LA RINASCITA CON SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE.

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(S. BERNARDO DA CHIARAVALLE)
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INTRODUZIONE

Ciò che appare come aspetto più evidente e più avvertito nel secolo XI è il bisogno di rinnovamento che deve coinvolgere l’intera società, avviata dopo il Mille su strade nuove, più confacenti con lo spirito nuovo che aveva animato un po’ tutti. In modo macroscopico si deve notare come nell’ambito religioso sia forte l’anelito di una spiritualità più profonda e più viva non solo tra le componenti gerarchiche e istituzionali, ma anche a livello popolare. Era quanto mai necessaria la liberazione dei pastori ai più alti livelli rispetto al potere politico, e più ancora rispetto alle tentazioni forti nell’ambito economico e nella sfera affettiva: e qui era stata avviata la riforma che poi avrà il nome di “gregoriana” a motivo di papa Gregorio VII, il quale risultava essere il protagonista più consapevole e più deciso. Ma non di meno si avvertiva la necessità di una seria riforma anche a livello laicale, senza necessariamente che i laici dovessero imboccare una strada di tipo religioso. Il mondo monastico aveva tra i suoi componenti anche dei preti, e gli abati erano spesso rappresentati con a fianco il pastorale, come se il loro potere potesse essere paragonabile a quello di un vescovo; ma di fatto questi religiosi erano senza ordini ecclesiastici, pur assumendo responsabilità che li facevano avvertire come autorità gerarchiche: erano laici, e tali restavano, attirando nuove vocazioni di ordine religioso, non solo per vivere all’interno del monastero, ma per appoggiarsi ad esso nel lavoro di bonifica del territorio. Questa azione di risanamento era considerata determinante nella riforma dei costumi e della società. Si potrebbe dire che il rinnovamento in corso grava sulle spalle di un mondo laicale: i fedeli si rendono conto della necessità di questa azione a partire dal mondo della Chiesa, di cui i laici si sentono parte fondamentale; l’assunzione poi di compiti istituzionali a partire dal mondo monastico e, uscendo da esso, dentro le gerarchie ecclesiastiche, porterà ad un’altra visione dell’istituzione “Chiesa”, e in particolare del Papato, che diventerà nel periodo successivo determinante, anche perché esso si appoggia ai nuovi centri di potere, come sono le città destinate a diventare “Comuni”, per fronteggiare un potere politico che vorrebbe assommare nella persona dell’Imperatore tutte le funzioni istituzionali, da quelle militari, a quelle finanziarie, a quelle giudiziarie, a quella religiose. Così il laicato diventa arbitro centrale della nuova impostazione, anche se il Papa cercherà di avere la responsabilità e di gestire l’azione di rinnovamento, che è alla base della nuova epoca.

Sebbene in un certo senso (per l’origine dei nuovi ordini all’epoca della riforma gregoriana) abbia contribuito anche il papato, in sostanza si è trattato di un movimento religioso proveniente dal basso, cioè dell’eroica aspirazione di monaci (si pensi a S. Romualdo), di canonici (si pensi a S. Bruno), di laici (si pensi alla Pataria milanese)di tradurre in atto lo spirito del vangelo e della chiesa primitiva nella più stretta povertà, nella solitudine e nella predicazione ambulante. Il fatto che a lungo andare non poche nuove fondazioni si siano adeguate al moderato tenore di vita del più antico monachesimo benedettino, non significa necessaria-mente una decadenza, poiché i benedettini godevano ancor sempre di un considerevole prestigio. Taluni dei loro conventi si mostrarono persino aperti alle nuove idee, anche Cluny che sotto il grande abate Pietro Venerabile (1122-1156) raggiunse la sua maggiore estensione. E tuttavia il futuro apparteneva a quelle nuove comunità di monaci e di canonici che conservarono con maggior purezza l’ideale della vita evangelica, consolidandolo a poco a poco anche in forme istituzionali. La loro sorprendente e rapida diffusione per tutto l’Occidente, la convincente serietà del loro tenore di vita, in parte anche il loro impegno pastorale e missionario hanno fatto di loro le forze storiche più importanti di questo periodo. Essi hanno plasmato profondamente la religiosità cristiana (anche del clero) e nei loro innumerevoli scritti hanno profuso motivi che rimasero vivi ben oltre il loro tempo. Essi rappresentano il punto di passaggio dalla riforma gregoriana all’epoca degli ordini mendicanti. (Storia della Chiesa V/1, p. 15-16)

Il XII secolo raccoglie l’eredità del secolo precedente: la lotta per le investiture si chiude con un compromesso (Concordato di Worms – 1122) nel quale, comunque, la libertà della Chiesa viene assicurata, in quanto la scelta dei vescovi ricade sul Papa; costui in tal modo acquista un grande rilievo e viene considerato l’arbitro fra le esigenze locali e i nuovi centri di potere. Questi aspirano a governare in un contesto in cui lo sviluppo demografico ed economico ha bisogno di più ampi spazi. Lo stesso fenomeno delle crociate, ben oltre la contingente questione della liberazione del Santo Sepolcro dai Turchi, si rivela espressione del risveglio religioso, ma diventa poi il movente dell’espansione verso l’Oriente di un mondo europeo in rapido sviluppo e bisognoso di maggior spazio per i mercati. Nel frattempo la riforma benedettina, sempre in corso d’opera, conosce nuovi sviluppi, perché, ben oltre la questione della libertà della Chiesa circa il potere imperiale, ci si rende conto che la rinascita religiosa deve soprattutto riguardare lo spirito, e non soltanto le istituzioni gerarchiche e che una nuova spiritualità esige un vivere religioso molto più intenso, molto più mistico. Di fatto non si creano nuovi ordini religiosi, ma quelli che sono già comparsi attorno al 1000, devono curare una formazione interiore più forte che incida anche fuori dei monasteri.

S. BERNARDO TRA I CISTERCENSI

La prima metà del secolo XII viene anche definita l’età di Bernardo, perché lui è il grande protagonista, che si impone un po’ in tutti i campi. In quello religioso la vera riforma benedettina si scopre vissuta nel rigore di una vita monastica che si impone dai suoi centri anche a quelli, come i conversi e gli abitanti attorno al cenobio, che sono oltre la sua diretta guida spirituale, riconosciuta e richiesta. In quello scolastico e formativo si impone il suo magistero che non lascia molto spazio a qualcosa di diverso: chi la pensa diversamente viene osteggiato e messo ai margini. Nei rapporti con la Chiesa istituzionale e con i Papi dell’epoca lo stesso Bernardo si pone come il consigliere più seguito e sempre richiesto, fino a far pensare ad un misticismo che si addentra nella politica. Proprio per questo lo vediamo coinvolto in tante iniziative di carattere politico, per le quali non esiste scelta in quel periodo che non abbia la sua interferenza e il suo stimolo. Evidentemente è la forte personalità, ed è la fama che è riuscito a costruirvi attorno a segnare fortemente il mondo europeo, non solo nelle sue componenti religiose. Non fonda un nuovo ordine, ma di fatto, costruendo nuovi monasteri, proprio da essi irradia la sua concezione di vita che finisce per imporsi. Il cammino intrapreso da Bernardo fin dai suoi esordi nell’affacciarsi alla vita monastica rivela uno sviluppo notevole della sua personalità che si impone fin dagli inizi, mentre si inserisce nel mondo cistercense, da cui è attirato, e che segnerà fortemente come se facesse nascere un nuovo modo di essere benedettini, nella scia di Citeaux, dietro il suo fondatore, Roberto di Molesme. Nel suo processo instancabile si possono vedere gli sviluppi di un nuovo periodo del Medioevo, dove già si preparano gli esiti futuri, grazie alla sua forte personalità che si impone un po’ ovunque.

Bernardo era originario di Digione, quasi ai confini con la contea appartenente all’impero e il ducato di Borgogna appartenente alla Francia. Sia da parte del padre (Tescelino le Sor) che della madre (Aletta di Montbard) discendeva da un gruppo di famiglie assai ramificato di nobili cavalieri di Borgogna. Cresciuto assieme a cinque fratelli e una sorella, frequentò la scuola dei canonici di Notre Dame di Saint-Volers, dedicandosi a studi letterari e teologici. Dopo lunga esitazione, scelse definitivamente la propria vocazione solo nel 1111-12 e si ritirò a Citeaux, attratto dal rigore ascetico della nuova fondazione. Però non vi andò da solo, ma con numerosi (30) parenti ed amici che riuscì a guadagnare allo stesso ideale. Questo ingresso segnò una svolta decisiva per Citeaux e per la sua rapida diffusione che iniziò appunto in questo tempo.

(Storia della Chiesa V/1, p. 23)

Non è ben chiaro come sia nata la sua vocazione e neppure come si sia sviluppata; certamente era attratto dal mondo benedettino nella sua accezione più forte tra le diverse istituzioni monastiche sviluppate in quegli anni. Ecco perché la sua decisione fu presa per Citeaux, che si presentava nei programmi del suo fondatore come il ritorno alle origini del monachesimo occidentale, quello della ricerca di ambienti discosti dalla vita del mondo, per privilegiare la preghiera e il lavoro. Soprattutto questo doveva servire a rendere più abitabili i centri religiosi, e per questa ragione si rendeva necessaria un’azione di bonifica, quella che appariva anche a partire dal nome nuovo della località che sarebbe dovuta diventare fertile, produttiva, ma più ancora a dimensione veramente umana. Di qui la decisione di trasmigrare altrove con la fondazione di nuovi centri, sempre di tipo cistercense, ma con la caratteristica di dare un volto nuovo e migliore all’habitat, scelto per restarvi a pregare e nello stesso tempo per divenire anche un luogo di scuola con l’intento di formare non solo gli uomini di Chiesa, ma anche uno stuolo di laici preparati per il rinnovamento sociale.

Nell’aprile del 1112 Bernardo cominciò sotto Stefano di Harding il suo noviziato e lo terminò nel 1113, quando Citeaux eresse la prima abbazia affiliata (La Ferté). Il suo fondatore fu il cugino di Bernardo, Josbert il Rosso di Chatillon. Nella seconda abbazia dipendente da Citeaux (Pontigny, fondata nel 1114) fu posto come abate l’amico di Bernardo, Ugo di Macon. In fine a lui stesso fu affidata nel 1115 la fondazione di Chiaravalle (Clairveaux), qui lo seguirono quattro suoi fratelli, suo zio Gaudry di Montbard e suo cugino Goffredo di La Roche- Vanneau. Chiaravalle fu eretta sulla proprietà dello zio di Bernardo, il visconte di Digione, precisamente nella diocesi di Langres, 116 chilometri a nord ovest di Citeaux … (Storia della Chiesa V/1, p. 23)

ABBAZIA DI CLAIRVEAUX

Il luogo che era stato scelto per costruirvi la nuova abazia, figliazione di Citeaux, era una radura isolata, secondo gli schemi dei luoghi benedettini; ma nel contempo essa risultava fornire acqua e legname in abbondanza, elementi essenziali per quella forma di autosufficienza che permetteva, con il lavoro, di garantire una produttività adeguata sia per i monaci che vi trovavano la loro abitazione, sia per i conversi che potevano trovare il materiale per il loro lavoro. Se alla base del sistema benedettino doveva esserci l’isolamento, ma anche la garanzia dell’esercizio di lavori che potevano assicurare un vivere adeguato, per il nuovo sistema religioso, messo in atto dai cistercensi, occorreva anche pensare al territorio che doveva beneficiare della presenza dei monaci, il cui isolamento non doveva essere assoluto fino a tenere alla larga i laici; essi potevano trarre un beneficio dalla presenza di una simile struttura per impostare non solo delle attività lavorative, ma soprattutto dei benefici concreti alla popolazione che ne dipendeva. Così, accanto a edifici destinati all’abitazione di monaci, attorno, con larga autonomia di movimento, per i conversi si creavano nuove strutture destinate al lavoro e alla produzione, con mulini, magazzini, laboratori necessari per quella forma di attività che permetteva non solo di soddisfare i bisogni degli abitanti, ma anche di poter commerciare con i mercati vicini, nei paesi e nelle città, che vedevano prodotti provenire da luoghi fin lì ritenuti abbandonati perché infertili. Tutti gli edifici si raggruppavano attorno al chiostro, che doveva essere il cuore dell’abbazia. Il luogo della preghiera, la chiesa, nel caso di Clairveaux, era situata a circa due chilometri ad ovest dell’attuale abbazia, su un colle all’interno della foresta: la preghiera è importante e coinvolge un po’ tutti, anche se, come attività prioritaria, coinvolgeva innanzitutto i monaci. Al termine della sua vita Bernardo farà costruire la sede abbaziale in un luogo pianeggiante, anche per il notevole sviluppo dell’abbazia stessa, che si era riempita di numerosi monaci attratti dal luogo e dalla profonda spiritualità del fondatore. Ma lo splendore dell’abbazia non è tanto nella sua costruzione, di cui sopravvivono elementi architettonici, a cui si sono aggiunti altri dopo la sua chiusura forzata con la Rivoluzione francese e la sua riduzione ad altro uso; essa deve la sua fama a colui che ne è stato il padre fondatore, per quanto egli non sia all’origine di un nuovo ordine religioso. Bernardo riempie di sé la scena del suo tempo, rivelandosi il difensore di un nuovo sistema che contesta anche le strutture che nell’XI secolo sono diventate essenziali alla riforma della Chiesa.

S. BERNARDO E CLUNY

Nella Lettera 1, spedita verso il 1124 al cugino Roberto, Bernardo mostra di considerare la vita monastica dei benedettini di Cluny, allora all’apogeo del loro sviluppo, come un luogo che negava i valori della povertà, dell’austerità e della santità; egli rifiuta la teoria della regola benedettina della stabilitas – ossia del legame permanente e definitivo che dovrebbe stabilirsi fra monaco e monastero – sostenendo la legittimità del passaggio da un monastero cluniacense a uno cistercense, essendovi in quest’ultimo professata una regola più rigorosa e più aderente alla regola benedettina, pertanto una vita monastica perfetta. La polemica fu da lui ripresa nell’Apologia all’abate Guglielmo, sollecitata da Guglielmo, abate del monastero di Saint-Thierry, che ebbe una risposta dall’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, nella quale l’abate rivendicava la legittimità della discrezione nell’interpretazione della regola benedettina. (da Wikipedia)

Bernardo appare critico nei confronti delle istituzioni religiose, che pur avrebbero un glorioso passato e una funzione ancora riconosciuta nella riforma della Chiesa: egli pretende una religiosità più pura e più rigida, per evitare che il lodevole valore di voler purificare la Chiesa dalle tentazioni diaboliche del potere e della ricchezza, sostenuto con forza dagli ordini religiosi sorti in quegli anni, conduca a degenerare col sostituirvi un nuovo sistema, in cui la libertà della Chiesa dalle bramosie di potere porti ad assumere altre forme di potere, come a volte sembrava succedere nel sistema cluniacense, divenuto luogo in cui acquisire e gestire un potere alternativo a quello politico. Proprio all’apogeo della esperienza riformatrice di Cluny si avvertono i segnali di una sua progressiva decadenza per le posizioni di prestigio che gli abati cluniacensi avevano raggiunto e che mettevano in campo per dare rilievo all’Ordine monastico. Nel suo zelo riformatore Bernardo, che col tempo diviene intransigente, si pone come forte richiamo anche per quelle istituzioni che sembravano inattaccabili. Egli coltiva una stretta relazione con le figure più prestigiose del suo tempo negli altri ordini e non si tira indietro nell’insistere sulla necessità di una seria riforma e non lesina critiche quando sono necessarie.

Una stretta amicizia con l’arcivescovo di Magdeburgo (S. Norberto), il fondatore di Premontré. Lo stesso dicasi di Pietro di Cluny. Tuttavia questa amicizia dovette sostenere delle prove difficili, perché Bernardo mostrò un atteggiamento critico verso il tenore di vita della grande abbazia burgundica e della sua congregazione.

Torna a onore dell’abate di Cluny il fatto che egli non abbia per questo rotto i rapporti con Bernardo, ma anzi si sia lasciato da lui influenzare nella riforma della propria congregazione.

(Storia della Chiesa V/1, p. 24)

Qui affiora il suo forte carattere, che costituisce un problema non indifferente nei rapporti fra i diversi istituti religiosi. Per quanto possa anche aver ragione nel riprendere alcune manifestazioni, che pur non hanno raggiunto livelli preoccupanti, Bernardo non dimostra quel tatto che lo renderebbe più efficace rispetto all’intransigenza che egli usa. Il modello positivo da suggerire sarebbe dovuto venire più dall’esempio che non da certe interferenze, a volte anche indebite, con le quali si volevano raggiungere gli obiettivi di riforma, senza passare dalla pazienza, dall’attesa di un risveglio interiore che deriva da una coscienza debitamente formata. In effetti l’intervento di Bernardo non sortisce l’effetto sperato e così l’esperienza di Cluny prende una piega che progressivamente appanna l’immagine riformatrice che l’antica abbazia aveva dato di sé e che si poteva sperare continuasse con l’abate Pietro.

MINIATURA CON PIETRO VENERABILE ABATE DI CLUNY

Bernardo, abate di Chiaravalle e parente di Roberto, protesta allora molto violentemente e critica duramente i Cluniacensi. Il suo amico, Guglielmo di Saint-Thierry lo sollecita allora a riprendere e a sviluppare i suoi argomenti. Forte di questa autorità, l’abate di Chiaravalle – che non è ancora nel primo piano dei grandi affari – redige l’Apologia a Guglielmo … Vi denuncia il lassismo di certe pratiche cluniacensi (riguardanti il vestire, il mangiare, il silenzio e il lavoro), ma soprattutto rifiuta che si possa pretendere che il ricorrervi dia forza alla pietà e all’ascesi monastica: “Io mi domando con sbalordimento donde possa provenire una così grande intemperanza, durante i pasti, durante il bere, un così gran lusso nel vestire, nelle coperte del letto, negli addobbi, nei capelli, negli edifici. Più ci si lascia andare a questi eccessi, più si pretende che la fedeltà alla regola e la religione sono fiorenti. L’economia passa per avarizia, la sobrietà per austerità, il silenzio per malinconia”. Ma egli riconosce che si può voler essere e restare un buon monaco e praticare l’umiltà anche rivestiti di pellicce, ed egli mette in guardia i Cistercensi contro le critiche ingiustificate: “L’ho già detto e lo ripeto, il loro genere di vita è santo, onesto, rimarchevole per la carità, è eminente su tutto dalla prudenza. È stato istituito dai nostri padri, è diretto dallo Spirito Santo, è efficace a salvare gli uomini.”. Egli denuncia solamente i “vizi introdotti da uomini e non da parte dell’ordine dove sono entrati (e si dovrebbe), invece di accusarmi d’attaccare un ordine religioso, trovare che io combatto per esso”. Il proposito è chiaro; Guglielmo di Saint-Thierry e Bernardo di Chiaravalle si augurano che l’ordine di Cluny si rigeneri ispirandosi al cammino di ricerca del nuovo monachesimo e deplorano che i Cluniacensi abbiano al contrario la tendenza a infrangere la regola primitiva e ad allontanarsi dalla riforma. È l’evoluzione compiuta sotto l’abate Ugo che essi criticano. Ma … se essi intervengono nel 1124-1125, è per il fatto che, dal 1121 almeno, il dibattito è aperto a Cluny tra i partigiani d’una riforma profonda, alla testa dei quali si trova Ponzio e i tradizionalisti rappresentati da Matteo di Saint-Martin-des-Champs, Pietro di Montboissier (il Venerabile) e Bernardo d’Uxelles.

(Pacaut, p. 198-199)

BERNARDO E LA VITA DELLA CHIESA

Già nelle controversie interne ai monasteri e tra i monasteri Bernardo non risulta essere uomo di grandi doti diplomatiche, e non perché sia un fanatico, ma perché il suo temperamento, piuttosto forte, non lo rendeva malleabile.

Anche nelle controversie della Chiesa, in cui non mancava, Bernardo diventa un uomo di parte; e schierandosi con una di esse induce altri a far altrettanto, ovviamente sentendosi sicuro della opzione fatta. Pur non avendo mai assunto posizioni di tipo istituzionale, se non come abate del suo monastero, rimanendovi fino alla morte, egli propriamente non faceva parte della gerarchia e non fu mai né prete, né vescovo, anche se in genere, nelle rappresentazioni pittoriche, è sempre accompagnato dal pastorale, che richiama la sua funzione di abate. Nei suoi giri in Italia a motivo delle controversie presenti nella Chiesa, ebbe la proposta di diventare vescovo a Milano e a Genova, ma in entrambi i casi rifiutò con fermezza. Ebbe invece un ruolo di primo piano accanto a due Papi: Innocenzo II (… -1130-1143) ed Eugenio III (1080c-1145-1153); quest’ultimo era stato un suo discepolo nel monastero. Innocenzo II aveva avuto una elezione con alcuni aspetti di irregolarità, in un clima turbato dalle grandi famiglie romane, ed ebbe un antipapa, Anacleto II, che di fatto occupò la sede romana, mentre il legittimo papa dovette girare per l’Europa in cerca di consenso. Lo stesso Innocenzo II fu chiamato in causa per la divergenza di carattere Bernardo e Abelardo. Il primo si premurò di avere dalla sua parte i vescovi riuniti a concilio a Sens (1140), e quando il rivale si appellò a Roma, egli raggiunse per primo il Papa a Roma, spingendolo alla conferma della condanna. Abelardo, che già aveva patito per il suo amore ritenuto scandaloso con Eloisa, si ritrovò condannato e sostenuto dal solo Pietro Venerabile di Cluny. Pur con alcune sue affermazioni sulla Trinità ritenute eretiche, bisogna riconoscere che Bernardo intervenne con estrema severità, per il particolare entusiasmo e favore, da cui era circondato il rivale.

Alla rivalutazione teologica di Abelardo gli studi moderni hanno contribuito soprattutto giungendo a un’esatta collocazione cronologica delle sue opere e delle loro diverse redazioni e precisando con maggior chiarezza i presupposti filosofici della speculazione teologica di Abelardo specialmente nella sua logica linguistica. Gli errori teologici di Abelardo e le ardite conseguenze da lui tratte nell’applicazione del suo metodo non sono stati accantonati da queste nuove conoscenze. Specialmente la troppo intimistica inclinazione a un intellettualismo quasi esclusivo nascondeva pericoli, contro i quali Bernardi di Chiaravalle si sentì in dovere di intervenire. (Storia della Chiesa V/1, p. 68)

I rapporti con papa Eugenio III furono ancora più stretti, perché quest’ultimo era stato un suo discepolo nel monastero che faceva capo a Chiaravalle e aveva una stima e una considerazione molto positiva del grande abate.

L’elezione papale avvenne in una serie di tumulti, già in corso e già causa della morte violenta del suo predecessore, Lucio II. Così Eugenio III rimase spesso lontano da Roma, preferendo la sede di Viterbo.

Da giovane scelse la vita monastica dopo aver incontrato l’abate cistercense Bernardo, il più illuminato ecclesiastico della Chiesa occidentale di quel tempo, del quale divenne discepolo e amico. Uomo colto e molto pio, Bernardo (il nome che egli aveva prima di essere eletto papa) crebbe nella solitaria e austera vita cistercense. Era abate del monastero di SS. Anastasio e Vincenzo presso le Tre Fontane (appena fuori Roma), quando fu eletto papa, ed assunse il nome di Eugenio. La scelta dei cardinali non ebbe l’approvazione di Bernardo di Chiaravalle, che fece le sue rimostranze contro l’elezione, sulla base dell’«innocenza e semplicità» di Eugenio, ritenute non adatte nella gravissima circostanza dell’insurrezione dei cittadini romani contro il papato e l’instaurazione di una repubblica antipontificia. Appena eletto, i senatori romani chiesero al nuovo papa esplicitamente di riconoscere l’autorità del Comune e di rinunciare ai suoi poteri temporali. Eugenio si rifiutò ed i rivoltosi bloccarono l’accesso alla basilica di S. Pietro nel tentativo di impedire la consacrazione del nuovo Papa. Allora egli lasciò Roma e si recò al monastero di Farfa, dove venne consacrato solennemente il 18 febbraio 1145. Quindi scelse Viterbo come propria residenza. Eugenio III non stabilì mai buoni rapporti con i romani. Durante il suo pontificato, durato otto anni, poté soggiornare a Roma complessivamente soltanto un anno e mezzo scarso. Roma in mano ai facinorosi era in tumulto: abitazioni di prelati e cardinali erano devastate, conventi e monasteri assaltati. Venivano assaliti e depredati anche i pellegrini. Arnaldo da Brescia, grande oppositore del potere temporale dei Papi, fece ripristinare la vecchia costituzione romana ed abolire la carica di prefetto pontificio, sostituito dalla carica elettiva del patricius di Roma. Il primo a essere insignito del titolo fu Giordano Pierleoni, della stessa famiglia da cui proveniva l’antipapa Anacleto II, il rivale di Papa Innocenzo II. Eugenio III non tardò a scomunicare il Pierleoni. Nello stesso tempo chiedeva aiuto a Tivoli e alle altre città intorno a Roma. Forse spa-ventati da un imminente interdetto su tutta la cittadinanza e forse perché l’isola-mento intorno a Roma cominciava a creare seri problemi, i senatori proposero al Papa un patto. Nel dicembre 1145 si giunse ad un accordo di reciproca legittima-zione in base al quale il pontefice si impegnava a versare nelle casse capitoline 500 lire d’oro all’anno. In cambio i senatori s’impegnavano a sospendere la carica di patricius e a riconoscere l’autorità pontificia. A Natale di quell’anno il papa era tornato solennemente a Roma.

(da Wikipedia)

Dalla sua elezione fino alla morte (1153), che avvenne poco prima di quella di Bernardo, Papa Eugenio III era di fatto soggiogato dalla figura dell’abate, perché le grandi decisioni prese nella Chiesa e nella società avevano come ispiratore principale, proprio Bernardo, il quale, felicitandosi per l’elezione, gli ricordava curiosamente «che non siete voi a essere papa, ma io, e ovunque, chi ha qualche problema si rivolge a me» e che era stato proprio lui, Bernardo, ad «averlo generato per mezzo del Vangelo». A scanso di equivoci risultava molto chiaro chi reggeva le sorti della Chiesa e che proprio a lui si deve la convocazione e la guida della seconda crociata. Egli ebbe il ruolo di patrocinatore della causa con forti connotazioni religiose, perché l’impresa venisse condotta soprattutto da coloro che avevano responsabilità di governo e che dovevano assumere la guida di tipo militare. Bernardo riteneva l’impresa più che mai giustificata, anche se qui non si ricorre al grido che sia Dio a volere la spedizione. Nel frattempo veniva considerata crociata anche l’impresa contro i residui barbarici nel territori slavi ad est della Germania; e altrettanto si diceva del cammino della Reconquista in terra iberica: qui erano in atto l’assedio di Lisbona e la liberazione di tante città della penisola. Il fervore per l’impresa veniva ulteriormente caricato sottolineando che la distruzione del nemico non era propriamente un omicidio, o una strage, se in quel genere di nemico si vedeva la presenza del Maligno. Di qui la teoria del “Malicidio”: uccidere un uomo che si presenta come antagonista al cristiano e ultimamente al Cristo, nella veste di un Anticristo, non è affatto un reato e quindi un peccato, perché con la demonizzazione dell’avversario veniva giustificato chi lo toglieva di mezzo, uccidendolo. A parte gli eventi in Europa, dove i barbari e i berberi venivano travolti, in Oriente la sconfitta dei crociati fu clamorosa e venne attribuita al tradimento degli Orientali, che se avevano bisogno di loro contro i Tur-chi, avevano sempre il timore della presenza degli occidentali sui territori soggetti alla loro influenza. Ma per evitare ritorsioni, si preferì attribuire la colpa ai peccati di coloro che erano partiti per combattere, da chi li guidava nell’impresa a chi avrebbe dovuto combattere con più slancio.

Il più deluso di tutti era san Bernardo. La spedizione fondata sul suo prestigio e la sua reputazione era stata un fallimento totale. L’intera Europa, e lo stesso abate, continuavano a chiedersi: perché? Perché Dio aveva fatto appello ai suoi cavalieri mandandoli al macello degli infedeli in Oriente? Perché aveva ricoperto di colpa e vergogna i re cristiani che volevano solo assecondare la Sua volontà? Perché aveva permesso che i loro devoti sforzi fossero dannosi per quelli che erano andati a salvare? Desideroso di una risposta, Bernardo riprese in mano il Vecchio Testamento: gli eserciti della cristianità avevano fallito a causa dei peccati dell’Europa.

Dio aveva impedito la vittoria dei suoi cavalieri per punirli e punire ogni cristiano. La colpa non era di Bernardo né del papa, ma di ogni peccatore, uomo o donna, che si era attirato l’ira divina. Se le crociate volevano avere successo, così ragionava l’abate, prima l’Europa doveva espiare ed emendarsi. (Madden, p. 99)

BERNARDO E LA MISTICA

Da un temperamento focoso, da un uomo così partecipe della vita pubblica, nonostante il costante anelito per la vita monastica, sembra impossibile che si riscontri una personalità profondamente religiosa e soprattutto aperta alla mistica. Eppure Bernardo è un uomo di preghiera, non solo per i ritagli di tempo che vi dedica, ma per la fede viva in Dio; ed è uomo contemplativo nella sua maniera di elaborare la dottrina: lo scontro con Abelardo (1079-1142) e con altri personaggi a cui si rimproverava una visione eretica o che poteva condurre facilmente all’eresia, rivela che Bernardo preferiva la mistica alla dottrina, la ricerca orante piuttosto che la ricerca scientifica. E questo egli voleva stigmatizzare in coloro a cui si opponeva con veemenza in riferimento al fatto che essi avevano un certo fascino nell’opinione pubblica e soprattutto nelle scuole. Si potrebbe dire oggi che egli era un conservatore; ma al di là degli schemi consueti egli mirava a un diverso modo di vivere e di esprimere la religiosità, quella che secondo lui richiede la contemplazione, la preghiera, l’immersione nell’amore di Dio, da non ridurre a forme sentimentali. In queste sensibilità di natura religiosa sta la vera grandezza dell’uomo. In diversi campi del suo operato emerge il forte limite del carattere, la poca duttilità nel coltivare i rapporti con coloro che non avevano il suo sentire; e si deve riscontrare il fallimento in certe imprese, come quella della crociata in cui si era cacciato con accesa passionalità. Ma nello scrivere di temi religiosi, nella sua predicazione e nella sua formazione dentro il monastero di quanti vi giungevano attirati dalla sua carica spirituale, affiora la parte migliore di Bernardo.

Fu un abate fortemente convinto della propria vocazione monastica, continuamente impegnato a diffondere l’ideale, e al tempo stesso coinvolto nei più gravi problemi della Chiesa del suo tempo; eppure seppe dedicarsi a una intensa attività letteraria e dottrinale, che lo accompagnò durante tutta la vita. I suoi scritti, e non soltanto il suo epistolario, sono collegati alle situazioni concrete in cui venne a trovarsi. Se i suoi primi impegni furono per il consolidamento della nuova istituzione monastica, egli non si limitò tuttavia a garantire le strutture in quanto istituzione; volle altresì assicurarsi buoni monaci, ben preparati.

Si può cogliere un’eco del suo insegnamento orale alla comunità monastica, intorno al capitolo VIII della Regola di Benedetto, nel suo primo trattato di una certa ampiezza, I gradi dell’umiltà e della superbia. La medesima relazione tra il testo scritto e gli impegni della vita di Bernardo emerge inoltre in ogni sua opera. (…) In un tempo in cui la violenza era presente ovunque, l’abate di Chiaravalle si occupò e scrisse anche in merito alla guerra e alla pace, nella società e nella Chiesa. Riteneva questo un problema di urgente attualità, connesso con la mentalità guerresca del tempo che faceva sorgere, nel mondo della cavalleria, infinite occasioni di contrasti grandi e piccoli. Aprì a numerosi giovani i chiostri cistercensi; creò una vera armata di pacificatori, alieni da ogni violenza. Facendo valere il peso della sua autorità morale, si rivolse ai potenti dai quali dipendeva la sicurezza dei sudditi, invitandoli a riflettere sulle proprie responsabilità. Più che soluzioni politiche, indicava la necessità di formare coscienze oneste, che avrebbero favorito la pace. Ogni suo scritto merita pertanto un’attenzione particolare e va innanzitutto collocato nel momento in cui Bernardo lo ha redatto. In un preciso contesto storico di uomini e di problemi tra i quali si trovò a vivere e a operare, questo monaco fu nello stesso tempo un grande santo senza peraltro nascondere i limiti del suo carattere come uomo. In generale si può dire che Bernardo, come scrittore, fu un vero artista; desiderava produrre quanto vi era di più bello secondo l’arte letteraria, ne conosceva i generi, gli stili, i modelli. (Picasso, p. 12-15)

Ciò che appare singolare nella sua produzione spirituale è quanto egli dice a proposito di Maria: la figura della Vergine non costituiva l’oggetto primario dei suoi discorsi e delle sue ricerche nell’ambito spirituale; ma ciò che Bernardo scrive sulla Madonna è indubbiamente qualcosa di assolutamente nuovo e molto efficace, perché vi si avverte il suo amore delicato e nello stesso tempo l’attenzione a cercare e a trovare la giusta collocazione di lei nel mistero cristiano. L’enfasi che si riscontra negli scritti rivela la loro originaria natura orale, perché i testi sono di fatto sermoni sulla Vergine non solo preoccupati di avere chiara la dottrina, ma più ancora di esprimere la devozione e l’amore semplice nei confronti di colei che è da ritenersi una grande protagonista del vangelo accanto al Figlio. È davvero singolare quanto il mistico dice a proposito del nome di Maria …

E il nome della Vergine era Maria”. Diciamo qualche cosa anche su questo nome, che viene interpretato “stella del mare” e che bene si adatta alla Vergine Madre. Molto opportunamente, infatti, essa viene paragonata a una stella, perché come la stella emette il suo raggio senza corrompersi, così, senza infrangersi la sua integrità, la Vergine partorì il Figlio.

Il raggio non diminuisce il chiarore della stella, il Figlio non toglie l’integrità alla Madre. E’ lei quella nobile stella nata da Giacobbe, il cui raggio illumina l’universo intero, il cui splendore rifulge nei cieli e penetra gli abissi, e, percorrendo la terra, riscaldando le menti più che non i corpi, alimenta le virtù e inaridisce i vizi. Ella è la stella fulgente e unica, necessariamente elevata sul mare maestoso e immenso, splendente di meriti e lucente di esempi. Tu, chiunque tu sia, che nell’instabilità continua della vita presente, ti accorgi di essere sballottato tra le tempeste più che camminare sulla terra, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella, se non vuoi essere spazzato via dagli uragani. Se insorgono i venti delle tentazioni, e ti incagli tra gli scogli delle tribolazioni: guarda alla stella, invoca Maria. Se sei spinto qua e là dalle onde della superbia, dell’ambizione, della calunnia, dell’emulazione, guarda la stella, invoca Maria. Se l’ira, l’avarizia, la concupiscenza della carne scuotono con violenza la navicella del tuo spirito, guarda a Maria. Se, turbato per l’enormità dei tuoi peccati, confuso per la bruttezza della tua coscienza, atterrito per la paura del giudizio di Dio, cominci a precipitare nel baratro della tristezza e nell’abisso della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità: pensa a Maria, invoca Maria. Maria sia sempre sulle tue labbra e nel tuo cuore; e per impetrare il soccorso della sua preghiera, non dimenticare i suoi insegnamenti. Seguendo i suoi esempi non ti smarrirai; invocandola non perderai speranza, pensando a lei non cadrai nell’errore. Appoggiato a lei non scivolerai; sotto la sua protezione non avrai paura di niente; con la sua guida non ti stancherai; con la sua protezione giungerai a destinazione; e così sperimenterai in te stesso quanto giustamente sia stato detto: “E il nome della Vergine era Maria”. Ma facciamo un po’ di pausa, perché non accada proprio a noi di fissare soltanto per un attimo il nostro sguardo in tanto splendore. Per dirla con le parole dell’apostolo: “E’ bene per noi restare qui”; ed è piacevole contemplare dolcemente e in silenzio quello che anche un difficile discorso non sarebbe sufficiente a spiegare. (Picasso, p.79-81)

Il legame stretto di S. Bernardo con la devozione mariana, rappresentata dai suoi sermoni e dalle sue preghiere, viene ulteriormente caricato dal fatto che Dante lo assume al termine del suo percorso nel Paradiso come il cantore di Maria, nella ben nota preghiera che apre il XXXIII canto. Egli è il mistico per eccellenza che comunica al poeta (e a chi fa con lui il medesimo percorso) lo spirito contemplativo: lo sguardo fisso in Maria viene da essa spinto verso l’alto, verso Dio stesso …

«Bernardo m’accennava, e sorridea,

perch’io guardassi suso; ma io era

già per me stesso tal qual ei volea» (Paradiso XXXIII, 49-51)

LACTATIO BERNARDI – MINIATURA

Secondo una tradizione agiografica del XIV secolo, quando dei vari santi popolari si ricordavano aneddoti anche di natura prodigiosa, si era diffuso il racconto che il giovane monaco Bernardo, incaricato dall’abate di tenere un discorso davanti al vescovo, timoroso della propria inadeguatezza e convinto di deludere le aspettative, cominciò a pregare davanti ad una immagine di Maria, finché non fu sopraffatto dal sonno. Fu allora che gli apparve in sogno la Madonna a fargli dono della dote dell’eloquenza e a mandargli direttamente dalla sua mammella il latte, dimostrando da allora la particolare dolcezza del suo parlare a proposito di Maria, delle sue virtù e della sua missione materna nel piano di Dio e a favore della Chiesa.

BERNARDO A MILANO:

L’ABBAZIA DI CHIARAVALLE

La presenza a Milano dei monaci cistercensi che obbediscono a S. Bernardo è documentata a partire dal 1134, in un periodo in cui lo scisma attribuito all’antipapa Anacleto II imperversava e vedeva Milano e il suo vescovo da quella parte, contro Innocenzo II, il quale invece godeva del riconoscimento di Bernardo. La città era divisa, e il vescovo si era schierato con Anacleto. Occorreva intervenire per riportare Milano nella fedeltà alla Chiesa romana, in un momento nel quale le istituzioni locali cercavano di difendere quel tipo di autonomia, costruita negli anni della Pataria, con cui si erano conservate le tradizioni liturgiche legate al rito ambrosiano. Il primo nucleo di monaci proveniva da una filiazione dell’abbazia madre, cioè da Morimondo e perciò, a Coronate, nelle campagne vicine alla città lombarda si avviò un cenobio che portò e porta il medesimo nome. Di fatto l’attuale abbazia si trova nella località omonima di Morimondo. L’anno successivo, nel 1135, fa la comparsa Bernardo …

Il volere dei cittadini è addirittura assente, mentre sovrana opera la volontà di Bernardo, che restituisce liberi i prigionieri come per azione personale e per tocco prodigioso (…) La comunità cittadina riacquista attività e iniziativa: il popolo ad una voce vuole Bernardo arcivescovo. E Landolfo (il cronista dell’epoca)pare si compiaccia nel far notare che quello è il genuino popolo della sua città, dicendo che la gente accorreva alla chiesa di S. Lorenzo, dove l’abate era ospitato, “cum hymnis et laudibus et solito suo kyrie”: elemento, quest’ultimo, caratteristico della liturgia ambrosiana dell’epoca, particolarmente per l’ingresso processionale in una chiesa. (…) Merita rilievo, nel racconto di Landolfo, anche il comportamento di Bernardo dinanzi alla tumultuosa esplosione di entusiasmo popolare: mentre infatti, secondo Arnaldo (altro cronista dell’epoca), la cattedra di Ambrogio era stata ricusata dal santo semplicemente per umiltà, alla pari delle altre a lui offerte, la Historia Mediolanensis registra qualcosa di diverso e di più complesso: il legato papale non oppone un immediato rifiuto, ma dichiara che il giorno successivo sarebbe montato in sella, e, se il cavallo lo avesse portato fuori di città, egli non sarebbe stato arcivescovo di Milano … (Zerbi, p. 63-65)

A seguire i cronisti dell’epoca si coglie che questa presenza di Bernardo a Milano è stata circondata da un certo entusiasmo popolare non senza alcune resistenze, che vengono inquadrate con gli interventi del santo nei confronti di indemoniati che gli si paravano contro, come per contrastare la sua azione. Ma per quanto non siano mancate le resistenze, emerge più forte l’ammirazione e la venerazione dei Milanesi per Bernardo.

È infatti degno di nota che, agli occhi e nell’immaginazione dei Milanesi, Bernardo assumesse le sembianze di Ambrogio: “egli è il santo redivivo”, dicevano molti; ed erano anche certi che, se si fosse aperto il sepolcro del patrono, lo si sarebbe trovato vuoto. Così profonda e tenace era dunque, nella cittadinanza, la consapevolezza della tradizione e della dignità di Milano, riassunte e simboleggiate in Ambrogio, che quella coscienza sembrava assumere nuovo volto e nuova vita perfino in Bernardo, venuto a infliggere così duro colpo allo spirito ambrosiano. Proprio qui, infatti, nell’affievolirsi di quelle tendenze e nel rientro delle accese rivendicazioni che avevano caratterizzato la vita della Chiesa e della città di Milano durante il settennio trascorso, sta il vero significato della prima visita di Bernardo; significato che, dunque, non si può ridurre a un transitorio risveglio di fervore religioso o alla già accennata costruzione del cenobio di Chiaravalle, forse fondato da Bernardo stesso il 22 luglio 1135; e nemmeno far consistere soltanto nella fine dello scisma e nella rinvigorita obbedienza della città a Innocenzo II e a Lotario (imperatore)(Zerbi, p. 69-70)

MINIATURA CELEBRATIVA DI S. BERNARDO

Non è stata una questione facile per Bernardo l’intervento a Milano con i fedeli e con il clero locale, restii a perdere le proprie prerogative nel contenzioso con Roma. Egli interviene con quelle espressioni di tipo diplomatico che non appartenevano al suo linguaggio abituale. Ma il risultato viene raggiunto e ancora una volta egli appare come il risolutore di problemi apparentemente irrisolvibili. Certamente con alcuni si è imposto …

ABBAZIA DI CHIARAVALLE A MILANO

CONCLUSIONE

La figura di Bernardo è rappresentativa di ciò che vuol essere il rinnovamento monastico in un periodo di rapidi mutamenti orientati e gestiti da uomini di Chiesa, a sua volta condotti da una forte spiritualità. Nell’incidenza che egli rivela di avere dentro le cose secolari da gestire secondo lo spirito contemplativo e non secondo una visione più terrena e razionale, si deve vedere il trionfo della mentalità medievale. Ed in effetti con questo uomo arriviamo all’apogeo di una età che si era rivelata in notevole evoluzione rispetto al passato, se non altro perché il cambiamento, anche di mentalità, era in corso. Dio appariva sempre al centro, perché in nome suo si creavano nuovi luoghi formativi e nello stesso tempo si pretendeva di condizionare la politica e l’economia. Grazie ai grandi riformatori monastici, che pur non si volevano discostare dalla regola benedettina, ritenuta forgiatrice di personalità costruite sul senso della misura e dell’equilibrio.

Eppure anche questi uomini avevano forti passionalità, come quella che dobbiamo riconoscere in S. Bernardo, uomo che si è imposto con i suoi schemi e con la sua visione del mondo; e con questa loro animosità hanno gestito esperienze nuove che hanno contribuito a cambiare la vita in Europa. Il fenomeno della riforma di Chiesa che pur riguardava le gerarchie, era gestito di fatto da figure che dobbiamo considerare “laicali”, anche a risultare religiose perché legate a monasteri. Lo stesso S. Bernardo, che ha una forte spiritualità, appare dominante sulla scena politica, pretendendo di dettare le linee da seguire un po’ in diversi ambiti; e comunque il movimento benedettino aveva una notevole incidenza sul territorio e in particolare su coloro che a partire dalle città vogliono creare un nuovo vivere e una attività lavorativa ed economica. Il mondo sta davvero cambiando con i monaci che si interessano delle città e con la gente comune che riconosce di trovare nella spiritualità la molla stimolante di un vivere che presentava prospettive migliori …

BIBLIOGRAFIA

1.

Hubert Jedin (diretta da)

STORIA DELLA CHIESA

Volume V/1: CIVITAS MEDIEVALE (XII-XIV secolo)

Jaca Book – 1972

2.

Marcel Pacaut

L’ORDRE DE CLUNY

Fayard – 1986

3.

S. Bernardo di Chiaravalle

SERMONI PER LE FESTE DELLA MADONNA

(a cura di Giorgio Picasso)

Edizioni Paoline – 1990

4.

Piero Zerbi

TRA MILANO E CLUNY

Momenti di vita e cultura ecclesiastica nel secolo XII

Herder Editrice – 1978

5.

Thomas F. Madden

LE CROCIATE – UNA STORIA NUOVA

Lindau – 1995