IO CREDO … sabato “in traditione symboli”

 

SABATO “IN TRADITIONE SYMBOLI” (per una consegna della fede in un periodo in cui è messa a dura prova)

4 aprile 2020 – nella memoria della morte di S. Ambrogio

La tradizione liturgica ambrosiana propone nel sabato precedente la Settimana Santa, definita “Authentica”, una celebrazione particolare che predispone i battezzandi della vicina Veglia pasquale a confessare la propria fede in pubblico. Questo giorno è ancora oggi definito il sabato “In traditione symboli”. È dunque il giorno della consegna del “CREDO”, che i catecumeni dovevano imparare, per essere pronti a dirlo con la comunità cristiana nella notte di Pasqua. Erano preparati a questo durante la Quaresima – durante il suo episcopato Ambrogio ci teneva a dare personalmente le istruzioni necessarie – e qui con la consegna si avviava l’ultima fase corrispondente alla settimana della Passione. Ancora oggi si conserva questo rito, che non solo serve a quanti da adulti si accostano al Battesimo, celebrato nella notte di Pasqua; è ormai una tradizione che i giovani, anche ad essere già battezzati, si trovino con il Vescovo in questa circostanza per rinnovare la propria fede da testimoniare poi nel vivere quotidiano. E questo deve valere un po’ per tutti, in modo particolare in un tempo nel quale si pensa sempre più che la fede sia una questione privata e che non abbia più alcuna rilevanza sociale. Perciò anche noi, siamo chiamati in questo giorno a “rinnovare” la nostra fede: siamo invitati a dire il “simbolo”, cioè il riassunto della fede, codificato con le formule del Credo apostolico, quello imparato con il catechismo, e poi riproposto con la fede elaborata e sostenuta nei Concili di Nicea e di Costantinopoli, per riaffermare rispettivamente la fede nella divinità di Gesù e nella divinità dello Spirito, da noi oggi detto durante la Messa. Dobbiamo usare, sì, queste formule, ma le dovremmo dire cercando di comprendere meglio le parole che diciamo, e che non dicono soltanto dei concetti, quanto piuttosto l’essere di Dio che corrisponde pienamente al suo agire “per noi e per la nostra salvezza”. Leggi tutto “IO CREDO … sabato “in traditione symboli””

Ritroviamoci uniti nella preghiera.

Crocifissione (Chagall)

Venerdì 10 aprile è  VENERDI’ SANTO e sarebbe bello, come qualche socio ha suggerito, che ci ritrovassimo “idealmente” tutti insieme alle tre del pomeriggio, momento della morte di Gesù in Croce, a recitare la preghiera di don Ivano, che trovate pubblicata in questa pagina.

Auguro a tutti una buona Pasqua.
Cordiali saluti.
Cesare Cavenaghi

Riflessione sul Vangelo della V domenica di quaresima.

Due sorelle, seppur a distanza, dicono la stessa cosa, esprimono il medesimo lamento che suona come un rimprovero verso colui che avevano amico: “Signore, se tu fossi stato qui …”. Ma evidentemente lui non è arrivato per tempo, anche se per tempo era stato avvertito; gli era stato detto che la situazione era tragica. Ma lui ha continuato ad aspettare, con una scusa che noi oggi finiremmo per interpretare male. Convinto che la malattia non è mortale, che, anzi, “è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, Gesù non si muove, neppure in presenza dell’appello accorato delle due donne preoccupate per le condizioni del fratello. Poi, quando ormai la situazione ha preso una brutta piega, si decide, finalmente, a muoversi pur con tutti i rischi. Lo sa che è morto; e ora ci va. A che fare? Ormai! Sì, ormai anche le sorelle, sfiduciate, non si aspettano più nulla, anche se la loro fiducia nel Maestro è immutata. E tuttavia non rinunciano a dire il loro disappunto, per questa sua assenza, per questo suo ritardo, per questo suo modo di fare che sembrava poco interessato all’amicizia. Dov’è l’amico, quando uno ha veramente bisogno? Dove sta il taumaturgo, quando noi stiamo male? Perché tarda a dire la sua e a fare qualcosa prima che sia troppo tardi? Oggi, più che mai, le parole delle sorelle di Betania possono essere anche nostre, in presenza dei morti che abbiamo cari e più ancora dei morti di questi giorni che vediamo più che mai abbandonati, proprio quando avrebbero più bisogno di sentirsi sostenuti nell’estremo passaggio, in quel tipo di passamano che li fa sentire sorretti da noi e dalla mano di Dio che li riceve. Spesso, alle esequie, trovo questa pagina, e soprattutto questo sfogo, molto pertinenti alla situazione. Oggi, ancora di più. E come in altre occasioni mi permetto di aggiungere al Signore: “Non rispondermi … non tentare di giustificarti in presenza di questa mia lamentela. Mi basta solo di aver espresso il mio disappunto, aggiungendo poi di provvedere a loro, non a me; di provvedere non a quella risurrezione provvisoria, come è stato nel caso di Lazzaro, ma a quell’incontro beatificante, che mi piacerebbe fosse come quello del buon ladrone, ladro anche nell’estremo istante, ladro, finalmente dalla parte giusta, per avere subito l’accesso al Regno che noi immaginiamo debba passare, per certe categorie di persone, da un periodo di purificazione”. Neppure Marta aveva fatto la richiesta di una risurrezione ritenuta improbabile, e che invece avvenne davanti ai suoi occhi stupefatti. Marta si era limitata a dire a Gesù di intercedere presso il Padre. Anche noi ci aggrappiamo a questa sua mediazione, perché Gesù, uomo come noi, uomo del dolore come noi, può davvero capire il nostro dolore, che è pure il suo, come dimostra, piangendo per l’amico, come dimostra, dicendo al Padre tutta la sua angoscia nella notte più nera. E quando Marta si sente dire da Gesù una dichiarazione che ha come il sapore di un’affermazione dottrinale, non risponde affatto con l’assenso ad una definizione dal sapore filosofico. Lei crede in Lui! Crede nella sua persona. Crede che dentro quella persona c’è lo Spirito stesso di Dio, colui che anche in presenza del male più terribile e più temibile, fa emergere nell’uomo e nella donna tutta la forza e la verità che sono necessarie perché il vivere sia superiore al morire, anche a dover morire. Ecco, anch’io, pur con il grande rammarico di non poter vedere più tante persone care, perse nel passato e perse in questi pochi giorni, quando una specie di bollettino di guerra mi presenta nomi e volti di tanti che sono passati nel mio vivere o nel vivere di altri che hanno sfiorato la mia esistenza, e mi sento sempre più attanagliato da un dolore impotente, da uno sconvolgimento che vorrebbe farmi disperare, voglio qui dire quello che ha detto Marta. In questa occasione la sento davvero grande, Marta, colei che altrove è accusata di essere tutta affaccendata nelle cose e di aver poca profondità nel vivere. Lei, proprio lei dice con fierezza che Gesù è il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo! E anch’ io voglio dirgli non gli elaborati della dottrina, pur utile, ma voglio affermare che è il mio Signore e il mio Dio, più volte dichiarato in questo modo; è colui al quale mi aggrappo, come il ladro in croce, per avere, nel momento della sua morte, tutta la forza della sua vita, e quindi lo Spirito, con la speranza che nella mia morte possa avere la vita eterna, anche ad avere colpe da espiare. Eppure il Signore in croce, nel momento della morte che è il momento della verità, non promette al ladro di averlo con sé dopo che avrà espiato, così come non promette la salvezza a Zaccheo dopo che avrà restituito il maltolto.

“Oggi, oggi, Signore, io ti chiedo la salvezza, quella che tu prometti sempre, accompagnandola con l’“oggi”, non per svilire le nostre colpe, che sono sempre gravi, ma per dare più peso al tuo amore che è sempre più grande”. Semmai, l’espiazione la proviamo ora, nell’angoscioso tormento di sentire sopra il collo l’aria di morte e di non sentire a sufficienza l’aria nei polmoni. Sentiamo piuttosto la vicinanza del Signore, lui che non ha paura di toccare persino il lebbroso, perché guarisca. Eppure gli poteva bastare, anche da lontano, la parola. Sentiamo la sua vicinanza, la medesima del buon Samaritano che non ha paura di sollevare il disgraziato, dopo aver pulito le sue piaghe. Sentiamo la vicinanza anche quando osa entrare nella tomba, prima quella dell’amico e poi la sua, perché fino a quel punto vale la sua incarnazione! E allora può capire – sì, capire – che cosa significa non solo il nostro vivere, ma anche quel momento dell’esistenza umana che è la morte: essa oggi ci sfiora, in coloro che cadono attorno a noi; domani – il più lontano possibile! – ci prenderà, ma sapendo che lui è entrato nel nostro morire, si è rinchiuso nel nostro essere sepolti, noi abbiamo la speranza di essere con lui nel nostro risorgere. E come tende la mano a Lazzaro, dicendogli di venir fuori e di sciogliersi dalle bende, – Lazzaro (= Dio ti aiuta) è proprio colui che nel nome ricorda di avere una mano da Dio – così la tende anche a noi, la tende ora a quanti sono partiti senza che una mano li tenesse; la tende a noi, perché non abbiamo a cadere; la tende a tutti perché ci sentiamo più vicini e più solidali nel vivere e nel morire, superando gli egoismi, le asprezze, le forme di intolleranza che abbiamo lasciato tracimare nel recente passato. Dovremmo essere contenti che Lazzaro sia uscito da quella tomba, ma già si preparano i giorni della passione, con le trame perverse, che non mancano mai, e di cui sembriamo quanto mai esperti quando ci lasciamo dominare dallo spirito del male. Eppure quella passione che Gesù affronta, quella che anche noi stiamo affrontando con lui e come lui, anche ad essere amara ed angosciosa, pesante da sopportare, è passione d’amore. Se la viviamo così, possiamo ritrovarci davvero migliori, anche ad avere di meno, anche a fare di meno, anche a dire di meno. Siamo il meglio, perché ci ritroviamo con lo Spirito del Signore, quello che lui ci sta offrendo con tutto quell’eroismo di grande umanità che ritroviamo in quanti lottano per noi, con noi e – auguriamocelo – come noi!

Per una riflessione al tempo del Coronavirus

A 50 ANNI DALLA MORTE DI GIUSEPPE UNGARETTI

A 100 ANNI DALLA “SPAGNOLA” LA POESIA CI SALVA ANCORA

Introduzione

In questa forzata pausa che ci costringe tutti a casa, ma soprattutto ci vede isolati, non c’è spazio se non per la parola, la nostra e la sua, quella di Dio. E’ la parola semplice e ricca della poesia, quella di sempre e quella che si rinnova in presenza di realtà che impongono all’uomo di non perdersi, di non lasciarsi andare, di non rinunciare ad essere, ad esistere. E l’uomo c’è, soprattutto per la parola, quella che l’ha creato e quella che lui stesso crea, quella che l’ha salvato e quella che lo continua a salvare, perché non abbia a cadere nel nulla. Questa parola, anche a non poterla dire, perché isolati e perché il nostro parlare, aprendo la bocca, potrebbe veicolare il male, può e deve diventare comunicazione di vita, come lo fu anche in altri tempi, in cui la morte ballava vorticosamente mietendo con la sua falce, sia con la violenza, stupida, degli uomini, sia con la violenza, cieca, dei virus. Lì sembrava morta la parola, come se essa avesse il solo spazio della bocca, della gola, dei polmoni pieni d’aria: ma se la morte spegneva ogni alito, allora anche la parola rimaneva spenta. Eppure ci rimane la parola scritta, quella a cui si affida anche Dio per raggiungerci. E la parola scritta risveglia la speranza, fa risorgere la vita, ridona l’alito dello Spirito … purché sia una parola creatrice, come quella di Dio; purché sia una parola salvatrice, come quella del Signore risorto che fa risorgere. E questa parola, proprio perché crea, produce, rivitalizza, procede, come è nell’agire delle persone divine. È la parola della poiesis (=  poiesis), cioè del verbo greco poiew (= poieo), con cui si indica il fare che procede dal cuore, lo stesso fare che appartiene a Dio e che Dio partecipa all’uomo. E’ la parola della poesia, quella innata in ciascuno, perché ognuno di noi, anche senza tecniche particolari, può generare da sé la parola con cui è stato generato e con cui può continuare a generare.

In tempi di morte, o, meglio, di una vita sempre più flebile, perché la morte vorrebbe trionfare, facciamo venir fuori la parola ricreatrice, rivelatrice, rigeneratrice, perché anche così possiamo vincere quel silenzio e quel caos che vorrebbe travolgerci e spegnerci. Si è parlato nel secolo scorso della morte della poesia, perché nessuno più poteva cantare, come diceva l’antico salmista, in presenza di un disastro che aveva annientato la vita di tanti e la speranza di tutti. Si è aggiunta poi la constatazione che insieme con la poesia si era pure spento il poeta, come dava ad intendere nel suo film, “La tigre e la neve”, Roberto Benigni, quando l’amore appare calpestato e, con esso, il senso della giustizia, che è prima di tutto il rispetto e l’onore da tributare ad ogni persona, soprattutto a chi è più debole. E, se pure il poeta si appende “ai salici di quelle terre” insieme con la sua cetra, allora non resta più chi possa elevare la voce, quella del cuore, voce creativa e quindi operativa. Ma la poesia non è mai del tutto spenta, anche quando risultano morti quelli che la creano, perché la poesia alberga nel cuore di chiunque conserva lo spirito vitale, lo spirito creativo e anche in tempi oscuri è capace di far parlare la voce del cuore. Ed è questa poesia, così “naturale”, che dobbiamo far emergere dal cuore, perché questa comunicazione ci è ancora possibile, proprio mentre ci viene richiesta la distanza, la segregazione, l’isolamento. Ci resta la parola. E non è cosa da poco. Soprattutto quando pensiamo che in principio a tutto ci deve essere sempre la parola; anzi, la Parola, quella che facendosi carne assume la fisionomia di ciascuno di noi e ci viene a dire che la Parola, cioè la vita, cioè la persona vivente, va conservata, sempre, anche quando, spegnendosi, non avendo più respiro, verrebbe negato di esserci. Ma la Parola che ha creato l’essere vivente è la stessa Parola che lo fa rivivere, o comunque sentire sempre vivo. E noi così vogliamo sentire anche coloro che in queste ore ci sono stati portati via, davvero strappati anche nella lacerazione già dolorosa della morte, di una morte che non consente più nessun saluto, in quella fisicità che per noi è tanto importante, è davvero di valore. 

La parola con la poesia di Ungaretti

Recuperiamo allora la Parola e anche la nostra parola, quella che ci esce spontanea dal cuore e che può essere poesia, non come artificiosità, ma come espressività profonda, che le attuali circostanze possono far affiorare.

Ci fa da guida un grande poeta, Giuseppe Ungaretti (1888-1970), che aveva a cuore proprio la parola, mentre aveva sull’orizzonte del suo tempo uno sfacelo, un dissolvimento, una consumazione dell’essere umano. Eppure, anche sul fronte di una guerra insensata, proprio davanti alla carneficina che si consumava sotto i suoi occhi, trovava le parole, semplici e pure per reclamare un sussulto di umanesimo nella totale disumanizzazione di una guerra spietata. Proprio quelle sue poesie, dove le parole non sono puro suono, ma un suono puro, fanno risorgere quella fisionomia umana che sembrava morire insieme con tutta la gioventù mandata al macello. Lui su quel fronte, anche a dover combattere con i fucili, diveniva di giorno in giorno la sentinella per il sorgere di un nuovo mondo, grazie alla poesia. Le liriche composte in trincea diventano poi, dopo la fine del conflitto, la raccolta “Allegria di naufragi”, dove nella catastrofe devastante la sua voce e la sua parola infondono speranza a cui aggrapparsi come ad un relitto, ciò che rimane, insomma, perché un naufrago si salvi, per riprendere poi il suo cammino. Così in effetti troviamo scritto in una sua poesia che apre la sezione de “I Naufragi”.

ALLEGRIA DI NAUFRAGI (Versa il 14 febbraio 1917)

E subito riprende

il viaggio

come

dopo il naufragio

un superstite

lupo di mare

Con lui vogliamo tentare di stare a galla in questo “naufragio” a cui siamo sottoposti da un nemico invisibile e temibile che ha già messo a dura prova tutta la nostra ostentata sicurezza di poter dominare ogni cosa, senza limiti, senza timori, senza freni, senza inibizioni. Leggi tutto “Per una riflessione al tempo del Coronavirus”

Una preghiera.

UNA PREGHIERA

(mi è venuta in queste ore di tribolazione)

Signore, sono le tre di un venerdì pomeriggio,

proprio quando ricordiamo la tua morte in croce.

E nel ricordo di te, lasciato solo sulla croce negli spasimi della morte,

mi viene da pregare in questa ora veramente amara

conservando una grande fede, anche se messa a dura prova.

Mi rivolgo a te e mi unisco a te nel grido doloroso e tanto umano,

che, detto tante volte nel salmo,

ha un sapore nuovo e più vero, nei momenti tragici:

perché, o Dio, tu che sei mio, tu che considero sempre mio,

mi hai ora abbandonato?

Non mi aspetto una risposta chiarificatrice,

non cerco una spiegazione confortatrice;

cerco solo, con te e come te, una presenza che mi sembra non sentire più.

So che non è vero; so che lui, il Padre, c’è, e mi sente; so che mi vuol bene.

E tuttavia, ora, mi sento più che mai solo, isolato, abbandonato, derelitto.

E più di me lo sono quelli che faticano a respirare, come tu sulla croce,

nuovi “poveri cristi” adagiati su un letto che ha la durezza di una croce:

guardali, Signore; guardali con occhi pietosi:

neppure si lamentano, ma sono soli!

Se, intubati, non possono dire niente,

non possono alzare neppure un grido di lamento: e ne avrebbero motivo!

Io mi faccio voce di loro per dirti quello che tu dici al Padre:

Perché ci hai abbandonati? Perché non fai vedere la tua mano in soccorso?

Perché questo male ci separa, ci obbliga a non essere più gli uni con gli altri,

ci riduce alla solitudine più amara?

Se questo male insidioso prende molti di noi,

e in poco tempo fa mancare loro l’aria da respirare,

al punto che neppure si possono raccomandare ai propri cari, ai dottori, a te,

tu, Signore, abbandonato e solo, non abbandonarli, non lasciarli soli:

fa’ sentire la tua carezza, fa’ avvertire la tua mano,

fa’ provare la tua vicinanza da buon Samaritano, come solo tu sai fare,

toccando i malati, risollevandoli, se sono piegati e allettati.

Fallo in vece nostra, fallo per noi, ma soprattutto per loro,

che in questo momento neppure possono chiedere aiuto.

Sentili con te nell’ora della tua morte, mentre si aggrappano alla poca aria,

nella ricerca di una vita che tu hai dato loro,

che hai promesso abbondante e piena,

e, se partono da questo mondo

come nuovi “ladroni buoni” insieme con te su questa croce,

accoglili nel tuo Regno, falli sentire in casa loro dentro la tua casa,

visto che ora non vedono più accanto a sé i loro cari,

mentre tu, ai piedi della croce,

avevi tua madre e il discepolo che tu amavi e che ti amava.

A te si affidano; a te noi ci affidiamo,

pensandoti sulla croce come lo sono tanti di noi,

pensandoti in affanno nel respiro come lo sono i contagiati dal virus,

pensandoti all’estremo in totale solitudine,

come lo sono i nostri morti di queste ore.

Poi tua Madre ti prende fra le braccia;

poi tua Madre si china su di te, vera icona di pietà;

poi tua Madre ti accompagna nel sepolcro, depositandoti come seme di vita.

A lei, visto che a noi è negato il pietoso gesto d’affetto, ci affidiamo,

perché lei raccolga quanti sono morti e continuano a morire;

lei li accompagni alla presenza del Padre;

lei, da madre veramente pietosa, interceda per loro e per noi

quell’abbraccio che ci fa sentire ancora figli e fratelli.

Verrà, presto, l’ora della risurrezione:

l’attendiamo, la desideriamo, ne abbiamo certezza!

Nel frattempo ci rimettiamo a te, sapendoti dalla nostra parte!

Grazie, Signore, per la tua comprensione e la tua vicinanza!

 

 

L’Europa di 100 anni fa: LA DISSOLUZIONE DELL’IMPERO OTTOMANO E LA NASCITA DELLA TURCHIA LAICA E MODERNA

INTRODUZIONE 

La debolezza dell’Impero turco alla vigilia della guerra mondiale

Una delle questioni decisive dell’Ottocento, consegnata anche al secolo successivo, è la realtà dell’Impero turco, rimasto dalla storia come un mondo che sembrava destinato a durare e che invece appariva più che mai in dissoluzione, sia come forma di governo, sia come estensione territoriale. È sempre stato un impero e non solo una nazione perché esso non risulta composto solo da un territorio omogeneo, almeno a livello etnico, ma, in uno spazio, del resto molto esteso, esso comprende popolazioni diverse e non assimilabili fra loro, se non perché riconoscono l’autorità di chi comanda, anche in nome di una ideologia o di un potere di natura religiosa. Qui il sultano, che nel periodo di massima espansione si era rivelato capace di dominare e di guidare soprattutto l’apparato militare, aveva assunto anche una potestà sacra, come depositario dell’eredità religiosa islamica. In nome di questo potere religioso egli esercitava la sua alta autorità anche sulle varie tribù del mondo arabo, sia nel Medio Oriente, sia nel nord Africa. L’espansione verso l’Europa centrale si era fermata nella penisola balcanica, e, dopo la battaglia di Lepanto (1571), quella che sembrava una rapida espansione verso l’Occidente, di fatto venne arrestata, e di lì ebbe inizio un lento ma inesorabile decadimento, che proprio nell’Ottocento ebbe il suo svolgimento e con la prima guerra mondiale il colpo di grazia che avrebbe dovuto abbattere l’impero secolare.

Leggi tutto “L’Europa di 100 anni fa: LA DISSOLUZIONE DELL’IMPERO OTTOMANO E LA NASCITA DELLA TURCHIA LAICA E MODERNA”

L’AUSTRIA E L’UNGHERIA USCITE DAL TRATTATO DI VERSAILLES

 

Introduzione: il quadro di allora e di oggi

Sono trascorsi 100 anni dall’assetto che l’Europa ha assunto al termine del conflitto mondiale. Come già si diceva allora, quella soluzione appare temporanea: dagli esperti di quei giorni fu paventato che un conflitto sarebbe poi scoppiato negli anni successivi; così oggi, anche se sull’orizzonte non ci sono propriamente delle ombre che fanno presagire un nuovo conflitto (anche perché si ha più che mai l’avvertenza che i disastri sarebbero davvero ampi e incalcolabili), ci si rende conto che lo stesso assetto geografico è sempre fragile, ma lo è ancora di più quello politico. Non solo; l’Europa rischia sempre più l’irrilevanza, anche se oggi conserva un certo peso di natura economica, finanziaria e commerciale, seppure minato da nuove “tigri” rampanti che stanno affiorando sullo scenario del mondo. Evidentemente il quadro che oggi l’Europa presenta ha in sé le scelte e gli errori che sono stati fatti allora e che ancora non vedono una seria rilettura che permetta, quanto meno, di comprendere quali siano i problemi irrisolti, soprattutto in quel “ventre molle” dell’Europa che è in modo particolare la cosiddetta Mittel-Europa e più ancora la penisola balcanica. Quanto si è prodotto con il trattato di Versailles, senza una giusta considerazione dei criteri che si sarebbero dovuti seguire, ha lasciato in eredità situazioni che ancora oggi appaiono irrisolte.

Neppure sui libri di storia, usati nelle scuole e che poi lasciano una certa immagine nell’opinione pubblica, alcuni momenti, come quello in esame, sono stati trattati con sufficiente chiarezza, per quello che si può stabilire a partire dai documenti e dalle analisi che sono state svolte in seguito da persone competenti. Soprattutto a proposito del quadro europeo che sta ad est, il nostro modo di considerare quell’assetto ha badato di più ai revanscismi italici circa i territori sull’Adriatico, la cui storia viene considerata appartenente alla penisola per una eredità che è legata ad altri schemi.

E comunque, c’è sempre stata una grande ignoranza circa il quadro etnico e culturale presente in un territorio dove si erano sempre manifestati fenomeni di imperialismo o di dominio che provenivano da fuori. Tutto l’oriente europeo è sempre stato territorio di appetiti che vedevano in continuazione lo scontro fra diverse forme di imperialismo in nome dell’appartenenza al mondo germanico, slavo o turco. L’eredità lasciata dall’Ottocento è proprio quella di imperi sempre più lanciati verso oriente e nel contempo dell’insorgere di nazionalismi che contrastavano queste forme di imperialismo ereditate dal passato. Il primo conflitto mondiale si è scatenato proprio qui e in modo particolare per chiarire, non a livello diplomatico, ma con l’uso delle armi, come si doveva ripensare l’assetto di questo territorio così complesso. Quando le armi tacciono, non perché propriamente vi sia un vincitore sul campo, ma perché c’è uno sfinimento generale, legato a malattie diffuse, come la spagnola, e a una carenza di approvvigionamenti, la palla viene rilanciata alla politica, la quale tuttavia non è in grado di affrontare in modo serio i problemi che si trascinavano sul tappeto. Si arriva così al Trattato di Versailles, che di fatto si snoda in diversi trattati disposti dalle potenze vincitrici con i singoli Paesi sconfitti, obbligati ad accettare e a firmare le ingiunzioni non trattabili. Leggi tutto “L’AUSTRIA E L’UNGHERIA USCITE DAL TRATTATO DI VERSAILLES”

LEGGENDO MANZONI LE TRAGEDIE: I CORI DELLE TRAGEDIE

 

INTRODUZIONE: Il limite delle tragedie manzoniane

È opinione diffusa che le tragedie manzoniane siano sperimentazioni ne-cessarie per arrivare poi a risultati migliori. In effetti lo scrittore successivamente si dedica ad altro, individuando il suo campo d’azione. Con le tragedie noi siamo in presenza di lavori che non ebbero seguito, anche perché non ebbero successo. E questo non dipende solo della buona accoglienza al momento della loro apparizione in pubblico con la messa in scena delle opere, come se il successo venisse conferito dal fatto che a teatro ci fossero molti spettatori e questi tutti entusiasti nell’assistere alle scene; il ripensamento dello scrittore circa questo genere letterario fu determinato anche dal fatto che la critica ebbe subito delle valutazioni non punto lusinghiere, e lo stesso scrittore, per quanto cercasse di spiegarsi, dovette riconoscere il limite dei suoi lavori. Tuttavia noi oggi possiamo considerare queste opere come assolutamente necessarie nel percorso che Manzoni compie per giungere al suo capolavoro: esso ebbe pure una gestazione prolungata nel tempo. Non era in discussione la storia, come racconto di eventi, ma come concezione da avere per far meglio comprendere il senso degli eventi in relazione alle grandi questioni che si ponevano e che si cercava di affrontare nel dibattito politico e culturale, presente in quegli anni. La critica di fondo, quella più lucidamente sottolineata, compare tempo dopo con le lezioni napoletane di De Sanctis, già più volte citate. Costui rileva che “nella sua tragedia l’azione è chiusa in un atto solo, e il rimanente sono discorsi. Questo è il lato difettivo della tragedia”. (De Sanctis, p. 211) Sta parlando del “Carmagnola”. La tragedia viene di fatto resa esplicita a partire dai discorsi contrapposti dei due personaggi, che sono quelli di pura invenzione e che l’autore inserisce perché essi possono rappresentare al meglio le due visioni diverse e contrastanti che sono all’origine della tragedia.  Leggi tutto “LEGGENDO MANZONI LE TRAGEDIE: I CORI DELLE TRAGEDIE”

LEGGENDO MANZONI: LE TRAGEDIE: ADELCHI

Introduzione: una nuova vicenda, una nuova storia

Da poco la tragedia del Carmagnola è stata data alle stampe e già lo scrittore appare insoddisfatto del suo lavoro, sia per le critiche che gli piovono addosso, sia per l’insufficienza che lui avverte presente nell’opera, soprattutto in relazione allo stesso protagonista. Egli lo vuol proporre come innocente a proposito dell’accusa che gli è mossa di tradimento e che lo conduce al patibolo, mentre in realtà è anche lui la pedina di un gioco di brutalità, di inganni, di miserie, che non lo può rendere un uomo senza macchia, un eroe positivo, una sorta di martire della storia. A ben vedere, il personaggio più tormentato, e dunque più tragico, appare emergere dalla fantasia dell’autore e non dalla realtà storica: si tratta di Marco, l’amico del cavaliere, che vive interiormente la tragedia di essere leale alla ragion di Stato e non a quello dell’amicizia. Così il personaggio storico, che dovrebbe essere l’eroe positivo e non idealizzato, appare in tutti i suoi limiti; nondimeno è il personaggio non storico, che tuttavia ha in sé il realismo umano di voler affiorare per i valori umani, che non riesce però a difendere, a diventare di fatto il protagonista. Di qui la ricerca di una figura, quella di Adelchi, che pur inserita in un contesto storico, ben studiato e analizzato, risulta comunque totalmente creata dalla fantasia dello scrittore e proprio per questo emergere con la ricchezza dei valori umani che Manzoni vuol esaltare, incarnandoli in un personaggio veramente grande. Non è lui propriamente l’uomo che la storia esalta, sia perché è un perdente, ma anche perché egli è del tutto abbozzato dalla fantasia di chi scrive. Manzoni si prepara al nuovo lavoro con una ricerca storica ben documentata e, su quello sfondo, i personaggi che risultano meglio definiti e meglio curati sono quelli che la storia ignora e che la fantasia crea.

Ricerche e studi sui Longobardi Leggi tutto “LEGGENDO MANZONI: LE TRAGEDIE: ADELCHI”

LEGGENDO MANZONI: LE TRAGEDIE: IL CONTE DI CARMAGNOLA

 

Introduzione: l’interesse di Manzoni per la tragedia

Ci sono due opere nel lavoro letterario di Manzoni, che sembrano come massi erratici, capitati in un periodo problematico del suo vivere, e che di fatto rimangono tali, perché poi egli non percorse più questa strada, in cui si era cimentato, come era tendenza fare di quei tempi. Si tratta delle tragedie, che rivelano un gusto, tipico di quel momento, soprattutto in ambiti giovanili, come se quel genere fosse l’unico possibile per “accendere … l’animo de’ forti”. Con il tramonto dello spirito rivoluzionario e dell’era napoleonica e con l’avvento della “Restaurazione” sembravano ormai del tutto spenti gli animi, soprattutto per una partecipazione diretta nel vivere sociale: gli ideali di libertà, pur naufragati in mezzo a violenze e a guerre, sembravano ora impossibili da essere perseguiti, e c’era per questo un diffuso disorientamento. Manzoni, pur con la sua fede radicata, attraversava un periodo di tensioni non da poco, anche nel campo che gli era proprio, e che doveva divenire il “suo lavoro”, perché da una parte lo spirito neoclassico, che pur aveva fin qui respirato, non lo appagava con i suoi ideali, divenuti sempre più “mitici”, e il nuovo spirito romantico era ancora tutto da costruire e sembrava ancora una innovazione d’altri luoghi, non radicata nella tradizione della nostra letteratura. A questo si aggiungeva anche il fatto che l’appartenenza ad una scuola significava comunque una presa di posizione politica, in un momento nel quale la restaurazione vigilava per mortificare sul nascere ogni spirito ribelle o anche ogni inclinazione con le innovazioni. “Manzoni, nel ’15, aveva scritto in risposta a un invito dell’Acerbi, direttore dell’austriacante “Biblioteca”, di “non voler entrare in qualsivoglia associazione letteraria”; prima di tutto c’era il rifiuto delle posizioni di quella rivista; ma c’era in lui davvero la renitenza a “proferir giudizi letterari” e a “sentenziare sugli scritti altrui”. Quanto ai “conciliatori”, amico sì, partecipe, anzi guida quando occorresse delle loro idee; ma indipendente. (Ulivi, p. 163) Leggi tutto “LEGGENDO MANZONI: LE TRAGEDIE: IL CONTE DI CARMAGNOLA”