DALLA PAGINA AL GRANDE SCHERMO: I FRATELLI TAVIANI

LA MASSERIA DELLE ALLODOLE

LIBERAMENTE TRATTO DAL ROMANZO OMONIMO

di Antonia Arslan – Armenia e questione armena

Introduzione

Il film del 2007 prende lo spunto dall’omonimo romanzo della scrittrice italiana, Antonia Arslan, di origine armena.

Non è la fedele trasposizione in immagini del testo, anche perché i nomi dei protagonisti sono cambiati e qua e là ci sono particolari diversi, con un esito finale che risponde maggiormente alla visione che della storia hanno i fratelli Taviani.

Il racconto scritto riguarda la famiglia della scrittrice, anche se pure lei si permette aggiunte, necessarie per dare risalto soprattutto a certi personaggi, in modo particolare le donne, che sono le vere protagoniste della storia.

Sullo sfondo storico c’è il grande genocidio armeno del 1915, il primo del secolo XX, perpetrato in Turchia contro questo popolo cristiano, minoritario nella grande Turchia mussulmana, dove ben oltre le motivazioni di carattere economico affiora quel tipo di nazionalismo che infestava l’Europa e che ha condotto al primo conflitto mondiale. Anche la Turchia uscita dalla guerra e già minacciata nel suo rinascere proprio dalla possibilità concreta di sparire dalla carta geografica senza riconoscimenti di sorta, cerca la sua sopravvivenza colpendo quelle minoranza a cui sono attribuite le colpe del collasso di questo Impero, che tale era e che non fu mai più, con la nascita di una Turchia laica e repubblicana. 

IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI

Si tratta del primo drammatico, sanguinoso e sistematico intervento per eliminare un popolo, organizzato, pianificato, perseguito con determinazione negli stessi anni in cui era in corso la prima guerra mondiale, e che poi troverà una emulazione, ancora più scientificamente prodotta, qualche anno dopo, nel cuore dell’Europa con il nazismo. Ancora oggi questo genocidio viene negato dalla Turchia, sia a livello politico di governo, sia a livello di opinione pubblica. Eppure la caccia all’armeno è stata prodotta anche in altre occasioni nella storia, non però con questa determinazione e ferocia. Qui è il gruppo dei cosiddetti “Giovani Turchi”, che decide e attua lo sterminio, in nome della purezza etnica e per rivendicare il diritto all’esistenza della grande Turchia, minacciata di scomparire con le continue guerre che portavano l’Impero a ridimensionarsi nei suoi confini e nelle sue zone di influenza. Durante il conflitto e nella assenza di sguardi indiscreti viene programmato il totale annientamento a cui sarebbero seguite altre stragi. Alimentando tra la gente l’odio verso chi sembrava connivente con il nemico russo e che veniva additato come il responsabile del pessimo andamento della guerra, un po’ dovunque si hanno dei “pogrom” contro gli Armeni. La questione riguarda soprattutto loro, sia perché sono cristiani, sia perché sono i detentori di alcuni settori del potere, in modo particolare nell’ambito bancario e quindi economico finanziario, come pure nell’ambito dei mezzi di comunicazione come erano allora i giornali, capaci di influenzare l’opinione pubblica. Lo stesso fenomeno riguardava (come ancora succede ai nostri tempi) il popolo curdo, di cui si rimandava l’eliminazione, se non altro perché i curdi sono mussulmani e comunque potevano essere utilizzati (come succede per l’eliminazione degli Armeni) quali operatori di azioni nefande: con la promessa di entrare in possesso delle proprietà armene, spesso si affidava loro il compito sporco di fare queste stragi. Nel progressivo ritiro dalla zona europea, e quindi dalla penisola balcanica, e nell’analogo ridimensionamento nei territori arabi, dove il Sultano non veniva più riconosciuto come la guida spirituale e politica, i Turchi temono che la Turchia stessa, non solo come impero, ma anche come nazione, possa sparire; e nel periodo in cui in Europa ci sono nazionalismi accesi, anche qui si coltiva un medesimo orientamento politico. Si tenga conto che dopo la prima guerra mondiale la Turchia ha rischiato di essere suddivisa tra le potenze vincitrici, compresa l’Italia, così come l’Impero asburgico era esploso in vari Stati “nazionali”. C’è voluta l’autorità forte di Kemal Ataturk per salvare la situazione e per far nascere una Turchia repubblicana entro confini territoriali ben definiti.

Il genocidio degli Armeni inizia nel 1915, quando ormai la guerra poteva anche nascondere queste cose all’opinione pubblica internazionale. Di fatto i Tedeschi, anche per il fatto che erano intervenuti a sostenere le infrastrutture necessarie per la guerra, erano al corrente del fatto e per qualcuno qui si sono avute le prove generali di quel che poi sarebbe stato organizzato in maniera “scientifica” nei confronti degli Ebrei.

Con il termine genocidio armeno si indicano le deportazioni ed eliminazioni di Armeni perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, che causarono circa 1,5 milioni di morti. Tale genocidio viene commemorato dagli Armeni il 24 aprile. Nello stesso periodo storico l’Impero Ottomano aveva condotto (o almeno tollerato) attacchi simili contro altre etnie (come gli assiri e i greci), e per questo alcuni studiosi credono che ci fosse un progetto di sterminio. Altri storici negano invece che si possa associare il termine genocidio a quegli eventi. Sul piano internazionale, 29 stati hanno ufficialmente riconosciuto come genocidio gli eventi descritti. Allo scoppio della prima guerra mondiale molti Armeni disertarono, e battaglioni armeni dell’esercito russo cominciarono a reclutare fra le loro file Armeni che prima avevano militato nell’esercito ottomano. La città di Van venne conquistata da queste truppe, che intendevano cederla poi ai russi. Intanto, l’esercito francese finanziava e armava a sua volta gli Armeni, incitandoli alla rivolta contro il nascente potere repubblicano. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli. L’operazione continuò l’indomani e nei giorni successivi. In un solo mese, più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e perfino delegati al parlamento furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada.  Arresti e deportazioni furono compiuti in massima parte dai «Giovani Turchi». Nelle marce della morte, che coinvolsero 1.200.000 persone, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. Queste marce furono or-ganizzate con la supervisione di ufficiali dell’esercito tedesco in collegamento con l’esercito turco, secondo le alleanze ancora valide tra Germania e Impero ottomano e si possono considerare come “prova generale” ante litteram delle più note marce della morte perpetrate dai nazisti ai danni dei deportati nei lager durante la II guerra mondiale. Altre centinaia di migliaia furono massacrate dalla milizia curda e dall’esercito turco. Malgrado le controversie storico-politiche, un ampio ventaglio di analisti concorda nel qualificare questo accadimento come il primo genocidio moderno, e soprattutto molte fonti occidentali enfatizzano la “scientifica” programmazione delle esecuzioni. 

IL ROMANZO

L’autrice, ANTONIA ARSLAN, di origini armene, ma fin dalla nascita cittadina italiana, di Padova, racconta, in questo suo primo romanzo, una storia, di fatto legata alla sua famiglia, che si inserisce nel contesto del genocidio armeno del 1915-1916. Trattandosi di un romanzo su sfondo storico, ci sono gli ingredienti della storia in cui personaggi e luoghi geografici sono ben individuati e nello stesso tempo ci sono situazioni, figure, luoghi, che invece non hanno una loro precisa identità. È ben preciso il riferimento al tragico evento del genocidio armeno, ci sono alcuni personaggi che la scrittrice lega alla sua famiglia sulla base di quanto gli poteva narrare il nonno, che nel racconto è presente sullo sfondo, in quanto figlio del patriarca che muore, presagendo fatti di sangue, e fratello di colui che, rifugiato con la famiglia alla masseria, lasciata in eredità al padre proprio dal nonno dell’autrice, viene massacrato con altri maschi. Questo episodio diventa emblematico della grande tragedia che sta sullo sfondo, in quanto è uno dei tanti eventi di sangue successi in Turchia in quegli anni.

La trama

Il libro è ambientato nel 1915 in Anatolia, allo scoppio della prima guerra mondiale. Si apre con la descrizione di una famiglia armena, gli Arslanian. Quando il capofamiglia Hamparzum muore, della famiglia si deve occupare il suo secondogenito Sempad, poiché il primogenito Yerwant si è trasferito in Italia giovanissimo, dove è diventato un medico molto ricco e apprezzato. La morte del padre fa rinascere in Yerwant la voglia di ritornare a vedere il paese natale, quindi inizia ad organizzare la rimpatriata per ritrovarsi con il fratello Sempad.

È ormai il maggio 1915, e l’ora del massacro si avvicina. Un giorno si presenta alla porta degli Arslanian Krikor, il medico, che racconta che tutti gli uomini sono convocati in prefettura nel pomeriggio, non si sa perché. Memori delle stragi del 1894-1896, Sempad e Krikor decidono che è più prudente rifugiarsi per una giornata alla Masseria delle Allodole. Mentre in città aumenta il panico, Shushanig, la moglie di Sempad, decide di raggiungere il marito alla Masseria delle Allodole insieme a tutta la sua famiglia e ad alcuni amici.

Un gruppo di soldati, aiutati da Nazim, si accorge però di questo spostamento, e raggiunge la Masseria delle Allodole. Sapendo la fine che è prevista per gli Armeni e vedendo una casa così ricca (sperando quindi in un lauto bottino), il gruppo irrompe nella masseria e uccide tutti i maschi, compresi i bambini, tranne il piccolo Nubar, che portava un vestitino da femmina.

Avvisato da alcune donne, arriva nella masseria anche il colonnello, amico di Sempad, che vedendo il massacro e non sapendo la vera fine che è ormai decisa per gli Armeni, richiama duramente i soldati assassini. Le donne della famiglia Arslanian tornano nella loro casa cittadina, confortate da Ismene, una lamentatrice greca. Intanto viene deciso che le donne armene rimaste devono andarsene dalla città, per venire accompagnate dai soldati in un posto non meglio precisato. Inizia così un viaggio terribile che porta il gruppo fino ad Aleppo, il cui scopo è in realtà ricavare tutta la ricchezza possibile dalle prigioniere e violentarle o ucciderle. Le sopravvissute, tra cui Shushanig e Azniv, sono seguite da Ismene, il mendicante Nazim e il prete greco Isacco con la moglie, che cercano un modo per aiutarle. Ad Aleppo riescono a trovare Zareh, fratello di Sempad e amico della moglie del console francese. Con l’aiuto di quest’ultima e corrompendo alcune guardie, i tre riescono a portar via Shushanig e i suoi figli ancora in vita (Arussiag, Henriette e il maschietto Nubar) e a nasconderli fino a che non potranno essere portati in Italia da Yerwant al sicuro. Azniv si fa uccidere, a un passo dalla liberazione, per permettere ai suoi nipotini di non essere scoperti mentre vengono fatti scappare. Il romanzo si chiude, in un salto temporale, con la voce della narratrice “nessuno, caro lettore, è più tornato nella piccola città”.

Antologia di testi

Il racconto appare diviso in due parti: la prima ha come protagonista lo zio Sempad e nella seconda, dopo la morte di costui, diventa figura di riferimento la moglie, Shushanig.

La prima descrive la famiglia degli Arslanian (poi, in Italia, sarà modificato il cognome perché non emerga la sua connotazione armena), che risulta es-sere benestante, in possesso di una casa decorosa e di una masseria fuori del villaggio, altrettanto bella. In questa famiglia emerge colui che la scrittrice presenta come suo zio, in quanto è fratello del nonno, emigrato in Italia e allora già accasato con la propria famiglia a Padova, con una attività che lo rende famoso e benestante.

Lo zio Sempad è il personaggio chiave di questa parte del racconto, perché tutto si muove attorno a lui, fino alla tragedia, nella quale egli, per primo, viene ucciso con la testa staccata dal busto, come se anche in questa scena si volesse marcare fortemente la decapitazione di una famiglia, di una gente, di un popolo. Attorno a lui ruotano altri personaggi, con particolare attenzione ai componenti della sua famiglia, la moglie e i figli, ma anche le sorelle, Veron e Azniv, come pure i fratelli definiti tumultuosi, Rupen e Zareh.

Quando il cerchio mortale si stringe attorno a questa famiglia, altri armeni cercano lì rifugio, finendo coinvolti nella tragedia.

Zio Sempad è solo una leggenda, per noi: ma una leggenda su cui abbiamo tutti pianto. Era l’unico fratello uterino del nonno, il minore; la loro madre, Iskuhi la principessina, morì diciannovenne dandolo alla luce. Il bisnonno poi si risposò con una “matrigna cattiva”, che gli diede molti altri figli; nonno Yerwant non la sopportava, così a 13 anni chiese e ottenne di andarsene dalla piccola città a Venezia, a studiare al Moorat-Raphael, il collegio per i ragazzi armeni. Ma zio Sempad era molto più dolce, accomodante e tranquillo del fratello; e amava la sua tranquilla città, la sua provincia neghittosa e sonnolenta, le chiacchiere al caffè con gli amici, la partita accanita di tric-trac, la caccia. Studiò da farmacista a Costantinopoli, ma pensando di ritornarsene a casa. All’università lesse i giornali, si iscrisse a un partito, sognò anche lui la rinascita dell’antica patria armena, si sfogò un poco, s’illuse. Trovò un compromesso con la matrigna, si divertiva a coccolare i fratellini, a tirare le trecce alle sorelle, pensava a sposarsi. (p.19)

Sempad amava la sua farmacia. Era un uomo un po’ lento, poco spiritoso, buonissimo. Da ragazzo, proteggeva le sorelle minori, Veron e Azniv, dai dispetti dei tumultuosi fratelli, Rupen e Zareh; amava anche moltissimo mandare telegrammi. (p. 21)

Tutti sapevano che Shushanig, la moglie feconda e chiassosa, che proclamava di non occuparsi delle faccende del marito, dominava lietamente Sempad fino all’ultimo pelo della sua barba, come dice il proverbio. E lui lietamente si faceva dominare, anche quando con il tacito assenso di lei scappava in calzonacci di cuoio a fare una cavalcata con l’amico dei Lazi, fucile a tracolla, portando a casa fieramente un paio di lepri. Qualche volta, un figlio l’accompagnava. Il maggiore, il taciturno Suren, sognava l’Europa, e stava per partire; ma adorava il suo semplice padre, e non avrebbe voluto lasciarlo. Questo desiderio sarà perversamente rispettato dal suo destino. Suren leggeva molto, e molto rifletteva; sentiva odor di sangue nell’aria, fiutava il male nell’aria: ma chi crede a un ragazzo di quattordici anni, che parla poco e malvolentieri, e di notte piange solo, sognando un grembo di donna, un materno rifugio dove scomparire e ritirarsi? Garo, il secondo, anche lui parlava poco, ma ancor meno pensava. Agiva per istinto d’amore, senza riflettere, con perfetta economia di gesti. Sapeva calmare ogni pianto infantile, ogni lagno, ogni strillo; sapeva cullare e quietare con la sua sola fuggitiva presenza le ansie terribili di un popolo inerme e insicuro, a cui ogni giorno può volgersi in male, dove i vecchi non raccontano di maghe e di orchi, ma ricordano gli eccidi di vent’anni prima, o di dieci, e sgranano come un rosario l’elenco dei parenti massacrati o scomparsi. (p. 22-23)

Trattandosi di un romanzo non può mancare la nota d’amore. Sboccia un amore impossibile, perché qui si mette in scena la dolce Azniv, l’eroina destinata all’immolazione, mediante il sacrificio personale. Viene segnalata come colei che è amata dal soldato turco, il quale, pur appartenendo al gruppo dei Giovani Turchi e pur volendo essere fedele alla consegna di impegnarsi per la salvezza della Turchia nel momento grave della lotta per la sua indipendenza, mentre attorno la si vorrebbe vedere svanire, si pone l’obiettivo di salvare dalla strage la sua bella ragazza, di cui è perdutamente innamorato. Ecco la descrizione del giovane.

Nella piccola città, Djelal si aggira furioso. Lui sa: e vuole salvare Azniv a tutti i costi. Tornerà oggi pomeriggio, e la porterà via con sé in un modo o nell’altro. Come convincerla, se non con la forza? (Lui non sa i pensieri di lei …). Djelal non vuole salvare la famiglia. Solo Azniv lo interessa, e salvare lei significa assolversi del compito orrendo che lo aspetta. Djelal non è un ufficiale qualsiasi; è giovane, e ha aderito entusiasticamente al programma del Comitato Unione e Progresso per svecchiare la Turchia, eliminare il sultanato, modernizzare. Nel concetto di modernizzazione è implicito l’assioma – la Turchia ai turchi. Eliminare questi popoli inferiori, che cospirano sempre col nemico occidentale e hanno aiutato a fare in pezzi l’Impero. Fuori, fuori armeni, greci, assiri, siriani – marmaglia. Ogni paese il suo popolo, come nelle guerre d’indipendenza europee. La Grecia è dei greci, perché la Turchia non dovrebbe essere solo dei turchi? Ha la testa piena di queste idee, Djelal, e non gli passa per la mente che gli armeni e gli altri sono su questa terra d’Anatolia da millenni, che l’hanno coltivata e resa feconda, che è quello il loro sogno di patria, non ne hanno un’altra: e volentieri, miti e fantasticanti come sono, e poiché è una terra grande e generosa, ci si potrebbe stare insieme (così ha cantato il poeta, nella poesia che Yerwant tiene nel portafoglio. Ma Azniv, Azniv: è la donna per lui. Djelal l’ha vista per caso, passando a cavallo, danzare in un frutteto, a una festa campestre, e la sua grazia lo ha preso per sempre. Per lei ha riscoperto le fiorite poesie d’amore della tradizione, ha sfidato la blanda ironia degli amici, e si è accontentato per mesi di sognarla e di seguirla. (p. 68-69)

Ma all’amore si accompagna, come sempre, la morte. E questo romanzo si trasforma in tragedia. Di fatto il dramma si compie nella Masseria delle Allodole che assume il valore simbolico di un luogo in cui la comunità armena si raccoglie attorno alla famiglia che li ospita e la mattanza investe un luogo di pace e di serenità che sembrava garantire protezione.

La scrittrice sa creare il clima di gioia festosa in questo radunarsi di gente: essa si rende conto del grave pericolo in cui versa, senza per questo tentare una sorta di salvezza comune. Accanto a questa illusione delle vittime monta la rabbia dei massacratori che poi si scatena. Ne escono scene davvero orripilanti, perché chi scrive non vuole affatto nascondere il dramma tremendo a cui è sottoposto un popolo intero. Quello che succede alla Masseria è, in piccolo, quanto si scatena, con tutto il suo orrore, un po’ ovunque.

Bisogna riconoscere l’efficacia narrativa nel creare progressivamente una tensione che sale da ambo le parti e che poi deflagra nella tragedia; nello stesso tempo le scene più tragiche sono accompagnate da une descrizione della natura circostante come a voler attenuare i contraccolpi che si possono creare in chi legge: costui in effetti è messo di fronte a qualcosa di orrendo.

Da quel momento il tempo si muove a scatti, accelera e si distende in pause ingannevoli. Ismene è sgattaiolata fuori dietro ai due zaptié. Seguendo il suo istinto felino, spera di ripercorrere a ritroso la rete, di trovare il ragno. La sua polverosa veste nera si confonde con gli angoli della strada. Canticchia maledizioni per farsi coraggio. Intanto, un silenzio mortale sale, come una nebbia maligna, ad avviluppare il quartiere armeno. Non è solo Ismene a muoversi sui passi dei due gendarmi; come lei, uno sciame intero di vecchie donne color della terra, serve di casa, mendicanti, vedove povere, si acquattano dietro ogni angolo, guardando i due uomini che entrano ridendo in una casa dietro l’altra, lasciandosi dietro ogni volta il silenzio. È uno stupore ovattato, denso. Cento gridi di angoscia vengono sigillati su labbra ridenti, cento pensieri di morte si levano, fluttuano incerti, si uniscono a intessere una buia danza. I bambini si riempiono le tasche di dolci, e si nascondono. L’odore acido della paura si diffonde come un miasma.

(p. 90)

“Andiamo tutti alla masseria” decide Shushanig “Là nessuno oserà mettere piede. Vi troverete tutti nel vicolo dietro casa, alla porticina del giardino, fra un’ora. Faremo un picnic stasera, alla faccia di chi ci vuol male. E mangeremo insieme in allegria. Le giornate sono lunghe, l’aria tiepida ormai. Portate anche le vostre donne, mi aiuteranno”. Crucci e ansie si dileguano in una contentezza rapita. Tutti corrono via a riempire canestri: l’ospitalità di Shushanig è proverbiale, ma l’ospite non deve arrivare a mani vuote. Shushanig con Araxy la cuoca e Azniv, che è rientrata dopo un inutile giro per il quartiere, e non ha avuto coraggio di andare più lontano, veste i bambini. A Nubar, capricciosamente, mette una vestina da bambina con le gale di picchè insaldato e una cuffietta rosa di una sorellina: lui va matto

per il frusciare dei vestiti delle sorelle, e questo lo fa star buono. Nel silenzio opprimente del quartiere armeno, la lieta comitiva si avvia e passa al gran trotto, con pensieri di festa, davanti alla prefettura. Nessuno dei passeggeri è infatti interessato alla convocazione: non ci sono fra loro capifamiglia, tranne i due carpentieri, che però si considerano ormai quasi stranieri, e il prete Isacco, che non è coinvolto perché è greco. I soldati più numerosi del solito di guardia alla prefettura non credono ai loro occhi. Due corrono dal tenente Ismail Kizilgik, un ufficiale arrivato da poco dalla Capitale, che comanda il distaccamento: sono della città, hanno riconosciuto i cocchieri e le carrozze, hanno indovinato facilmente dove il gruppo è diretto, e sanno trovarlo. “Questi cani provocano!”. “Vanno a far festa alla loro villa di campagna!”. “Traditori e svergognati!”. I due si montano uno con l’altro, con uno zelo molto sospetto. È balenata alla loro mente di poveracci la casa incustodita da saccheggiare, e poi gli occhi ridenti delle ragazze … E tuttavia da soli non saprebbero prendere l’iniziativa. (p.95-96)

E poi la mattanza si compie, con scene davvero raccapriccianti. Anche quando arriva il colonnello, che è amico della famiglia armena, e che queste cose neppure vuol considerare, ormai i giochi sono fatti e non può che constatare l’orrore.

La sua prima reazione è di puro dispetto. Poi lo sguardo gli corre alla buca del tennis, ai corpi scomposti; e una zaffata dolciastra lo colpisce … Il colonnello è un uomo ragionevolmente onesto, ragionevolmente umano, mediamente corrotto. Il suo mestiere è la guerra, ma non ama le stragi. È abbastanza avido, e perciò non fanatico: il fanatico uccide per suo piacere, o per culto di un’idea, il sangue lo trascina ad altro sangue …

In fondo al cuore, e anche di questo si vergogna come di un’inefficienza militare, il colonnello conosce i vantaggi della tolleranza, capisce che è il giorno più funesto per un paese quello in cui, per sentirsi unito, sente il bisogno di eliminare una parte dei suoi cittadini, inermi. Shushanig pietrificata, con intorno le sue bambine, le cognate, la vecchia Nevart e la cuoca Arxy, sollecita poi il suo onore maschile di gentiluomo di fronte ad una gentildonna, e il disprezzo per il rozzo tenente con le sue idee “modernizzanti”. Si sente uomo del vecchio regime, del vecchio Impero: capisce che la sua carriera è finita a questo capolinea di orrore, che il suo cuore non sarà mai più lo stesso, e accetta. Accetta infine di schierarsi, di rischiare, perché non tutto sia perduto, perché il suo popolo non debba vergognarsi di tutti i suoi capi. E così, con un gesto di antica nobiltà, porge

il braccio a Shushanig, la solleva benigno. Con un cenno imperioso, fa ricondurre le carrozze e le sussurra paterno di ritornare in città, che le farà scortare. Poi, con rispetto, le dice: “Confidate in me. Li farò seppellire io, chiamerò un prete, me ne occuperò personalmente. Ma voi tornate a casa, sono tempi calamitosi”. (p. 108-9)

In realtà, poi, la situazione precipita anche per le donne.

Ma qui incomincia la seconda parte.

Si potrebbe dire che il romanzo riflette, pur con le notevoli differenze, il capolavoro virgiliano dell’Eneide, in cui alla tragedia di Troia saccheggiata dai Greci in una immane carneficina, segue la fuga di Enea in cerca di una nuova patria. Qui dopo la mattanza c’è l’esodo delle donne che sono costrette a camminare per l’Anatolia fino ad Aleppo, dove ci si immagina che possano essere confinate, ma comunque libere. Invece anche qui c’è, per le sopravvissute di quel viaggio infernale, lo sbocco umiliante della schiavitù o la morte. Per il romanzo, che è tutto centrato sulla famiglia a cui appartiene la scrittrice, la moglie di Sempad, ucciso alla masseria, potrà scappare con le figlie e trovare rifugio in Italia, anche se lei, pur libera, muore ben presto per le sofferenze patite. La cognata Azniv, che è un po’ l’eroina della vicenda, invece, per consentire alle altre di poter fuggire, si sacrifica …

Del viaggio allucinante verso Aleppo ricordiamo qui l’incontro di Azniv con il soldato, che appartiene alla scorta armata di queste donne, a cui lei si con-cede in cambio di un po’ di pane da riservare ai più piccoli, molto affamati.

Azniv, invece, non pensa che a tutti loro, e ad arrivare alla fine del giorno. Col suo folle sorriso, e drappeggiandosi nella pezza rossa di Zareh, si è offerta, la quinta sera di marcia, a uno zaptié che si era avvicinato al loro piccolo gruppo. Costui è rimasto solleticato da una donna che, una volta tanto, non è necessario prendere con la forza, e un po’ lusingato dal sorriso speciale che lei gli ha rivolto, dalla tenerezza sottomessa con cui l’ha accolto dentro di sé. Si sente contento nel suo orgoglio di maschio: queste armene che si uccidono piuttosto che cedere (fra i gendarmi si è diffusa la storia del convoglio di Van, quello dove tutte le donne, insieme, cantando, si sono gettate nell’Eufrate con le loro figlie), queste orgogliose infedeli che sanno scrivere e tessono inganni, lui ne ha una tutta per sé, e che sembra contenta, e che fa bene l’amore. Logico darle un po’ del suo pane … Azniv non chiede nulla, sorride. E in quel disperato universo di morte il suo sorriso appare al soldato come l’unica gioia di una vita così faticosa, la sua ricompensa. Lui ha una moglie al paese, ma Azniv gli ha detto che si convertirà e lo sposerà, alla fine del viaggio … (p. 153-4)

La salvezza di quanti rimangono della famiglia di Sempad, con la complicità di Ismene, la lamentatrice greca, e di Nazim, il mendicante beneficato dalla famiglia armena, viene realizzata grazie al fratello di Sempad, Zareh, che opera come medico ad Aleppo e che riesce a coinvolgere gente del consolato francese. Ma per Azniv c’è il sacrificio personale per la salvezza degli altri.

Il cocchiere si appoggia alla portiera indolentemente, cava di tasca le sigarette e si mette a fumare con aria impassibile, guardandosi intorno di sotto il berretto e masticando maledizioni. Nella semioscurità, tutto intorno, fievoli lamenti, passi movimenti furtivi e ogni tanto un grido. L’odore di morte e di corruzione prende alla gola. Poi, tutto accelera. Un’ombra più spessa dietro la carrozza, che comincia a oscillare. Un breve pianto infantile, un movimento improvvido. Dal fondo del campo due figure cominciano a correre, una lanterna più forte viene accesa. E tutto sarebbe perduto se Azniv, la dolce sorella, che si stava avviando per ultima verso la salvezza, comprendendo tutto, non avesse fulminea accentrato su di sé l’attenzione. “Ov sirun sirun” comincia a cantare, ergendosi fiera, ritrovando nel sacrificio improvviso tutta la sua innocente, serena baldanza; “ov sirun sirun, maledetti, io vi sfido. Non riuscirete a ucciderci tutti”. Un vento di follia percorre il campo. Le altre donne cominciano tutte a gridare, le mani verso il cielo, come fiori appassiti che chiedono vendetta. Gli zaptié, colti di sorpresa, si precipitano su Azniv, illuminano solo lei, che continua a cantare finché un colpo di sciabola le tronca la testa. Addio, dolce Azniv; addio, colomba d’Armenia. (p. 228)

IL FILM

I fratelli Taviani nel 2007 mettono in scena una storia che essi devono riconoscere “liberamente tratta” da “La Masseria delle Allodole” di Antonia Arslan. La trama si snoda secondo quanto si può leggere nel libro, con alcuni nomi diversi per i personaggi (l’eroina Azniv qui diventa Nunik, la protagonista del film) e con modifiche, non di poco conto, per alcune vicende.

Trama del film

È il 1915. In una cittadina della Turchia vive la benestante famiglia armena degli Avakian. Alla morte dell’anziano capofamiglia, vengono invitati alle esequie anche alcuni Turchi, tra cui il colonnello Arkan, capo della guarnigione locale, nella speranza che i passati contrasti tra Turchi e Armeni siano ormai superati, e che si possa instaurare un rapporto di rispetto reciproco tra le due comunità.

I funerali sono così l’occasione per la bella armena Nunik di rivedere il suo amato, l’ufficiale turco Egon. Quest’ultimo, pur appartenendo all’organizzazione dei Giovani Turchi, non ne condivide le posizioni anti-armene, e progetta di fuggire all’estero con Nunik. Intanto Assadur, il figlio maggiore del patriarca, che da molti anni vive a Padova e a cui il padre aveva vietato di tornare in patria, apprende che quest’ultimo ha comunque lasciato a lui la vecchia Masseria delle Allodole. Assadur decide che è venuto il momento di tornare in Anatolia e riunire di nuovo tutta la famiglia. La masseria viene così rimessa a nuovo, e inaugurata con una splendida festa, mentre Assadur inizia i preparativi per il viaggio. Questi momenti di felicità sono però bruscamente interrotti. Le autorità turche contattano il generale Arkan, dicendogli senza mezzi termini che è arrivato il momento di sbarazzarsi degli Armeni, una volta per tutte: tutti i maschi devono essere uccisi, le donne deportate. Arkan è inorridito, ma deve obbedire agli ordini. Spera tuttavia di salvare la vita perlomeno degli Avakian, ma i suoi ordini non vengono rispettati, e una squadra di soldati turchi si presenta alla masseria, massacrando tutti gli uomini. Alla notizia della strage, Assadur vorrebbe affrettare il ritorno per aiutare gli Armeni, ma la notizia dell’ingresso in guerra dell’Italia lo fa desistere. Intanto il tentativo di fuga di Egon e Nunik è scoperto, ed Egon viene spedito al fronte contro i Russi. Sotto la stretta sorveglianza dei soldati turchi, inizia così per le donne armene una lunga ed estenuante marcia verso il deserto. Qui le donne armene vengono maltrattate sotto le porte di Aleppo finché non verranno uccise tutte. Durante la sosta sotto le mura Nunik, la nipote del patriarca morto all’inizio del film, tenta di prostituirsi ad un soldato (Yasuf) per avere del cibo per i bambini. Quest’ultimo la riveste e le dà del cibo per nulla in cambio, quindi si crea un rapporto tra i due nel quale ci sarà la promessa del soldato che in casi estremi avrebbe dovuto uccidere Nunik per evitarle la sofferenza della tortura di cui lei aveva paura. Terrà fede a questa promessa quando lei tenterà di scappare e verrà fermata e per non finire al rogo, verrà quindi decapitata da Yasuf. Quattro anni dopo, la guerra finisce e lui denuncia se stesso per quest’atto cruento durante un processo.

Giudizio sul film

Solitamente i film dei fratelli Taviani si caratterizzano per una visione epica della storia, come se il racconto dovesse assumere quel genere di contorno che lo fa essere popolare, comprensibile, ma soprattutto ammaestramento di vita mediante proposte chiare, forti, stimolanti per arrivare ad una decisione di vita che coinvolga. Anche in questo caso troviamo un racconto di eventi che diventano sempre più drammatici, anche se non mancano le note elegiache per l’amore e soprattutto il gusto decorativo degli ambienti.

Il genere epico comporta solitamente una visione corale, una lettura eroica, una certa visionarietà; e tutto questo lo si coglie bene nei lavori dei due registi. Costoro affrontano spesso temi di storia che vanno ben oltre il contingente e ben oltre l’appartenenza ad un gruppo, per assurgere ad esempi di vita, da segnalare, perché si stampino nella coscienza. In una storia epica, dove ci sono eroi positivi e negativi, figure di martiri accanto a malvagi incorreggibili, non mancano persone più complesse, ma non meno significative, da considerare per il tormento inquietante della coscienza; e questo si verifica anche su fronti contrapposti, perché non ci sono i buoni solo da una parte e dall’altra personaggi malefici. Anche in un quadro dove le vittime armene suscitano pietà e i carnefici turchi riprovazione, la valutazione non è poi così netta, proprio perché ciascuno è chiamato a rispondere di sé e della propria coscienza. Così anche fra i Turchi si possono riconoscere figure positive come il soldato innamorato di Nunik. Lo sfondo comunque della storia fa emergere sempre il lato epico anche per la coralità che soprattutto nei momenti altamente drammatici si può riconoscere, quando il dramma coinvolge con la famiglia protagonista altri che vi si aggrappano bella speranza di poter scampare. L’occhio viene puntato, certo sui protagonisti e tuttavia ci si rende conto che con loro c’è tutta una umanità sofferente e che anche tra i sorveglianti qualcuno continua a conservare un cuore, uno sguardo di tenerezza.

Il carattere epico glorioso si coglie anche nel fatto che dentro questa lettura corale emergono alcune figure che costituiscono il riferimento per altri, perché nel dramma mantengono la loro dignità, perché nella tragedia di tutti sanno spingersi fino al sacrificio per la salvezza altrui. Naturalmente le figure chiave sono soprattutto donne! Tra tutte emerge Nunik che nel film conosce due storie d’amore, per le quali si dona e nello stesso tempo si nega ritenendole impossibili, proprio perché gli spasimanti sono due soldati turchi. Il secondo militare, poi, chiamato come testimone nel tribunale che deve giudicare dei crimini commessi con lo sterminio degli Armeni, si dichiara colpevole anche perché ha ucciso lui Nunik, ben sapendo che comunque lei stessa glielo aveva chiesto per sottrarsi a crudeltà e torture. Anche in questo gesto sacrificale della donna si deve leggere l’aspetto epico o eroico.

La componente dell’amore, corrisposto e nello stesso tempo disatteso, in presenza di chi non sa fare delle scelte altrettanto decise per seguire un amore impossibile, nonostante le promesse ventilate di convertirsi, di fuggire altrove, di creare un’altra esistenza fuori da un simile inferno, ha indubbiamente il suo fascino, per attenuare, almeno in parte, la tragedia che sempre incombe. E questo è ricercato soprattutto nel film, anche perché è un aspetto che non deve mai mancare in questo genere di spettacolo.

Recensioni

“Forte, sincero, pietoso: ecco ‘La masseria delle allodole’, l’atteso film dei fratelli Taviani sul genocidio degli armeni. (…) Nessuna pressione esterna e, alla fine, solo il silenzio con cui i giornalisti in sala hanno accompagnato lo sguardo su questo film dall’argomento forte, scenograficamente calligrafico e teatralmente interpretato. Una pellicola dagli alti additivi di fiction e di pathos che, pur articolandosi anche lungo microcosmi familiari allargati e storie d’amore ‘miste’, cerca il rimbalzo per arrivare a rappresentare il capitolo tragico di un intero popolo, senza per questo ideologizzarne la memoria, ma senza nemmeno risparmiare qualche crudezza nella messinscena. (…) E allora niente premeditazioni politiche, solo il tentativo di raccontare una verità documentata storicamente per farla riemergere dalla feritoia-tabù in cui era stata inabissata, abbracciando una prospettiva defilata e sentimentale.”

(Lorenzo Buccella, ‘L’Unità’, 14 febbraio 2007)  

“Forse non bisognerebbe cercare di rinchiudere tragedie così grandi, come il massacro degli Armeni, in un film, in una storia: si rischia sempre di dire troppo o troppo poco, di banalizzare o di schematizzare. Succede anche con ‘La masseria delle allodole’, che i fratelli Taviani hanno tratto dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan. Forse per una scelta di stile che guarda soprattutto a una destinazione televisiva di tipo generalista. E che finisce per evidenziare quella mancanza di originalità e rigore che in passato aveva contraddistinto le letture storiche fatte dai due registi. Adottando per questo film il punto di vista del romanzo, che fa vivere il dramma del genocidio attraverso le peripezie della famiglia Avakian, i Taviani scelgono di ‘spiegare’ per immagini una tragedia epocale, con diverse sfumature di coinvolgimento nelle file turche e contraddittori atteggiamenti in quelle armene, ma finiscono irrimediabilmente per stemperarne la forza emotiva e spettacolare. Solo in una scena la capacità di sintetizzare in un’immagine tanti discorsi torna a farsi ammirare: è quando una madre, che ha partorito un maschio durante la deportazione verso Aleppo, è costretta a chiedere aiuto a un’amica perché le è stato ordinato di uccidere il neonato. Basta quell’inquadratura senza parole per dire l’atrocità del genocidio armeno. Il resto è solo inerte illustrazione.”

(Paolo Mereghetti, ‘Corriere della Sera’, 14 febbraio 2007) 

“Tutti sappiamo o crediamo di sapere molto della Shoah avendo letto al riguardo migliaia di parole e visto montagne di immagini, fisse o in movimento, autentiche o fittizie. Mentre sul massacro degli armeni (ma il discorso vale per molte pagine atroci, anche recenti) abbiamo quasi sempre nozioni vaghe.

Parole, più che immagini. Dati, più che emozioni. In questo senso il film che i fratelli Taviani hanno tratto dal romanzo omonimo di Antonia Arslan, ‘La masseria delle allodole’, dovrebbe fare finalmente da apripista, per così dire, a una maggior conoscenza del genocidio armeno. Impossibile, dopo averlo visto, dire non sapevamo, non immaginavamo. Nella storia (vera) della famiglia Avakian c’è infatti tutto (o quasi) ciò che occorre sapere. (…) Eppure a questo film sontuosamente ambientato e fotografato manca qualcosa di fondamentale al cinema (un po’ meno in tv, che ci sembra la destinazione più naturale dell’opera). E cioè quel sapore di verità che a volte si condensa in un gesto, una voce, uno sguardo, ma che raramente troviamo in questa grande coproduzione europea interpretata da un cast italo-franco-ispano-tedesco cui si aggiunge la armeno-canadese Arsinée Khanjian, moglie e musa di quell’Egoyan che con ‘Ararat’ raccontò, più che la tragedia degli armeni, la difficoltà del raccontarla.”

(Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 15 febbraio 2007)

“Purtroppo il film tende a schematizzare la rilettura storico-sentimentale, un po’ sulla scia delle fiction da guardare distrattamente in tv durante la cena domenicale: le tragiche peripezie della famiglia Avakian, corredate dagli svariati atteggiamenti in seno al popolo armeno e dai differenti gradi di coinvolgimento dei turchi «pulitori etnici», riescono solo sporadicamente a centrare l’ambizioso obiettivo artistico. Nonostante l’apprezzabile impegno degli interpreti – tutti dignitosi, con note particolari di merito per Paz Vega, Alessandro Preziosi, Mohammad Bakri, Mariano Rigillo e Christo Jivkov – le sequenze che impongono un segno stilistico forte alla sbrigativa routine (spesso a macchina fissa) degli sfondi e dei dialoghi si contano sulle dita di una mano.”

(Valerio Caprara, ‘Il Mattino’, 15 febbraio 2007)

Presentato nella sezione Special di Berlino 2007, “La Masseria delle Allodole” è un film cha ha fatto rumore fin da subito. Causa scatenante: la tematica trattata. Il film, infatti, narra di un pezzo di storia poco noto e forse volutamente nascosto: il genocidio del popolo armeno in Turchia nel 1915. Un quadro storico difficile, che i fratelli Taviani hanno ricostruito intorno a numerosi personaggi, interpretati da un nutrito cast internazionale. Bisogna dirlo, “La Masseria delle Allodole”, più che un film per il cinema, potrebbe sembrare un prodotto per il piccolo schermo; sia per come è stato scritto che per come è stato girato (anche se non mancano alcune scene intriganti). Inoltre il pubblico più refrattario ai sentimentalismi potrebbe trovarlo, in alcuni momenti, smielato e farcito con dialoghi banalucci. Tutti quelli che, invece, non hanno inibizioni di questo tipo, riusciranno sicuramente a commuoversi seguendo le vicende di Nunik e soci.15

Basta poco per capire che non ci si trova davanti al solito film dei Taviani, che i due fratelli hanno perso nel tempo qualcosa per strada. Eppure bisogna essere indulgenti. Bisogna apprezzare la voglia di non “imitarsi” a tutti i costi e il tentativo di rinnovarsi (anche se un po’ maldestro). L’importante è che questo rinnovo non sia dovuto a motivi di mercato. Per capirlo bisognerà aspettare i prossimi prodotti di questi due maestri del cinema Italiano (i due non sembrano, per il momento, interessati alla pensione).La Masseria delle Allodole”, per quanto traballante ed imperfetto, rimane un film interessante, ma più per quello che racconta che per come lo racconta (pregio o difetto?). È uno dei pochi prodotti in circolazione che narra di quegli accadimenti e fa di questo il suo punto di forza. Resta da capire cosa resterà di questo film quando altri si occuperanno (?) di quelle stesse vicende… Prima di concludere, però, una cosa va detta: i Taviani, come tutti i grandi maestri del passato, andrebbero sempre seguiti, nel bene e nel male. Il rischio? Dimenticare ciò che di buono hanno prodotto nel nome di qualche parziale (o totale) passo falso.    (Daniele Danno Silipo, Movieplayer)

BIBLIOGRAFIA

Antonia Arslan, LA MASSERIA DELLE ALLODOLE, Rizzoli, 2004

Yves Ternon, GLI ARMENI, 1915-1916: il genocidio dimenticato, Rizzoli, 2003

Gabriella Uluhogian, GLI ARMENI, Il Mulino, 2013 

CINEMATOGRAFIA

Paolo e Vittorio Taviani – LA MASSERIA DELLE ALLODOLE (2007)

Atom Egoyan- ARARAT – IL MONTE DELL’ARCA (2002)

SCENE DEL FILM.

Scena 1 (2.48-5.33)

È il momento iniziale nel quale il rappresentante dell’ultima generazione, passando tra i vari personaggi, arriva al nonno morente e insieme con lui “vede” lo spruzzo di sangue sulla parete, immagine della tragedia imminente con le parole profetiche del nonno che invita a fuggire. È la sintesi del film, con la gente addormentata, che non veglia, che vive spensierata nell’amore come i due protagonisti, ma …

Scena 5 (16.40-21.33)

È la scena dell’incontro tra i due innamorati che si dichiarano reciprocamente l’amore. ma esso appare impossibile, perché lei è legata alla sua famiglia e lui è appartenente al gruppo dei “Giovani Turchi”. Tra le due etnie, tuttavia, c’è pur sempre la possibilità, con l’amore, di superare incomprensioni e inimicizie..

Scena 15 (1.06.04-1.11.36)

Qui l’armeno che sta in Italia riceve la notizia del massacro e mostra le fotografie. Cerca di raccogliere fondi da portare, anche se poi la notizia dell’entrata in guerra dell’Italia rende impossibile il viaggio. La moglie dice ai figli che essi non sono armeni, anche se poi dà pure lei il suo contributo ….

Scena 19 (1.24.00-1.30.17)

Le donne sono costrette a prostituirsi lungo la marcia con i soldati. Hanno in cambio da mangiare. Nunik vuole sottoporsi a questo per avere pane. Il soldato Youssuf non ne abusa e le dà il cibo. I due si dichiarano l’amore, pur assistendo alla scena della violenza fatta ad una ragazza. Nunik non ha paura di morire ma di essere torturata..

Scena 22 (1.39.49-1.44.27)

I due amanti si ritrovano e lei anticipa a lui la decisione di voler fuggire dal campo. Lui reagisce male: c’è tensione e un’iniziale risposta da parte di lei che impugna un coltello per far del male. I due si abbracciano e si accarezzano ben consapevoli di ciò che li aspetta.

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