LE CROCIATE

Il fenomeno definito delle crociate nei libri scolastici viene circoscritto al periodo che va dalla fine dell’XI secolo alla seconda metà del secolo XIII, contando di fatto sette spedizioni, tese propriamente alla conquista e alla liberazione di Gerusalemme. Si ha pure di mira la realizzazione di un regno locale cristiano, gestito da occidentali in aperta antitesi con il dominio bizantino, che vede sempre più ridotto il suo campo di azione e di influenza, considerato come eredità della Roma imperiale. Il fenomeno è tuttavia molto più complesso ed ampio rispetto a quello circoscritto ai tentativi messi in atto di liberare il Santo Sepolcro. Esso poi viene considerato come un rapporto conflittuale, mai sopito, neppure quando le armi propriamente tacciono e gli eserciti non si scontrano in campo aperto, tra il mondo occidentale e il mondo mussulmano. Questo è considerato ben oltre quello arabo, con cui noi dovremmo intendere le tribù della penisola arabica. Le crociate per la Terra Santa riguardano la Palestina e di fatto gli islamici di quell’area geografica, dove gli Arabi nella loro conquista, dopo la morte di Maometto (632), si sono insediati. In quel periodo, ma non solo, i mussulmani sono già divisi sia sotto il profilo religioso, sia sotto quello politico, anche se nella grande area mediorientale e nordafricana, come pure nella penisola iberica, si trovavano diverse popolazioni e diversi regni accomunati dalla medesima fede islamica. Così le crociate, indirizzate alla Palestina, a volte prendono anche altre strade, per recuperare i territori caduti sotto il dominio islamico che veniva avvertito come un pericolo, in quanto si prefiggeva, con la conquista territoriale, anche la conversione, più o meno forzata, alla religione maomettana. Il confronto con la jihad, interpretata come guerra santa, come azione militare di conquista delle terre occupate dagli infedeli, induce in Occidente a considerare come unica modalità possibile di riconquista quella di far fronte al nemico con le armi e quindi con la guerra, sempre conservata, anche quando le ostilità non sono dichiarate. Poi, però, il concetto di crociata, e l’azione che ne segue, viene usata anche per altre imprese di carattere militare e cioè contro i nemici dichiarati della Chiesa e anche della cosiddetta “Res publica christiana”, come si definiva allora l’Impero: chi contrastava le due massime autorità che volevano rappresentare l’unità del mondo europeo, costruito sull’ideale della “romanità” e sull’ideale cristiano, era da considerarsi estraneo o eretico e come tale andava contrastato non mediante la persuasione e il convincimento, ma solo mediante la guerra o la condanna capitale, con cui il bubbone pestifero veniva scalzato, perché non inquinasse ulteriormente.

E talvolta le due campagne si sovrapponevano, perché, all’ostilità verso il nemico esterno, ma contiguo, si aggiungeva un’ancor più acuta ostilità nei confronti di chi voleva scalzare dall’interno il potere imperiale e il potere papale. A volte le armate venivano dirottate verso differenti obiettivi, ma con l’affermazione solenne che “Dio lo vuole”, e con intenzioni e motivazioni “meno nobili” (se può essere considerato nobile il combattere con le armi!), perché chi combatteva sperava anche di cavarne un frutto di natura economica, o con un tesoro da asportare o con un territorio da conquistare, da occupare e da gestire. Il fenomeno delle Crociate, nella suddivisione storica degli eventi, viene circoscritto ai secoli già indicati, sia per la direzione della conquista del Santo Sepolcro, sia per la riconquista in Europa di territori dominati dai “mori” (che di fatto sono i Berberi del Nord Africa), sia per la lotta contro gli eretici; ma esso travalica questo periodo, perché anche nei secoli successivi si usa il termine ben noto con la speranza che sia possibile qualcosa di glorioso e dai risultati soddisfacenti, facendo ricorso a ciò che ormai è diventato un mito e che trova la sua celebrazione in poemi epici o cavallereschi. Ma a questo punto il fenomeno non è più quello medievale, perché ha ben altra natura e ben altri scopi. Il medesimo termine non è neppure sparito ai nostri giorni; anzi, se ne fa continuamente ricorso in contesti che sembrano avere sullo sfondo i medesimi antagonismi e le medesime motivazioni di scontro fra due religioni, sempre ritenute contrapposte e comunque analizzate e descritte su questo orizzonte di scontro religioso o addirittura di scontro di civiltà. L’atto di terrorismo clamoroso che ha dato il via al nuovo millennio, con il crollo delle torri di New York (11 settembre 2001), è stato percepito come l’ennesimo caso di scontro fra i due opposti schieramenti, che ha poi dato origine a reazioni vendicative sui luoghi che venivano ritenuti i centri nevralgici di queste cellule combattenti che volevano l’annientamento dell’Occidente. Ne è seguita una serie di risposte che venivano presentate avendo sullo sfondo questi fenomeni legati alle crociate. Queste si definiscono così a partire dal mondo occidentale che fa ricorso alla croce, brandita come se fosse una spada offensiva, magari con la giustificazione di simili comportamenti. D’altra parte le insegne dei combattenti di parte cristiana venivano decorate con la croce, così come essa veniva intesa alla stregua di un’arma da impugnare e da utilizzare per avere la meglio sui combattenti, mori o saraceni.

Per noi le crociate erano alla stregua di guerre sante, di scontri armati che giustificavano i massacri dei nemici e nel contempo davano una sorta di sacralità all’agire dei combattenti, presso le varie popolazioni arabe, berbere e saracene; altrettanto nel mondo islamico lo scontro armato era definito con la parola coranica jihad, da noi tradotta come guerra santa, mentre essa vorrebbe accennare, con un linguaggio di tipo militare, all’impegno che ciascuno si assumeva nel voler propagare la propria fede con tutti i mezzi, compresi quelli coercitivi. Insomma, il fenomeno, dall’uno e dall’altro fronte, non mancava di aggressività, giustificata o non perseguibile, perché finalizzata alla difesa della propria fede e alla sconfitta di quella avversaria, ritenuta opera diabolica.

Nella quasi totalità degli ultimi duemila anni i criteri cristiani per giustificare la guerra si fondavano su due premesse. La prima presupponeva che la violenza – crudamente definita come un atto di forza fisica che, direttamente o indirettamente, minaccia l’incolumità o la sopravvivenza di un individuo – non fosse intrinsecamente un male. Era moralmente neutra, finché non veniva qualificata dall’intenzione di chi la commetteva. Se costui nutriva un’intenzione al-truistica, come il chirurgo che, anche andando contro i desideri del paziente, gli amputava un arto – misura, questa, che a lungo, nel corso della storia, metteva a repentaglio la vita del paziente –, allora la violenza doveva essere decisamente considerata un bene. La seconda premessa era il convincimento che i desideri di Cristo riguardo all’umanità fossero collegati con un sistema politico o con un corso di eventi politici in questo mondo. Per quanto riguarda i crociati, le intenzioni di Cristo si trovavano incorporate in una concezione politica, quella della “Repubblica cristiana”, uno Stato unico, universale, trascendentale, governato da Cristo attraverso i suoi agenti in terra: i papi, i vescovi, gli imperatori, i re. L’impegno personale a difendere questo Stato era un imperativo morale, valido per tutti quanti fossero in possesso dei requisiti per combattere. La propaganda esprimeva questa teoria in termini comprensibili ai fedeli: considerando l’estensione terrena dell’Impero universale di Cristo, la Terrasanta era il suo dominio regio o patrimonio; la Livonia (territorio ad est del golfo di Riga) sul Baltico era territorio privato della Beata Vergine Maria, una specie di appannaggio da regina madre.

(Riley-Smith, p. 28-29)

La visione religiosa delle crociate è insita nel nome stesso, perché il fenomeno, indubbiamente di natura bellica, comportava la croce e questa, oltre che apparire sull’abbigliamento e sulle armi, era istillata anche nelle menti dei guerrieri, che si trovavano benedetti e indottrinati per farne dei fanatici guerrieri, anche se non tutti si lasciavano convincere da questo, ma si aspettavano come sempre il “soldo” e, di conseguenza al combattimento vinto, anche la preda che vi era annessa.

In effetti le diverse crociate acquistano col tempo questo carattere religioso che comporta delle linee direttive, delle ragioni e delle finalità da premettere alla campagna con cui erano assoldati, soprattutto quei nobili cadetti che non avrebbero avuto, in epoca medievale, il loro beneficio, nella conquista dei territori. L’anima profonda della spedizione era sempre quella religiosa, per quanto non mancano altre finalità; si faceva comunque appello alla coscienza, perché il partecipante la vivesse con intendimenti religiosi, come se venisse fatto un voto, come se si facesse una penitenza, come se si trattasse di un pellegrinaggio.

Ogni crociato faceva un voto, che si impegnava a adempiere come una penitenza, ossia un atto di autopunizione che costituiva un tentativo di ripagare il debito contratto con Dio a causa dei peccati commessi. Per questo motivo, al penitente veniva assicurata un’indulgenza. Questo privilegio, sviluppato pienamente a partire dal 1200 circa, e la garanzia della remissione dei peccati commessi, distingueva le crociate dalla maggior parte delle guerre sante cristiane. Per il singolo individuo, la partecipazione alle crociate era solo secondariamente un servizio in armi offerto a Dio o a beneficio della Chiesa o della Cristianità: si trattava principalmente di un beneficio personale, dal momento che il crociato era impegnato in un atto di autosantificazione. (…)

La crociata era combattuta contro quanti venivano percepiti come nemici interni o esterni della Cristianità per il recupero di proprietà cristiane, oppure in difesa della Chiesa o dei cristiani. Le offese ai cristiani o alla Chiesa davano ai crociati la possibilità di esprimere amore verso i loro fratelli oppressi o minacciati e di farlo con una causa giusta, che era sempre relativa al mondo cristiano nel suo insieme. Un esercito crociato era perciò considerato internazionale anche quando era costituito da uomini provenienti da una sola regione. Secondo i papi, i musulmani non sol-tanto avevano occupato territori cristiani in Spagna e in Oriente, compresa una terra santificata da Cristo con la sua presenza e da lui fatta propria, ma avevano anche imposto la loro tirannia di infedeli ai cristiani che vi abitavano. Nella regione baltica i pagani minacciavano i nuovi stanziamenti cristiani; nella Linguadoca e in Boemia gli eretici erano ribelli alla Chiesa madre e le negavano la responsabilità dell’insegnamento affidatale da Cristo; in Italia gli eretici e gli oppositori politici della Chiesa turbavano l’ordine legittimo. I papi ritenevano che predicare crociate verso tutti questi teatri di guerra fosse giustificato, anzi fondamentale, ma non tutti i cristiani la pensavano allo stesso modo e mentre si concorda che le crociate in Oriente ebbero sempre un prestigio superiore e fornirono il criterio in base al quale giudicare tutte le altre, si è svolto un serrato dibattito relativo alla questione se la definizione papale di crociata, che è stata descritta come pluralista, rispecchiasse l’opinione generale del tempo e se sia funzionale oggi. (Riley-Smith, p. 29)

La discussione sulle crociate è indubbiamente ancora aperta, soprattutto per i tanti risvolti che ne ebbero nel corso dei secoli, quando si continuava a parlare di crociate, ma queste non avevano di mira la liberazione del santo Sepolcro e volevano piuttosto recuperare al Papato un ruolo centrale in Europa, a partire dalla componente religiosa che diventava pure un’arma politica di potere. Questo non significa giustificare la lotta armata per ottenere la liberazione dei luoghi della Terrasanta verso i quali vigeva da tempo il pellegrinaggio come elemento religioso, ritenuto di grande valore e significato per la vita, analogamente a quello che si prescrive nel Corano per il pellegrinaggio ai luoghi santi dell’Islam. Del resto nel corso delle imprese armate si fece strada il ricorso alla trattativa e al dialogo interreligioso, come dimostra la presenza di S. Francesco d’Assisi, a cui seguì l’affidamento ai francescani della Custodia di Terrasanta, ancora oggi in corso. E come lui, anche Federico II cercò accordi per la garanzia di libero accesso ai luoghi santi, senza dover far uso delle armi, che poi avrebbe dovuto richiedere la conservazione degli stessi “manu militari”. Così l’epos militare lascia il posto ad altre modalità con cui perseguire l’obiettivo di raggiungere in pace e nella forma del pellegrinaggio i luoghi santi in cui è stato vissuto ciò che si racconta nei vangeli.

GUERRA SANTA

CONTRO GLI ARABI

Circoscrivendo il tema delle crociate contro l’Islam, perché di fatto nel corso della storia, soprattutto medievale, si è fatta strada una contrapposizione radicale, che si è espressa non solo con le armi, ma anche con propositi di conquiste territoriali da ambo le parti, va riconosciuto che tale modalità armata ha preso il sopravvento con l’aggiunta di una sorta di sacralità. Se si combatte contro il nemico dichiarato del mondo cristiano, quasi per incitare e soprattutto per giustificare la scelta di ricorrere alle armi si insisteva sul fatto che fosse Dio stesso a volerlo e che perciò tale scontro doveva esse-re ammantato con l’elemento religioso.

In presenza poi di un Islam aggressivo e soprattutto dirompente e dilagante anche nei territori ormai occupati da cristiani di lunga data, come il Nord Africa e la Spagna, e in presenza di popolazioni ancora pagane come nel Nord Europa, occorreva contrapporre un sistema difensivo, almeno inizialmente, quasi a impedire ulteriori conquiste, e poi il contrattacco, per cercare il recupero delle terre perdute. Nei secoli successivi alla scomparsa di Maometto si deve assistere ad una serie di califfati (sistemi di governo anche al di fuori della penisola arabica, affidati ad eredi nella cerchia della famiglia del “Profeta”) che dilagano oltre il mondo arabo per insediarsi nei territori del Medio Oriente e nella fascia costiera mediterranea in territorio africano. Il primo Medioevo, già tormentato soprattutto nell’Europa centrale e nordorientale dal fenomeno dei movimenti barbarici, di fatto non si pone la questione del controllo del Mediterraneo, affidato al mondo bizantino. Ma a partire dal 1000 l’attenzione torna a concentrarsi lì, sia perché il mondo bizantino retrocede e nel meridione d’Italia si affacciano i Normanni, sia perché sul mare si muovono pirati saraceni, che, per essere tali, non intendono occupare territori, ma razziare, impedendo i commerci, sia perché gli stessi Arabi devono cedere il passo ai nuovi arrivati delle orde turcomanne, che pur abbracciano la medesima fede islamica. In questo quadro si devono collocare le reazioni a questi fenomeni, che esigono interventi meglio organizzati. Durante la fase dell’espansionismo arabo, l’esercito conquistatore si spinge lungo le coste mediterranee e successivamente in Spagna, che proprio a partire da qui sarà definita “Andalusia”, secondo la denominazione araba del Paese dei Vandali, o “Wandalus”. Qui ricorre fra gli invasori l’espressione di “guerra santa” o jihad, anche se il termine deve essere chiarito nel suo significato.

Il jihad non è una “guerra santa”, ma un impegno assoluto (uno “sforzo”) assunto in favore di una causa ritenuta teologicamente e giuridicamente gradita a Dio, che in qualche caso può essere anche un fatto militare, ma che spesso è di tipo civile, morale o umanitario. Oggi, il termine jihadismo sembra aver sostituito quelli, precedenti, di “fondamentalismo” e di “islamismo” … Ma le cose sono più articolate. Il diritto musulmano classico distingue il mondo in due grandi parti: il dar al-Islam, nel quale l’Islam è trionfante o decisamente maggioritario e nel quale si vive secondo le sue leggi e la guerra è, più che proibita, impossibile e improponibile; e il dar al-Harb, abitato dai pagani (cioè dagli idolatri, che debbono scomparire o perché sterminati o perché convertiti) e dalle genti dette ahl al-Kitab (“popoli del Libro”, cioè monoteisti che conoscono il vero Dio che è stato loro rivelato da un Libro sacro: ebrei e cristiani, ma secondo certe scuole islamiche anche mazdei, mandei, yezidi e buddhisti).

Queste genti devono essere assoggettate all’Islam e riconoscerne la superiorità in quanto “sigillo della Profezia”, fede perfetta, ma non possono essere costrette alla conversione all’Islam e possono, con alcune restrizioni civili, restare nel dar al-Islam ed esercitare privatamente il loro culto in quanto dhimmi (“soggetti”, ma altresì “protetti”). Del resto la parola Harb, “guerra”, è l’esatto contrario di Islam, termine strettamente connesso con Salam, “pace”: anzi, dal momento che l’arabo è consonantico, si tratta in ultima analisi della stessa parola, s-l-m, che significa appunto “pace”, “concordia”, “intimo consenso”. (Cardini p. 20)

E tuttavia, mancando un’autorità religiosa centrale, capace di offrire una interpretazione condivisa, questi termini, per quanto debbano essere interpretati nel loro significato originario, non hanno impedito che si determinasse uno slancio di diffusione dell’Islam, solo con la predicazione e la comunicazione verbale. Anche nella persona di Maometto si arriva all’uso della forza e della violenza per combattere chi gli si oppone in questo suo slancio di fede che deve portare alla sottomissione a Dio. Così, anche per questo suo modo di operare, non manca nella storia araba la condotta che fa ricorso all’uso della forza per comunicare la fede in Allah. D’altra parte la conquista “araba” è già un fatto compiuto alla morte del “profeta” nelle terre mediorientali e poi prosegue con le popolazioni del deserto, affascinate dalla “nuova religione”, più essenziale, rispetto a quelle di cui essa vorrebbe essere la sintesi. Le conquiste nel deserto egiziano, libico e magrebino, avvengono sempre con le armate militari e continuano nell’Andalusia, fino alla Marca spagnola, sui Pirenei, dove Carlo Martello li argina.

GUERRA SANTA CONTRO I TURCHI

L’intervento a ridosso dei Pirenei vuol scongiurare la presenza araba in centro Europa, soprattutto quando l’Impero carolingio è occupato a costruire il suo sistema di potere che deve fare la sintesi fra il sistema barbarico, fatto di etnie diverse da aggregare e l’ideale romano ormai al tramonto. Esso viene sempre richiamato, insieme con la spinta aggregatrice che dovrebbe essere svolta dal Cristianesimo, che eredita Roma e nello stesso tempo coinvolge il mondo barbarico, affrancandolo dalle eresie ariane. Gli sconvolgimenti che sono in atto a ridosso dell’anno 1000, con altre invasioni, sposta l’asse politico ancora sul Mediterraneo: qui i pochi traffici commerciali, conservati dai bizantini, sono turbati dalla pirateria saracena, che non viene seriamente affrontata, anche perché l’Impero d’Oriente è occupato sul fronte più orientale con altre popolazioni che premono, e viene estromesso dai Normanni, i nuovi arrivati nell’Italia meridionale.

Quando esplode la pressione dei Turcomanni che riducono ai minimi termini l’Impero bizantino, ci si rende conto del pericolo turco, che blocca le poche rotte commerciali verso il mondo bizantino e arabo. Si potrebbe dire che le crociate si sviluppano perché si fa sempre più minacciosa la pressione dei Turchi, mentre con il mondo arabo si era arrivati ad un rapporto meno conflittuale. Ma proprio perché anche i Turchi si presentano come i portatori della religione mussulmana da loro assunta, la crociata, che prende una connotazione religiosa di lotta in difesa della croce e della Terrasanta, è di fatto lo scontro con l’Islam, anche se poi i veri contendenti sul campo sono i nuovi arrivati dal Turkmenistan.

Nell’XI secolo, un nuovo gruppo di invasori, i turchi selgiuchidi, minacciava Bisanzio: non erano arabi, ma musulmani che all’inizio del nuovo secolo avevano sottomesso le regioni di Armenia, Siria e Palestina. Erano divisi in fazioni concorrenti ma riuscirono a infrangere la pace garantita dagli arabi in Medio Oriente. Dopo la presa di Gerusalemme, molti turchi si stupirono di trovare chiese e monasteri cristiani all’interno di paesi musulmani. Distrussero alcune chiese, uccisero i prelati e catturarono i pellegrini. Anche i selgiuchidi, però, non impiegarono molto a imparare quello che gli arabi sapevano da tempo, ovvero che Gerusalemme era ricca solo grazie ai pellegrinaggi. Dalle tasche dei cristiani, convenuti per pregare e fare penitenza nei sacri santuari, affluivano in città grosse somme di denaro. In breve, i conquistatori misero fine alle persecuzioni; tuttavia, i numerosi piccoli regnanti e la relativa instabilità della regione continuavano a rendere difficile e rischioso, spesso funesto, il pellegrinaggio in Terrasanta.

(Madden, p.20-21)

Il pericolo turco costituisce l’elemento scatenante delle crociate classiche, ma anche delle campagne militari che, lungo il secondo millennio, fino al secolo XIX, spaventano gli Stati europei, che non solo vedono minacciata la stessa esistenza della Chiesa e della religione cristiana, ma pure la sopravvivenza di Stati consolidati nei Balcani e la possibilità di un libero commercio nel Mediterraneo orientale. Le tensioni e le guerre affiorano soprattutto in certi periodi, quando il solo coalizzarsi di Stati orientali europei può frenare e impedire ulteriori avanzamenti degli eserciti turchi. Molto spesso questi scontri, che vengono registrati come fatti epici, sono vissuti con lo spirito della crociata, che vorrebbe annientare il pericolo musulmano, sotto il profilo religioso, ma soprattutto quello turco, sotto il profilo politico. Anche la crociata, come viene concepita nel primo scontro, al termine del secolo XI, è di fatto legata ad una serie di notizie drammatiche che provengono dai pellegrini in Terrasanta e che, fatte girare con elementi caricati appositamente, suscitano un grande fervore e un grande furore che accompagnano i combattenti pellegrini reclutati per la guerra dichiarata. Ciò che sarebbe dovuto essere, ed era in gran parte di fatto uno scontro con i nuovi arrivati dal Turkmenistan, veniva architettato come una sorta di guerra santa contro l’Islam: esso era avvertito come un grave pericolo per la sua dichiarata ostilità nei confronti della religione cristiana.

Furono i turchi che, contemporaneamente, ravvivarono le fortune musulmane alla frontiera cristiana. Nel lontano Oriente, ai confini delle steppe asiatiche, a est del mare di Aral, tra i turcomanni nomadi convertitisi all’Islam, era sorto un grande gruppo sotto un capo di nome Selgiuk. Entro il 1037 la sua gente, in gran parte mercenari condotti nell’area islamica stanziale, aveva preso il controllo del Khorosan; nel 1040 la vittoria nella battaglia di Dandanqan aprì loro l’Iran. Nel 1049 il variegato seguito di Toghrul, nipote di Selgiuk, comprendente turcomanni nomadi a malapena controllabili e altre forze regolari, penetrava in Armenia. Nel 1055 Toghrul raggiunse Baghdad e nel 1059 era ormai signore dell’Iraq sino alle marche di confine bizantine e siriane. In nome del califfo abbaside egli instaurò un sultanato che dominava l’Iran, l’Iraq e parte della Siria. Al momento della conversione all’Islam i turchi selgiuchidi, adottando principi religiosi aggressivi e rigidi, giustificarono l’avanzata a Occidente come una campagna contro la corruzione imperante nell’Islam, che – così essi credevano – si manifestava nello scandalo del califfato sunnita ortodosso da oltre un secolo sottoposto alla dominazione di principi sciiti.

(Riley-Smith, p. 36)

Più ancora del controllo del mondo palestinese, preoccupava la presenza dei Selgiuchidi, ormai dilagati in Asia Minore e stanziati nella loro capitale di Nicea, a ridosso di Costantinopoli. Il tentativo di respingerli viene fermato a Manzicerta nel 1071.

LE CAUSE IMMEDIATE

DELLA PRIMA CROCIATA

Il contesto della presenza turca, che appariva più nefasta rispetto a quella araba, soprattutto nel controllo della Terrasanta e in modo particolare dei luoghi santi, aveva determinato una reazione molto forte in Occidente, sia perché si parlava di pellegrini angariati e spesso anche uccisi, per nulla difesi dalle autorità bizantine, a cui veniva demandato il compio di controllo dei movimenti dei cristiani e la loro difesa in presenza di minacce o di violenze delle popolazioni musulmane locali. I racconti che arrivavano in Europa, spesso erano esagerati appositamente per suscitare l’esasperazione di quanti non si sentivano tutelati dalle autorità cristiane locali. Gli Occidentali non solo riconoscevano che i turchi erano peggiori degli arabi più tolleranti, ma vedevano che i bizantini, da poco staccati dalla Chiesa romana che li aveva scomunicati, non curavano i loro interessi, come ci si poteva aspettare. Di qui il montare del risentimento, che chiedeva un intervento diretto, anche con l’eventualità di occupazioni territoriali che potevano far allargare gli interessi di natura economica.

L’arrivo dei turchi selgiuchidi, verso la metà del secolo XI, e l’affermarsi della loro egemonia nell’area di obbedienza al califfato di Baghdad non avevano mutato la situazione. La dominazione turca era assai più rozza e militaresca di quella araba; in quanto neofiti dell’Islam, i nuovi arrivati risultavano meno tolleranti. A ogni modo, le condizioni dei cristiani che vivevano nelle terre da loro soggiogate non sembravano aggravarsi in maniera sostanziale. Se è vero che, intorno al 1055, si verificò una serie di episodi di particolare violenza a danno dei pellegrini occidentali, si è avuto troppa fretta ad attribuirli ai turchi solo perché cronologicamente coincidevano con il loro avvento. Le autorità musulmane di Gerusalemme ritenevano protettore dei cristiani di ogni confessione l’imperatore di Bisanzio; funzionari a lui fedeli sovraintendevano al Sepolcro e alla disciplina dei pellegrini. Si era all’indomani dello scisma del 1054: le chiese latine della Città Santa furono temporaneamente chiuse, ma non per causa turca o musulmana. L’ordine proveniva dal patriarca di Costantinopoli. Certo, l’entrata alla città e la visita ai Luoghi Santi erano sottoposte al pagamento di un tributo, ed è probabile che ciò abbia originato frequenti abusi di potere; così come presso gli xenodochia – gli ospizi deputati a ospitare viandanti e pellegrini – e lo stesso Sepolcro le provocazioni e le vessazioni dovevano essere frequenti. Fra dazi da pagare, rischi, lunghe attese, il pellegrinaggio si rivelava qualcosa di radicalmente diverso da un viaggio di piacere. Ma non erano condizioni insostituibili: prova ne è che, nel corso della seconda metà dell’XI secolo, il viaggio penitenziale verso la Terrasanta conobbe un deciso incremento. (Cardini p. 63)

La narrazione delle numerose vessazioni, e più ancora dei frequenti massacri, come si voleva che arrivassero alle orecchie dell’opinione pubblica occidentale, per creare turbamento, scuote le coscienze degli Europei e suscita un grande risentimento, con la spinta alla vendetta nella forma della guerra risolutiva. Con essa si pensava di raggiungere in maniera più efficace che non con le trattative, l’obiettivo di avere sotto il proprio controllo i Luoghi Santi e soprattutto di mantenerne la difesa, in modo più efficace dei Bizantini. Costoro dimostravano incapacità e più ancora refrattarietà e voler sostenere i cristiani che venivano dall’Europa latina, considerati come antagonisti anche per la scomunica avuta nel 1054 e soprattutto interessati a sottrarre loro la conduzione dell’Impero, retaggio dei Romani. Nel contempo, oltre alla chiara avversione dimostrata dai bizantini nei con-fronti dei pellegrini cattolici, di cui non volevano assumere la difesa contro i turchi, c’era da registrare la continua erosione di territori e di autorità dell’Impero bizantino a favore dei nuovi arrivati dal Turkmenistan. Insomma, i bizantini rappresentavano un problema e non un aiuto per gli Europei.

Nel 1071, l’imperatore Romano IV (1068-1071) schierò le sue forze per respingere gli assalti turchi in Asia Minore; la battaglia si svolse a Manzicerta (al confine orientale dell’Anatolia presso il lago Van). I selgiuchidi sbaragliarono l’esercito bizantino e catturarono l’imperatore. Oltre il campo di battaglia coperto di cadaveri, si stendevano le ampie pianure anatoliche, ormai indifese, e non ci volle molto per conquistarle. Qualche anno dopo, se gettavano lo sguardo oltre il Bosforo, i cittadini di Costantinopoli vedevano le terre turche. E del resto non erano solo loro i nemici; i peceneghi (popolazione stanziata nell’attuale Russia meridionale e Kazahstan, assorbiti dai popoli confinanti e ormai spariti) pressavano da nord a sud, mentre i normanni avevano cacciato le truppe bizantine dall’Italia meridionale. Molti temevano che per l’antico Impero Romano fosse giunta la fine. Senonché, com’è spesso accaduto nella storia bizantina, proprio quando gli eventi sembravano disperati, salì al trono un imperatore che seppe capovolgere la situazione. Alessio I Comneno (1081-1118) risollevò lo spirito imperiale e riuscì a mettere insieme un grande esercito mercenario per difendersi dagli attacchi. Egli chiese inoltre aiuto alle forze occidentali, decisione che non prese certo alla leggera. I bizantini ritenevano infatti che l’intera Europa fosse territorio imperiale, temporaneamente occupato dai barbari. Anche se gli occidentali erano cristiani, dal punto di vista bizantino essi cadevano in vari errori liturgici, se non in vere e proprie eresie, la maggiore delle quali era quella che li induceva a insistere sull’autorità assoluta del papa di Roma. In ogni caso, ad Alessio servivano delle truppe, e in Europa ce n’erano in abbondanza. Perciò, egli inviò un suo emissario dal papa per chiedere aiuto.

(Madden, p.21-22)

URBANO II E PIETRO L’EREMITA

Il resoconto delle vicende in Palestina a seguito delle violenze per mano dei Turchi, ingigantito con racconti di stragi e di violenze, non documentate; e più ancora la richiesta pressante dell’Imperatore bizantino, che non dava retta al Patriarca, mossero in Europa gli animi a prendere posizione sulla questione. Se ne fece portavoce il Papa Urbano II (1040 – 1088-1099). Costui, da collaboratore di Gregorio VII e da priore di Cluny, era impegna-to nella lotta per le investiture, che aveva di mira la riforma della Chiesa. Continuò la contrapposizione con Enrico IV e con l’antipapa. Si era sempre più convinto della necessità di un’affermazione della sua autorità mediante un’impresa che lo esaltasse, e colse al volo la richiesta avanzata dall’imperatore bizantino per indire un intervento armato contro i Turchi. Si prefiggeva anche di raggiungere l’unità della Chiesa dopo lo scisma del 1054, ma più ancora di affermare sul potere politico la sua potestà pontificia mediante un’impresa militare che lo vedeva come il catalizzatore dei sovrani dell’epoca. In realtà né l’imperatore né i re aderirono alla convocazione che fu fatta in occasione del concilio di Clermont-Ferrant (1095).

HAIEZ – L’APPELLO DI PAPA URBANO II A CLERMONT

Le precise parole del suo appello, da lui ripetuto in numerosi altri sinodi, incontri e concili successivi, non ci sono state tramandate. Tuttavia, è chiaro che egli prese le mosse da dove si era fermato il suo predecessore. Incitò i Cavalieri di Cristo a intraprendere una guerra di liberazione: i cristiani orientali dovevano essere emancipati dalle brutali e umilianti condizioni imposte dal dominio musulmano. Grazie all’aiuto occidentale, Costantinopoli, la più grande città cristiana del mondo, poteva affrancarsi da un pericolo che era ormai diventato quotidiano. Per quanto potesse apparire convincente, Urbano II era consapevole che non bastava fare appello al cuore degli uomini per stimolarli all’azione; così, la conquista della Terrasanta, che per Gregorio era una pura possibilità, per lui divenne un obiettivo centrale. I “soldati di san Pietro”, come li chiamava Urbano, non dovevano soltanto spazzare via dall’Asia Minore l’immorale presenza dei selgiuchidi, ma continuare la marcia per liberare le stesse terre di Cristo. L’obiettivo era diventato Gerusalemme; Bisanzio si trovava semplicemente sulla via. (Madden, p.25)

Pietro l’Eremita, il discusso predicatore della Prima Crociata, con il suo fervore religioso al limite del fanatismo, convinse parecchia gente raccogliticcia a partire per la crociata in Terrasanta. Ebbe un ruolo importante, ma non decisivo, per conservare e alimentare lo spirito combattivo della sua armata, fatta di gente comune e nient’affatto organizzata con la disciplina necessaria, perché potesse avere buoni risultati.

Egli è a capo di quanti come pellegrini, senza arte né parte, si dedicano a questa impresa, privi di ogni conoscenza delle tecniche militari, anche perché nessuno li guidava. Questa fiumana di gente, agitata all’inverosimile e invasata per questa impresa si muoveva dietro al predicatore, arrivando anche prima delle truppe organizzate in raggruppamenti militari. Questa massa di gente si muoveva razziando le regioni dove passava ed era pure mossa da istinti mal repressi e anche da un forte antisemitismo, divenuto pericoloso nelle violenze messe in campo contro gli ebrei, rispetto a quelle che ci si poteva aspettare nei confronti degli islamici. Anche nei territori dell’impero bizantino furono causa di guai e di violenze, che lo stesso eremita faticava a contenere e non riusciva ad evitare.

L’idea che la crociata fosse una forma di vendetta può aver contribuito alla sua sanguinaria apertura. Si ebbero esplosioni di violento antigiudaismo in Francia subito dopo il Concilio di Clermont. Si propagarono quindi alla Germania e all’Europa orientale, dove coincisero con la prima ondata di crociati in partenza per l’Oriente. Il 3 maggio 1096 la tempesta si scatenò sulla comunità ebraica di Spira, dove si era radunato un esercito della Germania meridionale … Tra il 25 e il 29 maggio fu decimata la comunità ebraica di Magonza , una delle più grandi d’Europa. Alcuni crociati marciarono quindi verso nord, su Colonia, da dove gli Ebrei erano stati costretti a disperdersi verso altri insediamenti. Per tutto il mese che seguì furono braccati e sterminati …

(Riley-Smith, p. 65-66)

Naturalmente da questa massa di sbandati non era possibile raggiungere alcun successo in questa impresa, che fu raccolta invece da cavalieri nobili, in gran parte cadetti: essi speravano di raggiungere per sé obiettivi concreti, visto che a loro veniva negato nella propria famiglia di ottenere ricchezze e proprietà terriere, che venivano riservate ai primogeniti. Agli altri figli era data la possibilità di ottenere altrove, con la gloria, anche qualche risultato concreto. Dai racconti di queste varie spedizioni traspare nei combattenti un alto ideale religioso, perché questo si voleva fra credere che ci fosse, anche a partire dalle predicazioni che si facevano per istillare il desiderio di partire per una simile avventura. Non si può negare che ci fossero anche nobili sentimenti, tenuto conto del clima religioso che si era diffuso e che veniva alimentato in modo particolare dai Papi, soprattutto perché si era negli anni della riforma della Chiesa e c’era bisogno di sostenere questo programma di vita. Anche la causa del santo Sepolcro poteva ben servire a sostenerlo. 

Ma si mescolavano anche altre ragioni, che poi avrebbero preso il sopravvento: ogni impresa doveva anche dare dei frutti di natura economica, perché le spese per la spedizione erano altissime e ci si prefiggeva di poter fare un ottimo bottino, come si sperava ogni volta che ci si muoveva verso l’Oriente, spesso considerato in chiave favolosa. Così insieme con gli sbandati di Pietro l’Eremita, che andarono incontro ad una fine ingloriosa, ci sono eserciti organizzati, accanto ai quali si pongono pure dei mercanti avventurosi che speravano di cavarne un guadagno. A tutti costoro si rivolgeva l’appello di Urbano II.

Tra la nobiltà, l’appello papale suscitò un enorme consenso. La massima preoccupazione di Urbano era il riordinamento della Chiesa, uscita debole e lacera dalla lotta con l’Impero. Con le sue direttive contro le partenze indiscriminate – i chierici, ad esempio, dovevano ottenere l’assenso dei superiori; le persone sposate quello del coniuge –, il pontefice si preoccupava che l’ordine sociale non venisse sconvolto e che le novità rientrassero nella tradizione. Per queto si era rivolto insistentemente ai potenti affinché abbracciassero la sua causa dismettendo l’obbedienza nei confronti dell’imperatore. A loro, dunque, era affidata la guida della spedizione. (Cardini p. 68-69)

Quali, dunque, le motivazioni di tale illustre schiatta di principi? Il nerbo della spedi-zione non era costituito solo da piccoli cavalieri, cui l’indivisibilità del “feudo franco” impediva di entrare in possesso di una parte del patrimonio avito, costretti a cercare fortuna ingaggiando la spada al servizio di un signore. (…) Un gran numero di crocesignati era mosso da ragioni di carattere penitenziale; spesso a causa della professione militare esercitata, la cui peccaminosità era evidente. Altri covavano aspirazioni cavalleresche e sognavano di ammantare di onore la propria famiglia mediante un’azione meritoria quale la difesa dei luoghi in cui Cristo aveva posato i propri passi. In seguito, tale motivazione sarebbe stata all’origine di vere e proprie dinastie “crociate”: si onorava il contributo degli avi mediante la propria partecipazione. In generale, a fronte di qualcuno che avrebbe ottenuto vantaggi materiali dalla conquista del litorale siro-palestinese, la maggior parte dei partecipanti avrebbe fatto ritorno con molti debiti, qualche ferita e una bella storia da raccontare.

(Cardini p. 70-71)

LA CROCIATA

VISTA DAI MUSULMANI

Partendo dalla predicazione del Papa e di Pietro l’Eremita si deve riconoscere che le diverse spedizioni avvengono in un clima euforico di grandi ideali religiosi. Questo si dice e si vuol far credere, anche se non mancano le testimonianze di atrocità, di massacri, poi coperti con l’idea che la sconfitta del nemico doveva essere clamorosa per impedire una rivalsa.

Se la guerra viene proclamata “santa” perché combattuta in nome di Dio e con la convinzione che sia Dio a volerlo – è il grido di S. Pietro l’eremita a renderlo esplicito: “Deus lo volt” – le stragi avevano il sapore di “effetti collaterali”, non propriamente cercati, ma ammessi e giustificati a cose fatte. Così la versione che i cristiani danno delle loro imprese, appare anche con le componenti delle violenze che si tendeva ad ammettere e a volere, senza che ci fosse alcuna forma di soprassalto etico nel denunciare simili atti brutali. Dalla parte musulmana non era ancora chiara la convinzione della ne-cessità di mettere in campo il meglio, ovviamente perché non ci si imma-ginava che si arrivasse ad una simile spedizione. Per la gente turca e araba dei luoghi “santi” secondo i cristiani, il mondo occidentale non veniva considerato un serio pericolo, e il mondo bizantino aveva già dimostrato la propria inconsistenza. Così il primo impatto con le popolazioni europee ebbe disastrose conseguenze e l’evento ebbe una lettura sconcertata.

All’inizio dell’invasione, pochi sono gli arabi che, come al-Harawi, recepiscono, di primo acchito, l’ampiezza della minaccia venuta dall’ovest. Alcuni si adattano fin troppo rapidamente alla nuova situazione. La maggior parte di essi, amareggiata ma rassegnata, cerca di sopravvivere. Altri si propongono co-me osservatori più o meno lucidi, intenti a comprendere questi avvenimenti così imprevedibili e nuovi. Il più avvincente fra loro è lo storico di Damasco, Ibn al Qalanisi, un giovane letterato appartenente a una famiglia di notabili. Spettatore della prima ora, ha ventitré anni nel 1096, quando i franchi giungono in Oriente. Si prefigge lo scopo di narrare regolarmente per iscritto gli avvenimenti di cui viene a conoscenza. La sua cronaca racconta fedelmente, senza eccessiva emozione, la marcia degli invasori, come viene vista nella sua città. Per lui, tutto è cominciato in quei giorni angosciosi in cui pervengono a Damasco le prime voci … (Maalouf, p. 25)

Quell’anno si succedettero sempre più frequentemente le notizie riguardanti l’avvistamento di truppe franche provenienti dal mar di Marmara. Notizie allarmanti che segnalavano una moltitudine di soldati. La gente ebbe paura. Queste notizie furono confermate dal re Qilig Arslan, il cui territorio era il più vicino ai franchi”. “Il re Qilig Arslan” di cui parla qui Ibn al Qalanisi non aveva ancora diciassette anni all’arrivo degli invasori. Primo capo musulmano a esse-re informato del loro avvicinarsi, questo giovane sultano turco dagli occhi a mandorla sarà nello stesso tempo il primo a infliggere loro una disfatta e il primo a farsi battere dai loro temibili cavalieri. Già dal mese di luglio 1096, Qilig Arslan venne informato che una moltitudine di franchi era in cammino verso Costantinopoli. Temette subito il peggio.

Naturalmente il giovane sultano non conosceva lo scopo reale di questa gente, ma il loro arrivo in Oriente non lasciava presagire nulla di buono. Il sultanato che governava si estendeva su grande parte dell’Asia Minore, un territorio che i turchi avevano appena strappato ai greci. Infatti, il padre di Qilig Arslan, Sulaiman, era stato il primo turco a conquistare questa terra che si sarebbe chiamata, molti secoli dopo, Turchia. A Nicea, la capitale di questo giovane stato musulmano, le chiese bizantine continuavano a essere più numerose delle moschee. Se la guarnigione della città era composta da cavalieri turchi, la maggioranza della popolazione era greca, e Qilig Arslan non si faceva nessuna illusione sui veri sentimenti dei suoi sudditi: per loro, egli sarebbe sempre stato un capo di una banda di barbari. L’unico sovrano che essi riconoscevano, colui il cui nome era citato, a voce bassa, in tutte le preghiere, era quello del basileus Alessio Comneno, imperatore dei romani. In realtà Alessio sarebbe stato piuttosto l’imperatore dei greci, che si proclamavano eredi dell’impero romano. Questa qualità d’altronde era loro riconosciuta dagli arabi i quali, nell’XI secolo, come nel XX secolo, definiscono i greci con il termine ar-Rum, “romani”. Il territorio conquistato dal padre di Qilig Arslan ai danni dell’impero greco venne dunque chiamato “sultanato dei rum”.

(Maalouf, p. 29-30)

CONCLUSIONE

Che cosa rappresenta il fenomeno delle crociate nel cuore del Medioevo europeo, che, superato il fatidico anno 1000, sembrava avviato ad una buona ripresa, in cui i vecchi schemi feudali rivelavano di essere destinati a cadere per una nuova fase? Esso appare come un fenomeno capitato per caso in relazione al fatto che l’arrivo dei Turchi sui luoghi santi e sul loro modo diverso di governare quelle aree geografiche, impediva l’afflusso di pellegrini cristiani sui luoghi santi.

Questo flusso durava da secoli e nonostante la presenza araba non si era mai interrotto, anche a non presentare i numeri che aumentano quando la situazione economica risulta migliorata. L’evento dell’arrivo dei Turchi ha dato l’avvio al fenomeno della contrapposizione con il mondo musulmano nel suo insieme, anche se il nemico era individuato nei nuovi arrivati; eppure, anche senza questa circostanza, ingigantita nei suoi effetti negativi per i cristiani dai resoconti che se ne faceva in Occidente, c’erano le condizioni per un afflusso di popolazione europea in Medio Oriente, perché gli Europei erano lanciati alla conquista di nuovo spazio, soprattutto per un’economia che si stava sviluppando con l’aumento della popolazione. Lo spostamento di gente verso il Mediterraneo orientale sembrava inarrestabile. Il problema religioso a proposito della libera circolazione dei cristiani sui luoghi rivendicati in nome della fede in Cristo ha creato il fenomeno delle crociate, che del resto si presenta con due componenti collaterali: da una parte ci sono gli sbandati che sono eccitati da una predicazione fanatica e si muovono in preda a una sorta di delirio collettivo che prende quanti sono alla ricerca di un vivere diverso dentro un mondo che andava migliorando, ma non per tutti; dall’altra c’è una organizzazione di tipo militare, che ha sempre lo stimolo nella fede, eccitata dalle notizie di massacri di cristiani: essa viene guidata da capi militari e dà origine a una spedizione che risulta vittoriosa. In entrambi i casi, dietro questo fenomeno, c’è una visione religiosa particolarmente viva in un pe-riodo di rinascita dovuta alla presenza di nuovi ordini religiosi benedettini nati dal bisogno di una riforma efficace per il miglioramento della Chiesa stessa, corrotta con i fenomeni della simonia e della licenziosità. E tuttavia questo respiro religioso stava assumendo contorni di infatuazione collettiva che permettono ai crociati di presentarsi molto decisi a sostenere la lotta contro il nemico, che a partire da questo momento diventa l’antitesi con cui non è possibile il dialogo, o comunque rimane una forte diffidenza reciproca. Questo orizzonte religioso prevale spesso nell’analisi del fenomeno delle crociate, che ha tuttavia anche altre componenti e altri obiettivi, riportando l’Europa a interessarsi del mondo mediterraneo, mentre in precedenza sembrava relegarsi allo spazio centrale e settentrionale. Nasce così una nuova visione del mondo, che riporta la centralità del Mediterraneo, finché la caduta di Costantinopoli determinerà di spostare l’attenzione verso l’occidente atlantico. Ma la visione storica che ci è stata offerta di questo fenomeno è quella di ordine “ideale”, per il contorno religioso …

E’ sensato supporre che i crociati e soprattutto le loro famiglie, fossero spinti da motivi ideali. Era un’epoca di generosità ostentata e stravagante e molti monasteri e comunità religiose ne trassero grande vantaggio. Se lo straordinario sviluppo del monachesimo fu dovuto forse in misura maggiore a coloro che, senza entrare nelle comunità monastiche, vi contribuivano dall’esterno piuttosto che a quelli che entravano effettivamente a farne parte, lo stesso vale anche per il movimento crociato. Dietro a molti crociati stava un grande numero di uomini e donne, disposti a sacrificare i propri interessi per aiutarli a prepararsi e a partire. È importante tenere presente che la popolarità che noi attribuiamo alle crociate può essere esagerata. Nonostante sia stata un’attività in grado di attirare persone che vivevano in varie regioni dell’Europa occidentale, caratterizzate dalle modalità di percezione più diverse, a livello razionale ed emotivo, c’era pur sempre una maggioranza che non era preparata a lanciarsi in un’impresa tanto inopportuna, pericolosa e costosa. In altre parole, non dobbiamo trovare spiegazioni per motivazioni che coinvolgano l’intera società occidentale. Persino tra gli armigeri, sui quali possediamo il maggior numero di informazioni, i circa dodicimila uomini che risposero positivamente all’appello (dei quali quasi la metà non partì) rappresentano soltanto una frazione del totale. Nella sola Inghilterra vi erano circa cinquemila cavalieri e in Francia e nei territori imperiali di lingua francese almeno cinquantamila. Ci troviamo quindi davanti alla reazione non già di un’intera classe sociale ma soltanto di una piccola parte di essa, definita dalla sua risposta all’appello del papa e dal sostegno dei familiari. (Riley-Smith, p. 64-65)

BIBLIOGRAFIA

Jonathan Riley-Smith

STORIA DELLE CROCIATE

Mondadori – 1994

Thomas F. Madden

LE CROCIATE – UNA STORIA NUOVA

Lindau – 1995

Franco Cardini – Antonio Musarra

IL GRANDE RACCONTO DELLE CROCIATE

Il Mulino – 2019

Amin Maalouf

LE CROCIATE VISTE DAGLI ARABI

La nave di Teseo – 2020