LA LIBERAZIONE DEL SANTO SEPOLCRO

Canto l’arme pietose, e ’l Capitano
Che ’l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò col senno e con la mano;
Molto soffrì nel glorioso acquisto:
E invan l’Inferno a lui s’oppose; e invano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto:
Chè ’l Ciel gli diè favore, e sotto ai santi
Segni ridusse i suoi compagni erranti.

(Torquato Tasso – GERUSALEMME LIBERATA, canto 1)

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INTRODUZIONE

Ci sono alcuni aspetti delle Crociate che non vanno sottovalutati, per comprendere meglio il fenomeno; essi emergono in modo particolare in occasione della prima, che risulta la sola vittoriosa, perché raggiunge l’obiettivo non solo di liberare i luoghi santi dalla presenza musulmana, ma di con-sentire che la presenza occidentale si prolunghi per anni, con l’illusione che tale acquisto potesse risultare duraturo e irreversibile. Era tale l’esaltazione per una simile impresa e vi era un tale fanatismo nel perseguire l’obiettivo, che forse non ci si rendeva neppur conto delle reali condizioni in cui l’impresa veniva assunta e gestita. Essa presentava tali e tanti motivi derivati da un certo fervore di natura religiosa, e perciò non si potevano valutare appieno le ragioni politiche ed economiche dell’impresa stessa. Eppure questo ideale si conserva e si riaccende in diversi periodi storici, come se mai si potesse trascurare l’obiettivo, di alto profilo, che esisteva in tale fenomeno, senza riuscire a dare ad esso la sua vera dimensione. Si deve rilevare che la prima spedizione, quella caratterizzata da una massa fanatica, agitata dalla predicazione religiosa, e la seconda, altrettanto caricata dall’entusiasmo, ma senza una specifica organizzazione, forse per questo spirito di avventura raggiunsero quanto si erano prefissate. Di fatto venivano a mancare coloro che risultavano indispensabili per una impresa di natura militare, che deve essere associata anche a ben chiari motivi politici, come potevano essere uomini in armi legati alle nuove autorità emergenti nel panorama politico. Di fatto l’Imperatore, colui che aveva cercato fin dai tempi dei Carolingi di rappresentare il nuovo mondo medievale che amalgama le popolazioni barbariche con il grande ideale della romanità classica, ne era escluso, perché non voleva partecipare ad un’impresa voluta energicamente dal Papa; quest’ultimo cerca così di accamparsi come colui che sarebbe dovuto essere superiore ad ogni altra potestà. Ma anche i feudatari più in alto nel sistema medievale imperiale non ne riconoscono la necessità, se non ad impresa ultimata. La prima crociata non è affatto organizzata a livello politico da coloro che erano le autorità riconosciute, come potevano essere i re e i signori territoriali. In quanto fenomeno di fanatismo accorrevano coloro che avrebbero potuto acquisire un nuovo spazio, conquistando territori, sui quali fosse loro possibile esercitare una autorità, che invece non appariva a loro aprirsi sul “vecchio” continente, quello del centro Europa.

Ciò che avvenne in occasione della prima Crociata (1096-1099) non si è ripetuto in quelle che si ebbero nei due secoli successivi; e il caso particolare che emerge in quella circostanza deriva dalla serie di eventi che si succedono nell’XI secolo, quando è in corso una svolta di grande rilievo per il cammino storico medievale; e qui il Medioevo raggiunge il suo culmine. Quella Crociata è essenzialmente un fenomeno religioso, e lo si deve alla carica emotiva suscitata dal forte richiamo di Papa Urbano II; costui non si appella ai capi politici e a quelli militari, e dà comunque del suo ruolo una decisa immagine, necessaria per uscire dalle secche della lotta per le investiture, ancora in corso, senza vincitori né vinti. Ma ora l’autorità religiosa si fa strada con una iniziativa che dovrebbe metterla al centro e che apre l’Occidente ad orizzonti fin lì trascurati. Il fenomeno del pellegrinaggio verso i Luoghi Santi non è una esclusiva di questo periodo; ma ora si chiede che il pellegrinaggio assuma un’altra funzione e diventi conquista per affermare la superiorità politica e religiosa che tendeva ad estromettere chi, gestendo la politica in occidente, voleva asservire la gerarchia ecclesiastica e lo stesso impero d’Oriente che si era già affrancato da Roma con lo scisma del 1054. Così il pellegrinaggio, già praticato, appariva ora organizzato dal Papato per divenire l’onda d’urto con cui modificare gli equilibri politici ormai destabilizzati. Si potrebbe definirlo un tentativo di imprimere alla storia un corso che favorisca il ruolo centrale del Papato, mentre i giochi di forza e di potere in Occidente prendevano un nuova piega, e nel contempo l’Impero orientale, gloriosa ma effimera eredità del passato, risultava sempre più in via di scomparsa. Ma le cose non andarono nella direzione auspicata, anche perché l’operazione non fu ben gestita.

Che cosa bisogna aver chiaro per capire il fenomeno delle Crociate? Innanzitutto, che la Crociata è in realtà una forma molto particolare di pellegrinaggio … Quelli che sono partiti per la Terrasanta al seguito di Pietro l’Eremita e poi di Goffredo di Buglione e degli altri capi chiama-vano se stessi pellegrini. (…) Dunque la Crociata è un pellegrinaggio, però di un tipo molto particolare e che comincia in un momento storico specifico. È un pellegrinaggio che ha lo scopo di andare a Gerusalemme a pregare sul Santo Sepolcro, ma ha come caratteristica fondamentale quella di andarci armati, perché si teme che chi comanda a Gerusalemme non ci lascerà arrivare fin là o comunque ci darà dei fastidi. Perciò bisogna andarci armati, aprire la strada, in modo che tutti i pellegrini cristiani in futuro possano andarci senza pericolo: bisogna impadronirsi di Gerusalemme, in modo che la Città Santa sia in mani cristiane.

Ma, in verità, quando nasce quest’idea Gerusalemme già da molti secoli non era più in mani cristiane. (…) Per molti secoli l’Occidente cristiano non ha le forze e neanche l’idea di intraprendere una riconquista armata. I rapporti con i musulmani che governano in Terrasanta sono in genere abbastanza buoni. (…) Le cose cambiano solo a cavallo del Mille, per un insieme di ragioni … Nel mondo islamico nuove popolazioni, i turchi, provenienti dalle steppe dell’Asia, prendono il sopravvento sugli arabi … le nuove élites turche convertite all’Islam sono meno colte, più bellicose, e anche meno tolleranti di quelle arabe. (Barbero p.4-7)

Non si può comunque pensare che ci possa essere un disegno politico da parte del Papato; c’è piuttosto l’opportunità, dovuta ad una serie di circostanze collaterali che fanno muovere in quella direzione e in quel modo, per cercare un’uscita dall’impasse che si era creata nella interminabile lotta circa le investiture ecclesiastiche. In realtà la questione delle Crociate, scatenata a causa delle notizie drammatiche che giungevano circa i pellegrini maltrattati e martirizzati, con lo strascico di racconti ancor più raccapriccianti e montati a bella posta, si era creata anche per la nuova situazione che andava crescendo, sia sul piano demografico, sia su quello economico.

Se si aggiunge che l’Occidente forse già dal tempo di Carlo Magno, ma certamente dopo il Mille, sta attraversando una grande crescita economica e demografica, e dunque ha sempre più risorse umane da investire; e che al suo interno, dalla metà dell’XI secolo, è emersa con la cosiddetta Lotta per le Investiture una nuova poderosa forza politica organizzata, la Chiesa di Roma, che si candida apertamente alla direzione non solo spirituale, ma anche politica dell’intera Cristianità, ecco presenti tutte le condizioni che spiegano come proprio allora, cioè alla fine dell’XI secolo, nasca l’idea della Crociata. (…) E’ una grande mobilita-zione che esprime la nuova fiducia in sé di un’Europa in crescita ed è anche la prima volta che il papato sperimenta, con pieno successo, la nuova capacità di iniziativa politica che si è costruito negli anni dello scontro con l’impero. (Barbero p.7-8)

UN GRANDE EVENTO MILITARE?

Gli storici sono unanimi nel considerare questo fenomeno come un pellegrinaggio religioso, per tentare non solo la visita alla Terrasanta, ma anche la sua occupazione; e questa era possibile con un’impresa militare.

Solo i mutamenti di natura sociale in Europa potevano far sperare in una impresa come questa, che viene anche suscitata e incoraggiata dalla presenza ferrea e intollerante dei Turchi. Lo sviluppo demografico, e, insieme, per conseguenza, economico dell’Europa spingeva la parte eccedente della popolazione, quella che non poteva avere spazio nel sistema allora vigente, a lasciare intatta l’eredità territoriale al primogenito e prevedere l’“avventura”, anche in chiave religiosa, dei cadetti: era necessario fare una scelta che veniva incoraggiata dalle circostanze. Di solito ai cadetti nobiliari si apriva la porta dei monasteri per una certa carriera ecclesiastica con la possibilità di diventare abati; oppure si schiudeva la prospettiva, altrettanto religiosa di essere riconosciuti cavalieri erranti, che si mettevano in viaggio per la causa dei deboli o per assicurare giustizia a chi non ne aveva. La figura di S. Giorgio cavaliere, che libera la giovane principessa dalla voracità del drago, con tutto lo scenario favolistico di tempi e di luoghi, si era creata in questo periodo e poteva ben indirizzare alla Palestina, visto che il martire era, secondo i racconti, originario di quell’area geografica; così il drago poteva ben rappresentare il nemico, colui che nell’Apocalisse assumeva questo aspetto e che tutti vedevano come l’avversario stesso di Dio, e cioè Satana. Questi cavalieri, che sono alla ricerca di uno spazio anche territoriale, ma soprattutto di natura sociale, in un panorama che cambia notevolmente sia per la crescita demografica, sia e soprattutto per lo sviluppo nell’economia, trovano in questa epopea, come la vita avventurosa dei cavalieri la possibilità di un loro riscatto e di un loro spazio, laddove la situazione era in continua trasformazione, sia per la crisi dell’Impero bizantino, sia per la crisi dei califfati arabi, che si stavano sostituendo con i sultanati turchi. C’era dunque un nuovo spazio, e questo era anche di ordine territoriale, con la prospettiva di poterlo occupare e gestire al meglio. Ovviamente non c’erano solo costoro, perché l’impresa richiedeva molta più gente e soprattutto una certa organizzazione, che si poteva mettere in campo da chi aveva già acquisito competenze di governo. Ma di fatto la spedizione appariva qualcosa di raccogliticcio, al pari di quella costituita da popolani esaltati dalla predicazione religiosa. Anche qui emergeva un certo fanatismo e insieme si accompagnava un certo spirito di avventura, in cui si potevano giustificare anche le azioni più sanguinose, con la patina religiosa data alla spedizione, perché c’era di mezzo l’obiettivo della liberazione del santo Sepolcro.

Pur essendo pellegrino, il crociato lo era comunque in modo insolito. Le migliaia di persone che si mossero avevano con sé anche spade, corazze e altri strumenti bellici.

Del resto, i pellegrinaggi armati non erano una novità. A causa dell’instabile situazione mediorientale, chi si recava a Gerusalemme riteneva necessario armarsi per difendersi da pirati, banditi, funzionari poco scrupolosi e ogni altro tipo di marmaglia che depredava le bisacce dei forestieri. In questo caso, però, il gruppo dei pellegrini era costituito da migliaia di soldati, addestrati per la battaglia, non solo di difesa ma anche di conquista. Viste dall’esterno, le crociate appaiono come la marcia di grandi eserciti diretti e organizzati dalla Chiesa contro i nemici di Cristo, ma dall’interno il quadro era molto diverso. Per raggiungere il Santo Sepolcro, ogni crociato formulava un voto: in primo luogo, egli era un pellegrino. Il suo giuramento era vincolato al Signore, non al papa o a qualsiasi altro uomo. Ciò che rendeva coeso l’esercito dei cristiani erano gli obblighi feudali, i vincoli familiari, l’amicizia o la paura. (Madden, p.28-29)

Gli storici moderni hanno a lungo ritenuto che alle crociate avessero partecipato i reietti dell’Europa: i secondi o terzi figli della nobiltà (che non avevano diritto a succedere al titolo o alle proprietà paterne), baroni e signorotti dediti al ladrocinio, banditi di strada, falliti, monaci avidi ecc. Questa interpretazione derivava in parte dai dati demografici: nel X secolo, la popolazione europea era aumentata, di qui il bisogno di nuove terre. Così le crociate venivano spesso descritte come le prime guerre coloniali, una specie di proto-imperialismo europeo imposto alle popolazioni islamiche. (Madden, p.30)

Le operazioni messe in campo portarono ad un successo insperato: i rapporti con l’Imperatore bizantino erano all’insegna delle diffidenza, e tra gli emiri presenti sul territorio non c’erano convergenze di idee e di strategia. Anche i capi militari cristiani non brillavano per unità di intenti: persino nei momenti cruciali, quando si era tentati di ritirarsi dall’impresa – lo stesso Pietro l’Eremita aveva inizialmente abbandonato il campo, per tornare in momenti più favorevoli –, si ricorreva ad eventi miracolosi, come la scoperta della lancia che aveva colpito il fianco del Cristo morto, come un’eclissi di luna prima dell’attacco finale, interpretato come un segno ce-leste del venir meno dei Turchi con la mezzaluna. In sé, dunque, l’impresa non ha nulla di epico e grandioso, anche se nei racconti, nell’immaginario e poi nelle versioni mitizzate successive, appare come un fatto d’arme di notevole valore: di fatto solo nella prima crociata si ebbe la conquista armata di Gerusalemme, e il possesso della città per alcuni decenni dava l’illusione che ormai fosse una conquista irreversibile. In realtà la scena che veniva rappresentata nelle croniche d’allora descriveva un vero e proprio “bagno di sangue”; forse ci fu dell’eccesso e tuttavia sulla base di quanto succedeva con una simile armata fanatica c’è da supporre che ci sia stato davvero qualcosa di terribile.

L’ASSEDIO DI GERUSALEMME IN UN MANOSCRITTO MEDIEVALE

Il 15 luglio si decise di attaccare in maniera massiccia. (…) La città cade nel giro di poche ore. Ebrei e musulmani furono massacrati. Per i successivi tre giorni, chiunque non riuscisse a dimostrare di essere cristiano veniva passato a fil di spada. Raimondo d’Aguilers ha parole dure: “Avresti potuto vedere cose orribili, alcuni, ed era per loro una fortuna, avevano la testa troncata; altri cadevano dalle mura crivellati di frecce; moltissimi altri, infine, bruciavano tra le fiamme. Per le strade e le piazze si vedevano mucchi di teste; mani e piedi tagliati; uomini e cavalli correvano tra i cadaveri. Ma abbiamo ancora detto poco: venivano al Tempio di Salomone, nel quale i saraceni erano soliti celebrare le loro solennità religiose. Che cosa vi era avvenuto? Se diciamo il vero, non saremo creduti: basti dire che nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava col sangue all’altezza delle ginocchia e del morso dei cavalli. E fu per giusto giudizio divino che a ricevere il loro sangue fosse proprio quel luogo stesso che tanto a lungo aveva sopportato le loro bestemmie contro Dio”.

Verso la metà di agosto, i conquistatori riuscirono a fermare presso la piana di Ascalona le truppe di al-Afdal, gran visir del sultanato fatimide del Cairo. L’obiettivo era stato raggiunto. Urbano II avrebbe senz’altro gioito della notizia, se solo avesse saputo. Morì due settimane dopo la presa di Gerusalemme, ignaro dell’esito della spedizione, le cui conseguenze erano ancora tutte da scrivere. (Cardini p. 85-86)

E non è la sola carneficina di questa spedizione! Anche dalle fonti avverse ai cristiani, si fa spazio nella narrazione alle atrocità che costoro avevano commesso nel corso della loro invasione. Questa si prefiggeva di liberare la Terrasanta per dare libero spazio alla devozione religiosa e alla pietà, che si riteneva impedita da chi era giudicato infedele, e soprattutto persecutore della croce e dei cristiani che la veneravano; eppure non si aveva pietà di nessuno neppure di donne e bambini. C’è un episodio terribile non solo per il numero delle vittime (eppure viene riconosciuto come gonfiato da chi ne ha fatto la cronaca), ma anche per le modalità dell’eccidio che rivela l’animo brutale e animalesco a cui spesso si giunge in modo del tutto ingiustificato, visto che non c’era stato un episodio precedente che avrebbe potuto suscitare, non la legge del taglione, ma, in questo caso, la vendetta più atroce. Se non sono mancate le efferatezze nel campo musulmano, è veramente molto grave che questo si verifichi nel campo cristiano, dove l’impresa veniva propagandata con il grido: “Dio lo vuole!”. Qui si tratta di una località in territorio siriano nelle vicinanze di Antiochia, laddove i cristiani per la prima volta, come si scrive negli Atti, erano stati chiamati con questo nome. Qui l’armata che era in cammino verso Gerusalemme si rende colpevole di atrocità inenarrabili…

Giunge la sera dell’11 dicembre (1098). Era molto buio e i franchi (così vengono definiti i cristiani nel mondo arabo di questo periodo) non osavano ancora penetrare nella città. I notabili di Ma’arra parlamentarono con Beomondo, nuovo signore di Antiochia, che si trovava a capo degli assedianti. Il capo dei franchi promise agli abitanti di lasciar loro salva la vita se avessero cessato di combattere e si fossero ritirati abbandonando certi edifici. Fidandosi della sua parola, le famiglie si radunarono nella loro case e nella cantine della città e, per tutta la notte, aspettarono tremando di paura. All’alba arrivarono i franchi: fu una carneficina. “Per tre giorni passarono a fil di spada, uccidendo più di centomila persone e facendo molti prigionieri”. Le cifre riportate da Ibn al-Athir sono naturalmente frutto dell’immaginazione dell’autore, in quanto la popola-zione della città alla vigilia della sua caduta non raggiungeva probabilmente i diecimila abitanti. Ma l’orrore non stata tanto nel numero delle vittime quanto nella sorte quasi inimmaginabile che era stata loro riservata.

A Ma’arra, “i nostri” facevano bollire i pagani adulti nelle marmitte, infilavano i bambini ne-gli spiedi e li divoravano dopo averli arrostiti”. Questa confessione del cronista franco Raoul de Caen non sarebbe stata letta dagli abitanti delle località vicine a Ma’arra, ma sino all’ultimo giorno di vita essi avrebbero ricordato ciò che ave-vano visto e udito. Poiché il ricordo di queste atrocità, diffuso dai poeti locali come anche dalla tradizione orale, avrebbero scolpito nelle menti un’immagine dei franchi difficile da cancellare. Lo storico Usama ibn Munqidh, nato nella città vicina di Shaizar tre anni prima di questi avvenimenti, avrebbe scritto un giorno: “Tutti coloro che hanno conosciuto i franchi hanno visto in essi delle bestie con un coraggio e un ardore nel combattimento decisamente superiori, ma niente di più: infatti, come gli animali erano superiori in forza e aggressività”. Un giudizio privo di compiacenza, che ben riassume l’impressione provocata dai franchi al loro arrivo in Siria: un misto di timore e di disprezzo, molto comprensibile dalla nazione araba, piuttosto superiore per cultura, ma che aveva perso ogni spirito di combattività. Mai i turchi dimenticheranno il cannibalismo degli occidentali. Attraverso tutta la letteratura epica, i franchi saranno inevitabilmente descritti come degli antropofagi. (Maalouf, p. 87-89)

LA DELUSIONE DEL MONDO ARABO

Non bastano però le stragi terrificanti dei villaggi arabi a spiegare la loro debolezza di fronte alle ondate di pellegrini crociati, carichi emotivamente e divenuti fanatici nel perseguire la loro impresa. In effetti stupisce non poco che l’impresa sia riuscita a questi ammassi di persone che cercavano l’avventura, e che solo nella componente militare potevano rivelare l’organizzazione necessaria per arrivare ad un esito positivo. I musulmani non sono in grado di far fronte, nonostante il passato glorioso sia nella prima espansione araba sia nella più recente invasione turca. Da una parte sembra che sulla base del fatto che la sorte era arrisa a loro in precedenza, essi potevano illudersi di farcela ancora; ma evidentemente non avevano preso in considerazione che anche nel mondo occidentale c’era stato un risveglio che consentiva di far fronte ai nemici con tecniche e mezzi nuovi: i “Franchi” avevano vissuto nel corso del secolo X invasioni di popolazioni, diverse dalle precedenti, e indubbiamente meglio dotate, come gli Ungari, i Vichinghi e i Normanni; le loro capacità richiedevano nuovi assetti e nuovi sistemi di difesa e di offesa. Le fonti storiche di parte araba tuttavia mettono in risalto che la disfatta è dovuta alla divisione interna del proprio mondo, certamente anche perché tra arabi e turchi non potevano esserci né affinità né rapporti di intesa.

Anzi, il mondo turco giudicava gli arabi come imbelli e soprattutto non inflessibili a proposito della religione islamica, che essi avevano il dovere di difendere e di diffondere.

All’inizio del IX secolo … il califfato (di Baghdad) era lo stato più ricco e più potente della terra e la sua capitale il centro della civiltà più avanzata. La città aveva mille medici diplomati, un grande ospedale gratuito, un servizio postale regolare, parecchie banche di cui alcune con succursali in Cina, un’eccellente rete idrica, fognature a sfogo diretto, nonché una cartiera. Gli occidentali, che utilizzavano allora ancora la pergamena, al loro arrivo in Oriente appresero in Siria l’arte di fabbricare la carta usando la paglia di grano. Ma in quella sanguinosa estate del 1099, quando al-Harawi venne ad annunciare ad al-Mustazhir la caduta di Gerusalemme, questo periodo aureo era da tempo tramontato. Harun era morto nell’809. Un quarto di secolo più tardi, i suoi successori avevano perduto ogni potere reale, Baghdad era semidistrutta e l’impero si era dissolto. Non resta altro che il mito di un’era di unità, grandezza e prosperità che ossessionerà per sempre i sogni degli arabi. È vero che gli abbasidi avrebbero regnato ancora, per quattro secoli. Ma essi non avrebbero più governato. Non sarebbero stati altro che ostaggi nelle mani dei loro soldati turchi o persiani, capaci di eleggere e deporre i sovrani secondo la propria volontà, ricorrendo spesso all’assassinio. Ed era per sfuggire a tale sorte che la maggior parte dei califfi aveva rinunciato a ogni attività politica. Rinchiusi nei loro harem, si abbandonavano ormai esclusivamente ai piaceri dell’esistenza, coltivando la musica o la poesia, collezionando belle schiave profumate. (…) (Maalouf, p. 114)

Tutto questo in un periodo in cui gli invasori occidentali consolidavano la loro presenza nei territori conquistati. “I sultani non andavano d’accordo tra di loro – afferma Ibn al-Athir in una nota ironica –: è questa la ragione che permise ai franchi di conquistare il paese”. (Maalouf, p. 117)

LA NASCITA DEL REGNO LATINO

Ciò che segue alla conquista della città santa, che era l’obiettivo principale dell’impresa, è la necessità di strutturare secondo gli schemi dei governi occidentali il territorio occupato e gestito da coloro che avevano curato le operazioni militari. Sulla base del fatto che è stato il Papa ad organizzare la spedizione e a volere la liberazione della Terrasanta dal dominio musulmano, arabo o turco che fosse, si pensava che dovesse lui intervenire per assumersi una simile responsabilità.

Ma Urbano II era morto senza aver saputo la bella notizia, e il papa Pasquale II, suo successore, aveva demandato la faccenda al legato pontificio, Daimberto (o Dagoberto), arcivescovo di Pisa, che proprio dai Pisani era stato accompagnato in Palestina, dove divenne Patriarca latino di Gerusalemme. Sembrava che in tal modo la Chiesa Cattolica assumesse la responsabilità non solo di garantire il culto nei Luoghi Santi, ma anche di controllare la vita pubblica, dove i capi armati non volevano, o facevano finta di non volere, il diretto controllo del territorio. Qualcuno manifestava il suo spirito religioso, affermando che il solo re possibile della città santa fosse Gesù Cristo stesso, nel cui nome era stata condotta la crociata. Eppure inizialmente l’impresa sembrava avesse la direzione dell’Imperatore bizantino, il quale aveva chiesto l’aiuto degli occidentali, nella convinzione che quella parte di territorio fosse di sua competenza, perché così era sempre stato prima che arrivassero gli Arabi e poi i Turchi. Egli aveva preteso il giuramento in tal senso, ma non poteva certo aspettarsi che l’impresa condotta da soldati occidentali fosse a favore di un Impero orientale ormai decisamente in declino. Se poi tra le fila dell’esercito e in posizione di comando c’erano anche dei normanni, ormai in possesso dell’Italia meridionale, avendone scacciati i bizantini, non ci potevano essere dubbi circa la volontà per essi di restare, nella prospettiva di controllare le rotte del Mediterraneo. La conquista della città santa aveva indotto molti a rientrare in Europa con la prospettiva di essere riconosciuti come eroi con la fama di santità per la giusta causa che li aveva incitati all’impresa. Ora si trattava di consolidare l’occupazione e di creare una infrastruttura di governo che permettesse di avere da parte dell’Occidente un avamposto in quell’area geografica. Se la prima predicazione aveva fatto il miracolo di mettere insieme un esercito che, infervorato, avesse la forza per vincere nell’impresa, ora era necessaria un’altra predicazione per continuare ad avere soldati in grado di difendere il Santo Sepolcro. Di qui la necessità di altre spedizioni, ma anche di una struttura che consolidasse l’occupazione fatta.

Uno dei contingenti maggiori dei nuovi crociati proveniva dalla Lombardia ed era guidato dall’arcivescovo di Milano. (E’ Anselmo IV da Bovisio, arcivescovo dal 1097 al 1101, quando muore a Costantinopoli). Partì nell’autunno del 1100, attraversò l’Impero bizantino e passò in Asia da Costantinopoli. L’esercito burgundo di Stefano di Blois e Raimondo di Tolosa lo aspettava a Nicomedia. I crociati lombardi avevano saputo della recente cattura di Boemondo ed erano ansiosi di liberare l’eroe della Prima Crociata. Già esperti, Stefano e Raimondo erano contrari a una marcia in Anatolia settentrionale, ma i lombardi non li ascoltarono.

Verso la metà di luglio 1101 affrontarono la battaglia campale con un composito esercito turco: i cristiani ebbero nettamente la peggio e pochi furono i loro sopravvissuti, tra cui Stefano, Raimondo e l’arcivescovo di Milano. Peraltro, a nessun altro esercito crociato arrise il successo: furono tutti fermati in Asia Minore prima di giungere ad Antiochia. Di fronte al fiasco di queste spedizioni, le più imponenti lanciate fino ad allora dagli europei, lo splendido successo della Prima crociata appariva ancor più miracoloso. (Madden, p.70-71)

Comporre un unico esercito, organizzarlo e guidarlo per una strategia ed una tattica comune non è stata un’impresa facile e, se si considerano i parziali risultati acquisiti lungo il cammino di avvicinamento alla Palestina, non sembrava affatto che potesse raccogliere un risultato soddisfacente. Invece lo scopo di “liberare” la città santa fu raggiunto. Ora si trattava di conservare la conquista e di organizzare una nuova realtà che non appariva predisposta, forse anche perché non si aveva la chiara percezione di potercela fare. E comunque esisteva il convincimento che la conquista fosse da lasciare in mano al Papa e alla Chiesa, non solo per la gestione delle cose religiose. L’imperatore bizantino sperava di poter recuperare i territori perduti con l’avanzata turca, ma di fatto il suo contributo alla guerra non si era fatto vedere. Si faticava inoltre a trovare un responsabile che gestisse insieme con la fase iniziale anche il successivo governo di controllo per un’area che stava nel Medio Oriente e che tuttavia per questa impresa veniva annessa al mondo occidentale. Se a distanza breve si succedono altre crociate vuol dire che la vittoriosa esperienza di Goffredo da Buglione viene avvertita come un vicenda gloriosa da esaltare come un mito, come succede in occasione della pubblicazione del capolavoro di Torquato Tasso. In quest’opera è evidente l’esaltazione di quell’evento storico, anche se esso appare lontano e ormai mitizzato. Essa serviva a dare ancor più valore alla recente impresa della vittoria avuta a Lepanto sui Turchi il 7 ottobre 1571: in un contesto che era stato vissuto come un incubo si riconosceva che veniva perpetuata la grande impresa del grande condottiero Goffredo da Buglione, che pur non aveva avuto grande rilievo nell’assedio e nella conclusione vittoriosa, e anche successivamente non aveva avuto posto nella gestione del potere raggiunto, anche perché morì già l’anno seguente. Eppure egli gode anche nella visione storica un rilievo che non gli compete affatto: semmai è la rappresentazione della debolezza e dell’incertezza circa le prospettive future a cui non sa dare adeguate risposte e che non poté neppur dare, essendo uscito di scena con la morte, ancora quarantenne.

STATUA BRONZEA DI GOFFREDO DA BUGLIONE

nella Hofkirche di Innsbruck

Dopo il riuscito assedio di Gerusalemme nel 1099, Goffredo divenne il primo sovrano del nuovo Stato crociato, il Regno di Gerusalemme; rifiutò tuttavia il titolo di Re, perché credeva che il vero Re di Gerusalemme dovesse essere il Cristo; preferisce invece il titolo di “Difensore del Santo Sepolcro”. La tradizione ha creato l’alone di una figura leggendaria e così viene conosciuto a livello popolare: Dante lo inserisce tra gli spiriti guerrieri e i giusti nel cielo di Marte del canto XVIII del Paradiso, e Torquato Tasso ne fece il protagonista del suo capolavoro. Goffredo il 15 luglio 1099 fu tra i primi a entrare coi suoi Lotaringi nella città santa dove era in corso un massacro generale di musulmani e di ebrei, secondo i canoni d’assedio vigenti nell’epoca. I cronisti riportano alcune note del suo carattere: coraggioso e valoroso, ma anche ripiegato su se stesso, tormentato, talvolta indeciso, forse ammalato nel fisico. Questa sua debolezza convinse gli altri protagonisti della crociata ad affidargli la corona regale, non trovano in questo alcun ostacolo: si cercava infatti un personaggio non di spicco e Goffredo sembrò il candidato ideale, tanto che quando venne incoronato il 22 luglio, egli decise di prendersi il titolo di “Advocatus (protettore laico) Sancti Sepulchri”. Questo attributo era tipico di chi reggeva beni ecclesiastici, per cui sottintendeva che la Terrasanta appartenesse alla Sede Apostolica. (da Wikipedia)

I LUOGHI SANTI

La prima preoccupazione dopo l’insperata vittoria è quella di rendere accessibili i Luoghi Santi: erano stati liberati per garantire ai pellegrini la visita con le relative devozioni: il sopraggiungere dei Turchi aveva reso praticamente impossibile la loro presenza, sia perché li tenevano lontani o addirittura li sottoponevano ad angherie e non infrequentemente succedevano anche massacri, in presenza di tensioni con i locali e per garantire alla gente del posto l’ordine pubblico. Proprio questa presenza ostile, non del tutto scongiurata, obbligava i pellegrini ad essere in continuazione anche armati, pronti a difendersi da altri attacchi. Gli occidentali ritenevano assolutamente inadeguati i bizantini a presidiare con le loro forze questi luoghi. Ecco la necessità di un Regno latino, assolutamente autonomo, ma tutto da costruire, con le sue strutture di edifici e di istituzioni pubbliche, che di fatto riflettono gli schemi del mondo occidentale. Nasce così un’isola di mondo europeo dentro la cornice di un territorio che è asiatico, anche per gli eredi dell’Impero romano della parte orientale. Ovviamente la cura dei luoghi sacri veniva affidata ad uomini di Chiesa, come insisteva a dire e a operare Daimberto di Pisa.

Un obiettivo primario era quello di racchiudere i principali luoghi sacri all’interno di edifici appropriati. Una caratteristica di Gerusalemme era la precisa localizzazione degli eventi riportati nelle Scritture … Molti di questi luoghi erano stati individuati da tempo, ma alcuni erano una mera invenzione … La localizzazione tuttavia era essenziale, perché solo in un luogo identificabile, che irradiava potere e su cui vegliavano i santi, le preghiere dei pellegrini sarebbero state veramente efficaci. All’arrivo dei crociati, la maggior parte dei luoghi santi era in condizioni disastrose. Alcuni erano in rovina e altri dovevano essere ricostruiti o quanto meno restaurati … A Gerusalemme giungeva un numero sempre crescente di pellegrini che desideravano rendere omaggio alle reliquie di Cristo e di altri santi in luoghi ben precisi e si aspettavano che alle loro preghiere si aggiungessero quelle dei religiosi che risiedevano in quel sito, sperando di trovare un ambiente sensibile alla loro devozione … (Riley-Smith, p. 106-107)

Indubbiamente la permanenza per diversi anni di un potere latino sulla città consentì la revisione dei Luoghi Santi e la costruzione di edifici adeguati per le diverse celebrazioni e per i numerosi pellegrini. Come succede oggi, già allora, pur con risorse insufficienti, sia sotto il profilo finanziario, sia sotto quello archeologico, non si mancava di avviare studi e ricerche per far corrispondere i luoghi con ciò che si trova scritto nella Bibbia.

L’edificio più importante è il cosiddetto Santo Sepolcro che teneva insieme i luoghi santi della Passione di Cristo per custodire meglio il pellegrino nel suo percorso su ciò che risultava essere la “somma” della Via Crucis, una delle celebrazioni più popolari ancora oggi vissute lì, culminando all’interno dell’edificio dove si trovano i luoghi della crocifissione, della sepoltura e della risurrezione.

Naturalmente, la più importante di tutte era la chiesa del Santo Sepolcro che venne consacrata, prima ancora di essere completata, il 15 luglio 1149, nel cinquantesimo anniversario della liberazione di Gerusalemme. Quando i crociati presero la città, non c’era alcuna chiesa, ma solo un complesso contenente diversi templi distinti raccolti attorno a un cortile aperto, che comprendeva la Tomba, il vicino Calvario e, leggermente più scostate, le rovine della basilica di Costantino, costruita nel punto in cui la madre dell’imperatore avrebbe rinvenuto il legno della Vera Croce nel 320..

(Riley-Smith, p. 111)

LA BASILICA E L’EDICOLA DEL SANTO SEPOLCRO

IN UNA RAFFIGURAZIONE DEL 1149

La chiesa del Santo Sepolcro, a tutti gli effetti, è la migliore illustrazione delle politiche dei coloni in materia di religione. La decisione di coprire l’intero cortile con un unico tetto e di costruire un edificio che unificava gli elementi distinti descritti nei Vangeli comportava la creazione di un unico luogo chiuso nel quale i visitatori potevano muoversi in libertà, con ovvi vantaggi. I pellegrini non sarebbero stati più distratti dall’attraversamento di un cortile aperto per passare da un tempio all’altro. In un luogo chiuso, il raccoglimento (la concentrazione mentale) sarebbe stato mantenuto più facilmente, mentre tutto ciò che poteva contribuire a un ambiente favorevole – l’aroma dell’incenso, il suono delle campane e dei canti – poteva essere controllato. È indicativo che i latini collocassero il coro, dal quale si levavano le intercessioni solenni del rito, al centro della chiesa: a est del Sepolcro, a nord del Calvario, a sud della prigione e a ovest della Grotta della Croce. (Riley-Smith, p. 112)

Il costo del restauro dei luoghi santi deve essere stato elevatissimo, in un momento nel quale in tutti gli insediamenti fervevano le costruzioni. Somme tanto ingenti non potevano essere state raccolte nel solo regno di Gerusalemme, la cui esistenza era sempre sotto minaccia militare, da tasse o imposte derivanti dal traffico dei pellegrini o dalle donazioni dei pellegrini stessi. Sussidi cospicui devono essere giunti da oltremare, per quanto nessun documento ne attesti la partenza o l’arrivo. Ma il risultato doveva sicuramente valere il costo sostenuto. (Riley-Smith, p. 115)

Tutto questo venne affidato alla Chiesa latina, che ancora oggi esprime il suo Patriarca “latino”, a servizio in modo particolare di quanti nel territorio della Palestina (e non solo) seguono il rito romano, ereditato fin dai tempi della conquista in seguito alla prima Crociata, anche perché il Patriarca orientale figurava legato al mondo orientale considerato scismatico dopo la divisione del 1054. La gestione piuttosto autoritaria di Daimberto di Pisa, l‘arrendevolezza di Goffredo crearono una situazione di tensione che si dovette risolvere con la nomina di un altro legato papale e l’azione politica piuttosto risoluta del successore di Goffredo, il fratello Baldovino.

La morte di Goffredo e il fallimento di assicurare la successione di Beomondo indebolirono grandemente la posizione di Daimberto. C’è di più: Papa Pasquale II aveva già designato ora un nuovo legato, Maurizio di Porto, che arrivò a Latakia (porto in Siria)nel settembre del 1100 e s’incontrò con Baldovino, mentre questi era in viaggio verso sud per rivendicare il regno. Baldovino, incoronato re dallo stesso Daimberto il Natale del 1100, non aveva nessuna intenzione di cedere quelli che riteneva i suoi diritti. Quando, in primavera, giunse in Palestina il nuovo legato, il re passò all’offensiva. Accusò Daimberto di vari delitti, compreso quello di aver complottato per assassinarlo dopo la morte di Gofferdo, e architettò la sua sospensione dalla carica di patriarca. Quindi, dopo avergli permesso di riconquistare la sua benevolenza, Baldovino pretese soldi per pagare gli stipendi dei cavalieri.

(Riley-Smith, p. 119)

LO SVILUPPO DEL REGNO LATINO

Senza voler seguire nel dettaglio il cammino storico di questo regno, destinato a crollare, e a non più risuscitare, nel 1187 ad opera del Saladino, è sufficiente ricordare che esso appartiene ai cavalieri che hanno liberato Gerusalemme e ai loro successori, comprendendo con essi quanti costituiscono sul territorio quella aristocrazia che garantisce le conquiste fatte e spesso le accresce anche. Ormai questo nuovo ceto, che proveniva dall’Europa si considera appartenente al mondo orientale, anche se la gestione del potere e l’apparato politico, militare e religioso si uniformano agli schemi in uso nell’Occidente. Si creano però parentele con le famiglie nobili locali e tutto questo sembra destinato a creare una società multietnica. Sotto il profilo economico, il regno viene sfruttato soprattutto mediante gli interventi commerciali delle repubbliche marinare, con particolare riferimento in questi anni a Pisa e a Venezia, che forniscono la flotta per la logistica militare, ma anche per la conquista e la tenuta delle località portuali sul Mediterraneo, essenziali alle navi pisane e veneziane che lì potevano trovare materie provenienti dai mercanti indiani e nello stesso tempo potevano lasciare in cambio i propri prodotti. Di fatto le località costiere, se non quelle della sola Palestina, non erano gestite da funzionari del regno di Gerusalemme; più a nord si erano formati principati e contee secondo lo schema di tipo feudale, che avevano buoni rapporti con il Regno latino, conservando comunque la propria autonomia.

Il regno era retto essenzialmente dall’aristocrazia crociata che presto si era imparentata con famiglie nobili locali di stirpe siriaco-cristiana e armena. Le nuove generazioni di sudditi cominciarono a sentirsi più nativi che immigrati, e ragionavano e si comportavano ormai come orientali. Spesso imparavano il greco, l’arabo e altre lingue, e sposavano donne greche o armene. Come scriveva lo storico Fulcherio di Chartres, “coloro che prima erano occidentali ora sono diventati orientali”. Il regno aveva una struttura di tipo feudale come gli Stati europei contemporanei, ma con alcune differenze. Prima di tutto si estendeva su una piccola superficie, con poca terra coltivabile; fin dai tempi antichi l’area aveva un’economia urbana, a differenza dell’Europa medioevale e la nobiltà, nonostante possedesse le terre, preferiva risiedere a Gerusalemme o in altre città. Come in Europa, i nobili avevano loro vassalli, e loro stessi erano sottoposti al re. Ma la distribuzione della produzione agricola era regolata dall’equivalente musulmano del sistema feudale, che non era stato modificato dai crociati.

I musulmani, come anche gli ebrei e gli ortodossi, continuarono la loro vita nelle campagne esattamente come prima. Il rais, a capo della comunità, era in pratica un subordinato del proprietario della terra su cui si trovava ma, data la frequente assenza dei nobili cristiani, godevano di una certa autonomia. Essi si occupavano della coltivazione e ne consegnavano i prodotti ai crociati come facevano i servi della gleba europei, ma non avevano obblighi militari. Anche le repubbliche marinare italiane, nonostante occupassero parte delle città portuali, non avevano obblighi di questo tipo. L’esercito del regno rimase così sempre ridotto, composto quasi esclusivamente col contributo delle famiglie di origine franca. Inoltre avevano un notevole peso le città marinare italiane, su cui si imperniavano i commerci, grazie alle agevolazioni concesse in cambio degli aiuti militari, che permisero la fondazione di vere e proprie colonie commerciali. La composizione urbana dell’area, unita alla presenza dei mercanti italiani, favorì lo sviluppo di un’economia molto più commerciale che agricola.

(da Wikipedia).

CONCLUSIONE

Quali conseguenze si ebbero a proposito di questi eventi? Il fenomeno va inquadrato nel contesto delle questioni aperte nel secolo XI: il mondo era in rapido cambiamento sotto l’ondata di una demografia in crescita e di un’attività lavorativa diversa rispetto al passato, che comportava un commercio più esteso con un arricchimento notevole. La carica spirituale, promossa da nuove congregazioni religiose, tutte ispirate ai benedettini, pur con accenti nuovi e differenti, spingeva ad un rinnovamento che rendesse possibile anche un vivere migliore. Essa comportava, più che una fuga dal mondo come era stato in precedenza, una nuova immersione nel mondo per cambiarlo in chiave spirituale: i monasteri non sono più sui monti, ma accanto alla vita quotidiana della gente, con l’intento di dare un nuovo assetto geofisico all’ambiente. I monasteri dovevano servire ad una spiritualità più viva della gente, ma anche ad un serio e reale rinnovamento della Chiesa nelle sue componenti gerarchiche. L’istituzione “Chiesa” doveva rivelare una radicale conversione e nello stesso tempo una più appassionata comunicazione della religione stessa. Il movimento ha richiesto tutto il secolo ed ha coinvolto tutta l’Europa; sembrava naturale che si dove andare oltre: S. Bernardo diventerà il fautore della seconda Crociata che era per lui una naturale lotta contro il male e il Maligno, per costruire il Regno di Dio. Così, in mano ai religiosi, che volevano il rinnovamento in ogni campo la crociata appariva come il segno evidente che era stato accolto il programma di vita proposto per una Chiesa più fedele a Cristo e una società incamminata a crescere. Con la prima forse non era ancora così chiara questa finalità; ma l’esito positivo incoraggiava a proseguire nel programma. Va riconosciuto che muovendosi dopo tanto tempo verso l’oriente l’Europa esce dalla sua autoreferenzialità che la rinchiudeva nella sua parte germanica e centrale, per ritrovarsi in linea anche con la sua derivazione dal mondo latino e mediterraneo. Lo slancio messo in moto è servito a porre il problema dell’apertura al Mediterraeo orientale e oltre. Si conserva poi lo scopo di raggiungere e di tenere i Luoghi santi, ma dopo neppure un secolo la cosa non sarà più possibile, certamente non nella linea dello scontro militare. Almeno con il mondo arabo si aprirà una fase di intesa e di collaborazione che lascia traccia indelebile anche nell’ambito culturale e scientifico, mentre continua la paura e la contrapposizione con il mondo turco, soprattutto quando questo si risveglia e diventa sempre più preoccupante la sua avanzata che avviene con le armi.

Il fatto di aver vinto – e non sarà più così – fa pensare ad una superiorità di mezzi e di impostazione del vivere, che tuttavia alla prova dei fatti non convince. Trattandosi di un fatto di natura religiosa perché la guerra è fatta per la croce e con la croce, si pensa che sia necessaria quella forma enfatica che fa ricorso nella narrazione all’epos. A noi arrivano narrazioni che sublimano gli eventi e che portano alla forma epica del raccontare, come se si trattasse di un fatto a sé stante e non di un fenomeno storico da inquadrare nel contesto del periodo. Anche oggi si dovrebbe meglio ripercorrere ciò che è successo, perché in uno scontro di civiltà come si è insinuato nella narrazione dei fenomeni recenti, si rischia di andare oltre e di creare situazioni incontrollabili, sempre più ammantate di motivazioni religiose che del resto non fanno neppure bene alla religione stessa e non l’aiutano ad essere secondo la sua profonda natura a servizio delle relazioni, mentre diventa efficace fenomeno di scontro senza riguardi, senza limiti, senza alcuna razionalità.

BIBLIOGRAFIA

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STORIA DELLE CROCIATE

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LE CROCIATE – UNA STORIA NUOVA

Lindau – 1995

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Franco Cardini – Antonio Musarra

IL GRANDE RACCONTO DELLE CROCIATE

Il Mulino – 2019

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Amin Maalouf

LE CROCIATE VISTE DAGLI ARABI

La nave di Teseo – 2020

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Alessandro Barbero

BENEDETTE GUERRE – Crociate e jihad

Laterza – 2023

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