LEGGENDO MANZONI: LE TRAGEDIE: ADELCHI

Introduzione: una nuova vicenda, una nuova storia

Da poco la tragedia del Carmagnola è stata data alle stampe e già lo scrittore appare insoddisfatto del suo lavoro, sia per le critiche che gli piovono addosso, sia per l’insufficienza che lui avverte presente nell’opera, soprattutto in relazione allo stesso protagonista. Egli lo vuol proporre come innocente a proposito dell’accusa che gli è mossa di tradimento e che lo conduce al patibolo, mentre in realtà è anche lui la pedina di un gioco di brutalità, di inganni, di miserie, che non lo può rendere un uomo senza macchia, un eroe positivo, una sorta di martire della storia. A ben vedere, il personaggio più tormentato, e dunque più tragico, appare emergere dalla fantasia dell’autore e non dalla realtà storica: si tratta di Marco, l’amico del cavaliere, che vive interiormente la tragedia di essere leale alla ragion di Stato e non a quello dell’amicizia. Così il personaggio storico, che dovrebbe essere l’eroe positivo e non idealizzato, appare in tutti i suoi limiti; nondimeno è il personaggio non storico, che tuttavia ha in sé il realismo umano di voler affiorare per i valori umani, che non riesce però a difendere, a diventare di fatto il protagonista. Di qui la ricerca di una figura, quella di Adelchi, che pur inserita in un contesto storico, ben studiato e analizzato, risulta comunque totalmente creata dalla fantasia dello scrittore e proprio per questo emergere con la ricchezza dei valori umani che Manzoni vuol esaltare, incarnandoli in un personaggio veramente grande. Non è lui propriamente l’uomo che la storia esalta, sia perché è un perdente, ma anche perché egli è del tutto abbozzato dalla fantasia di chi scrive. Manzoni si prepara al nuovo lavoro con una ricerca storica ben documentata e, su quello sfondo, i personaggi che risultano meglio definiti e meglio curati sono quelli che la storia ignora e che la fantasia crea.

Ricerche e studi sui Longobardi

L’idea di scrivere una nuova tragedia gli viene proprio dall’interesse con cui studia un momento della storia italiana, che era oggetto di controversie tra gli studiosi del suo tempo. Avendo sullo sfondo il richiamo al senso delle nazionalità, introdotto come frutto ormai da cogliere in seguito alle guerre napoleoniche e proprio nell’epoca in cui si volevano stroncare velleità di tipo nazionale, per conservare gli schemi tradizionali degli Imperi, era sorto l’interesse per il periodo storico del Medioevo, quello in cui le invasioni barbariche disintegrano l’Impero e fanno sorgere nuovi assetti territoriali che si identificano con le nuove etnie barbariche. Era facile, per quei tempi di rivendicazioni nazionali, come succede nell’Ottocento, interpretare nella lettura della storia che le guerre del periodo barbarico avevano come finalità la composizione di Stati sulla base di confini naturali, e che, nello stesso tempo, i movimenti di popoli invasori all’interno dell’Impero avevano come ricerca quella di stabilire nuovi insediamenti con l’amalgama tra i residenti e i nuovi arrivati, in quella forma di integrazione linguistica, religiosa e culturale che poteva creare nuove realtà. Il dibattito si fa acceso fra gli storici e Manzoni stesso si dà cura di studiare quei fenomeni storici, che apparivano utili a comprendere i problemi posti sul tappeto dalla nuova realtà politica e sociale, seguita alle guerre napoleoniche. Il periodo che più coinvolgeva gli storici in Italia era quello dei Longobardi, la cui presenza era datata a partire dal 568. Essi erano un popolo barbarico, invasore, piuttosto bellicoso, che era riuscito ad imporsi sul tentativo precedente dell’Impero d’Oriente di recuperare Roma e la penisola in nome dell’antico Impero romano. Eppure questa loro presenza, che si protrae per circa due secoli, sembra favorire una certa assimilazione dei Latini con i nuovi arrivati. Ma le lotte interne al mondo barbarico e soprattutto la tensione creata con il territorio pontificio, in cui si stava delineando il potere, che poi sarà definito “temporale”, della Chiesa, impedirono la costruzione di un sistema che permettesse alla penisola di arrivare ad un certo assetto unitario, quello a cui nell’Ottocento si guardava, come un obiettivo possibile e sempre più sentito in certi ambienti culturali. Manzoni si inserisce in questo dibattito e fa ricerche sul mondo longobardo, che lo spingono a ritentare la prova della tragedia, che nella sua prima fatica appariva ancora non sicuro sul mezzo e sull’obiettivo da raggiungere. Di fatto succederà qualcosa di analogo con l’Adelchi, ma questo gli servirà per dedicarsi poi ad un altro genere più consono con l’impostazione storica e con le finalità culturali che uno scrittore si poteva prefiggere nel quadro sociale e politico in cui era immerso. Che cosa lo spinge a questo lavoro? Certamente un rinnovato fervore per lo studio di questo periodo storico con tutte le interpretazioni che se ne danno a partire dalle esigenze del suo tempo. Proprio dalle ricerche storiche messe in campo nasce l’idea di questa tragedia.

Che cosa è avvenuto ai tempi suoi, con la vicenda napoleonica? Anche qui una serie di vittorie, conquiste, sconfitte, e – a dirla proprio con Manzoni – un “carcame” di eventi, a cui si può attribuire un disegno sovrastante o la più completa casualità. La vicenda plurima e quella singola, a considerare tutto fino in fondo, non sono che un guanto che si può voltare e rivoltare senza che si sappia mai il verso giusto. Rimane la soluzione trascendente. Da questa parte è possibile presupporre una luce che mitighi tutto. Che mitiga, però, non che spieghi. La religione rivelata non dà a nessuno una facile chiave per risolvere il problema della storia, della vita. In fondo a tutte le vicende persiste un peso di dolore, di sventura, di rimpianto che è uguale nelle evenienze personali private, come in quelle collettive. (Ulivi, p. 211)

La vera protagonista per Manzoni è la storia

Affiora così la chiave di lettura che diventerà dominante, anche e soprattutto nel capolavoro. Qui comincia a delinearsi che la storia, la definitiva protagonista delle riflessioni manzoniane, anche ad essere in mano alla Provvidenza, non ci esime dal dolore, difficile da spiegare, ma comunque mitigato dentro il disegno divino. Ed è per questo che egli riprova con la tragedia, il genere letterario che meglio si addice ad una simile visione della storia, ma per considerarla non solo come rapporto di forze politiche, bensì, e più di tutto, come un susseguirsi di vicende che comportano per l’uomo il suo personale sacrificio per un bene più grande. Manzoni sta vivendo una situazione che fa sentire molto forte l’esperienza del sacrificio personale, sia per quanto riguarda le vicende sue e della sua famiglia, sia per quanto riguarda l’orizzonte politico, che non lo vedono in prima linea, come i carbonari che tramano, ma pur sempre come uno che morde il freno in presenza di un quadro sempre più tenebroso.

Sono giorni, questi di riflessione sull’opera che sta abbozzando, che non si consumano per Manzoni soltanto sulla carta. Da quando è ritornato (da un viaggio per un anno in Francia), non ha fatto altro che immergersi nella realtà meschina, quotidianamente scrutata. (Ulivi, p. 211)

Il periodo, l’evo nel quale vive gli ha consentito facilmente queste e simili emozioni. Ha assistito a straordinarie peripezie di guerra e di pace, ha visto schiudersi frontiere che sembravano bloccate da sempre, ha sentito irradiarsi dovunque una nuova cultura vitale, eccitante, quasi un sangue fresco, vivo, che percorresse delle arterie irrigidite. Ma tutto ciò non ha fatto altro che aprirgli nuovi orizzonti, ispirargli nuove esigenze. Forse proprio oggi l’Europa sta vivendo un’ora che non batterà più sul suo quadrante. Il passato è quello che è, l’avvenire sarà forse più tumultuoso, problematico, irto di peripezie difficoltose di quanto non sia avvenuto finora. Per un attimo, infatti, è balenata una ipotesi di unità europea. Ed è un’ipotesi che non potrà cadere nel nulla. (Ulivi, p. 212)

 

Così la grande storia va letta e compresa non tanto come un susseguirsi di fatti, ma come il luogo nel quale l’uomo, ogni uomo, vive il suo sacrificio personale, e perciò gli eventi stessi vanno considerati non solo nel loro dispiegarsi, spesso deterministico, ma per il modo con cui sono vissuti dai protagonisti.  

Manzoni non vuole peccare di determinismo; la salvezza spirituale e religiosa dipende innanzitutto da ciascuno; ma dipende anche da un’illuminazione o, viceversa, da una seduzione a cui ci si abbandona indifesi: la Grazia, oppure il Male; la responsabilità, o ciò che si chiama la fatalità collettiva o soggettiva che ci spinge avanti. (Ulivi, p. 231)

E sulla storia prevale il personaggio

Ecco allora che la storia, intesa come proscenio su cui si muovono gli uomini, fa emergere non tanto degli ideali, in termini di concetti astratti, ma persone, rese sempre più grandi non dalle imprese che mettono in campo, quanto piuttosto dal sacrificio personale, mediante il quale la storia vera si costruisce. Manzoni ha bisogno di cercare e di trovare un proscenio adeguato; e quello dei tempi del Carmagnola, con gli intrighi e le violenze di uomini adusi alle armi, non sembra adeguato al suo proposito. Il ricorso all’epoca di raccordo fra l’evo antico e quello medio gli sembrava propizio, anche perché, sull’orizzonte degli studi di quegli anni, si andavano cercando nel Medioevo gli antefatti di quello sgretolamento dell’Impero, che fa nascere, grazie all’insediamento delle popolazioni barbariche, la coscienza di appartenere ad una etnia che rivendica la propria identità, la propria storia, la propria affermazione. 

Manzoni si gitta negli studi storici, comincia a legger cronache e trova la questione longobarda. Con che tendenze la esamina? … Dimostra che i Longobardi, stranieri, erano rimasti stranieri, avevano conculcata la gente conquistata, usurpate le terre del papa, il quale aveva diritto di chiamare Carlo non contro gl’Italiani, ma contro gli stranieri … Gittato in mezzo a quelle idee, leggendo cronache, confutando Muratori con critica che si fa perdonare per la bontà, per la moderazione e per lo spirito, gli sorge l’idea di cavare da tutto quello una tragedia storica. Ecco l’origine dell’Adelchi. (De Sanctis, p. 137)

Sostanzialmente il critico napoletano, anche perdonandolo, lo accusa di aver remato contro quella lettura della storia che vedeva tutti dalla parte dei Longobardi, per il loro progetto di costruire un’unica entità in Italia, mediante l’integrazione con gli abitanti definiti Latini che finora avevano solo subìto un susseguirsi di invasioni e di poteri che venivano da “fuori”. Chi avrebbe impedito questo progetto è il Papa, con la rivendicazione circa le sue proprietà. È questa un’accusa che risente delle polemiche risorgimentali tese a dimostrare che lo Stato Pontificio non avrebbe mai consentito la nascita di una identità nazionale in Italia. In una sua lezione De Sanctis ribadisce questo concetto, anche se non arriva a stroncare Manzoni nella sua visione storica che lo dovrebbe far propendere per il papa e per Carlo Magno, il rappresentante principale del mondo cattolico e l’artefice del mondo e della cultura francese, di cui lo scrittore era imbevuto. Eppure il protagonista è un longobardo e quel mondo, di fatto perdente, viene visto con l’occhio pietoso di chi non giudica secondo i criteri dominanti degli storici del momento.

Se Manzoni allora fosse stato posseduto dalle passioni reazionarie, avrebbe fatto quello che Bonald e De Maistre facevano, l’apoteosi del papato, e la sua tragedia sarebbe andata per questo indirizzo. Ma ricordatevi che egli pur accettando le idee reazionarie, non ne accettava le passioni: in fondo era cogl’Italiani, pel sentimento nazionale; era con la democrazia, pel sentimento della libertà.

(De Sanctis, p. 232-233)

Il personaggio è un uomo concreto per quanto inventato dallo scrittore

E proprio perché si tratta di un sentimento, non si può pensare solo ad un ideale astratto, ma ad un vissuto concreto nella persona che, incarnando in sé l’ideale della libertà, vive per esso, fino a dare tutto di sé, fino al sacrificio. Adelchi rappresenta tutto questo; ma non interessa che sia longobardo o altro; è importante piuttosto che sia un essere umano, con il suo misto di virtù e di miserie, votato alla causa della libertà, tutta interiore. De Sanctis fa notare che i suoi critici, a lui favorevoli, come Goethe e Fauriel, riconoscono la novità introdotta da Manzoni nelle sue tragedie, e cioè l’aver detronizzato gli dei e gli eroi classicamente intesi, per darci figure grandi e gloriose, ma a partire dalla loro umanità fatta di virtù e di debolezze. Sarà poi inevitabile che non ci si debba più riferire a figure di rilievo nell’ambito storico per il fatto che sono capi o principi, ma per il fatto di essere uomini comuni e, proprio per questo, più realisticamente intesi, anche a divenir protagonisti della storia, quella grande per tutti.

Per poter creare personaggi che siano, sì, inseriti nella storia, ma che comunque svolgano il ruolo per cui li ha pensati il suo autore, Manzoni preferisce vedere qui dei personaggi da lui inventati, che diventano in questo caso dei protagonisti. Se Carmagnola è il personaggio storico e anche l’eroe della tragedia per la sua fine, Marco, rappresentante del Senato veneziano, il personaggio inventato, risulta quello in cui si coglie il tormento che dà origine alla tragedia; ora Adelchi diventa il protagonista, anche a non risultare “storico”, per il fatto che esce dalla ideazione che ne fa l’autore. Si prepara così il terreno per il lavoro successivo, che non sarà più una tragedia, ma un’opera in prosa, dove c’è sempre una vicenda narrata, con uno sfondo storico, su cui diventano protagonisti personaggi “senza livrea” e senza nobiltà di sangue, ma ben costruiti nei loro lineamenti morali, in cui si riconosce l’ideale di vita.

Manzoni dirimpetto al materiale storico mette l’Ideale: di contro alla materia bruta, al reale, come sua condanna sorge un personaggio inventato perfettamente opposto. Se Adelchi potesse avere azione su quel reale, farvi penetrare l’ideale suo lottando, o se di questo morisse vittima, allora avreste l’unità artistica nella tragedia. Ma reale ed ideale rimangono come due linee parallele che non s’incontrano mai. Carlomagno, Desiderio fanno ciò che vogliono senza che Adelchi potesse affatto opporvisi, anzi egli non solo non fa nulla per realizzare il suo ideale, ma opera come tutti gli altri: ha in sé l’idea della giustizia e opera ingiustamente per ubbidienza, costretto dal mondo in mezzo al quale si trova. Così vedete che egli è una riproduzione di Marco in maggiori proporzioni. Come Marco, con un ideale così fortemente sentito dell’amicizia, finisce col tradire l’amico, e del tradimento accusa il destino, accetta il fato senza combattere; così Adelchi rimane col suo ideale in parole, ma in fatto opera come gli altri, contrariamente a quello. (De Sanctis, p. 237)

ADELCHI nella storia

C’è dunque una costruzione del personaggio che va ben oltre il fatto storico e come tale può dunque dare origine ad un personaggio “artistico”, appunto perché non derivato dalle cronache, ma totalmente uscito dalla mens poetica dello scrittore.

Chi è dunque Adelchi? Quanto c’è di storico e quanto appartiene invece alla creatività del poeta?

Figlio di Desiderio e di sua moglie Ansa, Adelchi venne associato al trono dal padre nel 759, ma la sua figura fu a lungo oscurata da quella di Desiderio. Allorché nel 769 Berta, la madre di Carlo Magno, combinò il matrimonio del futuro imperatore con la figlia di Desiderio (di cui non conosciamo il nome: Ermengarda è frutto dell’invenzione di Manzoni), sembra che anche Adelchi sia stato fidanzato con Gisela, sorella di Carlo Magno; ma le nozze furono impedite dalla successiva rottura tra i Franchi e i Longobardi. Alla decisiva battaglia del 774 contro l’esercito di Carlo Magno, ebbe l’incarico di presidiare la  Valle d’Aosta, schierandosi probabilmente presso  Ivrea. Mentre il grosso dell’esercito longobardo, guidato da Desiderio, reggeva in Val di Susa  all’urto di quello franco capeggiato da Carlo Magno, Adelchi fu sopraffatto dalle colonne guidate da Bernardo, zio del re franco, forse anche a causa dei tradimenti di alcuni longobardi. I vinti ripiegarono disordinatamente in Val Padana; Desiderio si arroccò nella capitale,  Pavia, mentre Adelchi riparò a Verona, portando con sé i figli di  Carlomanno, fratello defunto di Carlo Magno, che i Longobardi avrebbero voluto imporre sul trono franco. In seguito alla caduta di Verona, nel 773774, e soprattutto di Pavia (774), il regno longobardo passò sotto la corona di Carlo Magno e Adelchi cercò riparo a Costantinopoli (774), dove ricevette il titolo di patrizio e assunse il nome greco di “Teodoto”. Dal 775 animò una serie di congiure, a  Roma  e a  Benevento, e sembra abbia preso parte alla ribellione del duca  Tassilone III di Baviera, suo cognato, poi sottomessosi a Carlo nel 787. Da Costantinopoli, nel 787, dopo aver ricevuto aiuti militari ed economici da Irene, imperatrice bizantina reggente, sbarcò in  Calabria  per cercare di riconquistare il regno longobardo e prendere il potere, ma il suo tentativo d’invasione dall’Italia del Sud fallì: la tradizione vuole che fosse sconfitto dal nipote, Grimoaldo III,  che lo uccise in battaglia. Secondo un’altra versione, riportata da Eginardo e ritenuta dagli storici come la più probabile, seppur nel dubbio, Adelchi morì invece molti anni dopo a Costantinopoli (presumibilmente intorno al 789).

 

ADELCHI nella tragedia manzoniana

Consideriamo qui la trama della tragedia e in particolare come sia emergente colui che dà il titolo all’opera, essendone il protagonista.

L’atto primo della tragedia porta il lettore nell’anno 772, quando Carlo – futuro Carlo Magno – ripudia la sposa Ermengarda, figlia del re longobardo Desiderio. Ancora innamorata del marito, la donna si ritira nel convento di San Salvatore a Brescia, dove viene accolta dalla sorella Ansberga, madre badessa. Il padre giura di vendicare l’affronto subito da Ermengarda e coglie l’occasione per far scoppiare un conflitto nel momento in cui giunge a palazzo un ambasciatore di Carlo, che chiede a Desiderio di restituire al papa le terre che il re franco Pipino il Breve aveva donato alla Chiesa e che i Longobardi hanno arbitrariamente usurpato con la forza. Malgrado il tentativo di mediazione di Adelchi, figlio di re Desiderio, la via è segnata, ma ciò che i sovrani longobardi ignorano è che tra i  nobili a loro affiliati ci sono dei traditori, pronti a seguire l’ambizione del soldato Svarto. Quando si apre il secondo atto, l’azione si sposta alle Chiuse di Susa, dove il re Carlo non riesce a oltrepassare la linea difensiva dei Longobardi. Tuttavia, al campo dei Franchi, giunge provvidenzialmente il diacono Martino, emissario del vescovo di Ravenna, Leone, che rivela l’esistenza di un passaggio attraverso il quale aggirare le fila del nemico e coglierlo di sorpresa. Così avviene (atto terzo) e ad Adelchi e a un manipolo di valorosi guerrieri non resta altra via che ritirarsi nella città fortificata, posta sotto assedio. L’atto quarto del dramma svela idealmente quello che sta avvenendo nello stesso momento a Ermengarda, nel  convento di Brescia. La donna, tormentata dal dolore per il ripudio, muore, e, solo nei suoi ultimi istanti di vita, riacquista la pace interiore. Nel frattempo, il duca longobardo Guntigi fa aprire a tradimento le porte di Pavia a Carlo, che fa immediatamente prigioniero re Desiderio. Protagonista dell’atto quinto è Adelchi che, mentre difende la città di Verona nell’anno 774, viene ferito mortalmente. Egli si rassegna al suo destino di morte ed esala il suo ultimo respiro tra le braccia del padre. L’eroe muore da autentico cristiano, consolando Desiderio e implorando il perdono del vincitore per il sovrano longobardo e per il popolo. 

Al di là della vicenda, qui prendono risalto i personaggi, analizzati  con particolare attenzione dall’autore. Fra tutti primeggia naturalmente Adelchi, che sempre si delinea nei suoi tratti migliori in corso d’opera nei suoi interventi più significativi.

Chi è questo Adelchi? È l’ideale degl’Inni, l’uomo dal carattere in determinato, che Manzoni abbozzò, ci cominciò a mostrare ne’ suoi Inni, e che egli vuole realizzare. Immerso negli studi storici, obbligato dalla sua teorica a creare caratteri ideali, prende il figlio di Desiderio, Adalgiso, ne fa la sua creatura, il suo ideale realizzato, ne fa l’Adelchi. Lasciando per ora tragedia e personaggi storici, Adelchi è quel tipo di eroe cristiano che ei cerca tradurre. Vediamo di abbozzarlo bene come lo concepisce Manzoni. Siamo in tempi barbari, tempi di violenze, tanto da parte di quelli che parlano in nome di Dio quanto da parte di quelli i quali son contro Dio, da parte di chi scomunica e di chi è scomunicato. Ebbene, Manzoni su questo mondo di violenze gitta l’ideale di un mondo morale più elevato, più civile, cristiano: questo ideale è Adelchi. Vediamolo in diversi tratti della tragedia. (De Sanctis, p. 138)

LETTURE ANTOLOGICHE

C’è una molteplicità di personaggi, di scene, di situazioni, che devono  evidentemente far procedere la storia e portarla al punto nodale e tragico della sconfitta dei Longobardi. Sembra che per loro si compia una sorta di nemesi storica per essere stati gli invasori violenti: nella visione storica essi sono concepiti così, per quel senso di oppressione che caratterizza il loro modo di governare. Finalmente giunge il liberatore, Carlo, re dei Franchi, anche se, nella visione romantica e risorgimentale, egli non risulta essere decisivo per cambiare le sorti dell’Italia e del suo popolo, erede della latinità, ma ormai ridotto in schiavitù, perché incapace di ridestarsi. È il coro che legge così questa storia; e il coro vede la fusione tra loro dei popoli invasori, Longobardi e Franchi insieme, mentre ai “Latini” non rimane che l’antico servaggio, essendo ormai ridotto ad essere “un volgo disperso che nome non ha”. Ma su questo scenario conta di più per lo scrittore la sorte di Adelchi, rappresentante del popolo invasore, che, anche ad essere giusto e assetato di giustizia, si adatta a conformarsi al sistema violento e infido di trattare le questioni e le persone, come risulta da ciò che viene detto in scena, dove compaiono i violenti e i traditori a far decidere le sorti. Chi ne fa le spese, come eroe sacrificato, come il giusto che diviene vittima dell’ingiustizia, anche perché incapace di reagire nel modo giusto a tutta questa iniquità, è proprio il protagonista, che si staglia sulla scena, nella storia e nella vita, messo a confronto con i personaggi con cui egli ha il suo dialogo serrato. .

ADELCHI E DESIDERIO

ATTO I, SCENA II  

In particolare va segnalato il rapporto fra Desiderio, il vecchio padre, e il giovane figlio Adelchi, con le loro visioni diverse e contrapposte.

Desiderio ed Adelchi, padre e figlio, stanno in presenza. Cosa vuol Desiderio? Ei non respira che vendetta per la figlia (si tratta di Ermengarda, andata sposa a Carlo e da costui ripudiata), vuol finirla con Roma (il papato viene avvertito come un ostacolo sulla via della unificazione del regno longobardo in Italia), vuole consolidare il regno longobardo, estenderlo in tutta Italia: grandi progetti di re. Egli re, longobardo, ama la patria, la famiglia, tiene in mira fini politici e domestici: tutte cose che costituiscono l’uomo. Adelchi consiglia a Desiderio di restituire le terre usurpate al papa, di stringersi a lui in amicizia. 

(De Sanctis, p. 139) 

DESIDERIO.

Adelchi,

che pensiero era il tuo? Tutta Pavia

far di nostr’onta testimon volevi?

E la ria moltitudine a goderne,

come a festa, invitar? Dimenticasti

che ancor son vivi, che ci stan d’intorno

quei che le parti sostenean di Rachi,

quand’egli osò di contrastarmi il soglio?

Nemici ascosi, aperti un tempo; a cui

l’abbattimento delle nostre fronti

è conforto e vendetta!

ADELCHI.

Oh prezzo amaro

del regno! oh stato, del costor, di quello

de’ soggetti più rio! se anche il lor guardo

temer ci è forza, ed occultar la fronte

per la vergogna; e se non ci è concesso,

alla faccia del sol, d’una diletta

la sventura onorar.

DESIDERIO.
Quando all’oltraggio

pari fia la mercé, quando la macchia

fia lavata col sangue; allor, deposti

i vestimenti del dolor, dall’ombre

la mia figlia uscirà: figlia e sorella

non indarno di re, sovra la folla

ammiratrice, leverà la fronte

bella di gloria e di vendetta. – E il giorno

lungi non è; l’arme, io la tengo; e Carlo,

ei me la die’: la vedova infelice

del fratel suo, di cui con arti inique

ei successor si feo, quella Gerberga

che a noi chiese un asilo, e i figli all’ombra

del nostro soglio ricovrò. Quei figli

noi condurremo al Tebro, e per corteggio

un esercito avranno: al Pastor sommo

comanderem che le innocenti teste

unga, e sovr’esse proferisca i preghi

che danno ai Franchi un re. Sul franco suolo

li porterem, dov’ebbe regno il padre,

ove han fautori a torme, ove sopita

ma non estinta in mille petti è l’ira

contro l’iniquo usurpator.

ADELCHI.

Ma incerta

è la risposta d’Adrian? di lui

che stretto a Carlo di cotanti nodi,

voce udir non gli fa che di lusinga

e di lode non sia, voce di padre

che benedice? A lui vittoria e regno

e gloria, a lui l’alto favor di Piero

promette e prega; e in questo punto ancora

i suoi legati accoglie, e contro noi

certo gl’implora; contro noi la terra

e il Santuario di querele assorda

per le città rapite.

DESIDERIO.

Ebben, ricusi:

nemico aperto ei fia; questa incresciosa

guerra eterna di lagni e di messaggi

e di trame fia tronca; e quella al fine

comincerà dei brandi: e dubbia allora

la vittoria esser può? Quel dì che indarno

i nostri padri sospirar, serbato

è a noi: Roma fia nostra: e, tardi accorto,

supplice invan, delle terrene spade

disarmato per sempre, ai santi studi

Adrian tornerà; re delle preci,

signor del Sacrifizio, il soglio a noi

sgombro darà.

ADELCHI.

Debellator de’ Greci,

e terror de’ ribelli, uso a non mai

tornar che dopo la vittoria, innanzi

alla tomba di Pier due volte Astolfo

piegò l’insegne, e si fuggì; due volte

dell’antico pontefice la destra,

che pace offrìa, respinse, e sordo stette

all’impotente gemito. Oltre l’Alpe

fu quel gemito udito: a vendicarlo

Pipin due volte le varcò: que’ Franchi

da noi soccorsi tante volte e vinti,

dettaro i patti qui. Veggo da questa

reggia il pian vergognoso ove le tende

abborrite sorgean, dove scorrea

l’ugna de’ franchi corridor.

DESIDERIO.
Che parli

or tu d’Astolfo e di Pipin? Sotterra

giacciono entrambi: altri mortali han regno,

altri tempi si volgono, brandite

sono altre spade. Eh! se il guerrier che il capo

al primo rischio offerse, e il muro ascese,

cadde e perì, gli altri fuggir dovranno,

e disperar? Questi i consigli sono

del mio figliuol? Quel mio superbo Adelchi

dov’è, che imberbe ancor vide Spoleti

rovinoso venir, qual su la preda

giovinetto sparviero, e nella strage

spensierato tuffarsi, e su la turba

de’ combattenti sfolgorar, siccome

lo sposo nel convito? Insiem col vinto

duca ribelle ei ritornò: sul campo,

consorte al regno il chiesi: un grido sorse

di consenso e di plauso, e nella destra

— tremenda allor — l’asta real fu posta.

Ed or quel desso altro veder che inciampi

e sventure non sa? Dopo una rotta

così parlar non mi dovresti. Oh cielo!

Chi mi venisse a riferir che tali

son di Carlo i pensier, quali or gli scorgo

nel mio figliuol, mi colmeria di gioia.

ADELCHI.
Deh! perchè non è qui! Perchè non posso

in campo chiuso essergli a fronte, io solo,

io, fratel d’Ermengarda! e al tuo cospetto,

nel giudizio di Dio, nella mia spada,

la vendetta ripor del nostro oltraggio!

e farti dir, che troppo presta, o padre,

una parola dal tuo labbro uscia!

DESIDERIO.
Questa è voce d’Adelchi. Ebben, quel giorno

che tu brami, io l’affretto.

ADELCHI.

O padre, un altro

giorno io veggo appressarsi. Al grido imbelle,

ma riverito, d’Adrian, vegg’io

Carlo venir con tutta Francia; e il giorno

quello sarà de’ successor d’Astolfo

incontro al figlio di Pipin. Rammenta

di chi siam re; che nelle nostre file

misti ai leali, e più di lor fors’anco,

sono i nostri nemici; e che la vista

d’un’insegna straniera ogni nemico

in traditor ti cangia. Il core, o padre,

basta a morir; ma la vittoria e il regno

è pel felice che ai concordi impera.

Odio l’aurora che m’annunzia il giorno

della battaglia, incresce l’asta e pesa

alla mia man, se nel pugnar, guardarmi

deggio dall’uom che mi combatte al fianco.

DESIDERIO.
Chi mai regnò senza nemici? il core

che importa? e re siam dunque indarno? e i brandi

tener chiusi dovrem nella vagina

infin che spento ogni livor non sia?

Ed aspettar sul soglio inoperosi

chi ci percota? Havvi altra via di scampo

fuorché l’ardir? Tu, che proponi alfine?

ADELCHI.
Quel che, signor di gente invitta e fida,

in un dì di vittoria, io proporrei:

sgombriam le terre de’ Romani; amici

siam d’Adriano: ei lo desia.

DESIDERIO.
Perire,

perir sul trono, o nella polve, in pria

che tanta onta soffrir. Questo consiglio

più dalle labbra non ti sfugga: il padre

te lo comanda.

Qui si delineano i due caratteri, in relazione, certo, allo sviluppo della tragedia, ma anche in relazione alla visione che Manzoni ha della storia e del ruolo svolto dai singoli in essa, soprattutto da coloro che non emergono come i grandi personaggi della grande storia. Adelchi, che è appunto un “suo” personaggio, senza riscontri nelle cronache dell’epoca, emerge come colui che vede delinearsi il corso della storia, non tanto per velleità di forza militare, visti gli intrighi e le divisioni fra i Longobardi, ma a partire dall’apporto positivo di ciascuno, non senza il sacrificio personale. Ecco perché egli ha il giusto senso delle cose e comunque si adatta ai desideri paterni anche a sapere che sono destinati al fallimento; così facendo, egli si sacrifica! Il padre, invece, non vuole venir meno alla sua immagine, che deve comunque salvare, anche a non aver salva la vita, portando così a rovina ogni cosa, sia nella sua casa, sia nella sua patria.

Desiderio sente la vergogna in un senso mondano: per lui l’aver occupato terre, e piantarvi la sua bandiera, e poi ritirarsi è vergogna: l’aver offeso il papa e poi chiedergli amicizia, è vergogna; – no, piuttosto morire! –. Adelchi ha il sentimento cristiano della vergogna: commetter torti, far violenze agl’inermi, occupare per forza le altrui terre, ecco dov’è la vergogna, non in ciò che al mondo sembra tale: si deve avere il coraggio di dire: – Ho mal fatto –. È questo un sentimento nuovo nel tipo eroico, di fronte alla letteratura del secolo decimottavo. (De Sanctis, p. 139).

IL DIACONO MARTINO E IL PASSAGGIO DELLE ALPI

ATTO II, SCENA III

C’è un episodio, giustamente famoso e celebrato, anche perché in un linguaggio aulico e classicheggiante, Manzoni anticipa e respira la temperie romantica, laddove si lascia andare ad un racconto non di tipo narrativo, propriamente, ma di tipo descrittivo, mettendo in bocca al diacono Martino il racconto del suo viaggio attraverso le Alpi, in un percorso che serve poi a Carlo, non senza l’ausilio di traditori, per giungere in Italia e combattere i Longobardi. Con gli accenti di chi, descrivendo, deve suscitare stupore, il personaggio fa risaltare una natura ancora intatta, che viene a rappresentare la via mediante la quale l’azione di Carlo si attua e con essa si dà la svolta alla storia. È una via “naturale”, appunto perché viene descritta in un quadro realistico molto efficace, e tuttavia, essendo una via insperata e mai percorsa, essa appare come la via mediante la quale si compiono i disegni della giustizia divina, per quanto questa giustizia appaia dura, ad occhio umano, nei confronti di Adelchi, il giusto che viene travolto, avendo cercato di opporsi in armi, solo per benevolenza nei confronti del padre. Affiora così un quadro che avrà poi sviluppi migliori nel clima romantico, non solo per lo spirito poetico che tale descrizione fa sorgere, ma anche per i forti accenti religiosi che fanno di questa natura la rivelazione del Dio Creatore e nel contempo il luogo naturale della salvezza per l’uomo, sempre come opera salvifica di Dio. E c’è nell’Adelchi, la figura, cinta dell’aureola di una sacra missione, del diacono Martino, che rappresenta l’aprirsi della via, l’improvviso e agevole superamento degli ostacoli che parevano insormontabili, nelle imprese che Dio vuole, che la storia comanda. Pare che la natura stessa, quelle montagne che gli si oppongono e lo invitano, quella solitudine che egli solo vivente attraversa, accompagnino il suo ardimento con un rito religioso.

(B. Croce,  in Branca, p. 761)

MARTINO introdotto da ARVINO E DETTI.

(ARVINO si ritira)

CARLO.
Tu se’ latino, e qui? tu nel mio campo,

illeso, inosservato?

MARTINO.

Inclita speme

dell’ovil santo e del Pastor, ti veggo;

e de’ miei stenti e de’ perigli è questa

ampia mercé; ma non è sola. Eletto

a strugger gli empi! ad insegnarti io vengo

la via.

CARLO.

Qual via?

MARTINO.

Quella ch’io feci.

CARLO.

E come

giungesti a noi? Chi se’? Donde l’ardito

pensier ti venne?

MARTINO.

All’ordin sacro ascritto

de’ diaconi io son: Ravenna il giorno

mi dié: Leone, il suo Pastor, m’invia.

Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;

trovalo: Iddio sia teco; e s’Ei di tanto

ti degna, al re sii scorta; a lui di Roma

presenta il pianto, e d’Adrian.

CARLO.

Tu vedi

il suo legato.

PIETRO.

Ch’io la man ti stringa,

prode concittadino: a noi tu giungi

angel di gioia.

MARTINO.

Uom peccator son io;

ma la gioia è dal cielo, e non fia vana.

CARLO.

Animoso Latin, ciò che veduto,

ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,

tutto mi narra.

MARTINO.

Di Leone al cenno,

verso il tuo campo io mi drizzai; la bella

contrada attraversai, che nido è fatta

del Longobardo e da lui piglia il nome.

Scorsi ville e città, sol di latini

abitatori popolate: alcuno

dell’empia razza a te nemica e a noi

non vi riman, che le superbe spose

de’ tiranni e le madri, ed i fanciulli

che s’addestrano all’armi, e i vecchi stanchi,

lasciati a guardia de’ cultor soggetti,

come radi pastor di folto armento.

Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensati

sono i cavalli e l’armi; ivi raccolta

tutta una gente sta, perché in un colpo

strugger la possa il braccio tuo.

CARLO.

Toccasti

il campo lor? qual è? che fan?

MARTINO.

Securi

da quella parte che all’Italia è volta,

fossa non hanno, né ripar, né schiere

in ordinanza: a fascio stanno; e solo

si guardan quinci, donde solo han tema

che tu attinger li possa. A te, per mezzo

il campo ostil, quindi venir non m’era

possibil cosa; e nol tentai; ché cinto

al par di rocca è questo lato; e mille

volte nemico tra costor chiarito

m’avria la breve chioma, il mento ignudo,

l’abito, il volto ed il sermon latino.

Straniero ed inimico, inutil morte

trovato avrei; reddir senza vederti

m’era più amaro che il morir. Pensai

che dall’aspetto salvator di Carlo

un breve tratto mi partia: risolsi

la via cercarne, e la rinvenni.

CARLO.

E come

nota a te fu? come al nemico ascosa?

MARTINO.
Dio gli accecò. Dio mi guidò. Dal campo

inosservato uscii; l’orme ripresi

poco innanzi calcate; indi alla manca

piegai verso aquilone, e abbandonando

i battuti sentieri, in un’angusta

oscura valle m’internai: ma quanto

più il passo procedea, tanto allo sguardo

più spaziosa ella si fea. Qui scorsi

gregge erranti e tuguri: era codesta

l’ultima stanza de’ mortali. Entrai

presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra

lanose pelli riposai la notte.

Sorto all’aurora, al buon pastor la via

addimandai di Francia. – Oltre quei monti

sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;

e lontano lontan Francia; ma via

non havvi; e mille son que’ monti, e tutti

erti, nudi, tremendi, inabitati,

se non da spirti, ed uom mortal giammai

non li varcò. – Le vie di Dio son molte,

più assai di quelle del mortal, risposi;

e Dio mi manda. – E Dio ti scorga, ei disse:

indi, tra i pani che teneva in serbo,

tanti pigliò di quanti un pellegrino

puote andar carco; e, in rude sacco avvolti

ne gravò le mie spalle: il guiderdone

io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.

Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,

e in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla

traccia d’uomo apparia; solo foreste

d’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli

senza sentier: tutto tacea; null’altro

che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora

lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso

stridir del falco, o l’aquila, dall’erto

nido spiccata sul mattin, rombando

passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,

tocchi dal sole, crepitar del pino

silvestre i coni. Andai così tre giorni;

e sotto l’alte piante, o ne’ burroni

posai tre notti. Era mia guida il sole;

io sorgeva con esso, e il suo viaggio

seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto

pur del cammino io gìa, di valle in valle

trapassando mai sempre; o se talvolta

d’accessibil pendio sorgermi innanzi

vedeva un giogo, e n’attingea la cima,

altre più eccelse cime, innanzi, intorno

sovrastavanmi ancora; altre, di neve

da sommo ad imo biancheggianti, e quasi

ripidi, acuti padiglioni, al suolo

confitti; altre ferrigne, erette a guisa

di mura insuperabili. – Cadeva

il terzo sol quando un gran monte io scersi,

che sovra gli altri ergea la fronte, ed era

tutto una verde china, e la sua vetta

coronata di piante. A quella parte

tosto il passo io rivolsi. – Era la costa

oriental di questo monte istesso,

a cui, di contro al sol cadente, il tuo

campo s’appoggia, o sire. – In su le falde

mi colsero le tenebre: le secche

lubriche spoglie degli abeti, ond’era

il suol gremito, mi fur letto, e sponda

gli antichissimi tronchi. Una ridente

speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno

di novello vigor la costa ascesi.

Appena il sommo ne toccai, l’orecchio

mi percosse un ronzio che di lontano

parea venir, cupo, incessante; io stetti,

ed immoto ascoltai. Non eran l’acque

rotte fra i sassi in giù; non era il vento

che investia le foreste, e, sibilando,

d’una in altra scorrea, ma veramente

un rumor di viventi, un indistinto

suon di favelle e d’opre e di pedate

brulicanti da lungi, un agitarsi

d’uomini immenso. Il cuor balzommi; e il passo

accelerai. Su questa, o re, che a noi

sembra di qui lunga ed acuta cima

fendere il ciel, quasi affilata scure,

giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta,

non mai calcate in pria. Presi di quella

il più breve tragitto: ad ogni istante

si fea il rumor più presso: divorai

l’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo

lanciai giù nella valle, e vidi… oh! Vidi

le tende d’Israello, i sospirati

padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,

Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

Questa è già una pagina-manifesto del Romanticismo, per l’uso della natura come protagonista della scena e non semplicemente come sfondo di eventi. Per la prima volta, si potrebbe dire, qui entra in scena – e siamo proprio su un palcoscenico! – la natura, che diventerà sempre più protagonista nella letteratura, non solo per la pittura di quadri naturalistici, ma perché qui, anche a non aver voce, ad essa, mediante il diacono Martino, viene data voce, come se si trattasse di una voce divina che è sempre più importante ascoltare e seguire, essendo essa una “via salutis”.

LA MORTE DI ADELCHI

ATTO V, SCENA VIII

E qui siamo ormai verso la fine. Entra in scena gravemente ferito Adelchi.

Intanto i fati si affrettano: i Longobardi sono vinti; Pavia è presa, Desiderio fatto prigione, Adelchi si è chiuso in Verona. Verona stessa è dai traditori consegnata a Carlo: è il momento della catastrofe. Come finirà Adelchi? … Quando si vede vinto, ferito e preso, che cosa domanda Adelchi? Domanda di essere presentato al vincitore, vuole avere la forza di rimaner calmo innanzi a lui, di sentirsi più alto, più felice di lui. Quella scena è di un grande effetto nella lettura. Vedete Adelchi ferito, trascinato nella sala dove è il vincitore freddo e rigido – il barbaro presentato in tutta la sua rozzezza – dove è anche il padre prigioniero, che veniva da Carlo a chieder grazia pel figlio, non sapendolo ferito a morte. Adelchi edifica il suo piedistallo. Sapete che quando l’uomo muore, quando l’eroe della tragedia si avvicina alla morte, il modo come muore è il suo piedistallo. Adelchi, morendo, guarda ciò che gli sta intorno con gli occhi della morte: capisce sé, suo padre, il mondo. Egli gode di morire perché non ha mai saputo che è venuto a fare in un mondo d’ingiustizie e di violenze, egli che ha un sentimento così alto della giustizia. (De Sanctis, p. 140-141)

DESIDERIO.
Ahi, figlIo!

ADELCHI.

O padre, io ti rivedo! Appressa;

tocca la mano del tuo figlio.

DESIDERIO.
Orrendo

m’è il vederti così.

ADELCHI.

Molti sul campo

cadder così per la mia mano.

DESIDERIO.
Ahi, dunque

insanabile, o caro, è questa piaga?

ADELCHI.
Insanabile.

DESIDERIO.
Ahi lasso! ahi guerra atroce!

Io crudel che la volli; io che t’uccido!

ADELCHI.
Non tu, nè questi, ma il Signor d’entrambi.

DESIDERIO.
Oh desiato da quest’occhi, oh quanto

lunge da te soffersi! Ed un pensiero

fra tante ambasce mi reggea, la speme

di narrartele un giorno, in una fida

ora di pace.

ADELCHI.
Ora per me di pace,

credilo, o padre, è giunta; ah! pur che vinto

te dal dolor quaggiù non lasci.

DESIDERIO.

Oh fronte

balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio

che spiravi il terror!

ADELCHI.
Cessa i lamenti,

cessa o padre, per Dio! Non era questo

Il tempo di morir? Ma tu, che preso

vivrai, vissuto nella reggia, ascolta.

Gran segreto è la vita, e nol comprende

che l’ora estrema. Ti fu tolto un regno:

deh! nol pianger; mel credi. Allor che a questa

ora tu stesso appresserai, giocondi

si schiereranno al tuo pensier dinanzi

gli anni in cui re non sarai stato, in cui

né una lagrima pur notata in cielo

fia contro te, né il nome tuo saravvi

con l’imprecar de’ tribolati asceso.

Godi che re non sei; godi che chiusa

all’oprar t’è ogni via: loco a gentile,

ad innocente opra non v’è: non resta

che far torto, o patirlo. Una feroce

forza il mondo possiede, e fa nomarsi

dritto: la man degli avi insanguinata

seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno

coltivata col sangue; e omai la terra

altra messe non dà. Reggere iniqui

dolce non è; tu l’hai provato: e fosse;

non dee finir così? Questo felice,

cui la mia morte fa più fermo il soglio,

cui tutto arride, tutto plaude e serve,

questo è un uom che morrà.

DESIDERIO.
Ma ch’io ti perdo,

figlio, di ciò chi mi consola?

ADELCHI.

Il Dio

che di tutto consola.

(si volge a CARLO)

E tu superbo

nemico mio….

CARLO.

Con questo nome, Adelchi,

più non chiamarmi; il fui: ma con le tombe

empia e villana è nimistà; né tale,

credilo, in cor cape di Carlo.

ADELCHI.

E amico

il mio parlar sarà, supplice, e schivo

d’ogni ricordo ad ambo amaro, e a questo

per cui ti prego, e la morente mano

ripongo nella tua. Che tanta preda

tu lasci in libertà…. questo io non chiedo….

ché vano, il veggo, il mio pregar saria,

vano il pregar d’ogni mortale. Immoto

è il senno tuo; né a questo segno arriva

il tuo perdon. Quel che negar non puoi

senza esser crudo, io ti domando. Mite,

quant’esser può, scevra d’insulto sia

la prigionia di questo antico, e quale

la imploreresti al padre tuo, se il cielo

al dolor di lasciarlo in forza altrui

ti destinava. Il venerabil capo

d’ogni oltraggio difendi: i forti contro

i caduti, son molti; e la crudele

vista ei non deve sopportar d’alcuno

che vassallo il tradì.

CARLO.

Porta all’avello

questa lieta certezza: Adelchi, il cielo

testimonio mi sia; la tua preghiera

è parola di Carlo.

ADELCHI.

Il tuo nemico

prega per te, morendo.

Qui in effetti si riconosce “la tragedia” vissuta da Adelchi: il momento della morte rappresenta per lui il momento della verità, quello cioè nel quale emerge non solo la sua personalità, ma anche il suo destino. Consapevole di essere così e di essere destinato al sacrificio, il suo agire è sempre dominato da questa idea, che diventa il suo ideale. Non vuole la guerra, perché sa che procura solo dolore e morte, inutilmente. Vuole raggiungere un accordo, che appare comunque impossibile, sia per la cecità del genitore, sia per la durezza e l’inflessibilità del suo nemico e rivale. E così va incontro all’ingiustizia, coltivando un gran desiderio di giustizia. Sa che la guerra è ingiusta e tuttavia la combatte eroicamente, per obbedienza al padre che la vuole.

Adelchi diviene ciò che diviene un uomo il quale non vede il suo ideale realizzato. Elegiaco, contemplativo, pensoso, triste. E sfogasi con lamenti … Ecco dunque un uomo che ha l’istinto delle grandi cose, che ha l’istinto della generosità, della giustizia, della vera gloria, il quale si sdegna se vede combattere

contro gl’imbelli, si adira della ferocia dei soldati contro donne e fanciulli; e che finisce “reveur”, come dicono i francesi, sta chiuso in sé e cerca sfogarsi con il suo amico.  (De Sanctis, p. 140)

Conclusione

Con Adelchi la tragedia, che pur ancora si serve di un linguaggio aulico e di un tono epico, si trasforma in un canto elegiaco, sempre più addentro nel nuovo clima romantico, perché in essa il protagonista non è più un ideale dai forti accenti, ma è l’uomo che appare vittima di un destino crudele, che nel suo ultimo riscattarsi si abbandona alla grazia divina.

L’Adelchi … rappresenta quella fase più patetica del cristianesimo manzoniano, non più di tono catechistico e dottrinario come negli Inni Sacri, e non ancora il cristianesimo riposato e sereno, umanamente imparziale e storico, dei Promessi Sposi. C’è diffusa una tenerezza elegiaca in tutta la tragedia, come in una specie di ideale convalescenza dal peccato, l’uomo e il poeta sentendosi gratamente penetrato dallo Spirito quasi per un particolarissimo privilegio. È il momento più acuto del giansenismo teologico, che sparirà dal romanzo, dove rimarrà però giansenismo morale, atteggiamento rigoristico e satirico di confessore d’anime. Il Manzoni, in questo momento, canta ancora con l’ebbrezza malinconica di un eletto, e tutta la vicenda drammatica è percorsa da questo sentimento tenero, ineffabile, patetico della grazia; di questa grazia che si concede non a tutti, ma solo ad alcuni privilegiati.

(L. Russo, in Caretti, p. 51-52)

BIBLIOGRAFIA: FERRUCCIO ULIVI – MANZONI – Rusconi, 1984.

FRANCESCO DE SANCTIS – MANZONI – Einaudi, 1983.

LANFRANCO CARETTI – MANZONI – GUIDA STORICA E                                          CRITICA

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