LA LIBERAZIONE DEL SANTO SEPOLCRO

Canto l’arme pietose, e ’l Capitano
Che ’l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò col senno e con la mano;
Molto soffrì nel glorioso acquisto:
E invan l’Inferno a lui s’oppose; e invano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto:
Chè ’l Ciel gli diè favore, e sotto ai santi
Segni ridusse i suoi compagni erranti.

(Torquato Tasso – GERUSALEMME LIBERATA, canto 1)

1

INTRODUZIONE

Ci sono alcuni aspetti delle Crociate che non vanno sottovalutati, per comprendere meglio il fenomeno; essi emergono in modo particolare in occasione della prima, che risulta la sola vittoriosa, perché raggiunge l’obiettivo non solo di liberare i luoghi santi dalla presenza musulmana, ma di con-sentire che la presenza occidentale si prolunghi per anni, con l’illusione che tale acquisto potesse risultare duraturo e irreversibile. Era tale l’esaltazione per una simile impresa e vi era un tale fanatismo nel perseguire l’obiettivo, che forse non ci si rendeva neppur conto delle reali condizioni in cui l’impresa veniva assunta e gestita. Essa presentava tali e tanti motivi derivati da un certo fervore di natura religiosa, e perciò non si potevano valutare appieno le ragioni politiche ed economiche dell’impresa stessa. Eppure questo ideale si conserva e si riaccende in diversi periodi storici, come se mai si potesse trascurare l’obiettivo, di alto profilo, che esisteva in tale fenomeno, senza riuscire a dare ad esso la sua vera dimensione. Si deve rilevare che la prima spedizione, quella caratterizzata da una massa fanatica, agitata dalla predicazione religiosa, e la seconda, altrettanto caricata dall’entusiasmo, ma senza una specifica organizzazione, forse per questo spirito di avventura raggiunsero quanto si erano prefissate. Di fatto venivano a mancare coloro che risultavano indispensabili per una impresa di natura militare, che deve essere associata anche a ben chiari motivi politici, come potevano essere uomini in armi legati alle nuove autorità emergenti nel panorama politico. Di fatto l’Imperatore, colui che aveva cercato fin dai tempi dei Carolingi di rappresentare il nuovo mondo medievale che amalgama le popolazioni barbariche con il grande ideale della romanità classica, ne era escluso, perché non voleva partecipare ad un’impresa voluta energicamente dal Papa; quest’ultimo cerca così di accamparsi come colui che sarebbe dovuto essere superiore ad ogni altra potestà. Ma anche i feudatari più in alto nel sistema medievale imperiale non ne riconoscono la necessità, se non ad impresa ultimata. La prima crociata non è affatto organizzata a livello politico da coloro che erano le autorità riconosciute, come potevano essere i re e i signori territoriali. In quanto fenomeno di fanatismo accorrevano coloro che avrebbero potuto acquisire un nuovo spazio, conquistando territori, sui quali fosse loro possibile esercitare una autorità, che invece non appariva a loro aprirsi sul “vecchio” continente, quello del centro Europa. Leggi tutto “LA LIBERAZIONE DEL SANTO SEPOLCRO”

LE CROCIATE

Il fenomeno definito delle crociate nei libri scolastici viene circoscritto al periodo che va dalla fine dell’XI secolo alla seconda metà del secolo XIII, contando di fatto sette spedizioni, tese propriamente alla conquista e alla liberazione di Gerusalemme. Si ha pure di mira la realizzazione di un regno locale cristiano, gestito da occidentali in aperta antitesi con il dominio bizantino, che vede sempre più ridotto il suo campo di azione e di influenza, considerato come eredità della Roma imperiale. Il fenomeno è tuttavia molto più complesso ed ampio rispetto a quello circoscritto ai tentativi messi in atto di liberare il Santo Sepolcro. Esso poi viene considerato come un rapporto conflittuale, mai sopito, neppure quando le armi propriamente tacciono e gli eserciti non si scontrano in campo aperto, tra il mondo occidentale e il mondo mussulmano. Questo è considerato ben oltre quello arabo, con cui noi dovremmo intendere le tribù della penisola arabica. Le crociate per la Terra Santa riguardano la Palestina e di fatto gli islamici di quell’area geografica, dove gli Arabi nella loro conquista, dopo la morte di Maometto (632), si sono insediati. In quel periodo, ma non solo, i mussulmani sono già divisi sia sotto il profilo religioso, sia sotto quello politico, anche se nella grande area mediorientale e nordafricana, come pure nella penisola iberica, si trovavano diverse popolazioni e diversi regni accomunati dalla medesima fede islamica. Così le crociate, indirizzate alla Palestina, a volte prendono anche altre strade, per recuperare i territori caduti sotto il dominio islamico che veniva avvertito come un pericolo, in quanto si prefiggeva, con la conquista territoriale, anche la conversione, più o meno forzata, alla religione maomettana. Il confronto con la jihad, interpretata come guerra santa, come azione militare di conquista delle terre occupate dagli infedeli, induce in Occidente a considerare come unica modalità possibile di riconquista quella di far fronte al nemico con le armi e quindi con la guerra, sempre conservata, anche quando le ostilità non sono dichiarate. Poi, però, il concetto di crociata, e l’azione che ne segue, viene usata anche per altre imprese di carattere militare e cioè contro i nemici dichiarati della Chiesa e anche della cosiddetta “Res publica christiana”, come si definiva allora l’Impero: chi contrastava le due massime autorità che volevano rappresentare l’unità del mondo europeo, costruito sull’ideale della “romanità” e sull’ideale cristiano, era da considerarsi estraneo o eretico e come tale andava contrastato non mediante la persuasione e il convincimento, ma solo mediante la guerra o la condanna capitale, con cui il bubbone pestifero veniva scalzato, perché non inquinasse ulteriormente. Leggi tutto “LE CROCIATE”

LA RINASCITA BENEDETTINA

INTRODUZIONE

Il fervore della rinascita, che si avverte dopo il 1000 un po’ ovunque in Europa, è presente in tutti gli ambiti, ma si sviluppa in modo particolare a partire dai monasteri, che già da secoli hanno consolidato la loro presenza e allargato il loro raggio d’azione. Essi si pongono sul territorio come luoghi di spiritualità e di cultura, e più ancora come spazi di lavoro e di aggregazione, aprendo le porte anche a coloro che S. Benedetto definisce “principianti” e che danno origine al fenomeno dei “conversi”, cioè di coloro che vivono dentro o accanto al monastero anche se non emettono i voti e quindi non hanno l’obbligo della preghiera comune. Spesso questi spazi inclusivi possono creare anche difficoltà alla vita di chi fatica a trovare il giusto equilibrio: i monaci, soprattutto coloro che auspicano una stretta osservanza della regola e sono desiderosi di una vita religiosa caratterizzata dal silenzio e dalla preghiera, cercano spazi nuovi e nuove forme di vita. Lo sviluppo del sistema di Cluny, che si era ramificato in tutta Europa con centri piccoli o grandi di vita monastica, era stato usato per la riforma della Chiesa, quella che dal recupero di una spiritualità più viva, cercava anche la “libertà” della Chiesa stessa e degli uomini di Chiesa dalle occupazioni di natura politica ed economica. Il sistema era prosperato finché il Papato ebbe bisogno di un simile apparato; il declino, a riforma non ancora completata, lasciava spazio per la ricerca di altri sistemi monastici. Tutti si rifanno alla regola benedettina e nello stesso tempo esprimono esigenze nuove e una visione della riforma che non si limita agli aspetti esteriori e a quelli della vita attiva o lavorativa, ma si impegnano per una contemplazione più radicata e più rigorosa. Così nascono nuove realtà religiose, destinate però a cambiare anche altri aspetti della vita: anche questi si rifanno a Benedetto, e nello stesso tempo sottolineano nuove esigenze e quindi rispondono in maniera adeguata alle necessità anche in campo civile. Queste nuove abbazie non danno origine al fenomeno unico di Cluny e quindi, anche ad avere qua e là abbazie “sorelle”, non creano più vaste ramificazioni, come succede per Cluny. Semmai si creano altri centri che progressivamente si sentono autonomi, con gli stessi fondatori che spesso escono dalla propria abbazia per andare altrove e realizzare un monastero sempre più confacente con gli ideali più rigorosi della vita monastica. Così andando di pari passo e anche oltre il fenomeno di Cluny, dove gli abati locali sono personaggi di rilievo, si creano nuove realtà, nate per questa esigenza di natura religiosa e poi sviluppate per dare una risposta alle esigenze del territorio in cui le abbazie si trovano. Leggi tutto “LA RINASCITA BENEDETTINA”

Le invasioni attorno al Mille e la rinascita delle città

INTRODUZIONE: IL MEDIOEVO

Siamo cresciuti in una scuola dove erano rigide le periodizzazioni storiche: a partire da un evento traumatico la data stabiliva quando finiva un certo mondo e ne nasceva un altro. La suddivisione era indubbiamente utile a catalogare i diversi momenti che si succedono senza una particolare soluzione di continuità, ma chi viveva in quel contesto neppure si rendeva conto di un passaggio così netto. Nella rappresentazione delle differenti età si individuava un particolare episodio e una precisa situazione per dire che il mondo cambiava aspetto, anche se ci voleva molto tempo perché ci si rendesse conto di essere in presenza di un episodio da considerare importante e decisivo per il passaggio da un’epoca all’altra. Poi ogni periodo assume un nome che dovrebbe servire a qualificarlo nella successione dei diversi periodi. Ormai noi siamo abituati a pensare al Medioevo, come ad una età particolare che, in base alla datazione tradizionale vogliamo racchiudere tra la caduta dell’impero romano, con la deposizione dell’ultimo Imperatore, avvenuta nel 476, e la data dell’approdo di Colombo sulle coste americane il 12 ottobre 1492. Questa età si snoda per un millennio circa, fino a quando si avverte che la “scoperta” del Nuovo Mondo, poi definito America, apre nuove prospettive e nuove impostazioni. Oggi questa suddivisione non convince più gli storici di questo periodo, e si fanno avanti altre datazioni, non da tutti condivise, perché ciascuno valuta un particolare episodio come il segnale della fine di un’epoca ben caratterizzata da certi fenomeni, quali le invasioni barbariche e la fusione tra la cultura romana e quella germanica, grazie alla mediazione della Chiesa. Anche la denominazione di Medioevo, appare riduttiva o comunque non sufficientemente qualificante questa età molto complessa. Chi ha introdotto questo termine – e lo ha fatto con un certa presa di distanza che ne dà una configurazione negativa – vede questo periodo contrapposto a quello precedente e più ancora a quello seguente, come se ci fosse uno “iato” tra due tempi ritenuti “classici” e quindi molto positivi, perché all’insegna di una luminosità indiscutibile. L’età di mezzo, come di fatto si qualifica, appare oscura e registra una regressione rispetto a ciò che vi era e a ciò che viene ripreso successivamente. Così la parola, usata per definire questo lungo millennio, ha una connotazione negativa che fa ritenere quei secoli come segnati da aspetti oscuri e drammatici che la caratterizzano profondamente. Leggi tutto “Le invasioni attorno al Mille e la rinascita delle città”

ACTA MARTYRUM: PRIME TESTIMONIANZE STORICHE: LA PASSIONE DEI MARTIRI SCILLITAN-LA PASSIONE DI PERPETUA E FELICITA

INTRODUZIONE

ACTA, PASSIONES, LEGENDAE

Nella prima letteratura cristiana hanno un certo rilievo i testi che
documentano le persecuzioni nei confronti dei cristiani stessi. Esse si sono
scatenate a più riprese in modo organizzato anche per il furore del popolo o
del principe tempo. Se nel I secolo sono dovute in gran parte alle follie di
imperatori, che governavano ricorrendo alla violenza e alla mattanza di
oppositori, come succede al tempo di Nerone (54-68) e di Domiziano (81-96), poi, in presenza di una sorta di resistenza passiva, che li rendeva, come gli Ebrei, irriducibili al potere costituito, i cristiani sono stati ricercati e
condannati. Anche nel II secolo, sotto gli Antonini, o imperatori adottivi,
venivano accusati e puniti perché refrattari alla cultura dominante. Quando il fenomeno persecutorio diventa un sistema che dilaga nell’impero, se ne parla non solo nei testi degli storici, ma anche nei documenti del tribunale che affronta la questione. E di qui passano anche tra le mani dei cristiani.
Nascono così le prime redazioni di resoconti del martirio, soprattutto in
presenza di personaggi che avevano un certo rilievo nella prima Chiesa o nel
territorio dove scoppiavano le persecuzioni. I testi, raccolti e fatti conoscere, sono gli stessi resoconti dei tribunali, sia nel caso che provengano direttamente di lì, magari con la complicità di qualcuno che lavora in tribunale, sia perché il redattore finale lo ricava di lì, essendo presente alla scena. Così i verbali, ridotti all’essenziale, poiché riproducevano le domande degli inquirenti e dei giudici e le risposte dei condannati, diventavano non solo la documentazione storica per il sistema giudiziario romano, ma anche un testo autorevole con cui la comunità cristiana riconosceva e glorificava i suoi eroi.
Quando i cristiani si trovavano a celebrare la memoria dei martiri sulle loro
tombe, leggevano queste composizioni, che in tal modo si aggiungono ai testi biblici; essi poi vengono conclusi con la dossologia, mediante la quale la glorificazione dei caduti per la fede diventa una glorificazione di Dio. In
assenza dei verbali, fioriscono i racconti dei testimoni oculari, o anche di
coloro che sono coinvolti nel martirio e che lasciano come una specie di
testamento, per richiamare, a chi resta, la coraggiosa testimonianza dei
caduti. Simili testi fioriscono in occasione delle persecuzioni che un po’
ovunque si verificano, soprattutto nell’intento di sradicare la “mala pianta”, considerata rovinosa perché mina alla base il sistema di potere.
Leggi tutto “ACTA MARTYRUM: PRIME TESTIMONIANZE STORICHE: LA PASSIONE DEI MARTIRI SCILLITAN-LA PASSIONE DI PERPETUA E FELICITA”

S. Clemente: l’autorità di Roma e la fraternità tra le chiese.

S. Clemente nella chiesa di Santa Sofia a Kiev

PREMESSA:

NELL’EPOCA POSTAPOSTOLICA

E LA SITUAZIONE A CORINTO

Fra gli scritti dei primi anni dopo la redazione dei testi neotestamentari (vangeli e lettere apostoliche), spiccano alcuni, che al loro primo apparire vengono catalogati come testi ispirati, e quindi parte integrante del “canone biblico”. Poi però, anche ad essere sempre ben valutati, e a farvi ricorso nelle circostanze che presentano i medesimi problemi, non dovunque sono inscritti nell’insieme dei libri biblici, e di fatto in poco tempo si troverà estromesso da essi. Uno fra i documenti meglio apprezzati e circondati da stima e onore, è la lettera scritta da Clemente, che è il quarto vescovo di Roma, e che assume un rilievo non indifferente nella Chiesa di allora, grazie a questo scritto. Si tratta di una missiva per i cristiani di Corinto, dove continuavano le divisioni già documentate nella prima lettera di S. Paolo ai cristiani di quella città. Siamo comunque a 40 anni circa dal testo paolino; e quindi le persone a cui Clemente si rivolge sono altre; ma il problema persiste, segno di una comunità segnata da questo male, ben radicato. L’apostolo, fin dalle prime battute della sua lettera tocca l’argomento, rilevando la presenza di “partiti”, cioè di gruppi che facevano riferimento all’appartenenza a qualche figura carismatica. Non sembra che ci siano forme di eresie, e quindi di dottrine varie e contrapposte; prevale invece quel tipo di personalismo che non favorisce affatto la familiarità e la fraternità.

1Corinzi, 1,10-12

Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo, io invece sono di Apollo, io invece di Cefa, e io di Cristo.

Se anni dopo – siamo alla fine del I secolo – il medesimo clima affiora, vuol dire che un simile malessere è radicato: non basta più la lettera di Paolo, che pur si dovrebbe ritenere un intervento autorevole e da considerarsi indiscutibile; occorre che la figura di spicco in quel periodo prenda posizione, aggiornando la lettura della questione. Leggi tutto “S. Clemente: l’autorità di Roma e la fraternità tra le chiese.”

AL SEPOLCRO DI GESÙ.

E FU SEPOLTO

Ancora oggi nella formula di fede, con cui pubblicamente i cristiani esprimono la loro adesione al Signore Gesù, essi dicono di credere a tutto ciò che Gesù ha vissuto nel suo percorso terreno, compresa la conclusione della sua sepoltura, mediante la quale “si mette una pietra sopra”, per dire così che tutto è finito. Ma quel fatto, pur così importante, se ancora viene segnalato nella professione di fede, non è affatto l’ultima parola con cui viene chiusa l’esistenza terrena di Gesù. La sepoltura risulta sola-mente un passaggio che introduce ad un mondo diverso: se Gesù è vis-suto dentro uno spazio preciso, come quello della Palestina, e dentro un periodo storico, come quello dell’Impero di Augusto e di Tiberio, con la morte noi dovremmo considerare chiusa definitivamente la sua esistenza, e così lo spazio è solo quello di una tomba che lo racchiude e il tempo, che continua a procedere, per lui si è fermato. Eppure questa sepoltura non è affatto la parola definitiva per Gesù: la nostra fede ci dice che lui ha superato le barriere della morte, per entrare in un’altra condizione di vita. Fa in modo di essere visto, e alcuni possono raccontare di averlo incontrato, perché lui si è mosso a cercarli. Ma egli vive in una dimensione nuova, se non altro perché lo vedono contemporaneamente in luoghi diversi, perché la sua presenza fisica non risulta spiegabile secondo criteri scientifici, anche se c’è gente che dice di averlo visto vivo, quando in precedenza avevano dovuto costatare che era morto e che era stato sepolto, per quanto la sua tumulazione risulterà essere stata provvisoria. Non lo è stata, perché chi ha fatto questa operazione aveva già in mente l’ipotesi della risurrezione, come un dato sicuro ed incontestabile sulla base di ciò che Gesù aveva anticipato. La ragione della fretta di depositarlo nella tomba derivava dal fatto che non avevano lassi di tempo per una operazione del genere, essendo imminente la festa di Pasqua e il comando rituale del riposo più rigoroso. Comunque nella tomba viene collocato ed era destinato a rimanere, così come erano assolutamente certe le donne di ritrovarlo disteso e pronto per le azioni necessarie a ripulirlo e a comporlo secondo le usanze, ma più ancora secondo le esigenze dell’affetto che le legava a quell’uomo. E se esse conservavano il desiderio di intervenire per lui, questa loro attesa spingeva ad affrettarsi, perché di buon mattino fossero sul posto a continuare la loro opera di devozione. Leggi tutto “AL SEPOLCRO DI GESÙ.”

MARCIA SU ROMA

Benito Mussolini, durante la marcia su Roma, con i quadrumviri:

da sinistra Emilio De Bono, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi.

Il militante in primo piano a sinistra copre la figura di Michele Bianchi.

La foto fu scattata il 30 ottobre

quando Mussolini arrivò a Roma, convocato da Vittorio Emanuele III.

GLI EVENTI

E IL GIUDIZIO STORICO:

UN FATTO EVERSIVO

E COSTITUZIONALE

1

INTERPRETAZIONE DEL FATTO

Questo evento (la marcia su Roma) e questa data (il 28 ottobre 1922) sono ormai entrati nei libri di storia come l’avvio del regime fascista in Italia. Contribuì a questa lettura già lo stesso regime, che nella nuova datazione, obbligatoria sui documenti ufficiali, si faceva partire tutto da lì e naturalmente tendeva a presentare i fatti successi con un alone mitico e, per certi versi, addirittura epico, quasi fosse stato concepito e realizzato un evento grandioso e glorioso, come se fosse stata combattuta una battaglia degna di essere enfatizzata, e di lì derivasse qualcosa di decisivo che segnava una sorta di spartiacque. Il fascismo già esisteva e la sua nascita è da far risalire al 1919, quando a Milano vengono fondati i Fasci di combattimento. Invece il regime, inteso come sistema totalitario, non è propriamente realizzato qui, se il governo presieduto da Mussolini è ancora di coalizione e i partiti hanno pur sempre voce in Parlamento. L’azione, considerata di forza e messa in campo con manipoli di milizie non inquadrate nell’esercito, si rivela di fatto una manifestazione, che poteva diventare eversiva e che in realtà non ha prodotto alcunché. Piuttosto il fatto mediante il quale si può dire che prende avvio la dittatura fascista è il famoso discorso di Mussolini alla Camera del 3 gennaio 1925. Tuttavia già nell’insediamento del suo primo governo le parole usate da Mussolini non lasciano dubbi circa la maniera con cui egli vuole prendere e tenere il potere e di fatto dall’incarico ricevuto nell’ottobre 1922 egli diventa Capo del governo, che poi presiedette fino al Gran Consiglio del 25 luglio 1943. I giudizi storici, che furono – e sono ancora – emessi sugli inizi della dittatura, sono di fatto legati a questo episodio, che fu ingigantito dal regime stesso e che invece deve essere meglio riletto, anche per capire la natura di certi eventi. Il partito, che qui pretende di avere la gestione del governo, nonostante l’esigua rappresentanza in Parlamento, sulla base dei risultati elettorali, proprio per questa sua determinazione, e per i fatti che accompagnano la sua richiesta di avere e di esercitare direttamente il potere, con il ricorso alla violenza, esprime parole e azioni che devono essere considerate di natura eversiva. Lo dimostra mettendo in campo uomini armati che convergono su Roma; nello stesso tempo si deve riconoscere che sia i dirigenti di partito, sia gli affiliati che vengono messi in campo esprimono la volontà di andare contro la legalità. E tuttavia non viene prodotto nulla di anticostituzionale, se di fatto è il re a chiamare Mussolini al governo. Insomma, la lettura da fare circa quanto è successo in quei momenti, non può essere lasciata alla retorica usata dal regime, quando lo diventa; e neppure va considerata a partire dalla retorica opposta che maschera la reale incapacità dei partiti di opposizione di comprendere i fenomeni in corso e di porvi gli argini necessari. Una lettura più attenta di ciò che è successo in quel giorno deve servire a comprendere eventi analoghi, mai identici, che possono generarsi e dare origine a fenomeni sicuramente aberranti. Se davvero questa “marcia”, poi ostentata con la figura possente del capo del fascismo che sta avanti alle sue “truppe di occupazione” – ma questo non avvenne affatto – è da considerarsi l’episodio emblematico della nascita di una dittatura, come il regime voleva e come i partiti d’opposizione hanno pure pensato, allora noi dovremmo vedervi una occupazione di stampo militare che non ci fu.

FU UN COLPO DI STATO? Leggi tutto “MARCIA SU ROMA”

Pasqua 2023: Il Signore è risorto!

CRISTO SIGNORE E’ RISORTO!

Non sta rinchiuso nelle viscere della terra. Vuole raggiungere i suoi.

Si fa vedere ai suoi. Si fa incontrare. Entra nel cuore di ciascuno …

Io l’ho visto! Io l’ho incontrato! Io lo porto con me!

Non è cambiato il quadro del mondo, sempre segnato dal male …

Ma a chi si fa vedere e a chi arriva a vederlo, a incontrarlo, cambia il cuore.

E tu l’hai visto? Tu lo hai incontrato sui tuoi passi? E ti senti cambiato?

Non fa cose prodigiose per convincere. È lui già un prodigio!

La sua “passione” è affascinante, perché lui ci mette e ci rimette …

Qualcuno l’ha davvero visto in giro? E l’ha visto con la passione nel cuore?

Allora ce ne sono altri come lui a portare attorno la passione.

Allora questa sua passione sta diventando il nuovo vivere per tutti.

Veramente è stato visto! Veramente chi l’ha visto si sente più vivo che mai

CRISTO RISORTO E’ ANCORA TRA NOI!

Se ne accorge chi non si lascia sgomentare dal tanto male diffuso …

Lo fa vedere chi invece di lamentarsi si rimbocca le maniche per il bene …

Lo porta con sé chi, credendoci davvero, si fa credibile agli altri …

Lo vive chi non si lascia umiliare e risponde sempre con la passione …

Lo può dire chi ce l’ha dentro e lo sa comunicare come la vera gioia …

Lo testimonia chi, anche a passare dal dolore, ha la speranza di uscirne …

RISORGIAMO ANCHE NOI CON LUI!

HA VINTO E VINCE ANCORA LA MORTE

Questa icona bizantina è la celebrazione della risurrezione con la discesa di Gesù agli Inferi: lì, dopo aver scardinato le porte, che ha sotto i suoi piedi, e che nella voragine aperta rivelano il mondo sotterraneo nel buio più completo, dentro il quale tutti i suoi elementi (chiavi, chiodi, bulloni e cardini …) sono gettati via, il Risorto fa uscire dalle loro tombe i progenitori, Adamo ed Eva, afferrati per i polsi ed elevati a sé con la sua grande energia. Egli è il Risorto immerso nella mandorla divina, simbolo di fertilità e di rinascita, come è l’uovo di Pasqua, e rivestito di un abito luminoso e splendente. Attorno i santi patriarchi e profeti lo indicano come colui nel quale si compiono le promesse divine. Così il mondo può rinascere, come ben si vede nella montagna che sta dietro e che sembra spaccarsi per far uscire il nuovo seme di vita, colui che è davvero, come Vincitore della morte, il Dio della Vita.

IL RISORTO CI PRECEDE

(Omelia di Pasqua di don Primo Mazzolari)

Chi ci rimuoverà la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (Marco 16,3). Così di-cevano Maria Maddalena, la madre di Giacomo, e Salome, mentre la mattina del primo giorno della settimana, molto per tempo, andavano al sepolcro per imbalsamare Gesù. Quando si oscurano in noi le grandi certezze della fe-de e della speranza, i nostri problemi divengono meschini, e banali le nostre preoccupazioni. Guardiamoci intorno, o meglio consultiamo noi stessi. Il vecchio mondo s’inabissa, il nuovo faticosamente emerge da un mare di do-lori e di sangue: e noi quasi non ci facciamo caso … Nessuno e niente fer-merà il crollo: nessuno e niente arresterà la novità che cammina con passo sicuro. È come la Pasqua; è la Pasqua: poiché ogni cosa che muore, come o-gni cosa che incomincia a vivere nella morte, è un aspetto della Pasqua. Nes-suno e niente può fermare la Pasqua: non la paura coagulata dei piccoli uo-mini, non le coalizioni dei più divergenti interessi e dei più contrastanti sen-timenti, non le guardie più o meno prezzolate poste a custodia dei sepolcri della storia. Credo ai terremoti che scuotono le profondità della storia, e agli angeli, che li guidano e che siedono sereni sulle pietre rovesciate dei sepol-cri per gli annunci che fanno paura soltanto agli uomini senza fede. A nessu-na delle tre donne che camminano verso il sepolcro canta in cuore l’Alleluia della grande speranza. L’Alleluia è nato spontaneamente dall’infinita bontà del Signore, che, invece di guardare alla nostra mancata attesa, pone il suo sguardo pietoso sul nostro bisogno di vita. La Pasqua si ripete. Quanti cre-dono veramente al Risorto? Quanti, fra gli stessi che in questi giorni affol-lano le chiese, sentono negli attuali avvenimenti il ritorno del Cristo, come sentiamo nell’aria e nei campi il ritorno della primavera? Chi di noi vuole la Pasqua, come un impegno, preso nell’Eucaristia, per la giustizia, la pace e la carità di Cristo nel mondo? Come le donne ci mettiamo in cammino all’alba verso le chiese. Non sappiamo sottrarci a certi misteriosi richiami e abbiamo gli aromi per imbalsamare Gesù … Il nostro sacramento pasquale è ancora u-na volta un atto di pietà, come se il Signore avesse bisogno di piccole pietà: i morti vogliono la pietà, il vivente vuole l’audacia. “Non vi spaventate. Gesù è risorto, non è qui. questo è il luogo dove era stato deposto”. Le civiltà, le culture, la tradizione, le grandezze, perfino le nostre basiliche, possono essere divenute il luogo ove gli uomini di un’epoca l’avevano posto. Il comanda-mento è un altro: “Andate, dite ai discepoli e a Pietro che egli vi precede”. Do-ve? Dappertutto in Galilea e in Samaria, a Gerusalemme e a Roma, nel cena-colo e sulla strada di Emmaus … “Egli vi precede”. Questa è la conseguenza della Pasqua. Se, alzandoci dalla tavola eucaristica, avremo l’animo disposto a tenergli dietro ove egli ci precede, lo vedremo, come egli disse.

IL RISORTO CI ACCOMPAGNA

Signore Risorto, togli anche noi dalle catene della mortalità, che appesantiscono il nostro vivere imprigionato dal male, a tiraci a te, riconoscendo che la tua passione è vita vera.Signore Gesù, apri questo mondo ad accogliere il seme di vita, perché sia più accogliente con chi nasce e con chi si sta formando, più benevolo con chi soffre e vuol vivere meglio, più incoraggiante con chi è debole e sfiduciato.

Tu che trionfi sulle oscurità infernali che ci vogliono mortificare, dona la tua pace di Risorto, perché possiamo portare la vera pace, dona il tuo perdono, perché diventiamo più misericordiosi, dona il tuo amore, perché ora diventi il nostro, quello che dona sempre.

Tu che sei l’eterno Vivente, il comunicatore di Vita, quella vera, raggiungi ciascuno di noi con la viva passione del cuore, riaccendi la speranza, anche a trovarci dentro tanti segni di morte, risveglia quella fede che ci fa sentire la tua persona accanto a noi: con te, solo con te, possiamo rinnovarci e rinnovare questo mondo!

La Pasqua di Cristo nel mondo religioso e culturale russo

MORS ET VITA DUELLO

CONFLIXERE MIRANDO

Sul “fronte russo” continuano a udirsi rumori di guerra, e di lì ci vengono im-magini impressionanti di rovine, lasciate sul territorio ucraino, anche se i morti e i feriti sono da entrambe le parti, in un conflitto dal forte sapore di scontro tra popoli “fratelli”, che hanno avuto una lunga storia in comune. È inevitabile inoltre che siano coinvolte anche le diverse confessioni religiose, le quali si rifanno al comune mondo cristiano: qui i credenti nel Signore, morto in croce e poi risorto, celebrano i medesimi misteri pasquali, pur con forme liturgiche diverse. E tuttavia essi non sanno superare le divisioni e ricercare l’intesa che deve impedire inutili distruzioni, ma più ancora i troppi morti, e più ancora sopire i risentimenti che si fatica a contenere e a impedire. Davanti ad un quadro desolante e sempre più imbarbarito da tanta violenza “gratuita” e selvaggia, non c’è molto spazio per discorsi di natura religiosa, per letture e visioni che parlino di rinascita, di risurrezione. Anzi, a volte anche simili auguri appaiono fuori luogo, intrisi di un sapore molto amaro. Come si fa a di-re che Cristo è risorto, in un quadro di devastazione, che pur si assicura di vo-ler ricostruire come prima? Non sarà più come prima! Non può essere come prima! Come si fa a ripetere l’augurio di pace del Cristo risorto? Raccontando l’evento della risurrezione e più ancora il suo farsi vedere ai discepoli il mattino di Pasqua nel cenacolo, dove entra a porte chiuse ed augura loro la pace, la sua pace, noi osiamo credere che tutto questo si rinnova anche oggi. Ma dove lui appare? Dove lui viene visto? Dove lui irrompe come allora con il suo augurio di pace? Se nel nostro non lontano oriente, invece di veder sorgere un nuovo sole di speranza, vediamo sempre più infittirsi le nubi tenebrose della disperazione, mentre noi vorremmo altre nubi cariche di pioggia, come facciamo a sperare? Ancora sentiamo a noi lontana questa guerra, come se non ne fossimo coinvolti. Ed invece il rischio di sentirci trascinati nel baratro è non molto dissimile da ciò che per le guerre precedenti si avvertiva, pur nella spensieratezza di chi non ci pensa mai, di chi si convince che non potrà mai succedere. Eppure è già successo. E può succedere ancora. Già a partire dalle esperienze passate di conflitti nel cuore dell’Europa ci siamo chiesti come siano stati possibili, laddove una civiltà secolare si era formata sull’umanesimo più che su altre considerazioni. Eppure anche allora si era scatenata l’assurdità del male, poi letta come “banalità”, nonostante la presenza di tanti pensatori animati dallo spirito umanistico. Leggi tutto “La Pasqua di Cristo nel mondo religioso e culturale russo”