspirazione a dar vita ad un’autocrazia teocratica unita a una Chiesa potente e ricca, Iosif si colloca su una linea di continuità con la sinfonia bizantina, fiducioso nella saldezza nella fede dei principi di Mosca e nel ruolo da essi assegnato a metropoliti come Petr e Aleksij. Giustamente rileva il Piovano: “L’errore tragico di Iosif e dei suoi seguaci fu la loro fede nella “pietà ortodossa” dello Stato moscovita in un secolo, il XVI, in cui emergevano già i germi di una evoluzione completamente opposta e che porterà ad un assoggettamento della Chiesa allo Stato (la “secolarizzazione” di Pietro il Grande). (Codevilla, p. 29-32)

Insomma, con Ivan III e, successivamente, con il figlio, Vasilij III (1479-1533) la Russia diventa uno Stato unitario, nel quale la lingua (russa) e la fede religiosa (ortodossa) diventano dominanti e qualificanti questa nuova realtà politica, che di fatto rivela i suoi interessi e le sue attenzioni verso il mondo occidentale.

Nel 1514 (Vasilij) poté annettere ai propri territori la città di Smolensk, l’ultima terra etnicamente e geograficamente russa non ancora soggetta al dominio di Mosca. La conquista di Smolensk, inoltre, fornì alla Russia una possente fortezza che si affacciava direttamente sull’Occidente.

(Bushkovitch, p.57)

                              IVAN IV

Anche per questo personaggio storico conta di più il mito che è stato creato intorno alla sua figura: essa giganteggia non tanto per le opere militari o politiche che sono successe con lui o nonostante lui nel periodo del suo regno, quanto piuttosto per l’alone misterioso e minaccioso che anch’egli contribuì a creare con i suoi furori e che più ancora furono calcate nel rappresentarlo già in vita e più ancora dopo. Lo stesso epiteto, con cui va famoso e con il quale viene ricordato da sempre, contribuisce a caricare di una sinistra memoria il personaggio: certamente egli ha compiuto stragi e nefandezze orribili, ma si deve anche riconoscere che molto è stato fatto anche in nome suo; egli non fu solo caratterizzato da eccessi e da brutalità, perché rimangono pure famose alcune sue espressioni religiose, che rivelano un animo sensibile. Tutto questo però è oscurato dal cumulo di obbrobri che gli vengono imputati.

Del resto il racconto stesso degli eventi che lo vedono al centro tendono a mostrarlo su uno sfondo scuro, come si vede anche nel film che Eisenstein fece nel 1944 sulla sua figura: qui giganteggia la sua fisionomia come ombra oscura, proiettata sul muro, che incute timore.

Fu davvero “terribile”? Anche queste immagini imprimono, se non un timore reverenziale, un senso di terrore; suggeriscono una presa di distanza da chi fa solo paura a vederlo, a incontrarlo. Già in vita i Moscoviti lo avevano definito così, non solo e non tanto per le atrocità che in certi momenti ha commesso o ha lasciato che si operassero sul suo territorio in modo impunito. Fin dalla nascita si ricordano eventi strani …

Il 25 agosto 1530 a tarda sera sulla Piazza i moscoviti ebbero notizia del fatto che la gran principessa Elena dopo quattro anni di matrimonio aveva infine dato alla luce l’erede al trono che da tanto tempo si aspettava. Il neonato era stato partorito nel palazzo Terem del Cremlino alle sei di pomeriggio. I cronisti riferiscono che in molte zone della Russia la nascita fu accompagnata da improvvise e terribili bufere che scossero la terra fino alle radici. La nascita dei gran principi è sempre accompagnata da segni premonitori, veri o immaginari, e queste bufere improvvise in una chiara giornata d’estate sembravano il presagio migliore per la nascita di un bambino che sarebbe poi stato conosciuto come Ivan Groznyj; infatti groznyj significa “minaccioso” o “terribile” e deriva da “grom”, che significa “fulmine”. (Payne-Romanoff, p. 19)

Il padre, Vasilij III, morì nel 1533, lasciandolo, ancora molto piccolo, erede di un vasto regno, in cui dominavano i boiari: il piccolo ebbe così una infanzia nella quale egli era grandemente onorato, anche se, ovviamente, non contava nulla. In questo clima di veleni e di sospetti si fece strada, finendo per covare nell’animo sentimenti che spiegano poi il suo modo “terribile” di essere e di governare. A ben considerare ciò che succedeva altrove in Europa, le case regnanti non avevano problemi molto diversi: basterebbe pensare la successione a Enrico VIII in Inghilterra con i tre figli (Edoardo VI, Maria Tudor, Elisabetta I) e quello che avveniva sul trono di Francia al tempo di Caterina de’ Medici …

Il giovane Ivan, che aveva passato la vita tra i cerimoniali dei palazzi del Cremlino, che non aveva quasi mai varcato le mura del Cremlino tranne che per effettuare pellegrinaggi ai santuari, non poteva avere una grande consapevolezza degli enormi poteri che aveva ereditato dal padre. Veniva trattato con gran deferenza, mostrato agli ambasciatori in visita, veniva posto sul trono in occasione delle cerimonie e veniva obbligato ad ascoltare molti discorsi nei quali ci si rivolgeva a lui come ad un sovrano, signore, autocrate, zar e gran principe, e allo stesso tempo l’impressione che egli ne traeva era di non avere nessun potere. A quanto pare, trascorse l’infanzia in compagnia di adulti e il suo unico compagno di giochi fu il fratello sordomuto Jurij. Fu educato da preti. Era uno studente sveglio con una mente scattante, abituata a meditare. Veniva educato in un’atmosfera che era ben lungi dall’essere l’ideale. In quasi nessun’altra parte del mondo c’era uno spiegamento così pomposo di lussi come nella ristretta zona del Cremlino, grande quanto un isolato di città, occupata dai palazzi del gran principe.

(Payne-Romanoff, p. 33-34)

LA LOTTA CONTRO I BOIARI

Già negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza Ivan è sempre sotto controllo dei boiari: essi evidentemente approfittano della sua giovane età per condizionarne il potere. Così il suo regno è segnato da una lotta sanguinosa con questo apparato di famiglie, per poter affermare il suo e per averlo incontrollato, assoluto, veramente autocrate. Protetto dalla madre, finché essa poté, e poi dagli ecclesiastici suoi maestri, crebbe comunque con una visione alta del potere, che poi cercò di esercitare senza freni. Così, come succede altrettanto nel resto dell’Europa, viene data una immagine di Stato veramente assoluto, che si deve riconoscere nel monarca.

Anche la Russia diventa come altri Stati europei!

Nervoso, passionale, facile all’eccitazione e incapace di celare le proprie emozioni, Ivan da bambino rivelava quelle che sarebbero state le sue caratteristiche. Era affascinato dai rituali ecclesiastici, dai pellegrinaggi, dalle reliquie sacre e dalla panoplia (= tutto l’armamentario) dei sovrani. Da bambino imparò lunghi brani delle Sacre Scritture a memoria. A contatto con i tutori, sviluppò un forte interesse per la storia sacra e profana: i suoi eroi erano Davide, Salomone, Augusto, Costantino e Teodosio … Era incantato dalle cronache russe, dai sermoni e dalle omelie dei padri della chiesa, della storia di Roma e Bisanzio. Camminava a braccetto con re e santi e sapeva ben poco della vita della gente comune.

(Payne-Romanoff, p. 43)

Non è facile seguire la vita di questo bambino nei suoi primi anni di vita e di regno, proprio per la presenza di vari signore provenienti dalle famiglie più prestigiose, che cercavano di imporsi e nel contempo di contendere lo spazio ad altri gruppi familiari. Ne vennero torbidi durante i quali il ragazzo rischiava più volte la vita. Risulta anche che si lasciasse facilmente manovrare, adattandosi alle situazioni, ma covando nell’animo la vendetta che poi sarebbe scoppiata e in modo davvero terribile.

All’età di 13 anni Ivan commetteva il suo primo omicidio. Egli avrebbe imparato che l’assassinio era un’arma efficace, di grande soddisfazione per rapidità e praticità. Imparò anche che esistono vari livelli di assassinio, e che i loro effetti talvolta sono incalcolabili. Machiavelli aveva osservato che quando un uomo prende il potere, è obbligato ad essere crudele perché altrimenti il popolo non gli presta il rispetto dovuto. Ivan aveva imparato la lezione. Da quel momento avrebbe commesso assassinii a suo piacimento.

(Payne-Romanoff, p. 63)

LA SUA INCORONAZIONE

Nel diciassettesimo anno di vita (1547) si celebra la grande cerimonia della sua incoronazione; qui viene usato ufficialmente per la prima volta il titolo di zar, e lo stesso rituale adottato mette in risalto che egli detiene il potere divino, elargito da Dio stesso, in continuità con quello bizantino, accreditando ancora di più l’idea che Mosca fosse davvero la terza e ultima “Roma” con Ivan che assumeva un potere assoluto. Lo stesso film di Eisenstein, già citato, inizia proprio con questo evento, a cui il regista dedica scene fastose nelle quali Ivan, che all’inizio compare di spalle, mano a mano diventa sempre più sicuro di sé; e nel suo discorso lascia chiaramente intendere come egli voglia gestire il potere da sé, senza alcuna forma di condivisione nei confronti dei boiari.

Ad essi piuttosto si chiede il contributo in denaro, così come alla rendite della Chiesa e dei monasteri egli vuol attingere denaro per le guerre che intende fare al fine di raggiungere i confini della Russia, cioè pure quei territori abitati dai Russi e con i quali vuole costruire una grande patria riconosciuta tale anche nel resto d’Europa, con grande sbigottimento da parte degli ambasciatori presenti. E quasi a ribadire che tutto l’oro deve ricadere su di lui spicca la scena con la quale vengono riversate sulla sua persona le monete d’oro: con esse egli afferma la superiorità sua e della sua Russia sul resto del mondo. È tutta una coreografia solenne e maestosa con cui il nuovo potere, ancora in lotta con la Germania nazista sta dicendo di voler essere riconosciuto, esso pure, come il più forte, e destinato a dire tutta la sua superiorità sul mondo! Ivan nel 1547 non ha ancora dimostrato le sue qualità in campo militare, non ha ancora dimostrato di essere il più potente sia per i beni che può mettere in campo, sia per l’autorevolezza che può esercitare sopra i boiari; e allo stesso modo Stalin non ha ancora la vittoria in mano, seppur sta recuperando terreno rispetto alla Germania; ma entrambi ci tengono ad affermare il loro ruolo autocrate.

I sermoni e le invocazioni di Makarij (il patriarca) erano tutti volti a esaltare il Cesare che portava sul petto una pesante croce incastonata di pietre preziose, il barmy (un largo colletto con immagini ricamate di natura religiosa e pietre preziose, messe sopra l’abito) sulle spalle e una corona di gioielli. 

Indossava inoltre una catena d’oro che si diceva fosse stata regalata dall’imperatore di Bisanzio. Alla fine fu consacrato mediante l’unzione con olio santo delle orecchie, del petto, delle spalle, dei palmi e dei dorsi delle mani, e quando uscì dalla cattedrale per mostrarsi al popolo, il fratello Jurij gli versò tre volte addosso una pioggia di monete d’oro e d’argento. Fu una cerimonia lunga e faticosa: vennero cantati molti inni; vi prese parte una moltitudine di vescovi, archimandriti e abati, vennero compiuti molti rituali, e Ivan si comportò bene. Ma l’Ivan che era entrato nella cattedrale di mattina e l’Ivan che ne era uscito a giorno fatto erano due persone diverse. Il nuovo autocrate di tutta la Russia da quel giorno credette fermamente di essere stato incoronato da Dio e che il destino di ogni russo fosse in mano sua. Caparbio, nervoso, irascibile ed eccitabile, Ivan aveva tutte le qualità di uno zar cattivo.

(Payne-Romanoff, p. 72-73)

La scena rientra in quelle forme di spettacolarità a cui siamo abituati già dai rituali bizantini. Qui però si vuol ora affermare che un simile potere viene dichiarato al cospetto delle potenze europee, entrando nel concerto di quei regimi politici che sono destinati a scontrarsi nel corso dei secoli. Se il regista sovietico indugia sui volti degli ambasciatori europei e sulle loro battute in tale circostanza è proprio per rimarcare la necessità dell’autocrate di far valere la sua autorità non solo all’interno della Russia, con il disagio che crea nei boiari e anche nelle gerarchie ecclesiastiche, ma anche sul versante estero nei confronti degli Stati, che pur nel medesimo periodo si presentavano con monarchie sempre più incamminate sull’assolutismo. Ciò che la Russia ha cercato di far capire al mondo europeo non risulta essere raccolto in maniera adeguata.

Da quel momento, i sovrani russi divennero “zar”, in tutto uguali agli Imperatori d’Occidente, ai sultani e ai re del Vecchio Testamento. Si inaugurò allora un regno che conobbe un attivismo senza precedenti e durò 35 anni, in cui si alternano momenti drammatici, vittorie spargimenti di sangue e sconfitte. Instancabile nel perseguire i propri obiettivi, Ivan IV lasciò la propria impronta sulle generazioni a venire. (Bushkovitch, p.58)

STATO UNITARIO E MULTIETNICO

Secondo il programma che sentiamo ribadito nella versione cinematografica e quindi in modo essenziale, Ivan si propone di unire tutte le terre dove si parla russo, e di costruire così uno Stato unitario, ma soprattutto un impero che ruoti attorno alla sua persona.

La lotta contro i Tatari delle terre confinanti alla Crimea deve servire a dimostrare, da parte sua, questa ferrea volontà. La guerra contro Kazan’ e poi contro Astrachan’ lo vide vittorioso, ancora ventiduenne, anche se una simile guerra non lo ebbe protagonista di imprese mirabolanti, per quanto sia stato presente e si sia mostrato alle truppe per incitarle. Questo bastò per creare una immagine eroica e vincente. Di fatto, nonostante si siano verificate anche delle conversioni alla religione ortodossa, molti abitanti delle regioni del Volga rimasero mussulmani e quindi la Russia creata da lui era di fatto multietnica e multiculturale. L’esperienza qui vissuta aprì nuove prospettive rispetto al programma iniziale: invece di consolidare solo i confini, Ivan cominciò quella penetrazione verso est, che verrà continuata anche dopo, sia nella direzione del Caucaso, sia oltre gli Urali. Insieme con l’intento che si potrebbe definire “missionario”, e quindi di conquista religiosa, c’era pure lo scopo di allargare ancora di più lo spazio del mondo russo, analogamente a quello che succedeva in Occidente con le conquiste di tipo coloniale verso l’America e verso l’Asia.

Il dominio su Astrachan’ permetteva il controllo dell’intero bacino del Volga e dei territori circostanti. Negli anni sessanta del XVI secolo i russi possedevano ai piedi del Caucaso una fortezza sul fiume Terek, da cui vigilavano sull’intera catena montuosa. Ivan strinse rapporti con i montanari circassi e con i loro sudditi di minore importanza, come i ceceni e altri popoli. La conquista del Volga, iniziata come semplice reazione a una situazione localizzata lungo il confine con il khanato di Kazan’, aveva posto la Russia in una nuova condizione geopolitica. Per la prima volta nella storia, il controllo russo del bacino del Volga separava le regioni occidentali delle steppe euroasiatiche dagli sterminati territori stepposi più a oriente. Fino al XVIII secolo i popoli nomadi continuarono ad attraversare il Volga nelle due direzioni, ma ora attraversavano il grande fiume sotto il diretto controllo della Russia.

(Bushkovitch, p.59-60)

A ricordo delle vittorie su Kazan’ e Astrachan’ Ivan fece costruire la cattedrale detta di S. Basilio, che è in realtà la chiesa dell’Intercessione della Madre di Gesù sul fossato. È una chiesa veramente innovativa negli schemi tradizionali e nello stesso tempo riflette la vera anima popolare del mondo russo, con le policromie che colpiscono lo spettatore e lo attraggono e nel contempo con l’elevarsi delle varie torri che sembrano come le vampe di un falò acceso che fa salire a Dio il fuoco divorante …

CATTEDRALE DI S. BASILIO – CREMLINO

La Cattedrale di san Basilio il Beato che domina il lato meridionale della Piazza Rossa è senza dubbio l’edificio di Mosca che più colpisce il visitatore. Le cupole policrome, le elaborate volute e le opere in muratura in cui si fondono vari stili, pur formando un violento contrasto danno alla chiesa un aspetto stravagante che la distingue nettamente dall’austero Cremlino. Una tenace leggenda attribuisce san Basilio a un italiano, ma in realtà la cattedrale fu costruita da due architetti russi, Barma e Postnik. Il suo aspetto è inconfondibilmente russo e riflette i motivi comuni delle celebri chiese lignee della Russia settentrionale … San Basilio è in realtà costituita da un grappolo di costruzioni: una chiesa centrale circondata da nove chiese ausiliarie, otto dedicate alle otto vittorie di Ivan IV sui tartari e una nona consacrata al santo mendicante di Mosca, san Basilio. L’esterno dapprima imbiancato, nel XVII secolo fu dipinto con tutti i colori dell’arcobaleno, cosa che fece dire al marchese De Custine, viaggiatore incontentabile e portato alla critica, che san Basilio sembrava una scatola di canditi. Un altro definì la chiesa “il sogno di una fantasia malata”. In realtà, san Basilio combina in sé la tavolozza vibrante e la sfrenata esuberanza che sono la quintessenza dell’arte popolare russa. (Ascher, p. 51)

LA FOLLIA E L’OPRICNINA

Gli anni che seguirono alle guerre contro i Tatari, furono segnati fortemente da malattie e da vicende familiari che fecero ben presto declinare il già fragile equilibrio psicologico costruito in una infanzia resa amara dalla condizione in cui fu allevato.

Nel 1553 cadde ammalato e rischiò di morire: al capezzale del morente era in corso il tradimento dei boiari che congiuravano, pensando alla successione; e lui ne era a conoscenza. Poi, guarito, dovette assistere alla morte del figlio, annegato in un fiume, e, in seguito, alla morte della moglie, molto amata. Tutto questo contribuì ad offuscargli la mente …

Il suo carattere subì un mutamento da un giorno all’altro. Colui che era stato profondamente religioso e scrupoloso nei suoi doveri, che soppesava accuratamente i suggerimenti del consiglio scelto, che agiva per lo più con mitezza e giudizio, che raramente lasciava spazio alla propria crudeltà latente, mostrò improvvisamente di essere un duro e tirannico libertino. Viveva riottosamente, beveva oltre misura, si circondò di appropriatori indebiti, assassini, ladri, ubriaconi, pervertiti, criminali, persone che non ebbero difficoltà a provocare la criminalità latente in lui. Uomini violenti lo spinsero alla violenza, che egli seppe usare in modi inimmaginabili. (Payne-Romanoff, p. 196)

Non è possibile in poche battute descrivere tutto l’orrore che con lui al centro si scatenò a Mosca e in larghe porzioni di Russia, dove bande armate si scatenarono in brutalità, assurde nelle motivazioni, se mai ci potevano essere, espressioni di un sadismo degenerato. Per sette anni, e cioè dal 1565 al 1572, si scatenò una bufera infernale che avrebbe potuto travolgere tutto …

Ivan elaborò gli ultimi dettagli del suo piano straordinario di delimitare un regno separato per se stesso che si sarebbe chiamata opricnina, dalla parola opric, che significa “separato” … I suoi ministri e funzionari si sarebbero chiamati opricniki, “i separati”, impietosi e obbedientissimi ai suoi ordini. Essi indossavano vesti nere, cavalcavano cavalli neri, portavano scope che stavano a significare che avrebbero spazzato via il male, e teste di cane legate alle selle o sotto il collo del cavallo per indicare la loro determinazione a sconfiggere il nemico.

(Payne-Romanoff, p. 217-218)

L’arrivo di queste truppe scatenate lasciava solo cadaveri e nefandezze. Come si scatenò, poi altrettanto improvvisamente l’agire di queste bande venne da lui fermato.

Anni dopo disse che gli opricniki lo avevano ingannato e che era stato loro vittima tanto quanto la povera gente che essi torturavano a morte. Affermò di non aver mai ordinato le innumerevoli esecuzioni e finse un dolore che non provò mai quando scrisse ai monasteri chiedendo ai monaci di pregare per le anime dei morti.

Alla fine si sarebbe rivolto agli opricniki e li avrebbe distrutti altrettanto tranquillamente e meccanicamente quanto aveva distrutto i poveri diavoli che erano stati torturati a morte nelle cantine del palazzo dell’opricnina. Non ebbe pietà per nessuno e la sua totale assenza di pietà era soltanto uno dei tanti segni della sua totale alienazione dal mondo. Col tempo sorse il mito secondo il quale Ivan avrebbe perseguito un disegno predeterminato e una politica accuratamente formulata per distruggere la classe dei boiari. Questo mito diede sollievo a Stalin che si impegnò nella liquidazione dei kulaki, i contadini più agiati che rifiutavano l’idea di dover lavorare nelle fattorie collettivizzate. (Payne-Romanoff, p. 244)

I cronisti riferiscono come il regno del terrore si sparse per la Russia e come nessuno, ricco o povero, nobile o contadino, ne fosse immune. Il fine del terrore era di incutere in tutti la paura dello zar e questo scopo fu raggiunto. Inevitabilmente il popolo sperava in un cambiamento, e di tanto in tanto lo stesso zar sembrava sperare che il pesante fardello gli fosse tolto di dosso. Ma finché fu al trono, eliminò chiunque fosse sospetto di nutrire simili progetti.

(Payne-Romanoff, p. 254)

GLI ULTIMI ANNI E LA MORTE

Ma l’apice del dramma fu raggiunto, quando lo zar in un eccesso d’ira arrivò a colpire a morte il figlio e suo designato successore, che portava il suo stesso nome. Era in corso la guerra nei confronti della Polonia, a cui era aggregato anche il granducato di Lituania. La Polonia era governata da un re di origine ungherese della Transilvania. La Russia risultava debole e minacciata nei suoi confini settentrionali, con uno zar che aveva sì superato il momento della follia, ma che appariva sempre più debole, perché incapace di reggere l’urto militare della Polonia, sempre in crescita a scapito dei suoi confinanti. Nelle discussioni di corte sul da farsi l’unico che appariva dotato di buon senso e di coraggio insieme, era lo zarevic, l’unico a tener testa agli scatti d’ira improvvisi del padre. Un colpo del suo scettro appuntito ferì a morte il figlio, che tre giorni dopo morì dissanguato. Il padre uscì dalla vicenda sempre più incupito. Neppure le trattative con il re di Polonia, Stefan Bathory, diedero frutti, nonostante la mediazione del messo papale, il gesuita Antonio Possevino, che cercava la conversione al cattolicesimo per Ivan e per tutta la Russia. Ma non se venne a capo di nulla, per la resistenza che fu opposta dallo stesso zar. Il grande regno che lui aveva costruito, sembrava destinato allo sfacelo, sia per le sue intemperanze e crudeltà, sia per le sue insufficienti doti di stratego militare.

Poi però, anche per colpi di fortuna, più che non per le sue genialità politiche, si ritrovò con un regno ancora più grande, grazie anche alle conquiste che altri, non lui, avevano ottenuto oltre gli Urali, cominciando l’avventura della penetrazione in Siberia. Questa conquista dipende dalla potente famiglia degli Stroganov.

Il nuovo impero gli fu procurato dalla ricca e potente famiglia degli Stroganov, i cui possedimenti terrieri andavano dalla Dvina settentrionale agli Urali. Erano originariamente mercanti a Novgorod, e divennero i primi industriali su vasta scala della Russia. Possedevano saline, depositi di legname, fucine e ferriere, e commerciavano in legname, ferro, sale, pesce, grano, pellicce. Estendendosi a est, ottennero il permesso di colonizzare terre non occupate e di conquistare territori occupati da tatari … Gli Stroganov disponevano di eserciti privati, di proprie fortezze … Ivan accolse con piacere la decisione di conquistare la Siberia, ma offrì poco aiuto. (Payne-Romanoff, p. 395)

Non era particolarmente aventi negli anni. Ma nel periodo finale della sua esistenza appariva molto invecchiato e soprattutto dominato dal pensiero della morte imminente. Qualche giorno prima di morire scrisse ai monaci di Beloozero, chiedendo loro preghiere per la sua anima:

Al grande e purissimo monastero, ai monaci santificati e benedetti, ai preti, ai diaconi, agli anziani e ai cantori, a quelli che sono costretti nelle celle e a tutti i fratelli, il gran principe Ivan Vasil’evic manda i suoi saluti. Si inchina ai vostri piedi e prega in ginocchio davanti alla vostra santità, chiedendovi di favorirlo, che siate riuniti insieme o soli nelle vostre celle, con preghiere a Dio e alla purissima Madre di Dio per conto della mia anima che ha tanto peccato acciocché io sia liberato, gran peccatore che sono, di tutti i miei peccati in virtù delle vostre benedette preghiere e che mi si possa offrire rifugio dalla mia attuale malattia mortale. Quali che siano le nostre colpe nei vostri confronti, vi chiediamo il favore del perdono, e quali che siano le colpe vostre nei nostri confronti, Dio vi perdonerà tutto.

(Payne-Romanoff, p. 400)

Si racconta che al momento della morte stesse giocando agli scacchi e che proprio nel momento in cui disponeva sulla scacchiera il re, egli perse la conoscenza e di lì a poco esalò l’ultimo respiro. Era il 18 marzo 1584. Nonostante fosse stato tanto crudele e spesso anche folle, rimase sempre presente il mito anche per la sua persona e presso il popolo ebbe pur sempre una grande fama, anche a presentarsi sinistra con tanto di ombre oscure, come si vedono nel film omonimo di Eisenstein

CONCLUSIONE

Il fenomeno dello zarismo, che si introduce nella storia russa in questo periodo e che viene fatto derivare dalla eredità bizantina, proprio perché si dà al potere una visione e una consacrazione che lo fa essere assoluto, divino, imperiale, di fatto si incarna a Mosca con le figure qui delineate e si consegna al futuro con le modalità che si sono espresse con simili personaggi. Sotto questo profilo il titolo, per quanto derivi dal mondo romano antico, mediato dalle forme che si sono manifestate in Bisanzio, nella versione russa acquista anche la componente del dominio che vuol andare ben oltre i termini etnici e nazionali, per assumere connotati imperialistici. Nello stesso tempo, a partire da una modalità segnata dalle forme violente, assume anche le connotazioni del totalitarismo più duro, come se il potere potesse di fatto garantirsi e conservarsi mediante forme violente, che arrivano anche a far versare “fiumi di sangue”. Si potrebbe dire che in questo periodo assistiamo in Russia ad eventi che trovano corrispondenze anche nel resto d’Europa, se non altro perché dovunque i diversi Stati si compattano e nello stesso tempo si aprono a nuovi mondi.

Così pure vedono crisi dinastiche con lotte interne molto sanguinose, e il governo monarchico, grazie a figure piuttosto forti e “tragiche”, assume connotazioni dispotiche e assolutiste: per questo non possiamo dire che la Russia sia molto diversa, nella sua evoluzione, da quello che succede in contemporanea con altri Paesi d’Europa. E tuttavia la particolare modalità che si consegna, soprattutto nella figura “patologica” di Ivan IV, ci fa capire che anche successivamente si avranno figure segnate dai medesimi fenomeni patologici, proprio perché la storia viene fatta passare con forme mitizzate, che fanno credere ad una specie di destino ineluttabile. Fa specie scoprire che in altri periodi storici si fanno strada personaggi caratterizzati dalle forme violente, e nello stesso tempo i medesimi appaiono davanti ai Russi, ma anche ad altri in Europa, come figure di notevole grandezza, che addirittura al momento stesso della loro scomparsa già entrano nel mito: Pietro I viene definito “il grande”, per quanto abbia lui pure fatto ricorso a violenze brutali, e non di meno nel periodo bolscevico, Stalin giganteggia, anche a dover registrare la critica krusceviana, e addirittura venir esaltato come un novello Ivan IV. Nel film omonimo, dovuto all’epoca e alla propaganda staliniana, non si dà conto dei lati oscuri e negativi del personaggio, ma si esalta e si rincara la dose per mostrare che grazie al popolo, esultante con lui, la Russia stessa ne esce vittoriosa e sempre più dominatrice, come la si vorrebbe nei secoli. E così la si vuole anche oggi: il mito, insomma, continua a lasciare il segno e a costruire una storia, che è importante conoscere anche nei risvolti del passato …

BIBLIOGRAFIA

1- Paul Bushkovitch, BREVE STORIA DELLA RUSSIA, Einaudi, 2013

2. Giovanni Codevilla, CHIESA E IMPERO IN RUSSIA, Jaca Book, 2011

3.  Robert Payne – Nikita Romanoff, IVAN IL TERRIBILE, Sugarco, 1981

4. Abraham Ascher, IL CREMLINO, Mondadori, 1973-73

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