I prodromi del fascismo.

Introduzione: nel periodo successivo alla fine della guerra

Finita la guerra in modo vittorioso e con il proclama trionfale di Armando Diaz, l’Italia non solo poteva tirare il fiato dopo anni di sofferenze e di disagi, con la paura di rimanere travolta dopo Caporetto, ma poteva anche guardare al futuro in maniera positiva, se non altro perché gli obiettivi prefissati con la guerra si erano raggiunti. In realtà poi si viene a sapere che non tutte le rivendicazioni territoriali possono trovare accoglienza e, sulla base dei principi di Wilson, l’Italia appare la più penalizzata. E comunque non si poteva pensare che una guerra così devastante si potesse dimenticare o lasciare alle spalle, solo perché i confini nazionali erano stati raggiunti. Semmai i problemi vengono subito ad esplodere, sia per la concomitante pressione che veniva alle classi del proletariato dall’esempio trainante di ciò che avveniva in Russia, anche se là non tutto procedeva nel migliore dei modi, sia perché una generazione di giovani, mandati alla sbaraglio sui fronti e rientrati o dalla prigionia o dall’esperienza militare, si aspettava una specie di riscatto sociale, che la rivoluzione proletaria in Russia faceva presagire. All’euforia per la vittoria seguono giorni di attesa per la piega che potevano prendere gli eventi sia sul fronte interno, dove la base popolare premeva per poter contare nelle scelte decisionali, sia sul fronte estero per le decisioni che i vincitori avrebbero preso sul nuovo assetto europeo. Se gli Stati, usciti sconfitti dalla guerra, apparivano più che mai in crisi con il rischio dello scontro sociale come era in atto in Germania, con il rischio della dissoluzione come stava avvenendo in Turchia, e con la completa sparizione come succedette nei territori dell’Impero asburgico, non si trovavano in condizioni migliori gli Stati vincitori, e, tra questi, soprattutto l’Italia, che si sentiva tradita proprio nelle sue aspirazioni, quelle che l’avevano indotta ad entrare nel conflitto con l’Intesa, abbandonando l’antica Alleanza. I riflessi sono soprattutto di natura sociale, ma diventano poi anche squisitamente politici. E il turbamento sociale si riflette con l’apparire sull’orizzonte di nuovi soggetti politici, i quali reclamano una posizione coerente con la loro rappresentanza, contro l’apparato governativo e statale che appariva stantio perché appartenente al sistema precedente, ormai tramontato. Lo Stato, condotto fin qui da una classe dirigente “liberale”, che trovava soprattutto in Giolitti e nella sua politica l’espressione migliore, risultava incapace di comprendere i tempi nuovi e di rispondervi. 

… Quella primavera del 1919 faceva sbocciare, come avrebbe scritto in prospettiva storico-politica Ivanoe Bonomi (1873-1951), “tre movimenti nuovi e vitalissimi per le sorti italiane: il deciso orientamento del socialismo contro il bolscevismo russo, il sorgere dei fasci di combattimento e la organizzazione dei cattolici nel nuovo Partito Popolare”. (Bianchi p. 15)

Lo studio di Gianfranco Bianchi, proveniente dalla Università cattolica, pur avendo come obiettivo l’analisi del fenomeno fascista, considerato e analizzato a partire dalle due piazze milanesi in cui si sono consumati gli inizi e la fine, non disdegna dal trattare insieme anche i due fenomeni “popolari” che il fascismo contrasta fortemente, ritenendoli contigui e insieme rovinosi per una immagine forte e guerriera dell’Italia: si tratta del socialismo, che ancora vede al suo interno l’anima massimalista, poi staccatasi per formare il partito comunista; e in contrapposizione ad esso il mondo dei cattolici che premevano per entrare direttamente in politica.

Il 18 gennaio 1919, don Luigi Sturzo lancia il suo appello agli uomini “liberi e forti” con cui dà origine al partito popolare, di cui rivendica l’aconfessionalità, pur dovendo riconoscere che la sua ispirazione deriva dall’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa. Alla nascita del Partito Popolare non tutto era scontato neppure all’interno della Chiesa e del laicato cattolico, e don Sturzo dovette faticare non poco a far comprendere la sua proposta e la sua visione della politica all’interno del panorama in movimento in Italia. Ovviamente da una certa parte del mondo cattolico gli si contestava l’aconfessionalità che sembrava portare

 

 

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verso l’indifferentismo, come si usa dire oggi, così come da altre parti l’ispirazione cristiana poteva far pensare ad una sottomissione alla gerarchia da cui sarebbero venute le direttive. L’irrisolta questione romana creava non pochi problemi a chi voleva in Italia una partecipazione diretta dei cattolici, che fin qui erano rimasti esclusi dal rigido “Non expedit” vaticano. E tutto questo aveva buon gioco anche nei partiti vecchi e nuovi a ritenere il popolarismo succubo della gerarchia: veniva tacciato di subalternità ad un potere che era stato fin qui contrario e ostile alla realtà di uno Stato italiano, formatosi a spese anche dello Stato pontificio. Ma l’opposizione più irriducibile al popolarismo veniva dal socialismo, anche perché quest’ultimo riteneva di veder sottratti adesioni e voti, in quanto il partito dei cattolici pescava nello stesso ambito in cui si muoveva il socialismo e cioè nel proletariato, quello operaio, ma soprattutto quello contadino. E sempre più il socialismo italiano, nonostante le diverse anime interne fin dalla sua fondazione, tendeva a lasciarsi influenzare dalla realizzazione del socialismo in Russia.

 

Il 22 marzo 1919 – era la vigilia della fondazione dei Fasci di combattimento a Milano – la direzione del Partito Socialista Ufficiale aveva deciso di staccarsi dalla “Seconda Internazionale” per aderire alla “Terza” fondata a Mosca.

(Bianchi p. 12)

 

C’è dunque in questa decisione l’idea di allinearsi con la “casa madre” del socialismo internazionale, ma anche il segnale di un prevalere dell’area che si rifà al principio rivoluzionario, quello leninista: esso vuole la punta di diamante del proletariato nel partito in grado di conquistare il potere con la forza.

 

Uno spazio fra socialisti e popolari

Mussolini arriva, il giorno dopo, a fondare l’avanguardia del fascismo: c’è da supporre che proprio questa scelta dei socialisti e la presenza sul terreno politico della forza nuova del Partito Popolare spingeva lui e gli scontenti del sistema a reagire con forza e determinazione per evitare quella che veniva considerata da loro una deriva, una sconfessione totale delle ragioni che avevano portato alla guerra e alla vittoria. Del resto le forze che sembravano trovare campo nell’elettorato e che stavano demolendo tutto l’apparato del sistema liberale precedente, erano quelle che si erano opposte all’entrata in guerra con il loro neutralismo e con la sconfessione di un conflitto che appariva come un contrasto fra potenze

 

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capitaliste. Se costoro avessero avuto il sopravvento, tutti i risultati raggiunti con la guerra sarebbero stati vanificati. Bisognava dunque opporsi anche con la forza. Bisognava prendersela con chi avrebbe voluto costruire un nuovo mondo in contrasto con le ragioni che avevano spinto all’intervento e che avevano portato alla vittoria con tanti sacrifici.

 

Con chi prendersela ora? Con coloro – scrisse Mussolini il 6 novembre 1918 – che avevano sostenuto durante la guerra questa tesi: “Nella guerra non ci saranno né vinti né vincitori, perché i fronti sono immobili e inespugnabili e soprattutto perché la Germania è invincibile; la guerra sarà, dunque, anche nel caso di vittoria dell’Intesa, sterile di risultati, negativa e infeconda, perché non risolverà nessuno dei problemi dai quali fu provocata”.

(Silvestri p. 367-368)

 

Così Mussolini si presenta come colui che rivendica i risultati della vittoria militare; e proprio per questo trova aderenti fra coloro che nella guerra avevano sopportato il peso della resistenza sul fronte. Soprattutto egli raccoglie attorno a sé quel mondo degli “Arditi”, che durante il conflitto avevano costituito il gruppo di quanti venivano mandati per imprese tra le più difficili e le più eroiche anche nel disprezzo della vita, altrui e propria. L’armamentario di parole, di gesti e di violenze fu acquisito da quanti si raccolsero attorno a Mussolini, anche perché lui ne assunse tutte le caratteristiche volendo spingere in quella direzione.

 

Anche Mussolini ha cercato un rilancio attraverso i Fasci di Combattimento. Tenta di opporsi al socialismo; agisce in base alla convinzione, sommariamente fondata, che la struttura liberale e democratica della società italiana debba essere abbattuta. Si vale, nella primavera del 1919, soprattutto dell’attivismo dei futuristi e dell’azione di ex arditi. Gli arditi sono truppe scelte, impiegate in guerra nelle missioni più rischiose, famose per uno spavaldo coraggio. Si fregiano di simboli di morte: il loro emblema è il teschio. Le armi: pugnale e bombe a mano. Addestrati alla violenza, sono avvezzi allo scontro diretto con il nemico. Il capitano Mario Carli, ardito e futurista, ha fondato la “Federazione Arditi d’Italia”. “Fiamme nere – scrive sul suo giornale – c’è moltissimo da fare in Italia; c’è da sventare, spazzare, ripulire in ogni senso. Ormai, abbiamo una missione”. (Zavoli p. 47)

 

Con gente di questa risma e con questo spirito ardimentoso viene creato un corpo speciale, fra il partito politico e la squadra d’azione, che è all’origine del Partito fascista vero e proprio.

 

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È interessante cercare di comprendere questa fase “larvale” del partito per capire come possa nascere un sistema che poi dà origine a un regime, nato nella violenza e con la violenza gestito, violenza di tipo verbale, ma subito divenuta anche fisica.

 

Mussolini (1883-1945), dal suo giornale “Il Popolo d’Italia”, il 6 marzo aveva indetto un’adunata il giorno 23: quella da cui “usciranno i Fasci di combattimento”. Inoltre, “sarà creato l’antipartito, sorgeranno i Fasci che faranno fronte contro due pericoli, quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra”. Alle 10 del 23 marzo, rispondendo all’appello lanciato dal “quotidiano dei combattenti e dei produttori”, affluiscono nel salone del “Circolo dell’alleanza degli interessi industriali, commerciali e agricoli” di piazza San Sepolcro, 9 – gentilmente concesso dall’israelita e noto massone Cesare Goldmann – da 130 a 300 persone (il numero dei presenti non fu mai esattamente accertato anche per la tendenza, dopo l’avvento dei fascisti al potere, a gonfiarne la cifra per locupletare gli “antemarcia” dei vantaggi economici, politici e di carriera distribuiti dal Regime). (Bianchi p. 12)

 

Nascita dei Fasci di Combattimento

Che cosa avvenne di fatto in quell’adunata? Ben poco, se non richieste che comunque erano pure presenti tra i socialisti, a dimostrazione che l’anima “sociale” delle dottrine mussoliniane dipende proprio dalla sua formazione entro quel partito. Anche il ricorso alla violenza non si distanziava molto dagli animi accesi che si potevano riscontrare nei massimalisti. E tuttavia Mussolini si muoveva con una certa sua coerenza con quanto era stato fatto per intervenire nella guerra, per continuare le operazioni militari anche in tempi non facili e per cercare di raggiungere gli obiettivi prefissati con i Trattati di pace che erano in corso d’opera in quei mesi. Del resto chi era presente – ed era un coacervo di persone fra loro differenti, ma tutte accomunate dal desiderio di trarre profitto dalla guerra vinta – non aveva precisa cognizione di quanto si stava per fare, anche perché le parole di Mussolini sull’invito non erano sufficientemente chiare. Così scrive Montanelli nella sua “Storia d’Italia” a questo proposito:

 

Il 2 marzo Il Popolo d’Italia indisse per il giorno 23 una grande adunata di combattenti ed ex-combattenti nella sede dell’Alleanza Industriale e Commerciale in piazza S. Sepolcro a Milano. Il 9 l’invito fu ripetuto, e stavolta motivato: “Il 23 marzo sarà creato l’antipartito, sorgeranno i Fasci di Combattimento contro due pericoli: quello

 

 

 

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misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra”. Solo il 18 però Mussolini scese di persona in lizza dedicando all’avvenimento un articolo che ne spiegava il significato: “Tenendoci fermi sul terreno dell’interventismo – né potrebb’essere altrimenti, essendo stato l’interventismo il fatto dominante della Nazione –, noi rivendichiamo il diritto e proclamiamo il dovere di trasformare, se sarà inevitabile anche con metodi rivoluzionari, la vita italiana”. In che senso volesse trasformarla non lo diceva, o lo diceva con parole che di senso ne avevano poco: “Noi vogliamo l’elevazione materiale e spirituale dei cittadini italiani”, e via divagando. (Montanelli p. 55)

 

Anche se l’episodio sarà poi ricordato nel ventennio come il battesimo del fascismo, in realtà l’adunata fu un flop, sia nel numero delle adesioni, lì e successivamente, sia nei risultati che ne sortirono. Indubbiamente già si intravede che questa forza “antipartito”  vuole tutto e il contrario di tutto, sempre con la forza che si coglie nel linguaggio e che poi tracima nelle azioni politiche conseguenti. Sarà questa la caratterizzazione con cui poi si celebra l’anniversario di tale evento.

 

Come li descrisse Italo Balbo (1896-1940) – quadrumviro della cosiddetta “marcia su Roma” – nelle sue Premesse alla Rivoluzione fascista, “quasi tutti i fascisti provenivano come Mussolini dai partiti della sinistra”, “avevano lunga esperienza di masse e conoscevano la logica serrata dell’azione di piazza”. Al momento, più che di un partito in fieri, si trattava di un tentativo di organizzare sentimenti e risentimenti, ad opera di un Mussolini che cercava spazio politico e tentava di agganciare il maggior numero di potenziali seguaci, con motti demagogici, una polemica brillante, la corrività reducistica, il possibilismo. Addirittura egli ostentava “il lusso” di essere aristocratico e democratico, conservatore e progressista, reazionario e rivoluzionario, legalitario e illegalitario a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente. (Bianchi p. 13)

 

Non è meno duro e impietoso il giudizio di Silvestri a questo proposito: egli legge la contiguità con il socialismo, anche se ne era agli antipodi per i fini da raggiungere; naturalmente con le proposte del Comitato Centrale (si noti anche in questo caso l’uso di un termine presente nell’organigramma socialista) Mussolini cercava di conquistare un facile consenso. Non se ne fece nulla; neppure dopo che il potere fu totalmente nelle sue mani.

 

Il Comitato Centrale (tutti erano stati plagiati dalla fraseologia comunista) dettò il programma:

età del voto, esteso alle donne, portata a 18 anni;

 

 

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suffragio universale e rappresentanza proporzionale;

abolizione del senato e convocazione di un’assemblea costituente;

abbassamento a 55 anni dell’età di pensionamento;

nazionalizzazione delle fabbriche di armi;

gestione diretta da parte dei lavoratori di molte industrie e servizi;

forte imposta straordinaria sul patrimonio “che abbia forma di una vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze”; sequestro dell’85% dei profitti di guerra;

istituzione di un esercito a ferma breve, cioè di una specie di milizia alla svizzera (quando la guerra aveva dimostrato l’estremo tecnicismo verso cui ci si avviava);

una politica estera che, opponendosi all’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia, rivendicasse Fiume e la Dalmazia, annesse le quali il fascismo accettava in pieno la Società delle nazioni, eretta a “postulato supremo”.

Del resto quale altro tipo di programma, in politica interna, era mai possibile stilare in Italia nel marzo del 1919, se non tinteggiato di rosso acceso (anche se il sottofondo era nero obitorio)? Di socialista tale programma non aveva naturalmente nulla come dimostravano le limitazioni introdotte … Ma la forma del programma sansepolcrista ricalcava, persino con maggiori particolari, il programma socialista del 9 novembre 1918. Questo programma era, sì, rozzo all’estremo, ma, come la punta di un iceberg, poggiava sulla poderosa costruzione logica del marxismo. Dietro di sé invece il manifesto di San Sepolcro non aveva pensiero di sorta. Il programma faceva tutt’uno con la dottrina e l’ideologia: decisamente troppo poco. (Silvestri p. 368-369)

 

Insomma, stando al giudizio piuttosto impietoso dello storico, si deve riconoscere che l’adunata di San Sepolcro non ebbe grandi risultati, se non quello di costituire un rapporto stretto fra gli Arditi e Mussolini, portando quest’ultimo a cercare gli elementi di azione più che non i sodali nell’ideologia, evidentemente con la voglia di forzare gli eventi per raggiungere l’obiettivo del potere. Del resto il clima avvelenato che faceva pensare ad una imminente rivoluzione sul modello di quella sovietica, aleggiante un po’ dovunque in Europa, induceva a guardare ben più in là della semplice schermaglia politica di affermazioni e di giudizi. Qui ormai occorre passare dalle parole ai fatti! A questo proposito è molto chiaro il discorso che Vittorio Ambrosini, capitano degli arditi, intervistato da Zavoli, dice a proposito di quell’evento e soprattutto di ciò che rappresentano gli arditi in quel momento.

 

 

 

 

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Sento di essere ardito soprattutto, nel pensiero e valuto molto più il coraggio civile di quello materiale, fisico. Penso però che se nella propaganda si deve essere prudenti e suadenti, nell’azione si deve essere decisi e, se il caso, feroci.

 

A queste parole Zavoli aggiunge:

 

Tra arditi e fascisti l’intesa è anche su queste basi. La forza diventa strumento essenziale della loro lotta politica. Al confronto delle idee si preferisce spesso la violenza. Il 15 aprile, a Milano, la prima applicazione concreta di questa scelta: l’obiettivo è la redazione del quotidiano socialista l’Avanti! (Zavoli p. 48-49)

 

Non abbiamo ancora il Partito Fascista, che viene fondato nel 1921, ma abbiamo già i segni inequivocabili della natura vera di un movimento, e soprattutto del suo capo, che conduce la lotta politica all’esasperazione e allo scontro fisico, anche in presenza di una paura che ingigantiva un pericolo reale, quello della rivoluzione comunista: questa non poteva esimersi dall’uso della forza, se voleva effettivamente raccogliere l’insegnamento e l’esempio di ciò che era avvenuto in Russia e che costituiva la base fondamentale del pensiero leninista. Con simile prospettiva e tenuto conto che il partito socialista si presentava sempre più dominato dalla frangia massimalista, si può comprendere come sia possibile in quello stesso periodo giungere alle forme estreme, per le quali, a livello teorico, si scrivono e si lanciano proclami, ma di fatto diventa più facile menar le mani. Ciò che sconcerta in simili frangenti è che l’opinione pubblica non è tale da far trionfare le opinioni come confronto politico, preferendo, negli eccessi verbali, portare il dibattito ad uno scontro senza mezzi termini. Insomma, non sono solo gli esponenti di partito a scaldarsi e a scaldare gli animi, ma è la gente stessa che si lascia condizionare da un clima arroventato. “Sta di fatto – annota Bianchi (p. 16) – che virtù concordi in quei mesi, il popolo italiano ne mostrava poche”.

 

L’attacco alla sede del quotidiano socialista

Arriviamo così all’attacco squadristico nei confronti della sede dell’“Avanti!”, che diventa l’occasione nella quale i Fasci di Combattimento sono sperimentati non tanto sul piano politico, perché ancora non sono un partito, ma proprio sul piano di gesti clamorosi portati nelle piazze e sulle strade, come se nelle sedi istituzionali non ci fosse più spazio per il confronto: succede spesso così quando non ci sono più gli ingredienti

 

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essenziali di una democrazia viva che propriamente deve “parlamentare”. Che cosa succede? Così racconta Mussolini stesso, utilizzando immagini retoriche che vogliono fare effetto:

 

“La giornata di sciopero di martedì si è convertita in giornata rossa. Per il sangue che arrossò il selciato. Per le fiamme che distrussero il macchinario dell’Avanti!” (Bianchi p. 17)

 

Più dettagliato è il resoconto dell’ufficiale di cavalleria, Agostino Iraci, che era sul posto con il compito di difendere il giornale e per tenere l’ordine pubblico; lo dice lui stesso nella intervista resa a Zavoli:

 

Quel 15 aprile ebbi l’incarico di comandare un reparto – sarà stata, penso, una mezza compagnia – in servizio d’ordine pubblico. Il giorno 13 c’era stata una grande dimostrazione di scioperanti e per il giorno 15 ne era stata annunciata un’altra, con promesse apocalittiche. Allora il Fascio, che era sorto poco più di un mese prima, ma era debole in sé, molto debole, anche se aveva apporti di una certa importanza (ex arditi che facevano capo al capitano Vecchi; futuristi, con Marinetti), decise una controffensiva. E infatti, mentre si svolgeva questa grandiosa dimostrazione degli scioperanti, di contro si formò una dimostrazione meno numerosa, ma piuttosto aggressiva, di questi, possiamo dire, elementi di destra: e lo scontro fu inevitabile. In questo scontro credo ci fosse anche qualche vittima, ma non ricordo esattamente (furono 5 i morti e 35 i feriti) il corteo degli scioperanti di dissolse, per la verità. E allora gli altri, spingendo, come succede in questi casi in cui non si capisce più niente, domina il caos e uno non vede più neanche quello che accade, arrivarono alla sede dell’Avanti! Io mi trovai a fronteggiarli con quel nucleo abbastanza ridotto di soldati. Per la verità, questi soldati miei facevano il dovere loro. Ad un certo punto, un colpo di arma da fuoco perforò l’elmetto di un soldato che cadde morto. Allora venne la confusione. Forse i soldati si sbandarono, fatto si è che gli arditi e i fascisti entrarono dentro l’Avanti! e fecero quello che fecero. Io lo seppi dopo. Restai vicino al morto e riunii i soldati. Poi i soldati un po’ fraternizzarono, per la verità, con gli aggressori. Bisogna ricordare che questi soldati miei erano venuti dal fronte, accolti male e insultati. Quindi, l’animo loro non poteva essere da una parte, ma era fatalmente dall’altra. Io non era fascista, anzi non mi ero affatto occupato di quello che succedeva nel Paese perché ero assorto nella vita del reggimento. Però anch’io, se avessi dovuto pronunciarmi, mi sarei messo da una parte anziché dell’altra. (Zavoli p. 50)

 

 

 

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Il racconto, per quanto fatto ad anni di distanza, fa comprendere che la violenza viene scatenata proprio dai fasci, formati dagli arditi, e che i soldati messi a custodia della sede, parteggiano comunque con gli aggressori e non assolvono all’incarico ricevuto. Proprio questo atteggiamento, che qui si registra, diventa sistematico anche negli episodi successivi, dove le violenze continuano, sempre ad opera dei facinorosi, che le forze dell’ordine non sanno e non vogliono respingere e punire. E così gli atti eversivi si possono pure moltiplicare, nell’intento di creare sempre più un clima avvelenato, che poi richiede interventi drastici contro coloro che sono accusati di voler fomentare lo scontro di classe più che di piazza e portare il Paese al caos in cui era caduta la Russia. Va però registrato che ben presto alcuni arditi lasciano Mussolini, quando si rendono conto di essere usati per i suoi disegni politici, mentre tutto l’apparato dell’arditismo viene assunto dai Fasci, naturalmente composti anche da chi non era cresciuto nel fenomeno militare del corpo speciale degli Arditi. Indubbiamente quel sistema serviva in modo efficace per gli intendimenti politici del suo capo, che pur non vedrà immediatamente dei risultati dalla sua azione, perché nelle successive elezioni non ha la possibilità di venire eletto. Se ancora non riesce a trarre vantaggi dalle azioni messe in campo con lo scontro, cercato, fomentato e gestito nell’assenza o nella connivenza con le forze dell’ordine, Mussolini può comunque far leva nell’opinione pubblica sul cosiddetto “pericolo rosso”, perché le dichiarazioni e le azioni di sciopero e di contestazione in piazza ad opera dei socialisti andavano nella direzione di volere qualcosa di analogo a quello che era successo in Russia e che faceva credere imminente una svolta nella creazione di consigli di fabbrica sul modello dei Soviet. Si dovrebbe dire che qui mancano i cosiddetti Soviet militari, quelli cioè composti dai combattenti della guerra e che, tornati dal fronte, venivano pure umiliati o si ritrovavano senza riconoscimenti e senza aiuti per riconvertirsi ad opere di pace, nell’ambito lavorativo che mancava. Proprio perché i socialisti qui non potevano ricorrere alla componente dei soldati che invece Mussolini cercava di tirare dalla sua parte, non era possibile di fatto puntare su un genere di rivoluzione che richiedeva prove di forza, come era stato nella Rivoluzione d’Ottobre. Quell’evento era riuscito perché l’assalto al Palazzo d’Inverno era stato condotto dai soviet militari incitati da Lenin, il quale riteneva necessaria questa fase operativa, questo genere di intervento militare. Del resto poi, nello stesso periodo che

 

 

 

 

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stiamo analizzando, in Russia, la controrivoluzione dell’Armata Bianca esigeva il ricorso, da parte dei comunisti, all’Armata Rossa, segno inconfondibile che il partito marxista-leninista esige il ricorso alla violenza, alle armi, alla struttura militare. Qualcosa di analogo veniva richiesto anche ai partiti di stampo socialista negli altri paesi europei, compresa l’Italia, perché si potesse attuare la medesima rivoluzione che aveva avuto successo in Russia. Così si tentava di fare anche in Italia, ma non era altrettanto facile coinvolgere soldati e arditi, che invece parteggiavano per Mussolini.

Il partito socialista insisteva sulla necessità di conquistare il potere, cosa che naturalmente veniva osteggiata da chi temeva questa deriva e cioè dagli industriali, dai proprietari terrieri, dalla classe dirigenti e dalla casa Reale. E il sistema corse in effetti ai ripari!

 

Il prefetto di Milano scrive al ministro degli Interni: “I mezzi di cui dispongono arditi e fascisti provengono da signori dell’aristocrazia, da parecchi industriali e da banche, per paura del bolscevismo”. 

(Zavoli p. 51-52)

 

È dunque la paura del bolscevismo che spinge nella direzione di uno scontro violento fra le parti e in questo torbido il gruppo dei facinorosi di Mussolini ha buon gioco per farsi strada. Inizialmente non è ben visto, perché ritenuto comunque violento; ma in presenza di file ingrossate nel partito socialista e soprattutto della prevalenza in esso dei massimalisti, poteva ben servire alla causa anche chi era pronto a “menar le mani”. Del resto, non erano da meno le notizie che arrivavano da altri Paesi d’Europa, dove pure era in atto il medesimo pericolo e dove le violenze non si fermavano soprattutto nei paesi che erano usciti sconfitti dalla guerra, come la Germania e l’Ungheria.

 

Nel quadro della grande ondata rivoluzionaria che scuote l’Europa, dalla Russia all’Ungheria, alla Germania, il socialismo italiano esprime una linea di maggioranza massimalista, favorevole all’azione immediata. “Sentiamo – scrive il giornale del partito, l’Avanti! – che è venuta l’ora di tener fede agli impegni presi, di passare dalle parole ai fatti. Compagni, sorgiamo! La grande ora sta per scoccare”. (Zavoli p. 52)

 

È vero che Turati, leader socialista della corrente riformista, sosteneva che il massimalismo socialista ricorreva ad una violenza verbale,

 

 

 

 

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diversamente dai Fasci che invece ricorrevano alle violenze fisiche, ma di fatto il partito non sapeva né dare un’immagine unitaria, né tanto meno rassicurare gli animi, anche perché con la sua forza popolare non voleva comunque dialogare con nessuno dei cosiddetti partiti borghesi e quindi anche con il governo. Proprio questo atteggiamento comportava la sfiducia e quindi il ricorso, da parte di alcuni industriali e dei “liberali” al governo, a chi non veniva impedito dalle forze dell’ordine di attaccare i luoghi dei socialisti, anche se non appariva che li si volesse fomentare.

Intanto però la paura aumentava e con il clima di incertezza e di scarso controllo dell’ordine costituito, proprio perché le forze preposte lasciavano fare ai facinorosi di destra contro la sinistra, l’economia ne risentiva.

 

Le agitazioni popolari, che si diffondono in tutto il Paese, hanno come causa immediata l’incessante rincaro del costo della vita, i cui effetti sono moltiplicati dalla crescente inflazione. A partire dal giugno 1919, folle esasperate saccheggiano negozi e impongono ribassi sui generi alimentari. In molte regioni i contadini occupano le terre incolte. I sindacati operai danno inizio ad una serie di scioperi. (Zavoli p. 52)

 

Il fenomeno che più spaventava era quello dei contadini, spesso ex militari, che nel centro e nel sud del Paese, rivendicavano terre, anche perché durante la guerra era stata fatta loro questa promessa, che poi il governo non mantenne affatto, screditandosi ormai di fronte a tutti per queste forme demagogiche di cui ora pagava il prezzo. Se nel 1914 gli scioperi organizzati furono 781, nel 1919 furono oltre 1800 e l’anno successivo oltre i 2000, con una partecipazione sempre più ampia, più rumorosa, più esagitata, con la paura che di lì venisse la scintilla della rivoluzione.

 

Il ministro degli Esteri Tittoni scriveva in quei mesi: “Nei gravi tumulti scoppiati in varie parti d’Italia, rimasi impressionato che per riunire le forze sufficienti a fronteggiarli, occorresse far venire guardie e carabinieri dalle regioni immuni che rimanevano così sguarnite. Più volte ebbi a domandarmi che cosa avrebbe potuto fare il governo se un movimento di rivolta fosse scoppiato contemporaneamente in tutta la penisola.

(Zavoli p. 53)

 

Così il fascismo fece le sue mosse iniziali: c’erano indubbiamente gli arditi, con il loro gusto per osare, a sprezzo della vita stessa, anche ciò che sembrerebbe impossibile; c’erano gli scontenti della cosiddetta “vittoria

 

 

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mutilata”, che appariva sempre più una realtà, soprattutto dopo l’abbandono di Vittorio Emanuele Orlando della Conferenza di pace che andava contro gli interessi d’Italia; c’erano i nazionalisti accesi che avevano voluto la guerra e che ne volevano ora raccogliere i frutti; c’erano i futuristi attratti dal mito del supereroe e dal bisogno di novità da perseguire anche oltre il limite; ma c’era soprattutto Mussolini che in questo torbido voleva pescare l’occasione propizia per il potere.

 

Un giudizio storico sull’evento

Oltre gli eventi di quei giorni del 1919, che vedevano una situazione molto fluida con la consapevolezza della fine di un mondo e la non chiarezza di ciò che stava sorgendo all’orizzonte, occorre considerare il giudizio storico di chi ha tentato una lettura che vada ben oltre il contingente.

Gioacchino Volpe (1876-1971), grande storico, soprattutto di storia medievale, ma non solo, ebbe un ruolo di primo piano nella cultura del tempo, aderendo al fascismo. Ecco che cosa dice del fascismo ai suoi esordi:

 

Chi non vede in tutti questi fatti, illuminati dalla esperienza del poi; chi non vede in nuce, nei suoi elementi essenziali, il fascismo, le passioni e interessi che poi hanno dato impulso al fascismo? Il quale apparve, in un angolo della agitata ribalta italiana, nel marzo del 1919, come piccolo raggruppamento di vecchi interventisti, specialmente della sinistra rivoluzionaria, di uomini cioè che più degli altri, con più speranze e illusioni, con ardore quasi da neofiti, con rigetto di quasi tutto il loro passato, si erano impegnati nella battaglia per l’intervento, avevano poi battuto su la nota di una guerra sempre più vasta risoluta intransigente contro nemici esterni e interni, e seguitato a mantenere viva l’idea della “guerra rivoluzionaria”, l’attesa di una trasformazione anche sociale della vita italiana. Ora, nella stanchezza del dopoguerra, nella irritazione di tutti contro tutti e contro tutto, nelle delusioni interne e internazionali cresciute su la rovina di tante speranze, nel disorientamento mentale seguito al logorio di tanti “principi”, nello sbandamento degli interventisti che rompevano ogni solidarietà, nella ricompensa del vecchio neutralismo armato di ironia e di sarcasmo, nella nuova baldanza del partito socialista animato da spirito di rivalse e da velleità rivoluzionarie a base di “dittatura del proletariato”; ora, quegli interventisti degli antichi Fasci rivoluzionari si raccolgono a difesa della guerra combattuta, delle memorie e dei valori della guerra, dei frutti sperati se non raccolti dalla guerra.

 

 

 

 

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… Molti raggruppamenti di resistenza e di propaganda patriottica, antisocialista, antitedesca, irredentista, adriatica ecc., erano allora disseminati in tutta Italia, formatisi specialmente dopo Caporetto o dopo la vittoria, di fronte a nuovi pericoli minaccianti: unioni, leghe, Fasci ecc. Si aggiunse ora il Fascio di combattimento milanese, che nacque il 23 marzo 1919. Fascio che è certo da ricollegare a quelli mussoliniani del 1915 e che poi sempre più fu visto nella sua ideale continuità con questi ultimi, ma che ora si presentò come cosa nuova. E Mussolini tenne chiaramente a distinguere da quei Fasci rivoluzionari gli attuali Fasci di combattimento. Non erano neanche questi un partito, pur in un momento in cui partiti vecchi e nuovi si davano un gran da fare per ricomporsi, aggiornarsi, buttar giù programmi. Era piuttosto l’“antipartito”. Non una organizzazione di propaganda, ma di combattimento, destinata a volgersi tanto contro il misoneismo di destra quanto contro le velleità distruttive del comunismo di sinistra. 

(De Felice p. 337-339)

 

I Fasci sono comunque strettamente legati a Mussolini e Mussolini li usa finché possono servire alla sua causa, che non sempre e non per tutto coincide con la causa dei Fasci Combattenti. Perciò anche in questa circostanza l’attenzione va data comunque al leader, che montando in sella a questo scontento generale, può costruire  il suo disegno. Lo stesso Volpe continua la sua disanima del fenomeno dei Fasci, puntando l’attenzione sul capo dei Fasci stessi.

 

E il fascismo delle origini era, per tre quarti, Mussolini. Vera stoffa di condot-tiero, quest’uomo, come già si era intravisto quando battagliava nel partito socialista e poi al tempo dei Fasci d’azione rivoluzionaria e durante la guerra, quando la sua figura si era cominciata a imporre anche fuori del cerchio dei par-tigiani e seguaci e a delineare come il capo ideale dell’Italia in guerra, in con-trapposizione ai tardi e accomodanti uomini del governo. Scioltosi dal socialismo, in cui non si era mai trovato veramente a suo agio, per insofferenza di troppa gente, di troppo dottrinarismo, di troppa organizzazione, di troppo condominio, ora pareva che avesse trovato il campo di azione propriamente suo … Ma la sua più viva simpatia andava a quegli operai che, in tempi di mania scioperaiuola e di imperversante materialità, resistevano alla corrente e, pur avendo diritti da conquistare e volontà di conquistarli, rimanevano fermi al loro posto di lavoro, come riconoscendo che il lavorare o non lavorare non era faccenda solo di interesse privato, da sbrigare tra prestatore e datore di lavoro. Significativo il suo appoggio agli operai di Dalmine … “Per essi – disse Mussolini – parla il lavoro, il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto di non essere più fatica,

 

 

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disperazione, perché deve diventare orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande, entro e fuori i confini”. Nelle masse, come capacità loro di operare rivoluzioni, poco Mussolini credeva. Ma pure era persuaso che, dopo la guerra, si inaugurava un periodo di “politica delle masse”. Queste masse non si poteva ignorarle, ma si doveva illuminarle, liberarle dal fascino dei miti bolscevici e della tirannia del partito socialista, orientarle verso una democrazia economica e politica. Il vecchio mondo stava per crollare; qualcuno doveva raccoglierne la successione. E chi aveva più diritto di raccoglierla, di coloro che avevano voluto e combattuto la guerra?   (De Felice p. 342-343)

 

La lettura che si può fare oggi della nascita dei Fasci Combattenti come avvio del fascismo italiano può far pensare che Mussolini cerchi l’appoggio di militari o paramilitari per dare la sua scalata al potere, come se il fascismo volesse, alla pari del sistema bolscevico costruito da Lenin, la conquista del potere “manu militari”. In realtà, anche se la violenza usata può far supporre un simile approccio, va riconosciuto che come nel fascismo italiano non vi è questa dipendenza di Mussolini dall’esercito o da apparati di esso, così pure per Hitler non ci sarà il medesimo coinvolgimento della Wermacht, e le formazioni paramilitari di cui si è servito, le SA, verranno presto esautorate nella “notte dei lunghi coltelli” (1934), per salvaguardare la correttezza dei rapporti con l’esercito, che veniva così asservito al partito. Il fascismo, qualunque ne sia poi la forma, anche ad assumere connotazioni paramilitari, è un fenomeno che non deriva pro-priamente dal mondo militare. Ne dà una lucida lettura Ignazio Silone (1900-1978) nel suo pamphlet sull’argomento:

 

Il fascismo sorge dallo scioglimento del vecchio sistema dei partiti tradizionali e deve condurre una lotta politica molto energica contro questi partiti. Contemporaneamente  esso combatte con le armi più moderne della guerra civile contro le organizzazioni operaie per mesi, spesso per anni prima che la lotta sia decisa. Ciò non vuol dire però che nel fascismo non sia presente un elemento militare, ma esso non ne è l’elemento fondamentale. Intere istituzioni dell’antico Stato costituzionale (esercito, polizia, giustizia, scuola) partecipano naturalmente (costrette cioè dalla loro natura) alla lotta per la riorganizzazione fascista dello Stato. Ma al carattere della riorganizzazione fascista dello Stato fa riscontro il fatto che il suo elemento fondamentale non può essere fornito da nessuna delle istituzioni del vecchio Stato costituzionale. Il fascismo sarebbe altrimenti superfluo e superflui sarebbero anche la disgregazione di tutto il vecchio sistema partitico e una guerra civile che è lunga, dura, sanguinosa e di esito incerto.

 

 

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… La partecipazione delle grandi masse alla vita politica si ripercuote immediatamente anche sull’esercito in cui spesso non solo i soldati ma anche gli ufficiali appartengono a tendenze politiche spesso contrapposte. Questo può spiegare anche perché Mussolini dalla marcia su Roma in poi, si sia sempre opposto a una partecipazione attiva degli ufficiali alla vita politica e perché egli ripetendo il vecchio ritornello “dell’esercito al di sopra dei partiti”, abbia proibito dimostrazioni militari favorevoli ai fascisti. (De Felice p. 706-707)

 

Così Mussolini inizia la sua avventura, e la prova generale, per quanto appaia infruttuosa, mette in risalto le debolezze degli apparati che avrebbero dovuto presiedere alla tutela dello Stato costituzionale. Egli ha buon gioco a presentarsi come il salvatore della situazione in Italia, pur avviandola allo sfacelo, che solo la guerra successiva renderà evidente. Se lui si assume la responsabilità di questo apparato dittatoriale, agli altri si deve attribuire la responsabilità di non aver contrastato adeguatamente questa deriva.

 

BIBLIOGRAFIA

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Gianfranco Bianchi

DA PIAZZA SAN SEPOLCRO A PIAZZALE LORETO (vol. I)

Dissoluzione dell’Italia postrisorgimentale (1919-1924)

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2.

Sergio Zavoli

NASCITA DI UNA DITTATURA

SEI, 1973

3.

Mario Silvestri

LA DECADENZA DELL’EUROPA OCCIDENTALE (vol. II)

Einaudi, 1978

4.

Renzo De Felice

IL FASCISMO. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici.

Laterza, 1998

5.

Indro Montanelli

STORIA D’ITALIA (vol. VII)

RCS, 2003

Erba – 19 febbraio 2019

 

 

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