SPIEGAZIONE DELLA “EUROPA REGINA”
Il concetto di “res publica christiana” ha una forte valenza giuridica, perché vuole considerare l’insieme dei territori europei divenuti una sola realtà, per quanto i particolarismi non vengano mai messi in discussione. Non si parla di Europa unita, quanto piuttosto di una “cosa comune”, che diventa un bene comune, in cui tutti si ritrovano e si sentono accomunati. L’elemento che li congiunge è di fatto lo spirito cristiano, anche perché, al di là del Mille, si dà come acquisito (ma non dovunque è così) che la fede cristiana abbia coinvolto tutte le genti, anche quelle più periferiche. Trattandosi così di una casa comune, per tutti gli abitanti che, avendo in comune la fede, si riconoscono eguali, è spesso facile che si voglia dare di questa realtà una immagine o una raffigurazione personale. Di qui l’Europa regina, che ha la fisionoma di una nobildonna, ormai divenuta una sovrana che può dominare ovunque. Essendo questa rappresentazione una allegoria riprodotta nel XVI secolo, quando la cartografia aveva fatto notevoli progressi, grazie anche ai viaggi esplorativi un po’ ovunque, essa vuole idealizzare la posizione e la funzione dell’Europa nel contesto storico di quel secolo. Essa gode delle insegne imperiali, rappresentando il mondo europeo all’epoca di Carlo V, secondo categorie allegoriche. Ovviamente la testa è la penisola iberica, e in particolare la Spagna, che, dominatrice dei mari e delle nuove colonie, è a capo di tutto. Sul collo compaiono i Pirenei che la separano dalla Gallia (Francia), sotto la quale si estende la Germania, che comunque è nel cuore, visto che Carlo V è l’imperatore “tedesco”. Sotto, nel ventre e nei piedi, si estendono gli altri popoli: C’è la Dania (Danimarca) che è il braccio sinistro con in mano lo scettro, perché for-se qui si devono vedere anche le Fiandre, territorio caro a Carlo V perché vi era nato. Sotto ancora si leggono: Boemia (nel cuore), Vandalia, Ungaria, Polonia, Sclavonia, Lithuania. Livonia, Macedonia, Bulgaria, Moscovia, Morea, Grecia, Scythia, Tartaria. L’Italia ha un ruolo a parte, perché, invece di essere uno stivale, è il braccio destro che ha in sé come ossatura gli Appennini. In mano ha il globo, simbolo dell’Impero universale, dove è scritto Sicilia, ricordando che, con Federico II, Palermo era davvero la capitale dell’Impero e del mondo di allora. Attorno, separati dai mari stanno alla nostra destra le isole britanniche e la Scandia o Scandinavia. E dalla parte opposta si estende l’Africa e, separata dalla Grecia e dal Ponto Eusino, la punta dell’immenso continente asiatico, con lo stretto dei Dardanelli. Qui ormai il Medioevo è concluso e tuttavia in questa raffigurazione simbolica possiamo riconoscere come veniva considerata allora l’Europa in tutta la sua magnificenza: una realtà unica tenuta insieme dalla fede comune.
INTRODUZIONE
Ben oltre la narrazione di ciò che succede nei secoli appartenenti al “periodo di mezzo”, come deve essere inteso il “Medioevo”, secoli attorno al Mille, e che si estendono per un millennio, noi dovremmo considerare questo periodo, inteso come tempo di passaggio, come l’erede della tradizione romana, che si contamina con quella barbarica, e insieme si avvale della tradizione religiosa, che non fa più riferimento al mondo pagano, ma assume lo spirito cristiano. Dal sistema istituzionale politico raccoglie soprattutto la tradizione giuridica, che vede il riconoscimento della persona come soggetto fondamentale del diritto e insieme il riconoscimento dello Stato come l’elemento che tutela tali diritti e insieme permette un sentire “sociale”. Dal sistema religioso deriva pure una visione che mette al centro, nella spiritualità, la coscienza personale, garantita comunque dal servizio della forma istituzionale rappresentata dalla Chiesa. Proprio le due istituzioni, nell’ambito civile e in quello religioso, l’Impero e il Papato, costituiscono gli elementi di forza di questo periodo, che spesso si affermano in modo imperioso su coloro che risultano sudditi e non cittadini o fedeli, e più ancora si scontrano fra loro per l’affermazione della priorità e della esclusività del potere stesso. Soprattutto a partire dalla lotta per le investiture si sviluppa questo scontro che accompagna il lungo periodo medievale, ormai al tramonto. La Riforma protestante rappresenta l’apice di questo scontro, con il pieno sviluppo delle forme “nazionali”, che superano la visione d’insieme rappresentata dall’Impero e dalla Chiesa. Non per nulla ci si rende conto che con essa si esce alla luce dopo un periodo considerato tenebroso. Oggi, nella suddivisione dei periodi storici si segnalano altri fenomeni, che già tempo prima rivelano un cambiamento radicale ormai in corso e anche già affermato. Gli storici, soprattutto contemporanei, non hanno potuto far altro che registrare la visione dell’età di mezzo, come Medioevo, che per essere così inquadrato richiede che siano riconosciuti il periodo precedente e quello che lo segue, come periodi di “luce”, in relazione prevalente con la classicità, prima vissuta e poi recuperata, che mettono al centro la persona umana e l’Umanesimo, mentre il Medioevo vede al centro Dio, da cui viene fatto discendere il potere civile dell’Impero e il potere religioso della Chiesa. Di fatto questa suddivisione si impone e rimane. Ma nel contempo deve essere resa “giustizia” circa questo periodo tutt’altro che tenebroso e che va inquadrato nella sua reale impostazione.
Il concetto di medio evo, cioè di un’età intermedia fra l’antica e la moderna, nasce, com’è ovvio, quando il medio evo stesso sta per tramontare, o è tramontato. Si incomincia infatti allora, fra Quattro e Cinquecento, nelle grandi crisi dell’età conciliare, del Rinascimento, della Riforma, a incontrare negli scrittori espressioni, come media aetas, media tempestas, media antiquitas, che accennano al formarsi, nella tradizione storiografica, di un nuovo periodo. Vuote di contenuto per noi, esse ebbero per coloro che primi lo adoperarono, e per lungo tempo in seguito, un profondo significato, in quanto esprimevano la coscienza di un rinnovamento, soprattutto religioso e culturale. Per gli uomini dell’Umanesimo e del Rinascimento medio evo era il lungo periodo di barbarie, che li divideva dalla perfezione della letteratura e dell’arte classica, oggetto della loro emulazione. Anche più fortemente modellato esso usciva dalla polemica degli storici protestanti. I termini erano segnati: da una parte l’inclinatio Imperii, cioè lo scadimento della cultura, la corruzione della Chiesa primitiva, l’avvento dei Germani, dall’altra le lettere risorte, la religione restaurata con le tesi di Lutero, una Europa diversa, in cui l’impero sminuito affermava ancora i suoi titoli all’umano e divino governo del mondo. Di mezzo era l’oscurarsi del sapere, la superstizione monastica, la tirannide papale, la gloria immortale di Carlo e di Ottone I, l’infamia di Canossa, l’eroismo cieco e sfortunato del Barbarossa e di Federico II. Passione di fede religiosa, di patria e d’impero germanico, di classicismo letterario e filosofico si fondevano ad animare questo dramma della verità e della bellezza smarrite e riscoperte. (Falco, p.3)
Ovviamente non si può considerare solo come un periodo buio e oscurantista, come si continua a dire e come si tende a dipingere tutto ciò che si è realizzato in questo lungo periodo di circa mille anni, e per giunta attorno all’anno Mille, che rappresenta l’apice di un’epoca da lasciare alle spalle. Sulla base di questa visione non c’è spazio per qualcosa di positivo, ma soprattutto si coltiva per esso una sorta di pregiudizio, che non aiuta affatto la comprensione di un lungo “evo”, durante il quale si è tentato di creare l’amalgama fra popolazioni diverse dentro il continente europeo, che anche a non raggiungere mai l’unità politica, scopre di avere molto in comune e in particolare di scoprire come collante unitario lo spirito religioso.
L’Occidente, in virtù dell’impronta civile di Roma, del primato ecclesiastico romano, degli stanziamenti e delle conversioni dei Germani, Normanni, Ungheri, Slavi, cioè del loro assorbimento nella Romanità, dà origine ad una storia profondamente diversa per vivacità, originalità, continuità di sviluppi, che metterà capo all’Europa moderna. (Falco, p.10)
In effetti, proprio in questo lungo periodo, si assiste alla lunga gestazione di un comune sentire che accomuna i diversi popoli europei, i quali rimangono comunque segnati dalle loro differenze, se non altro per quelle linguistiche, visto che proprio nel medesimo periodo emergono le lingue “volgari”, mentre la lingua comune del latino, fermamente conservata nell’ambito liturgico-religioso, perde sempre più terreno. E tuttavia il comune spirito religioso viene avvertito come aggregante, come appartenente alla base comune, per quanto qua e là affiorino voci diverse, malamente sopportate e poi fieramente osteggiate. Sulla base di questo denominatore comune affiora l’idea che, nonostante le lingue diverse, e pur con ordinamenti differenti, si avverte quel comune sentire che fa supporre l’appartenenza ad una … “cosa pubblica”, non meglio identificata, sotto il profilo politico, ma pur sempre caratterizzata dalla medesima fede religiosa e dalla partecipazione alla Chiesa cattolica che risultava aggregatrice di genti diverse. Così si tende a identificare questo tempo e questo luogo come la “Res publica christiana”.
… Se davvero vogliamo configurare in maniera chiara e persuasiva, con un proprio problema e un proprio significato un momento della storia generale mediterranea, al quale legittimamente vada attribuito il nome di medio evo, questo non potrà essere se non la storia di quella che ameremmo chiamare la Santa Romana Repubblica, cioè la storia della fondazione d’Europa su base cristiana e romana, della formazione e della dissociazione del cattolicismo europeo. Il mondo classico lascia in eredità all’Occidente, oltre al patrimonio degli ordinamenti civili, cioè delle leggi e delle armi, delle città e dei monumenti pubblici, delle grandi vie di comunicazione, dei pro-cessi di produzione e di scambio, – patrimonio destinato a subire profonde alterazioni, ma a sopravvivere e a rivivere, – l’erudizione, la tecnica della lingua e dello stile, i modelli della letteratura e dell’arte, la speculazione platonica e neoplatonica che alimenterà il pensiero di S. Agostino e di Boezio, e, per essi, insieme con le dottrine aristoteliche, il pensiero dell’intero medio evo, in fine un senso di impero e di civilitas, d’universalità politica, civile, e umana, che durerà trasfuso e trasfigurato nella nuova coscienza politica e religiosa. La tradizione romana è accolta, conservata, rinnovata essenzialmente dalla Chiesa, che ne afferma su diversi principi l’universalità, esprime l’esigenza del governo cristiano del mondo, opera con le arti e le armi di Roma la sua conquista spirituale.
(Falco, p.10-11)
RES PUBLICA
Con questo termine viene designata l’Europa, che di fatto è considerata quella occidentale, in quanto la parte orientale, bizantina, ormai estromessa dalla penisola con l’arrivo dei Normanni in Italia meridionale, era stata avvertita estranea e quindi esclusa dal mondo occidentale. Vi aveva contribuito anche lo scisma del 1054, per il quale la frattura fra le due parti non fu più possibile comporre. Se in precedenza il Papa doveva notificare all’imperatore di Bisanzio l’avvenuta elezione, ora costui si sentiva esonerato da un simile servaggio e poteva rivendicare un’autorità da se stesso. Ma anche il mondo occidentale non poteva essere considerato una “res” ereditata dal passato, dai Bizantini, che pretendevano di essere gli eredi dell’Impero romano. Questo era stato fatto risorgere con un colpo di mano da parte di Carlo Magno, con l’avallo di Papa Leone III, che aveva bisogno dell’appoggio di Carlo per il riconoscimento della sua elezione. Poi l’impianto carolingio crolla, e viene recuperato alla vigilia del Mille con la di-nastia degli Ottoni, i quali però non erano in grado di far risorgere un Im-pero dotato di sacralità. Con l’avvento del Mille si apre un nuovo periodo, in cui ha il sopravvento il mondo religioso, che risulta essere il “motore” della rinascita un po’ in tutti gli ambiti, compreso quello economico. La riforma che deve soprattutto riguardare la Chiesa nelle sue figure istituzionali, affrancandole dal potere politico e quindi consentendo loro di apparire liberi e non più dominati dai vizi propri del potere, consente alla Chiesa stessa di presentarsi come l’assoluta novità, quella da cui anche l’autorità politica deriva la sua legittimità a svolgere il proprio compito, come se le due spade simboliche, che Pietro presenta a Gesù nella scena in cui il Maestro deve affrontare chi lo vuole arrestare, appartenessero al Papa pro tempore e da lui arrivassero all’autorità laica. Così l’autorità papale prende il sopravvento, anche in presenza di figure di imperatori che non reggono il confronto e più ancora per il fatto che l’autorità religiosa deriva da Dio. Da una parte ci si riconduceva alla figura imperiale che richiamava lo splendore del passato romano, di cui ci si sentiva eredi e dall’altra si trovava l’elemento coagulante nella comune fede cristiana, garantita dal servizio unificante del Papa, riconosciuto al vertice della Chiesa. Così la “cosa pubblica”, che noi oggi facciamo coincidere con lo Stato, eredità di una mitica visione dell’Impero romano, viene riconosciuta come l’insieme dei “cittadini”, che pur diversi nei loro sistemi locali, sentono di appartenere all’Europa, mediante la Chiesa, garante della fede comune.
Per questo l’insieme dei popoli europei, anche a riconoscere autorità locali, secondo l’eredità del sistema messo in campo al tempo dei Carolingi, era effettivamente una “cosa pubblica” e questo si caratterizzava veramente unita perché aveva in comune la medesima fede cristiana.
Così la “res publica”, cioè l’insieme delle varie popolazioni collocate nel territorio europeo fra il Baltico e il Mediterraneo e fra le coste atlantiche e i confini incerti tra le genti germaniche e quelle slave, senza ancora essere un ente giuridico riconosciuto come l’Europa, aveva e coltivava come elemento unificante la stessa fede cristiana, che non poteva e non doveva essere messa in discussione. L’autorità indiscutibile è quella del Papa, soprattutto quando costui, con la sua forte personalità e con i suoi interventi di natura giuridica, dimostra di costituire il punto di riferimento a cui ricorrere, come, ad esempio, succede in occasione del Pontificato di Innocenzo III (1198-1216). Laddove gli imperatori tentano di primeggiare con interventi politici e giuridici molto forti e fortemente imposti, come cerca di fare Federico I, il Barbarossa, (1152-1190) si apre un contenzioso che vede le due autorità in contrapposizione. Nello stesso periodo non mancano figure o gruppi religiosi che passando all’eresia cercano di contrastare il potere religioso, il quale pensa di potersi opporre al fenomeno utilizzando le armi e la eliminazione fisica.
Il concetto di res publica Christiana è attestato per la prima volta in S. Agostino a partire dall’opera famosa “La Città di Dio”, in cui si contrapponevano la Chiesa cristiana e la “res publica”, rappresentata dall’Impero Romano. Lì si dice anche che l’Impero Romano, pur con la sua azione unificante il mondo allora conosciuto, non ha di fatto creato il vero bene pubblico se l’esercizio del potere è stato realizzato con la forza e non con la giustizia. Invece il santo sosteneva che la Chiesa poteva essere considerata una “res publica” perché la sua azione è benefica verso l’umanità. Perciò in un’altra opera afferma in modo esplicito che “omnium enim christianorum una respublica est” (=esiste una comunità di tutti i cristiani). Successivamente le due “res publicae” si fusero insieme: la cancelleria papale faceva uso di questa espressione sia nel parlare dell’Impero bizantino, sia in riferimento all’Impero carolingio, attuato nell’800. Con il secolo XI il termine viene usato per indicare la totalità degli Stati cristiani come comunità sotto la guida del Papa. E si dava per assodato che così si dovesse intendere: l’unità della comunità cristiana costituiva l’essenziale del pensiero politico medievale.
Propriamente non esiste una struttura giuridico-politica che si possa definire “Res publica christiana”. Il comune sentire popolare diffuso rendeva avvertiti tutti e ciascuno di questa appartenenza ad una visione comune di società, dove non mancavano le tensioni e le contrapposizioni, ma correva pure l’obbligo di contribuire alla costruzione di una casa comune in nome della fede, che deve trasformarsi in vita vissuta. A volte le stesse tensioni politiche potevano dividere le città e i comuni; ma altre volte si creavano aggregazioni in difesa delle libertà individuali e comunali, come avvenne in occasione delle tensioni fra il Barbarossa e i comuni lombardi. Così cresce nella società civile il senso di appartenenza che viene vissuto, almeno inizialmente, come derivato dal sentirsi tutti cristiani e partecipi in modo convinto della vita della Chiesa e, insieme, della società civile. E se in precedenza erano i monaci a costituire il richiamo convincente di una vita spirituale robusta, in seguito, anche per le responsabilità assunte dai “conversi” che vivevano attorno ai monasteri, abbiamo figure di cittadini che affiorano per il loro impegno civico e religioso insieme. Alcuni di essi emergono nel loro tempo anche per una condotta ineccepibile che li fa essere buoni cittadini e cristiani sempre impegnati nel bene comune.
S. OMOBONO DI CREMONA
(inizio sec. XII – 1197)
Un esempio preclaro in tal senso è S. Omobono, cittadino di Cremona ed oggi suo protettore. A breve distanza dalla morte viene decretata la sua santità mediante una richiesta avanzata dal vescovo locale, Sicardo, a Papa Innocenzo III che interviene, ben contento di poter segnalare questa bella figura di uomo. Solitamente i santi vengono canonizzati a partire da una vita consacrata, dove la fama di santità viene già riconosciuta, mentre per chi vive nel mondo, soprattutto se nel matrimonio, può sembrare impossibile che si raggiunga la perfezione della santità. Successivamente gli Ordini Mendicanti stabiliscono che si possa vivere la vita religiosa, anche permanendo nella vita del mondo e nelle condizioni che sono propri di una simile scelta, operata fin da giovani. Con Omobono viene anticipato ciò che diventa poi qualcosa di comunemente accettato e condiviso. In tal modo cresce la consapevolezza che si faccia parte di una società in cui effettivamente la fede e la vita spirituale sono essenziali e riconoscibili.
Sant’Omobono condusse la sua vita tra il commercio, l’impegno politico e l’aiuto ai poveri. Ben presto divenne un cittadino molto popolare e amato. Omobono Tucenghi fu un uomo che, senza privilegi di nascita o prestigio di funzioni, divenne quasi leggendario per levatura e bontà dello spirito. Era figlio di un sarto e divenne un abile mercante di lana e tessuti, una tra le principali attività commerciali di Cremona nel Medioevo. Si sposò; ma non risulta che ebbe figli. Omobono e la sua famiglia accumularono un ingente patrimonio con il loro commercio, in quell’epoca di vitalità straordinaria in cui tante città italiane passarono all’autogoverno. La sua nobiltà d’animo lo portava a usare il denaro guadagnato col commercio per la carità. Non lasciò scritti e nemmeno discorsi, ma attraverso la tradizione orale ci giunge la sua chiara disposizione nei confronti del denaro guadagnato: su di esso avevano precisi diritti i poveri. I soldi erano mezzi d’intervento per soccorrere la miseria. La sua generosità divenne proverbiale, tanto che a Cremona è rimasto il detto «Non ho mica la borsa di sant’Omobono» per rifiutare eccessive richieste di denaro. In tempi di continue lotte intestine e conflitti tra città (Cremona, nel conflitto tra Comuni e Impero, era schierata dalla parte imperiale) si ricorse alla sua autorità per arginare la violenza. Omobono contribuì con la parola a rendere più vivibile la propria città, di cui si fece portavoce autorevole.
Morì la mattina del 13 novembre 1197 mentre stava recitando il Gloria all’interno dell’allora chiesa di Sant’Egidio, che inizialmente ospitò la sua salma. Presto si diffusero notizie di miracoli da lui compiuti. Altrettanto rapidamente iniziarono pellegrinaggi alla sua tomba, che convinsero il vescovo locale Sicardo e una rappresentanza di cittadini a rivolgersi a Papa Innocenzo III per la sua canonizzazione.(da Wikipedia)
Dalla lettera di Innocenzo III, papa, al clero e il popolo di Cremona.
Il fratello nostro, il vostro vescovo, giunto felicemente alla nostra presenza, con umiltà ci ha informati della vita, delle opere e del transito di un uomo santo, Omobono di nome e di fatto. Quest’uomo pio meditava giorno e notte sulla legge del Signore, lo serviva nel timore e, come dice il profeta, si alzava nel cuore della notte a lodarlo, partecipando sempre all’ufficiatura mattutina. Frequentava anche la messa e la celebrazione delle altre Ore con molta devozione, ed era tanto dedito alla continua orazione, che talvolta tra un’Ora e l’altra dell’ufficiatura non lasciava di pregare, a meno che lo trattenesse la sollecitudine per la riconciliazione dei cittadini (per la quale si adoperava da vero uomo di pace) o la necessità di procurare l’elemosina da dare ai poveri o qualche altra opera di misericordia. Aveva l’abitudine di prostrarsi spesso davanti alla croce del Signore, e, qualunque cosa facesse e in qualunque stato si trovasse, in piedi, seduto, sdraiato, sempre si vedevano muoversi le sue labbra nella preghiera. In vario modo egli ha esercitato la sua pietà: ospitava nella sua casa i poveri, li curava e li manteneva; a ogni vivente bisognoso offriva i servizi della sua cortesia; ai morti dava cristiana sepoltura; stava riservato nella compagnia degli uomini mondani, tra i quali spiccava come giglio tra le spine; respingeva severamente gli eretici, che con la loro esiziale dottrina infettavano la sua regione. Compiuto così il cammino di una vita santa, mentre partecipava all’ufficiatura mattutina, agli inizi della Messa durante il canto dell’inno angelico, si addormentò in una morte beata. Affinché la virtuosa condotta di quest’uomo, che abbiamo sommariamente descritta, fosse a noi pienamente chiara e certa, e l’argomento dei prodigi non fosse inficiato da qualche frode e da qualche falsità, abbiamo ritenuto di indagare sollecitamente sulla verità dei fatti. Poiché abbiamo appurato che tutte le testimonianze circa la santità del comportamento e la validità dei miracoli cospiravano a favore della petizione, inoltrata e raccomandata calorosamente dal vescovo sopra ricordato e dagli altri vostri inviati, ascoltato il parere dei nostri fratelli, dopo matura discussione con gli arcivescovi e i vescovi che per questa questione avevamo ammesso al consiglio, in virtù della divina misericordia e confidando nei meriti di questo beato, abbiamo ritenuto di doverlo iscrivere nel catalogo dei santi, stabilendo che nel giorno anniversario della morte ne sia celebrata ogni anno la festa da voi e dagli altri fedeli di Cristo.
LE ERESIE
Indubbiamente la visione unitaria del mondo, che noi oggi definiamo europeo, è coincidente con tutti quei paesi e regioni, che coltivano una loro autonomia governativa, ma nello stesso tempo sentono di avere in comune la medesima fede, mai messa in discussione. Se succedeva che si formassero voci critiche, queste si alzavano a partire da personaggi intemperanti, che nel loro fanatismo religioso predicavano stili di vita portati all’eccesso in quel continuo ritorno alle origini, all’epoca apostolica, e al pauperismo evangelico, che si pensava di propugnare contro singoli personaggi del mondo ecclesiastico accusati, come già nel secolo XI si sottolineava, di essere simoniaci, cioè attaccati al denaro, oppure nicolaiti, cioè attaccati ai piaceri della carne, o immorali e degeneri, quando per le medesime colpe e per altre si rivelavano attaccati al potere. Questi fenomeni di contrapposizioni locali a personaggi che indubbiamente potevano prestare il fianco a determinate accuse, non sono rari e rivelano un certo disagio a livello locale, ma questo non è mai in grado di compromettere il sistema. Si riteneva comunemente di appartenere ad una realtà pubblica che si riconosceva caratterizzata dalla fede cristiana, ma questa in realtà non era mai considerata una struttura giuridica di potere, ma una visione di unità di pensiero, che era sostanzialmente condivisa. Quando però l’attacco contro la fede comune si spinge fino a coinvolgere le alte sfere, con i vescovi locali o con i papi, allora questi fenomeni di contestazione diventano un problema se-rio, sia in riferimento a singole figure di oppositori, sia quando l’opposi-zione coinvolge gruppi di persone magari anche organizzati in movimenti che acquistano popolarità e coinvolgono vaste aree geografiche. Nel secolo XII essi sono ancora fenomeni molto locali e, a volte, riguardano singole persone che si mettono a predicare in pubblico, anche senza l’autorizzazione della gerarchia. Il fervore suscitato può creare gruppi che si associano nell’allargare la contestazione e nel reclamare il ritorno alle origini della Chiesa. Può succedere che certi movimenti popolari, inizialmente positivi (come è il caso della Pataria milanese, in lotta a fianco della riforma gregoriana contro il vescovo filoimperiale, per garantire la libertà della Chiesa e in particolare di quella ambrosiana, anche per il suo venerabile rito), si mettano in cattiva luce, trascinati da un ricordo mal gestito dei propri trascorsi.
In effetti la Pataria milanese, che da parte dei Papi successivi a Gregorio VII non era più ritenuta necessaria nella lotta per le investiture, e spesso aveva richieste eccessive anche in contestazione del vescovo locale che era di obbedienza papale, inveisse contro la gerarchia, finendo per essere accusata di eresia. Di qui la degenerazione, soprattutto da parte di alcuni personaggi focosi che si oppongono a Roma, e che vengono condannati in documenti papali dell’epoca. Qui, anche senza fare nomi precisi di singoli personaggi, tutto il movimento era di fatto colpito ed escluso dalla Chiesa, nonostante abbia avuto un ruolo positivo in un passato neppur tanto lontano. Ma più dei movimenti dal passato glorioso, nel XII secolo affiorano figure isolate, che inizialmente contestano le autorità locali e infine diventano un problema di ordine pubblico e soprattutto un disagio per la Chiesa universale, che si sente coinvolta nelle accuse forti e urlate da simili rappresentanti, spesso indicati come personaggi folli e focosi. Costoro sono spesso un problema locale, e vengono attaccati laddove essi si rivelano con le loro predicazioni accese in pubblico, e si vedono eliminati in modo violento, quando non sembra esserci alcun margine di compro-messo e di rientro nella legalità.
Ma i veri rivoluzionari di quest’epoca sono gli eretici. Ciò non ha nulla di stupefacente. Quando si rifletta che nella Chiesa, in quanto potenza temporale, si manifestano le ingiustizie e i vizi dell’organizzazione sociale, mentre in quanto potenza spirituale essa è il baluardo ideologico della società feudale. Attaccarla significa intaccare le fondamenta stesse di quella società. (…) Il movimento della Pataria a Milano, nel terzo quarto del secolo XI, rimane univoco, evolvendosi da un atteggiamento ortodosso, gregoriano, di lotta contro la simonia a un comportamento più nettamente antigerarchico, anticlericale ed eretico. In modo analogo, diversi movimenti della prima metà del secolo XII dimostrano con quanta facilità certi individui, soprattutto chierici, e certi gruppi, soprattutto popolari, possano passare dal movimento evangelico della povertà – che i nuovi ordini canalizzano entro la Chiesa – ad atteggiamenti propriamente eretici, ma che in certo modo sono soltanto deviazioni o esagerazioni delle tendenze riformistiche presenti all’interno della Chiesa stessa. (Le Goff, p. 194)
I personaggi più focosi e ribelli vengono in genere arginati, soprattutto se non riescono a creare movimenti di ribellione; solo in alcuni casi si arriva alla condanna e alla punizione conseguente delle loro posizioni espresse nei libri e più ancora nelle predicazioni, che suscitano interesse nella gente; e se la recidiva è marcata, allora si giunge anche alla radiazione, che può comportare la condanna a morte.
Comincia qui il fenomeno della inquisizione, come ricerca dei sobillatori, e dei processi senza eccessiva pubblicità, per giungere alla condanna, con l’esecuzione della pena capitale che è affidata al cosiddetto “braccio secolare”. Così si coinvolge anche la parte politica, perché il reato commesso contro la Chiesa viene avvertito come un reato commesso contro la comunità e lo Stato.
ARNALDO DA BRESCIA
(1090-1155)
BUSTO DI ARNALDO DA BRESCIA AL PINCIO – ROMA
È una figura che si impone in questo periodo (secolo XII) per il suo radicalismo in relazione alle ingerenze politiche che vedeva praticate nella Chiesa, da lui voluta assolutamente libera e povera. I ricorrenti interventi nelle questioni di allora lo avevano fatto percepire come un sobillatore da fermare a tutti i costi.
Il più importante fra i radicali di questi anni fu Arnaldo da Brescia (fino al 1155), un discepolo di Abelardo e canonico regolare, che, portando all’estremo le idee riformistiche della sua epoca, predicò una Chiesa pellegrinante, apostolicamente povera e chiese a sacerdoti e vescovi il disprezzo del mondo e l’umiltà. Arnaldo fallì nel suo intento per la radicalità delle sue richieste, ma anche per l’imprudente tentativo di imporle con i mezzi della politica. Nel 1155 Federico I ottenne con le minacce la sua consegna e lo affidò alle autorità romane, che lo sottoposero a un breve processo.
Anche i suoi seguaci si dispersero … la caratteristica che li accumunò fu che la loro predicazione non fu propriamente una reazione contro la riforma ecclesiastica, ma soltanto la superò degenerando in una forma di radicalismo estremo. (Storia della Chiesa V/1, p. 141)
I punti fondamentali del suo radicale programma di riforma, da collegarsi alle idee del movimento milanese dei Patarini, erano: la rinuncia della Chiesa alla ricchezza (si schierò più volte contro la ricchezza del clero) e il suo ritorno alla povertà evangelica, l’abbandono del potere temporale, la predicazione estesa ai laici, la non validità dei sacramenti amministrati da sacerdoti indegni, la confessione sacramentale praticata tra fedeli e non davanti a sacerdoti. Perorò con accalorati comizi le sue tesi anti-papali e rivoluzionarie, tese a fare di Roma un’entità politica nuova e sganciata dalla Chiesa e predicò la sacerdotalità di tutti i cristiani; questo comportò la scomunica da parte del papa nel 1148; ma, godendo del favore popolare, Arnaldo non fu mai perseguitato. Nel giugno 1155 Arnaldo venne con-dannato dal tribunale ecclesiastico all’impiccagione; il suo corpo fu arso al rogo, mentre le sue ceneri furono sparse nel Tevere, per impedire che se ne recuperassero i resti mortali. Il reale capo d’accusa non fu la predicazione contro l’abuso delle ricchezze da parte del clero, contro il quale aveva combattuto ferocemente anche il suo nemico Bernardo di Chiaravalle, bensì il rifiuto assoluto del potere temporale del papa e della Chiesa, che Bernardo e gli altri avversari di Arnaldo consideravano «eresia». (da Wikipedia)
I CATARI
Con i Catari siamo in presenza di un movimento che conosce una certa espansione in alcuni territori europei, dove esso si radica e coinvolge per una certa visione religiosa, che, sui suoi principi dottrinari, appare di più facile comprensione, non certo invece di altrettanto semplice applicazione. I Catari si sentono effettivamente alternativi alla Chiesa istituzionale, chiudendosi in spazi ristretti, dove però la loro convivenza si fa ancora più stringente. Il fenomeno inizialmente non preoccupa, proprio per questo isolamento; ma quando il gruppo cresce si crea la necessità di intervenire non solo con decreti appositi di condanna, ma anche con le campagne militari che tentano di soffocare il movimento. La Chiesa si fa propugnatrice di queste azioni militari, che di fatto sono gestite dalle autorità civili, che in tal modo possono cercare di soffocare le autonomie locali e nello stesso tempo occupare territori che risultano ricchi e attivi nella produzione e soprattutto nei commerci. Così la questione da religiosa diventa politica …
Che i catari siano stati fortemente influenzati da eretici orientali e soprattutto dai Bogomili, attivi dal X secolo nei Balcani, che abbiano adottato o ritrovato il vecchio manicheismo (la dottrina che concepisce la presenza di due enti in contrapposizione fra loro, il Bene e il Male, in una visione dualistica del mondo divino e umano) sono problemi secondari rispetto al fatto che la loro dottrina ha rappresentato una risposta a bisogni abbastanza sentiti da determinarne la diffusione in gran parte dell’Occidente cristiano e da mettere in pericolo la Chiesa, il cattolicesimo, la società feudale. Alla metà del secolo XII l’eresia catara appare diffusa nell’Italia settentrionale (in particolare a Concorezzo) e centrale, in Provenza e in Linguadoca, in Renania e in Francia. Sembra che il centro principale sia Tolosa, che Milano e Colonia ne siano i più importanti focolai fuori dei confini della Francia meridionale. (Le Goff, p. 195)
Più che di un’eresia, anche se tale viene riconosciuta dalla Chiesa, si trattava di una religione dualista, proveniente dal mondo orientale, in cui ciò che è essenziale al Cristianesimo viene assolutamente negato, come la Trinità e soprattutto l’Incarnazione del Verbo: se tutto ciò che è carnale è peccato ed espressione del male, ovviamente questo mistero è tutt’altro che salvifico. E tuttavia, nonostante vengano esclusi i principi fondamentali della fede cristiana, costoro si sentono una Chiesa nuova, alternativa a quella cattolica. Sulla base di questi elementi non è neppure possibile una forma di dialogo o di accomodamento; ma la Chiesa gerarchica deve intervenire per l’influenza negativa che il Catarismo esercita sui cristiani del tempo, venendo così a intaccare l’unità della “Res publica christiana”. Il movimento si presentava alternativo, ma era in realtà ben altro e in totale dissenso con gli elementi costituivi della fede cattolica.
Essi negavano il valore dei sacramenti e sostituivano al battesimo l’imposizione delle mani. Profondamente ostili alla “carne” condannavano il matrimonio e l’accoppiamento, si astenevano da cibi come il pesce, le uova, la carne, il formaggio. La loro dottrina si fondava su un dualismo che opponeva la carne allo spirito: per loro, lo spirito solo era stato creato da Dio, la carne procedeva dal Diavolo, visto o come un angelo ribelle (dualismo mitigato) o come un Dio del male, dotato d’un potere eguale a quello del Dio buono (dualismo radicale). L’uomo e il mondo sono creazione del Diavolo; l’Antico Testamento è il libro in cui sono narrate le imprese delle creature diaboliche, e deve essere respinto in blocco. Il Nuovo Testamento è accettabile nei suoi principi di base, benché Gesù non sia stato né un Dio né un puro spirito.
La Chiesa, il Papato, i Padri sono altrettante incarnazioni del diavolo; la croce è il segno della bestia dell’Apocalisse, il suo culto va radicalmente soppresso. (Le Goff, p. 195-196)
Sulla base di queste concezioni si deve riconoscere la distanza abissale rispetto al mondo cristiano; e tuttavia, per la compresenza del dualismo e insieme di alcuni principi morali cristiani, si era determinato l’intervento dell’autorità ecclesiastica, anche in ragione del fatto che questo fenomeno non corrispondeva alla fede comune che ormai dominava sulla scena e che faceva del mondo europeo un’unica entità, ma soprattutto un comune soggetto che non poteva e non doveva avere competitori. Per salvaguardare la Res publica christiana era necessario combattere ed estirpare la nuova eresia, che, in quanto tale, sottraeva ciò che risultava essenziale alla fede estesa a tutti cittadini d’Europa. Si sentiva così la necessità di estirpare il male, avvertito come un elemento velenoso e come tale mortifero. Se inizialmente si pensava di estirpare la mala pianta segnalando i nocivi errori, poi però, mancando l’effetto di cancellare ogni traccia della dottrina malefica, si giunge alla decisione di radiare dal consorzio umano chi persegue questa forma religiosa, con l’eliminazione fisica dei singoli e sempre più con l’intervento armato nelle città coinvolte, al fine di massacrare l’intera popolazione che aderisce all’eretica pravità. A questi estremi si giunge progressivamente, visto che ogni altra forma di intervento si è rivelata impraticabile, perché inefficace.
… L’eresia va considerata come un delitto di lesa maestà. (Storia della Chiesa V/1, p. 146)
Con questa affermazione si ha chiaro il principio che l’eretico è estraneo alla “Res publica christiana” e proprio per questo è giusto che sia cacciato con forza da questo mondo; e, come assemblea di presunti credenti, che sia radiata dal mondo. Non si caccia solo un’idea ritenuta perniciosa, ma si perseguita anche chi, disseminandola, vuole intaccare la struttura portante della Chiesa stessa e venir meno con la maestà dello Stato, che si riconosce nella figura dominante del Papa e dell’Imperatore. L’eretico è da riconoscere come un traditore dello Stato e come colui che, disconoscendo l’autorità civile e religiosa, la vuole dissolta. Il concetto di “Res publica christiana” non ha alcuna valenza giuridica, e perciò essa non ha potere di processare e condannare; proprio per questo si fatica ad arrivare agli estremi rimedi; tuttavia è così radicata questa concezione di vita, che non si fatica, almeno nel tempo, a concepire che la scelta dell’eresia sia talmente grave da sollecitare l’intervento estremo dell’autorità: tocca alla Chiesa definire uno come eretico; tocca poi all’autorità civile fare uso della sua spada di potere per comminare la pena estrema. Gli anni della seconda metà del secolo XII portano alla decisione di intervenire con i processi inquisitori e poi con l’esecuzione della condanna.
Sicardo di Cremona (lo stesso vescovo che ha perorato la causa della canonizzazione di S. Omobono) ritiene giusta la pena di morte per gli eretici ostinati e irriducibili, ma sottolinea che essa debba essere eseguita dal potere secolare. Tutti i decretisti sono del parere che contro gli eretici si deve procedere non con zelo ultionis, sed amore correctionis (= lo zelo della vendetta, ma con l’amore della correzione). La guerra santa contro di loro e perciò anche la pena di morte sono viste come ultima ratio, diventano oggetto di riflessione sistematica e sono inserite in un diritto penale che viene da loro elaborato. Questi inizi assumono una prima forma giuridica dopo la pace di Venezia (1177) e la sua conferma a Verona (1184) per opera del decretale di Lucio III Ad abolendam del 4 novembre 1184. Anzitutto vengono qui espressamente condannati dal papa e dall’imperatore alcuni gruppi di eretici (i catari-patari, gli umiliati, i poveri di Lione, i valdesi, gli arnaldisti e altri), e poi i vescovi vengono incaricati di perseguirli penalmente. (…) Appare chiaro che la Chiesa riconobbe prontamente la minaccia di queste forze dissolutrici nel proprio organismo e si accinse ad affrontarle efficacemente con le riforme interiori, con una crociata vera e propria, con il continuo chiarimento giuridico delle possibili procedure penali contro gli eretici e con una incipiente legislazione. Il pontificato di Innocenzo III attuò e sviluppò questa grande controffensiva della Chiesa.
(Storia della Chiesa V/1, p. 146-147)
Il fenomeno della “crociata”, indetta da Papa Innocenzo III per estirpare l’eresia catara dalla Francia meridionale, deve essere catalogato in una visione ben diversa da quella fin qui analizzata circa la comune appartenenza al mondo cristiano che si identifica con quello europeo. L’eresia viene respinta e condannata sulla base di questa visione, ma l’intervento militare messo in atto non risulta come una operazione di polizia sulla base della concezione medievale di appartenenza al mondo cristiano. La strage, che si attua in quella operazione militare estremamente violenta, è opera del potere centrale legato alla regione parigina, che colse l’occasione di metter mano alle regioni meridionali della Francia, dove si era sviluppata una società diversa, con una lingua differente rispetto a quella del Nord. Del resto è ben noto che, se altrove si seguiva la “langue d’oil”, nella cosiddetta Linguadoca, o Provenza, così definita dall’antica “Provincia Romana”, detta Narbonese, dalla sua capitale “Narbonne”, era in uso la “langue d’oc”. Ciò che allora appariva un territorio molto ricco sul piano economico, ma anche culturale, in stretta correlazione con l’Italia settentrionale, era di fatto concupito da chi necessitava di mezzi economici per la propria politica di espansione in chiave considerata “nazionalista”, anche se questo termine non era ancora di uso comune. La questione religiosa fu il pretesto per un intervento che aveva ben altre motivazioni; e il re parigino coglieva questa occasione per rispondere all’appello del Papa, il quale lo giustificava per la sua campagna militare. Anche per questa modalità nell’affrontare un problema locale, il Medioevo stava già tramontando e si avviava un nuovo corso della storia. Il Papa interviene in nome della sua autorità religiosa; pensa così di risolvere una questione interna in piena corrispondenza con la visione della “Res publica christiana”; ma di fatto la cosa gli sfugge di mano, perché il re francese approfitta della circostanza per costruire una visione nuova e diversa del potere, che lo vede sganciato dal sistema feudale, proprio del Medioevo. Anche a dare ascolto al Papa, ma certamente cogliendo impreparata l’autorità civile, riconosciuta nell’Imperatore, egli fa il proprio interesse e prepara una visione nuova del mondo, dove Papa e Imperatore non sono più la dualistica rappresentazione del potere derivato da una missione divina, ben richiamata dalle due spade segnalate nel vangelo di Luca, in cui entrambe sono affidate a Pietro, e costui ne affida una all’autorità civile per svolgere i compiti che competono allo Stato. Ci si avvia così verso un’altra visione del mondo, dove i particolarismi esplodono a danno di una visione d’insieme!
CONCLUSIONE
Che cosa abbia rappresentato questa idea di una Europa cristiana, che, anche senza particolari riconoscimenti giuridici, viene vissuta e gestita come una realtà unificata dal comune sentire religioso, lo lascia intuire lo storico, Roberto Lopez (1910-1986) di origini genovesi e poi naturalizzato statunitense, quando dovette lasciare l’Italia per le leggi razziali. Alla ricerca di una visione storica che possa considerare l’Europa come una realtà possibile e nient’affatto solo ideale, proprio su questo periodo, dice:
All’inizio del nostro millennio, la respublica christiana di fede cattolica, riparata al sud dalla potenza avversaria ma civilizzata dell’Islam, protetta a sud-est dalla presenza scomoda ma familiare dell’impero bizantino, completata a nord e a nord-est da popoli che fino allora avevano costituito per essa una perenne minaccia, non era più esposta direttamente alle incursioni di barbari veri e propri. Più fortunata dell’Asia, dell’Africa e della stessa Europa ortodossa, che rimasero aperte agli attacchi di popoli nomadi, l’Europa cattolica ha potuto sviluppare la sua civiltà, negli ultimi mille anni, senza temere irruzioni imprevedibili che venissero da uno spazio ignoto. Se questa svolta decisiva si fosse prodotta cento anni prima, avrebbe forse potuto procurare un respiro all’impero carolingio e far partire l’Europa da una piattaforma unitaria. Nel secolo IX, il governo centrale, nonostante i suoi gravi difetti, rappresentava una forza attiva superiore a quella degli enti locali. Ma nel secolo X l’impero si era liquefatto, mentre l’incipiente ripresa demografica ed economica risvegliava dal torpore ogni cellula del tessuto europeo. Il particolarismo divenne così la forza principale dell’Europa. Per quanto è necessario concentrare l’attenzione sui problemi locali, gli uomini hanno bisogno di ideali. Mentre forze locali affrontavano i problemi immediati, il sogno di una respublica christiana sopravvisse. Non doveva dileguarsi del tutto fin quando gli Stati nazionali furono preparati a raccoglierne l’eredità. Allora, ma soltanto allora, l’Europa balzò fuori sotto la forma che conosciamo e amiamo: non come una civiltà uniforme, pesantemente segnata dall’impronta di un impero autoritario, ma come un mosaico di culture indipendenti e alleate, cementate insieme soltanto dall’affinità dello spirito. (Lopez, p.126-127)
La cosiddetta res publica christiana non è mai stato un organismo giuridico con tutte le strutture necessarie per costituire l’Europa, non solo come una espressione geografica, ma come un “corpo politico”;essa è piuttosto una idea, che in certi periodi storici ci si immagina di poter realizzare come un unico mondo, anche a veder conservati i particolarismi, da cui essa è composta e che coincidono con le diverse popolazioni con i loro linguaggi, per nulla divisivi, ma divenuti rivelazione di una ricchezza sottesa. I per-corsi fatti, spesso con le forme di contrapposizione che sconfinano negli scontri e nelle guerre, lungi dal mortificare l’ideale unitario, comunitario, federale, hanno rafforzato il convincimento di dover costruire progressivamente questo senso di appartenenza che non deriva solo dal fatto di risultare legati al territorio da noi chiamato con il nome di Europa, ma soprattutto dall’avere in comune quel genere di sentimento religioso che deriva da una lunga storia. Qui la religione non è solo un particolare fenomeno storico e culturale, ma l’avvertenza di un legame che ci fa appartenere ad una famiglia e che ci lega insieme. Si potrebbe richiamare il famoso intervento di Benedetto Croce, con cui il filosofo, anche ad essere liberale, sosteneva che non si può non essere cristiani, appartenendo alla storia italiana; la medesima affermazione può essere applicata all’Europa, le cui radici cristiane non possono essere affatto estirpate, e comunque sono rilevanti per costruire e costituire il comune sentire europeo, oggi necessario.
BIBLIOGRAFIA
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Profilo storico del Medioevo
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Roberto Lopez
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Einaudi – 1966
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