SPIEGAZIONE DELLA “EUROPA REGINA”
Il concetto di “res publica christiana” ha una forte valenza giuridica, perché vuole considerare l’insieme dei territori europei divenuti una sola realtà, per quanto i particolarismi non vengano mai messi in discussione. Non si parla di Europa unita, quanto piuttosto di una “cosa comune”, che diventa un bene comune, in cui tutti si ritrovano e si sentono accomunati. L’elemento che li congiunge è di fatto lo spirito cristiano, anche perché, al di là del Mille, si dà come acquisito (ma non dovunque è così) che la fede cristiana abbia coinvolto tutte le genti, anche quelle più periferiche. Trattandosi così di una casa comune, per tutti gli abitanti che, avendo in comune la fede, si riconoscono eguali, è spesso facile che si voglia dare di questa realtà una immagine o una raffigurazione personale. Di qui l’Europa regina, che ha la fisionoma di una nobildonna, ormai divenuta una sovrana che può dominare ovunque. Essendo questa rappresentazione una allegoria riprodotta nel XVI secolo, quando la cartografia aveva fatto notevoli progressi, grazie anche ai viaggi esplorativi un po’ ovunque, essa vuole idealizzare la posizione e la funzione dell’Europa nel contesto storico di quel secolo. Essa gode delle insegne imperiali, rappresentando il mondo europeo all’epoca di Carlo V, secondo categorie allegoriche. Ovviamente la testa è la penisola iberica, e in particolare la Spagna, che, dominatrice dei mari e delle nuove colonie, è a capo di tutto. Sul collo compaiono i Pirenei che la separano dalla Gallia (Francia), sotto la quale si estende la Germania, che comunque è nel cuore, visto che Carlo V è l’imperatore “tedesco”. Sotto, nel ventre e nei piedi, si estendono gli altri popoli: C’è la Dania (Danimarca) che è il braccio sinistro con in mano lo scettro, perché for-se qui si devono vedere anche le Fiandre, territorio caro a Carlo V perché vi era nato. Sotto ancora si leggono: Boemia (nel cuore), Vandalia, Ungaria, Polonia, Sclavonia, Lithuania. Livonia, Macedonia, Bulgaria, Moscovia, Morea, Grecia, Scythia, Tartaria. L’Italia ha un ruolo a parte, perché, invece di essere uno stivale, è il braccio destro che ha in sé come ossatura gli Appennini. In mano ha il globo, simbolo dell’Impero universale, dove è scritto Sicilia, ricordando che, con Federico II, Palermo era davvero la capitale dell’Impero e del mondo di allora. Attorno, separati dai mari stanno alla nostra destra le isole britanniche e la Scandia o Scandinavia. E dalla parte opposta si estende l’Africa e, separata dalla Grecia e dal Ponto Eusino, la punta dell’immenso continente asiatico, con lo stretto dei Dardanelli. Qui ormai il Medioevo è concluso e tuttavia in questa raffigurazione simbolica possiamo riconoscere come veniva considerata allora l’Europa in tutta la sua magnificenza: una realtà unica tenuta insieme dalla fede comune.
INTRODUZIONE
Ben oltre la narrazione di ciò che succede nei secoli appartenenti al “periodo di mezzo”, come deve essere inteso il “Medioevo”, secoli attorno al Mille, e che si estendono per un millennio, noi dovremmo considerare questo periodo, inteso come tempo di passaggio, come l’erede della tradizione romana, che si contamina con quella barbarica, e insieme si avvale della tradizione religiosa, che non fa più riferimento al mondo pagano, ma assume lo spirito cristiano. Dal sistema istituzionale politico raccoglie soprattutto la tradizione giuridica, che vede il riconoscimento della persona come soggetto fondamentale del diritto e insieme il riconoscimento dello Stato come l’elemento che tutela tali diritti e insieme permette un sentire “sociale”. Dal sistema religioso deriva pure una visione che mette al centro, nella spiritualità, la coscienza personale, garantita comunque dal servizio della forma istituzionale rappresentata dalla Chiesa. Proprio le due istituzioni, nell’ambito civile e in quello religioso, l’Impero e il Papato, costituiscono gli elementi di forza di questo periodo, che spesso si affermano in modo imperioso su coloro che risultano sudditi e non cittadini o fedeli, e più ancora si scontrano fra loro per l’affermazione della priorità e della esclusività del potere stesso. Soprattutto a partire dalla lotta per le investiture si sviluppa questo scontro che accompagna il lungo periodo medievale, ormai al tramonto. La Riforma protestante rappresenta l’apice di questo scontro, con il pieno sviluppo delle forme “nazionali”, che superano la visione d’insieme rappresentata dall’Impero e dalla Chiesa. Non per nulla ci si rende conto che con essa si esce alla luce dopo un periodo considerato tenebroso. Oggi, nella suddivisione dei periodi storici si segnalano altri fenomeni, che già tempo prima rivelano un cambiamento radicale ormai in corso e anche già affermato. Gli storici, soprattutto contemporanei, non hanno potuto far altro che registrare la visione dell’età di mezzo, come Medioevo, che per essere così inquadrato richiede che siano riconosciuti il periodo precedente e quello che lo segue, come periodi di “luce”, in relazione prevalente con la classicità, prima vissuta e poi recuperata, che mettono al centro la persona umana e l’Umanesimo, mentre il Medioevo vede al centro Dio, da cui viene fatto discendere il potere civile dell’Impero e il potere religioso della Chiesa. Di fatto questa suddivisione si impone e rimane. Ma nel contempo deve essere resa “giustizia” circa questo periodo tutt’altro che tenebroso e che va inquadrato nella sua reale impostazione.