La rinascita con Cluny

POICHE’ NOI SIAMO UNITI A TUTTI I CRISTIANI

PER UN’UNICA CARITA’ E UN’UNICA FEDE,

NOI FACCIAMO QUESTA DONAZIONE

PER IL PROFITTO DI TUTTI I CREDENTI

DEI TEMPI PASSATI, PRESENTI E FUTURI

(dall’atto di donazione di Guglielmo il Pio, conte di Macon)

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INTRODUZIONE

La vicenda di Cluny è qualcosa di unico nella storia, perché anche ad essere uno dei tanti monasteri diffusi in Europa, ed essere di stampo benedettino, come sono un po’ tutti, compresi quelli che dopo il 1000 risultano legati a figure di spicco con carismi diversificati, questo presenta una sua configurazione che lo staglia nella sua unicità rispetto a tutti. Cluny svolge fin dagli inizi, e per i primi due secoli, un ruolo decisivo nella storia religiosa, e non solo, configurandosi come un luogo geografico, e non solo, che diventa centrale per la vita europea. L’abbazia, che viene costruita e ingrandita in pochi anni, occupa il cuore della Borgogna, regione ritenuta di confine ma al centro dell’Europa, dove Francia e Germania confluiscono. E tuttavia essa si presenta fin dagli inizi legata strettamente a Roma e dipendente dal Papa, così come i Papi cercano in essa il supporto in una lotta decisiva per la sopravvivenza e per la libertà della Chiesa stessa. Ciò che poteva apparire come uno dei tanti monasteri, ben presto assume una fisionomia che lo distingue dagli altri e gli conferisce un compito di grande portata. Quando la sua missione si esaurisce, il monastero, divenuto una potenza, rimane per secoli il simulacro di questa potenza, sopravvivendo fino alla Rivoluzione, senza che sia più possibile essere per l’Europa il suo cuore e il centro stimolatore di iniziative riformatrici. Così si era imposto dopo il 1000, così rimane per circa un secolo, con un imponente edificio che si conserva grandioso anche a non essere più l’abbazia all’altezza della sua fama. Oggi rimane ben poco di quanto era stato costruito nei secoli IX e X: per quanto si voglia recuperare l’impianto originario, non è più possibile tornare agli antichi splendori e più ancora a recuperare la missione con cui era nata e si era sviluppata. Oggi appare come un masso erratico, mentre in origine era al centro di una rete di monasteri nati e confluiti per costituire una presenza radicata e ramificata, con cui l’Europa cercava di rinascere. Questa irradiazione di monasteri con annessi i cosiddetti siti cluniacensi, offre uno scenario imponente che fa pensare ad un passato glorioso con cui è stata garantita la riforma della Chiesa allora necessaria, e nel contempo dice che ogni riforma necessita di esperienze religiose forti e significative, come quelle che traspaiono dalle vestigia di simili siti. E tuttavia l’unicità di Cluny dimostra che questa esperienza è irrepetibile, ma non per questo deve cadere nell’oblio.

LE ORIGINI

L’11 settembre 909 (o 910), Guglielmo, soprannominato il Pio, che si dice duca degli Aquitani ed è conte di Macon, fonda l’abbazia di Cluny. Questo avvenimento si produce trentadue anni dopo la morte dell’imperatore carolingio e re di Francia Carlo il Calvo (877), che era stato ancora un monarca relativamente efficace in presenza di difficoltà e di disordini; ventun anni dopo il decesso di Carlo il Grosso (888), ultimo imperatore carolingio avendo preteso di governare l’Impero; ventisette anni dopo la scomparsa di Papa Giovanni VIII (882), che aveva avuto come principale preoccupazione di mantenere e di rafforzare il potere imperiale …

(Pacaut, p.49)

Così viene presentato l’inizio di questo fenomeno storico, che è Cluny, avendo sullo sfondo la scomparsa di figure, allora prestigiose, con le quali si chiudeva un’era per avviarne un’altra. È il modo più efficace per far intendere che nel morire di un certo mondo uno nuovo si dischiude. La novità viene colta nell’impostazione che viene data alla nuova realtà monastica destinata, per le sue stesse caratteristiche, davvero inedite, a rappresentare qualcosa di mai visto prima. E tuttavia noi abbiamo un monastero che si sarebbe uniformato agli schemi benedettini, perché in esso i monaci sarebbero vissuti secondo le regole classiche del monachesimo occidentale, e perciò senza dover creare qualcosa che deviasse dalla tradizione consolidata. In questa direzione altre realtà simili si affacciano nei secoli successivi, dove la regola è quella di Montecassino, e nello stesso tempo lo spirito che vi si respira è molto diverso, perché vi è necessità di un radicale cambiamento nel condurre la vita religiosa, e, allo stesso modo, la vita di coloro che abitavano e lavoravano attorno ai monasteri senza mai diventare monaci. Così si sviluppa un monachesimo che non appare arroccato in zone montuose, lontano dagli abitati, come quello attuato nel secolo VI e impostato sulla fuga dal mondo. Si cercano nuove località geografiche, che si vorrebbero rendere sane, produttive, e in grado di condurre un rinnovamento di vita in coloro che ormai tendevano ad avvicinarsi ai luoghi più densamente popolati. Cluny diventa poi un centro che si sviluppa con nuove popolazioni attirate dalla presenza benefica del monastero che vuole dominare sul territorio e contribuire a renderlo più produttivo e sempre più cercato per la popolazione, ormai in crescita avendo superato il trauma della possibile fine del mondo a ridosso del 1000.

Troviamo i segnali di una nuova impostazione del monastero nelle parole di chi ha voluto una simile costruzione, indicando anche la via da seguire dopo i primi passi. L’autore del documento che illustra il progetto, l’ideatore del programma, il munifico fornitore di beni per la costruzione, il protettore dell’edificio da innalzare e da conservare è Guglielmo, duca di Aquitania e conte di Alvernia, il quale ha la chiara consapevolezza di mettere in campo qualcosa di assolutamente innovativo, anche a risultare un monastero impostato su una antica e consolidata regola …

È chiaro per tutti coloro che hanno un giudizio sano, se la Provvidenza di Dio vuole che ci siano degli uomini ricchi, è perché facendo un buon uso dei beni che possiedono in maniera transitoria, essi meritino delle ricompense che durano sempre. L’insegnamento divino mostra, in effetti, che ciò è possibile. Egli ci esorta in questo, formalmente, quando dice: “La ricchezza di un uomo è il riscatto della sua anima”. È in considerazione di questo e perché io desidero pervenire alla mia salvezza, mentre sono ancora in tempo, che io, Guglielmo, per grazia di Dio conte e duca, io ho ritenuto ragionevole e di conseguenza necessario, destinare al profitto della mia anima una piccola porzione dei beni temporali che mi sono stati accordati …

(Pacaut, p.49-50)

MINIATURA CHE RIPRODUCE GUGLIELMO

Cluny nasce da questa considerazione, che il suo patrocinatore fa a proposito delle ricchezze che ha e che vuol usare con un intento nobile, come quello di costituire una abbazia, dove certamente si prega, ma dove pure si lavora per consentire al luogo di rinnovarsi e di fornire ciò che serve ad un vivere migliore. C’è così una visione che non riguarda la sola salvezza personale da raggiungere con la preghiera che sia di intercessione per ottenere la salvezza eterna. C’è pure un richiamo, tipicamente evangelico, all’uso della ricchezza per farsi degli amici, come si dice nella parabola del fattore infedele. Cluny sorge con un intento che non è solo legato a garantire la vita eterna, come sempre veniva sottolineato in coloro che mettevano in piedi edifici monastici perché chi vi abitava pregasse per il donatore. Guglielmo invece pensa a sottolineare il valore sociale della sua opera-zione finanziaria: e dice esplicitamente che la donazione messa in campo deve servire al profitto dei credenti di tutti i tempi, passati, presenti e futuri. Ha dunque consapevolezza che un simile edificio dovrà durare nel tempo, ma dovrà anche servire lungo i secoli a molta gente. Potremmo dire che si fa strada una nuova concezione di questi edifici religiosi, finalizzati a divenire e ad essere un’opera sociale indirizzata al bene comune e non limitata ai soli padroni o usufruttuari. È una visione indubbiamente nobile!

Ma c’è pure una novità non da poco, e destinata a segnalare Cluny come qualcosa di assolutamente innovativo nel sistema religioso del tempo, e non solo. L’abbazia, dedicata ai SS. Pietro e Paolo, viene collocata sotto la protezione dei Pontefici romani, sottraendola alla giurisdizione dei potentati terreni. Così continua Guglielmo nel suo decreto istitutivo …

Ci piace anche inserire in questo atto una clausola in virtù della quale i monaci qui riuniti non saranno sottomessi al giogo di alcuna potenza terrena, neppure alla nostra, né a quella dei nostri genitori né a quella della maestà regale. A nome di Dio e, in Lui, di tutti i santi, nessun principe secolare, nessun conte, nessun vescovo e neppure il pontefice della sede romana potrà portare un cambiamento ai beni di questi servitori di Dio, né con sottrarre qualcosa, né con il cambiare, né col donare parzialmente in beneficio, né stabilendo su di essi e contro la loro volontà una qualsiasi autorità – altrimenti si metta in guardia dal terribile giudizio e faccia attenzione di non disprezzare queste indicazioni. E ne aggiungo ancora per fronteggiare i temerari e i disonesti e impedire con il più grande vigore di commettere un tale crimine;

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e io vi supplico dunque, o santi apostoli e gloriosi principi della terra, Pietro e Paolo, e voi, pontefice dei pontefici che sedete in trono sulla sedia apostolica, di escludere dalla comunione della santa Chiesa di Dio e della vita eterna, in virtù dell’autorità canonica e apostolica che voi avete ricevuto, i ladri, gli invasori e i distruttori di questi beni che io vi dono spontaneamente e con gioia. Avuto riguardo alla clemenza e alla misericordia del divin Redentore, siate i tutori e i difensori di questo stabile di Cluny e dei servitori di Dio che vi risiedono come di tutte le loro risorse. (Pacaut, p.51-52)

Il particolare rapporto che il fondatore vuole stabilire fra Cluny e la sede di Pietro dice che l’abbazia è a totale servizio della Chiesa e che mediante un simile legame la Chiesa può servirsi di un personale ben preparato e ben allenato a mettersi dalla parte di Roma, soprattutto quando il Papa nel-le sue funzioni magisteriali viene contestato, messo da parte, o addirittura offeso. Nel secolo successivo i difensori del Papa e della Chiesa romana contro le distorsioni dottrinali o politiche provengono in massima parte da Cluny, e questa crea tanti centri monastici con una ramificazione di luoghi, su cui Roma può contare per garantire in Europa l’unità e la collabora-zione.

IL SISTEMA ABBAZIALE

E I PRIORATI

Fino a questo momento i monasteri nascono qua e là in Europa, tutti modellati sul sistema benedettino. Il promotore delle costruzioni religiose è in genere il signore del territorio o l’imperatore: essi vogliono esercitare la propria autorità scegliendo gli abati, garantendo ciò che è necessario per vivere, sostenendo i lavori di ristrutturazione. In genere non si hanno fenomeni di filiazione con altre sedi monastiche, che dipendano dalla casa di partenza. Ogni monastero fa a sé e si regola a modo suo, facendo capo a chi lo finanzia per qualsiasi necessità. Con l’abbazia di Cluny, che non appartiene ad alcun signore, neppure al fondatore, entra in gioco Roma, che scopre di poter avere dalla propria parte non solo questa abbazia, ma tutte le altre che derivano da essa. Attorno alla casa-madre si creano i priorati, cioè celle monastiche che cercano spazio abitativo in altri centri, mantenendo però stretti rapporti con l’abbazia. Il sistema si allarga, anche perché le adesioni sono numerose e si cerca una garanzia sicura nel futuro, per poter proseguire la propria scelta di vita anche quando il Signore del territorio viene meno.

Si intesse così una notevole ragnatela che al suo centro ha Cluny; la garanzia della tutela e della sopravvivenza viene raggiunta conservando il rapporto con Roma e mettendosi al servizio dell’azione che Roma svolge per la riforma della Chiesa dentro la lotta per le investiture. Non per nulla qui si dà più ampio spazio agli aspetti religiosi e a quelli culturali, che fanno mettere in subordine una certa attività lavorativa, conservata solo per avere il necessario per vivere. Sottraendo braccia lavorative, soprattutto ai terreni dell’abbazia, risultava necessario ricorrere ai cosiddetti conversi e cioè al personale laico del monastero, il quale viveva nelle vicinanze e garantiva il lavoro, assicurando la crescita economica. Il rapporto stretto fra le varie comunità consentiva anche un certo commercio utile per diversificare la produzione e per stringere vincoli di fraternità che davano una immagine di potenza alle diverse abbazie. Nei monasteri cluniacensi veniva dato ampio spazio alla preghiera con liturgie splendide e ben organizzate.

Cluny riuscì a ridurre in una posizione di dipendenza più o meno forte una buona parte delle comunità monastiche affidate alla sua opera di rinnovamento. L’elemento centrale della congregazione fu costituito dai priorati, sorti per lo più da piccole comunità monastiche residenti nei territori della Casa madre e chiamate cella. Anche se essi assursero alla forza di un monastero o formarono addirittura altri priorati – Charité sur Loire ne possedeva 50, alcuni dei quali anche in Inghilterra – Cluny cercò sempre di lasciarli in una posizione di sottomissione con a capo un priore, che l’abate generale nominava personalmente e poteva sostituire a suo piaci-mento. Oltre ai priorati, la casa madre aveva alle sue dipendenze un gran numero di abbazie, ora totalmente ora parzialmente. I superiori dei monasteri dipendenti dovevano – come i vassalli con il loro feudatario – prestare giuramento di fedeltà nelle mani dell’abate generale. Dalla fine dell’XI secolo per tutti i membri della congregazione era prevista la consacrazione (non la professione ) a Cluny. Nel complesso si trattava di una forma di congregazione, piuttosto incompleta e ben presto superata dai Cistercensi, il cui vincolo di unità era rappresentato dalla persona dell’abate generale. In un certo senso essa ricorda lo stile con cui i nobili solevano riunire nella propria persona privilegi diversi o beni dispersi qua e là e giuridicamente differenti. In effetti la congregazione cluniacense fu in buona parte costituita per motivi economici. Senza la centralizzazione non c’era niente da fare contro la frantumazione patrimoniale iniziata in Francia e in Italia alla fine del secolo X. Naturalmente accanto agli interessi economici c’erano le preoccupazioni riformatrici: inserite nella congregazione, le comunità monastiche potevano facilmente essere mantenute nella primitiva disciplina mediante la visita pastorale e altri provvedimenti dell’abate generale.

(Storia della Chiesa IV, p.419-420)

GLI ABATI

Ci fu una lunga serie di Abati, ciascuno dei quali contribuì alla crescita di Cluny, sia nelle strutture edilizie, anche per la crescita delle vocazioni, sia nello stile di vita monastico che rese la celebre abbazia un modello di riferimento. Il sistema cluniacense ebbe un grande sviluppo proprio con le abbazie e i priorati coordinati nella rete che di lì si sviluppò. Non tutti ebbero fama e risonanza ben oltre il territorio della Borgogna, ma lasciarono un segno notevole, espressione di una autorità che cresceva sempre più a beneficio della Chiesa.

BERNONE (850 – 910 – 927)

Fu il primo, designato dal Fondatore Guglielmo d’Aquitania, anche se era abate di altri monasteri, che governava con notevole abilità. Ma non era ancora nata la congregazione dei centri cluniacensi. E comunque ciascuno conservava la sua modalità particolare nel vivere la vita monastica.

ODDONE (878 – 927 – 942)

È considerato il primo riformatore, perché, anche a conservare la regola benedettina, vi operò per una liturgia sempre più solenne, ricorrendo al canto di cui egli era un grande e rinomato teorico. Seguì i diversi monasteri collegati con Cluny per realizzare una vita spirituale sempre più forte da far diventare l’abbazia di Cuny un faro per altre istituzioni analoghe.

AIMARO (910 – 942 – 965)

Coadiuvò il suo predecessore; e poi, nonostante non avesse una famiglia nobile alle spalle, sviluppò sue conoscenze che gli permisero di apportare migliorie agli stabili della abbazia e di incrementare la vita spirituale. Divenne ben presto cieco e dovette chiamare il suo successore a condividere con lui la guida del sistema cluniacense.

MAIOLO (910 – 954 – 994)

Proseguì le relazioni che l’abate Oddone (secondo abate di Cluny) aveva iniziato con il Papato. Essendo Maiolo uomo di grande cultura, i copisti dello scriptorium di Cluny furono assai attivi nel lungo periodo in cui fu abate. Maiolo prese a cuore lo sviluppo finanziario dell’abbazia, amministrando con cura le donazioni che affluivano verso un abate la cui fama era immensa. Esse comprendevano circa 900 villaggi, diritti e rendite parrocchiali, decime, ed altro, che arricchirono l’abbazia. Queste donazioni, in gran parte, sono legate alla nuova organizzazione della memoria dei morti. Il loro culto conferisce a Cluny grande importanza. Oltre ai monaci, esso è indirizzato anche ai benefattori del monastero.

Dal 967 Maiolo proseguì la riforma dell’ordine iniziata da Oddone, instaurando la regola benedettina nei numerosi monasteri, rinforzando così l’influenza di Cluny in Occidente. Maiolo nel 955 iniziò grandi lavori nell’abbazia, divenuta troppo piccola per una comunità in grande crescita. Fu intrapresa la costruzione di una nuova chiesa, San Pietro Vecchio (Cluny II), che sarà consacrata nel 981. Nel 972 la sua cattura sulle Alpi da parte dei Saraceni provocò una mobilitazione generale dell’aristocrazia provenzale attorno al conte Guglielmo I. Egli organizzò per liberarlo una guerra contro i Saraceni, che cacciò dalla Provenza. (da Wikipedia)

ODILONE (961 – 994 – 1049)

Odilone ha prodotto la riforma cluniacense  al vertice dell’ordine benedettino e alla sua morte sessantotto monasteri avevano aderito all’Associazione di Cluny. Per questo l’imperatore Ottone III  lo invitò a Roma nell’abbazia di S. Paolo fuori le mura per organizzare con severità la disciplina monastica e le celebrazioni liturgiche, nel modo in cui avveniva in Borgogna nella sua abbazia. Egli nel regolamentare l’ordine benedettino, di cui faceva parte, decise di lasciare una certa autonomia ai vari priorati, ma di mantenere l’autorità pontificia. È importante ricordare che lui fu il primo a creare un vero collegamento tra le diverse abbazie. Fu un uomo profondamente ascetico e dedito alla preghiera e dopo la sua morte fu fatto santo. Nel 998 dispose che in tutti i monasteri cluniacensi il 2 novembre si celebrasse la memoria dei defunti e si pregasse per loro. Successivamente questa pratica si estese a tutta la Chiesa occidentale, costituendo la Commemorazione dei fedeli defunti. (da Wikipedia)

UGO (1024 – 1049 – 1109)

L’ABATE UGO DI CLUNY A CANOSSA

Viene eletto quando aveva 24 anni, e da poco era entrato a Cluny. Non è designato dal predecessore, come succedeva in precedenza; ha trovato invece il consenso generale nella votazione nonostante la giovane età; e con lui l’abbazia conobbe il suo apogeo.

Questa scelta testimonia che egli aveva qualità senza dubbio eccezionali, a prima vista quelle che si riconoscono sempre ai personaggi di questo tipo e che si manifestano attraverso l’azione, le medesime che si sono già viste attribuire a Oddone, Maiolo e Odilone: l’intelligenza, il dinamismo e l’ardore, il senso dell’autorità, la cultura, la santità di vita. E sono effettivamente i tratti i più evidenti di questi grandi abati. Pertanto, se costui è di una intelligenza vigorosa, Ugo non ha senza dubbio sempre la finezza e la profondità di vedute di Odilone. In più il suo ardore è effettivamente eccezionale. Questo è sostenuto da una volontà di potenza e da un’ambizione che lo conducono ad assumere pienamente le sue responsabilità e ad espletare al meglio il potere che gli conferisce la sua funzione. La sua fermezza lo porta talvolta a trascurare gli altri e a identificarsi troppo completamente e troppo unicamente nella sua abbazia e al suo Ordine, al punto che, vedendo poco e male il resto del mondo e non interessandosi di esso mai decisamente, egli cade nell’eccesso di ciò che si potrebbe definire il “clericalismo monastico”. Rischia in ogni momento di servire l’istituzione cluniacense e di accrescerne la grandezza e il prestigio come se ella fosse per se stessa un fine e non un mezzo di raggiungere obiettivi determinati. A forza di vedere molto in grande e molto lontano, egli vede talvolta molto male e manca di realismo. A forza di credere eccessivamente in Cluny e in se stesso, si rende conto difficilmente che altri non vi credono affatto. Egli alla fine si confonde con l’istituzione che dirige al punto da sacrificarla per fare la fortuna della propria famiglia, dato che fa entrare a Cluny suo fratello Goffredo II, signore di Semur, e i suoi due nipoti e convince sua cognata e le sue nipotine a ritirarsi nel convento di Marcigny abbandonando dei beni di proprietà assai considerevoli, i suoi indirizzandosi ad altri nobili perché facciano la stessa cosa – ciò che si concluse con il trasferimento a Cluny di buona parte delle fortune signorili di Brionnais e di Charolais. Quanto alla sua cultura, essa è un perfetto prodotto dell’educazione cluniacense che gli consente di conoscere bene la Scrittura e di scrivere in una lingua concisa e precisa. Ma non ne approfitta per elevarsi molto in alto nella ricerca intellettuale per il fatto che non è assolutamente attirato dalle cose dello spirito.

Egli è soprattutto un uomo d’azione, egli è un monaco che alimenta le sue aspirazioni spirituali all’ascetica monastica e più ancora all’orazione e alla preghiera liturgica. Egli è molto attaccato alla meditazione e alla solitudine, malgrado le diverse incombenze che lo assorbono, come se, giustamente, egli non potesse darsi da fare per nulla senza dapprima essersi ricreato spiritualmente.

(Pacaut, p.144-146)

Sulla base del fatto che Ugo sia stato eletto ancora molto giovane e sia campato a lungo con opere notevoli e con risultati lusinghieri nel suo operato per la gloria di Cluny e soprattutto per il bene della Chiesa nel bel mezzo della lotta sul problema delle investiture, ci si potrebbe aspettare un giudizio molto positivo e quindi la presentazione di una personalità a tutto tondo. Ed invece in questa breve presentazione che viene fatta del personaggio, appaiono ancora più evidenti i lati critici e le problematicità di un uomo per il quale i libri di storia dicono che l’abbazia ha raggiunto il suo apice glorioso. Per quanto egli goda del consenso un po’ ovunque e soprattutto abbia la fiducia indiscussa dei grandi personaggi del secolo, in modo particolare nel momento cruciale della lotta per le investiture, quando Enrico IV viene scomunicato e deve umiliarsi a chiedere il perdono, lui si muove su posizioni che lo rivelano conciliatorista e quindi mediatore fra i contendenti, anche perché egli era stato il padrino del battesimo di Enrico IV, e proprio per questo non voleva contrastare l’autorità imperiale. Nel clou della lotta, in cui Gregorio VII sembrava cantare vittoria, vedendo il rivale chiedere perdono in ginocchio con la ben nota scena di Canossa, egli risulta presente a prendere le difese del suo figlioccio e proprio per questo ci si può spiegare qualche presa di distanza dal papa. Ma essere abate di Cluny lo rendeva inattaccabile, proprio perché l’abbazia era al culmine della sua potenza con quella ramificazione di abbazie e di priorati che davano lustro e forza al sistema e ai personaggi che ne erano l’immagine indiscutibile della potenza politica e religiosa. In effetti l’abbazia era divenuta potente e l’edificio si era ampliato per accogliere un notevole numero di monaci; e nello stesso tempo si era avvertita, proprio sotto la guida di Ugo, la necessità di avere al centro una chiesa di notevoli proporzioni, che esprimesse così lo splendore dell’intera abbazia. È rimasto ben poco di quello splendore, sia a causa dell’attacco degli Ugonotti nel XVI secolo, sia con la devastazione negli anni della Rivoluzione francese. Rimane il disegno dell’architettura della chiesa abbaziale, che amplia lo spazio preesistente, con una volumetria che viene superata solo dalla basilica di S. Pietro a Roma, oggi ancora esistente.

Nel 1088 l’abate Ugo decise la costruzione della terza chiesa abbaziale (chiesa di S. Pietro e Paolo o “Cluny III”). L’edificio era di notevoli dimensioni: lungo 187 metri, era dotato di un particolare tipo di nartece (= vestibolo o atrio coperto che sta all’ingresso principale delle basiliche, soprattutto paleocristiane. La sua funzione era quella di uno spazio di transizione per i catecumeni e per i penitenti, che chiedevano di poter essere ammessi nella navata centrale della chiesa), che aveva uno sviluppo longitudinale, chiamato “galilea”. È una struttura architettonica propria dei luoghi cluniacensi, in cui si dava molta importanza ad una certa liturgia solenne che prevedeva la presenza di penitenti sottoposti al rito di ammissione in chiesa. La chiesa abbaziale aveva ben cinque navate, un coro allungato diviso sempre in cinque parti con deambulatorio e cappelle radiali, un doppio transetto e seti torri oltre a due campanili situati alle estremità dei bracci del primo transetto. (da Wikipedia)

Sulla base di questa descrizione molto critica dell’abate Ugo, che rappresenta la figura eminente nel periodo più alto e più significativo dell’abbazia e del suo ruolo nella storia dell’epoca, si deve ritenere che non sempre, non da tutti, Cluny è stato il fenomeno storico come in genere viene considerato sui libri di scuola: la sua funzione è stata notevole nel rinnovamento del monachesimo e nella creazione di sistemi abbaziali necessari per sostenere il lavoro di riforma di quel periodo e per preparare il terreno ai nuovi compiti della Chiesa nel processo storico medievale; nello stesso tempo ci si rendeva conto che era necessario creare un ridimensionamento dei disegni che potevano sottostare alla impostazione data dal fondatore con il legame stretto del monastero con la sede di Roma.

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Ancor oggi non è facile stabilire se Cluny abbia perseguito una riforma che oltre all’ambito monastico comprendesse anche la Chiesa universale ed abbia perciò almeno contribuito ad avviare il grande movimento iniziato verso il 1050. In questo difficile problema occorre distinguere fra il campo ecclesiastico e quello profano. Probabilmente Cluny non deve avere mirato a una trasformazione di principio del mondo del primo medioevo. Per quanto grandi siano state le libertà concesse dal suo fondatore il duca Guglielmo, non c’è motivo per considerarle come una ribellione agli ordinamenti giuridici esistenti. E se è vero che Cluny non ebbe nessun avvocato, occorre anche riconoscere che l’avvocazia non era abituale in tutta la Francia meridionale fino alla regione di Cluny, mentre nella Francia settentrionale anche monasteri cluniacensi poterono avere i loro avvocati, anzi qua e là li desiderarono. In tutti i loro sforzi per garantire lo spirito monastico delle case loro affidate, gli abati di Cluny seppero adeguarsi alle pretese legali dei signori dei monasteri privati. Non facendo lavorare le loro terre dai loro monaci (solo più tardi, pressappoco dal 1100 in poi le affidarono possibilmente ai fratelli laici) in quest’epoca il loro sistema economico non si differenziava in nulla da quello dei feudatari. Un legame tutto particolare era costituito dalle chiese proprie che durante i secoli X e XI i monaci cluniacensi acquistarono sempre più anche e proprio dai laici. Per arrotondare le loro proprietà essi non ebbero alcuna difficoltà a comperare chiese intere o diritti parziali su di esse. Appare qui evidente il contrasto con i principi che stavano per essere posti con la riforma gregoriana. Questo dimostra quanto Cluny fosse intimamente legato con l’epoca carolingia ottoniana. Il fatto che già nel secolo X e XI singoli monaci criticassero talvolta la situazione allora dominante non dimostra ancora un’opposizione di principio al feudalesimo e alla teocrazia. Tali critiche inoltre … non provenivano per lo più da ambienti non direttamente legati a Cluny. Ciò nonostante fu senz’altro molto grande l’influenza indiretta dei Cluniacensi sulla successiva grande riforma ecclesiastica. Oltre al rinnovamento monastico in quanto tale, efficace fu soprattutto l’attività educativa svolta dai Cluniacensi sugli strati sociali più elevati grazie alle loro amicizie diffuse e altolocate. Nell’ambito interno alla Chiesa invece Cluny ha preparato direttamente la riforma gregoriana sotto un preciso aspetto e cioè mediante la sua unione con Roma. A cominciare dai primi contatti stabiliti da Oddone, la Santa Sede ha sempre confermato la protezione papale prevista nel documento di fondazione e nei limiti del possibile l’ha pure attuata con i fatti.

(Storia della Chiesa IV, p.420-421)

È comprensibile che insieme con lo sviluppo del mondo cluniacense ci sia anche una certa preoccupazione del peso che esso possa avere nella Chiesa e insieme nell’evoluzione storica che si prospettava con il conflitto aperto fra il Papato e l’Impero, ormai deflagrato e destinato a durare nel tempo e a condizionare l’evoluzione del mondo europeo. Il fatto stesso che Ugo cercasse di stabilire un certo equilibrio come figura super partes, fa capire che si era alla ricerca di un equilibrio fra i due centri del potere e che Cluny volesse svolgere questo ruolo non soltanto per calmare le acque, ma anche per trovarsi al di fuori dei giochi come una potenza superiore.

Ma già con la scomparsa di Ugo inizia la crisi pure per Cluny: i conflitti interni sviliscono il ruolo dell’abate e dell’intero sistema cluniacense. Esso sopravvisse per la fama che si era creata nel consegnare alla storia lo spirito benedettino applicato al nuovo periodo e ai suoi problemi. Lo sviluppo poi della rete di monasteri e di luoghi cluniacensi segnò anche i territori in cui questo sistema di vita monastico si presentava e attirava a sé.

IL SISTEMA CLUNIACENSE

IN ITALIA

Cluny oggi è ridotta a ben poca cosa, e comunque si possono trovare solo ruderi a segnalare che agli inizi il sito aveva una grandiosità e uno splendore incomparabile: quello che si può ancora vedere nella Borgogna francese nei pressi di Macon e di Taizé (nuovo sistema monastico di tipo ecumenico) è solo la minima parte dell’antica potenza. Rimangono qua e là disseminati in Europa altri siti che si richiamano a Cluny, anche se lì non c’è più l’habitat di monaci – o, se c’è, esso appartiene ad altre filiazioni – e si hanno solo costruzioni che possono richiamare ciò che anticamente esisteva a ricordo di un passato glorioso. Si deve segnalare una Lombardia cluniacense con alcune località che ancora oggi custodiscono tracce di ciò che la ramificazione monastica aveva qui costruito.

Fuori dalla Francia, Cluny rafforza la sua presenza in Lombardia, dove essa conosce un impulso assai sorprendente a partire dal 1070 e soprattutto negli ultimi anni dell’XI secolo e nei primi del successivo, grazie a numerose donazioni di terre, di villaggi fortificati e di chiese che sono edificate dalla media aristocrazia. Inoltre, da trattazioni talvolta complesse, Cluny procede a grandi investimenti acquistando beni che completano i donativi, essendo questo metodo più diffuso che in altri paesi dove è praticato. L’espansione, che si compie anche per la concessione di grandi edifici, si realizza con l’installazione di priorati intermedi che gestiscono i domini acquisiti. Così, a fianco dei monasteri di Pavia (il priorato di san Maiolo) e di San Benedetto del Polirone (fondato nel 1007 e che nel 1077 Gregorio VII affida a Ugo mantenendo con lui lo statuto di abbazia), altri, meno sviluppati compaiono, di cui alcuni stanno per diventare attivi focolai di irradiazione.

Così, a Pontida (nella diocesi di Bergamo), nel novembre 1076, un personaggio appartenente alla piccola nobiltà, Alberto da Prezzate (oggi frazione di Mapello), fa dono a Cluny di qualche appezzamento di terreno che egli ingrandisce con nuove concessioni nel 1079. L’abate Ugo decide di edificare un convento (San Giacomo) su questo terreno. Analogamente, SS. Gabriele e Raffaele di Cremona è costruita a partire dal 1076 su un fondo donato da cinque cittadini del posto; Vertemate (diocesi di Como) fa lo stesso nel 1084 grazie alla generosità di una diecina di abitanti; nella diocesi di Vercelli, Robbio (1081-1082), Castelletto (1083), Benna, Occimiano, Conzano (tutti e tre creati prima del 1095); in quella di Lodi, SS. Fabiano e Sebastiano di questa città dal 1069; in quella di Milano, grazie al favore di un arcivescovo antigregoriano, Portesana (1088) (a Trezzo sull’Adda nella cascina S. Benedetto), Calvenzano (1093), Besate (verso il 1100).

(Pacaut, p.157-158)

Il quadro qui descritto va completato con altre località che oggi si fregiano del titolo di “siti cluniacensi”. Tra il 1068 e il 1107 sorsero una ottantina di edifici religiosi in cui si suppone che ci fossero almeno priorati legati a qualche abbazia-madre, come potrebbe essere stata quella ancora esistente di Pontida (BG). Il legame con il sistema di Cluny prevedeva in essi la spiritualità benedettina, per coloro che vivevano in vita religiosa e l’esenzione dalla dipendenza del vescovo locale, per rivendicare il legame diretto con Roma. Il sito di Arlate, fraz. di Calco (LC), dove si trova una chiesa romanica dedicata a S. Gottardo e a S. Colombano, aveva anticamente un monastero, non più esistente. Il legame con Cluny deriva da un monastero femminile, composto da un gruppo di otto monache che si sentono legate al Monastero di Pontida, anche se la documentazione che fa riferimento a questo sito non risale al XI secolo, quando si raggiunge il massimo sviluppo del sistema cluniacense. In questi ultimi anni si è creato il collegamento fra i siti cluniacensi in Lombardia per favorire il percorso di conoscenza e valorizzare così quanto è rimasto.

COSIO VALTELLINO (SO)

Nell’XI secolo si ha il primo insediamento cluniacense in loco, l’abbazia di San Pietro in Vallate, sorta grazie alle donazioni eseguite nel 1078 da Ottone e Bonizia, originari dell’isola Comacina. Il sito, ancora oggi presente, divenne un priorato fortemente legato nei secoli a quello di Piona. Col tempo l’abbazia venne sempre meno frequentata dai monaci, forse perché troppo distante da centri commerciali e culturali di rilievo o per l’inclemenza del clima.

PIONA (LC)

L’abbazia che oggi si può ammirare e visitare appartiene ai Cistercensi. Ma questo era già un sito religioso, dove rimangono resti di epoca pagana. Nell’alto Medioevo c’era già una chiesa, che poi divenne il centro di un priorato cluniacense sul quale si costruì infine una abbazia sempre legata alla rete di Cluny.

GALBIATE (LC)

La chiesa di San Nicolao in Figina, risalente al XII secolo, è un esempio di architettura romanica borgognona, essendo stata costruita per il priorato cluniacense fondato da Contessa, vedova del milanese Azzone Grasso, con atto del 16 agosto 1107. In questo documento, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia, appare una delle prime attestazioni del toponimo “Brianza”. Quanto al priorato di Figina, si sa che esso ebbe vita lunga ma stentata; le rendite erano sufficienti per il mantenimento di pochi monaci.

PONTIDA (BG)

Alberto da Prezzate (fraz. di Mapello), appartenente ad un’importante e potente famiglia comitale bergamasca e di probabile origine longobarda, fondò l’abbazia nel 1076, inserendola nella vasta rete che faceva capo a Cluny. Il monastero ebbe un ruolo centrale nell’affermazione della Congregazione cluniacense sul territorio lombardo, proprio per volontà e contributo di Alberto. Egli fondò anche l’abbazia di S. Egidio dell’XI secolo e fu nominato priore maggiore di Pontida, diventando così il vicario dell’abate di Cluny per i monasteri lombardi. Già nel marzo 1081, mentre l’abbazia era in costruzione, vi abitavano con Alberto altri monaci. Essa viene costruita attorno ad un edificio religioso dedicato alla Madonna e ai santi Giacomo, Bassiano e Nicola; poi fu intitolato, come è oggi, a S. Giacomo il Maggiore. Il tutto viene donato da Alberto con altri beni ai monaci cluniacensi.

VIZZOLO PREDABISSI (MI)

Il primo documento scritto in cui la chiesa di S. Maria di Calvenzano viene citata risale al 1090 (o al 1093): si tratta della donazione della chiesa e delle terre circostanti fatta ai benedettini cluniacensi da tre nobili di Melegnano, vassalli dell’arcivescovo di Milano, Anselmo III, il quale nei primi tempi dell’episcopato era stato contro la Pataria e contro Roma, e con Urbano II si era riconciliato per avere così la garanzia circa l’autenticità del suo episcopato. La chiesa citata nel docu-mento sarebbe sorta tra l’ultimo quarto del secolo XI e la prima metà del successivo. Una bolla del 1095 di Papa Urbano II cita esplicitamente l’esistenza qui di un priorato cluniacense.

SAN BENEDETTO PO (MN)

L’abbazia del Polirone, ancora oggi esistente, anche se trasformata nei secoli successivi, è uno dei siti cluniacensi più importanti tra quelli che sono sorti nell’Europa medievale.

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Il monastero fu fondato nel 1007 per volontà di Tedaldo di Canossa. La famiglia dei Canossa fu artefice del suo sviluppo con donazioni di terreni e qui vi operò e fu sepolta Matilde di Canossa, che oggi è inumata in Vaticano.

CAPODIPONTE (BS)

Il monastero di San Salvatore delle Tezze è citato per la prima volta in una bolla papale di Urbano II del 1095 come priorato alle dipendenze dell’abbazia cluniacense di San Paolo d’Argon. Allo stesso anno risale la menzione del monastero in una lettera firmata dall’abate di Cluny.

SAN PAOLO D’ARGON (BG)

Fin dal Medioevo il borgo della Val Cavallina è stato un importante polo culturale ed economico per la presenza di un grande monastero benedettino di fondazione cluniacense (secolo XI), fondato dal conte bergamasco Gisalberto nell’anno 1079.

RODENGO SAIANO (BS)

L’abbazia, oggi in mano agli Olivetani, fu fondata dai monaci cluniacensi verso la metà del secolo XI. Le prime attestazioni scritte sono datate 1085-1090. Nel 1109 si fa menzione della dedica a S. Nicola. L’ubicazione fu su un quadrivio e serviva da ostello per i pellegrini. Lo sviluppo del monastero avvenne a motivo del legame con Pontida e San Paolo d’Argon.

CAZZAGO SAN MARTINO (BS)

La piccola chiesa di S. Giulia è probabilmente legata al monastero di S. Giulia che si trova a Brescia. Essa risale al 1087. La cella monastica è soggetta al Priore di San Paolo d’Argon già nel 1095: lo dimostra la bolla di Papa Urbano II all’abbazia di Cluny. Dal 1278 “viene incorporata al priorato di San Nicola di Rodengo, stando il permesso e commando fattogli da don Goffredo priore di San Maiolo di Pavia e vicario generale in Lombardia … in cui si volle che la chiesa e munistero di Santa Giulia di Cazzago fusse per l’avvenire in perpetuo unita, incorporata, di ragione e piena giurisdizione di quella di Rodengo…”.

PROVAGLIO DI ISEO (BS)

Il monastero di S. Pietro in Lamosa situato nel comune di Provaglio d’Iseo si erge sopra le torbiere del Sebino. Edificato in origine come chiesa privata, il cenobio viene donato nel 1083 all’ordine cluniacense.

Va segnalato che nell’Ordine cluniacense esiste anche il lato femminile, per quanto questi monasteri non appaiano così numerosi come quelli di stampo maschile. Se già S. Benedetto prevedeva monache che si ritiravano dal mondo a seguire la sua Regola, ma più ancora la sorella S. Scolastica, c’è da pensare che anche Cluny prevedesse qualcosa di analogo, anche perché esistono ancora tracce di edifici in cui alcune donne conducevano vita eremitica. Ci sono tracce molto esplicite anche nel nostro territorio lombardo, che sono da aggiungere a quelli maschili già segnalati.

Si tratta di una casa di ritiro, dove vengono a ritirarsi i genitori dell’abate e di altri monaci, più che non di un vero e proprio monastero femminile. Le religiose sono dirette da un priore (è Goffredo di Semur che fa allora la sua professione). Nei decenni successivi, altri monasteri femminili procedono allo stesso modo, si mettono sotto la tutela di Cluny e si integrano così alla congregazione osservando la “regola di Marcigny” con l’impronta, per il regime quotidiano e gli uffici, degli usi cluniacensi. Se ne scoprono in Lombardia a Laveno (1081), a Santa Maria di Cantù (1086), a Cavaglio (1092) e soprattutto a Cernobbio, dipendenza da Vertemate nella diocesi di Como (prima del 1095) … (Pacaut, p.160)

Bastano questi dati per rivelare come il sistema di Cluny si sia sviluppato in maniera capillare e abbia coinvolto molte persone non solo per la vita interna ai monasteri, ma anche per ciò che vi sta intorno e che beneficia della presenza dei monaci per l’incremento spirituale e della presenza dei fratelli conversi per lo sviluppo economico.

Tutto questo si realizza in modo particolare ai tempi dell’abate Ugo, che in tal modo diventa la figura notevole e carismatica, capace di dare un’impronta notevole a Cluny e al suo sistema. Ma subito dopo la sua scomparsa incomincia l’inesorabile declino, anche a vivere per secoli sul glorioso passato delle sue origini.

CONCLUSIONE

Che cosa rappresenta la storia di Cluny nel processo storico europeo? Inquadrando questo centro, che già allora era un oscuro villaggio e che ancora oggi non ha rilevanza se non per i resti mal ridotti di una gloriosa storia che è sparita nel nulla, ci si deve rendere conto che esso non è mai stato propriamente un luogo veramente centrale, se i grandi eventi si svolgevano altrove, e non ha mai avuto quel genere di fama da suscitare il desiderio di una visita o di una permanenza come di un luogo molto significativo. Ciò che Cluny rappresenta non è dato dal solo luogo, ma dal sistema che si è creato con la disseminazione di una nuova concezione della vita monastica, che non rinchiude negli eremi isolati, ma apre al territorio per rinnovarlo dall’interno e in tutti i suoi aspetti, non solo quello religioso. La collocazione intermedia fra le due autorità fondamentali, che costituiscono l’essenza della storia e del mondo medievale, il Papato e l’Impero, fa di Cluny un elemento coesivo fra due realtà che non sembrano voler cooperare per costruire una società pacificata e pacificatrice. L’equidistanza dovuta al fatto che il sistema monastico era aiutato a nascere e a svilupparsi con l’aiuto anche economico delle autorità terrene e mondane, e nello stesso tempo, proprio nel caso di Cluny, il legame stretto con Roma, garantiva il suo sviluppo e soprattutto la sua missione nella Chiesa, bastava a dare risalto particolare a questo nuovo monachesimo, che non trova altrove qualcosa di simile. Esaurita la sua missione, come succede dopo il Concordato di Worms (1122), inizia il decadimento o la sopravvivenza che non ha più con sé lo splendore dei primi tempi. Cluny, dunque serve a rinnovare il monachesimo e a dare una nuova finalità nella storia, anche se lo sviluppo procederà da altre istituzioni analoghe: queste vogliono ispirarsi al monachesimo benedettino, ma in una versione nuova, diventando centri promozionali di un vivere sociale che promuove un nuovo sistema economico e un nuovo ordine sociale.

Cluny avrebbe desiderato superare il conflitto tremendo espresso nella lotta per le investiture, dove la Chiesa per garantirsi la libertà vuole imporsi sull’antagonista, avvertito come un rivale e costui, per salvaguardare il suo sistema, vuole avvalersi di funzionari meglio preparati e alle sue strette dipendenze. Cluny cerca una mediazione impossibile, e per questo cerca di estendere la sua presenza religiosa, culturale ed economica con la rete di siti, sperando di poter superare così gli antagonismi. Ma il sistema non funziona!

CONSACRAZIONE DELL’ALTARE DELL’ABBAZIA DI CLUNY

CON URBANO II E L’ABATE UGO

BIBLIOGRAFIA

1.

Hubert Jedin (diretta da)

STORIA DELLA CHIESA

Volume IV: IL PRIMO MEDIOEVO (VIII-XII secolo) – Jaca Book, 1972

2.

Marcel Pacaut

L’ORDRE DE CLUNY – Fayard, 1986

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