INTRODUZIONE
È da riconoscere che il mondo medievale va sempre più scomparendo quando entra in crisi il binomio Papato-Impero, su cui si era costruito l’assetto politico e istituzionale fin dai tempi di Carlo Magno, il quale aveva avuto bisogno del Papa di allora, Leone III per dare un minimo di giustificazione alla costruzione da lui creata “manu militari” nel centro Europa, così come il Papa, per conservare la sua autorità nella Chiesa si era appoggiato al potere politico, contro i suoi avversari, i Longobardi e le famiglie patrizie di Roma. Il lungo periodo medievale si era costruito secondo l’assetto “feudale” che era stato dato dall’Impero carolingio, perché fosse garantita l’unità e fosse chiara la struttura piramidale del potere stesso. Papa e Imperatore in genere si sostenevano, ciascuno con le proprie fonti di potere e avendo il controllo delle suddivisioni interne all’Impero e alla Chiesa, con la strutturazione di contee e di marchesati nell’ambito civile al fine di poter attingere finanze e militari per tenere in piedi il sistema, e con il controllo delle diocesi da parte della Chiesa romana. A volte, come nel caso dell’Imperatore che ricorreva ai vescovi in sostituzione dei conti civili, che volevano sempre più divenire ereditari, c’era una sorte di invasione di campo, che degenerava in conflitto, come nel caso della “lotta per le investiture”. L’equilibrio, ricercato in quel contesto di scontro, si poteva avere solo nella misura in cui o l’uno o l’altro poteva esprimere una figura particolarmente forte: così, se il Papa appariva debole, l’Impero si creava il suo assetto feudale, con poteri sottoposti e fedeli all’autorità civile. Non era da meno il contrario, quando la figura dell’Imperatore appariva indebolita o inesistente, perché il Papa si arrogasse un suo ruolo al di sopra delle parti, con cui tenere insieme la Res publica christiana, fatta di suddivisioni territoriali, che dovevano riconoscere l’alto patronato del Papa nell’ambito religioso e dell’Imperatore nell’ambito civile. La lotta dei comuni contro l’Imperatore, avendo al proprio fianco l’appoggio del Papa, è un capitolo parti-colare dell’età medievale, in cui i poteri locali vogliono limitare le pretese dell’Imperatore, il quale, in presenza di guerre e di oneri di controllo sul vasto territorio, avevano sempre più bisogno di denaro e quindi di fondi raccolti con la tassazione, ritenuta sempre più esosa. Questi contrasti, spesso degenerati in scontri militari, finiscono per indebolire chi vorrebbe pretendere di avere il controllo del vasto Impero e soprattutto di presentarsi con il ruolo di garante dell’unità e della pace, insieme con la difesa contro nemici esterni, come si presentavano gruppi di potere costituiti da sistemi alternativi alla Chiesa e allo Stato nei territori dove sono dominanti gli eretici, o prevalgono signori e principi che vogliono ritagliarsi il loro spazio; come pure il mondo arabo e saraceno, sempre più invadente in modo pericoloso nell’area del Mediterraneo. Così l’impero si trova senza una figura dominante, e anche nella Chiesa il Papa non ha più la capacità di imporsi o di svolgere il suo compito di garante dell’unità del sistema medievale. Lo stesso Dante riconosce che il Papa del suo tempo, Bonifacio VIII, invece di intervenire nelle situazioni di conflitto fra le parti, come succede a Firenze, comune devastato dai partiti contrapposti, prende posizione per un gruppo, favorendo, con il conflitto interno, i propri interessi e non il bene comune. Per questo motivo il poeta vorrebbe appellarsi alla figura dell’Imperatore, che in realtà rivela la sua impotenza. Sull’orizzonte stanno emergendo nuove forze e tra queste, proprio nel quadro che preoccupa Dante, si fa strada la Francia.
LA FRANCIA NEL BASSO MEDIOEVO
Ciò che noi oggi chiamiamo “Francia” non era affatto un territorio unitario, ma, secondo lo schema feudale, esistevano varie contee, su cui avrebbe vo-luto esercitare il suo potere di controllo il “Signore” dell’Ile de France, che assume il titolo di re, con Ugo Capeto, a ridosso dell’anno Mille. I vari signori locali si destreggiano fra l’Imperatore e il re di Parigi, per marcare sempre più la propria autorità locale; ma ben presto colui che domina a Parigi, fa sentire la propria autorità, sulla base dei rapporti di tipo feudale, in modo particolare dove si parla una lingua comune.
La ricostruzione cartografica della Francia del 1030 evidenzia tale frammentazione: entro le frontiere generali del regno si trovavano entità feudali che amministravano autonomamente vaste regioni, disponevano di proprie risorse militari e intrattenevano rapporti dinastici anche con potenze esterne alla monarchia capetingia. L’autorità del sovrano dipendeva pertanto non soltanto dai territori posseduti direttamente, ma anche dalle relazioni feudali che riusciva a stabilire con i grandi vassalli. (da Wikipedia)
L’unità territoriale, senza che ancora si possa parlare di una “nazione”, viene faticosamente creata nella misura in cui il sovrano di Parigi fa sentire la sua autorità con il peso militare e finanziario.
Ma a partire dal secolo XI e più ancora nella stagione delle Crociate, si fanno strada quei baroni che non solo si fanno un nome nelle imprese militari in Terra Santa, ma di fatto si vedono ingigantire la loro persona e le loro gesta con la diffusione delle ben note “Chansons de geste”, con le quali si creano miti, leggende, più che personaggi destinati ad avere peso sul territorio. Non sono loro a dominare la scena, ma proprio chi alle Crociate non ci va e tuttavia apprende l’arte di farsi strada nel sistema feudale, per neutralizzare i poteri locali.
Verso la fine dell’XI secolo i tre quarti del regno sono occupati da pochi grandi feudi, in realtà altrettanti principati che dipendono dal sovrano solo nominalmente. A nord, tra l’Escaut ed il mare, c’è la contea di Fiandra; più in basso, allungantesi lungo la costa fino alla Bretagna. Il ducato di Normandia, più in basso ancora, dall’altro lato della Bretagna, la contea di Angiò ed in ultimo, esteso fino ai Pirenei, il ducato di Guienna (Aquitania). La contea di Tolosa occupa la pianura della Linguadoca; il ducato di Borgogna si estende nel bacino della Saona e confina con la contea della Champagne, bagnata dalla Marna e dall’alta Senna. Al centro di questi territori, racchiuso da essi, il dominio regio, l’Ile de France, che circonda Parigi e che non tocca, da nessuna parte, né il mare né le frontiere esterne del regno. Di estensione equivalente alla gran parte dei principati dei grandi vassalli, esso è inferiore in ricchezza a molti di loro. Le città del Mezzogiorno e della valle del Rodano, animate dal commercio del Mediterraneo, quelle della Fiandra, dove sbocca la grande via che unisce il nord all’Italia e lungo la quale si scaglionano le fiere della Champagne, hanno sulle sue una all’eresia degli Albigesi. In un caso come nell’altro, d’altronde, la questione religiosa non servì che ad affrettare un evento inevitabile. L’unità geografica della Francia richiede necessariamente l’unità politica. Il nord ed il mezzogiorno non vi si oppongono; essi sono la continuazione l’uno dell’altro. Si aggiunga a ciò l’attrazione del Mediterraneo, il mare del grande commercio per eccellenza, la via dell’Oriente. Era ancora tale ai tempi di Clodoveo; lo era ridiventato all’inizio del XIII secolo. Da Parigi, i re di Francia dovevano marciare verso il mare come vi avevano marciato i re dei Franchi. D’altronde la loro sovranità si estendeva sino ai Pirenei. Non c’era forse in Europa, all’inizio del XIII secolo, nessuna regione più viva e brillante della Linguadoca. Grazie alla navigazione mediterranea, le città erano là numerose e ricche. Come Genova e Pisa, Marsiglia e Montpellier inviavano i loro vascelli nei porti della Siria e dell’Egitto; come Siena e Firenze, Cahors si dava al commercio del denaro e la fama dei suoi banchieri arrivava fino nei Paesi Bassi. Tolosa, nella pianura della Garonna, aveva un’importanza analoga a quella di Milano in Lombardia. Tuttavia, a differenza dell’Italia, le città francesi del Mezzogiorno non erano repubbliche autonome. (Pirenne, p.242-243)
È una sintetica ricostruzione di ciò che era il territorio francese in un periodo in cui non esisteva la nazione e quindi neppure lo Stato: la frammentazione deriva dalla natura feudale dell’Impero carolingio, che, anche a decadere, non viene meno. L’unificazione delle diverse contee dipende dai Signori locali più forti, nel momento in cui prendono coscienza della necessità di assorbire, insieme con il territorio, anche le ricchezze che lì si sono sviluppate in un sistema di libero scambio di mercati. Soprattutto nelle zone periferiche del territorio francese, come la contea della Fiandra al nord, o la contea della Provenza al sud, avevano preso piede sistemi di tipo comunale, come avviene in Italia, al nord e al centro. Queste regioni attirano l’attenzione di colui che domina nel territorio attorno a Parigi, che ha bisogno di molto denaro, soprattutto se vuole affermare la propria supremazia con le armi. Anche la questione linguistica, che in modo piuttosto approssimativo vedeva regioni diverse, poi accorpate in zone di lingua “d’oc”, al sud, e in lingua “d’oil”, al nord, richiede un affinamento in grado di superare le diversità, per determinare un’area più vasta e più unita con la medesima “parlata”. Anche per questa campagna è necessaria un’autorità superiore che imponga una linea comune. Certamente è la cosiddetta “Crociata degli Albigesi” a portare il re di Parigi nell’area geografica più ricca e ad imporre la sua signoria, non senza interventi armati e forme brutali di annientamento e di conquista.
LA CROCIATA ALBIGESE E LA FRANCIA NEL SUD
Nella storia, questo episodio, spesso relegato come se fosse un fenomeno da tacere, anche per l’incontrollato scenario di violenza brutale che lo ha accompagnato, è pure da annoverare tra quelli che rivelano l’assenza di una autorità sovrannazionale, che possa intervenire a favore della popolazione, annientata come se si trattasse di una sorta di genocidio (anche se qui la ragione dell’annientamento non è l’appartenenza ad una razza, ma una scelta religiosa in contrasto con la fede dominante). Qui, poi, il Papa del tempo, Innocenzo III, invece di svolgere un ruolo sopra le parti è “parte in causa”, perché la Crociata viene organizzata da lui, mettendo da parte chi si era intromesso per recuperare gli eretici con i mezzi pacifici della predicazione e del convincimento.
Inizialmente anche il re di Francia non compare, ma quando il fenomeno prende una piega che gli può essere favorevole, allora si assume la guida delle operazioni militari con cui, tolti di mezzo i signori locali, può acquisire il territorio come suo, senza gli obblighi di tipo feudale. Così la Crociata diventa un’operazione di carattere militare, con forme di brutalità inaudite, che poi lascia il posto all’acquisizione, con il territorio, delle ricchezze di natura finanziaria per divenire un fenomeno di tipo politico nella direzione, sempre più marcata, della formazione di un regno, che possa essere sul piano territoriale ben definito. Si potrebbe dire che qui inizia a formarsi il regno di Francia.
La situazione è seria soprattutto nella Linguadoca, dove il conte di Tolosa Raimondo VI sembra favorire copertamente gli eretici. Non avendo avuto esito le predicazioni dei legati pontifici – per la maggior parte cistercensi – e di predicatori spontanei, come lo spagnolo Domenico di Caleruega (San Domenico), nel maggio 1207 Innocenzo III scomunica Raimondo VI e col-pisce d’interdetto le sue terre. Il 15 gennaio 1208 il legato pontificio Pietro di Castelnau è assassinato da un funzionario del conte. Il papa predica al-lora la crociata contro coloro che sono spesso chiamati Albigesi. Il re di Francia non risponde all’appello; ma, come in Spagna, come in Palestina, come a Bisanzio nel 1204, signorotti ed ecclesiastici del nord, soprattutto dell’Ile de France, accorrono alla carneficina. Subito all’inizio della spedizione, nel luglio 1209, i crociati prendono Béziers, massacrano settemila fra donne, bambini e vecchi che si sono rifugiati in una chiesa, saccheggiano e incendiano la città cominciando dalla cattedrale. Simone di Monfort di-venta visconte di Béziers e di Carcassona, poi toglie a Raimondo i suoi stati ad eccezione di Tolosa e di Montauban. Pietro II d’Aragona, sovrano dei signori della Linguadoca, accorso in aiuto di Tolosa, è sconfitto da Simone di Monfort e ucciso nella battaglia di Muret (1213). Il Concilio Lateranense del 1215 toglie a Raimondo le sue terre; la popolazione della Linguadoca si solleva allora in suo favore, e comincia una nuova crociata. Nel 1218 Simone di Monfort è ucciso nell’assedio di Tolosa e bisogna attendere l’intervento del re di Francia Luigi VII nel 1226 perché i Crociati riportino successi decisivi, consacrati nel trattato di Parigi del 1229. Accanto a clausole riguardanti indennizzi e restituzioni alle chiese, misure contro gli eretici, smantella-mento di città e castelli, le clausole territoriali danno al re di Francia una parte delle terre del conte di Tolosa e ad Alfonso di Poitiers, fratello del re, l’aspettativa sul resto degli stati tolosani. Così il principale risultato della crociata contro gli Albigesi è di assicurare alla monarchia capetingia, che ha tolto le castagne dal fuoco, l’accesso diretto al Mediterraneo, e di preparare la riunione del Mezzogiorno alla Francia settentrionale. (Le Goff, p. 265)
LA CENTRALIZZAZIONE DELLA MONARCHIA FRANCESE
La politica di espansione non era propriamente nei progetti di colui che si definiva re di Francia, avendo il controllo diretto della sola “Ile de France”: ma le circostanze si presentano favorevoli a questo disegno, che si compie in mezzo al disfarsi dell’impianto feudale, per la crisi dell’Impero nel corso del XIII secolo. La figura di Federico II, che vi domina e che si presenta come l’Imperatore, ma di stanza a Palermo, rivela nei suoi progetti un disegno politico che è ben oltre gli schemi medievali. Egli, che sembra l’erede dei Normanni, più che degli Svevi, voleva costituire uno Stato ben accentrato e ben condotto, secondo schemi che rivelano l’abbandono dello schema feudale per costituirne uno secondo la “burocrazia”, più in grado di controllare il territorio, secondo quanto i Normanni avevano creato nel sud d’Italia. Di fatto né lui, né soprattutto la sua diretta discendenza, poterono consolidare questo disegno, sconfitto con la decapitazione dell’ultimo discendente degli Svevi, Corradino. E questo avvenne grazie all’intervento, di Carlo d’Angiò, fratello di Luigi IX. Così il disegno francese si allarga in Europa, e, mutando gli equilibri, ancor più si vede scomparire il sistema su cui si era eretto il potere durante il Medioevo. Sotto il Regno di Luigi IX, il santo, proprio per il suo spirito religioso, sembra che esso sopravviva; ma, anche nel suo caso, le spedizioni, che ancora vengono definite Crociate, pure queste destinate al fallimento, sono la rivelazione di una impostazione diversa data al regno francese, che è destinato in breve tempo ad assumere una visione politica non più di stampo medievale, ma davvero innovativa con la Stato centralizzato, e governato direttamente con un sistema che oggi definiremmo di tipo burocratico. Che cosa spiega l’importanza che la Francia assume nel concerto delle potenze europee durante il secolo XIII, per diventare, a ridosso del secolo successivo, la nazione trainante con uno spazio territoriale sempre più vasto e compatto, anche per la condivisione di un’unica lingua e di fatto con un senso di appartenenza che contribuisce alla nascita del senso nazionale? Se l’unità territoriale, non ancora raggiunta, è di fatto avviata e ottenuta con prove di forza e atti militari, il senso di appartenenza si crea con una cultura che sta diventando unitaria e che viene perseguita dalla stessa monarchia francese con i suoi interventi nell’ambito dell’ Università parigina.
Questa era nata con il sostegno della Chiesa; veniva gestita in questo periodo da religiosi che dominavano la scena, soprattutto con i personaggi più prestigiosi degli Ordini Mendicanti, quali S. Bonaventura e Tommaso d’Aquino, ma per la sua gestione organizzativa, soprattutto quando si presentavano questioni di ordine pubblico, si richiedeva l’intervento dell’autorità politica. Ne deriva una sorta di laicizzazione degli istituti scolastici, di cui il potere politico si avvale per costruire una unità che va ben oltre il ricorso alle armi e alla politica di potenza. La Francia, insomma, è lo Stato più moderno in un’epoca di totale passaggio, che il re parigino riesce a cavalcare e a indirizzare verso una forza ben più significativa della forza derivata dalle armi o dalla potenza economica.
Nell’Europa del XIII secolo essa (la Francia) non aveva rivali. Non esisteva un regno così esteso, così ben situato per i suoi sbocchi sul Mare del Nord e sul Mediterraneo, così popolato e, ad eccezione dell’Inghilterra, con una costituzione politica così solida. L’egemonia intellettuale non va sempre di pari passo con l’egemonia politica. La Germania aveva esercitato la seconda, nell’XI secolo, senza possedere la prima, poiché non basta imporsi con la forza per imporsi nello stesso tempo con la civiltà. Succede che paesi insignificanti dal punto di vista della potenza, come per esempio l’Italia del XV secolo, diffondano dappertutto i loro costumi, le loro idee e la loro arte con la semplice manifestazione della loro superiorità. La Francia del XIII secolo ha avuto invece la fortuna di essere superiore al resto dell’Europa sia come Stato che come società. La sua forza non ha fatto che rendere più rapido e più irresistibile un ascendente morale che è anteriore e che non ha nulla di comune con i successi militari e politici della monarchia. (…) Così, dunque, l’ascendente della civiltà francese è di molto anteriore a quello della monarchia francese. (Pirenne, p.252-253)
Lo storico belga decanta il percorso fatto dalla Francia in questo lungo periodo di declino della civiltà medievale, per imbarcarsi in un sistema nuovo, che richiede comunque un parto difficile: egli vede soprattutto nella Sorbona, il centro universitario per eccellenza di questo periodo, che ha dentro di sé insegnanti di grande portata, provenienti, mediante gli Ordini religiosi, dall’esterno, ma pur sempre in grado di affermarsi in quel tipo di cultura, non solo di ordine scientifico e tecnico, che darà origine ad un mondo veramente nuovo. E il re che abita nella stassa area geografica, nell’Ile de France, nel “Quartier Latin”, si avvale della scuola soprattutto per creare un comune sentire che si accompagna alle sue imprese di natura squisitamente politica e, se necessario, di natura militare.
Pirenne comprende bene la ragione per cui la Francia acquista un posto di rilievo nella nuova Europa che si sta affacciando all’inizio del XIV secolo: il suo cuore pulsante è nel centro culturale, di cui la monarchia si avvale.
Donde le è venuta questa strordinaria fortuna? Perché la scienza cattolica si è fisssata in questa città del nord che nessuna tradizione letteraria o religiosa chiamava alla missione che gli è stata affidata? Non si può spiegarlo altrimenti che per il carattere singolare dato a Parigi dall’essere la residenza della corte regale. Le tradizioni caroligie della monarchia la predisponevano in modo ammirevole ad interessarsi delle scuole ecclesiastiche e ad accordare loro protezione. Se sono i grandi signori feudatari che hanno favorito le fondazioni mistiche della Chiesa (i monasteri), i re si sono occupati delle fondazioni di cultura. Niente di straordinario dunque se, assai per tempo, le scuole di Parigi si siano trovate in una situazione privilegiata. I progresso della monarchia, aumentando dopo l’inizio del XIII secolo l’importanza e l’attrazione della capitale, hanno fatto il resto. Il centro nazionale della Francia è divenuto il centro della vita scientifica europea … L’influenza della civiltà francese nel XII e XIII secolo, non è stata ovunque egualmente intensa … Ma dappertutto si è comunicata solo alle classi sociali elevate, alla nobiltà fra i laici, agli studiosi ed agli eruditi fra il clero … La Francia del Medioevo non possedeva infatti una vita economica così intensa da imporre la sua influenza al commercio e all’industria. In questo campo essa era assai inferiore all’Italia e alla Fiandra. Nella Fiandra tuttavia la stretta vicinanza, le relazioni politiche e gli interessi commerciali hanno fatto discendere l’influenza francese fino alla borghesia. I patrizi delle grandi città fiamminghe del XII secolo sono più che a metà francesi; lo sono al punto di servirsi del francese come lingua amministrativa e come lingua degli affari. Il carattere bilingue che il Belgio fiammingo ha conservato sino ai nostri giorni data da quell’epoca. Esso non è dovuto, come per esempio quello della Boemia, alla occupazione straniera; esso è una conseguenza naturale e pacifica della vicinanza della Francia e la prova migliore dell’attrazione esercitata dalla sua civiltà. (Pirenne, p.256-257)
Proprio nella gestione della Università parigina si riconosce l’intervento sempre più forte del re, che aveva la sua sede nelle vicinanze del Quartirere Latino in cui viene a sorgere la Sorbona, il cui nome deriva dal confessore del re Luigi IX.
L’università medievale, nelle sue caratteristiche principali e un po’ comuni a tutti gli atenei del tempo, dipende dal fatto che tra professori e studenti ci sia una convergenza nella ricerca, che li fa sentire come una sola corporazione di tipo medievale. Essi si costituiscono così per far fronte ai problemi che possono sorgere in un “campus”, dove si esercitano diverse autorità: da una parte c’è la Chiesa, quella locale e quella romana, perché i professori sono alle loro dipendenze, anche per il tipo di insegnamento che vi si trova e che esige il controllo, per garantire la retta dottrina. Il re è sempre più chiamato in causa, quando i gestori dell’ordine, i quali dipendono da lui, non riescono a risolvere i contenzioni. Nel secolo XIII ci sono spesso manifestazioni e scontri di piazza per risse nelle bettole, per proteste in presenza di forme esose da parte degli osti, per contenziosi fra studenti. L’intervento della “polizia” non sempre è accolta benevolmente e sorgono lamentele con il re, il quale interviene mediante decreti per la sicurezza e legislazioni, destinate a dare peso alla sua presenza. È inevitabile che si giunga pure ad un contenzioso, non superato, con l’autorità religiosa, soprattutto quando essa viene da fuori, come risulta essere il Papa, a cui interessa rimanere il “signore” indiscutibile di una Istituzione così importante. In un documentato saggio di Piero Zerbi si danno molti riscontri di testi scritti, quelli dei cronisti dell’epoca e soprattutto quelli di carattere giuridico, emanati dalle autorità del momento per dipanare le complesse vicende che si succedono nel corso del secolo, destinate poi a far prevalere su tutti la figura del re. Egli si impone, dimostrandosi geloso di esprimere la sua autorità su una istituzione prestigiosa che riconosceva fondamentale per la sua politica destinata a formare il Regno francese, ormai avviato ad assumere il suo ruolo centrale in Europa.
Nessuno dei tre poteri in gioco, però, (il re, il papa e la città) poteva oramai fare a meno dell’università: il re non poteva rinunciare ad essa per ragioni di prestigio, la città per motivi di interesse, la Chiesa romana perché aveva bisogno dell’apporto filosofico e teologico di Parigi. La posizione dell’università era dunque molto forte anche sul piano politico: lo vediamo al momento della dispersione. Quando professori e studenti solidalmente lasciarono Parigi, era papa Gregorio IX, uno tra i maggiori pontefici del ‘200 (1227-1241), nipote di Innocenzo III. Aveva studiato a Parigi e a Bologna. La dispersione dell’università fa fortemente reagire l’opinione pubblica del tempo: Matteo di Paris … nella sua opera Chronica majora (= Croniche maggiori), presenta una specie di dialogo concitato fra Parigi che piange privata dei suoi studiosi, e gli studenti che soffrono a loro volta per essersi allontanati dalla città dei loro studi. (Zerbi, p. 43)
IL CONTENZIOSO TRA FILIPPO IV E BONIFACIO VIII
Il culmine di questo percorso che conduce il re di Francia ad essere un nuovo soggetto politico, con cui il Medioevo tramonta e nasce all’orizzonte un nuovo assetto europeo, viene rappresentato dal re Filippo IV, detto il Bello (1285-1314). Con lui la Francia consolida la sua posizione, perché durante il suo regno è la sua forte personalità a dominare la scena e a imporre la sua autorità: questo succede con lo scardinamente dei residui territori di natura feudale, per accorparli allo Stato, anche se non c’è ancora la definitiva conquista dello spazio territoriale francese secondo i confini attuali. È soprattutto da rilevare il suo contenzioso con il Papa, che da questa lotta esce ridimensionato nelle sue posizioni. Sono diversi i motivi per cui si assiste alla collisione fra i due: non c’è solo la questione della tassazione dei beni ecclesiastici, che il Papa vorrebbe sottrarre all’ingerenza del re. Costui, per fare le sue guerre, ha bisogno di fondi che va a cercare nelle rendite fondiarie della Chiesa. Si tratta poi di stabilire la giurisdizione sulle figure ecclesiatiche che si vorrebbero sottrarre al giudizio del re, come pure affermare l’assoluto potere monarchico sui centri universitari presenti a Parigi, che devono essere tolti alla giurisdizione papale. Lo scontro degenera, con le bolle pontificie che comminano decreti di scomunica verso il re e con la volontà ferma del re di intentare un processo nei confronti del Papa, catturato in Anagni e da condurre a Parigi per sostenere un processo in cui era già stabilita la condanna. Di fatto il Papa, dopo l’affronto di Anagni, muore nell’ottobre 1303 a un mese di distanza dalla violenza verbale e, secondo alcuni, anche fisica, verso il Pontefice. È interessante nel testo della Bolla “Unam Sanctam” ciò che il Papa dice a proposito della sua autorità, che ormai gli è negata.
Proprio le parole del vangelo ci insegnano che in questa Chiesa e nella sua potestà ci sono due spade, cioè la spirituale e la temporale, perché, quando gli Apostoli dissero: “Ecco qui due spade” – che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare – il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti. E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha malamente interpretato le parole del Signore, quando dice: “Rimetti la tua spada nel fodero”. Quindi ambedue sono nel potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale. Però quest’ultima deve essere esercitata in favore della Chiesa, l’altra direttamente dalla Chiesa;
la prima dal sacerdote, l’altra dalle mani dei re e dei soldati, ma agli ordini e sotto il controllo del sacerdote. Poi é necessario che una spada sia sotto l’altra e che l’autorità temporale sia soggetta a quella spirituale. (…) Se dunque il potere terreno devia, sarà giudicato dall’autorità spirituale; se poi il potere spirituale inferiore degenera, sarà giudicato dal suo superiore; ma se è quello spirituale supremo, potrà essere giudicato solamente da Dio e non dall’uomo, come afferma l’Apostolo: “L’uomo spirituale giudica tutte le cose; ma egli stesso non viene giudicato da nessuno.” Questa autorità infatti, benché conferita ad un uomo ed esercitata da un uomo, non è umana, ma piuttosto divina, attribuita per bocca di Dio a Pietro, e resa intangibile per lui e per i suoi successori in colui che egli, la pietra, aveva confessato, quando il Signore disse allo stesso Pietro: “Qualunque cosa tu legherai ecc.” Perciò chiunque si oppone a questo potere istituito da Dio, si oppone all’ordine di Dio. (da Wikipedia)
Con l’uscita di scena del Papa sconfitto, Filippo ha modo di dare ancora più forza al suo potere: con il Papa Clemente V, di origine francese, il Papato si trasferisce in Francia, ad Avignore, rivelando così di finire succubo del potere civile.
LA QUESTIONE DEI TEMPLARI
Con Clemente V si consuma anche la tragedia dei Templari, abbandonati di fatto alle mire del re francese, che voleva cavare dalle loro rendite il denaro che poteva servire alla sua politica di potenza. I templari sono un ordine di natura religiosa e cavalleresca, sorto all’indomani della prima crociata per tutelare i territori “liberati” dal dominio turco e permettere ai cristiani la libera circolazione e l’esercizio della propria fede religiosa.
I templari furono insieme religiosi e combattenti: proteggevano i pellegrini diretti a Gerusalemme e partecipavano alla difesa degli Stati latini d’Oriente. Questo doppio ruolo, che segnò l’ordine negli anni della sua maturità, suscitò perplessità in ambito cristiano. L’ordine templare si dedicò nel corso del tempo anche ad attività agricole, creando un grande sistema produttivo, e ad attività finanziarie, gestendo i beni dei pellegrini e arrivando a costituire il più avanzato e capillare sistema bancario dell’epoca. La rete delle case e delle precettorie templari, distribuite tra l’Europa e la Terra santa, permetteva di depositare denaro o valori in una sede occidentale e di ritirarne il controvalore in un’altra sede, con modalità vicine alle lettere di cambio. Cresciuto nei secoli in potere e ricchezza, l’ordine si inimicò il re di Francia Filippo il Bello e fu travolto da un processo iniziato nel 1307, fino alla soppressione nel 1312 con la bolla “Vox in excelso” di Papa Clemente V.
La bolla sciolse l’ordine in modo irrevocabile, ma senza pronunciare una con-danna definitiva per eresia. (da Wikipedia)
Nato con la prospettiva di costruire una nuova realtà in Palestina, con uno Stato di tipo occidentale, che avesse il compito di ospitare e tutelare i pellegrini nella Terra Santa, “Il Tempio” assume progressivamente i tratti di un impianto di tipo militare, con tutte le conseguenze che si potevano im-maginare in un simile raggruppamento, soprattutto quando deve cercare altrove la sua collocazione, perché nel frattempo il Regno cristiano, sorto intorno a Gerusalemme, si era esaurito davanti alla riscossa musulmana. Nel corso del secolo XIII in cui abbiamo le ultime crociate, aumentano le discussioni a proposito di queste iniziative militari, con il suggerimento, sempre crescente, che si devono tentare altre strade. Nella contestazione dei sistemi di forza e di violenza, anche i cosiddetti Ordini militari a servi-zio della Terra Santa, come pure delle terre di confine dell’Europa, dove il Cristianesimo andava difeso con gli Ordini Teutonici in contrapposizione agli Orientali scismatici, venivano considerati incompatibili con lo spirito cristiano. E nei giudizi velenosi venivano annoverati anche gli Ordini più squisitamente legati al servizio ospedaliero o a quelli di assistenza ai pellegrini: era facile fare di ogni erba un fascio, soprattutto quando c’erano di mezzo tanti fondi e tante rendite fondiarie che facevano sospettare in un business per l’arricchimento e la potenza degli aderenti all’Ordine religioso dei Templari. Il giudizio negativo prende piede, anche se non è affatto unanime; ma in questo clima matura la consumazione di questo Ordine, che viene travolto, anche per l’incapacità dei suoi membri e per la durezza di una propaganda ostile, che viene diffusa artatamente per ottenere i risultati prefissati di entrare in possesso dei beni materiali propri dell’Ordine. Questo è il piano deciso e perseguito dal re di Francia.
Il cronista inglese Matteo Paris ha fatto ai templari le critiche più mordaci. Molto ostile al potere pontificio, sostenitore di Federico II, egli denuncia nel 1241 “coloro che erano ingrassati con i guadagni destinati alla lotta contro i Saraceni, e che volgevano empiamente le loro forze contro i cristiani, contro i loro fratelli”, e che inoltre “hanno tradimenti da lupo sotto il loro aspetto da agnello (…), senza di che i Saraceni sarebbero stati sconfitti da molto tempo”. Matteo Paris può essere colto frequentemente in flagrante delitto d’esagerazione, di deformazione, se non di falso, quando parla dei templari, tuttavia ha un grande merito: pubblica le loro lettere.
Egli cita, per esempio, le amare parole del maestro Armando di Périgord “Noi soli (…) portiamo sulle spalle il peso della difesa del paese …” … Certo, egli le ritiene senza importanza “ a causa della cattiva reputazione dei templari e degli ospitalieri”; ma il lettore può giudicare …(Demurger, p.227)
La tragedia si consuma dentro questo quadro di pregiudizi, di accuse infamanti senza prove, di maltrattamenti ed estorsioni, esercitate su alcuni, mentre altri in un contesto migliore, possono cavarsela con poco. Dalle relazioni che si danno dei processi-farsa risulta che in mezzo ad accuse esorbitanti, con le peggiori nefandezze a carico di quanti sono catturati e sottoposti a giudizio, risultano deboli le testimonianze contro di loro, e che comunque c’era molta fretta di chiudere il contenzioso. Il più deciso è evidentemente il re di Francia, che cerca l’appoggio del papa, entrato ormai al suo servizio o comunque poco propenso a tenere le distanze dal re, invadente nelle questioni di natura religiosa. L’esecuzione della condanna è affidata al potere civile, ma il processo deve essere tenuto davanti alle autorità religiose, proprio perché si tratta di religiosi e insieme di accuse che entrano nella sfera del mondo religioso.
Giacomo di Molay (l’ultimo dei Gran Maestri)è informato di tutto ciò dai templari dell’entourage del Pontefice. Prende così l’iniziativa, e chiede a Clemente V l’apertura di un’inchiesta per dimostrare l’infondatezza delle accuse vergognose rivolte contro l’Ordine. Il 24 agosto 1307 il papa fa sapere al re di Francia che avrebbe ordinato l’apertura di un’inchiesta. La sua iniziativa precipita le cose, perché a questo punto la convinzione del re, sincera o no, è definita e l’obiettivo determinato: sopprimere il Tempio. Ora l’inchiesta pontificia rischia di insabbiarsi, tanto è grande la cattiva volontà del papa, o peggio ancora di sfociare in un verdetto d’assoluzione; per questo calpestando le prerogative della giurisdizione della chiesa, la polizia regia prende in mano la situazione e mette di fronte al fatto compiuto. Venerdì 13 ottobre, all’alba, il balivo di Caen, Giovanni di Verretot, informa alcune persone che ha riunito con discrezione di una lettera del re recante la data del 14 settembre precedente: data simbolica, poiché il 14 settembre è il giorno della festa dell’esaltazione della croce.
Un fatto funesto, un fatto deplorevole, un fatto certamente orribile a pensarsi (…) Un crimine detestabile, un misfatto esecrabile (…) Una cosa del tutto disumana, ed anzi estranea ad ogni criterio umano, ci è giunta all’orecchio, grazie al racconto di molte persone degno di fede,
Dopo questo lungo passo retorico, Filippo giunge ai fatti: “I frati dell’ordine della milizia del Tempio, lupi nascosti sotto un aspetto da a-gnello, e sotto l’abito dell’ordine insultando in modo sciagurato la religione della nostra fede”, sono accusati di rinnegare il Cristo, di sputare sulla croce, di lasciarsi andare ad atti osceni al momento dell’ammissione all’ordine: “essi si impegnano con il voto che proferiscono, e senza timore di contravvenire alla legge umana, a darsi l’uno all’altro, senza rifiutarsi, se vengono richiesti”, Il re informa quindi delle inchieste e delle riunioni che hanno preceduto la sua decisione.
Dato che la verità non può venire del tutto scoperta in alcun modo, e che un grave sospetto si è impadronito di tutti (…) abbiamo deciso che tutti i membri del detto ordine nel nostro regno siano arrestati, senza eccezione alcuna, tenuti prigionieri e rinviati al giudizio della Chiesa, e che tutti i loro beni, mobili ed immobili, siano confiscati, messi in nostro potere e conservati con attenzione (…) Perciò vi incarichiamo e vi diamo ordini rigorosi per ciò che concerne il balivo di Caen ecc.
Seguono le istruzioni date ai commissari incaricati di istruire i balivi e i siniscalchi sul modo di procedere agli arresti e sul modo di condurre l’inchiesta. Concludeva il testo un breve riassunto delle accuse pendenti sui templari. (Demurger, p.241-243)
Il processo va per le lunghe, anche se alcuni templari sotto il carico delle accuse, vengono condannati al rogo e quindi ritenuti degli eretici. Ma non dovunque i processi locali finiscono con una condanna. Anzi … Si indice persino un concilio a Vienne, in Francia, per dirimere la questione, da accompagnarsi con un programma di rinnovamento della Chiesa. Ma pur con diverse bolle pontificie non si arrivò alla condanna, perché risultava a sufficienza che ci si trovava in presenza di una montatura. Laddove però i Templari incarcerati, compreso il Gran Maestro, erano nelle mani della giustizia del re francese, le cose precipitarono.
Il Molay sta dunque per comparire davanti alle stesse persone, più o meno, con le quali si era fino allora rifiutato di parlare. In realtà il 18 marzo 1314 egli compariva non per essere giudicato, e quindi ascoltato, ma per ascoltare la sentenza di un concilio presieduto da Filippo di Marigny:
Il lunedì successivo alla festa di san Gregorio, essi furono condannati al carcere perpetuo e severo. Ma quando i cardinali credevano ormai che il caso fosse chiuso, all’improvviso e in modo inatteso due di questi uomini, il gran Maestro (Molay) ed il maestro di Normandia (Charney), s’opposero con ostinazione al cardinale che aveva tenuto il sermone ed all’arcivescovo di Sens, ritrattando la loro confessione e tutto ciò che avevano affermato fino ad allora …
I cardinali rimasero sorpresi e rimandarono la questione al giorno dopo. Il re, appena venne informato, non frappose indugi:
Quello stesso giorno, all’ora del vespro, su un’isoletta della Senna situata tra i giardini reali e la chiesa dei frati eremitani di Sant’Agostino, furono condannati al rogo (…). Li si vide così risoluti a subire il supplizio del fuoco, con tale forza di volontà, che destarono in tutti coloro che assistettero alla loro morte ammirazione e sorpresa per la loro determinazione a morire e a negare fino alla fine.
Gli altri due dignitari, Pairaud e Gonneville, avevano taciuto: finirono i loro giorni in prigione. Il cronista fiorentino Giovanni Villani, che talvolta prende per oro colato ciò che gli si racconta, afferma che le ceneri e le loro ossa furono raccolte da alcune persone religiose e devote, e considerate come reliquie. Il 20 aprile Clemente V morì; il 29 dicembre seguente moriva Filippo il Bello … ecco la Maledizione!
(Demurger, p.259-260)
Come è stato difficile giudicare molti dei Templari implicati nei processi intentati contro di loro, con l’accusa di abomini infamanti, così è difficile anche giudicare questo genere di operazione che ha come protagonista il re di Francia. I libri di storia comunemente affermano che egli abbia avuto di mira l’accumulo di tesori e di denaro con cui l’Ordine religioso si occupava della Terra Santa in vista di una crociata, mai più intrapresa a partire da quegli anni, e in vista dell’assistenza ai pellegrini. La politica di potenza e le imprese di carattere militare richiedevano parecchio denaro e era necessario trovare un nemico dotato di beni per arrivare allo scopo. I templari, anche per il loro agire, si erano attirati giudizi non certo benevoli e, se il Papa non interveniva per dirimere le questioni di natura religiosa, ci avrebbe pensato il re cristianissimo, colui che custodiva il Papa, già insediato ad Avignone e che rivelava in questo modo di riconoscere la superiorità politica e militare del re locale, come non era stato fatto in precedenza nel lungo periodo medievale. Anche qui abbiamo il segnale del passaggio d’epoca, che vede altre forze emergere e altre visioni del mondo costruirsi nel tramontare di quella precedente.
Per molto tempo si è affermato che il motore principale dell’azione di Filippo il Bello contro il Tempio era stato l’interesse materiale; la storiografia recente tende, al contrario, ad attribuire scarsa importanza a tale fattore. (…) Filippo il Bello non ha seguito … consigli estremisti; ciò non toglie che per tutto il tempo del suo regno abbia cercato denaro. Non è stato un falsario, come è stato ripetuto troppo spesso e in modo assurdo: ha usufruito del diritto sovrano di operare cambiamenti monetari. Ha utilizzato tutti i mezzi, ha fatto pressioni di tutti i generi per imporre tasse, decime al clero e per spremere Ebrei, Lombardi e usurai. E, dunque, perché non il Tempio? (…) Gli storici tendono sempre più a cercare una spiegazione della vi-cenda, nella fede di Filippo il Bello. Il re, i suoi consiglieri, l’intera opi-nione pubblica dovevano essere convinti, si pensa, della colpevo-lezza dei templari (…). Malcom Barber (storico medievalista inglese, esperto dei Templari, ancora vivente), partendo dai documenti emessi dalla cancelleria regia, ha cercato di descrivere la “visione del mondo” che potevano avere Filippo il Bello e coloro che gli erano vicini. È la visione di un mondo unitario, opera di Dio e cementato dalla fede cattolica, organizzato secondo logica, ordinato e gerarchizzato dalla ragione. Da Dio al più piccolo arboscello vi è come una scala, una catena ininterrotta. In questo mondo coesistono dei poteri: all’idea tradizionale dei due poteri posti sotto l’autorità del papa si sostituisce quella di una cristianità che forma un corpo suddiviso in altri corpi più piccoli ma altrettanto naturali. Lo stato monarchico, la monarchia di Francia, è uno di tali corpi, retto dal “re cristianissimo”.
(Demurger, p.272-275)
Secondo questa lettura è evidente che la vicenda va inquadrata nella politica con la quale il re francese si imponeva nella debolezza della figura imperiale e papale, su cui si reggeva il sistema medievale: si sta aprendo così un mondo nuovo che ha protagonista la Francia, ma, in successione, anche altri Stati che cercano, allo stesso suo modo, di affermare la propria forza con l’esercizio regio su un vasto territorio, progressivamente creato soprattutto sulla base dell’affinità linguistica e culturale.
UNIFICAZIONE DEL TERRITORIO
Il cammino è segnato, ma nello stesso tempo è ancora lungo e richiede molto tempo perché sia completato. Rimangono fuori vasti territori periferici, dove dominano incontrastate signorie locali. Ci sono soprattutto domìni, nei quali esercita la sua potestà il re d’Inghilterra, in nome della comune appartenenza al sistema “normanno”, che tiene legata la popolazione inglese con quella della Normandia e della Bretagna. Ci vuole per questo uno scontro duro e prolungato nella famosa “guerra dei cento anni”, che assume anche toni e contorni epici con la figura eroica di Giovanna d’Arco, colei che più del re di Francia e con l’incitamento che noi oggi definiremmo “patriottico”, coinvolge la popolazione in questo scontro titanico fra i due Paesi per definirsi come “Nazioni” o come “Stati”. Sul versante orientale della Francia, seguendo il corso del Reno e del Rodano, vie commerciali sempre frequentate e, almeno per l’interesse economico-mercantile, da controllare, ci sono vasti territori da acquisire. Nel sistema delle Fiandre, che noi dovremmo sempre definire al plurale, per la pluralità di governi di carattere cittadino, il regno di Francia esercita un suo patronato, se non altro per la lingua comune, ma non per questo, come si deve rilevare anche oggi, può esercitare un controllo economico e politico. Sul versante tedesco c’è soprattutto la Borgogna, altro territorio ricco, che eredita quello che ancora rimane dell’antica Lotaringia: come succede per la Bretagna, anche qui l’annessione al Regno francese avviene mediante un accordo di tipo “matrimoniale”. Nel territorio contiguo alle Alpi si estende il ducato di Savoia, dove si parla francese e proprio per questo viene esercitata una certa attrattiva in quella direzione. Ma il duca locale, cerca di conservare la propria autonomia e cerca ulteriore spazio, attraverso le Alpi, verso la Valle d’Aosta e poi il Piemonte. Da quella scelta la dinastia sabauda abbandona il mondo francese, non la sua lingua, ed entra a far parte della storia italiana, addirittura creando oltre le Alpi una nuova nazione. Questi processi durano secoli, ma sono il segnale evidente di una nuova epoca, segnata dal senso dell’appartenenza nazionale. Questo entra come mentalità anche nella Chiesa, dove, pur continuando a parlare il latino, di fatto non ci si sottrae alle nuove lingue e alle diverse mentalità che esse rappresentano. Lo scisma d’Occidente, che vede la Chiesa divisa, viene affrontato e risolto con riunioni conciliari (Basilea e Costanza), all’inizio del secolo XV, dove ci si trova, si parla, si decide, raggruppandosi per nazionalità.
Sembra che lì trionfi il sistema conciliarista, che vorrebbe la superiorità del Concilio rispetto al Papa, ma quest’ultimo rivendica il suo primato e lo esercita anche con una sua configurazione politica di sovrano in mezzo ad altri sovrani. Dobbiamo sempre più riconoscere che il Medioevo è già tramontato (non è necessario aspettare l’evento della scoperta dell’America!) e che una nuova visione del mondo stesso è già in corso, non senza tensioni.
CONCLUSIONE
Anche la gente di allora si rendeva conto che stava cambiando radicalmente il mondo in cui erano inseriti, pur vedendo continuare i sistemi politici, le espressioni religiose tradizionali, il tipo di vita con le conquiste che si potevano avere e con le continue difficoltà che rendevano sempre precaria la vita. La presenza di autentici profeti avrebbe potuto destare quel genere di attenzione che permette in questi passaggi di saper trovare le vie giuste. Di fatto anche allora avevano il sopravvento quei politici geniali che cercavano il tornaconto personale, creando sistemi di governo che puntavano di volta in volta sul detenere denaro sicuro in quantità notevole e più ancora sull’apparato militare che faceva credere di poter raggiungere più facilmente e più rapidamente gli obiettivi prefissati. Per quanto il cambiamento sia avvertito, ma non gestito, chi aveva in mano le sorti della gente praticava percorsi politici puntando in genere sulla forza che metteva da parte i rivali o quanti volevano contrapporsi. Questi nuovi poteri hanno bisogno poi della giusta propaganda, che consenta di godere del favore popolare, laddove questo diventa utile o necessario.
Né bisogna dimenticare che per gli uomini del Medioevo la storia umana appariva nettamente conchiusa tra la venuta di Cristo e il suo ritorno, per inaugurare il Regno … E’ indubitato che, nel secolo XIII, la pienezza d’espressione raggiunta dalla civiltà medievale; le esperienze molteplici attraverso le quali essa aveva tentato di tradurre in valori sociali, culturali e religiosi definitivi il messaggio cristiano; le lotte e i disordini propri di ogni epoca di transizione, avevano diffuso largamente l’idea che si era ormai alla fine di un’età. Questa mentalità fin de siècle si avverte soprattutto in Dante, le cui aspirazioni alla pace e all’assetto definitivo della società umana sotto il dominio dell’aquila (immagine dell’Impero) e della croce (immagine del Papato), rappresentavano in gran parte il trasferimento in campo politico delle aspettative religiose del gioachimismo (di Gioacchino da Fiore).
Ma appena passate le soglie del ‘300, la crisi della religiosità medioevale … appare avviata a soluzioni che, appunto nella loro diversità, ci rendono perfettamente conto del trapasso ai principali indirizzi spirituali dell’età nuova. Le affermazioni teocratiche di Bonifacio VIII e del papato politico del secolo XIV subirono un grave colpo e un tracollo definitivo con lo schiaffo di Anagni e la susseguente cattività avignonese. Ma la Chiesa romana era riuscita, nel secolo XIII, a sgominare e a disperdere definitivamente le ultime schiere degli eretici e a placare nel grande perdono del Giubileo del 1300, proclamato sotto la spinta della spiritualità popolare, l’anelito alla palingenesi totale della società cristiana, che aveva alimentato la fiamma del mito escatologico medioevale. La funzione carismatica della Chiesa romana, unica ed esclusiva detentrice dei mezzi per la salvezza, risultava da ciò universalmente esaltata, proprio nel momento in cui la sua potenza politica veniva ad affievolirsi. E, con la sconfitta dell’eresia, già agli inizi del secolo XIV, era caduto, senza possibilità di ritorni, il mito escatologico del Medioevo, l’attesa palingenesi collettiva di tutta la società dei credenti in Cristo, la fede nell’instaurazione definitiva del regno dello Spirito in terra. Dopo tanta trepidante attesa il grande sogno era svanito nell’amarezza della delusione, ed appunto il venir meno del mito del regno segnava la fine di un’età tracciando la linea netta di demarcazione tra Medioevo e Rinascimento. (Morghen, p. 243-245)
BIBLIOGRAFIA
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Henri Pirenne
STORIA D’EUROPA – DALLE INVASIONI AL XVI SECOLO
Sansoni, 1978
2.
Raffaello Morghen
CIVILTA’ MEDIOEVALE AL TRAMONTO – Laterza, 1985
3.
Piero Zerbi
MENTALITA’, IDEALI E MITI DEL MEDIOEVO – Parte seconda
Vita e pensiero, 1975
4.
Alain Demurger
VITA E MORTE DELL’ORDINE DEI TEMPLARI – Garzanti, 1987
5.
Jacques Le Goff
IL BASSO MEDIOEVO – Feltrinelli, 1967
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